Il Dibattito dei cattolici attraverso la stampa dall’unità d’Italia al fascismo di Rosanna Marsala

Dopo la proclamazione del regno d’Italia, si chiarì meglio la posizione dei cattolici e per riflesso della stampa cattolica circa le due tendenze esistenti da qualche anno: il movimento cattolico liberale e l’atteggiamento d’intransigenza. La rivista che più di ogni altra rappresenta il pensiero cattolico di quel periodo è La Civiltà Cattolica(1) alla quale collaborarono uomini come Luigi Taparelli D’Azeglio, Matteo Liberatore, Antonio Bresciani. Fin dai primi numeri la rivista si prefissa il compito di sganciare la causa cattolica da quella dei sovrani spodestati e di distinguere le proprie tesi da quelle del regime assolutista, al fine di aprire al cattolicesimo italiano quelle possibilità di sbocco che i regionalismi pregiudicavano seriamente. L’intuizione di questa esigenza – distacco progressivo della causa religiosa da quella del vecchio regime – evitò poi ai cattolici italiani della frazione più avanzata ipoteche e appesantimenti che sarebbe stato più difficile superare nei decenni seguenti. Non per questo la rivista si pose in atteggiamento di attesa nei riguardi dei nuovi eventi, anzi fu più aspramente polemica verso il governo, prima piemontese poi italiano. E’ innegabile la preferenza della rivista per forme di monarchia temperata più che costituzionale. La stampa intransigente era senz’altro più forte, mentre i giornali cattolico-liberali(2), pur se numerosi, erano sminuiti dal discredito che i cattolici intransigenti, ed a volte la stessa gerarchia, diffondevano sul loro conto. A tal proposito non bisogna dimenticare la condanna del movimento cattolico liberale da parte di Pio IX il quale il 10 ottobre 1863 con l’allocuzione Quanto conficiamur moerare e l’8 dicembre 1864 nel IV paragrafo del Sillabo degli errori del nostro tempo (pubblicato insieme all’enciclica Quanta cura), elimina qualsiasi dubbio in merito al cattolicesimo liberale(3). Ben presto appare fra la stampa cattolica intransigente L’Osservatore cattolico che, fondato a Milano nel 1864, diviene, grazie all’ingresso nella redazione di Don Davide Albertario(4) nel 1868, un quotidiano di punta del giornalismo cattolico.

La presa di Roma provocò necessariamente una riorganizzazione del mondo cattolico italiano. Dopo il 1870 gli intransigenti hanno il sopravvento; i cattolici si estraniano dalla vita pubblica. All’inizio, in mancanza di precise istruzioni, questo estraniarsi è istintivo; e prima ancora che fosse varata la formula del non expedit(5) i cattolici, difronte ad una situazione particolarmente confusa, avevano scelto l’atteggiamento dell’astensione(6). Tuttavia il divieto di Pio IX si riferiva alle sole elezioni politiche, mentre a quelle amministrative, i cattolici avrebbero potuto partecipare; anzi si verificò in qualche centro la necessità di dover incitare i cattolici, anche con la stampa, a partecipare alle elezioni amministrative; e la stampa cattolica dovette dimostrare che la partecipazione di cattolici (candidati ed elettori) alle elezioni comunali e provinciali non significava necessariamente adesione all’ordine nuovo portato dai liberali.In questo periodo (1870 –1875) i contrasti tra la stampa liberale(7) e quella cattolica intransigente sono particolarmente aspri. I cattolici intransigenti erano accusati di "attentare alla sicurezza della patria, di attizzare la guerra civile e di invocare l’intervento straniero". Al fine di attenuare tale contrasto, intervenne lo stesso Leone XIII(8) riproponendo una formula "preparazione nell’astensione" che era stata lanciata dal giornale "Il cittadino di Brescia", in occasione delle elezioni del maggio 1880. Intanto, in seguito a due congressi nazionali dei cattolici italiani, il primo a Venezia nel 1874, il secondo a Firenze nel 1875 si pongono le basi dell’Opera dei Congressi(9), organismo permanente impiantato secondo lo schema dell’organizzazione ecclesiastica, con comitati parrocchiali e diocesani.

I fermenti che agitano il mondo cattolico italiano si riflettono inevitabilmente sulla stampa. E non furono poche le polemiche giornalistiche che in questo periodo videro come protagonista il giornale intransigente per eccellenza "L’Osservatore cattolico" e il conseguente intervento moderatore dello stesso pontefice Leone XIII.

Ben presto i giornali cattolici sposteranno i loro interessi sul terreno sociale(10). Tra il 1890 e il 1898 la frattura tra paese legale e paese reale si accentua e si va allargando in tutte le direzioni, ne sono conferma i moti dei fasci siciliani del 1893-94(11) e le sommosse di Milano. "L’Osservatore cattolico", il 7 gennaio 1894 così scrive: "il moto siciliano è esclusivamente il frutto del canaglismo e dell’ignoranza, dell’ingordigia della setta liberale che o moderata o progressista o radicale o savoiarda governa da trent’anni l’Italia". In altre parole si condanna la miopia del governo liberale italiano, unico responsabile delle condizioni esasperate e drammatiche in cui versa il popolo oppresso. A dar coscienza ai cattolici contribuì molto l’opera di Leone XIII e, in particolare l’enciclica Rerum novarum pubblicata nel 1891.

Dal 1° gennaio esce a Roma "Cultura sociale" rivista fondata e diretta dal giovane sacerdote Romolo Murri. Questa rivista doveva assumere grande importanza negli anni a venire, divenendo il principale organo del movimento democratico cristiano. Nella dichiarazione programmatica i redattori si dicevano "cattolici integralmente, cattolici col Papa e con la grande maggioranza dei cattolici italiani".Tra i collaboratori anche Filippo Meda.

Alla vigilia dei moti del 1898(12) i cattolici si ritrovano con una buona organizzazione, chiarezza d’idee e una coscienza sociale moderna. A questi risultati aveva condotto l’Opera dei Congressi, sebbene, come abbiamo detto, la stessa organizzazione potesse considerarsi, per certi versi, superata. La seconda sezione dell’Opera, presieduta prima dal Conte Medolago Albano e dal 1890 da Giuseppe Toniolo(13) è organismo vivo.

I moti del 1898 furono la causa per una repressione governativa che si abbattè su due grossi filoni popolari: cattolici e socialisti. Per quanto riguarda i cattolici, il governo tentò di screditarli additandoli come sobillatori ed antitaliani, ma non solo, molti giornali cattolici(14) che avevano scritto articoli roventi contro lo stato delle cose sono soppressi, tra questi "L’Osservatore cattolico"(15), si arrestano giornalisti(16) e si deportano da una città all’altra, si devastano con perquisizioni e poi si sopprimono centinaia di associazioni cattoliche in tutta Italia. Difronte a tali avvenimenti intervenne Leone XIII che volle esprimere tutta la sua solidarietà inviando una pubblica lode ai due giornalisti più importanti: Sacchetti, direttore dell’"Unità cattolica" e Don Albertario direttore de L’Osservatore cattolico.

Nonostante l’atmosfera di ostilità da parte del governo non si fosse del tutto diradata, nell’autunno del 1898 la maggiorparte dei periodici cattolici riprese le pubblicazioni; riprende la polemica tra conciliatoristi e intransigenti; i primi rivolgono una petizione a Leone XIII affinché fosse ritirato il non expedit, coniando anche un motto: "Star col Papa in materia di fede, non in politica". Concluso il momento della repressione, inizia un nuovo processo che condurrà i cattolici all’ingresso nella vita politica. Si intravede ormai la possibilità che le organizzazioni cattoliche cooperino con i liberali più illuminati per imprimere un nuovo corso alla vita pubblica. Insomma all’indomani della repressione si scoprono i cattolici. Essi sono ancora visti come "clericali", ma si comincia a guardarli con rispetto. A determinare questo mutamento valse il consolidarsi, sia tra i cattolici intransigenti che conciliatoristi, delle preoccupazioni di carattere sociale. L’occasione di rottura fu data dall’atteggiamento dei cattolici durante i fasci siciliani(17) e le sommosse che culminarono nel 1898; ma bisogna riconoscere che ad imprimere la spinta vitale era stato Leone XIII(18) ed uomini come Giuseppe Toniolo, alla cui attività si deve la propagazione capillare dell’insegnamento sociale, soprattutto attraverso i periodici(19) che cominciano ad apparire proprio dalla fine del 1898 ai primi del ‘900.

A proposito delle questioni sociali dibattute dalla stampa cattolica, va tenuto presente un dato molto importante: già nel 1899 si delineavano le polemiche dei cattolici nei confronti dei socialisti. I cattolici intransigenti, in effetti, non avevano mai tralasciato di combattere il socialismo, ma i contrasti si riducevano spesso a rivalità locali sul piano organizzativo; e questo non perché si sconoscessero i problemi di fondo e le incompatibilità della dottrina cattolica con l’ideologia socialista, ma perché il nemico più temuto e più forte era in quel momento il borghese massone, il governo liberale che perseguitava le organizzazioni cattoliche. Adesso allentatasi la tensione sul fronte governativo, e anzi giunti alla vigilia di una conciliazione, si sente l’esigenza di chiarire la posizione cattolica nei riguardi del socialismo. Dalle colonne de L’Osservatore cattolico, prima Don Albertario e poi Filippo Meda (divenuto direttore del giornale nel 1902, alla morte di don Davide Albertario) muovono all’assalto delle posizioni socialiste che giammai possono confondersi con il movimento democratico cristiano. Intanto Romolo Murri entra nel vivo della polemica sull’azione politica dei cattolici dando vita a quello che sarà definito "modernismo murriano"(20).

Nel 1904 viene soppressa l’Opera dei Congressi (fu conservato soltanto il secondo gruppo, con funzioni economico-sociali, presieduto da Medolago Albani) ritenuta ormai inadeguata ai nuovi tempi.

L’avvenimento più importante per il giornalismo cattolico è, nel 1907, la riuscita fusione di due giornali milanesi, un tempo avversari: L’Osservatore cattolico e La lega lombarda (quotidiano transigente diretto dal marchese Cornaggia). I due quotidiani danno vita a L’Unione(21) alla cui direzione sarà Filippo Meda, che era stato uno dei fautori dell’iniziativa(22).

Alla fine del 1914, Padre Agostino Gemelli, insieme con Necchi e Olgiati, fonderà la rivista Vita e pensiero, alla quale darà un’assidua collaborazione anche Filippo Meda.

Nel corso degli anni il peso dei cattolici nella vita nazionale era gradualmente ma costantemente cresciuto. Si è già accennato che il non expedit era stato sempre limitato alle elezioni politiche, mentre si era incoraggiata la partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative. Ed è proprio nelle elezioni amministrative che si erano sperimentati i primi accordi fra cattolici e moderati culminanti poi, nel 1913, nel Patto Gentiloni(23) che sancì l’inizio ufficiale della partecipazione dei cattolici alla vita politica dello stato. Secondo Filippo Meda i cattolici avrebbero dovuto salvare lo stato, essendo organo necessario alla vita sociale(24). Compito dei cattolici immessi nella vita pubblica era di infondere uno spirito nuovo. Quasi tutta la stampa cattolica si avvia verso le posizioni di Meda e si fa portavoce delle nuove linee politiche del mondo cattolico italiano(25).

Alla vigilia della prima guerra mondiale la stampa cattolica, su quello che fu il problema di fondo – intervento o neutralità - si trova schierata, almeno in un primo tempo, quasi tutta a favore della neutralità, ma con estrema cautela, al fine di evitare accuse di antipatriottismo. Il più delle volte la difesa della neutralità era ispirata da motivi umanitari e da un logico antimilitarismo. Soltanto poche testate (e tra queste L’Unità cattolica) erano mosse al neutralismo da un sentimento filoaustriaco mai abbandonato da mezzo secolo.Tuttavia col trascorrere dei mesi si profilò qualche simpatia per l’intervento(26), anche perché il Vaticano - per ovviare al disorientamento dei cattolici di tutto il mondo - aveva distinto la posizione della chiesa e quella dei cattolici dei singoli paesi difronte alla guerra. Si distinse fra la neutralità della chiesa, necessariamente assoluta, e la neutralità dei cattolici italiani che poteva essere condizionata dall’inviolabilità del patrimonio morale della nazione; era come affermare che i cattolici potevano sentire il dovere di intervenire per difendere i diritti, le aspirazioni e gli interessi dello stato italiano. Sicchè quei cattolici che - vuoi per contagio dell’infatuazione nazionalista dilagante nel ceto medio, vuoi per sereno ripensamento sugli interessi della patria – cominciavano ad essere su posizioni interventiste, ora potevano farlo senza scrupoli di coscienza. Questa sorta di autorizzazione aprì la strada alla collaborazione da parte dei cattolici e dello stesso clero; questa partecipazione fu sancita ufficialmente nel giugno del 1916, quando si formò un ministero di "unione nazionale", e per la prima volta un cattolico, Filippo Meda, fu chiamato a far parte del governo come ministro delle finanze(27).

Verso la fine della guerra si realizzò un’aspirazione di molti cattolici italiani: la fondazione di un partito politico di ispirazione cattolica, per iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo(28). Già, in precedenza, altri tentativi erano stati fatti in tal senso, ma ormai i tempi erano maturi per la creazione di un partito politico di ispirazione cattolica, popolare e soprattutto aconfessionale. Al nuovo partito aderirono quasi tutte le testate del giornalismo cattolico, eccetto "L’Unità cattolica" che però mostrò una prudente simpatia per la nuova organizzazione politica. Organo di stampa del partito fu il settimanale Popolo nuovo diretto da Giulio Seganti. Il partito di Don Sturzo suscitò simpatie in alcuni liberali ed in genere nel ceto medio per una serie di ragioni: la rinascita del cattolicesimo avvenuta alla fine della guerra, la ricerca di una forza alleata sulla quale poter contare per arginare la pressione socialista, la constatazione di trovarsi difronte ad una forza in espansione. La sopravvenuta vocazione politica, a lungo sopita, nella maggior parte dei giornali cattolici porta, qualche volta, a disorientamenti di metodo. Nel dicembre del 1919 esce a Milano una nuova rivista quindicinale di politica e questioni sociali: Civitas(29), diretta da Filippo Meda, volta alla formazione di quanti intendevano seguire l’indirizzo "popolare". Quando uscì questa rivista i popolari erano presenti a Montecitorio con ben cento deputati.

In prossimità dell’avvento del fascismo iniziano serie difficoltà per gran parte del giornalismo cattolico. Nel 1922, in occasione delle elezioni amministrative, il partito popolare aveva deciso che i popolari si presentassero ovunque con liste proprie. Sicchè il giornalismo cattolico adottò, in quell’occasione, la tattica intransigente per accendere l’atmosfera di euforia e dare sicurezza ai cattolici. Ma i moderati - influenzati dalla tensione nazionalista e preoccupati per i continui scioperi che stavano paralizzando la vita della nazione - premevano affinché i cattolici facessero blocco con la destra, allo scopo di frenare l’avanzata dei sovversivi. Il partito popolare italiano fu costretto ad autorizzare l’entrata dei cattolici in blocchi di destra in comuni spiccatamente rossi come Ferrara, Modena, Torino. Tuttavia essi tenevano a precisare che non si trattava di alleanza con i fascisti. Il fascismo era considerato al pari del bolscevismo e il giornalismo cattolico aveva deplorato col medesimo tono gli assassini, gli eccidi, sia che a compierli fossero i socialisti e i comunisti sia che fossero i fascisti.

Dunque la vocazione del giornalismo cattolico, in linea generale, era chiaramente antifascista; ma non mancarono le eccezioni. Ad esempio, a Milano, sempre in occasione delle elezioni amministrative del 1922, vi fu un serio contrasto tra il Partito Popolare e i cattolici moderati che erano entrati nel blocco di destra di cui facevano parte anche i fascisti; il quotidiano L’Italia, alla cui direzione era stato anche Filippo Meda, oltre che preparare il terreno per questa alleanza, appoggiò la campagna elettorale del blocco che però fu battuto dai socialisti. Ben presto, però, sopravvennero una serie di avvenimenti (le persecuzioni, il sentirsi sganciati dall’opinione pubblica che era sempre più montata dalla propaganda fascista e soprattutto da quella borghese) che condussero al disorientamento di molti cattolici e al loro progressivo avvicinamento su posizioni filofasciste. A questo punto, poiché gran parte delle testate giornalistiche si stavano sganciando dal Partito Popolare Italiano, Don Sturzo decise di fondare un proprio quotidiano: "Il Popolo" le cui pubblicazioni ebbero inizio nel 1923 e si conclusero nel 1925. Nel corso del 4° congresso del partito, tenutosi a Torino il 12 aprile 1923, si era affermata la linea di quei cattolici che volevano condurre il Partito Popolare Italiano sulla strada della "leale collaborazione" col governo fascista. Dopo il congresso si ebbe la rottura tra fascismo e popolarismo. E’ la fine per i popolari come per tutti i partiti politici, ma è anche la fine per una qualsiasi partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese. La gerarchia ecclesiastica si era sempre tenuta in posizione neutrale nei confronti del Partito Popolare Italiano e le testate ufficiose del Vaticano, L’Osservatore Romano e La Civiltà Cattolica tenevano a ribadire che le organizzazioni cattoliche non avevano mai aderito al P.P.I. Queste precisazioni erano dettate dal timore che l’eventuale reazione violenta dei fascisti potesse coinvolgere e compromettere le associazioni cattoliche, e al tempo stesso che l’attività dei popolari potesse arrecare fastidi e imbarazzi alla S.Sede. Nel frattempo altri gruppi di cattolici si costituiscono in associazioni e movimenti per proclamare il completo consenso al governo fascista, dato che il fascismo "riconosce apertamente ed onora quei valori religiosi e sociali che costituiscono la base d’ogni sano reggimento politico, professando, contro le ideologie democratiche e settarie, principi di disciplina e d’ordine gerarchico nello stato, in armonia con le dottrine religiose e sociali affermate sempre dalla chiesa". Dal 1922 al 1926 furono devastate anche redazioni e tipografie di giornali cattolici, ma alla fine furono soppresse d’autorità pochissime testate; si preferì agire sugli uomini favorendo l’infiltrazione di giornalisti cattolici che simpatizzavano per il fascismo e che erano in definitiva gli eredi diretti della destra cattolica. Alcune riviste dell’Università cattolica come "Vita e pensiero" e "Rivista internazionale di scienze sociali" dopo il 1932 assunsero un atteggiamento filofascista. Le polemiche causate dal tentativo fascista di infeudare l’azione cattolica occuparono tutto il 1931 e costituirono la battaglia più importante del giornalismo cattolico durante il ventennio. Difronte all’azione fascista che proclamava l’incompatibilità tra l’appartenenza alle federazioni di universitari cattolici e quelle di universitari fascisti, tutta la stampa cattolica si mobilitò. Ma la rottura definitiva tra governo e cattolici si ebbe ai primi di giugno dello stesso anno, quando i prefetti di tutta Italia ordinarono lo scioglimento delle associazioni giovanili che non facessero capo al Partito Nazionale Fascista.

Il 29 giugno 1931 Pio XI pronuncia per l’Azione Cattolica l’enciclica Non abbiamo bisogno, denunciando le durezze e violenze fino alle percosse e al sangue, irriverenze di stampa, di parola e di fatti contro le cose e le persone, demolisce inoltre l’accusa fascista consistente nell’affermare che i capi dell’Azione Cattolica fossero membri del Partito Popolare Italiano.Il motivo conduttore delle accuse era che Pio XI aveva fatto appello allo straniero e che la S. Sede si fosse alleata con le forze dell’antifascismo. Mussolini intuisce di essersi spinto troppo oltre in questo pericoloso tentativo di fascistizzare gli ambienti cattolici italiani e decide di non forzare oltre la situazione. Fra la S. Sede e il governo l’ accordo, che prevede la compatibilità dell’appartenenza all’Azione Cattolica ed al Partito Nazionale Fascista, sarà concluso il 2 settembre 1931. Ha termine così il contrasto più grave fra mondo cattolico italiano e fascismo, ma al tempo stesso ha inizio un periodo di stasi e di attesa che testimonia anche la fine, almeno all’interno dell’Italia, dell’azione politica democratica dei cattolici italiani. Bisognerà attendere la fine della guerra per assistere al grande risveglio del giornalismo cattolico.

NOTE:

(1) Rivista fondata a Napoli nel 1850 su progetto del padre Gesuita Carlo Curci e con l’incoraggiamento di Pio IX e del Cardinale Antonelli

(2) Ricordiamo tra gli altri: Il conciliatore, L’emancipatore cattolico, Il mediatore.

(3) Non bisogna dimenticare i cattolici moderati, che differivano dagli intransigenti perché sostenevano la necessità di aderire allo stato unitario e non accettavano la formula astensionista di Don Margotti "né eletti né elettori".

(4) Sulla figura di Don Davide Albertario cfr., G. Pecora, Don Davide Albertario, campione del giornalismo cattolico,Torino, Soc. ed. internazionale, 1934; F. Fonzi, Don Davide Albertario, la realtà e il mito, in "Quaderni di cultura e storia sociale", n. 6-7 giugno-luglio 1954.

(5) Il non expedit nacque nel marzo del 1871, quando la penitenzieria del Vaticano, rispondendo alla domanda "se nelle circostanze attuali, ed in vista di tutto ciò che si sta consumando in Italia a danno della chiesa, sia espediente concorrere alle politiche elezioni",-rispose: "non expedire". Ma l’ufficialità si ebbe nel 1874, quando lo stesso Pio IX si espresse, affermando che per un cattolico non era lecito andare a sedere a Montecitorio. Già nel 1861 Don Giacomo Margotti, (fondatore nel 1863 de "L’unità cattolica", battagliero giornale intransigente), aveva coniato la formula né eletti né elettori in un articolo apparso l’8 gennaio 1861, destinato a diventare il manifesto dell’astensionismo elettorale dei cattolici, prima ancora della sanzione ufficiale della S. Sede.

(6) Due mesi dopo la presa di Roma, alle elezioni politiche generali si astenne la totalità dei cattolici; la percentuale dei votanti fu infatti il 45,5% degli elettori iscritti.

(7) Tra i giornali liberali più aggressivi ricordiamo: L’opinione di Firenze e La capitale di Roma.

(8) Tra gli interventi di Leone XIII ricordiamo: un discorso rivolto, il 2 febbraio 1879 ad oltre mille giornalisti cattolici di tutto il mondo radunatisi in Vaticano; e particolarmente gli arcivescovi di Milano (nella cui diocesi aveva sede L’Osservatore cattolico di Don Davide Albertario), Torino e Vercelli; una lettera indirizzata, nel luglio del 1883, al nunzio apostolico in Spagna.

(9) Sull’Opera dei Congressi cfr., G. De Rosa, Storia politica dell’azione cattolica in Italia. L’Opera dei conressi (1874-1904), Bari, Laterza, 1953; G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia dalla restaurazione all’età giolittiana, Bari, Laterza, 1976; E. Vercesi, Il movimento cattolico in Italia (1870-1922), Firenze, casa editrice "La voce", 1923; G. Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, Roma, editori Riuniti, 1972.

(10) Nel frattempo all’interno dell’Opera dei Congressi, che accentua il suo carattere di rigida organizzazione, una sezione è validamente funzionante, ed è quella della carità e dell’economia cattolica. Cfr., A.Gambasin, Il movimento sociale nell’Opera dei Congressi (1874-1904), Contributo per la storia del cattolicesimo sociale in Italia, Roma, Università Gregoriana, 1958; G. Are, I cattolici e la questione sociale in Italia (1894-1904), Milano, Feltrinelli, 1963.

(11) Sui Fasci siciliani cfr., F. Renda, I fasci siciliani 1892-94, Torino, Einaudi, 1977.

(12) Causa immediata delle agitazioni e delle sommosse che scoppiarono in tutta Italia fu il rincaro del pane, ma era la gravità della situazione economica il vero motivo dei tumulti. Cfr., N. Colajanni, L’Italia nel 1898, Milano, 1951; G. De Rosa, La crisi dello stato liberale, Roma, Studium, 1955.

(13) Toniolo, prima di essere nominato presidente della seconda sezione, aveva già dato notevole contributo alla stessa, pubblicando sul periodico dell’Opera "Movimento cattolico", saggi sull’azione sociale dei cattolici, nonché fondando a Padova, nel 1889, l’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia; organo di stampa della predetta unione doveva essere, dal 1893, la "Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie" fondata e diretta dallo stesso Toniolo e da Mons.Talamo. Per l’opera di Toniolo vedi i suoi scritti raccolti nei venti volumi dell’Opera Omnia, Roma, Tipografia poliglotta Vaticana, 1947-1953; inoltre Cfr., F. Meda, Il pensiero di Giuseppe Toniolo, Roma, Desclèe, 1919; R.Angeli, La dottrina sociale di Giuseppe Toniolo, Pinerolo, Alzoni, 1956; La figura e l’opera di Giuseppe Toniolo, in "Vita e pensiero", Milano, 1968; A. Ardigò, Giuseppe Toniolo:il primato della riforma sociale per ripartire dalla società civile, Bologna, Cappelli, 1978; E. Guccione, Cristianesimo sociale in Giuseppe Toniolo, Palermo, Ila Palma, 1972.

(14) Tra questi: "La vita del popolo" di Treviso; "Foglietto volante" di Mantova; "Voce di Novara"; "Il risveglio" di Arezzo; "Il Berico" di Vicenza; "La riscossa " di Bassano; "Il cittadino" di Cremona; "Unità cattolica" di Firenze.

(15) Il 5-6 maggio 1898 L’Osservatore cattolico aveva pubblicato un energico articolo nel quale tra l’altro si diceva: "Manca il pane, non riconoscono questa mancanza coloro che mangiano e bevono e hanno bisogno di quiete per digerire […] essi hanno possedimenti, ville, cavalli e guardano sicuri la folla dei pezzenti che domanda lavoro e pane: la guardano e l’insultano come sobillata e incontentabile […]. Queste sono le condizioni del paese: il liberalismo ha derubato la popolazione e continua col suo governo iniquo e insensato a derubarla onde le risorse sono esauste; il liberalismo ha spento e reso impossibile l’amore alla patria, poiché ogni cittadino si sacrificherebbe per la patria e sopporterebbe sacrifici ma nessun italiano è disposto ad amare e soffrire per la setta nefanda che opprime il paese".

(16) Tra questi, particolare scalpore suscitò l’arresto, il processo e la condanna a tre anni di carcere di Don Davide Albertario, accusato di farsi banditore di idee democratiche e socialistiche e di avere, attraverso il suo giornale, ispirato il giovane clero ad inoculare nel popolo il disprezzo nei confronti del re, dell’esercito, delle autorità, facendosi così alleato dei socialisti e dei repubblicani.

(17) A proposito dell’atteggiamento dei cattolici difronte ai fasci siciliani Cfr. F. Renda, I fasci siciliani 1892-1894, cit.

(18) Sul pontificato di Leone XIII Cfr. R. Aubert, Lèon XIII, in I cattolici italiani dall’800 ad oggi, Brescia, 1964; Atti del convegno tenuto a Bologna il 27- 29 dicembre 1960 su Aspetti della cultura cattolica nell’età di Leone XIII, Roma, 1961, (con relazioni di F.Vito, H. I. Marrou, R. Aubert, E. Passerin D’Entrèves, F. Fonzi).

(19) Tra questi periodici ricordiamo il quindicinale L’Italia nuova apparso a Milano tra il 1900 e il 1903; esso trattava in particolar modo problemi relativi all’autonomia e al decentramento comunale e provinciale. Tra i suoi collaboratori furono Giuseppe Toniolo e Filippo Meda.

(20) Sull’argomento Cfr. P. Scoppola, Dal neoguelfismo alla democrazia cristiana, Roma, Studium, 1963; P. Scoppola, Crisi modernista e rinnovamento cattolico italiano, Bologna, Il Mulino, 1961; A. C. Jemolo, Chiesa e stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, Torino, Piccola biblioteca Einaudi, 1977; G. Candeloro, Il movimento cattolico in Italia,cit.; L. Ambrosoli, Il primo movimento democratico cristiano in Italia (1897-1904), Roma, Cinquelune, 1958; G. Marcucci Fanello, Romolo Murri, in Storia e politica, fasc. II, aprile-giugno 1970; L. Bedeschi, I cattolici disubbidienti, Roma, Napoli, Vito Bianco editore, 1959; G. Spadolini, Murri, in Gli uomini che fecero l’Italia. Il Novecento, Milano, Longanesi, 1972.

(21) Meda avrebbe voluto che il nuovo quotidiano si chiamasse Il Centro, con chiaro riferimento all’esperienza dei cattolici tedeschi, ma dovette rinunciare a tale progetto, perché un uguale titolo era già stato pensato per un periodico cattolico siciliano.

(22) Nel 1908 il conte Grosoli diede vita ad un trust della stampa cattolica, mediante la costituzione della "Società editrice romana" a cui aderì anche L’Unione di Milano (che allora cambiò testata e si chiamò L’Italia). Ben presto i giornali aderenti a questa società suscitarono sospetti sia fra gli intransigenti sia fra la gerarchia, per il loro eccessivo avvicinamento alla mentalità nazionalistica della borghesia liberale, in particolare per aver contribuito a creare in Italia un clima di euforia nazionalistica a proposito della guerra libica. Il richiamo da parte del pontefice Pio X unito a delle difficoltà finanziarie fecero fallire l’iniziativa.

(23) Sul Patto Gentiloni Cfr. G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana ,Città del Vaticano, 1944; F. Meda, Pio X e la vita politica italiana, in Vita e pensiero, giugno 1935; L. Sturzo, Il partito popolare italiano, Bologna, Zanichelli, 1956, vol. I; G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia dalla restaurazione all’età giolittiana, cit.

(24) L’atteggiamento di Meda sulla questione delle elezioni del 1913 che si sarebbero svolte col suffraggio universale, e sulla relativa partecipazione dei cattolici, fu espressa nel discorso che egli pronunciò a Ferrara in occasione del 10° anniversario della fondazione del locale circolo cattolico; il testo del discorso si trova in "Il Corriere d’Italia" del 23 settembre 1912; su tale argomento Cfr. F. Meda, I cattolici italiani e le ultime elezioni politiche, in "Nuova Antologia", 16 gennaio 1914.

(25) Contrario a questa nuova linea politica fu L’Unità cattolica, giornale che si mantenne sempre su una linea di tradizionale intransigenza. Contro questa alleanza si schierarono coloro i quali ritenevano necessario che i cattolici dessero vita ad un autonomo partito politico non confessionale ma di chiara ispirazione cristiana; a capo di questi era Luigi Sturzo.

(26) Cfr. F. Meda, La guerra europea e gli interessi italiani,in Vita e pensiero, 30 marzo 1915; F. Meda, La violata neutralità del Belgio, in Vita e pensiero, 20 aprile 1915.

(27) Cfr. A.Fappani, L’entrata dell’on. Meda nel ministero Borselli, R.P.S., 1969; G. De Rosa, Filippo Meda e l’età liberale, Firenze, Le Monnier, 1959; Il nuovo ministero,in L’Osservatore romano 20 giugno 1916.

(28) Sull’opera di Luigi Sturzo Cfr. G. De Rosa, Luigi Sturzo,Torino, Utet, 1977; G. De Rosa, L’utopia politica di Luigi Sturzo, Brescia, Morcellania, 1975; G. Campanini, Luigi Sturzo - il pensiero politico, Roma, Città Nuova, 1979; G. De Rosa, La filosofia politica di Luigi Sturzo, il pensiero sociologico di Luigi Sturzo, Roma, Istituto Luigi Sturzo, 1980.

(29) Per notizie su questa rivista cfr. Civitas, Antologia di scritti 1919-1925 a cura di B. Malinverni, Roma, 1963.