IL LIBRO COME MISSIONE CIVILE: FILIPPO CIUNI NEL CENTENARIO DELLA NASCITA di Michelangelo Ingrassia

Un paradosso fastidioso.

C’è un pregiudizio duro a morire che pesa sulla Sicilia e secondo il quale l’isola - crocevia sì di culture straordinarie ma da queste nei secoli dominata - non avrebbe avuto una cultura propria.

Quale paradosso! La terra di Verga, di Pirandello, di Sciascia; la terra di Borgese e di Gentile, di Guttuso e di Bellini.

E come non ricordare la letteratura giuridica di un Tommaso Natale, che prima di Beccaria propose l’abolizione della pena di morte; o la letteratura politica di un Gioacchino Ventura, anticipatore del cattolicesimo liberale; o ancora quell’affluente tutto siciliano del futurismo.

A smentire coloro che ancora si ostinano a guardare la Sicilia dall’alto in basso c’è quell’autentico spirito laico di Giovanni Spadolini che bene aveva in mente "la presenza della Sicilia in tutti i momenti genetici fondamentali della nostra storia nazionale"(1). E se la Sicilia ha dunque avuto una sua storia, che si è innestata in quella nazionale, ha avuto pure una sua cultura.

Certo, è noto il giudizio di Giovanni Gentile sul "Tramonto della cultura siciliana". Ma, come osserva Gaetano Falzone, "non ci possono essere tramonti se prima non ci sono stati meriggi"(2); e del resto ad ogni tramonto segue sempre una nuova aurora.

Un altro elemento, utile per sgominare il paradosso di una Sicilia che ha una sua storia ma non una cultura propria, lo si ricava dalle riflessioni di Eugenio Garin, per il quale non si fa storia della cultura senza fare storia dell’editoria. Ciò equivale a dire che se c’è editoria c’è pure cultura; se c’è una storia dell’editoria c’è pure una storia della cultura.

Ora, i dissacratori ed i negatori della cultura siciliana dimenticano o ignorano che pure la Sicilia ha una propria storia dell’editoria.

Una storia che certamente attende ancora chi la racconti in modo critico e compiuto, catalogando le note biografiche di ciascun editore e le vicende connesse alla loro impresa; una storia nascosta, insomma, da tirar fuori dal dimenticatoio siciliano. E per dare un’idea di questa storia basterà qui citare la lunga attività della libreria editrice palermitana dei Sandron, che inizia nella Sicilia borbonica e prosegue ben oltre la Sicilia fascista; ed andando più indietro nel tempo, fino ai primi decenni dell’ottocento, vanno ricordati i tipografi palermitani Giovanni Pedone e Lorenzo Dato che realizzarono diverse prime traduzioni italiane di opere inglesi o francesi contribuendo così ad inserire l’isola in un circuito culturale di respiro internazionale(3).

La storia, dunque, e l’editoria della Sicilia, smentiscono i portavoce di un paradosso che ormai mostra i segni della stanchezza, e che provoca un insopprimibile fastidio.

Era necessario additare, sia pur rapidamente, i tratti di questo fastidioso paradosso per meglio dare il senso della storia di un librario editore e della sua libreria editrice protagonisti ed animatori della cultura nella Sicilia dei difficili anni ‘30 del novecento.

Il rischio era che Filippo Ciuni, di cui ricorre il centenario della nascita, e la sua libreria editrice venissero riduttivamente considerati come un qualunque "avvenimento" della più grande storia dell’editoria nazionale, mentre invece ne rappresentano un "evento".

Un evento editoriale e culturale tutto siciliano, innestato nella cultura e nella storia editoriale nazionale ed europea.

Un innesto che manda in frantumi quel fastidioso paradosso di una Sicilia priva di cultura. Un evento che dimostra che non le capacità di essere e fare cultura sono mancate e mancano in Sicilia, ma la sensibilità e la coscienza del destino siciliano nel destino nazionale ed europeo, smarritesi fra i lunghi anni di cocente delusione dell’isola ma non sopite, come dimostrano le presenze europee nell’editoria siciliana dell’ottocento e del novecento.

Il ruolo del libraio editore

L’editoria ha recentemente ridestato l’interesse degli storici. Il Tranfaglia, in particolare, ha dedicato a questo affascinante filone culturale un suo recente volume(4).

L’Italia ha avuto fra i suoi editori molti tipografi: il Barbera, per esempio; alcuni intellettuali: Treves o Gobetti; dei librai: Zanichelli, tanto per citare.

Filippo Ciuni appartenne a quest’ultima categoria.

È una categoria particolare quella dei librai editori. È gente che ama i libri con la consapevolezza che dentro al libro c’è una piccola storia o meglio una piccola vita, talvolta nata dal caso talaltra dalla ragione. I librai-editori riescono a distinguere le origini casuali o ragionate di un libro; è un dono che essi hanno.

I libri si scrivono per affare o per passione, si pubblicano per affare o per passione. I librai-editori rifuggono dagli affari, agiscono per passione.

Oggi questa distinzione si è persa e forse proprio perché non ci sono più librai-editori, ne sono rimasti pochissimi.

La logica del profitto ha seminato parecchie vittime fra i librai editori. Ma quando a prevalere era la logica delle idee allora il libro non era una impresa commerciale ma un fatto culturale.

Nei modi di dire contemporanei si sono imposte espressioni come "industria del libro", "prodotto culturale", "imprenditore culturale"; e ne sono scomparse altre come "mecenate della cultura", "operatore culturale".

Il libraio editore era qui: tra gli operatori culturali, a volte tra i mecenati della cultura. Oggi si entra in libreria e se si ha qualche dubbio od interesse ecco il libraio consultare il computer; al tempo dei librai editori invece era il libraio stesso che indicava quale libro poteva soddisfare e risolvere i dubbi del lettore; c’era uno scambio "umano" tra libraio e lettore, non mediato dalla macchina. Ed uno scambio "umano" c’era pure tra libraio ed editore. Anche la corrispondenza tra librai ed editori è oggi cambiata. È diventata infinitamente più commerciale e tecnica; naviga freddamente, senza emozioni, nelle acque insidiose di Internet.

Un tempo, invece, poteva capitare che un libraio di Palermo come Filippo Ciuni ricevesse da un editore prestigioso come Vallecchi di Firenze, lettere come questa: Caro Signor Ciuni, so che ella è tra i più attivi ed efficaci collaboratori di questa Casa Editrice e desidero perciò farle giungere la mia parola di lode e di incitamento. Questa Casa non vuole essere una bottega di libri, ma una fucina di opere e di idee, per cui tutti coloro che ne fanno parte sono investiti da una missione spirituale che va molto al di là delle loro funzioni tecniche o commerciali. Ella ha dimostrato di avere compreso e sentito questa nobiltà del suo incarico e sono quindi sicuro che continuerà a dargli tutto se stesso per fare conoscere ed apprezzare presso i privati, gli enti e le autorità quello che la nostra Casa ha compiuto e si propone di compiere nell’interesse della scuola, della cultura e dell’arte italiana(5).

Ecco, in questa lettera c’è tutto il dramma del libro contemporaneo. Oggi le librerie e le editrici non sono più fucine di opere e di idee ma botteghe o fabbriche; oggi il libraio e l’editore non sentono più il senso di una missione spirituale ma hanno un obiettivo materiale da raggiungere; oggi la diffusione di libri, dispense e altro non ha più una ragione ideale, spirituale bensì estetica e commerciale: si pubblica ciò che si è sicuri di vendere, si vende ciò che chiede la gente magari dopo l’ultima banalità vista in televisione. Prima, invece, erano soprattutto i librai editori a stimolare la curiosità culturale dei lettori proponendo saggi, romanzi, avventure.

Era necessario rimarcare la differenza tra il mondo del libro di oggi e quello di ieri, perché solo così è possibile capire come quello del libraio editore di una volta non era soltanto un mestiere, era una fede, una missione, un rischio; occorreva coraggio, sensibilità intellettuale, passione.

Filippo Ciuni fu il protagonista del mondo palermitano (e non solo) del libro di ieri. Un mondo decisamente perduto, con i suoi valori che cercano faticosamente di farsi spazio nel mondo caotico contemporaneo. Ma è il caos ancora a prevalere. Di quel mondo perduto, di quei valori frettolosamente archiviati restano gli esempi vissuti, e Ciuni è fra questi. Non è retorica, è l’esigenza di stabilire un confine fra passato e presente nel tentativo di aprire la strada al dubbio socratico: e se il passato con i suoi ritmi ed i suoi valori, aveva qualche ragione da recuperare oggi? E se il passato era più civile del presente?

Il grado di civiltà si misura anche e soprattutto dal modo di fare cultura, ed il modo di fare cultura si apprende soprattutto dalla storia di coloro che la cultura, appunto, facevano. È questo il senso della biografia e della testimonianza di Filippo Ciuni. Non un banale amarcord ma il senso e la testimonianza di un’epoca attraverso uno dei suoi protagonisti, cioè attraverso la storia di uno che in quella epoca visse scegliendo la difficile missione del libro.

Anche qui nessuna retorica: il rogo dei libri nella Berlino di Hitler e nella Pechino di Mao e tutti gli "indici dei libri proibiti" che nei secoli, in Occidente come in Oriente, sono stati compilati, ci offrono nitida l’immagine del libro come missione, come rischio, come coraggio. E gli antichi librai editori erano sul fronte avanzato in questa missione. Una posizione scomoda, basti pensare che gli scrittori dei tanti libri mandati al rogo in ogni parte del mondo comunque sono sopravvissuti nella storia, i loro editori sono invece caduti nell’ombra della quotidianità.

Meriti e successi dell’operatore culturale

Recentemente, fra il 10 e il 30 maggio 2000, una mostra storico-fotografica voluta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, e svoltasi nel Complesso Monumentale di Santa Maria dello Spasimo del capoluogo siciliano, ha ricordato i cinquant’anni di promozione culturale a Palermo di un altro libraio editore: il noto Salvatore Fausto Flaccovio. Per l’occasione è stato dato alle stampe un volume di testimonianze sull’attività culturale della libreria editrice Flaccovio. Da queste testimonianze ricaviamo alcune tracce dell’esemplarità di Filippo Ciuni. Tracce significative se si riflette per un attimo che tra l’attività del libraio editore Filippo Ciuni e quella del libraio editore Fausto Flaccovio c’è di mezzo il secondo conflitto mondiale. Ciuni ha dunque oltrepassato il confine temporale del passato entrando, sia pure in punta di piedi, nella contemporaneità. Qualcosa di Ciuni, insomma, e del suo mondo si è tramandato nel mondo contemporaneo di Flaccovio. E questo è un merito, per Ciuni, anche se poi questo "qualcosa" di Ciuni rivissuto in Flaccovio si è smarrito nell’attualità di questi ultimi dieci anni in cui quella logica del profitto di cui si diceva, sciolta dalle briglie di un senso civile caduto in crisi, si è imbaldanzita e - per il momento - imposta.

Ma cosa è questo "qualcosa?". È stato Salvatore Butera a ricordare che Flaccovio era "cresciuto in una Palermo assai diversa dall’attuale dalla scuola di un altro libraio editore, Filippo Ciuni"(6).

E Nino Aquila, dopo avere ricordato che il giovane Flaccovio era stato assunto come banconista presso la libreria di Filippo Ciuni, aggiunge: "La libreria Ciuni, una delle principali della città, collocata com’era in piazza Verdi proprio di fronte al Teatro Massimo, raccoglieva una clientela particolarmente qualificata. E dopo alcuni anni formativi con Ciuni - continua Aquila - Flaccovio decide di aprire una sua libreria. Verso tale iniziativa fu sospinto dallo stesso Filippo Ciuni, che gli aveva generosamente rivelato i segreti del mestiere, avvalendosi della propria esperienza"(7).

Il "qualcosa" di Filippo Ciuni è lì, tra quei segreti del mestiere che egli ha rivelato all’allievo. È stato scritto che "l’idea vincente di Fausto Flaccovio fu quella di considerare la libreria un luogo di lettura (si poteva leggere anche un libro intero senza che lui chiedesse mai di acquistarlo), di incontro, di dibattito"(8).

Questa idea vincente Flaccovio l’apprese da Filippo Ciuni il quale iniziò alla missione del libro pure Giovan Battista Palumbo e Salvatore Sciascia, altri due protagonisti della storia dell’editoria siciliana del novecento, i quali lavorarono alla libreria Ciuni rispettivamente fino al 1937 e fino al 1942.

E che sia stato Ciuni il capostipite siciliano di una generazione di librai editori che consideravano la libreria non una bottega ma un’officina "colturale", dove ricercare il sapere, dove incontrarsi e scambiarsi opinioni ed idee e provocazioni; insomma un luogo di ritrovo, sì, ma particolare: un luogo di ritrovo di tante culture che dialogano, che leggono, che diffondono, che fanno valere le proprie ragioni e che soprattutto "coinvolgono", attraggono o respingono; che sia stato Ciuni a dare della libreria una rappresentazione viva e movimentata e non museale e statica, è testimoniato da uno dei più anziani librai palermitani: Vincenzo Dall’Oglio, titolare di una antica libreria situata nel palermitano corso Vittorio Emanuele: "Avevo tredici anni - racconta - quando sono entrato come impiegato, con mansioni di commesso, nella libreria di Filippo Ciuni. L’esercizio commerciale funzionava dal 1927, la sede storica era quella di piazza Giuseppe Verdi, proprio di fronte il Teatro Massimo a Palermo …negli anni ‘30 la libreria era frequentata dagli intellettuali più famosi del tempo; Giovanni Alfredo Cesareo, famoso per i suoi studi sulla Scuola Poetica Siciliana ed autore di una approfondita storia della letteratura italiana, Vito Fazio Allmayer e Giuseppe Maggiore. Luigi Russo ed Antonino Di Stefano. Il letterato Pietro Mignosi … studiosi di archeologia e storia dell’arte antica come Pirro Marconi, Guido Di Stefano, professore alla Facoltà di Architettura di Palermo. Dagli artisti Renato Guttuso e Pippo Rizzo … Chi frequentava assiduamente la libreria - ricorda Dall’Oglio - era Giuseppe Tomasi di Lampedusa, entrava in libreria sempre con fare molto riservato, girava fra gli scaffali, spesso era con il cugino, il poeta Lucio Piccolo. Acquistavano molti volumi, spesso erano opere letterarie di autori inglesi e francesi in lingua originale"(9).

Immaginiamo per un attimo, rileggendo le parole di Dall’Oglio, quali conversazioni scandivano il tempo in quella libreria; quale fortuna potevano godere i giovani che vi entravano. E ritorna il triste paragone con l’ambiente di una libreria contemporanea, simile più a un supermercato. "Il commesso di una libreria deve conoscere anzitempo il contenuto delle opere presenti in negozio, per presentarle al cliente", aggiunge Dall’Oglio.

Ed è una traccia ulteriore del merito di Ciuni, di cosa significava per Filippo Ciuni la libreria. E così le conversazioni fra gli intellettuali, alle quali assistevano talvolta partecipando anche i giovani, si incrociavano con le conversazioni tra commesso e cliente; tra Ciuni, intellettuali e clienti; e tutto avveniva attorno al libro: i libri, la fonte del sapere, la terra e l’aratro per "coltivare" se stessi. In un ambiente simile il libraio diventava la destinazione ultima di fermenti, tensioni, sentimenti impulsivi o repulsivi che interiorizzavano o si esteriorizzavano simultaneamente; proiettato in una dimensione del genere, il libraio scopriva e creava, diventava scopritore e creatore, sentiva che il luogo d’incontro e di scoperta doveva necessariamente diventare anche luogo creativo; e dunque le due vocazioni dell’operatore culturale, quella di dare la vita ai libri e quella di farli circolare, si intersecavano fino a sovrapporsi, ed il libraio diventava editore pur restando libraio. Filippo Ciuni ha vissuto tutte queste fasi; le ha interiorizzate, esteriorizzate e tramandate come facevano gli antichi Maestri. Questo è stato il senso della sua vita, ed è stato (ed è) il suo grande merito. Perché se è vero che Salvatore Fausto Flaccovio è stato il libraio editore che nella Palermo degli anni cinquanta, sessanta e settanta ha saputo ridefinire l’idea stessa di cultura della nostra città, è pur vero che prima di lui lo fece Filippo Ciuni ed in un’epoca ben più difficile: quella degli anni trenta e quaranta ovvero del fascismo e della guerra. E se non ci fosse stato Ciuni con le sue idee, con le sue realizzazioni, con il suo esempio ed insegnamento, non avremmo avuto Flaccovio, Palumbo, Salvatore Sciascia che lì, in quella libreria di piazza Verdi appresero ed impararono. È un merito, questo, che va riconosciuto a Filippo Ciuni.

Il coraggio di un libraio editore.

La rappresentazione della libreria come luogo di "coltura" e la concezione del ruolo di libraio editore come missione civile di formare il lettore, farlo crescere, educarlo, riflettono la forma mentis di Filippo Ciuni. Non era uno stato d’animo. L’uomo Ciuni era convinto della possibilità di educare il popolo, di educare la nazione; era convinto della centralità della cultura nella realizzazione e nell’esistenza della civiltà. Di conseguenza il libraio editore doveva essere artefice di un progetto culturale, e questo Ciuni fu nell’epoca in cui visse. La sua attività, o meglio, la sua missione si sviluppa negli anni del fascismo. E "Filippo Ciuni era fascista"(10). Era nato a Sommatino, in provincia di Caltanissetta l’8 aprile 1901. Subito dopo il servizio militare si stabilì a Palermo. Aprì una piccola libreria in via dei Normanni nel 1924, successivamente, nel 1926, si trasferì a piazza Bologni e poi, l’anno successivo a piazza Verdi.

Divenne editore nei primi anni trenta pubblicando la collana "Sicula Gens" diretta da Antonino De Stefano. Nel 1938 pubblicò l’insuperato "Dizionario dei Siciliani Illustri" diretto da Rodolfo De Mattei ed ancora oggi valido strumento per chi coltiva la passione della ricerca storica siciliana.

E le "Edizioni Ciuni e Trimarchi" (una casa editrice messinese quest’ultima nel frattempo rilevata da Ciuni) pubblicarono la "Storia della Letteratura" del Cesareo, la "Musa Epica" di Giuseppe Longo, adottata dalle scuole italiane fino al 1965; la "Storia della Filosofia" di Allmayer; e ancora opere di Biagio Pace, Antonino Pagliaro, Ettore Paratore, Luigi Natoli, Von Shlosser, Michele Cipolla, Lauro Chiazzese, Gaspare Ambrosini.

Mentre la seconda guerra mondiale bruciò purtroppo i progetti di pubblicazione di un "Corpus delle tradizioni popolari italiane" in 10-12 volumi curati da Paolo Toschi, etnologo di chiara fama, che avrebbero dovuto vedere la luce con una serie di volumetti di circa cento pagine (idea che ha avuto notevole successo oggi con la Newton Compton di Roma) sulle tradizioni popolari delle diverse regioni d’Italia; e la pubblicazione di una "Antologia Italiana di novelle e lettere" curata dal Sapegno; oltre che traduzioni di opere tolstojane, del "Martin Eden" e di "Fascismo e Gran Capitale" del Guerin.

Di queste opere sono rimasti solo i contratti firmati dagli autori e da Ciuni. Da notare come la pubblicazione del Guerin o anche dello studio sulle tradizioni popolari regionali non fosse in linea con la politica culturale ufficiale del regime.

Del resto il fascista Ciuni ebbe il coraggio di pubblicare durante il ventennio, tra il 1931 ed il 1933, i "Tre Saggi Filosofici" di Benedetto Croce e le "Figure e Passioni del Risorgimento italiano" di Adolfo Omodeo.

E non si creda che queste due opere di antifascisti (ed antifascista era pure il noto critico verghiano Luigi Russo, cugino e principale collaboratore di Filippo Ciuni) non siano più state pubblicate perché le troviamo addirittura nel catalogo editoriale del 1940 insieme ad opere inglesi e francesi che, in quel momento, rappresentavano la cultura dei nostri nemici in guerra. Come definire tutto questo se non come un atto di coraggio civile e culturale che acquista un significato nobile, dignitoso, alla luce dell’adesione al fascismo di Ciuni?

Pure, questo atto di coraggio civile e culturale trova la sua ragion d’essere nella formazione interiore di Ciuni, animato da una passione civile alla maniera mazziniana. Non si deve credere che questo di Ciuni sia una eccezione nel mondo culturale fascista. Si pensi al Gentile ed al Volpe che coinvolsero nelle loro azioni culturali antifascisti come il Solari, Morandi, Mondolfo, Calogero, Rosselli, Chabod, Maturi, La Malfa e così via, gran parte dei quali li ritroveremo in quel Partito d’Azione animato da una forte tensione mazziniana e da un’idea di socialismo non marxista.

Proprio Gioacchino Volpe sarà, con Manlio Sargenti, il presidente del Consiglio d’Amministrazione della società per azioni "Filippo Ciuni Editore s.p.a" rifondata a Roma nel 1942 e nata in seguito al trasferimento nella capitale delle "Edizioni Ciuni - Trimarchi", trasferimento auspicato dal Ministro dell’Educazione Nazionale del tempo, quel Francesco Ercole amico del Volpe. C’è un filo, dunque, che unisce Volpe, Ciuni ed Ercole e che attraversa la cultura fascista coinvolgendo un certo antifascismo di formazione liberale, repubblicano e socialista-liberale; un antifascismo che è pure anticomunista; un antifascismo che si organizzerà in quell’azionismo ideologicamente contiguo ad un certo fascismo(11).

Il fatto è che purtroppo ancora oggi manca uno studio definitivo sulla storia della cultura durante il fascismo, della politica culturale nel ventennio.

Su questi temi pesa ancora il pregiudizio antirevisionista bobbiano e jesiano del fascismo come non cultura, di una assenza della cultura nel fascismo. Anche per questo storie coraggiose come quella di Ciuni restano in ombra oppure non riescono ad uscire da un ambito locale. E invece la storia di Ciuni, il suo coraggio civile e culturale, il suo incontro con Volpe ed Ercole e con Russo, Croce ed Omodeo apre uno squarcio sulla storia della cultura in epoca fascista e lasciano una traccia che - si spera - possa in futuro essere seguita. Di fronte al conformismo culturale di stampo staraciano ed in opposizione ad esso c’è il tentativo di realizzare un progetto di "cultura nazionale"; e c’è il tentativo estremo di contaminare o meglio di rinsanguare il fascismo con apporti e contributi nuovi e diversi; c’è il tentativo culturale di una nuova sintesi da attuare con l’innesto del mazzinianesimo, del liberalismo, del socialismo non marxista; c’è il tentativo di recuperare ciò che il regime aveva perso per strada: sul piano teorico il fascismo si era presentato come un crogiolo volontarista di liberalismo, nazionalismo e socialismo, sul piano pratico il regime soffocò la sintesi fra questi tre filoni della cultura nazionale sacrificandola sull’altare di un conformismo che si rivelò come il punto debole dell’esperienza mussoliniana. Sono ancora da approfondire i rapporti culturali tra fascisti ed antifascisti negli anni del consenso, e sono ancora da approfondire le aspirazioni ed esigenze culturali di quei giovani fascisti che - nell’Italia repubblicana - diventeranno antifascisti. Ma per adesso abbiamo Filippo Ciuni, il suo merito di avere ridefinito l’idea di libreria, libro ed editoria - in una parola l’idea di cultura - in Sicilia; il suo coraggio civile e culturale di avere delineato un progetto culturale arenatosi in uno di quei "porti delle occasioni mancate" di cui era pieno il regime.

Anche per questo il fascismo culturale di Ciuni si stava trasferendo, come quello di altri (da Guttuso a Pasolini a Bigiaretti ed Alvaro), su altri porti: "A Filippo io mi ero rilegato dell’affetto profondo di una volta. In questo inverno egli era venuto tre o quattro volte a trovarmi nel mio rifugio - scrive Luigi Russo partigiano sui monti, alla moglie di Filippo - Avevamo fatto tanti progetti per riprendere la collaborazione di una volta, e gli ospiti a cui io lo presentai, rimasero tutti ammirati del temperamento animoso e della mente veloce con cui afferrava e coloriva i progetti che io appena appena abbozzavo"(12).

In quei progetti vi era ancora la missione civile del libro: educare la nazione per un’Italia migliore. Fallita con il fascismo Ciuni sperava ancora, non demordeva, non si arrendeva. I bombardamenti del ‘43 avevano distrutto il deposito librario di Palermo, un’alluvione del Tevere aveva messo in ginocchio la casa editrice, la guerra civile stava per esplodere violenta e cattiva, ma Filippo Ciuni progettava ancora, con fede, con quel senso della missione che aveva caratterizzato il suo pensiero e la sua azione.

Morirà troppo presto: il 10 settembre 1944, ad appena 43 anni.

"Per conoscere ho l’intelletto, per realizzare ciò che ho conosciuto ho la forza" ha scritto Fichte (La Fede, 1800). Se gli scrittori, gli intellettuali sono coloro che "conoscono", i librai editori sono la "forza" per "realizzare" ciò che gli intellettuali hanno conosciuto.

Oggi viviamo in un tempo in cui non è possibile conoscere o rivedere perché bastano le verità rivelate e i dogmi imposti da una nuova forma di conformismo che alligna la repubblica; viviamo un tempo in cui la "forza per realizzare" è stata bandita.

I librai editori sono scomparsi fra le nebbie, i libri sono diventati oggetti di arredamento e le librerie botteghe di banalità. Il campo delle eccezioni si va sempre più restringendo. Ai pochi rimasti fra le rovine e decisi a cavalcare la tigre contro il tramonto dell’occidente sia d’esempio Filippo Ciuni.

NOTE:

(1) G. Spadolini, Perché non possiamo non dirci siciliani, Il Messaggero, 25 luglio 1992.

(2) G. Falzone, Il Risorgimento a Palermo, Palermo - Sao Paulo 1971, p.57

(3) cfr. in proposito: B. Lo Cicero, L’editoria siciliana nell’800, La Provincia, 13 febbraio 1996. Per una sintesi della storia della Sandron vedi: M. Ingrassia, I Sandron e la Palermo dell’ottocento, La Sicilia, 22 maggio 1999.

(4) N. Tranfaglia - A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Roma-Bari 2000.

(5) La lettera è datata: Firenze 20 luglio 1927, indirizzata al Signor Filippo Ciuni, Piazza Bologni 18 Palermo, ed è su carta intestata "Vallecchi Editore Firenze Società anonima. Il Presidente", in calce la firma del famoso editore fiorentino. La lettera mi è stata fornita dal sig. Maurizio Ciuni, figlio di Filippo, che qui ringrazio per il materiale che mi ha fatto consultare per la stesura di questo saggio.

(6) S. Butera, Una rosa dal lunghissimo stelo, in AA.VV., Salvatore Fausto Flaccovio, libraio editore, Palermo 2000, p.33.

(7) N. Aquila, Una storia esemplare, in: Idem, pp.45-46.

(8) F. Gambaro, Quella libreria era la casa della cultura, Giornale di Sicilia, 10 Maggio 2000.

(9) Cito dall’intervista di A. Cangelosi a V. Dall’Oglio, pubblicata sul quotidiano palermitano Oggi Sicilia, il 30 gennaio 2000 con il titolo "Uno scaffale e tante storie".

(10) Cito Roberto Ciuni, figlio di Filippo, che così scrive in una lettera a Dino Grammatico che ringrazio per avermela lasciata consultare.

(11) Cfr., p.es. in proposito: D. Settembrini, Fascisti e Azionisti, carissimi nemici, in Nuova Storia Contemporanea, numero 4/1998.

(12) Cito da una lettera di Luigi Russo a Luisa Saracinelli Ciuni datata: Firenze 29 settembre 1944, conservata da Maurizio Ciuni.