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Cerimonia religiosa in Memoria dei giovani Martiri di via Medina

 

L'11 giugno 1946 durante l’attesa della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum istituzionale, si verificarono gravissimi incidenti a Napoli, in via Medina, dove esisteva la federazione del Partito Comunista Italiano, che , per l’occasione, esponeva oltre a una bandiera rossa con falce e martello anche una bandiera tricolore priva dello stemma sabaudo

Un corteo monarchico cercò di togliere il tricolore esposto, ma venne bloccato dalla polizia . Si sparò contro i manifestanti anche dall’alto e la situazione degenerò. A fine giornata si conteggiarono otto manifestanti monarchici uccisi e un centinaio di feriti. – si è parlato anche di 150 feriti -Vesuvio live.it) Tra i morti la studentessa Ida Cavalieri che, avvolta con un tricolore con la corona sabauda, fu investita da un'autoblindo delle forze di polizia. Alla manifestazione di protesta monarchica parteciparono, tra gli altri, anche il filosofo comunista Biagio De Giovanni , allora solo quattordicenne che così in seguito spiegò la sua partecipazione: «Già leggevo Hegel - ero monarchico perché credevo all'unità dello Stato. (...) Scappai quando la situazione s'incanaglì» e il giornalista e divulgatore scientifico Franco Prattico, poi giornalista dell’Unità, che sull’argomento ha scritto . “Dopo due anni - dai fatti – mi iscrissi al PCI, ma allora avevo sedici anni, credevo nella corona.. “            

Sull’argomento , recentemente, anche una nota di Luigi Vicinanza “La strage di via Medina quei sette morti in nome dei re di casa Savoia”, dell’11 giugno 2021, evidenzia quanto segue: “Ida avvolta nel tricolore grida a squarciagola “viva ‘o rre”. Ida cavalieri è una popolana , è arrivata sotto i balconi della Federazione comunista insieme a un gruppo di giovanissimi… La federazione è piena di militanti , c’è anche Mario Palermo, avvocato autorevole, già sottosegretario alla guerra fino al giugno 1945, uno dei pochi comunisti con incarichi di governo. Esplosioni, colpi di arma da fuoco, urla, una mitragliatrice della polizia spara ad altezza d’uomo, gente in fuga…Ida Cavalieri viene travolta e uccisa da un autoblindo delle forze dell’ordine… Una strage, sette morti, più di 70 feriti, tutti giovanissimi… La Repubblica italiana si afferma a Napoli con il sangue di sventurati monarchici. Una ricostruzione meticolosa anche da parte di Marco de Marco (L’altra metà della storia. Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino, Guida ed. 2007).

Anche nei giorni precedenti si erano verificati gravi incidenti: la sera del 7 giugno una bomba lanciata da mano anonima , a Capodimonte, vicino alla chiesa di Sant'Antonio, colpì un nutrito gruppo di giovani monarchici reduci da una manifestazione, ferendo Ciro Martino, morto in seguito all' Ospedale degli Incurabili. L’indomani un grande corteo monarchico si scontrò con un blocco di ausiliari di pubblica sicurezza ed in seguito ai gravi incidenti morì, ferito alla testa, il quattordicenne Carlo Russo L'8 giugno , ancora, durante una manifestazione rimase ucciso il sedicenne Gaetano d'Alessandro.

Lo stesso 12 giugno una nuova manifestazione monarchica venne dispersa con estrema violenza. Il giorno successivo l'ex re Umberto II lasciò l'Italia, andando in esilio in Portogallo.

Questo l'elenco delle vittime, tutte monarchiche, degli scontri:

Ida Cavalieri (19 anni); Vincenzo Di Guida (20 anni);Gaetano D'Alessandro (16 anni);Mario Fioretti (21 anni) - giovane marinaio di leva, arrampicatosi fino al secondo piano della sede del PCI proprio per strappare la bandiera; Michele Pappalardo (22 anni); Francesco D'Azzo (21 anni); Guido Beninati; Felice Chirico; Carlo Russo (14 anni); Ciro Martino.

 

 

 Foto via Medina

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ERNESTO OLIVA "I PAZZI DI CORLEONE"

E’ stato presentato, il 3 maggio 2022,  presso l’Istituto Paritario di Palermo il libro “I pazzi di Corleone. I compaesani di Liggio, Riina e Provenzano, testimoni minacciati dalla mafia e abbandonati dallo Stato” di Ernesto Oliva, con la partecipazione attenta degli studenti e con gli interventi dell’Autore e dei Professori Susanna Guercio, Salvatore Sarracco , Pier Luigi Aurea, coordinatore didattico dell’Istituto, Umberto Balistreri, Presidente dell’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici.

 

L'Autore, Ernesto Oliva è un giornalista professionista. Dal 2003 è redattore ed inviato a Palermo della TGR Sicilia della RAI. Ha pubblicato con Salvo Palazzolo "L'altra mafia. Biografia di Bernardo Provenzano" (2001) e "Bernardo Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra (2006). Nel 2018 ha prodotto e realizzato con Antonio Prestigiacomo il documentario "Voci di Capaci". E' autore dal 2007 del blog documentario reportagesicilia.blogspot.it. 

Il libro costituisce una documentatissima disamina sulla mafia nel Corleonese, soprattutto nel periodo 1950-1970.

"Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano sono stati gli artefici di una stagione di violenza mafiosa che ha segnato con stragi e omicidi la storia contemporanea della Sicilia e dell'Italia. A loro si devono i delitti di numerosi rappresentanti delle istituzioni e l'eredità di un indelebile marchio di omertà attribuito a Corleone. Negli anni di ascesa criminale dei liggiani, numerosi corleonesi invece diedero prova di credere nella forza della denuncia, affidando allo Stato la speranza di potersi affrancare dalle logiche di un potere vessatorio e sanguinario. Il loro tentativo fallì perché quello Stato non fu capace di tutelare e valorizzare il loro contributo, vanificando così la possibilità di stroncare sul nascere la violenza dei liggiani. Costretti dai mafiosi a ritrattare le loro accuse, alcuni di questi testimoni furono addirittura indotti a simulare la follia. Ancor oggi, i protagonisti dimenticati di quella tradita capacità di opposizione alla regola dell'omertà vengono da pochi ricordati come "i pazzi di Corleone”.

 

 i pazzi di corleone

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

Premio Gaia 2021

La cerimonia del conferimento del Premio Gaia 2021 si svolgerà presso la Biblioteca Centrale della Regione Sicilia venerdì 19 novembre , dopo la presentazione del libro di Fabrizio Fonte “L’Isola furba. Indicazioni e controindicazioni sulla Sicilia”. 

Premiati dell’edizione 2021 :

Alberto Samonà, Assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana per il notevole impulso conferito alla valorizzazione e fruizione dei Beni culturali siciliani;

Fernando Massimo Adonia, giornalista, per i puntuali reportages sulla realtà siciliana;

Bibi Bianca, regista, attore per l’intensa attività teatrale e per il recentissimo romanzo EMIL;

 

Arduino Leone, amministratore delegato D-ServiceItalia, per l’innovazione tecnologica applicata alla valorizzazione e alla fruizione dei beni culturali attraverso lo sviluppo di un serious game in realtà virtuale “Anna Belfiore – L’intreccio dei qanat“.

 

Enzo Lo Coco, per la fotografia e gli accurati reportages sulle tradizioni etnografiche.

Giuseppe Longo, ricercatore, per il libro “Pagine sul Secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel Distretto di termini Imerese” robusta testimonianza della storia militare che ha interessato il territorio siciliano.

 

Salvatore Mugno, per il notevole contributo offerto alla conoscenza della letteratura magrebina di espressione francese e del poeta Mariano Scalesi.

 

Pippo Oddo, per il costante impegno teso alla valorizzazione del territorio siciliano da lui lungamente descritto con un ragguardevole numero di pubblicazioni. 

 

Carlo Pastena, Dirigente Regionale, per il grande rilancio culturale della Biblioteca Centrale Regionale.

 

Carlo Pollaci, per l’interpretazione e la lettura fotografica dei mercati palermitani.

 

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L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta Mario Scalesi

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

 

 

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L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

Presentazione a Palermo de «L’Isola furba» di Fabrizio Fonte

Nel corso della manifestazione, dopo i saluti di Carlo Pastena (Direttore della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana), Umberto Balistreri (Presidente ISSPE) e Fabio Tricoli (Presidente Fondazione Tricoli), interverrà Alberto Samonà (Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana). L’incontro sarà moderato dal giornalista Fernando Massimo Adonia.

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Sarà presentato a  Palermo, il 19 novembre presso la «Biblioteca Centrale della Regione Siciliana», il volume «L’Isola furba - Indicazioni e controindicazioni sulla Sicilia» di Fabrizio Fonte. In questo nuovo saggio l’Autore, daprofondo conoscitore della Sicilia e della sicilianità, conduce il lettore in un affascinante viaggio tra le pieghe più o meno note della storia recente dell’Isola, facendo emergere, in tutta la loro essenza, le aggrovigliate contraddizioni sociali ed economiche che da sempre la caratterizzano. D’altra parte la Terra di Sicilia, nel corso dei secoli, ha saputo, da un lato, generare un tessuto sociale, produttivo e culturale, grazie alla presenza di numerose eccellenze, anche di ottimo livello, e dall’altro, invece, ha consapevolmente tarpato le ali ad uno sviluppo diffuso tra la sua popolazione, relegandola ancora oggi, per i bassi livelli di qualità della vita, tra le ultime regioni d’Europa. C’è da dire che in passato in diversi hanno idealmente già provato a fotografare l’Isola tra le sue luci e le sue ombre. Su tutti va certamente ricordato Gesualdo Bufalino, che arrivò addirittura a coniare il neologismo di «isolitudine», che rappresenta in genere per i siciliani quel sentirsi «isole nell’Isola» e Fabrizio Fontegià a partire dal titolo, prende spunto proprio dalle riflessioni del celebre maestro-scrittore di Comiso, che, tra assoluzioni e condanne,individua tra le sue «cento Sicilie» anche una «sperta», cioè furba. Di norma, per l’Autore, a mettere in campo questa presunta furbizia sono gli onnipresenti «centri decisionali del potere», che sono oltretutto, molto spesso, in stretto contatto con la criminalità organizzata, che non si può negare che goda ancora, in particolare in alcune province, di un ampio consenso sociale, continuando a stringere nel “silenzio”, con taluni apparati pubblici, accordi affaristici e condizionandone, chiaramente, la gestione a proprio favore. Tuttavia, in questo quadro a tinte fosche, Fabrizio Fonte intravede una luce in fondo al tunnel, che però è indifferibilmente legata ad una «rivoluzione culturale» che i siciliani, e su tutti le nuove generazioni, devono porre in essere per poter legittimamente auspicare ad un vero, quanto concreto, riscatto dell’Isola, puntando magari, seriamente, sulle proprie «materie prime». A partire, ad esempio, dagli stessi beni culturali ampiamente diffusi sull’intero territorio e che potrebbero fungere da veri e propri attrattori economici, al fine di realizzare, attorno ad essi, una redditizia filiera che consenta al turista/visitatore di ricondurre, dopo aver fruito di servizi degni di questo nome, nei suoi luoghi di origine l’affascinante narrazione di un'Isola che è, per antonomasia, la culla delle civiltà del Mediterraneo.

 

Biblioteca Centrale

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