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Cerimonia religiosa in Memoria dei giovani Martiri di via Medina

 

L'11 giugno 1946 durante l’attesa della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum istituzionale, si verificarono gravissimi incidenti a Napoli, in via Medina, dove esisteva la federazione del Partito Comunista Italiano, che , per l’occasione, esponeva oltre a una bandiera rossa con falce e martello anche una bandiera tricolore priva dello stemma sabaudo

Un corteo monarchico cercò di togliere il tricolore esposto, ma venne bloccato dalla polizia . Si sparò contro i manifestanti anche dall’alto e la situazione degenerò. A fine giornata si conteggiarono otto manifestanti monarchici uccisi e un centinaio di feriti. – si è parlato anche di 150 feriti -Vesuvio live.it) Tra i morti la studentessa Ida Cavalieri che, avvolta con un tricolore con la corona sabauda, fu investita da un'autoblindo delle forze di polizia. Alla manifestazione di protesta monarchica parteciparono, tra gli altri, anche il filosofo comunista Biagio De Giovanni , allora solo quattordicenne che così in seguito spiegò la sua partecipazione: «Già leggevo Hegel - ero monarchico perché credevo all'unità dello Stato. (...) Scappai quando la situazione s'incanaglì» e il giornalista e divulgatore scientifico Franco Prattico, poi giornalista dell’Unità, che sull’argomento ha scritto . “Dopo due anni - dai fatti – mi iscrissi al PCI, ma allora avevo sedici anni, credevo nella corona.. “            

Sull’argomento , recentemente, anche una nota di Luigi Vicinanza “La strage di via Medina quei sette morti in nome dei re di casa Savoia”, dell’11 giugno 2021, evidenzia quanto segue: “Ida avvolta nel tricolore grida a squarciagola “viva ‘o rre”. Ida cavalieri è una popolana , è arrivata sotto i balconi della Federazione comunista insieme a un gruppo di giovanissimi… La federazione è piena di militanti , c’è anche Mario Palermo, avvocato autorevole, già sottosegretario alla guerra fino al giugno 1945, uno dei pochi comunisti con incarichi di governo. Esplosioni, colpi di arma da fuoco, urla, una mitragliatrice della polizia spara ad altezza d’uomo, gente in fuga…Ida Cavalieri viene travolta e uccisa da un autoblindo delle forze dell’ordine… Una strage, sette morti, più di 70 feriti, tutti giovanissimi… La Repubblica italiana si afferma a Napoli con il sangue di sventurati monarchici. Una ricostruzione meticolosa anche da parte di Marco de Marco (L’altra metà della storia. Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino, Guida ed. 2007).

Anche nei giorni precedenti si erano verificati gravi incidenti: la sera del 7 giugno una bomba lanciata da mano anonima , a Capodimonte, vicino alla chiesa di Sant'Antonio, colpì un nutrito gruppo di giovani monarchici reduci da una manifestazione, ferendo Ciro Martino, morto in seguito all' Ospedale degli Incurabili. L’indomani un grande corteo monarchico si scontrò con un blocco di ausiliari di pubblica sicurezza ed in seguito ai gravi incidenti morì, ferito alla testa, il quattordicenne Carlo Russo L'8 giugno , ancora, durante una manifestazione rimase ucciso il sedicenne Gaetano d'Alessandro.

Lo stesso 12 giugno una nuova manifestazione monarchica venne dispersa con estrema violenza. Il giorno successivo l'ex re Umberto II lasciò l'Italia, andando in esilio in Portogallo.

Questo l'elenco delle vittime, tutte monarchiche, degli scontri:

Ida Cavalieri (19 anni); Vincenzo Di Guida (20 anni);Gaetano D'Alessandro (16 anni);Mario Fioretti (21 anni) - giovane marinaio di leva, arrampicatosi fino al secondo piano della sede del PCI proprio per strappare la bandiera; Michele Pappalardo (22 anni); Francesco D'Azzo (21 anni); Guido Beninati; Felice Chirico; Carlo Russo (14 anni); Ciro Martino.

 

 

 Foto via Medina

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ERNESTO OLIVA "I PAZZI DI CORLEONE"

E’ stato presentato, il 3 maggio 2022,  presso l’Istituto Paritario di Palermo il libro “I pazzi di Corleone. I compaesani di Liggio, Riina e Provenzano, testimoni minacciati dalla mafia e abbandonati dallo Stato” di Ernesto Oliva, con la partecipazione attenta degli studenti e con gli interventi dell’Autore e dei Professori Susanna Guercio, Salvatore Sarracco , Pier Luigi Aurea, coordinatore didattico dell’Istituto, Umberto Balistreri, Presidente dell’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici.

 

L'Autore, Ernesto Oliva è un giornalista professionista. Dal 2003 è redattore ed inviato a Palermo della TGR Sicilia della RAI. Ha pubblicato con Salvo Palazzolo "L'altra mafia. Biografia di Bernardo Provenzano" (2001) e "Bernardo Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra (2006). Nel 2018 ha prodotto e realizzato con Antonio Prestigiacomo il documentario "Voci di Capaci". E' autore dal 2007 del blog documentario reportagesicilia.blogspot.it. 

Il libro costituisce una documentatissima disamina sulla mafia nel Corleonese, soprattutto nel periodo 1950-1970.

"Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano sono stati gli artefici di una stagione di violenza mafiosa che ha segnato con stragi e omicidi la storia contemporanea della Sicilia e dell'Italia. A loro si devono i delitti di numerosi rappresentanti delle istituzioni e l'eredità di un indelebile marchio di omertà attribuito a Corleone. Negli anni di ascesa criminale dei liggiani, numerosi corleonesi invece diedero prova di credere nella forza della denuncia, affidando allo Stato la speranza di potersi affrancare dalle logiche di un potere vessatorio e sanguinario. Il loro tentativo fallì perché quello Stato non fu capace di tutelare e valorizzare il loro contributo, vanificando così la possibilità di stroncare sul nascere la violenza dei liggiani. Costretti dai mafiosi a ritrattare le loro accuse, alcuni di questi testimoni furono addirittura indotti a simulare la follia. Ancor oggi, i protagonisti dimenticati di quella tradita capacità di opposizione alla regola dell'omertà vengono da pochi ricordati come "i pazzi di Corleone”.

 

 i pazzi di corleone

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta Mario Scalesi

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

 

 

 scalesi 3

L’Isspe ha richiesto ai Sindaci di Palermo e di Trapani l’intitolazione di uno spazio urbano al poeta  Mario Scalesi

 

 

Mario Scalesi (Tunisi 6 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo1922) fu il primogenito di una modesta, numerosa ma decorosa famiglia di origini italiane e maltesi.

Il padre Gioacchino, nato a Trapani nel 1856, sarebbe emigrato a Tunisi dalla città natale, forse in modo irregolare, intorno ai vent’anni. E nella capitale della Tunisia svolse l’umile e disagevole lavoro di aiguilleur, cioè deviatore ferroviario e di receveur, fattorino.

La madre di Mario, Concetta Rombi, nata a Tunisi da un sardo e una maltese,pare che prestasse servizio presso le famiglie benestanti della città come femme de ménage.

Mario ebbe sei fratelli: Antonio, Attilio e Cesare,rispettivamente più piccoli di lui di cinque, otto e dieci anni; e Lucretia Angelina Antonia (morta all’età di sette mesi, nel 1894),Angela e Iolanda, queste ultime più giovani del poeta di sei ediciassette anni.

Il suo vero cognome era, in realtà, Scalisi. Egli, almeno da quando cominciò a firmare i suoi articoli nei periodici letterari di Tunisi, lo francesizzò in Scalési.

Questa sua inquietudine identitaria è comprovata anche dall’adozione di alcuni pseudonimi con cui firmò dei contributi critici apparsi nella rivista «Soleil», uno in francese e l’altro in italiano: Claude Chardon e Rocca Staiti.

La casa natale del poeta era al numero 31 di rue Bab Souika  e oggi non è più esistente.

La precaria condizione della famiglia Scalisi fu peggiorata dal grave incidente occorso a Mario all’età di cinque anni: una caduta dalla scala di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale,storpiandolo in modo irrimediabile.

Dopo aver completato la Scuola Primaria francese, Mario fu assunto come contabile, prima presso un carrozziere e poi in una tipografia.

Il suo aspetto fisico suscitava la derisione e talvolta, perfino,l’aggressione da parte di giovani teppisti, tanto da essere indotto,anche da adulto, a uscire raramente di casa e preferibilmente di notte.

La sua cerchia di relazioni e amicizie si limitava ai contatti lavorativi, peraltro non sempre facili, e con le redazioni dei periodici con cui collaborava.

Sebbene nella sua opera la figura della donna sia molto bene indagata e rappresentata, pare che il poeta non abbia goduto di affetti femminili.

Il focolare domestico non era privo di calore per Mario, ma certamente il suo travaglio letterario e artistico non poteva essere apprezzato appieno dai suoi famigliari, anzi, verosimilmente, come peraltro si coglie nel fascicolo clinico del nosocomio palermitano in cui egli visse gli ultimi sei mesi della sua vita, sarebbe stato da essi considerato come un eccesso, forse una bizzarria.

Tutto ciò determinò la “maledizione” della sua esistenza.

Le tante sofferenze fisiche e psicologiche lo condurranno a una forma di labilità e confusione mentale e, forse, alla demenza.

La sua opera poetica, oltre a incontrare l’ammirazione dei suoi amici e colleghi scrittori tunisini e nordafricani, raccolse via via anche l’ammirazione di autorevoli studiosi, letterati e poeti di vari paesi europei e degli Stati Uniti.

Si occupò, inoltre, con grande sagacia, di critica letteraria,collaborando alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie lllustrée»,dove teorizzò e spiegò, con impressionante lucidità da precursore,la necessità di una letteratura magrebina ed africana di espressione francese, ponendosi così come iniziatore e fondatore di una tendenza artistica e culturale che, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, è cresciuta rigogliosa, necessaria e proficua.

Egli fu, tra l’altro, tra gli animatori della Société des Écrivains del’Afrique du Nord, costituita nel 1918, con Arthur Pellegrin, Albert Canal e Abderrahmane Guiga, con gli obiettivi di difendere gli interessi della lingua francese e della letteratura nordafricana.

L’importanza sempre maggiore riconosciuta nel tempo all’opera di Mario Scalesi nella storia della letteratura tunisina e maghrebina del Novecento ha determinato, da parte di taluni studiosi, il suo accostamento al “poeta nazionale” della Tunisia, cioè Abu’l-QasimAsh-Shabbi.

 

 

 

 

Nell’estate del 1921 i contributi critici dello scrittore a «La Tunisie Illustrée», l’importante periodico letterario con sede a Tunisi a cui collaborava, si riducono «(…) e nel suo numero del 15agosto 1921 la rivista pubblica questa nota: “Il nostro collaboratore Mario Scalesi che curava la cronaca letteraria della nostra rivista è sofferente da qualche settimana e prenderà un congedo piuttosto lungo”. E nel mese di marzo 1922 la rivista annuncia la morte di Scalesi».

Avendo conservato la nazionalità italiana, il poeta, affetto da «psicosi neurastenica», dal mal di Pott e da altre patologie, trascorse gli ultimi sei mesi della sua vita presso l’ospedale psichiatrico palermitano“La Vignicella” in cui morì«per marasmo», cioè per uno stato di grave deperimento, il 13 marzo 1922.

Raccontò, poi, il suo amico Pellegrin: «Noi sapemmo dopo che il suo corpo era stato buttato nella fossa comune».

Oggi Mario Scalesi è ritenuto l’iniziatore della letteratura nordafricana di espressione francese, oltre che il principale poeta tunisino in lingua francese del Novecento.

Questi riconoscimenti sono stati sanciti da attestazioni di scrittori e studiosi tunisini (tra i quali Mohamed Bachrouch, Ali Douagi, Albert Memmi, Majid  El Houssi, Juliette Bessis, Moncef Ghachem, Abderrazak Bannour), francesi (come Joachim Durel, Alexandre Fichet, Pierre Boucherle, Arthur Pellegrin, Pierre Hubac, Claude Maurice Robert, Alfred Vallette, Pierre Mille, Albert Schinz, Yves-Gérard Le Dantec, Henry Poulaille, Philippe Soupault) e italiani (tra gli altri, Antonio Corpora, Ferruccio Bensasson, Lorenzo Gigli, Vincenzo Consolo, Dino Grammatico, Giuliana Toso Rodinis, Salvatore Mugno, Renzo Paris) e di vari altri Paesi.

 

Salvatore Mugno

Premio Gaia 2021

La cerimonia del conferimento del Premio Gaia 2021 si svolgerà presso la Biblioteca Centrale della Regione Sicilia venerdì 19 novembre , dopo la presentazione del libro di Fabrizio Fonte “L’Isola furba. Indicazioni e controindicazioni sulla Sicilia”. 

Premiati dell’edizione 2021 :

Alberto Samonà, Assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana per il notevole impulso conferito alla valorizzazione e fruizione dei Beni culturali siciliani;

Fernando Massimo Adonia, giornalista, per i puntuali reportages sulla realtà siciliana;

Bibi Bianca, regista, attore per l’intensa attività teatrale e per il recentissimo romanzo EMIL;

 

Arduino Leone, amministratore delegato D-ServiceItalia, per l’innovazione tecnologica applicata alla valorizzazione e alla fruizione dei beni culturali attraverso lo sviluppo di un serious game in realtà virtuale “Anna Belfiore – L’intreccio dei qanat“.

 

Enzo Lo Coco, per la fotografia e gli accurati reportages sulle tradizioni etnografiche.

Giuseppe Longo, ricercatore, per il libro “Pagine sul Secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel Distretto di termini Imerese” robusta testimonianza della storia militare che ha interessato il territorio siciliano.

 

Salvatore Mugno, per il notevole contributo offerto alla conoscenza della letteratura magrebina di espressione francese e del poeta Mariano Scalesi.

 

Pippo Oddo, per il costante impegno teso alla valorizzazione del territorio siciliano da lui lungamente descritto con un ragguardevole numero di pubblicazioni. 

 

Carlo Pastena, Dirigente Regionale, per il grande rilancio culturale della Biblioteca Centrale Regionale.

 

Carlo Pollaci, per l’interpretazione e la lettura fotografica dei mercati palermitani.

 

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Presentazione a Palermo de «L’Isola furba» di Fabrizio Fonte

Nel corso della manifestazione, dopo i saluti di Carlo Pastena (Direttore della Biblioteca Centrale della Regione Siciliana), Umberto Balistreri (Presidente ISSPE) e Fabio Tricoli (Presidente Fondazione Tricoli), interverrà Alberto Samonà (Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana). L’incontro sarà moderato dal giornalista Fernando Massimo Adonia.

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Sarà presentato a  Palermo, il 19 novembre presso la «Biblioteca Centrale della Regione Siciliana», il volume «L’Isola furba - Indicazioni e controindicazioni sulla Sicilia» di Fabrizio Fonte. In questo nuovo saggio l’Autore, daprofondo conoscitore della Sicilia e della sicilianità, conduce il lettore in un affascinante viaggio tra le pieghe più o meno note della storia recente dell’Isola, facendo emergere, in tutta la loro essenza, le aggrovigliate contraddizioni sociali ed economiche che da sempre la caratterizzano. D’altra parte la Terra di Sicilia, nel corso dei secoli, ha saputo, da un lato, generare un tessuto sociale, produttivo e culturale, grazie alla presenza di numerose eccellenze, anche di ottimo livello, e dall’altro, invece, ha consapevolmente tarpato le ali ad uno sviluppo diffuso tra la sua popolazione, relegandola ancora oggi, per i bassi livelli di qualità della vita, tra le ultime regioni d’Europa. C’è da dire che in passato in diversi hanno idealmente già provato a fotografare l’Isola tra le sue luci e le sue ombre. Su tutti va certamente ricordato Gesualdo Bufalino, che arrivò addirittura a coniare il neologismo di «isolitudine», che rappresenta in genere per i siciliani quel sentirsi «isole nell’Isola» e Fabrizio Fontegià a partire dal titolo, prende spunto proprio dalle riflessioni del celebre maestro-scrittore di Comiso, che, tra assoluzioni e condanne,individua tra le sue «cento Sicilie» anche una «sperta», cioè furba. Di norma, per l’Autore, a mettere in campo questa presunta furbizia sono gli onnipresenti «centri decisionali del potere», che sono oltretutto, molto spesso, in stretto contatto con la criminalità organizzata, che non si può negare che goda ancora, in particolare in alcune province, di un ampio consenso sociale, continuando a stringere nel “silenzio”, con taluni apparati pubblici, accordi affaristici e condizionandone, chiaramente, la gestione a proprio favore. Tuttavia, in questo quadro a tinte fosche, Fabrizio Fonte intravede una luce in fondo al tunnel, che però è indifferibilmente legata ad una «rivoluzione culturale» che i siciliani, e su tutti le nuove generazioni, devono porre in essere per poter legittimamente auspicare ad un vero, quanto concreto, riscatto dell’Isola, puntando magari, seriamente, sulle proprie «materie prime». A partire, ad esempio, dagli stessi beni culturali ampiamente diffusi sull’intero territorio e che potrebbero fungere da veri e propri attrattori economici, al fine di realizzare, attorno ad essi, una redditizia filiera che consenta al turista/visitatore di ricondurre, dopo aver fruito di servizi degni di questo nome, nei suoi luoghi di origine l’affascinante narrazione di un'Isola che è, per antonomasia, la culla delle civiltà del Mediterraneo.

 

Biblioteca Centrale

Per Giovanni Mannino

 

Giovanni Mannino, apprezzato ricercatore proveniente non dalla cultura accademica e paludata, ma dalla cultura militante, ha indubbiamente rappresentato  quanto di meglio poteva essere pubblicizzato sull’archeologia siciliana , ed in particolare sulle “grotte” del Palermitano, consideratane la sua approfondita, esaustiva disamina. Le sue faticose e stimolanti ricerche, i cui risultati costituiscono, anche e soprattutto, “osservazioni originali irripetibili”, sono precise  testimonianze su monumenti e sul patrimonio archeologico, nel frattempo scomparso. E tutto questo in un contesto particolarmente significativo di grotte, cavità, caratterizzato anche da raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe graffite e dipinte. Ricerca, quella di Mannino, appassionata ed appassionante, protrattasi per più di settantant’anni, con esiti eccezionali, se si pensa alla scoperta del Villaggio Preistorico dei Faraglioni, ad Ustica, affascinante avventura archeologica, o ai due saggi di scavo eseguiti, nel 1970, a Grotta dei Puntali, a Carini, dove Mannino, grazie a una paziente opera di pulitura e lavaggio di circa… 500 pietre, “raccolte in parte nello scavo e quelle disperse nell’ambiente”, ha rinvenuto  anche una pietra con “una parziale figura graffita di bovide”. Produttivi e provvidenziali, poi, i … decenni di lotta allo scopo di impedire - è il caso di Grotta della Molara, nel territorio comunale di Palermo - che “una cava distruggesse le grotta” stessa: il successo pervenne con la demanializzazione della grotta e l’istituzione della Riserva Naturale Orientata “Grotta della Molara.  E alla grotta venne riservata un’attenzione particolare, in considerazione del fatto che Giovanni Mannino vi accertò “una sequenza di strati che vanno dal XII secolo fino all’Epipaleolitico con due sepolture mesolitiche”. Inaspettato il rinvenimento di una tomba “a grotticella”, scavata alla stessa quota del letto del Torrente Cannizzaro , a Palermo. La scoperta di decine di incisioni lineari e la figura di un piccolo cervo “colpito da zagaglie” nel Riparo della ‘Za Minica, o quelle della “Grotta delle incisioni”, a Capaci, costituiscono una chiara esemplificazione della sorprendente attività di Giovanni Mannino che ha sempre operato, in armonia con il suo carattere, con rigoroso impegno ed entusiastica adesione ad un progetto culturale di ampio respiro e di sicura e solida concretizzazione, sempre nel rispetto degli altri e nella consapevolezza di trasmettere al mondo scientifico, agli operatori culturali e alla Comunità tutta preziose informazioni e sicuri dati. 

Dell’indimenticabile Giovanni Mannino l’ISSPE ha pubblicato la “Guida alla preistoria del Palermitano. 

Umberto Balistreri

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Immagine tratta da Esperonews

La difesa costiera tirrenica

 

Giuseppe Longo

  

Presentazione del libro “Le poesie di un Maledetto”

 

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TESTIMONIANZE

Una storia della cultura in Sicilia 

 

In questo mese di dicembre 2020 celebriamo (lo avremmo voluto fare in altro modo) i quarant’anni di feconda attività dell’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici, ma soprattutto la testimonianza del ruolo svolto dall’Istituto, un ruolo di utile e vivificante mediazione tra politica e cultura per la comprensione e la soluzione dei problemi della società siciliana nel quadro istituzionale autonomistico e in una prospettiva euro-mediterranea. Per raggiungere i propri obiettivi l’ISSPE (inserito tra gli Istituti di cultura regionali L.R. 154/80) ha inteso, ed intende, privilegiare l’organizzazione di convegni, seminari, conferenze, tavole rotonde, incontri-dibattito sui temi più significativi della società siciliana: lotta alla mafia e alla criminalità organizzata, riforme elettorali ed istituzionali, autonomie locali, governo del territorio, difesa dell’ambiente, sviluppo economico ed occupazione, cultura e valorizzazione dei beni culturali, sanità, vivibilità urbana, difesa della famiglia e condizione femminile, lotta alla droga. La produzione editoriale ha supportato l’attività convegnistica e, oltre a proporre la stampa di atti di convegni e conferenze, ha trattato temi e problemi, figure ed avvenimenti col preciso intento di sensibilizzare l’opinione pubblica siciliana e di offrire nuovi stimoli per la riflessione storica e culturale. Ed il disegno progettuale dell’ISSPE, in merito, si può riconoscere in due filoni: il primo riguardante lo studio e l’approfondimento di figure ed avvenimenti, che possano essere un valido punto di riferimento per il richiamo della memoria storica, di una tradizione culturale ricca di umori vitali che può continuare a svolgere nel presente siciliano, contrassegnato da gravi fenomeni di disgregazione e di imbarbarimento del tessuto civile e sociale, un’utile funzione di ispirazione e coesione civile e sociale; il secondo, rivolto alla trattazione di problemi di particolare rilevanza nell’attualità siciliana nel duplice intento, attraverso una seria e documentata ricerca, di pervenire, da un canto, al loro chiarimento e, dall’altro, alla formulazione di una serie di proposte, che possano essere strumenti concettuali e giuridici validi sul piano delle soluzioni istituzionali e legislative. E le pubblicazioni, tuttavia, non sono state destinate, e non sono destinate soltanto agli “addetti ai lavori”, non vogliono avere un taglio esageratamente specialistico, e tanto meno accademico; piuttosto, per il loro carattere divulgativo, hanno principalmente lo scopo di stimolare il dibattito storico e culturale su argomenti generali di alto rilievo civile, di coinvolgere interessi di categorie, di aree territoriali e/o economiche, di particolari settori dell’opinione pubblica, di partecipare o avviare la discussione su problemi irrisolti o mal risolti; intendono, in definitiva, incidere, possibilmente con un apporto originale, qualificato di indicazioni, che abbiano il supporto della competenza e dell’impegno, nell’attuale fase di revisione della realtà storica siciliana, nel dibattito sulle motivazioni della profonda crisi della nostra società e delle istituzioni autonomistiche, per una ripresa del processo di complessiva crescita civile ed economico dell’Isola. Un impegno, quindi, che vuole essere di servizio per la Sicilia. L’attività è stata, ed è, adeguatamente pubblicizzata e partecipata non solo con l’invito alle proprie manifestazioni esteso alle componenti culturali, politiche, economiche e sociali interessate ai temi, ma con l’invio di programmi e pubblicazioni, secondo gli argomenti trattati. Un

metodo questo, che è segno non ultimo dell’impegno posto nella realizzazione delle finalità istituzionali dell’ISSPE perché il dibattito storico e politico nella Sicilia di ieri e di oggi sia, nel rispetto dei principi del pluralismo, quanto più possibilmente articolato e completo. 

Umberto Balistreri

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Quarant’anni di vita dell’ISSPE sono certamente un traguardo prestigioso per un Istituto di Alti Studi Culturali, sempre lontano dal conformismo e dalle consorterie, a volte vere e proprie mafie, accademiche culturali. Malgrado l’attuale e perdurante congiuntura che penalizza le istituzioni libere, come l’ISSPE appunto, nata dalla precisa volontà del legislatore siciliano, con mezzi assai scarsi con cui abbiamo dovuto anche fronteggiare le emergenze passate, oggi l’ISSPE prosegue con laboriosa parsimonia i suoi intenti e i suoi programmi, coadiuvato dal volontariato dei Soci e anche dalle tecnologie moderne come internet che, attraverso il nostro frequentatissimo sito www.isspe.it, diffonde cultura, come sempre ha fatto e saputo fare, potendo l’utente scaricare gratuitamente migliaia di pagine di libri e riviste. Se si ripercorre la vicenda dell’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici, si potrà così notare l’estrema varietà degli interessi, un’ impronta storica e politica che certamente caratterizza da sempre i convegni e la stampa edita, senza però dimenticare le problematiche dell’economia, le urgenze del presente, le problematiche ambientali e quelle civili, i temi della socialità, della giustizia, la storiografia municipale,

l’arte e la letteratura. Mi hanno preceduto alla Presidenza dell’ISSPE figure veramente eminenti: Giuseppe Tricoli, Dino Grammatico, Francesco Virga, uomini di altissimo profilo morale, intellettuale e politico che grande impegno hanno profuso per l’ISSPE, per la sua crescita e autonomia. Se si sommano i volumi editi e se ne esaminano almeno titoli e pagine, si comprenderà la fedeltà attuale al fare cultura liberamente, con dignità e praticamente con contributi significativi. Continuiamo, celebrando fieri la nostra attività passata e ponendo attenzione al futuro, avvalendoci sempre più delle nuove forme di comunicazione, oggettivamente più ampie e con un modesto impegno finanziario. La nostra politica editoriale si misurerà - ove possibile e sempre con la trasparenza che ci contraddistingue - con il dibattito delle e sulle idee e non con gli schieramenti, tanto liquidi e mobili, quanto spesso culturalmente inconsistenti, attraverso pochi, ma scelti volumi da pubblicare in futuro e con il proseguo della nostra rivista, prestigiosissima, “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura”. Mi si permetta, infine, di ricordare alcuni dei tanti protagonisti scomparsi che abbiamo ospitato fra un convegno, una conferenza, una mostra, un libro o nella pagina della rivista: Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Giano Accame, Franco Servello, Guido Virzì, Giuseppina Russo Giudici, Marzio Tricoli, Franz Maria D’Asaro, Santi Correnti, Enzo Fragalà, Cristoforo Filetti, Francesco Enrico Accolla, Giovanni Cucco, Vito Cusimano, Benito Paolone, Alfredo La Grua, Aristide Mettler, Guido Morello, Vittorio Vettori, Francesco Grisi, Lino Piscopo, Nino Aquila, Giovanni D’Espinosa, Nuccio Fede, Pinuccio Tatarella, Nino Muccioli, Salvino Candido, Pino Amatiello, Francesco Brancato, Massimo Ganci, Giuseppe Cottone, Pietro Mazzamuto, Bent Parodi di Belsito, Giovanni Davoli, Enzo Giudici, Salvo Di Matteo, Nicola Pampalone, Lorenzo Purpari, indimenticabile dirigente e Amico. Non un semplice seppur doveroso elenco di nomi, ma una Memoria viva che rende così straordinaria la storia del nostro Istituto. Accanto a loro, tanti in piena attività e che tutti accumuniamo in un vivo ringraziamento per ciò che ci hanno dato e per quello che vorranno ancora darci. All’insegna della libertà e dell’autonomia della cultura.

Tommaso Romano

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L’ISSPE celebra, in questi giorni, i suoi primi quarant’anni di attività culturale. Nato per dare essenzialmente voce a chi voce, in particolare nel secondo dopo-guerra delù

Novecento, non ne aveva. L’ISSPE ha raggiunto, nel giro di poco tempo, una tale emancipazione dal sistema convenzionale da veder premiati, per l’interesse raccolto dalle sue pubblicazioni e dalle sue tavole rotonde, i suoi sforzi con un’unanime e diffuso apprezzamento. I suoi dirigenti, che si sono avvicendati negli anni, hanno voluto fin da subito superare, con intelligente acume, gli steccati ideologici, ponendo in essere la suggestione che di Cultura, se pur con differenti sfaccettature, ce ne sia solamente una, scardinando, di fatto, l'impostazione di chi ne voleva essere, non si capisce bene a quale titolo, in qualche modo egemone. Molti dei temi trattati, oltretutto spesso esclusi dai “circuiti ufficiali”, oggi continuano a valorizzarne, invece, ampiamente le sue attività. A partire da quell’impegno di contrasto alla mafia, in tempi decisamente non sospetti, che è, di fatto, nel DNA dell’ISSPE. Non a caso importanti uomini delle Istituzioni hanno voluto manifestare, con la loro diretta partecipazione, l’adesione al sentimento di rivalsa di una Terra, che si è dimostrata troppo spesso genuflessa ai desiderata di “classi dirigenti” interessate a deprimerla per un loro esclusivo vantaggio. Un’azione culturale tesa,pertanto, a scardinare ante litteram l’ingannevole logica, attraverso l’elaborazione di un pensiero critico, del "politicamente corretto", che con l’avvento del terzo millennio sembra aver preso ormai definitivamente le redini della società moderna. Quell’omologazione planetaria (vedi globalizzazione) che con tanta preoccupazione caratterizzava, infatti, i convegni dell’ISSPE sembra ormai dettare le direttive nella nostra vita quotidiana. Il multiculturalismo a tutti i costi, il dogma del relativismo diffuso nei più svariati campi, la recente furia iconoclasta, l’ideologia gender che vuole stravolgere la stessa natura dell’uomo, sono tutti fattori che ci spingono, sempre più velocemente, verso una decadente società nichilista. La perdita di ogni valore e di ogni identità favorisce, infatti, i detentori dell'alta finanza (e non dell’economia) ad acquisire sempre un maggiore potere e controllo sugli inermi cittadini, che si ritrovano, sempre più spesso, in balia del cosiddetto "pensiero unico" mondialista. All’ISSPE non resta, pertanto, che rilanciare una nuova stagione, almeno (e non solo) per i prossimi quarant’anni, che sappia promuovere, invece, un nuovo umanesimo, piuttosto che un devastante movimento neo-progressista, finalizzato a riportare, prima che sia troppo tardi, l’uomo al centro della Storia. Ad maiora, quindi, all’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici.

Fabrizio Fonte

 

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Documentare l’attività dell’ISSPE non è esaltare soltanto l’operosità e il ruolo culturale che ha svolto nel tempo in Sicilia, impresso dai Consigli di Amministrazione e dai suoi Presidenti, personalità di alto profilo: Dino Grammatico, Giuseppe Tricoli, Francesco Virga, Tommaso Romano e ora Umberto Balistreri, che si sono alternati, che ne hanno indirizzato e coordinato le iniziative, con non pochi sacrifici o per testimoniare il considerevole fervore dell’Istituto, ma per fare emergere, attraverso i temi trattati, spesso in anticipo con il corso dei tempi, una rassegna della stessa vita culturale ed editoriale veramente imponente che, nel tempo, ha animato la città di Palermo, la Sicilia e non solo, rivelandone uno spaccato della società del tempo. I numerosi convegni, le diverse mostre e la vasta pubblicistica costituiscono la storia dell’ISSPE. Una magnifica e apprezzata testimonianza dell’intenso impegno culturale dipanato con continuità e sinergia dai Presidenti dell’Istituto che si sono succeduti, e da altri studiosi, fortemente motivati, che in qualche modo all’ISSPE sono stati vicini, come un filo che nel tempo si è snodato segnando durante il percorso l’impronta lasciata dagli operosi, risoluti e validi presidenti e rivelando allo stesso tempo momenti di notevole importanza e di programmazione socio-culturale. Un compito svolto con entusiasmo, che è diventato una risorsa utile per capire e avere consapevolezza della fase vissuta, delle linee guide offerte e delle iniziative di pregio attuate nei suoi quarant’anni di ininterrotta attività, decifrando spesso i lati e i messaggi nascosti dal “politicamente corretto”. Manifestazioni di qualità, dinamiche, che spesso sono state lungimiranti nell’anticipare i temi sociali, politici ed economici che, in ogni caso, hanno arricchito il percorso dell’ISSPE. Decenni di attività sempre crescenti che ha prodotto tanti fatti, che ha lasciato tanti documenti, libri e ricordi, numerose riflessioni che, a distanza di tempo, hanno aggiunto luce e valore determinante e che oggi si rivelano grande documento, diventando a volte pietre angolari di un nuovo edificio sociale e metapolitico. Il lavoro svolto dall’Istituto, dal 1980 al 2020, ha riguardato tanti settori culturali, dall’arte alla letteratura, dallo sport al turismo, dall’ambiente alla sanità, con relatori sempre di eccelso profilo e con un’alta e qualificata partecipazione di pubblico. Nomi che sicuramente fanno emergere dal dimenticatoio il ricordo di centinaia e centinaia di nobili figure e personalità, che hanno onorato la Sicilia, l’Italia e non solo, che si sono succedute ai tavoli degli eventi. Difficile numerarli tutti, ma non possiamo non ricordarne almeno alcuni come: Pino Romualdi, Raffaele Valensise, Giuseppe Tatarella, Salvatore Riccobono, Enzo Fragalà, Paolo Borsellino, Francesco Grisi, Gaetano Hardouin di Belmonte, Marzio Tricoli, Guido Virzì, Ettore Maltese, Giorgio Almirante, Vincenzo Pajno, Elda Pucci, Giovanni Falcone, Michele Rallo, Enrico Landolfi, Vittorio Vettori, Franz Maria D’Asaro. Una riflessione a parte merita l’attività editoriale con la prestigiosa rivista dell’ISSPE “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura” e con tutta una serie di volumi di particolare rilievo per gli argomenti affrontati e per i nomi degli autori, tra i quali spiccano quelli di Giulio Bonafede, Giuseppe Cottone, Nino Aquila, Lucio Zinna, Elio Giunta, 

Giovanni Davoli, Salvo Di Matteo, Vincenzo Fardella de Quernfort, Fabrizio Fonte, onde testimoniare e riconoscere l’ampia attività che l’Istituto ha svolto per il compito che si è dato. 

Vito Mauro

 

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La spesa a domicilio consegna un libro per la giornata mondiale UNESCO

Extroart, nel pieno rispetto delle normative anti Covid, ha deciso di realizzare comunque “Porto&Riporto”. Un simpatico appuntamento, che dal 2005 promuove la lettura e lo scambio di libri usati, in occasione del 23 aprile Giornata mondiale del libro promosso dall’UNESCO. 

In questo momento di isolamento, Extroart, grazie alle case editrici: Thule; ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici) e l’Associazione di Storia Postale Siciliana, che hanno messo a disposizione circa 2.000 volumi, che saranno recapitati, con la consegna a “domicilio” insieme alla spesa giornaliera. I commerciati coinvolti: Macelleria Pennino, La Brace e la gelateria Frisku, faranno si, che durante l’intera giornata di venerdì 23, i loro clienti oltre la spesa ordinata, riceveranno anche un libro in omaggio.
Sarà anche possibile ritirare gratuitamente un libro (fino ad esaurimento scorte) presso i partners che aderiscono all’iniziativa, che sono: Ricca Digital Photo Office (Viale Strasburgo, 211); La Brace (Via Principe Scordia, 105); Frisku Cream Sweet Love (Via Emerico Amari, 40); Istituto Paritario Platone (Via Salvatore Bono, 31); Scuola dei Mestieri Euroform (Piazza Gen.le Cascino, 150 e Via Telesino, 18); Pizzo&Pizzo (via Dodici Gennaio,1); ACLI Palermo (Via Benedetto Castiglia, https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t22/2/16/1f60e.png"); background-repeat: no-repeat no-repeat;">???? e La Brace Food Experience (Via Emerico Amari, 68). 
Un evento, che promuoverà una piacevole ZTL - Zona Traffico Librario, che sarà raccontato in una diretta web sulla pagina Facebook di Extroart E CLIPS Comunicazione&Media, a partire dalle ore 17,30. 

“Lo scambio di libri-dichiara Ludovico Gippetto, ideatore dell’iniziativa e presidente della Extroart- deve leggersi come un gioco attraverso cui stimolare la voglia di leggere, aprendosi anche ai suggerimenti e agli stimoli lasciati da un donatore sconosciuto, nella forma di piccole annotazioni, passi sottolineati che sarà possibile, magari, scorgere tra le pagine del libro trovato nei punti di raccolta. Come un messaggio-continua Gippetto- conservato in una bottiglia abbandonata in mare, capita tra le mani di un lettore casuale, così anche i libri donati per l’occasione. Ognuno con il proprio speciale messaggio e significato, saranno la bottiglia per destinatari ignoti.”

Info e contatti: (+39) 3713910167

 

https://www.facebook.com/1251215853/posts/10219854592175829/?d=

Tony Marotta

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Con Tony Marotta, Presidente dell’Accademia di Sicilia, Amico generoso e prezioso, scompare una delle figure più ragguardevoli della Cultura siciliana. Instancabile ricercatore di una Cultura  libera , ha saputo, e voluto, rappresentare, con la creazione e la realizzazione di manifestazioni prestigiose , come la “Pigna d’argento”, l’impegno artistico  volto  alla rappresentazione di una cultura identitaria al servizio della Sicilia. Le più sentite condoglianze alla Famiglia. 

Tony Marotta ha organizzato con l’adesione dell’Isspe molte manifestazioni e realizzato alcune pubblicazioni.

 

Si è spento Vincenzo Fardella de Quernfort

 

"Si è spento Vincenzo Fardella de Quernfort, Presidente Onorario dell’Associazione di Storia Postale Siciliana, Associazione, da Lui fortemente voluta e guidata sin dal 1997, e socio dell'ISSPE.

Fardella ha contribuito, in settanta anni di continuo e instancabile impegno culturale, alla diffusione della storia postale siciliana con una serie ragguardevole di iniziative espositive e promo educative dalla grande valenza culturale e sociale.
Un appassionato ed appassionante vissuto culturale , quello di Vincenzo Fardella , che si è sempre imposto per rigore scientifico e dedizione, per costruire “una nuova immagine della Filatelia come spunto, stimolo e supporto a ricerche storiche di incontestabile contenuto scientifico.+
 
 
    

 

E' scomparso Lino Di Stefano

foto lino di stefano

 

E' scomparso Lino Di Stefano, di cui abbiamo sempre apprezzato il grande impegno culturale e la continua riproposta del pensiero gentiliano. Con l'ISSPE Lino Di Stefano ha pubblicato, nel 2014, il libro "Gentile: l'uomo e l'opera".

Ne pubblichiamo parte della Premessa.

“Per GIOVANNI GENTILE

Il pensiero di Giovanni Gentile è sempre più al centro dell'attenzione non solo degli studiosi, ma soprattutto della gente colta e dell'opinione pubblica oltremodo interessata, quest'ultimo, a capire perché una filosofia così affascinante, come l'attualismo, abbia dovuto per tanto tempo subire un ostracismo che non ha riscontro nella storia della speculazione e della cultura in genere. Motivi politici? In buona parte sì, ma non solo questi hanno contribuito a considerare quasi come "un cane morto", secondo l'espressione di uno studioso, il più grande filosofo italiano del Novecento ed uno dei rappresentanti più eminenti della filosofia europea.Non a caso, il Natoli, in un suo incisivo e fortunato libro, ha definito il teorico dell'attualismo "pensatore europeo" per le implicazioni profonde insite in una dottrina quanto mai affascinante ed avveniristica. Gli stessi Geymonat e Bobbio,mai teneri per la verità nei riguardi del teorizzatore dell'"Atto puro"- hanno rettificato il tiro ed hanno riconosciuto che con Giovanni Gentile devono fare i conti tutti, epigoni ed avversari; non foss'altro per l'afflato etico-religioso, per la coerenza e, non ultimo, per l'alta lezione teoretica, che si sprigionano dal sistema neoidealistico.L'eredità che ci ha lasciato il filosofo siciliano è grande; non solo sul piano strettamente speculativo, ma anche nella sfera civile per la serietà con la quale, anche nei momenti più tristi della storia d'Italia, è riuscito a restare al suo posto a rischio della sua stessa incolumità perché, com'egli scriveva alla figlia Teresina, "Aspettare, tappato in casa, che maturino gli eventi è il solo modo che ci sia di comprometterli gravemente". 

 

 

 

 

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