Excursus storico sulla Pietà Popolare* di Franco Roberto

È alquanto diffusa la convinzione che la pietà popolare ebbe inizio nell’Età di Mezzo. Un’opinione palesemente falsa, o quanto meno, infelice.

 

Le prime avvisaglie di devozione popolare si manifestarono già agli inizi del cristianesimo, ma poiché esse, mediante uno spontaneo cammino di convergenza, si armonizzarono così perfettamente con la nascente liturgia neocristiana, si annullò qualsiasi forma di diversità, anzi si consolidò un consapevole adattamento ed una precisa inculturazione.

 

È pur vero che per le più antiche comunità cristiane la sola realtà necessaria era Cristo con la sua vita, le sue parole, i suoi comandamenti, tutto il resto - giorni e mesi, feste e noviluni, cibi e bevande - diventava secondario(1).

 

Nel Medioevo, invece, il dualismo culturale si palesò. La Chiesa si chiuse dentro una liturgia troppo clericale, si irrigidì in forme ed espressioni squisitamente latine mentre il popolo, per vivere una fede più coerente al proprio status sociale, sviluppò alcuni usi, gesti ed espressioni, per lo più in lingua volgare. Nel Medioevo si ebbe soltanto un rifiorire della pietà popolare.

 

1. Agli inizi della cristianità

 

Nei secoli IV e V i protocristiani iniziarono a diffondere il messaggio di Cristo in tutto l’Impero romano.

 

Da un gruppo minoritario che erano prima dell’Editto di Costantino, essi divennero la maggioranza grazie alla precedente missione degli Apostoli e di San Paolo proseguita, in seguito, dall’impegno di vescovi, asceti, sacerdoti e laici in genere.

 

Proprio in questi primi secoli di vita cristiana si possono riconoscere alcune pratiche di pietà popolare.

 

Ciascun cristiano iniziava la giornata lodando e ringraziando Dio. Ogni momento del giorno, sia esso lieto o triste, era offerto a Dio come rendimento di grazie. L’orazione avveniva rivolgendosi verso Oriente, perché da lì si aspettava la parusia del Signore:

 

Come la folgore viene da oriente e brilla fino ad occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo (Mt 24,27).

 

Inoltre, l’usanza di segnarsi la fronte con il segno della croce, era molto comune tra i primi cristiani:

 

Ad ogni uscita o partenza, ad ogni principio o fine nel vestirsi e calzarsi, prima del bagno, quando ci mettiamo a tavola, quando accendiamo la luce, quando ci corichiamo o ci mettiamo seduti, insomma in ogni atto delle occupazioni quotidiane ci segniamo la fronte col segno della croce(2).

 

Anche il culto dei martiri, dei santi, la venerazione verso la beata Vergine Maria (si veda l’iconografia mariana nelle catacombe di Priscilla a Roma, la preghiera Sub tuum praesidium), i pellegrinaggi, sono tracce di usi popolari riscontrabili nei primi secoli di cristianesimo.

 

I martiri furono considerati i perfetti imitatori di Cristo in virtù del fatto che, per diffondere il messaggio evangelico, patirono sofferenza e morte. I primi cristiani videro in loro i propri intercessori e protettori, così iniziò la ricerca delle loro tombe e delle loro reliquie. Le ossa, una volta ritrovate, venivano traslate e trasportate in città dove si erigevano chiese per custodirne le spoglie.

 

I pellegrinaggi, metafora del viaggio, caratteristica per indicare la vita terrena(3), erano compiuti per ottemperare al desiderio e alla speranza di aiuto nelle avversità, oppure come gratitudine per le grazie ricevute.

 

Meta obbligatoria era la Palestina che, per i suoi "luoghi santi", assunse il nome di Terrasanta. Lo testimoniano i resoconti di famosi pellegrini, quali l’Itinerarium Burgigalense e l’Itinerarium Egeriae, entrambi del IV secolo. Sui "luoghi santi" si costruirono basiliche, quali l’Anastasis, edificata sul Santo Sepolcro e il Martyrium eretto sul monte Calvario, che costituirono un forte richiamo per i pellegrini. Oltre la Terrasanta altre mete - per citarne alcune -, furono la tomba dell’apostolo Tommaso ad Edessa, il santuario dei santi Cosma e Damiano a Costantinopoli, le tombe di Pietro e Paolo a Roma.

 

2. Nel Medioevo

 

Il Medioevo ebbe inizio con la caduta dell’Impero romano e con l’invasione, a più riprese, delle popolazioni barbariche. Roma, in un primo momento, riuscì a contenere gli invasori, ma all’inizio del V secolo la lotta divenne impari e la decadenza dell’Impero fu pressoché totale. Oramai tutto l’Occidente era invaso.

 

Immaginiamo in tali condizioni le difficoltà evangelizzatrici della Chiesa. Le popolazioni barbariche, pur accettando forzatamente la cristianizzazione, conservarono ostinate credenze, superstizioni e pratiche magiche.

 

Nel periodo compreso tra il VII e la metà del XV secolo, si assistette ad una progressiva differenziazione tra liturgia e pietà popolare. Si arrivò ad un punto in cui si pose in essere un dualismo: da una parte la liturgia officiata dal clero in lingua latina, dall’altra la gente che, estraniandosi dalla dotta teologia, viveva un cammino di fede più libero, pregando e cantando, per lo più, in lingua volgare(4).

 

Molti furono i fattori che contribuirono a tale separazione. Paradigmatici furono l’idea di una liturgia di competenza dei chierici e l’insufficiente conoscenza delle Sacre Scritture. Questi, e tanti altri motivi, fecero sì che la pietà popolare, la cosiddetta liturgia pauperum, fungesse da insegnamento quando la Bibbia era allontanata dal popolo e la liturgia distante; un po’ come le rappresentazioni pittoriche e scultorie che costituivano la Biblia pauperum che invece avevano lo scopo di colpire l’immaginazione dei fedeli(5).

 

Nel Medioevo non si notarono molte differenze rispetto ai secoli precedenti. Continuò, intensificandosi, il culto dei santi. Al bambino, fin dalla nascita, veniva dato il nome di un santo rimettendo a lui la protezione del nascituro; inoltre, tutto il calendario lavorativo, così come l’alternanza delle stagioni, fu contrassegnato dalle feste dei santi.

 

Anche la devozione verso la Madonna subì una crescita. A Lei vennero dedicate molte chiese e, sotto la sua protezione e il suo nome, furono istituite diverse confraternite.

 

Fin dal X secolo, uomini e donne si riunirono in associazioni dirette ed organizzate da laici i cui scopi erano la formazione dei confrati, la penitenza e le opere di pietà e di carità.

 

Si diffuse la pratica della recita dell’Ave Maria(6), dell’Angelus(7), del Rosario e delle Litanie alla Vergine Maria. Nacquero nuove feste dedicate alla Madre di Dio, mentre i teologi approfondirono alcuni misteri mariani, come quello dell’Immacolata Concezione, diffusosi grazie all’azione incessante dei francescani che ebbero, in questo ruolo, il loro massimo esponente nel beato Giovanni Duns Scoto:

 

La beata Vergine Maria, Madre di Dio, non fu mai in atto nemica di Dio né per il peccato attuale né per il peccato originale, perché è stata preservata dall’eccellenza della redenzione del Figlio suo(8).

 

Non bisogna dimenticare che il Medioevo fu il periodo storico in cui venne esaltata la figura di Cristo, e di Cristo sofferente.

 

Una rappresentazione molto adoperata fu il crocifisso, soprattutto dipinto. Il Redentore era raffigurato isolato ed iconizzato nel momento supremo del supplizio.

 

I crocifissi, dalle grandi dimensioni, pendevano dalle navate delle chiese come monito perpetuo al fedele che vi vedeva il più eloquente messaggio cristiano(10).

 

La partecipazione popolare alle sofferenze di Cristo fu pienamente evidenziata da questi oggetti di culto che, con i loro cambiamenti iconografici, sottolineavano il cammino di contrizione dei fedeli in età medievale.

 

La più antica croce dipinta giunta fino a noi è quella del Maestro Guglielmo, datata 1138. Si trova nella Cattedrale di Sarzana e testimonia bene il primo modulo pittorico. Cristo è rappresentato con gli occhi ben aperti, gli arti rilassati, il volto privo di qualunque emozione. Gesù non sembra essere appeso in croce, ma davanti alla croce. Egli è vivo. È il risorto, il vincitore della morte. È il Christus triumphans.

 

Con il trascorrere del tempo, intorno alla metà del Duecento, si definì un nuovo modello di crocifisso che, a poco a poco, sostituì il precedente. Venne abbandonata la divinità di Cristo a favore della sua umanità. La risurrezione lasciò il posto alla drammaticità della passione. Gesù è morto, gli occhi sono pesantemente chiusi, il capo reclinato, il viso contratto dal dolore. Cristo è fissato alla croce per mezzo di chiodi che aprono grandi ferite e da cui sgorgano fiotti di sangue. Tale è la tipologia del Christus patiens. Il Salvatore diventa, così, uomo tra uomini e, ogni devoto che osserva tale immagine, comprende profondamente il valore della missione terrena di Gesù.

 

Le croci non sono altro che un segno, ma hanno il merito di introdurci alla comprensione di alcuni gesti popolari rivolti al Salvatore come la ricerca delle reliquie del martirio di Cristo, la divulgazione delle immagini della passione, la diffusione della Via Crucis, l’istituzione della Settimana Santa, l’organizzazione delle sacre rappresentazioni tra cui I Misteri che, nel periodo medievale, altro non furono che spettacoli a carattere teatrale il cui scopo era quello di contentare popoli e comunità desiderose di grandi finzioni sceniche(11).

 

I Misteri erano incentrati sulla storia di Cristo, ma anche sulle narrazioni bibliche ed agiografiche. Generalmente erano componimenti molto estesi, la cui rappresentazione richiedeva parecchi giorni. Per la narrazione del mistero della Passione di Valenciennes, consegnataci in due manoscritti, di cui uno del 1577 illustrato con una serie di splendide miniature, occorrevano venticinque giornate complessive(11).

 

Anche la devozione all’Eucaristia, corpo di Cristo e modello di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che ha valore(12), assunse la propria importanza. La festività del Corpus Domini venne estesa dal papa Urbano IV l’11 agosto 1264 a tutta la Chiesa e da quel momento divenne una delle solennità più importanti dell’intero anno liturgico.

 

In continuità con i secoli precedenti si ricorse ai pellegrinaggi. I motivi di fondo rimasero sempre gli stessi: ottenere una guarigione da una malattia, chiedere una grazia, sciogliere un voto, compiere una penitenza.

 

Gerusalemme - anche se al termine del Medioevo iniziava a scemare di popolarità -, rimaneva sempre il luogo più frequentato.

 

Altre mete furono: Santiago de Compostela, dove si venerava il corpo di San Giacomo apostolo. Ci si arrivava percorrendo il cosiddetto Camino de Santiago che, attraversando la Spagna settentrionale, si prolungava in Francia, in Italia e in Germania(13); Montserrat, dove i pellegrini eseguivano la "danza della morte"(14); Conques, dove si venerava la preziosa statua-reliquiario di Santa Fede(15); Rodez, dove si venerava sia il velo di Maria, sia la santa scarpa.

 

In Italia i luoghi più visitati furono: Roma, dove si venerava la tomba dei santi Pietro e Paolo; Loreto, dove si venerava la "Casa Santa" di Maria che, come vuole la tradizione, venne misteriosamente prelevata e trasportata dagli angeli dall’Asia Minore minacciata dagli infedeli(16); Orvieto, dove si venerava la reliquia del sangue di Cristo; Lucca, dove era custodita l’immagine in legno del Cristo detto "Santo Volto"(17); Bari, dove si venerava San Nicola; il Monte Gargano, dove si officiava il culto rivolto all’arcangelo Michele.

 

3. Nell’epoca moderna

 

Nella seconda metà del XV secolo, la devotio moderna favorì la nascita di pii esercizi il cui principale punto di riferimento fu l’umanità di Cristo. La più alta espressione di detta devozione fu la celeberrima opera De imitatione Christi.

 

Nel XVI secolo, poco dopo la chiusura del Concilio Lateranense V (1512-1517), imperversò in alcuni Paesi dell’Europa, l’avvento del protestantesimo avviato da Martin Lutero. Soggiogati dai principi luterani della sola fides e della sola Scriptura, negli Stati dove la riforma trovò terreno fertile, vacillarono i punti essenziali della dottrina cattolica.

 

Per la pietà popolare si prospettò un periodo decisamente incerto. I gesti più comuni come il culto a Maria, ai santi, la devozione eucaristica, i pellegrinaggi, iniziarono a scomparire.

 

In questa fase di confusione, fu affidato al Concilio di Trento (1545-1563) il compito di riportare l’equilibrio e l’ordine nei concetti. Il Sinodo, che seppe raccogliere il patrimonio delle forme devozionali tardo-medievali, riordinandolo nei contenuti, nella celebrazione e nei suoi protagonisti(18), promosse un’azione che mirò a correggere tutte le divergenze e deviazioni della pietà popolare; contemporaneamente tese ad elevarne il tono, rendendola degno strumento per ricondurre il popolo alla riscoperta delle verità di fede. Così purificata, la pietà popolare si rivelò un prezioso mezzo per combattere il protestantesimo e difendere la fede cattolica.

 

Contro la negazione luterana nei confronti della presenza eucaristica i gesuiti diffusero, all’inizio della seconda metà del XVI secolo, la pratica delle Quarantore, cioè l’esposizione solenne del Santissimo Sacramento per quaranta ore. La processione del Corpus Domini assunse un aspetto più solenne e, in Spagna, la Fiesta del Corpus, divenne la solennità più importante di tutte le feste religiose.

 

Nel contempo, riprese vigore la devozione verso la Madre di Dio. Si moltiplicarono le confraternite dedicate al suo nome, il rosario assunse la forma attuale(19), i pellegrinaggi verso mete mariane si intensificarono.

 

Sempre nello stesso periodo si organizzarono le missioni al popolo(20) che contribuirono alla diffusione dei pii esercizi i quali, in seguito ad approvazione ecclesiastica, furono raccolti in libretti di preghiera, diventati, poi, strumenti di propagazione cultuale.

 

Nel Seicento si affermò la complessa cultura barocca con tutti gli aspetti che la caratterizzarono e la distinsero. Un valido modello furono le processioni. Esse divennero più sontuose, più sfarzose, più lunghe, grazie anche alla partecipazione delle confraternite fattesi, in questo periodo storico, più numerose. Sempre nel XVII secolo si moltiplicarono le novene, i tridui e le preghiere.

 

Nel Settecento, il cosiddetto "secolo dei lumi", l’intero cristianesimo dovette lottare contro l’Illuminismo, soprattutto su due fronti: il razionalismo, che esaltava la ragione umana come unica fonte di conoscenza e di verità, disprezzando l’irrazionale cristianesimo che ostacolava il pieno sviluppo della persona e il materialismo, che negava ogni realtà spirituale come Dio, l’anima, le leggi morali, la vita dopo la morte.

 

Anche in questa lotta la Chiesa, assieme alla pietà popolare, ne uscì fortificata. Fiorirono le devozioni al Preziosissimo Sangue di Gesù, al suo Sacro Cuore con la pratica dei nove primi venerdì del mese.

 

Contemporaneamente un ulteriore sviluppo delle missioni popolari assicurò al popolo, mediante l’insegnamento del catechismo, la necessaria conoscenza delle verità di fede vissute, fino ad allora, in maniera piuttosto superficiale ed esteriore. E fu proprio la catechesi a caratterizzare l’azione evangelizzatrice e riformatrice di alcuni vescovi siciliani pastoralmente illuminati, missionariamente impegnati, catechisticamente preparati(21).

 

In tale prospettiva si collocava in Sicilia il catechismo, in lingua dialettale, del vescovo di Catania Salvatore Ventimiglia che, di fronte all’ignoranza e alla superstizione, vedeva nell’insegnamento della dottrina cristiana la condizione per la salvezza eterna. Riportiamo un breve stralcio del suo catechismo in cui si affermava:

 

D. Ccè obbligu pr’un Cristianu di sapiri la Duttrina Cristiana?

 

R. Ccè obbligu grannissimu.

 

D. Pirchì diciti ca cc’è obbligu grannissimu?

 

R. Pirchì s’un Cristianu nun sapi la Duttrina Cristiana, non avirà la saluti eterna, e sarà dannatu(22).

 

Ed, inoltre, per chiarire il significato di dottrina cristiana, il testo catechetico chiedeva:

 

D. Chi voli diri sapiri la Duttrina Cristiana?

 

R. Voli diri sapiri li cosi nicissari pri la saluti eterna.

 

D. Quali su ti cosi nicissari pri la saluti eterna?

 

R. Sunnu la fidi, la speranza e la carità. Cull’operi boni(23).

 

Sempre nel Settecento è da ricordare l’attività di Ludovico Antonio Muratori che seppe coniugare le nuove esigenze culturali proprie del tempo con la dottrina della Chiesa. Nella celebre opera Della regolata devozione dei cristiani egli propose una religiosità che, alimentata dalla liturgia e dalla Sacra Scrittura, si mantenesse lontana dagli abusi e dalle deformazioni.

 

L’Ottocento, per sua cultura, rivalutò il sentimento dell’uomo valorizzandone l’elemento popolare.

 

Si ebbe un risveglio sia della liturgia, sia della pietà popolare. Nacquero espressioni di culto locale legate ad eventi eccezionali come miracoli ed apparizioni. Ricordiamo soltanto l’apparizione della "Signora" alla giovanissima Bernardette Soubirous, avvenuta nel 1858 nella grotta detta di Massabielle, a circa un chilometro da Lourdes.

 

Iniziò la pratica del mese di maggio consacrato a Maria. Si affermò la devozione all’Immacolata Concezione grazie all’enunciazione della Costituzione dogmatica Ineffabilis Deus. Il beato papa Pio IX, l’8 dicembre 1854 nella Basilica Vaticana, definì il dogma dell’Immacolato Concepimento di Maria, mettendo così irrevocabilmente fine al lungo e travagliato processo storico-teologico che vide, peraltro, l’incessante ed accorata difesa del singolare privilegio della Vergine Maria da parte dei francescani.

 

Sul finire del XIX secolo, si accentuò il divario tra pietà popolare ed azioni liturgiche. Il papa San Pio X, per respingere questa nascente confusione, accelerò la nascita del cosiddetto movimento liturgico che si propose di favorire nei fedeli l’intelligenza e l’amore per la celebrazione dei divini misteri e di ridare loro la consapevolezza di appartenere ad un popolo sacerdotale(24).

 

Spetterà, in ogni modo, al Concilio Ecumenico Vaticano II riportare, in piena luce e in feconda collaborazione, il rapporto tra la pietà popolare e la liturgia.

 

In ogni religione la preghiera è il gesto centrale(25) attraverso cui l’uomo si rivolge a Dio con il desiderio di accostarsi a Lui.

 

Per i cristiani la preghiera diventa un atteggiamento incessante di adorazione. I credenti, come figli di Dio, s’incamminano verso una relazione personale e viva con il loro Padre infinitamente buono(26); dialogano con Lui da persona a persona, viso a viso, cuore a cuore(27).

 

Nelle preghiere popolari, inoltre, emerge una grande umanità, frutto di una fede autentica e semplice del popolo, della sua coscienza religiosa che sente sempre la necessità di porsi in relazione con Dio.

 

La gente, con il suo modo di essere e di sentire, esprime con immediatezza i caratteri fondamentali della propria fede vissuta con naturalezza in tutto l’anno liturgico. Dalle sue labbra sgorgano suppliche nel momento della prova, dello scoramento, della morte, ma anche lodi di ringraziamento nei momenti di gioia e di festa. In ogni caso, comunque, attraverso la loro elevazione, si pone in essere il senso teocentrico dell’esistenza umana.

 

Nel volume Patri, Figliu e Spiritu Santu (di nuova pubblicazione), si sono volute raccogliere le orazioni sacre della tradizione popolare gangitana - i cosi di Dia, come tuttora li amano definire le generazioni più anziane -, unicamente per compiere un’opera che si vuole definire di salvataggio, volto a sottrarre dall’oblìo un bagaglio religioso e culturale, espressione di quell’anima cristiana che sottostava come radice di cultura e di tradizioni ben collaudate nel nostro popolo.

 

Nell’intraprendere la ricerca non ci si è certo imbattuti in una letteratura popolare frutto della creatività di autori ben definiti. Autore, protagonista e vero soggetto è tutto un popolo che, col trascorrere dei secoli, ha creato e custodito un patrimonio di preghiere in lingua dialettale anche se ad esso, in realtà, si sono spesso aggiunte delle acquisizioni italianeggianti.

 

Il dialetto, certamente, non è una lingua che vincola a rigide obbedienze, anzi, offre ad ognuno la possibilità di continui rifacimenti, per cui non esistendo una tradizione scritta tutto è affidato alla sola trasmissione orale; conseguentemente, per una stessa preghiera, è stato possibile trovare diverse versioni, molto spesso anche soggettive, adattate al modo di percepire dello stesso ricevente.

 

Una raccolta di esercizi di pietà, come quella che si vuole offrire in questo contributo, ci costringerà a riconsiderare alcuni temi che per lungo tempo sono stati lasciati nell’ombra, forse perché scomodi, scartati magari con una battuta di spirito o con un sorriso di sufficienza.

 

Roberto Franco

 

 

 

Preghiere

 

Preghiere del mattino e della sera

 

Signuri, vi ladu e vi ringraziu

 

di quanti grazii m’atu datu,

 

na bona e santa nuttata;

 

accussì vi prigu stamatina

 

di dàrimi na bona e santa iurnata

 

ppi amari e servìri a vui.

 

Signore, vi lodo e vi ringrazio / di quante grazie mi avete dato, / una buona e santa notte; / così vi prego stamattina / di darmi una buona e santa giornata / per amare e servire a voi.

 

Ia sacciu la curcata,

 

ma nun sacciu la livata,

 

l’arma mia nun cunfissata

 

a vossia la raccumannu,

 

bedda Matri Immaculata.

 

Io so quando mi corico, / ma non so se mi sveglierò, / l’anima mia non confessata / a voi la raccomando, / bella Madre Immacolata.

 

Nta lu littu mi curcu ia

 

ccu quattru ancili di Dia:

 

dui a la testa e dui a li pidi,

 

nta lu minzu San Micheli,

 

a lu latu l’Ancilu Santu,

 

Patri, Figliu e Spiritu Santu.

 

Io mi corico nel letto / con quattro angeli di Dio: / due alla testa e due ai piedi, / in mezzo San Michele, / a lato l’Angelo Custode, / Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Ia nun mi curcu sula,

 

ma mi curcu accumpagnata

 

ccu quattru ancili ncapu u littu

 

e Maria supra lu pittu,

 

ia durmu e iddi viglianu,

 

si c’è cosa mi sdruviglianu.

 

Io non mi corico sola, / ma mi corico accompagnata / con quattro angeli sopra il letto / e Maria sopra il petto, / io dormo e loro vegliano, / se c’è necessità mi svegliano.

 

Preghiera alla Santissima Trinità

 

Salutamu e prigamu

 

a Santissima Tirnità

 

ppi li grazii cuncessi

 

a Maria Santissima.

 

Gloria ô Patri, ô Figliu,

 

ô Spiritu Santu,

 

accussì sarà

 

ppi tutta l’eternità.

 

Salutiamo e preghiamo / la Santissima Trinità / per le grazie concesse / a Maria Santissima. / Gloria al Padre, / al Figlio / allo Spirito Santo, / così sarà / per tutta l’eternità.

 

Preghiera a Nostro Signore Gesù Cristo

 

Binidici, o Signuri,

 

tutti i carusi dû munnu

 

e tutti gl’ùmini dâ terra

 

e fa ca si vunu beni cumu i frati.

 

Grazie, o Signuri,

 

ca mi dasti a menti ppi pinsari,

 

i manu ppi travagliari,

 

u cori pp’amari.

 

Benedici, o Signore, / tutti i bambini del mondo / e tutti gli uomini della terra / e fai che si vogliano bene come fratelli. / Grazie, o Signore, / per avermi dato l’intelligenza per pensare, / le mani per lavorare, / il cuore per amare.

 

Preghiera prima della Santa Comunione

 

Ràpiti porta di lu cori mia

 

vidica veni lu divinu Dia,

 

veni ccu la Vergini Maria,

 

fatti ncuntru armuzza mia.

 

Apriti porta del mio cuore / bada che viene il divino Dio, / viene con la Vergine Maria, / vai incontro anima mia.

 

Preghiere a Maria Santissima

 

Bedda Matri di la Grazia,

 

siti china e siti sazia,

 

Riggina di lu cilu,

 

culonna di lu mari.

 

A vinutu na puvuredda,

 

si a vuliti cunsulari,

 

ppi li tridici scaluna

 

c’acchianastivu ncunucchiuni,

 

ppi li tridici paroli

 

ca dicistivu a lu Signuri,

 

diciticcinni una ppi mia

 

ca vi dicu na Ffimmaria.

 

Bella Madre della Grazia, / siete piena e siete appagata, / Regina del cielo, / colonna del mare. / È venuta una poverella, / se la volte consolare, / per i tredici scalini / che avete salito in ginocchio, / per le tredici parole / che avete detto al Signore, / ditene una per me / che io vi dico un’Ave Maria.

 

Bedda Matri di la Catina,

 

siti stidda mattutina,

 

siti rosa senza spina,

 

tanti petali c’aviti,

 

tanti grazii cunciditi,

 

cunciditini una a mia

 

ca vi dicu na Ffimmaria.

 

Bella Madre della Catena, / siete stella mattutina, / siete rosa senza spine, / tanti petali che avete, / tante grazie concedete, / concedetene una a me / che vi dico un’Ave Maria.

 

Vui sula sacratissima Signura

 

fustivu senza macula Cuncetta,

 

lu munnu tinibrusu illuminastivu

 

quannu l’Ancilu Domini ricivistivu.

 

Voi sola sacratissima Signora / siete stata concepita senza macchia, / il mondo tenebroso avete illuminato / quando l’Angelo del Signore avete ricevuto.

 

Preghiera a San Michele Arcangelo

 

San Michele arcancilu miu dilettu,

 

viniti dda ma casa ca v’aspittu,

 

viniti ccu tanta rivirenza,

 

purtatimi saluti e pruvvidenza.

 

San Michele arcangelo mio diletto, / venite nella mia casa che vi aspetto, / venite con tanta riverenza, / portatemi salute e provvidenza.

 

NOTE

 

(*) Questo intervento è un breve stralcio del libro: Patri, Figliu e Spiritu Santu… Viaggio alla scoperta delle preghiere popolari recitate a Gangi (in corso di pubblicazione), a cura di Roberto Franco e Salvatore Germanà, Edizioni Arianna.

 

(1) Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2002, n. 23.

 

(2) Cfr. G. De Rosa, Che cos’è la "religione popolare"?, in "La Civiltà Cattolica", 130 (1979) II, p. 121.

 

(3) F. Cardini, Il fiorire dei pellegrinaggi in età medievale. Tra pietà e richiesta di grazie, in "CredereOggi", XV(1995/3)87, p. 44.

 

(4) Cfr. C. Maggioni, Cosa significa "educare alla pietà popolare" a partire da Sacrosanctum Concilium 13, in "Rivista Liturgica", LXXXIX (2002) 6, p. 971.

 

(5) Considerare l’arte semplicemente come "Bibbia dei poveri" può risultare riduttivo. Per chiarezza e completezza di esposizione si deve segnalare il fatto che la Chiesa di Roma, fin dal VII secolo, ha visto nell’arte un prezioso "instrumentum Evangelii": Lia P., Dire Dio con arte. Un approccio teologico al linguaggio artistico, Milano, Àncora, 2003, p. 9.

 

Papa Wojtyla, in sintonia con i suoi predecessori, sottolineava: "Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile": Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999, in EV 18, n. 438.

 

(6) La diffusione di questa preghiera mariana è da attribuirsi ai francescani. Fu lo stesso Francesco d’Assisi, secondo la testimonianza di Enrico d’Avranches, ad insegnare ai suoi frati la recita dell’Ave Maria con questa forma: O pia mater, ave, Maria, charismate plena / Sit Dominus tecum, mulieribus in benedicta / Tu, ventrisque tui fructus benedictus. S. M. Cecchin, Maria Signora Santa e Immacolata nel pensiero francescano, Città del Vaticano, PAMI, 2001, p. 32.

 

(6) L’Angelus Domini si diffuse sin dal XIII secolo sempre ad opera dell’Ordine francescano. Ivi, p. 33.

 

(8) G. Duns Scoto, Antologia, a cura di Lauriola G., Aga Alberobello, Alberobello 1996, p. 217.

 

(9) La testimonianza scritta dal domenicano pisano Domenico Cavalca nello Specchio de croce, sintetizza l’importanza dei messaggi lanciati dalle immagini: "Perho che Christo crucifixo ne mostra et insegna ogni perfectione et ogni scientia utile, possiamo veramente dire ch’egli è libro di vita nel quale ogni seculare idiota e d’ogni altra conditione può leggere e vedere la legge tutta abbreviata. Perho che Christo in croce observò tutti gli comandamenti e compite e fece intendere tutte le prophetie, et adimpì tutte le promissione di lui facte a gli sancti padri e patriarchi e misse in opera quello che predicò; e perho chi ben studia leggermente impara tutta la Bibia": C. Ginzburg, Folklore, magia, religione, Storia d’Italia 1. I caratteri originari, Torino, Einaudi, 1972, p. 621.

 

(10) G. Pitrè, Delle sacre rappresentazioni in Sicilia, "Nuove Effemeridi siciliane", serie terza, vol. 1, Luigi Pedone Lauriel, Palermo 1876, p. 129.

 

(11) Cfr. S. Pietrini, Il tempo dei misteri, in "Medioevo", VIII(2004)4, pp. 78-80.

 

(12) J. Le Goff, Alla ricerca del Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 95.

 

(13) Cfr. F. Cardini, Il fiorire dei pellegrinaggi in età medievale. Tra pietà e richiesta di grazie, in "CredereOggi", XV(1995/3)87, p.49.

 

(14) "La danza della morte" (Ad mortem festinamus) era una sorta di danza macabra, probabilmente ispirata dalla pestilenza del 1347-48, che colpì tutta l’Europa. Il canto è contenuto, insieme ad altre nove canzoni dedicate alla Vergine, all’interno del Llibre Vermell (Libro Vermiglio), un prezioso codice medievale del monastero benedettino di Montserrat.

 

(15) F. Cardini, Il fiorire dei pellegrinaggi in età medievale. Tra pietà e richiesta di grazie, in "CredereOggi", XV(1995/3)87, p. 48.

 

(16) Ibidem.

 

(17) Ibidem.

 

(18) V. Soncini, Spiritualità, devozioni, trasmissione della fede, in "La Rivista del Clero italiano", LXXXIII (2002) 11, p. 777.

 

(19) La forma sostanzialmente non dissimile da quella in uso oggi è stata consacrata definitivamente da papa San Pio V il 17 settembre 1569, mediante la Bolla Consueverunt romani Pontifices. Paolo VI, Recurrens mensis october. Esortazione apostolica, 7 ottobre 1969, in EV 3, n. 1611.

 

(20) Esemplare l’azione di alcuni predicatori delle missioni popolari. Ricordiamo Sant’Alfonso dè Liguori e i redentoristi da lui fondati, i gesuiti, i francescani, i passionisti.

 

(21) Ricordiamo il Gioeni e il Lucchesi Palli ad Agrigento, il Ventimiglia a Catania, il Di Blasi a Messina, il Testa a Monreale, il Papiniano Cusani e il Filangeri a Palermo, il De Requesens a Siracusa. V. Sorce, Inculturazione e fede. L’esperienza della Sicilia, Torino , SEI, 1996, p. 26.

 

(22) G. Zito, L’influsso della predicazione religiosa sull’immagine popolare del Cristo nel Settecento in Sicilia. Atti del Convegno: Catania 22-23 Aprile 1999, "Quaderni di Synaxis" 4, S. Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 122.

 

(23) V. Sorce, Inculturazione e fede. L’esperienza della Sicilia, Torino, SEI, 1996, p. 33.

 

(24) Cfr. Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2002, n. 46.

 

(25) Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, 16 aprile 1995, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1995, n. 965.

 

(26) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1992, nn. 2558; 2565; 2590.

 

(27) Cfr. Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, 16 aprile 1995, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1995, n. 966.