ANGELINA LANZA DAMIANI Quaderno di Pensieri (1898-1918), Archivio rosminiano, Stresa (Q. V. 7 a ), pp. 4-8.

(Questa traccia d’articolo per la "Rivista per le Signorine" di Torino, non fu mai sviluppata né pubblicata).

Femminismo. - La parola è brutta e il fenomeno sociale ch’esso vuol significare non è meno brutto. Ma questa corrente di idee nuove e strane è una reazione, e, come reazione, è condannata a sparire. Certamente, non sparirà senza lasciarsi dietro qualche cambiamento; sarà cambiamento in meglio o in peggio? - Il problema non può risolversi a parole. La signora Luisa Anzoletti che, nella sua conferenza sulla Donna nuova, vorrebbe aver trovato lo scopo, a quanto ella dice, provvidenziale a cui tende inconsapevolmente il movimento femminista moderno, ci presenta però un ben triste quadro nell’esistenza di tante donne che per la necessità della vita vogliono e sanno rinunziare al più dolce e santo conforto: la famiglia. In questa turba di diseredate di affetti io vedo, checché ella ne dica, una piaga sociale, non meno tremenda di quella dei diseredati della fortuna. L’eroismo non è da esigersi nelle masse; e per una società civile, l’accettare, il convalidare, e forse l’imporre tale tremendo sacrifizio è per lo meno un’imprudenza, è lo stesso che serbare una scintilla sotto la paglia.

Dire che la Provvidenza conti su tale fenomeno per rimediare ad un eccessivo accrescimento della specie umana, è secondo me una bestemmia, come il dire che la Provvidenza conti sulla guerra per ovviare allo stesso pericolo.

Ma, ripeto, il problema non è tale da risolversi così leggermente. Solo io mi domando spesso che influenza possono avere tali idee moderne non già sull’educazione intellettuale delle fanciulle, ma sulla loro educazione morale. Oggi si pensa molto alla mente e poco al cuore e alla coscienza, e io penso invece che nelle donne quello che si dovrebbe tentar di risvegliare insieme alle facoltà intellettuali (di cui non si può fare certo a meno) è il sentimento e la coscienza del proprio individuo, della propria responsabilità rispetto alla società e della importanza nell’educazione delle generazioni avvenire. Molti, lo so, ripetono simili cose in tutti i toni, molti parlano delle donne, ma forse nessuno parla energicamente e con buoni e sani risultati alle donne. Nessuno sa dare alle fanciulle il savio precetto del "Nosce te ipsum"; si infarciscono di dottrina, si rendono vane con l’istruzione senza la educazione seria e soda, e si giunge così al risultato di avere degli esseri squilibrati e ibridi che della donna di un secolo fa hanno ancora la vanità piccina, gretta, tutta femminile, della donna avvenire non hanno ancora la serena superiorità, il criterio giusto e retto.

Si è detto che l’intelligenza della donna non sia inferiore a quella dell’uomo, ma di diversa natura. Questo deve essere vero, essendo sotto tanti aspetti la natura dell’uomo dissimile da quella dell’uomo; ma bisogna anche pensare quanto peso di influenza atavica gravi sulla donna. Fino dalle età più remote la donna fu riguardata come un essere inferiore, perché, dove regnava non regnava altro che la forza, la debolezza femminile fu considerata ragione di inferiorità anche morale; né la donna, in quelle condizioni sociali, poteva avere la più lontana idea di ribellione. Era necessità dei tempi.

Oggi regna l’intelligenza, e la donna che s’é avveduta di potere anch’essa pensare, ha chiesto anche la sua parte di sapere, di coltura intellettuale, ha chiesto il diritto di porsi al livello del suo compagno. È necessità dei tempi.

Ma è stata una rivolta improvvisa a cui mancò la preparazione. E per tale cambiamento la preparazione doveva essere lunga. Ora io mi chiedo: è possibile un vero progresso quando per andare innanzi si comincia con un balzo simile? La rivoluzione è veramente un sintomo di progresso, ma quasi sempre dopo la rivoluzione le cose tornano allo stato antico: è sempre tanto forte il partito conservatore! Solo dopo molti tentativi e dopo un lungo lavorio segreto l’evoluzione si compie inesorabilmente, e non v’è conservazione possibile. Ora io non credo che sia giunto questo momento fatale. Esso si prepara soltanto. I nostri figli lo vedranno, lo faranno venire, forse, e i nostri figli debbono nascere da noi. La preparazione, dunque, è nostra.

Poniamoci bene in mente questo: che nel nostro presente è la preparazione dell’avvenire e che a noi tocca adoperarci perché tale avvenire sia ricco di grandi e buone cose. E per noi intendo noi donne, noi madri che vedremo svolgere sotto i nostri occhi e fra le nostre cure quelle vite, risvegliarsi quelle intelligenze, quelle attività che domani possederanno il mondo: i nostri figli.-

Io vorrei parlare parole vive alle fanciulle, che presto vedranno crescere intorno a sé giovane e rigogliosa la vigna sacra, la famiglia. Io vorrei dir loro: badate, vigilate; la vostra anima pura, disposta come cera a ricevere tutte le impressioni, la vostra gioventù lieta, il vostro ardore latente, la vostra piena e forte attività sono tesori che non vi furon dati solo perché ne godeste; con essi vi fu data la responsabilità di usarne a pro’ della società e vi fu data anche la coscienza del vostro valore affinché sentiate la dignità del vostro ufficio e vi teniate alte su tutto e su tutti. Il nemico terribile contro cui difficilmente vi potrete forse difendere, e che intralcerà tutte le vostre migliori opere, è la vanità. La vanità, sia per legge di natura, sia per il falso concetto e la falsa educazione in cui finora è stata tenuta la donna, è quasi connaturata in lei, ed è la sua sventura. È una specie di atmosfera fittizia e deprimente che avvolge tutto quanto riguardi la donna; in lei tutto diventa leggero e vano, financo l’istruzione. Mi direte forse che la donna molto istruita potrà essere tutt’al più pedante. Ahimè; ma, chiedo io, che cosa è la pedanteria altro che un voler fare sfoggio del proprio sapere? e potrà mai fare sfoggio del proprio sapere una mente alta e illuminata che scorga la propria insufficienza dinanzi alla immensità della scienza o dell’arte? L’esser pieni di sé non è forse indizio di leggerezza?

Io voglio l’istruzione nella donna, l’istruzione vasta e profonda, data con criterio e con giustezza di scopo, l’istruzione che svolge l’intelligenza e l’aiuta a giungere da sé dove scuole e maestri non possono più guidarla, in una sfera di serena superiorità morale dove l’anima sia al sicuro da qualsiasi tentazione o da qualsiasi offesa.

Oggi non sono più le sole mura domestiche o le inferriate che possano servir di custodia alla virtù femminile; oggi, che, come disse la signora Bisi, la vita è più intensa e insieme più difficile per tutti, la virtù femminile deve sapersi mostrare nella società e saper combattere e guadagnare palmo a palmo il terreno che la corruzione invadente le contende. Io voglio perciò nella donna la superiorità morale, la piena sicurezza di sé che la faccia grande e santa agli occhi dei figli, che la faccia degna della loro piena, intera fiducia e del loro rispetto, anche quando saranno in grado di giudicare le sue azioni tutte.

Pensiamo ai nostri figli! Lo ripeto a voi, fanciulle che diverrete madri e non sapete ancora la vita, e che non sapete che questa vostra beata e santa ignoranza di oggi, se non divenisse un giorno coscienza illuminata e forte, sarebbe ignavia, sarebbe colpa che cadrebbe (oh la punizione tremenda!) non già su di voi, ma sui vostri figli, su quelli che aspettano da voi la vita del corpo e la vita dell’anima.

Siate come le vergini savie della Sacra Scrittura: mantenete viva la fiamma della volontà e della fede, e aspettate.

Ma la volontà, come tutte le forze, deve essere esercitata per mantenersi, e deve essere esercitata nella lotta più frequente e più difficile: quella con noi stesse. Per potere e sapere comandare bisogna prima sapere e volere ubbidire. Per imporre dunque la volontà nostra ai nostri figli dobbiamo cominciare coll’imporre a noi stesse questa volontà. Essa è la forza creativa dell’uomo, perché chi vuole può: il risultato può essere vicino o lontano, facile o arduo; qualche volta, forse, non sarà raggiunto nella vita: non importa. L’aver fortemente voluto, l’aver tenuto costantemente dinanzi alla mente uno scopo, è già raggiungere un grado di elevatezza morale abbastanza alto; e se dietro a noi non avremo lasciato che l’esempio, l’opera nostra non sarà andata perduta.

E quand’anche la lotta che avremo sostenuta nel segreto dell’anima fosse nota a noi soli, e se nessuno ci fosse grato dei sacrifici compiuti nell’ombra, e se al nostro prossimo nessun bene, neanche quello dell’esempio, restasse in compenso delle nostre sofferenze, tanto più grande ne diverrà tutto ciò che avremo sostenuto e vinto, perché puro da ogni più lieve ombra di vanagloria che potesse offuscare la bellezza del sacrificio.

Sarà grande, sublime per se stesso; tutto ciò che sta da sé, tutto ciò che non si riferisce ad alcuna cosa terrena, tutto ciò che è buono e bello soltanto per amore della bontà e della bellezza, e non per accattare l’ammirazione degli uomini, è santo.

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8 maggio 1908 - Quante sciocchezze scrissi nove anni fa su queste pagine! Avevo ancora troppe illusioni; credevo ancora che noi potessimo aspettare la felicità dal di fuori, tutta, e che ci fosse dovuta, e che dall’amore, almeno, questa dovuta felicità potesse venirci. Forse ora sono già vecchia? Certo, il mio pensiero si è evoluto: so meglio che cosa sia il femminismo; so benissimo, ora, che ogni felicità che non abbia come sorgente principale il sentimento d’amore e di ammirazione per il Bene assoluto, è felicità egoistica e mal fondata, quando non sia addirittura falsa. L’amore darà molto, ma non dà tutto. Bisogna credere all’amore, ma prima bisogna credere in Dio e nella perfettibilità umana; non chiudersi nel proprio guscio, ma aprire dall’anima nostra una finestra molto grande sul mondo, e da questa guardare, sorridere, piangere, tendere, anche, le braccia a qualcuno, e gridare la nostra parola di femministe italiane, e predicare, magari, e farsi gridar la croce addosso, per sopraffare certe voci troppo forti e troppo empie.

18 luglio 1918.- Dieci altri anni di esperienza! - L’amore non è tutto! La simpatia umana non è tutto! - Tutto è vivere per Dio e per la Verità; per predicarla, se si ha voce da insegnarla al prossimo; per la dedizione di sé al prossimo - se si è liberi - per la preghiera sempre e in ogni modo. Gli uomini sono travolti e illusi da troppi errori. - Bisogna amarli tanto, fino al punto di trovare che non è sacrifizio inadeguato dedicare tutta la vita a inculcare in essi il dovere e Dio. - E chi non può, dico, parlare a tutti gli uomini, parli con Dio, e gli chieda di mandare gli operai per la messe.

Tutto è vanità, fuorché fare il bene e pregare. E la vita è bella solo perché - finalmente! - deve finire di condurci a Dio. Non credo che un’ulteriore esperienza possa suggerirmi niente di più vero e più chiaro all’intelligenza. - In questi ultimi sei anni, la mia esperienza si è accresciuta degli elementi più vitali. Ho stritolato il mio orgoglio, in tutti i sensi; mi sono liberata; ho imparato da Rosmini a pensare; ho veduto la guerra.

18 agosto 1919 - Così scrivevo un anno fa! Dopo quattro mesi dovevo vedere partire Antonietta col suo Gesù ... Che cosa potevo ancora provare della vita se non questo distacco, che mi ha staccata dalla vita stessa? - Ecco, ora io non posso più generalizzare, parlando della vita. Per gli altri vi potranno essere varie forme di vita, sempre nel bene. Per me non c’è più che una forma, Il silenzio in Dio, il dovere per piacere a Dio, la gioia (incomprensibile agli altri) di dire in tutto: "Sia fatto di me secondo la tua parola. - Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me".

In questo abisso d’amore e di luce il mio dolore umano diventa una esaltazione, una trasfigurazione di tutta l’anima in Dio. Sia benedetta la volontà di Dio, nel dolore e nella gioia, nella consolazione e nelle tenebre, nella vita e nella morte, nel tempo e nella eternità.