PRIMI SAGGI ENRICO PIRAINO BARONE DI MANDRALISCA Prima parte

Introduzione

 

Spesso la memoria storica dell’uomo risulta essere alquanto avara nel riconoscere e nel valorizzare eventi o personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile nel tempo. La difficoltà di attribuire un’adeguata dimensione diviene maggiormente accentuata quando l’oggetto della nostra ricerca verte su realtà considerate periferiche o secondarie, non meritevoli pertanto di essere studiate e divulgate al pubblico più ampio. Di questa errata concezione di studio da cui dovrebbe discostarsi il ricercatore più attento, è stata vittima una delle figure a mio avviso più importanti dell’Ottocento siciliano: il barone Enrico Piraino di Mandralisca. Nato e vissuto all’ombra della rocca di Cefalù, cittadina normanna delle Madonie, dedicò tutta la sua esistenza alla continua ricerca del sapere, considerato l’elemento fondamentale per la libertà di ogni individuo. La pluralità e la profondità dei suoi interessi lo videro protagonista attivo in diverse discipline: medicina, storia, scienze naturali, archeologia, arte, materie giuridiche, agricoltura, letteratura ecc. Questo grande bagaglio culturale gli permise di non restare insensibile ai problemi del suo tempo, talchè con genialità e lungimiranza si adoperò alla soluzione di problematiche più svariate sia in campo sociale che politico. La fede per il progresso e l’amore innato verso il prossimo possono essere colti nella loro essenza nella volontà testamentaria del barone, che materializza come dice il prof. Portera: "la dirittura morale dell’uomo e la ricchezza del suo spirito…".(1)

 

Il testamento, infatti, rappresenta la chiave di lettura della personalità del Piraino, evidenziando l’aspetto solidale di un uomo che dedicò la sua breve esistenza in favore della comunità, donandole tutti i suoi beni fondando un liceo, comprendente anche una biblioteca e un museo. L’obiettivo di questa istituzione era quello di forgiare anche nell’animo dell’individuo più umile, le concezioni di identità e coscienza intese come mezzo per sfuggire alla prigionia dell’ignoranza e del sopruso da parte dei più forti, che possono essere combattuti solo quando si prende possesso della moralità civica e della giusta ripartizione dei diritti e doveri in ambito sociale. In quest’ottica, per l’europeo di Cefalù Enrico Piraino, l’istruzione avrebbe avuto il ruolo di musa liberatrice dalle angherie di un passato ancora strutturato su base feudale di cui erano vittime le classi sociali più povere. Eludendo il costume dell’epoca che consentiva agli aristocratici di generare figli al di fuori di un matrimonio gravato dalla sterilità femminile, il barone fin da giovane concepì come suo unico erede il liceo, istituzione che avrebbe dovuto continuare la sua opera pia dopo la morte. In questa breve anticipazione della figura del Mandralisca è facile intuire quanto questo personaggio sia stato importante all’epoca in cui visse e come influenzò il modo di pensare allora dominante.

 

 

 

 

 

I. Le origini familiari

 

Il nostro studio sul mecenate inizia partendo dalle origini della sua famiglia che nel lontano XVI secolo decise di trasferirsi dal Portogallo in Sicilia a causa della crisi politico-dinastica che colpì la penisola iberica in quel periodo.(2) Il primo membro che preferì abbandonare la propria terra fu un certo Domenico Pirejne, il quale nel 1580 si trasferì a Cefalù divenendo il capostipite della famiglia che successivamente avrà modo di espandersi in altre aree dell’isola. Portò con sè due figli, Angelo e Pietro, il primo darà origine al ramo di Noto, il secondo invece, sposandosi, diventerà padre di Giuseppe che correggerà in seguito il cognome in Piraino. Questi avendo preso in moglie nel 1604 Anna Almerico avrà due figli: Diego, dal quale si diparte il ramo di Castelbuono e Francesco. Dal primo matrimonio di quest’ultimo nascerà Mario (senior), dal secondo invece (1657), contratto con Antonia Di Napoli dei principi di Resuttano, Giovan Battista che si ricongiungerà al ramo di Castelbuono. Il 1660 risulta essere un anno cruciale nel nostro cammino cronologico, dal momento che Mario senior acquistò in marzo alla pubblica asta il feudo Mandralisca unitamente a quello di Castagna che erano stati possesso della principessa di Gangi, Donna Antonia Graffea, donataria del fratello Giuseppe e sposa di Don Francesco Valguarnera. Essi facevano parte della baronia di re Giovanni che comprendeva anche i feudi di Casalvecchio, Culfo, La Menta, Raulica, Ramusa, Bordonaro Sottana.(3) L’investitura dei due feudi da parte di Mario senior avveniva in data 21 settembre 1660, ma appena tre anni dopo, il 15 dicembre 1663, lo stesso vendeva il feudo di Castagna a Bartolomeo Militello per vicissitudini legate molto probabilmente alla crisi che attanagliava le finanze dei baroni, indebitati per la loro ostinazione nel condurre un regime di vita sfarzoso. Non avendo figli però, Mario decise di cedere il feudo Mandralisca al fratellastro Giovan Battista con transazione datata 3 febbraio 1663 agli atti del notaio Jacopo Cangiamila e declarazione del 19 dicembre 1665.(4) Giovan Battista sposando successivamente Eleonora Ortolano di Cefalù avrà da questa Diego, l’arcidiacono Giuseppe (Gangi), Pietro Antonio, Francesco e Mario Junior, quest’ultimo dopo aver impalmato Arcangela Di Maria sarà padre di Giovannella, Dorotea, Emanuele il quale continua il ramo dei baroni Piraino a Cefalù, costruendo il palazzo di famiglia a piazza Duomo, e di Michelangelo (Gangi), che sposando Teresa Ortolano (Cefalù), genererà Giovan Battista, Arcangela, Liborio, Eleonora ed Enrico (Cefalù) il quale prendendo in moglie Aurora Monizio di Lipari è genitore di Michelangelo che, dopo aver sposato in seconde nozze Maria Carmela Cipolla, è padre del nostro Enrico nato il 3 dicembre 1809.

 

I Piraino, entrarono a far parte del patriziato aristocratico acquistando il titolo nobiliare di barone, generalmente conferito come premio dalla casata dei Ventimiglia a quel ceto di collaboratori, amministratori, (notai, giudici, giurati) che ambivano ad uno status sociale più elevato, scalzando le più antiche e blasonate dinastie.

 

Il primo antenato del Mandralisca a cui si attribuisce di aver ricoperto una carica pubblica, è un certo Francesco, il quale nel 1657 pare sia stato giurato a Cefalù assieme a Don Francesco Martino, Ettore Lo Forti, al dott. Simone D’Anna e in sostituzione del dott. Rocco di Cesare. Invece se vogliamo quantificare il patrimonio di Don Michelangelo Piraino barone di Mandralisca, bisnonno del nostro Enrico, che risiedeva a Gangi, basterà scorrere l’elenco dei suoi beni citati nel testamento del 1708. Egli possedeva oltre al feudo, un vigneto, una casa grande, cinque quadri mezzani, coppe d’argento, corone di metallo, oggetti d’oro e disponeva di quasi 90 bovini ecc.(5)

 

 

 

 

 

II. Gli ideali di un uomo nuovo

 

Esattamente ventanni dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese, in un clima di notevole cambiamento epocale nasceva Enrico Piraino barone di Mandralisca, figlio di una terra che fino ad allora era vissuta sempre ai margini del circuito culturale europeo.(6) Diverse ipotesi sono state avanzate da illustri storici per spiegare questo torpore intellettuale caratterizzante la Sicilia degli ultimi decenni del secolo XVIII. La tesi più convincente è senz’altro quella che addita al baronaggio dell’isola la responsabilità del ristagno politico-sociale scaturito da un’ errata conduzione di privilegio non solo nei confronti degli altri ceti sociali, ma addirittura della stessa organizzazione statale, impotente nel contrastare realtà locali ben ancorate al tessuto urbano e rurale. Il desiderio di indipendenza dallo straniero e la fierezza del popolo siciliano fanno sì poi che gli stessi baroni diventino punto di riferimento imprescindibile dei contadini poveri, i quali vedono nei loro oppressori un protettore naturale dal governo spagnolo, come evidenzia Helene Tuzet nel suo libro Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo.(7)

 

In questa situazione il professore Orazio Cancila rimprovera agli intellettuali del tempo l’aspra opposizione ai principi nati dalla Rivoluzione Francese, che riuscirono ad attecchire soltanto nelle province orientali dove cominciava a svilupparsi una piccola e media borghesia, pronta a recepire i nuovi impulsi provenienti dall’esterno. Enrico Piraino spogliandosi della veste di nobile appartenente al patriziato di provincia, ligio al potere e diffidente verso ogni forma di rinnovamento, si schierava dalla parte dei più deboli e bisognosi, ripudiando quell’ozio che contraddistingueva la classe aristocratica, chiusa in un piccolo mondo fatto di sperperi ed ipocrisie. Lo stesso padre del barone, durante il moto rivoluzionario del 1820, aveva fatto parte della Giunta Provvisoria di Governo, la quale aveva come unico obiettivo il mantenimento dello status quo, onde evitare sconvolgimenti che avrebbero potuto intaccare gli interessi dei proprietari terrieri. Potenziale continuatore delle antiche tradizioni familiari, Mandralisca preferì invece porsi come punto di rottura, improntando la sua vita ad un religioso senso del dovere. Egli dedicherà la sua breve esistenza allo studio, come dice Gaetano La Loggia nel suo elogio funebre: "…non solo abbandonò il mondo e le sue futili illusioni, ma essendosi fermamente persuaso, che l’uomo fu creato per lavorare e produrre…si diede con tutta lena allo studio delle scienze naturali e archeologiche che formarono la passione più spinta della sua vita…".(8)

 

Ma l’umida saletta studio in cui trascorreva notti insonni sulle amate carte "al chiarore d’una lampade"(9) non lo sottrasse da una partecipazione attiva alla vita politica e sociale del suo tempo: "Caldo amatore della politica della libertà, intollerante affatto dell’odioso servaggio, che cuore fu il suo, in rimirando già fatta vile ancella ed albergo di dolore Regina delle genti, la terra d’Italia? [...] non dubitava di scoprire le piaghe del popolo, che delitto erano d’un governo oppressore, e com’uomo, che nulla spera e nulla teme, reclamavane arditamente riparo".(10)

 

L’impegno culturale del barone si caratterizzò per un approccio enciclopedico di stampo illuministico, su una piattaforma metodologica positivistica. Egli pertanto riuscì a coniugare e ad interpretare pienamente le due felici stagioni del pensiero umano (illuminismo e positivismo) con il suo atteggiamento romantico. Infatti lo stesso positivismo definito il romanticismo della scienza, accompagnò in una proiezione ottimistica la crescita della nascente società tecnico-industriale.(11) Di questo influsso Piraino non ne poteva rimanere escluso, anzi lo caratterizzò con una visione intrinseca di valori morali e religiosi. Ciò gli permise di meritarsi l’attenzione ed il riguardo degli studiosi, testimoniato non soltanto dalla sua costante presenza in seno alle varie accademie ed associazioni culturali, ma anche per i risultati inediti che conseguì nell’ambito delle sue ricerche soprattutto malacologiche. In verità nel circuito scientifico internazionale la Sicilia del tempo si poneva all’avanguardia nel settore naturalistico. Personaggi come Vito D’Ondes Reggio, Domenico Scinà, Stanislao Cannizzaro, Antonio Bivona Bernardi, Francesco Tornabene, Giovanni Gussone, Paolo Balsamo, Vincenzo Tineo, Agostino Todaro, Niccolò Cervello, Giorgio e Carlo Gemellaro, Baldassare Romano e tanti altri furono amici e collaboratori illustri del Mandralisca.

 

III. La vita

 

Il barone, nato qualche anno prima (3 dicembre 1809) in cui vennero aboliti i diritti feudali (1812), trascorse la sua infanzia tra Lipari (nelle proprietà della nonna Aurora Monizio) e Cefalù nelle terre di Giarrossello, della Leonarda, nella riserva di caccia di Torretonda e nel palazzo di famiglia, a Gangi nel feudo Mandralisca.(12) L’unica compagna di giochi è la sorella Enrica Giuseppa più grande di sei anni, poichè altri quattro fratellini muoiono poco più che neonati di una malattia rara. Come la tradizione del tempo imponeva che tutte le famiglie nobili istruissero i loro figli presso reali istituiti, così anche Piraino ricevette l’educazione presso il Real Collegio Carolino Colasanzio dei Chierici regolari delle scuole Pie a Palermo. Entratovi nel 1818 ne uscì nel 1825 con un bagaglio culturale non indifferente. Durante i sette anni di permanenza al collegio vedrà raramente la famiglia, una delle poche circostanze è il matrimonio della sorella Enrica Giuseppa la quale nel 1820 fu data in sposa al barone Salvatore Martino e Valdina alla giovanissima età di dodici anni. Ma la sorte nefasta le riserva una morte precoce appena quattro anni dopo, in seguito probabilmente all’evoluzione della malattia di cui erano stati vittima gli altri fratelli. Enrico che era parecchio legato alla sorella, ne accusò notevolmente la perdita e appena uscito dal collegio, dopo un periodo di silenziosa sofferenza, si dedicò ai suoi studi archeologici nell’isola di Lipari, dove conobbe Maria Francesca Parisi sposandola il 24 febbraio 1827 a neanche diciotto anni compiuti. Le responsabilità del giovane Enrico dovevano crescere con la morte del padre avvenuta nel dicembre 1829. Da questo momento dovette amministrare il patrimonio di famiglia, ma ciò non gli impedì di proseguire nella sua attività di ricerca.(13) Dal campo della mineralogia e dell’agricoltura vengono le prime soddisfazioni al duro lavoro che aveva intrapreso sia a Lipari che sulle Madonie e sui Nebrodi, durante escursioni con gli amici ricercatori più intimi. Nel 1837 si comincia a diffondere negli ambienti scientifici la fama del nostro Enrico in virtù del fatto che il barone aveva vinto la Medaglia d’argento di prima classe assegnata dal Reale Istituto di Incoraggiamento dell’Agricoltura, Arti e Manifatture per la Sicilia, per aver presentato al salone dell’Esposizione Siciliana dell’Agricoltura, minerali, uva passa, olio e vini(14). Mandralisca intraprende una fitta relazione epistolare con i grandi scienziati dell’epoca. Dello stesso anno sono alcune lettere al botanico Filippo Parlatore, in cui riferisce che il professore Vincenzo Tineo ha voluto chiamare Klenia Mandralisca una pianta in suo onore. Successivamente lo stesso Parlatore, che è direttore dell’orto botanico di Firenze, riprendendo l’idea omaggerà il Nostro, dando il nome Mandralisca ad un’altra pianta. Gli anni che vanno dal 1840 al 1844 sono particolarmente fervidi dal punto di vista delle pubblicazioni. Nel 1840 vedono la luce due opere: la prima data in stampa all’Orotea di Palermo è il Catalogo dei molluschi terrestri e fluviatili delle Madonie e luoghi adiacenti per Enrico Piraino barone di Mandralisca, la seconda stampata dalla Salli di Palermo è la Monografia del genere Atlante di Enrico Piraino barone di Mandralisca da servire per la fauna siciliana. È del 1841, invece, la Lettera al Signor D. Enrico Piraino di Mandralisca di Benedetto Naselli con risposta al signor Benedetto Naselli data in stampa alla tipografia Virzì. Dal punto di vista familiare il 1841 è un anno importante per il nostro Enrico, poichè sposandosi la cognata Claudia Parisi con il barone Don Antonino Agnello, troverà in quest’ultimo un fratello più che un parente acquisito, come possiamo evincere anche dal romanzo della scrittrice romana Laura Frezza: Ritratto di ignoto in un interno di famiglia(15) nel quale si coglie pienamente lo spaccato di vita familiare in casa Piraino. La Frezza - avendo trovato in un vecchio armadio a muro un carteggio riguardante una relazione epistolare tra il nostro Enrico ed il cognato il barone Agnello -, ha pensato di ricostruire in un’ottica romanzata le vicende affettive-personali che legarono le due coppie.

 

La storia ruota intorno al quadro di ignoto attribuito quasi certamente al pittore Antonello Da Messina, che affidato da Enrico a Nino, costituirà fonte di non pochi problemi, dal momento che rubato a quest’ ultimo dal brutto ceffo di Giutria, toccherà diverse terre fra cui anche il suolo di Napoli. Alla ricerca del quadro vedremo impegnata Claudia, la sorella di Ciccia, moglie di Enrico, la quale dimostrerà tanto coraggio, mettendo in evidenza una personalità parecchio affine a quella dello scienziato, tanto da lasciar il dubbio al lettore che fra i due ci possa essere stata una relazione ambigua, dal momento che la stessa seguiva il barone in ogni suo scavo nelle terre di Lipari e lo assisteva durante le conferenze tenute in tutta Italia.

 

Questa ipotesi trova conforto nell’analisi condotta in parallelo delle singole personalità dei quattro personaggi: Nino tutto devoto alla famiglia e agli interessi personali sembra un uomo ideale per vivere con Ciccia, la quale ama il buon governo della casa e detesta seguire nelle sue ricerche il marito, che essendo uno spirito intraprendente e libero accetta ben volentieri il sostegno della cognata durante le sue attività di ricerca e di studio. Tutto ciò comunque è frutto di fantasia e non di dati reali, anzi a proposito Marino(16) scrive: "Enrico ama trascorrere la vita in famiglia, attendendo alle piacevoli attività di ricerca che lo portano ad intrattenere rapporti con studiosi e scientifici". E infatti continuando a ripercorrere la vita del Mandralisca vediamo che nel 1842 in seguito ad una pubblicazione Nota su talune specie di Molluschi Terrestri e Fluviatili di Sicilia, sul n. 230 del "Giornale Letterario Palermitano", egli comincia un fitto scambio di materiale scientifico-informativo con i più grandi studiosi di storia naturale in Sicilia. Fra questi sicuramente annoveriamo il naturalista Francesco Minà Palumbo di Castelbuono, il quale conserverà fino alla morte, avvenuta nel 1899, una stima enorme nei confronti del nostro barone. Come più volte ripetuto, Piraino oltre che ai suoi studi scientifici fu interessato anche ai problemi di natura socio-politica. Su questo versante possiamo apprezzare un volumetto che egli scrisse nel 1844 intitolato Sulle prestazioni pretese della Mensa Vescovile di Cefalù dove viene presa di mira la condotta dei Vescovi di Cefalù, giudicata illegittima perchè basata su un’amministrazione di stampo fortemente medievale mirante alla riscossione di prestazioni di tipo feudale.

 

Sempre nel 1844 ottiene il suo primo incarico politico con la carica di Consigliere Provinciale dell’Intendenza di Palermo, grazie alle sue conoscenze giuridico-amministrative, dimostrando una notevole capacità nell’affrontare i problemi del territorio. Nel 1846 il barone inviò una collezione di piante siciliane al Grande Erbario Centrale di Firenze. In virtù di ciò la direzione dell’Imperiale e Reale Museo di storia Naturale di Firenze lo ringraziò a nome del Gran Duca in data 11 novembre 1846. Ci avviciniamo ad un periodo particolarmente carico sotto il profilo delle tensioni sociali, destinato ad esplodere con l’insurrezione popolare di Palermo del 10 gennaio 1848 che costituirà la rivolta madre da cui poi si dipartiranno tutte le altre nel resto d’Europa. Il Nostro, che nel frattempo il 3 aprile 1847 è costretto ad accettare la carica di Presidente del Consiglio Distrettuale sotto il regio decreto di Ferdinando II, pensa bene di munirsi del bastone animato di ferro, ottenendo il permesso dal Ministero e Real Segreteria di Stato della Polizia Generale, in modo da poterlo conservare in casa e a portarlo con sè durante le ore notturne.(17-18) Il barone, nonostante fosse paladino del pacifismo più radicato, era un provetto spadaccino che non aveva alcun timore nel difendere l’incolumità propria e quella della sua famiglia. A Cefalù durante i moti rivoluzionari fu creato un Comitato provvisorio nel quale figurarono eletti oltre al Piraino, il Barone Bordonaro, Nicolò Agnello, Francesco Cirincione, Vincenzo Agnello, G. Cirincione. Frattanto, creato il 15 marzo il General Parlamento siciliano sotto Ruggero Settimo, Mandralisca scelse di sedersi nella Camera dei Comuni,(19) rappresentativa ormai dell’elemento democratico che meglio proiettava le forme più evolute di vita sociale(20). In questa Camera sedevano anche Pasquale Calvi, Interdonato, Errante, Cordova oltre che personalità del calibro di Francesco Crispi, Francesco Ferrara, Michele ed Emerico Amari, Mariano Stabile, Vincenzo Fardella di Torrearsa che si prodigarono in difesa dei diritti civici. I rappresentanti cefaludesi oltre al Nostro furono Carlo Ortolano di Bordonaro e Antonino Agnello di Ramata.

 

L’esperienza del Parlamento fu abbastanza breve poichè ebbe termine appena l’anno successivo il 15 maggio 1849, quando Palermo dovette capitolare dinanzi all’esercito borbonico. Ciononostante si possono individuare elementi positivi con il tentativo di rendere più democratico il funzionamento elettivo con la partecipazione dei diversi ceti sociali. L’elezione non avveniva tramite il censo, anche se venivano esclusi dal diritto di voto gli analfabeti, gli stranieri residenti in Sicilia e i cittadini di età inferiore ai venti anni. Erano eletti solo gli uomini di cultura, i professionisti in genere. Dopo questa breve parentesi, in cui aveva votato contro la decadenza dei Borbone, (voto che peraltro non ritratterà più) Enrico si dedicò nuovamente ai suoi studi e all’impegno sociale, animato dalla convinzione che l’unica arma da fornire ad un popolo per liberarsi dall’oppressione dello straniero fosse la presa di coscienza della propria identità culturale.(21)

 

È del 6 febbraio 1849 l’atto d’acquisto del Castello (la Rocca) e dei terreni adiacenti affidato al cognato Antonino Agnello. Il 10 maggio 1850 ottiene il permesso di detenere un fucile ed un coltello da caccia con documento rilasciato dal Ministero e Regia Segreteria di Stato e firmato dal terribile Direttore del Dipartimento di Polizia Salvatore Maniscalco, lo stesso che darà la caccia a Salvatore Spinuzza(22).

 

Nel medesimo anno, il 13 luglio, diviene socio corrispondente della Commissione di Agricoltura e Pastorizia della Sicilia, inoltre il 26 ottobre 1852 dall’Associazione per lo Studio della Natura e dell’Arte di Hildeshein consegue il diploma di corrispondente. In questi anni i suoi studi numismatici diventano più intensi in prospettiva della pubblicazione di una memoria inerente a delle monete antiche di Lipari. Ma questo resterà un progetto incompiuto poichè vi era l’impossibilità di riprodurre le immagini, cosa che sarà fatta troppo tardi quando il testo non potrà essere più stampato. Nel 1853 Antonino Restivo Navarro aveva arricchito la collezione del Piraino inviandogli diverse monete antiche. Quest’anno risulta oltremodo importante visto che il mecenate è impegnato nella stesura del suo testamento, avvenuta con precisione il 26 ottobre, il quale rappresenta un momento significativo dell’esistenza del barone, poichè ci mostra tutta la sua grandezza morale unita ad una fenomenale capacità di precorrere la cultura moderna. Il 1854 è l’anno dell’epidemia del colera. La famiglia Mandralisca per evitare il contagio preferisce trasferirsi in una delle sue proprietà lontane dal mare come ebbe a dire lo stesso Enrico in una lettera inviata al barone Carlo D’Estorff: "…sicchè dovetti fuggire colla famiglia, isolandomi per parecchi mesi in una mia villetta in cima di q. e montagne, e quando cessato ogni sospetto del morbo, mi restituiva in casa, i miei abituali incomodi non mi permettevano di scrivere…".(23) Gli incomodi al quale si riferisce riguardano il suo stato di salute minato da una malattia polmonare che nel 1856 avrà una fase di acutizzazione. Malgrado ciò appena l’anno prima aveva ricevuto il 17 marzo la nomina a Consigliere Provinciale dell’Intendenza di Palermo e il 3 novembre veniva eletto corrispondente locale della Commissione di antichità e belle arti di Palermo.

 

Neanche dal punto di vista delle ricerche la sua attività di studio conobbe sosta, avendo egli proseguito gli scavi a Lipari dove rinvenne importanti reperti archeologici soprattutto di terracotta. In questo periodo si riaccendono gli animi rivoluzionari dei cospiratori antiborbonici, e nonostante i capi più rappresentativi della rivoluzione del 1848-49 fossero andati in esilio(24), si formarono nell’isola diversi Comitati insurrezionali diretti a distanza(25). Visto che il Comitato centrale di Palermo esitava a programmare le operazioni, a Corleone il barone Francesco Bentivegna prese l’iniziativa del moto programmato per il 12 gennaio 1857, ma scoperto dovette anticiparlo al 22 novembre quando con pochi compagni occupò Mezzojuso, liberando diversi carcerati. Con l’aiuto di questi fece insorgere Villafrati, muovendo su Palermo, ma il capoluogo era rimasto estraneo all’insurrezione, favorendo quindi l’intervento delle truppe borboniche che costrinsero il Bentivegna a disperdere i suoi uomini e a rifugiarsi a Corleone. Parallelamente a Cefalù i cospiratori liberarono Salvatore Spinuzza, un audace giovane patriota che si pose alla direzione del movimento, a cui parteciparono anche i fratelli Nicola e Carlo Botta, Cesare Civello, Andrea Maggio, Alessandro Guarneri, ma anche in questo caso essendo stato mal organizzato, le truppe regie non ebbero alcuna difficoltà a disperdere i rivoluzionari che si rifugiarono sui monti. Il Luogotenente di Sicilia il Principe di Castelcicala fece occupare tutti i paesi in cui si era propagata l’onda rivoluzionaria, e al Maniscalco famigerato Direttore di Polizia fu dato il compito di ricercare tutti i cospiratori della rivolta. Sia Bentivegna che Spinuzza dopo essere stati individuati furono arrestati e condannati a morte. In questo periodo di particolare agitazione fu arrestato a Napoli nel 1856 lo stesso barone Enrico Piraino, anche se il provvedimento giudiziario fu limitato ad un fermo di polizia seguito da un immediato rilascio. Non abbiamo notizie su questo avvenimento che in quanto ad importanza si commenta da solo. Si sono ipotizzate diverse interpretazioni, la più credibile associa la figura dell’intellettuale Mandralisca ad un potenziale nemico ideologico del regime borbonico, in combutta con i cospiratori locali. Comunque risulta strano il fatto che il provvedimento si sia limitato ad un semplice fermo, questo potrebbe indurre a pensare che il barone ottenne il rilascio grazie all’influenza di qualche amicizia politica, frutto dei suoi continui soggiorni nella città partenopea. Ad ogni modo le nostre interpretazioni lasciano il tempo che trovano, visto che non sono avallate da alcun dato oggettivo. Sembra certo però, che una personalità facente parte della nuova cultura illuminata come quella dello scienziato cefaludese, non potesse non scontrarsi con un regime oppressivo, dove non vi era spazio per la crescita umana dell’individuo.

 

Nel 1857 Enrico torna ad occuparsi di agricoltura, ed avendo scritto una relazione sui prodotti siciliani e sulle ricette per fabbricare vini liquorosi ed aceto, vinse la Medaglia di argento di prima classe nella Esposizione dell’Agricoltura Italiana. All’inizio del 1858 diviene socio dell’accademia dei Pellegrini Affaticati di Castroreale.(26) Nel mese di febbraio Charles Th. Gaudin scrive da Palermo al barone complimentandosi per le importanti ricerche effettuate a Lipari. A sua volta Piraino da Napoli nel mese di Agosto scriverà all’amico Filippo Parlatore, aggiornandolo sulle ricerche della fauna e della flora condotte sulle Madonie assieme al botanico Agostino Todaro ed in virtù della sua esperienza il 30 novembre viene nominato membro della Commissione di Studi per la distruzione delle cavallette dall’Accademia Palermitana di Scienze e Lettere. Nel frattempo la situazione storico-politica sembra quanto mai propizia per un cambiamento epocale e così l’11 maggio del 1860 Garibaldi e i Mille sbarcarono in Sicilia, dopo che a Palermo nel convento della Gancia vi era stata una timida insurrezione popolare, la quale comunque diede il via alle azioni di rivolta nelle campagne. Si crearono immediatamente dei Comitati rivoluzionari per sostenere l’azione dei garibaldini che progressivamente spodestavano i funzionari borbonici lungo la loro avanzata alla conquista dell’isola che avvenne il 27 maggio.

 

Anche a Cefalù nel frattempo era stato costituito un Comitato rivoluzionario di cui fecero parte il nostro Enrico, in qualità di Presidente ed il cognato, il barone Don Antonino Agnello di Ramata. A sminuirne l’operato fu però il Capo di Stato Maggiore Salvo di Pietraganzilli, che in un volume(27) da lui pubblicato citava la freddezza con cui la guardia cittadina aveva accolto il 26 maggio il corteo dei rivoluzionari lamentadone l’atteggiamento di passività. A casa del cugino, Carlo Ortolano barone di Bordonaro, avvenne l’incontro con tutti gli esponenti del Comitato cefaludese, di questi Pietraganzilli prese di mira in modo particolare il nostro Enrico tanto che ebbe a dirgli: "Ma a lei, composte bene le cose dopo la vittoria, non dispiacerà di riuscire Deputato o Ministro? Metta ora, per Dio, un dito nella acqua fredda e ci aiuti"(28). Ora a noi questo atteggiamento sembra oltre che ingiusto anche impregnato di un certo egocentrismo. Infatti egli stesso riferisce che il nostro Enrico alla richiesta di denaro per finanziare la rivoluzione abbia risposto di rivolgersi al Vescovo di Cefalù. Da questo elemento possiamo affermare con certezza che il Capo di Stato Maggiore abbia fatto dire al Piraino delle cose che il barone non pensasse assolutamente e soprattutto per le quali aveva condotto delle battaglie personali. Abbiamo già detto infatti e avremo modo di trattarlo successivamente, come gravavano sulla comunità le prestazioni richieste dal Vescovo e la posizione di contrasto assunta dal Mandralisca con la pubblicazione Sulle prestazioni pretese della Mensa Vescovile di Cefalù. Frattanto Enrico viene nominato Presidente del Consiglio Civico in data 2 giugno 1860.

 

Da Torino l’abile politica cavouriana fa sì che l’azione condotta da Garibaldi non dia linfa al partito d’azione, e rimanga sotto il controllo dei liberali moderati. In questo contesto Piraino, riconosciuta ormai ampiamente la sua opera di potenziamento della cultura, viene nominato durante la Prodittura, Consigliere di Luogotenenza per il Dicastero della Pubblica Istruzione sotto il marchese Massimo Cordero di Montezemolo, ma non appena questi fu sostituito con Alessandro della Rovere si dimise(29). Nel primo Parlamento Nazionale riunitosi per la prima volta il 18 febbraio 1861 siederà anche Mandralisca come rappresentante del Collegio di Cefalù. Eletto Deputato inizia un periodo di frequenti viaggi che lo porteranno ad allontanarsi dalla sua Sicilia, la quale ormai sembra aver abbandonato quelle velleità di indipendenza serpeggiate con vigore nel periodo rivoluzionario del 1848. Il contatto con gli ambienti lombardi e piemontesi gli mostra palesemente la sperequazione delle condizioni di vita delle popolazioni del nord progredito rispetto a quelle del sud. Ma ciò che lo preoccupa realmente è la totale incapacità dei membri della Camera dei Deputati di adoperarsi per delle possibili soluzioni. Tutta la sua tristezza si evidenzia in una lettera del 21 giugno 1861 inviata al cognato il barone Don Antonino Agnello di Ramata(30), dove motiva il suo scontento, indicando lo slancio risorgimentale chiuso paradossalmente con l’unità d’Italia. Da un contesto del genere il nostro Enrico preferì allontanarsi dando a breve le dimissioni dalla sua carica. L’aver capito egli anzitempo quali fossero i problemi che meritassero una celere risposta nell’ambito economico-politico, ci induce a credere con una buona dose di sicurezza che se la morte non l’avesse stroncato così prematuramente avrebbe partecipato alla realizzazione di non poche opere, non solo in Sicilia ma anche in tutta Italia. Infatti, poco prima di spirare, pur segnato dalla malattia non tralasciò il suo impegno culturale, nonché sempre nel 1861 per i meriti scientifici nella zootecnica, il Governo lo nominò membro del Gran Giurì alla Grande Esposizione Italiana di Firenze, dove aveva presentato una bozza su un possibile sviluppo dell’agricoltura nel Meridione. L’11 aprile il Dicastero della Sicurezza Pubblica gli concedeva di poter portare un fucile, due pistole ed un bastone animato nella qualità di Deputato al Parlamento. Dalle ultime lettere con gli amici più intimi, come da quella che gli spedì il critico d’arte Agostino Gallo in data 31 dicembre 1863, si evidenzia come il barone pur stremato dalla malattia continuasse i suoi scavi archeologici nell’isola di Lipari:(31) "Godo che Ella siasi ristabilito in salute col soggiorno in Lipari. Lo stesso avrebbe ottenuto in Palermo, sebbene in quest’anno l’inverno sia stato freddo, ma poco flagellato dalle piogge e affatto finora dalle nevi. Ho dovuto osservare che l’aria più grave di questa ex capitale, ora degradata, sia a lei, asmatico per ragion dei nervi più giovevole, che quella di Cefalù".

 

Ma, in realtà, il barone Mandralisca attraversava ormai ben pochi momenti nei quali dedicarsi agli studi prediletti. Infatti la morte inesorabile lo colse il 15 ottobre 1864 nella sua Cefalù. Si spense tra le braccia del medico palermitano Gaetano La Loggia che tentò di tutto pur di salvarlo(32), sepolto presso l’oratorio del SS.Rosario, fu lo stesso medico a tenere il discorso funebre. Successivamente il 30 gennaio del 1865 la municipalità di Cefalù celebra le esequie istituzionali con l’intervento del canonico Francesco Miceli che pronuncia l’elogio funebre. Nel 1867 la salma di Piraino venne trasferita all’interno della chiesa del purgatorio in un sarcofago. La sua scomparsa lasciò un vuoto incolmabile tra tutti gli amici e scienziati che avevano seguito con interesse i suoi studi ritenendolo un grande collega laddove egli stesso si definiva un dilettante.(33)

 

Per apprezzare maggiormente la sua opera di ricerca occorre considerare quanto difficoltosi erano in quel tempo gli spostamenti lungo la nostra penisola ed immedesimarsi nella situazione politica di certo non favorevole. Molto spesso finanziò a proprie spese progetti della cui importanza era fermamente convinto, come l’osservatorio meteorologico dei Padri Cappuccini a Lipari, il progetto del porto di Cefalù, il restauro dei mosaici del Duomo ruggeriano. Conferì dei premi agli studenti più capaci, si adoperò nella costruzione di chiese campestri e nella cura del folclore locale con sfilate di carri addobbati. Si prodigò affinchè la società italiana dei vapori toccasse almeno due volte al mese Cefalù e una volta a settimana Lipari. Mantenne agli studi dei popolani anche non vedenti negli istituti palermitani.

 

Dall’amicizia con Filippo Parlatore nacque il desiderio di allargare l’orto botanico di Palermo. La sua vena innovativa gli permise di introdurre l’uso dello zolfo nella cura delle malattie della vigna(34) e di sperimentare il rimboschimento di alcune zone di Cefalù con semi provenienti dalla Grecia. L’impegno sociale è oltretutto rimarcato dall’interessamento del barone alla ristrutturazione dell’ospedale di Cefalù(35) di cui poi ne sarà deputato alla gestione, dall’istituzione presso l’Università degli Studi di Palermo delle due scuole di lavori anatomici e di anatomia chirurgica dall’abbattimento delle ultime resistenze contro il libero scambio, lottando contro i padroni delle tonnare affinchè si liberalizzasse la pesca delle amie a vantaggio dei pescatori poveri.

 

Piraino è anche autore di altre opere rimaste inedite quali: Prodromo di Topografia statistica delle isole Eolie, Raccolta di iscrizioni greche trovate in Lipari, Elenco degli uccelli che abitano a Lipari, o che vi sono di passaggio, Appunti sull’origine di Alesa Arconida, Note di agricoltura, Le ricette per colorire zabbara ed altro del signor Barone di Mandralisca. Memoria(36), e forse di un breve componimento poetico che va sotto il titolo di Ritratti di taluni liberali del ‘48. Il Miceli infine menziona altre due opere di cui si sconosce l’edizione: Coltura e fecondazione delle palme e Osservazioni sulla crittogama(37).

 

 

 

 

 

IV. L’attività amministrativa

 

La società moderna indica molto spesso agli uomini dei percorsi di vita basati su bisogni artificiali, che hanno come unico obiettivo la ricerca continua ed esasperata del successo, del potere e del denaro, considerati elementi fondamentali per il raggiungimento della realizzazione dell’individuo.(38) Nel 1829 il ventenne Enrico, morendo il padre Michelangelo, divenne improvvisamente amministratore di un ingentissimo patrimonio familiare che si componeva di vasti latifondi sparsi tra Lipari e tutto il territorio madonita. Queste proprietà ereditate dagli antenati, appartenenti non solo al ramo dei Piraino che si era insediato a Cefalù, ma anche a quello di Gangi e Castelbuono, un tempo erano state amministrate da quei giurati e notabili entrati nel patriziato provinciale grazie alla benevolenza acquisita presso i Ventimiglia. Se per costoro la gestione di tutti i possedimenti e la contabilità delle ingabellazioni o delle giornate di salario degli operai costituiva una delle loro attività quotidiane, di certo ciò non sembrava un incarico facilmente conducibile da un giovinetto che aveva passato tutta la sua adolescenza soltanto sui libri, lontano dalle questioni prettamente economiche. Tuttavia Enrico dimostrò immediatamente non solo di saper far fronte ad un onere così grande, ma anche di rivelare un’abile capacità organizzativa, tanto che lo stesso suocero, il barone Don Francesco Parisi e Donna Marianna, sua sorella, lo costituirono loro procuratore, conferendogli ogni potere e facoltà su una controversia pendente per l’eredità Monizio tra il Barone Don Felice Nobile di Catanzaro da una parte ed i baroni Michelangelo Piraino e Francesco Parisi dall’altra.(39)

 

Da questo momento in poi, il nostro Enrico, preferì sfuggire a quella ricerca di bisogni artificiali di cui abbiamo parlato poco sopra, per dedicarsi agli studi e all’amministrazione di un patrimonio che doveva non dilapidarsi, come sovente capitava ad i nobili del tempo, ma accrescersi e mantenersi per realizzare tutte quelle opere in favore della comunità, all’insegna del grande spirito umanitario che contraddistingueva la sua persona. Ben presto cominciò ad offrire il suo servizio anche alla cittadinanza di Cefalù, computando le erogazioni di somme di denaro "per conto della comune" ed impegnandosi in alcune indagini statistiche e scientifiche dell’ area madonita, inerenti alla popolazione, al commercio e all’agricoltura. Da un documento di epoca posteriore, datato 1861, l’anno successivo in cui il Nostro divenne Presidente dello stesso Consiglio Civico, si evince come egli conoscesse bene il territorio, non soltanto dal punto di vista mineralogico o naturalistico ma anche economico ed amministrativo. Molto importante è la valutazione del Piraino riguardo la necessità di un tribunale di prima istanza: "…se il Governo non accordasse a Cefalù un Tribunale di prima istanza tutte le popolazioni del circondario sarebbero costrette a recarsi in Termini per ogni piccola domanda, poichè i Giudici mandamentali han perduto secondo il nuovo sistema giudiziario ogni competenza…". Il barone lamentava che una cittadina come Cefalù, sbocco naturale del circondario e sede della dogana, della Curia Vescovile, del Tribunale Ecclesiastico ecc. dovesse rivolgersi alla competenza giuridica di Termini Imerese, una località difficilmente raggiungibile a causa dell’assenza di linee stradali e ferroviarie; oltretutto era incomprensibile che la provincia di Messina, più piccola rispetto a quella di Palermo, avesse due tribunali a Patti ed a Mistretta. Per documentare questo disagio egli realizzò una interessante nota sul quadro delle distanze dei comuni dell’entroterra, sottolineando la precarietà dei collegamenti che spesso facevano desistere i contendenti dall’ intraprendere percorsi legali per risolvere le loro liti.

 

Lo spirito umanitario e l’abilità nel condurre la gestione del denaro non dovevano essere certamente ignote neanche al famigerato Direttore di Polizia Salvatore Maniscalco, tanto che questi inviò al Piraino una lettera di raccolta fondi in favore delle popolazioni continentali del Regno delle due Sicilie, colpite dal terremoto del 16 e 17 dicembre 1857. "Nel rivolgermi a Lei particolarmente, io adempio ad un debito, cui vorrà Ella pure partecipare volontariamente, promuovendo questa soscrizione o concorrendo ad essa colle sue offerte", così recitava il Direttore dopo aver chiarito che tutte le donazioni ricevute sarebbero state trasmesse al signor Benedetto Sommariva, Ufficiale di Carico del Ministero e Real Segreteria di Stato. Evidentemente Maniscalco poteva far leva su diversi fattori scrivendo al barone, innanzitutto sulla sua naturale predisposizione a risolvere problematiche di natura sociale, in secondo luogo sul suo cospicuo patrimonio, che più di una volta venne in aiuto dei bisognosi e nel contempo agli innumerevoli rapporti che il Nostro teneva con i personaggi più influenti del panorama politico provinciale.

 

IV. La ristrutturazione dell’ ospedale degli infermi

 

Un’opera che certamente può essere considerata l’emblema del grande spirito filantropico del barone Enrico Piraino è la ristrutturazione dell’ospedale sito nella cittadina madonita. La difficoltà realizzativa di questo progetto, dovuta alla mancanza di fondi e all’ostinazione del Vescovo Proto, interessato semplicemente ad un tornaconto personale, non scalfirono la tenacia con cui il barone si propose di portare a compimento questo istituto assistenziale. Ho cercato di ripercorrere l’iter amministrativo attraverso l’analisi di alcune lettere(40) che il Nostro scriveva all’intimo amico Agostino Gallo, erudito e letterato palermitano, appartenente ai dotti di vecchio stampo illuministico. Dallo scambio epistolare notiamo come il Gallo, nonostante fosse un accademico, avesse anche delle fitte relazioni di natura politica con personalità di spicco non solo nel capoluogo siciliano. La continua ricerca di finanziamenti e la necessità della realizzazione di un’opera benefica per gli infermi è spesso evidenziata da Piraino, il quale vedeva in essa un sostegno ed una speranza per coloro che dalla vita non avevano alcuna gioia. L’ospedale, nei desideri più intimi del barone, che non aveva potuto godere della nascita di un figlio, a causa della sterilità della moglie Francesca, doveva costituire anche un centro di ricerca per combattere l’infecondità, spesso celata con adozioni clandestine o con figli nati da relazioni extraconiugali. L’amore per i bambini è documentato dalla sua stessa volontà testamentaria, laddove egli vuole che si destini una stanza dell’edificio alle lezioni pratiche e teoriche di ostetricia per le levatrici, tenute da un chirurgo a cui allega sei onze annue come gratificazione. L’importanza della ricerca medica è oltremodo sentita, se consideriamo che lo stesso si adoperò per la creazione presso l’Università degli Studi di Palermo delle due scuole di lavori anatomici e di anatomia chirurgica. Le vicende amministrative legate all’ospedale sono riportate anche nel romanzo di Laura Frezza(41), dove oltre agli episodi che sono frutto di pura fantasia, è possibile prendere nota dei nominativi effettivi dei soci alla deputazione dell’istituto come: Don Antonino Agnello barone di Ramata, Giovan Battista Spinola, Rodrigo La Calce, Vincenzo Pernice e dell’architetto Labiso, degli ingegneri Benedetto e Bartolo Ventimiglia e per ultimo dell’appaltatore della costruzione il mastro Vincenzo Vazzana. Come già detto, uno dei maggiori ostacoli alla ristrutturazione dell’istituto era rappresentato dal Vescovo Proto, il quale stando alle competenze della Curia, a cui spettava il compimento delle opere pie, avrebbe dovuto sovvenzionare i lavori, ma nel far ciò richiedeva di entrare nella rappresentanza comunale in qualità di Deputato, scontrandosi pertanto con l’amministrazione municipale. Di questo episodio il Piraino ne fa partecipe il Sottoprefetto scrivendogli le seguenti parole: " …non soddisfatto del rapporto della Deputazione io mi portai personalmente dal Vescovo, per intendere dalla sua bocca le sue intenzioni ed i suoi desideri. Lo trovai adiratissimo contro la Deputazione…. Egli lagnavasi della scortesia del cessato Consiglio Civico che non lo aveva confermato Deputato per come egli era, lagnavasi di taluni che a di lui parere erano i veri nemici della patria perché agivano con l’intento di nuocere alla sua dignità. Faceva intravedere che egli non aveva alcun obbligo di fare quella spesa e che la medesima era l’effetto di una oblazione volontaria e finalmente interrogato da me a manifestare i suoi desideri si esprimeva annunziando che egli non avrebbe dato la somma se non veniva nominato Deputato della rappresentanza comunale. Dietro questa dichiarazione io cercai di scoprire le intenzioni del municipio ed ho dovuto rilevare che lo stesso non vuole assolutamente nominare Deputato il Vescovo".

 

Enrico ricordando l’esito negativo sortito dalla sua denuncia, che mirava al sequestro dei beni della Mensa Vescovile, si augurava in questa circostanza di arginare le resistenze del Vescovo, nominandolo deputato onorario, infatti continua nella sua lettera scrivendo: "…Però molto mi preme la posizione e l’assestarsi di un’opera così utile e benefica e mi duole l’animo al riflettere che in questo modo non si può riuscire a nulla, poiché parmi vano il progetto di portar sequestro sui beni della Mensa Vescovile, senza lo appoggio di un atto esecutivo che possa far validare questo sequestro…In tal stato di cose io pregherei la S. V Ill. ma, di provocare dal governo la nomina di deputato onorario in persona del Vescovo se questo si può ottenere, in tal guisa la deputazione non avrebbe impicci nell’ amministrazione e potrebbe soddisfarsi l’amor proprio del Vescovo". Della necessità dell’intervento governativo per realizzare quest’opera il Piraino ne parlò anche all’amico Agostino Gallo in una lettera(42) del 30 marzo 1855: "Le scrissi dandole avviso del favorevole rapporto di questo Vicario Capitolare, per lo implorato Vescovo in pro dell’ospedale, fatto al Direttore di Grazia e Giustizia e lo pregava di seguitare a proteggere questa pia opera, la quale senza l’aiuto del Governo non può risorgere."

 

L’influenza politica del letterato palermitano appare ancora più evidente quando il Piraino chiede a Gallo di inoltrare la domanda presso i Ministeri di Grazia e Giustizia e della Finanza in una lettera del 13 febbraio 1855: " Io la ringrazio senza fine della compiacenza avuta nell’accettare il patrocinio di questo povero ospedale e mi spero tutto il buono e felicito risanamento dall’opera valevolissima sua, che efficacemente prego di continuare. E non la risparmi e presso il Direttore dell’Interno e della Grazia e Giustizia e se può anche presso quello della Finanza. Scusi l’insistenza per un’opera che merita tutti i riguardi poichè si tratta non solamente di far bene al povero, ma al povero che colpito da infermità non può accattare, ne trovare letto". La ristrutturazione dell’istituto assistenziale voluta fortemente dal barone, troverà uno slancio notevole soltanto dopo la morte dello stesso, concretizzandosi in un importante centro di cura e sostegno per tutti coloro che vivevano ai margini della società, abbandonati alle loro sofferenze.

 

 

 

 

 

V. "Sulle prestazioni pretese della Mensa Vescovile di Cefalù"

 

Possiamo trovare riscontro della notevole preparazione del Piraino nel campo giuridico e amministrativo, studiando un libretto che egli scrisse nel 1844 contro le angherie perpetrate dai Vescovi di Cefalù sulla cittadinanza locale. La pubblicazione intitolata: Sulle prestazioni pretese della Mensa Vescovile di Cefalù rappresenta una disputa che Mandralisca decise di sostenere con mezzi personali, confidando sull’amore per le ricerche storiche e le indagini archivistiche, nei confronti della struttura feudale, che nonostante fosse stata abolita formalmente nel 1812 ancora angustiava la libertà del commercio, dell’agricoltura e dell’industria. Artefici di questa anacronistica architettura medioevale, i Vescovi di Cefalù, ritenevano di dover continuare a riscuotere le obsolete gabelle sulla povera gente, che ritenendole a ragione illegittime le aveva denunciate al Real Governo.(43) Già nel secolo precedente Don Michelangelo Piraino si era fatto promotore in qualità di giurato di una contesa contro il Vescovo di Cefalù Don Domenico Valguarnera, appartenente alla potente famiglia dei principi Valguarnera Gravina Conti di Assaro. Nel 1839 il Consiglio Distrettuale di Cefalù inviò una petizione al re affinchè venissero soppressi i diritti di natura feudale, quest’ultimo con un decreto reale del 20 febbraio 1840, favorevole al Consiglio ed in disaccordo con il Consiglio provinciale di Palermo che riteneva legittime le suddette pretese, incaricava all’intendente del capoluogo di risolvere urgentemente la questione. Questi dopo aver consultato il suo Consiglio con rapporto del 22 maggio 1840 dichiarava decaduti quei diritti. Così l’11 dicembre del 1841 veniva diffuso a tutti gli Intendenti di Sicilia l’ordine di cessazione di tutti i residui di feudalità. Paradossalmente la cittadinanza cefaludese invece di veder attuata la disposizione reale si vedeva citata dal Direttore Generale presso il tribunale civile di Palermo per asserire la legittimità di dette prestazioni.

 

Piraino ci elenca sommariamente la tipologia di queste prestazioni:

 

 

 

1. Il testatico di grano uno sopra ogni animale da soma che carico di cereali arriva a Cefalù.

 

2. Il dritto di macello, cioè grana dieci sopra ogni bove, grana cinque sopra ogni porco, e grana tre sopra ogni altro animale che si macella.

 

3. La decima sulla calce, che in tutti i fondi del territorio si cuoce, o che i sudditi fondi fossero di proprietà privata, o di demanio regio o comunale.

 

4. La decima sopra tutte le crete cotte di tutto il territorio.

 

5. La decima sulle produzioni ortilizie, e sulle trecce degli agli.

 

6. La decima sulla manifatturazione e immisioni delle scope.

 

7. Grana cinque sopra ogni quintale di legno, e sopra ogni salma di carbone, che si estraggono da Fiume Torto a Baronia (detto il boscogliuolo).

 

8. La duodecima sulla produzione dei vini mostali

 

9. La decima sopra tutto il pesce che s’immette in tutto il suddetto litorale.

 

10. Finalmente il dritto del terragiolo.

 

 

 

Il barone articola la trattazione in sei capitoli dove ci viene spiegata come ebbe origine la chiesa cattedrale e la stessa città di Cefalù, i vari tipi di signoria che si crearono nell’isola, con particolare attenzione a quella della cittadina madonita e in che modo i Vescovi aumentarono le loro pretese nel corso del tempo. Piraino prosegue poi in una breve esposizione cronologica degli avvenimenti, menzionando alcuni cittadini che intrapresero un’azione di protesta contro i Vescovi avendone la meglio. L’ultimo capitolo viene dedicato alla differenziazione delle pretese che non potevano assumere carattere domenicale o sacramentale come la tradizione ormai aveva dato per scontato. In conclusione della sua pubblicazione Mandralisca si augura che tali diritti angarici possano finalmente essere aboliti: "Possano questi cenni ottenere l’abolizione di questi residui delle feudalità, i quali vuole Iddio, vuole il Re, vuole il progresso, si togliessero in vantaggio della libera industria, del commercio, della agricoltura!" . Inizia la sua trattazione parlandoci della leggenda del re normanno Ruggero, il quale partitosi da Napoli per la Sicilia con le sue navi fu assalito in alto mare dall’impeto di una tempesta che si placò soltanto quando questi fece a Dio il voto di erigere un tempio in quella terra ove egli avrebbe trovato la salvezza. Questo luogo fu Cefalù. Qui l’accoglienza della gente fu talmente festosa che il re decise celermente di innalzare ai piedi della rupe cittadina il grande tempio che con il consenso di Ugone Arcivescovo di Messina e dei canonici messinesi e trainesi divenne Cattedra Vescovile, retta dal canonico Iocelmo proveniente dal convento degli agostiniani di Bagnara. Re Ruggero concesse ampi privilegi sia alla chiesa che ai cittadini, continuando la tradizione inaugurata dal padre Conte Ruggero, il quale dopo la vittoria sui saraceni e la conquista della cittadina volle assicurare sia a questi ultimi che ai cristiani il rispetto della libertà di religione e il diritto di proprietà, che consisteva nel mantenimento delle proprie case, delle vigne, delle terre colte ed incolte. Chiunque venne esentato dal servizio militare sia per mare che per terra, ebbe la franchigia di dogana e poteva tagliare la legna nei boschi di proprietà della Mensa. Parimenti il re decise di infeudare il Vescovo attribuendogli le facoltà temporali che davano la possibilità di giudicare tutti gli abitanti del territorio e di imprigionare i presunti colpevoli. Al giudizio del re erano riservati soltanto i delitti di fellonia, tradimento ed omicidio. Pertanto Piraino sottolinea come il Vescovato di Cefalù fu investito non di semplice baronia ma di signoria di primo rango. Nel dirci ciò ci illustra brevemente come avvenne l’istituzione degli ordini feudali in Sicilia ad opera dei normanni, che fregiarono con il titolo feudale tutti coloro che si distinguevano per importanti imprese belliche o semplicemente per un servizio reso ad un re. Diversi gradi di signorie furono stabilite nell’isola. Il conte Ruggero in quelle di prim’ordine aveva istituito il Vescovato di Catania, Patti, Lipari ecc. Suo figlio re Ruggero decise pertanto di rendere il giusto tributo al Vescovo di Cefalù investendolo come signore di primo grado, attribuendogli vastissime competenze e privilegi in diversi settori. Ricordiamo: i diritti delle dogane di mare e di terra, d’ancoraggio e falangaggio, del macello, i dazi sulla macinatura e sui forni. Il Vescovato di Cefalù aveva anche la competenza di amministrare la giustizia civile e giudiziara, la facoltà di nominare il Bajulo, un vice-comite scelto fra tre rappresentanti nominati dal popolo. Oltretutto vi erano 5088 villani che prestavano per quella circoscrizione il servizio della gleba dovendo al Vescovo in qualità di signore ventiquattro diete, angarie e collette. A questo rendevano il servizio personale unitamente ad una somma di denaro annuale altri villani che risiedevano in territori limitrofi. Come se non bastasse alla chiesa apparteneva anche il castello di Cefalù. Non contenti i Vescovi di tutti questi privilegi, decisero di introdurre nuove prerogative nella gestione del loro già vasto potere come: le scomuniche, gli interdetti, i balzelli e le decime sulle produzioni ortalizie, sulla produzione delle crete cotte, sulla calce, sull’immissione delle scope. Si aggiungano anche il diritto di boscaglia, il testatico sulle vetture cariche di cereali, il terratico e la decima sulla pesca. Mandralisca menziona poi che il Vescovo Monsignor Domenico Valguarnera vendeva la neve all’interno del palazzo vescovile arrecando danno all’economia cittadina, pertanto avendo il magistrato di Cefalù fatto un esposto al governo regio, questi fu colpito assieme agli altri giurati da scomunica al suono notturno della campana a martello. Le competenze della chiesa divenivano sempre più larghe con l’introduzione della riscossione della duodecima sui vini mostali e della duodecima enfiteutica. Nonostante l’abolizione della signoria avvenuta nel secolo in cui visse il nostro barone, la cittadinanza cefaludese rimaneva gravata dai soprusi e dalla angherie che i Vescovi seguitavano a pretendere. Questo sistema continuava a sussistere anche per via dell’atteggiamento di alcuni cittadini che pur di trovare impiego nella corte vescovile non sostenevano gli interessi civici. In linea generale l’abolizione della signoria produsse soltanto la soppressione delle dogane, dei diritti di ancoraggio e falangaggio poichè palesemente erano in contrasto con il potere regio.(44) Il Piraino comunque nel corso della sua esposizione mette in risalto che non tutti i cittadini fecero il gioco dei Vescovi, citando degli episodi in cui gli umili e indifesi prevalsero sulle pretese della Mensa; successivamente ci spiega che le prestazioni possono avere origine da tre sorgenti: dal diritto, cioè della proprietà, dal diritto canonico, e dalla feudalità. Nella fattispecie, i diritti che i Vescovi esercitavano erano di natura tipicamente feudale poichè i cittadini erano legati con un rapporto di vassallaggio al loro signore il Vescovo, che riuniva sia il potere della chiesa che quello temporale. Queste usurpazioni ed angherie che, con l’abolizione del sistema feudale avrebbero dovuto estinguersi, erano intollerabili ugualmente nella stessa epoca medioevale, poichè non sostenute dalla volontà dei regnanti. Il barone Mandralisca si chiede su quale principio si poggiassero le pretese del Vescovo allorchè questi esigeva il diritto di riscuotere le decime sul mare, che essendo libero é di tutti i cittadini, o sulla macellazione degli animali o sulla produzione degli orti che sono proprietà privata. I Vescovi oltretutto etichettarono le decime che riscuotevano dai cittadini come sacramentali. Ma in realtà queste decime erano quelle che i cittadini offrivano a quei parroci senza patrimonio, i quali provvedevano al mantenimento del culto e alla cura delle anime. Pertanto non pare che il dazio di estrazione sul legno e carbone, o i diritti di ancoraggio o falangaggio possano identificarsi fra quelli sacramentali. Il Piraino tende anche a precisare che i cittadini cefaludesi furono esentati fin dall’inizio dal pagamento di ogni decima da Re Ruggero e tale disposizione fu confermata dai sommi pontefici Alessandro III, e Clemente III con le bolle papali del 1171 e 1190. I Vescovi allargarono il loro potere oltre a quei pochi territori nei quali giustamente avevano il diritto di riscuotere dagli enfiteuti il canone in denaro, alla duodecima parte del prodotto dei vini mostali e a una parte di frumento, anche in quelle numerose terre in cui i cittadini cefaludesi erano stati resi liberi dal privilegio di re Ruggero.

 

Il Nostro conclude la sua trattazione augurandosi che, avendo il re preso una posizione favorevole riguardo alla soppressione delle prestazioni pretese dai Vescovi, con una nota reale del 23 giugno 1842, finalmente la cittadinanza cefaludese possa essere liberata dalle ingiuste e intollerabili angherie di cui fu vittima nel corso dei secoli. Il suo animo di uomo votato al progresso e alla ricerca del bene comune gli fa sperare che la sua pubblicazione possa contribuire alla vittoria di questa importante causa in modo che le generazioni future possano costruire un futuro libero da ogni sopruso e prospero economicamente.

 

 

 

Luciano Candia

 

 

 

NOTE

 

(1) D. Portera, Enrico Pirajno di Mandralisca, umanità scienza e cultura in una grande collezione siciliana, Palermo, Pubblisicula Editrice, 1991, p. 119.

 

(2) G. V. Cicero, Origini della famiglia Piraino, "Il Corriere delle Madonie", 15 ottobre 1966

 

(3) R. Liberto, Enrico Piraino di Mandralisca, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere, Palermo, 1951/1952, p. 6

 

(4) N. Marino, Enrico Piraino barone di Mandralisca, Centro grafica Castelbuono, 1999, p. 2

 

(5) M. Siragusa nel Bollettino 2002, Tipografia Le Madonie, Castelbuono, 2003, cit., p. 92.

 

(6) O. Cancila, Cultura e lotta politica in Sicilia nell’età del riformismo illuminato, Messina, Providente Editrice, p. 5.

 

(7) H. Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, Palermo, Sellerio editore, 1988, p. 336.

 

(8) G. La Loggia, Elogio funebre di Enrico Piraino, Palermo, Ed. Francesco Lao, 1864, p. 6.

 

(9) F. Miceli, Elogio funebre di Enrico Piraino, Cefalù, Ed. Salvatore Gussio, 1865, p. 7.

 

(10) Ivi, p. 10.

 

(11) D. Portera, in L’eredità...,cit., p. 63.

 

(12) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 3.

 

(13) S. Termini, L’eredita’ del Mandralisca, Palermo, Stass, 1991, pp. 45-46

 

(14) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 7

 

(15) L. Frezza, Ritratto d’ignoto in un interno di famiglia, Palermo, Ila Palma, 1992

 

(16) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 6

 

(17) Ivi, p. 10

 

(18) N. Marino, Oggetti, curiosità e bibelots della fondazione Mandralisca, Palermo, Tip. Kelagrafica Lo Giudice, 1994, p. 76

 

(19) D. Portera, L’eredità…, cit., p. 60

 

(20) A. Tullio, La collezione archeologica del museo Mandralisca, Cefalù, Misuraca Lorenzo Editore, 1981, cit., p. 53

 

(21) F. Miceli, Elogio funebre…, cit, p. 13

 

(22) N. Marino, Enrico Piraino…, cit. , p. 12

 

(23) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 12

 

(24) M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una questione, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino Editore, 1998, cit., p. 105

 

(25) R. Liberto, Enrico Piraino…, cit., p. 22

 

(26) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 12.

 

(27) R. Liberto, Enrico Piraino…, cit., p. 25

 

(28) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 17

 

(29) Ivi, p. 18

 

(30) R. Liberto, Enrico Piraino…, cit., p. 28

 

(31) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 21

 

(32) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 21

 

(33) S. Termini, in L’eredità…, cit., p .4

 

(34) N. Marino nel Bollettino 2002, Castelbuono ,Tipografia Le Madonie, , 2003, p. 116

 

(35) Raccolta di quattordici lettere tra il barone Piraino ed Agostino Gallo, Cefalù Torino 1834 1861.5Qq D68 n.13 (14). Palazzo Marchesi Palermo.

 

(36) Ivi, p. 116.

 

(37) F. Miceli, Elogio funebre…,cit., p. 7.

 

(38) P. Di Salvo, Immagini per Mandralisca, Palermo, Kelagrafica Lo Giudice, 1994, cit., p. 37.

 

(39) R. Liberto, Enrico Piraino…, cit., p. 19.

 

(40) Raccolta di quattordici lettere…cit.

 

(41) L. Frezza, Ritratto d’ignoto…,cit.

 

(42) Raccolta di quattordici lettere...cit.

 

(43) Enrico Piraino, Sulle prestazioni…, cit., p. 3

 

(44) N. Dally, Usi e costumi di tutti i popoli del mondo, Torino, Editrice Fontana, 1845.

 

(45) E. Gibone, Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano, Palermo, Editrice Altieri, 1833

 

(46) F. Guizot, Della democrazia di Francia, Torino, Giamini e Fiore, 1849

 

(47) T. Macaulay, Storia d’Inghilterra, Torino, Cugini Pomba & C, 1854

 

(48) C. Botta, Storia della guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, Firenze, Le Monnier-Felice, 1856

 

(49) P. Colletta, Storia del reame di Napoli, Firenze, Le Monnier-Felice, 1856

 

(50) DI Blasi, Storia cronologica dei Viceré Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia, Palermo Areta , 1842

 

(51) C. Denina, Delle rivoluzioni d’Italia, Milano, Editrice soc.tip.dei classici italiani, 1820

 

(52) F. A. Gualtieri, Gli ultimi rivolgimenti italiani, Firenze, Le Monnier-Felice, 1852

 

(53) F. Guicciardini, Storia d’Italia (1490-1534), Firenze, Borghi & C, 1836

 

(54) Doc.n.14.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(55) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 10

 

(56) Ivi, p. 11

 

(57) D. Portera, Cospirazioni democratiche in Sicilia (1820-1860) Cefalù, Editrice Giorni Nuovi, 1973, cit., p .44

 

(58) N. Marino, Enrico Piraino…, cit., p. 11

 

(59) R. Liberto, Enrico Piraino…, cit., p. 21

 

(60) D. Portera, L’eredità…, cit, p. 54

 

(61) Doc. n.2. Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(62) D. Portera, Cospirazioni…, cit., pp. 95-96

 

(63) Doc.n 23 Sezione I:Registri e volumi- Serie 1- Corrispondenza (Archivio Mandralisca)

 

(64) Doc.n.17.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(65) Doc.n.18.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(66) Doc.n.97.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(67) Doc.n.5.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(68) Doc.n.43.Sezione I: Registri e volumi-Serie I-Corrispondenza (Archivio Mandralisca)

 

(69) Doc.n.12.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(70) Doc.n.14.Sezione I: Registri e volumi -Serie I- Corrispondenza (Archivio Mandralisca)

 

(71) Doc.n.6.Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(72) Raccolta di quattordici lettere…cit.

 

(73) Doc.n.66. Sezione II: Carte sciolte-Serie 7-Rapporti con le istituzioni civili (Archivio Mandralisca)

 

(74) Doc.n.20.Sezione I: Registri e volumi-Serie I-Corrispondenza (Archivio Mandralisca)

 

(75) D. Portera, Il libro d’oro della città di Cefalù, Cefalù, Salvatore Misuraca Editore, 2001, cit., pp. 47-48

 

(76) Raccolta di quattordici lettere…cit.