RECENSIONI

aa.vv., Il potere come problema nella letteratura politica della prima età moderna, a cura di Saffo Testoni Binetti, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2005, pp. 214.

 

Il potere come problema nella letteratura politica della prima età moderna è un ricco e pregevole lavoro collettaneo, risultato degli interventi presentati al seminario di studio svoltosi nel dicembre del 2003 all’Università di Bologna e nato nell’ambito della ricerca coordinata da Vittorio Conti Strutture sociali e poteri di governo in età moderna e contemporanea. Nella prefazione, la curatrice Saffo Testoni Binetti osserva come "le riflessioni sul problema del potere politico della prima età moderna appartengono ancora alla discussione infinita su tale soggetto" e, anche se il volume in oggetto non fornisce "una mappa completa delle concezioni del potere", esso rappresenta "una prosecuzione di un dialogo intellettuale che si vorrebbe continuare in futuro e osservatorio da cui aprirsi al dibattito sui grandi temi civili e politici" (p. 20).

 

Il lavoro si apre con il saggio di Giovanni Giorgini su L’assenza di potere come problema: le conseguenze dell’anarchia secondo Machiavelli. L’autore intende dimostrare come la "visione machiavelliana dell’anarchia" dipenda dall’influenza del pensiero politico classico e, in particolare, di Aristotele. Per Platone la tirannide era l’inevitabile risultato della lotta tra le fazioni di una città, risultato della dinamica tra rivoluzione e controrivoluzione che poteva essere risolta solo attraverso l’armonia "tra ineguali", "quella virtù di "assennatezza" che induce ciascun individuo a "rimanere al proprio posto"" (p. 22). La democrazia degenerata conduce, infatti, ad uno stato di anarchia che si "traduce in una erronea eguaglianza tra cittadini e meteci, stranieri e schiavi", un eccesso di libertà che finisce per coinvolgere gli stessi animali: "perfino i cavalli e asini sono abituati a camminare per strada in piena libertà e solennità". Da ciò deriva la necessità di ripristinare l’ordine e, in tal senso, il tiranno platonico "appare il punto di arrivo di un processo di degenerazione che dissolve l’armonica comunanza di elementi diversi presente nella città perfetta retta dai filosofi" (p. 25). Su questa scia, il discepolo di Platone, Aristotele, individua l’origine della stasis, della rivoluzione, nella "disuguaglianza esistente tra i cittadini e nella lotta per l’eguaglianza". Secondo il filosofo di Stagira la migliore delle costituzioni, quella capace di garantire meglio la stabilità, è la politia, cioè la costituzione tenuta dal ceto medio detentore della virtù civica. Giorgini ricorda che Machiavelli aveva letto la Politica di Aristotele, come dimostrano le citazioni nei Discorsi e le lettere a Francesco Vettori. La convinzione dell’autore è, però, che Machiavelli utilizzasse le fonti di Platone, Aristotele, Cicerone "con grande libertà, riprendendo idee che egli plasmò in maniera originale nella propria concezione del mondo e della politica" (p. 31). Il pensatore fiorentino, convinto che è impossibile indicare la migliore forma di governo è, comunque, persuaso che, nonostante il suo pessimismo antropologico, si possa educare il cittadino, e il compito del buon governante diventa quello di saper "reagire alle continue sfide della realtà politica valutando correttamente la situazione e prendendo la giusta decisione" (p. 42).

 

Legato da uno "stretto legame intellettuale" con Machiavelli, è Francesco Guicciardini cui Paolo Carta dedica alcune considerazioni sul problema politico della giustizia. Nel Dialogo del reggimento di Firenze, composto tra il 1521-26, uno degli interlocutori, Bernardo, distingue il governo legittimo da quello illegittimo. Ma dal momento che tutti gli Stati, se considerati nella loro origine, sono "violenti nessuno escluso", la tirannide ex parte exercitii finisce per guidare "la riflessione" guicciardiniana poiché è la stessa realtà degli Stati a "porre in crisi" la definizione del tiranno ex defectu tituli. Attraverso Bernardo, Guicciardini esamina il governo dei Medici che egli giudica "tirannico" in quanto "loro dominavano […] perché si davano e’ magistrati a chi loro volevano, e chi gli aveva, gli ubbidiva a’ cenni" (p. 57). Carta osserva come l’uso dell’espressione ad nutum, obbedienza a cenni, è "insistente" negli scritti di Guicciardini tanto che l’autore giudica ormai indispensabile "un lavoro intorno al lessico guicciardiniano" per evitare di "cadere nel tranello di quanti hanno veduto in lui e nei suoi scritti sia il demolitore di una tradizione, sia l’espressione di una crisi psicopatologica della politica, così come unicamente il politico scaltro o ancora il solo giurista pratico" (p. 58).

 

Insieme a Machiavelli, Claude de Seyssel - come scrive il compianto Enzo Sciacca nel suo contributo su I teorici della monarchie réglée - "rappresenta una testimonianza fondamentale per la comprensione del profondo travaglio del pensiero politico dei primi decenni del XVI secolo alla ricerca di nuovi e più adeguati criteri con i quali affrontare lo studio delle forme politiche" (p. 77). Per Seyssel la monarchia è la migliore delle forme di governo se il principe possiede "ragione, esperienza e volontà di governare correttamente" (p. 60). La storia di Roma appare così fondamentale poiché l’esperienza della costituzione repubblicana poteva essere utile per esaltare la bontà della monarchia come migliore forma di governo. Se, infatti, per Polibio la respublica romana era stata motivo di grandezza e di stabilità, Seyssel ricorre alla storia di quella costituzione "per dimostrare i limiti della democrazia, e la sua inaffidabilità come sistema di governo" (p. 63). E se Machiavelli giudicava i "dissensi" tra plebe e senato come una delle cause della forza di Roma, Seyssel vede, piuttosto, nell’elemento popolare un fattore di "disturbo politico". Al contrario, la monarchia réglée ha la sua bontà nei tre freni della religione, giustizia e polizia. E al di fuori delle regole, si trova la tirannide nella quale il governo è espressione dell’arbitrio di un sovrano.

 

Maria Antonietta Falchi Pellegrini studia il contributo del teologo e umanista alsaziano Martin Bucer che svolse un ruolo fondamentale nella riforma religiosa di Strasburgo. Bucer ritiene che il potere "è ufficio attribuito da Dio per il bene del popolo" e il potere serve per conseguire la pace e garantire l’ordine (p. 82). Magistrati e Principi devono realizzare il bene dei sudditi poiché "l’autorità politica cristiana non è dominio, ma ufficio costituito da Dio, e servizio per il popolo" (p. 86). Bucer, pertanto, condanna l’assolutismo, l’illegalità e ogni abuso di potere espressione di un esercizio di potere eccessivo che merita la punizione divina (p. 89).

 

Il problema del potere in Jean Bodin è l’argomento affrontato da Anna Maria Lazzarino del Grosso la quale, sin dall’inizio, precisa che se "per problema del potere" si intende l’origine, la struttura, la finalità e i modi in cui il potere si manifesta, allora tra gli scritti del grande giurista francese la Methodus deve essere considerata una sintesi compiuta. L’uomo per Bodin ha ricevuto dalla natura, e pertanto da Dio, "la capacità di comandare a se stesso", una capacità che si manifesta nella moralis disciplina. Il giurista francese afferma che "il potere di comando che l’uomo libero ha su se stesso deve essere quello della ragione" conforme alla volontà di Dio (p. 94). Bodin usa il termine puissance per riferirsi al potere legittimo dei sovrani, e quello di domination per indicare un potere illegittimo come quello del tiranno. Il potere sovrano – scrive l’autrice - "si autoimpone sempre con la forza, pur dovendosi necessariamente legittimare, salvo nel caso limite della tirannide assoluta" (p. 109).

 

La ‘filosofia’ del principe nei Pourparlers di Etienne Pasquier, è il contributo di Saffo Testoni Binetti. Il giurista parigino del XVI secolo, autore delle famose Recherches de la France, nei tre dialoghi Pourparler du Prince, Pourparler de la Loy e L’Alexandre riprende gli antichi dibattiti "sui problemi eterni della politica, quali le forme di governo e la certezza della legge, […] il problema del potere e i suoi aspetti fondamentali: le tipologie, la natura, l’esercizio, le condizioni, le aporie, le ambiguità" (p. 114). Nel Pourparler du Prince la disputa si svolge tra un Escolier, un Philosophe, un Courtizan e un Politic al quale Pasquier affida il compito di chiudere la disputa sulla filosofia del principe opponendosi alle opinioni degli altri interlocutori. Politic attribuisce alla storia la funzione istruttiva di raccontare il "vero" e spiega come la filosofia del principe, coincidendo con "l’utilità del suo popolo", si traduce in una "questione di proporzioni" spiegate attraverso la metafora del corpo umano e del parallelismo tra re-capo e sudditi-membra. Politic idealizza una monarchia nella quale il Parlamento svolge il ruolo di controllore dal momento che il re non usa la forza ma si sottomette alle leggi che garantiscono il popolo dagli abusi di potere. Ne L’Alexandre, il potere "è sempre ambiguo" e il "punto focale […] riguarda i giudizi storici come problema metodologico, in quanto essi non dipendono solo dai fatti, ma anche e soprattutto dalla capacità di intenderli" (p. 138). L’autrice osserva come in Pasquier i problemi della storia sono profondamente connessi con i "problemi della natura e dei limiti del potere" e i Pourparlers costituiscono una importante chiave di lettura "utile per scoprire il senso attuale della storia politica delle istituzioni e del popolo di Francia" (p. 139).

 

Il tema della simulazione è studiato da Vittor Ivo Comparato attraverso l’analisi del De arcana rerum publicarum di Arnold Clapmar, il quale innesta l’argomento politico della simulazione nello schema delle forme di governo presentando i "simulacra della monarchia nei regimi popolari e aristocratici, simulacra dell’aristocrazia in quelli monarchici e popolari, simulacra della democrazia in quelli monarchici e aristocratici" (p. 145). Clapmar finisce per intendere le simulazioni come vere e proprie pratiche di governo che nei regimi democratici si traducono "nell’usare i ricchi come consiglieri, nell’affidare loro certi uffici, purché la sovranità resti […] al popolo". Al contrario, gli aristocratici provvederanno a lasciare al popolo incarichi "minori ma lucrosi" accontentandolo, soprattutto, con la promozione della cittadinanza.

 

Diego Quaglioni si occupa del Breviario politico di Johann Angelius Werdenhagen, giurista, politico e diplomatico tedesco della fine del XVI secolo, il cui ideale politico risentiva degli influssi platonici ed erasminiani. Il lavoro di Werdenhagen è "un breviario di politica alla ricerca della pace religiosa e di un sicuro fondamento del potere terreno" (p. 162) e il proemio è giudicato da Quaglioni "un vero compendio di temi politici" nel quale il princeps è considerato un supremo magistrato "modello di virtù cristiane per i suoi soggetti e padrone della nuova dottrina dello Stato" (p. 164) e la politica è "scienza degli imperatori, dei re, dei principi e dei magistrati, e perciò del nome di "politico" sono degni coloro che possiedono la civilis doctrina" (pp. 164-165).

 

La Bibbia, osserva Lea Campos Boralevi nel suo saggio su Il problema del potere nel XVII secolo, contiene la Politia Judaica o Respublica Hebraeorum, cioè, "la storia epica di un popolo, gli antichi ebrei, che diventano il popolo di Dio, attraverso il patto e la legge, del loro stato, delle sue diverse forme di governo, delle sue divisioni interne, degli scontri e delle lotte, fino alla sua dissoluzione, distruzione e all’esilio" (p. 170). Nel dibattito politico europeo del ‘500, il Giubileo era una istituzione sociale dell’antico Israele molto discussa e presente. La proclamazione del Giubileo riproduceva "il paradigma della storia biblica della liberazione dall’Egitto, a beneficio degli schiavi, che avevano perduto la libertà personale cioè la proprietà del proprio corpo; dei debitori insolventi, dei proprietari che avevano perso la terra loro […] assegnata per eredità, secondo la linea: schiavitù-liberazione-patto-legge-proprietà-diritti di cittadinanza-libertà" (p. 173). Petrus Cunaeus, ricorda Lea Campos, fu il più importante studioso cristiano che approfondì le leggi bibliche del Giubileo e che nel 1617 pubblicò un’opera in tre libri dal titolo De Republica Hebraeorum. Cunaeus chiama lex agraria le leggi ebraiche sul Giubileo esaltando la Respublica Hebraeorum come l’unico Stato dell’antichità – rispetto ad esempio ai Greci e ai Romani – che era riuscito a dotarsi di efficaci leggi agrarie. Ogni cinquanta anni, infatti, la terra tornava ai proprietari originari "limitando le disuguaglianze e favorendo la stabilità sociale" (p. 178). La superiorità della legge agraria mosaica era stata, tra l’altro, riconosciuta da James Harrington nella sua Repubblica di Oceania. E Lea Campos precisa che il concetto di libertà in Harrington non è "propriamente né solo aristotelico, né solo neo-romano" ma risente di "un forte influsso proveniente dagli studi di ebraistica del tempo" (p. 181).

 

Marco Barducci con il suo saggio Oliver Cromwell tra "despotismo" e "dittatura" negli scritti italiani del Seicento, evidenzia come la storiografia italiana nel XVII secolo ebbe un ruolo rilevante nella "diffusione di una certa immagine di Cromwell". Gli autori italiani, forgiatisi sugli scritti di Tacito e dei tacitisti, presentano la figura del Protettore inglese come "proveniente da umili origini, e dotato sin dalla giovinezza di grande ambizione e di mancanza di scrupoli" (p. 185). La pubblicistica italiana si avvalse dei grandi temi della dissimulazione, ambizione per il potere, opportunismo nella religione, usando i termini potestà assoluta, dispotismo e tirannia come sinonimi o complementari. Per il suo potere illimitato, Cromwell appare negli scritti italiani come il despota, il tiranno ex parte exercitii, e, inoltre, la sua dittatura viene considerata espressione di un potere eccezionale ma, al tempo stesso, di un governo militare che si era imposto al popolo con le armi.

 

Chiude il volume il contributo di Stefania Stoffella su Pufendorf lettore di Charron. L’autrice parte dai preziosi suggerimenti di Anna Maria Battista che, nel suo lavoro del 1979 Alle origini del pensiero politico libertino, sollecitava uno studio sui rapporti tra Pufendorf e Charron. Nella seconda edizione, l’autore del De iure naturae et gentium arricchì l’opera con richiami alla Sagesse di Charron, ma anche a Machiavelli, Guicciardini, Montaigne e Bodin.

 

Attraverso gli undici contributi degli autori e i vari pensatori da loro studiati, è possibile, pertanto, ricostruire alcuni interessanti aspetti del dibattito che si ebbe nella prima età moderna. Si tratta, come scrive la curatrice, di un dibattito ricco di "inquietanti questioni" (p. 10): su quali fossero "le ragioni filosofiche e storiche dell’esistenza del potere, quale il suo fondamento […] la sua legittimazione, […] i modi, estensioni e limiti del suo esercizio".

 

Claudia Giurintano

 

 

 

 

 

Luigi Marco Bassani, Marxismo e liberalismo nel pensiero di Enrico Leone, prefazione di Franco Livorsi, Milano, Giuffrè Editore, 2005, pp. 252.

 

Con questo attento lavoro - preceduto da una ricca e ampia prefazione di Franco Livorsi (pp.xi-xli) - Luigi Marco Bassani rende giustizia all’esponente sindacalista del socialismo italiano Enrico Leone (1875-1940) che, in vita e anche dopo la morte, ebbe scarsa fortuna. Si tratta di una ricerca incentrata nella prospettiva economico-politica che studia a fondo l’opera Teoria della politica, redatta tra il 1920-24 ed edita a Torino nel 1931 grazie all’interessamento dell’ex sindacalista Paolo Orano.

 

Leone, vicino al gruppo studentesco anarchico negli anni giovanili, diventa, tra il 1897-1898, caporedattore della rivista settimanale "La terra" e della "Rivista critica del socialismo"; collabora anche con il periodico "Germinal" partecipando con i suoi articoli al dibattito sulla teoria del valore di Marx che aveva visto impegnati Croce e Labriola. Nel novembre 1900 viene eletto consigliere comunale insieme a Labriola ma, a partire dal 1904, si allontanerà dalla corrente di questo "per le vere o presunte tendenze anarcoidi e la propensione a considerare la violenza come uno strumento di lotta" (p. 24). Dal 1910 comincia a dare segni di squilibrio mentale in seguito alla morte di un figlio e, anche, per l’isolamento all’interno del movimento sindacalista rivoluzionario. Tra il 1911 e il 1916 egli perfeziona il suo pensiero economico. Nel 1923 si distacca dalle teorie di Sorel e nell’opera di quello stesso anno, Anti-Bergson, prende le distanze "dal mito della violenza e dall’irrazionalismo" (p. 33). Nel 1925, aggravatosi, viene ricoverato nel manicomio provinciale di Napoli e, successivamente, in altre case di cura. Si spense il 18 giugno 1940.

 

Enrico Leone si propose una "sintesi del pensiero liberale economico e della prassi rivoluzionaria socialista" al fine di dare basi più solide alla riflessione ideologica socialista del suo tempo. La scarsa fortuna di Leone è attribuita da Bassani all’assenza di una cultura liberale e liberista di sinistra. E, inoltre, socialdemocratici e comunisti preferivano tacere su un marxista revisionista come Leone che apprezzava Pareto e Gustave de Molinari. Leone, osserva l’autore, non fu un "marxista di facciata". Egli contrastò in più punti Marx e se si considerano il materialismo storico e il plusvalore come le grandi scoperte di Marx "allora Leone si trova […] ai margini del marxismo" poiché egli giudicava non scientifica la teoria del valore-lavoro. Le critiche a Marx sono definite dall’autore "ardite per un socialista" (p. 222) anche se Leone fu marxista su tre punti fondamentali: il "carattere parassitario del capitale, la natura di classe degli interessi […], l’autonomia del proletariato" (p. 222).

 

Leone si discosta, anche, dagli altri sindacalisti rivoluzionari ad esempio durante la guerra in Libia. Contrario all’intervento dello Stato e all’uso della forza, egli auspicava la libera colonizzazione convinto che tutti i conflitti finiscono per danneggiare l’economia di mercato. Qualche anno dopo, in occasione dello scoppio della prima guerra mondiale, egli sosterrà che il conflitto era nato "dallo spirito guerrafondaio della borghesia e del suo strumento, ossia lo Stato, in un quadro di lotta per il predominio nell’ambito del capitalismo" (p. 163).

 

Sul rapporto liberismo-socialismo, Bassani precisa che Leone coglie in quel rapporto il carattere comune che si trova nella lotta agli ostacoli alla libertà economica (p. 109). Il connubio tradizione liberale e tradizione socialista era stato definito da Benedetto Croce incrocio tra cervo e caprone, "ircocervo" o "traghelafo", cioè, un incrocio impossibile. Bassani, invece, osserva come per Leone, e per altri sindacalisti rivoluzionari, "lo Stato è l’espressione di un dominio di classe" e, in quanto tale, esso non deve essere semplicemente riformato ma abbattuto. Tale concezione di uno Stato "strumento per garantire privilegi" di una borghesia parassitaria, non è "affatto in contrasto con la nozione di Stato elaborata dai liberali più energici". Se i marxisti si pongono come scopo la fine del capitalismo, i liberisti ritengono che si debba perseguire la privatizzazione di "ogni ambito statale". Entrambi, pertanto, considerano lo Stato come "forza ostile ai produttori, ma mentre per i primi lo svuotamento del ruolo dello Stato nella vita sociale passa attraverso il rovesciamento dei rapporti di produzione, per i secondi è proprio lo sviluppo di logiche di mercato che potrebbe portare ad una diminuzione del peso dell’apparato pubblico nei rapporti fra gli uomini" (p. 9).

 

Una precisazione interessante la si coglie nella definizione di socialismo che, secondo Leone, non è necessariamente sinonimo di abolizione di proprietà. Il parametro per misurare l’uguaglianza sociale può non essere la proprietà quanto, piuttosto, l’utilità. La "società socialista" di Leone è una comunità nella quale non vi è sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non vi sono lotte e distinzioni di classe, non ci sono "organiche e sistematiche disuguaglianze nella distribuzione" (p. 135). L’uguaglianza di Leone, pertanto, si riferisce alle opportunità e non ai beni materiali.

 

Claudia Giurintano

 

 

 

 

 

Rocco D’Alfonso, Costruire lo stato forte. Politica, diritto, economia in Alfredo Rocco, Milano, Franco Angeli Editore, 2004, pp.224.

 

Il libro di Rocco D’Alfonso ci propone la figura di Alfredo Rocco (1875- 1935), uno dei maggiori protagonisti della vita culturale e politica italiana nel primo trentennio del Novecento. Attraverso una attenta e documentata biografia politica, l’autore è riuscito nel suo intento: porre in evidenza lo stretto legame tra l’opera teorica e l’attività politica di Rocco, tra il giurista, lo studioso e il propagandista e l’uomo di governo, e soprattutto l’influenza determinante che esercitò sul regime e la cultura fascista.

 

Rocco, dopo una breve esperienza nelle file del partito radicale, nel 1913 inizia una attiva e significativa militanza all’interno dell’Associazione Nazionalista Italiana, per arrivare alla definitiva adesione al fascismo, che lo vedrà coinvolto nel "triplice ruolo di ideologo, propagandista ed esponente di governo" (sarà ministro guardasigilli dal 1925 al 1932). Sin dal 1907 il giurista napoletano manifesta una posizione di rigida chiusura nei confronti di ogni forma di protesta e di conflitto di classe ed elabora una dottrina dello stato garante dell’ordine pubblico e della coesione sociale. A tal fine auspica la costruzione di uno stato forte, superiore sia agli individui sia ai gruppi sociali. Col passare degli anni il tema dominante dei suoi scritti diventa la polemica contro lo stato liberale ritenuto incapace di una reazione adeguata nei confronti delle agitazioni sindacali. Si fa promotore dell’idea di un partito dei ceti medi, espressione delle istanze più genuine della piccola e media borghesia. Nel campo più strettamente economico Rocco vuole difendere le imprese nazionali attraverso rigide misure protezionistiche e incoraggiare la concentrazione industriale sull’esempio tedesco. Considera lo stato come il motore dello sviluppo produttivo e baluardo degli interessi nazionali contro la concorrenza economica dei paesi stranieri.

 

Alle elezioni del 1914 il blocco clerico-moderato all’interno del quale erano confluite le forze nazionaliste ottiene la vittoria e Rocco entra a far parte del consiglio comunale di Padova. Ma l’attività principale, oltre all’insegnamento universitario e all’indagine giusprivatistica, resta quella di ideologo e propagandista politico, che lo porta ad elaborare un’organica dottrina nazionalista basata su una critica serrata delle ideologie liberali, democratiche e socialiste. Secondo Rocco la forza disgregatrice di queste ideologie discende dall’estremo individualismo su cui si basano. Esso ha la sua radice nella riforma protestante e nelle dottrine giusnaturalistiche e contrattualistiche. Cause dell’indebolimento dell’autorità statale, queste ideologie devono essere combattute. Rocco propone un progetto di riorganizzazione della società e dello stato contenente numerosi elementi di novità rispetto alle precedenti teorie del nazionalismo italiano.

 

In primo luogo di fronte ad una società caratterizzata da una economia capitalistica nella sua fase più avanzata dove profondi sono i conflitti di classe, egli guarda al sindacato come potenziale fattore di disciplina sociale. Propone le associazioni miste di datori di lavoro e lavoratori di uno stesso settore produttivo destinate a comporre i conflitti sociali e a favorire lo sviluppo economico sotto la direzione dello stato. In altri termini lancia l’idea delle corporazioni che di lì a poco diventeranno "uno degli obiettivi politici più ambiziosi del governo mussoliniano". La concezione organicistica dello stato elaborata dal giurista napoletano considera la nazione come un organismo vivente in cui tutti gli individui concorrono allo "sviluppo e al rafforzamento dell’organismo nazionale". Ogni individuo, seppur necessario, è "un semplice mezzo per realizzare quei superiori fini nazionali che per Rocco si identificano nello sviluppo della produzione industriale e nel potenziamento dell’apparato militare in funzione di un’aggressiva politica espansionistica" (p. 87).

 

Rocco è dichiaratamente per l’autorità dello stato, contro la libertà dell’individuo. Lo stato deve controllare e regolamentare i processi sociali ed economici, anche attraverso un uso pressocchè illimitato dello strumento legislativo. Egli vede nello stato "la massima persona giuridica" capace di esprimere una propria volontà tramite il diritto. E’ l’"idea dello stato- forza", in netta contrapposizione con il costituzionalismo liberale teso a garantire i diritti dell’indivinduo dall’ingerenza statale. Su queste premesse teoriche, Rocco condividerà pienamente le due leggi "fascistissime" emanate tra il 1925 e il 1926, tendenti entrambe a rafforzare il ruolo e le funzioni dell’esecutivo ( l’una aumentava le attribuzioni e le prerogative del capo del governo, l’altra dava al potere esecutivo la facoltà di emanare norme giuridiche), restituendo allo stato il pieno esercizio della sua sovranità. Nella sua elaborazione dottrinale Rocco è fortemente influenzato dalla cultura giuridica tedesca; sarà invece osteggiato e criticato dai maggiori giuristi italiani dell’epoca. Questi ultimi pur condividendo l’analisi che mette in luce la condizione di crisi e di difficoltà in cui versa lo stato liberal- parlamentare, non prospettano la sua sostituzione con un’altra forma di stato, ma propongono dei rimedi per arginare le numerose disfunzioni.

 

Il filo conduttore, in tutta la produzione politica e giuridica Rocchiana e nella sua attività legislativa all’interno del governo fascista, è una concezione statocentrica della politica e del diritto, a cui naturalmente si accompagna l’idea di una economia nazionale che avrebbe dovuto basarsi su tre punti: "rafforzamento del protezionismo agricolo e industriale, accelerazione dello sviluppo produttivo, politica di espansione coloniale". Dunque già negli anni precedenti all’affermazione del regime fascista, Rocco aveva elaborato una organica dottrina fondata sull’idea dello stato-forza, su una economia nazionale e sul sistema corporativo. Bisognava adesso realizzare questo progetto e l’occasione propizia si presentò a Rocco nel momento in cui entra a far parte del governo fascista. Nominato ministro guardasigilli nel 1925, in un momento in cui è in atto il processo di "fascistizzazione" dello stato, Rocco avrà l’opportunità, attraverso una serie di provvedimenti legislativi, di trasferire "le proprie formulazioni giuridico-istituzionali dal campo teorico a quello pratico". In un discorso pronunciato alla camera dei deputati nel dicembre del 1925, Rocco dirà:" il compito storico del fascismo" è quello di "… costruire lo stato forte e far trionfare il principio di organizzazione, non basandosi sul privilegio di pochi, ma sull’inquadramento delle masse sulla loro partecipazione alla vita dello stato" (p. 187).

 

Dopo aver ricoperto per quasi otto anni un ruolo di primo piano,quale ispiratore di una serie di provvedimenti legislativi tesi soprattutto a rafforzare le prerogative dello stato e ad accentrare i poteri del capo dell’esecutivo, Rocco fu estromesso dal governo e nominato, nel 1932, rettore dell’università di Roma, incarico che ricoprì sino alla morte.

 

Rosanna Marsala

 

 

 

 

 

Umberto Chiaramonte, Luigi Sturzo nell’Anci, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 362.

 

Ripercorrere la storia dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e in essa scoprire il contributo dato da Luigi Sturzo è quanto si propone Umberto Chiaramonte con questo interessante libro. L’Anci nasce con l’obiettivo di "contrastare l’accentramento sempre più evidente dello Stato, che rendeva difficile la vita autonoma dei governi locali e che ne frenava quindi lo sviluppo" (p.7). Già nel periodo risorgimentale, nel dibattito sull’assetto da dare al futuro stato unitario, gli scrittori politici si posero il problema di garantire uno spazio di autonomia ai comuni. Mazzini sostenitore dell’unità ma non dell’accentramento, teorizzò "sole tre unità politico-amministrative: […] il Comune, unità primordiale, la Nazione […] e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune" (p.12). Ma il più fervente sostenitore dell’autonomia comunale e della sua importanza all’interno della società civile fu Carlo Cattaneo "i Comuni – scriveva Cattaneo- sono la nazione; sono la nazione nel più intimo asilo della sua libertà" (p.12).

 

Nonostante queste spinte autonomistiche, la legislazione del nuovo stato unitario fu fortemente accentrata e si limitò a concedere ai comuni una sorta di decentramento burocratico e amministrativo. Per discutere e confrontarsi sui problemi della finanza locale, contro la politica del governo centrale si riunirono in congresso, nel 1879 a Torino alcuni sindaci e delegati di comuni del nord Italia. Fu il primo abbozzo di un movimento municipalista, che, pur non raggiungendo risultati concreti, riuscì a porre all’attenzione della classe politica le problematiche inerenti la gestione delle amministrazioni locali e l’ingerenza soffocante del governo centrale. Negli anni successivi si terranno altri convegni nelle varie città d’Italia ( Foligno, Firenze, Ancona, Perugia, Forlì, Roma) su iniziativa soprattutto dei radicali e dei repubblicani. Anche i socialisti diedero un fondamentale contributo, considerando il loro "localismo amministrativo" in funzione antiborghese e contro lo stato liberale.

 

Si deve proprio a un socialista, Ferdinando Laghi consigliere del comune di Parma e docente di diritto, la nascita dell’associazione nazionale dei comuni d’Italia, avvenuta a Parma nel 1901, in occasione del I congresso al quale aderirono 1.044 comuni. A presiedere l’associazione fu chiamato il sindaco di Milano Mussi (radicale), vice presidenti vennero nominati il sindaco di Parma Mariotti (radicale) e quello di Messina, Martino (repubblicano), a segretario fu chiamato il socialista riformista Emilio Caldara. Sebbene i cattolici non avessero direttamente partecipato alla nascita dell’Anci, tuttavia essi furono presenti al dibattito sulla formazione istituzionale dello stato con proprie tesi sulle autonomie locali.

 

Uomini come Balbo, Gioberti, Rosmini, Ventura, D’Ondes Reggio, avevano dato un valido contributo "sia all’idea di unità che all’idea di federalismo." La valutazione negativa di gran parte della storiografia risorgimentale sul pensiero autonomista cattolico a base interclassista si deve in buona parte al non expedit che aveva prodotto posizioni intransigenti e antiliberali rispetto all’idea di nazione. Ma già all’interno dell’Opera dei Congressi (la massima organizzazione cattolica nell’ultimo scorcio del secolo XIX), il gruppo dei giovani democratici cristiani, abbandonate le posizioni di scontro frontale con lo stato liberale, discutevano "sulla necessità di una partecipazione alle elezioni amministrative con uomini e programmi propri" (p.35).

 

Il pensiero di Giuseppe Toniolo e la enciclica Rerum novarum di Leone XIII diedero la spinta finale per un impegno diretto dei cattolici nelle amministrazioni locali. Nel 1899 sulla rivista "Cultura sociale" Romolo Murri presentava "un programma democratico- cristiano o cristiano-sociale che annoverava, tra gli altri principi, le conquiste del progresso, la limitazione dell’ingerenza dello stato nella vita amministrativa degli enti locali; […] larghissimo decentramento amministrativo e la riforma tributaria" (p.37). Nel 1902 Luigi Sturzo varava il suo programma municipale. Dalla teoria si passava alla pratica amministrativa in quanto il sacerdote calatino, già consigliere comunale nel 1898, sarà per quindici anni pro-sindaco di Caltagirone, anche se il suo impegno a favore delle autonomie locali risale al 1897 anno in cui iniziava la pubblicazione de "La croce di Costantino". Dalle colonne di questo giornale Sturzo "andò esplicitando la sua posizione in merito all’ente comune e alla necessità di dargli ampie autonomie evitando gli slogan "conquistiamo i comuni", che adottarono tanto i socialisti quanto lo stesso Murri, ma con analisi puntuali sui temi concreti che implicava la gestione dei municipi" (p. 40).

 

Il comune, per Sturzo, rappresentava l’ente concreto per eccellenza, naturalmente democratico, la casa trasparente di tutti i cittadini, e doveva porsi al servizio del bene comune, lontana da qualsiasi interesse personale. Bisognava evitare che esso fosse ridotto ad un mero "ente burocratico", e per far ciò era necessaria l’autonomia e un ampio decentramento, funzionale agli interessi municipali, e in armonia con la nazione. L’uso corretto di tale autonomia sarebbe stata garantita dai cittadini attraverso un referendum popolare con funzione consultiva e deliberativa; inoltre riguardo al sistema elettorale amministrativo, Sturzo proponeva la rappresentanza proporzionale. In linea con il dibattito che l’Anci aveva iniziato a proporre ai comuni italiani sulla gestione finanziaria, Sturzo riteneva giusto il criterio progressivo "far pagare di più a chi più aveva", l’abolizione graduale del dazio sui consumi popolari ecc….In altri termini l’autonomia diventava "il pre-requisito imprescindibile di una corretta amministrazione".

 

A proposito della neonata Anci Sturzo riteneva opportuno far aderire il comune di Caltagirone all’associazione, in quanto pur essendo "stata promossa e sia diretta da persone appartenenti ai partiti estremi, è doveroso da parte nostra parteciparvi e sostenerla, perché l’ideale ch’essa prosiegue è il nostro ideale" e perché "abbiamo sul riguardo criteri più esatti, mire più obiettive e disinteressate, […] e affermazioni non di ieri, dei diritti dei comuni contro la invadenza dello stato" (p.49). Nel 1902 al II congresso dell’Anci di Messina c’era anche Sturzo, avendo ottenuto la delega a rappresentare il sindaco di Caltagirone, pur sedendo nei banchi dell’opposizione. Da quel momento la presenza di Sturzo non rimase inosservata. I suoi interventi, le sue relazioni furono sempre puntuali e propositive; sebbene spesso si trovasse in sintonia con la sinistra, egli volle chiarire le differenze esistenti tra sinistra e cattolici, affermando che "lo scopo generale del programma democratico cristiano è perciò una intima riforma sociale in nome di due principi fondamentali: cristianesimo e democrazia" (p. 58).

 

Nel 1904, al congresso di Napoli, Sturzo venne nominato membro del consiglio direttivo dell’Anci. In tale ruolo il sacerdote calatino dimostrò oltre ad una capacità tecnico-organizzativa, una eccellente competenza giuridica in campo amministrativo. La sua presenza all’interno dell’associazione divenne sempre più incisiva e preziosa. La sua elezione a pro sindaco di Caltagirone nel 1905, arricchiva il suo contributo all’interno dell’Anci. Si sarebbe giovato del metodo pragmatico e scrupoloso che egli praticava nelle sue molteplici iniziative. Aveva acquisito un carisma che gli derivava dalla capacità di cogliere il nodo dei problemi immediatamente e di indicare le proposte adeguate. Ebbe sempre una particolare attenzione per i problemi del sud (ad esempio fu relatore al IX congresso di Palermo nel 1910 su Il problema della viabilità comunale specialmente nel mezzogiorno). Ben presto, il consiglio direttivo si rese conto che in lui l’esperienza di amministratore comunale espandeva e rafforzava le sue competenze nel diritto e nel contenzioso amministrativo.

 

Al XIII congresso di Roma nel 1915, Sturzo viene eletto vice presidente, carica che manterrà sino al 1923. Nel frattempo l’Anci tra successi e battute d’arresto era riuscita a raggiungere qualche obiettivo concreto, come ad esempio lo sgravio delle spese di competenza statale, questione essenziale per la sopravvivenza di molti comuni italiani. Ma, soprattutto grazie all’impulso di Sturzo, l’associazione divenne una vera e propria fucina di studi e ricerche come base di discussione alle riforme riguardanti la pubblica amministrazione. Nei convegni successivi (soprattutto dopo la rottura dei socialisti riformisti che nel 1916 formarono la lega dei comuni socialisti) la maggioranza fu moderata e cattolica. L’Anci continuò la sua attività sostanzialmente in due direzioni: "la prima, nei confronti delle tematiche che coinvolgevano la vita dei comuni, soprattutto in preparazione o in concomitanza con le discussioni parlamentari, […] la seconda, nei riguardi delle segnalazioni di contenziosi o di problemi che i comuni incontravano nei rapporti con l’autorità tutoria, facendo un servizio di consulenza, ma anche facendo proprie alcune istanze che, dopo uno studio giuridico, venivano inserite nelle discussioni del consiglio direttivo o dei congressi" (p. 145).

 

La prima guerra mondiale e i problemi che ne seguirono segnarono una battuta d’arresto per le attività dell’Anci. Nel 1921 si tenne il XIV congresso nazionale a Parma, dove Sturzo svolse la relazione su La riforma dell’ordinamento tributario dei comuni. L’avvento del fascismo mise finì ai primi 25 anni di vita dell’Anci, che aveva avuto il grande merito di formare il ceto politico periferico, di approfondire le questioni riguardanti il governo locale, reclamando nell’armonia con il governo centrale autonomia politica e finanziaria. Con gli stessi intenti l’Anci è stata ricostruita nel secondo dopoguerra, e continua ad operare. E’ improprio, conclude Umberto Chiaramonte, parlare dell’Anci come di un partito dei sindaci; sebbene abbia avuto le caratteristiche di un partito (iscrizioni, congressi annuali, organo di stampa "Autonomia comunale"), e un programma con finalità dichiarate (autonomie locali, riforma della pubblica amministrazione, libertà d’insegnamento e scuola laica, moralizzazione della politica e dell’economia) non è stato il partito riformista che avrebbe potuto essere e che mancava alla nazione perché ha scelto di essere super partes. Tuttavia, "l’Anci avrebbe potuto essere il modello della convivenza dei partiti superando le asprezze della partitocrazia, facendo passare il messaggio di un gruppo che lavorava esclusivamente per il bene di tutte le amministrazioni di qualsiasi colore fossero. Un’Associazione dei Comuni, appunto, non un "partito dei sindaci".

 

Il libro si conclude con un’appendice contenente commenti e relazioni che Luigi Sturzo tenne ad alcuni Congressi dell’Anci, precisamente dal V congresso di Torino (1906) al XIV di Parma (1921). Tali relazioni, pur trattando problematiche del tempo, mostrano quanto attuale sia il pensiero di Luigi Sturzo, e ancora una volta, evidenziano il grande lavoro che il sacerdote calatino svolse a favore dell’Associazione dei Comuni Italiani.

 

Rosanna Marsala

 

 

 

 

 

François Poullain de la Barre, De L’éducation Des Dames (1674), a cura di Maria Corona Corrias, Cagliari, Edizioni AV, 2005, pp. 163.

 

Con questo libro, Maria Corona Corrias (ordinaria di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Cagliari) ripristina una collana "La Collectanea Caralitana", a suo tempo fondata da Paola Maria Arcari, riguardante l’edizione di testi inediti o rari. L’opera curata dall’autrice, dal titolo De l’èducation des dames (1674), appartiene ad un autore francese, François Poullain de La Barre. In Italia l’interesse per i suoi scritti è stato recentemente dimostrato dal lavoro di Ginevra Conti Odorisio, Poullain de la Barre e la teoria dell’uguaglianza, Roma, 1996, con la traduzione integrale di De l’ègalitè des deux sexes (1673), e da un’altra opera della Corrias Alle origini del Femminismo moderno, Il pensiero politico di Poullain de la Barre, Milano 1996. Come ben si evince dai titoli di queste opere Poullain de la Barre si occupa di un argomento inusuale e innovativo per il secolo XVII: l’eguaglianza tra i due generi e il diritto delle donne all’istruzione completa. Il volume consta di due parti: nella prima parte l’autrice fa un affresco della cultura del tempo e di quanto questa abbia influenzato il pensiero del filosofo francese. Nella seconda parte vi è la traduzione dell’opera di Poullain de la Barre: L’educazione delle donne per la guida dello spirito nelle scienze e nei costumi.

 

De l’èducation des dames viene pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1674. Si tratta di un periodo contraddistinto dall’assolutismo di Luigi XIV e dalle grandi conquiste intellettuali, scientifiche e artistiche. Il "secolo di ferro" vede lo stretto nesso tra il concetto di autorità e quello di assolutismo. Chiunque deteneva l’autorità, fosse questi il padre di famiglia o il re, in entrambi i casi "un dieu en terre", era titolare della sovranità. Luigi XIV si considerava il rappresentante di Dio in terra. Sicchè la disobbedienza al re diventava un atto sacrilego con conseguenze religiose oltre che politiche. Era naturale che la Chiesa "diventasse il più forte sostegno ideologico e morale della monarchia". Entrambe le istituzioni condividevano l’interesse per la gerarchia e per l’ordine. Iniziano una lotta attiva contro la diffusione del cartesianismo che per la sua natura dubitativa e critica nei confronti del sapere tradizionale e del costume consolidato rappresentava un potenziale attentato all’ordine. Con le grandi conquiste intellettuali, si faceva strada la preoccupazione per una adeguata istruzione delle donne che, con la loro emancipazione potevano realizzare il progresso democratico di tutta la collettività. Il dibattito culturale provocato in quegli anni dal cartesianismo investiva un’intera generazione di filosofi e scrittori.

 

Anche Poullain de la Barre da un lato recepisce la costante preoccupazione per l’ordine; ritiene essenziale garantire la pacifica convivenza fra gli uomini, e per questo bisogna eliminare tutto ciò che può costituire un attentato all’ordine politico. Dall’altra parte la sua teoria dell’uguaglianza tra i due sessi sconvolge il costume tradizionale, comporta "la lotta al pregiudizio, e la necessità della istruzione femminile, presupposto indispensabile per l’inserimento della donna in ogni ambito sociale con un ruolo paritario a quello maschile" (p. XXVIII). E’ la contraddizione del secolo: si cerca di combattere teoricamente il pregiudizio, di criticare il costume, ma non si osa intaccare concretamente l’ordine politico. Poullain de la Barre, nella sua affannosa ricerca della verità, intorno al 1670 viene colpito dalla nuova filosofia che rivoluziona la sua vita e la sua visione del mondo.

 

Egli seguendo il metodo cartesiano, proclama la supremazia della ragione quale soluzione per tutti i problemi: "stabilire tra gli uomini una ragione sovrana che li renda capaci di esaminare tutte le cose con giudizio e senza prevenzione" (XLV), contesta il principio di autorità in ogni attività intellettuale e teorica. Sempre il 1670, considerato l’anno della conversione di Poullain al credo cartesiano, è indicato come l’anno della "rivoluzione pedagogica" che il filosofo francese recepisce interamente applicandola anche all’educazione femminile. Siamo difronte a un processo iniziato nel 1500 secondo il quale ogni riforma della società passa attraverso l’educazione, non più destinata a trasmettere conoscenze ma a trasformare l’uomo e la collettività in cui vive. Per i maggiori rappresentanti dell’umanesimo cristiano (Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam, Jean Luis Vives), l’educazione rimane connessa con l’etica, considerata come strumento essenziale per "plasmare un buon cittadino e per conservare una buona società".

 

Poullain rigetta completamente la tesi della inferiorità naturale, dimostrando che questa ultima deve attribuirsi esclusivamente alla cultura, al costume ed alla tradizione. Afferma che "solo motivi di interesse hanno guidato gli uomini a conculcare i diritti delle donne impedendo la loro istruzione, mentre non vi è che un unico metodo da adoperarsi per gli uni e per le altre, in quanto entrambi esseri appartenenti alla medesima specie umana" (p.LIII). Supera la tradizione classica e gli umanisti in quanto la sua opera educativa è volta a promuovere lo spirito critico, la responsabilità e la maturazione del singolo individuo, in particolare quello femminile. Contesta la distinzione tra l’educazione maschile e quella femminile derivante dalla diversa destinazione sociale dei due generi, affermando che il fine dell’educazione femminile non deve più essere quello di formare delle spose e delle madri cristiane, ma esseri pensanti in grado di conoscere e di avere idee chiare e distinte.

 

La piccola opera di Poullain de la Barre si apre con una dedica ad Anne Marie Luise d’Orléans, cugina in primo grado del futuro re di Francia Luigi XIV, e forse destinata a diventarne la moglie. Per Poullain ella "rappresentava il modello di una dama colta, di alto lignaggio, ma dal giudizio profondamente indipendente, e assai anticonformista" (p.3). Seguono delle conversazioni fra quattro personaggi ( Sofia, Eulalia, Timandro e Stasimaco ), attraverso le quali, Poullain de la Barre per bocca di Stasimaco si fa sostenitore della nuova pedagogia: l’educazione deve essere la stessa per entrambi i generi che hanno la medesima natura umana composta di corpo e di spirito. L’affermazione viene supportata da una esplicita adesione al razionalismo (tramite la ragione sovrana si potrà giudicare senza pregiudizi e prevenzioni), attraverso i riferimenti ai primi secoli dell’era cristiana quando molte donne rivestivano ruoli importanti (diaconesse) all’interno delle comunità, nonché dal principio dell’uguaglianza secondo natura di tutti gli uomini. Da questo principio deriva che nessuno deve essere sottomesso all’altro, anche se nel contesto dell’opera de la Barre lo adopera per "affermare che non si deve aderire alle affermazioni di nessuno in quanto tutti sono soggetti all’errore; l’unica autorità riconosciuta è quella della ragione" (p.42).

 

Il volume risulta molto interessante, sia per l’argomento trattato (la difesa a favore dell’istruzione femminile che scardina l’idea dell’inferiorità della donna dovuta alla natura e non alla cultura) , sia per la conoscenza di un autore che ben incarna il dibattito culturale della seconda metà del XVII secolo.

 

Rosanna Marsala

 

 

 

 

 

Paolo Bagnoli, Elogio della Politica. Profilo critico dei partiti nella Prima Repubblica, Gorgonzola-Milano, European Press Academic Publishing, 2005, pp. 145.

 

I partiti, nerbo vitale di ogni vera democrazia, sono al centro di questo prezioso quanto efficace libro di Paolo Bagnoli. L’autore non si prefigge di fare la storia di quello che impropriamente è stato definito periodo della Prima Repubblica, bensì di offrire spunti per una riflessione critica su quelle organizzazioni sociali che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato gli ultimi 50 anni della storia d’Italia. Con la nascita della Repubblica, va ad impiantarsi un sistema democratico basato sui partiti politici, "forme attraverso le quali la gente partecipava al proprio governo ed a cui pure, grandi masse affidavano il proprio destino" (p.7) .

 

La realtà odierna ci mostra uno scenario diverso. Ed è legittimo, secondo l’autore, avere nostalgia per un sistema politico rappresentato e interpretato dai partiti politici, caratterizzato da forti ideologie in cui credere e per le quali lottare, e da personalità di grande spessore. Nonostante non mancassero le disfunzioni, gli opportunismi, i conflitti, si era pur sempre nel campo della "Politica", oggi, invece, "alla repubblica dei partiti è succeduta la repubblica dei leaders e dei media" (p.17). I partiti non sono scomparsi, ma hanno perso quel ruolo e quelle funzioni che già avevano iniziato a svolgere nel periodo pre-repubblicano. Fu allora che iniziò, attraverso una ferma opposizione al regime, quel lungo processo politico che condusse il popolo italiano " a farsi stato a divenire realmente padrone del proprio destino, di autogovernarsi e di convivere liberamente e pacificamente" (p.20).

 

Le elezioni del 1946 registrano il successo della DC, definita dall’autore il "partito degli Italiani". Essa ha rappresentato un fenomeno più unico che raro, in quanto, per mezzo secolo, è riuscita a governare l’Italia. Sarebbe troppo riduttivo considerare la sua lunga permanenza al potere soltanto una naturale conseguenza del rapporto privilegiato che la D.C. ha sempre avuto con la chiesa cattolica. Bisogna riconoscere che la DC è stata il partito, grazie anche alla sua vocazione interclassista, che meglio e più di altri ha saputo interpretare le aspirazioni e le esigenze dei ceti medi permettendo la loro politicizzazzione; ha avuto la capacità di saper mediare senza riserve e senza chiusure invalicabili nei confronti di nessuno. All’interno della DC si sono ritrovate le personalità più varie (Gedda, La Pira, Scelba, Zaccagnini, Forlani, Dossetti), ma tre sono, secondo Bagnoli, gli uomini che hanno segnato la storia della DC: Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e Aldo Moro.

 

De Gasperi fu l’uomo che seppe credere nel futuro del paese, l’eroe della conferenza di pace di Parigi dove, tenendo un discorso memorabile, riuscì a ridare dignità a un paese sconfitto e farlo rientrare a testa alta nel consesso internazionale. Con la rinascita dell’Italia iniziò anche il cammino della D.C. che per De Gasperi doveva rappresentare il partito di centro, "che significa moderatezza, condivisione, fermezza, disponibilità, senso del governo del paese; significa la filosofia che la DC ha fatto propria, interpretato, praticato o cercato di praticare e mai smentito qualunque stagione politica abbia vissuto" (p.34). Fanfani fu il politico per eccellenza, un vero leader. Per lui era importante organizzare il partito e rafforzare il ruolo egemone della DC. Riuscì nel suo progetto e la DC divenne una specie di "partito stato" realizzando una vera egemonia sulla politica, sull’economia e persino sull’informazione pubblica. La figura di Aldo Moro rimane legata alla stagione del centro sinistra. Egli seppe realizzare una lunga coalizione con il PSI. I tragici eventi del 1978 (Moro fu rapito e poi ucciso dalle brigate rosse) non gli consentirono di portare a termine il suo disegno ossia l’apertura ai comunisti. Forse la mancata realizzazione di tale progetto, la fine prematura di Aldo Moro hanno condotto al disfacimento di quel sistema politico al quale abbiamo assistito in questo ultimo decennio? A questa domanda l’autore non dà una risposta, ma ritiene verosimilmente che la mancanza di un pilastro portante non può che indebolire l’intero edificio.

 

L’altro grande partito che ha contribuito a dare un contenuto alla democrazia italiana è il PCI, "il grande capolavoro " di Palmiro Togliatti, ideologo e leader politico. Fu il partito d’opposizione per antonomasia ed è definito dall’autore "partito nazionale" "ossia forza che sta dentro la storia del paese nella quale si è conquistato un ruolo, una funzione, una fisionomia; praticamente una missione di ordine nazionale" (p. 43). Togliatti, rientrato in Italia nel 1944, dopo una lunga permanenza in Russia, resosi conto che per raggiungere l’obiettivo rivoluzionario sarebbe stato necessario inserire il partito nei gangli dello stato, concepì la teoria del "partito nuovo" ossia partito della classe operaia e del popolo che non si limita più soltanto alla critica ma interviene nella vita del paese in modo costruttivo. Alla DC "partito Stato" si contrappose il PCI "partito sistema", alla DC partito interclassista, il PCI partito classista che si propose di modificare le strutture della società ma senza provocare rotture insanabili. Per realizzare tale disegno Togliatti attuò una strategia: l’intesa politica con la DC e la ricerca del dialogo con i cattolici. Dalle convergenze in sede di assemblea costituente al compromesso storico i rapporti tra i due partiti furono caratterizzati da momenti alterni. In particolare, Bagnoli si sofferma sulla proposta del compromesso storico, lanciata da Enrico Berlinguer nel 1974. L’obiettivo del segretario del PCI era rilanciare il dialogo con la DC per consentire al suo partito di passare da forza di opposizione a partito di governo. L’idea non trovò accoglienza né nella DC (tranne la corrente di sinistra), né all’interno del PSI (che aspirava a diventare partito alternativo alla DC), né tantomeno fra gli elettori.

 

In questa carrellata attraverso la democrazia dei partiti l’autore considera anche il partito d’azione, che pur essendosi sciolto nel 1947, "ha alimentato una vitalità politica e storiografica che non è esagerato definire unica" (p.69). Esso ha lasciato in eredità il rigore morale e l’intransigenza a salvaguardia della libertà e dell’autonomia intellettuale. Il terzo partito, in ordine d’importanza, è il PSI. La storica diatriba interna tra riformisti e rivoluzionari non ha consentito al PSI di avere una funzione autonoma nella storia d’Italia. Il socialismo italiano ha vissuto sempre appoggiandosi ad altri: prima al PCI con il quale ha condiviso la sconfitta del Fronte popolare, poi alla DC, diventando partito di governo, sino a quando non è stato travolto da tangentopoli. Il PSI, a detta dell’autore, pur essendo stato "il soggetto che più di ogni altro ha arricchito la politica italiana con tematiche di innovazione" (p.87), non ha saputo cogliere i cambiamenti epocali che stavano verificandosi e la sua disattenzione per la questione morale, divenuta il vero problema della politica italiana, ha provocato la sua scomparsa.

 

Gli anni ’70, detti anche anni di piombo, furono caratterizzati dal fenomeno del terrorismo. Le brigate rosse costituirono un vero e proprio "partito armato" che ergendosi a paladini della giustizia e dell’eguaglianza, si proponevano con l’uso della violenza di stravolgere la "democrazia dei partiti" ormai entrata in una fase di immobilismo e stagnazione. Il terrorismo fu marcatamente rosso, e di fronte a un tale fanatismo ideologico "la sinistra stenta a capire; dapprima ritiene che si tratti di fascisti che si camuffano, poi ritiene che siano dei compagni che sbagliano, eppure non ci vuol molto a comprendere che alla violenza predicata segue sempre quella praticata" (p.97).

 

Nel 1987 esordisce sulla scena politica italiana la Lega Nord di Umberto Bossi. Si connota subito come "il Partito del Nord" in quanto espressione degli interessi delle regioni dell’Italia del nord (la parte del paese più produttiva e vitale). I leghisti rivendicano l’ autonomia da Roma ladrona, la difesa delle tradizioni locali, criticano l’accentramento burocratico e un sistema economico basato sulla ricchezza del nord "chiamata a sostenere il gravame di un’Italia improduttiva, assistita e parassitaria". Di fatto, nel 1994 la Lega Nord va al governo entrando a pieno titolo in quel gioco partitocratico che tanto aveva criticato.

 

Nel periodo della Prima Repubblica si possono distinguere sostanzialmente tre momenti: il centrismo, il centro-sinistra ed il pentapartito. Il centrismo va dal 1948 al 1960. Si tratta di una coalizione guidata dalla DC e composta da PLI, PSDI e PRI; il centro-sinistra va dal 1962 al 1976; (usciti i liberali dal governo vi entra il PSI); infine dal 1981 al 1991 si afferma il pentapartito con il recupero della frattura fra liberali e socialisti. In quest’arco di tempo la democrazia dei partiti si trasforma progressivamente in partitocrazia ossia eccessivo potere dei partiti a scapito delle istituzioni e dei cittadini. Le cause di questa disfunzione risiedono, sostanzialmente, nella debolezza delle nostre istituzioni, non autonome rispetto ai partiti, e della società incapace di autorganizzarsi per impedire che gli interessi dei partiti prevalgano su quelli della comunità civile. Conseguenze della eccessiva invadenza dei partiti sono i fenomeni del cosiddetto sottogoverno,della lottizzazione e, attraverso l’utilizzo delle risorse pubbliche per fini meramente particolari e personali, dell’abuso sino alla degenerazione dell’intero sistema. Gli anni del CAF (intesa tra Craxi, Andreotti e Forlani) rappresentano l’ultimo tentativo per rigenerare un sistema ormai in frantumi e che presto sarà travolto da tangentopoli.

 

Il vero protagonista della cosiddetta Seconda Repubblica è Silvio Berlusconi. Con lui inizia la fase della "politica senza partiti", l’era di un bipolarismo che si organizza intorno ad un leader. Il nuovo sistema politico appare più frammentario del precedente e non ha ancora compreso se "una politica riformata possa essere uno strumento per migliorare le istituzioni, o se istituzioni ben funzionanti" (p.133) potrebbero impedire la degenerazione della politica. Di fatto politica ed istituzioni "vanno a braccetto ed esse non possono essere riformate che nel campo di una corretta concezione della public ethics" (p.134). In altri termini le scelte politiche devono sempre essere ispirate al bene collettivo. La conclusione dell’autore che non vuole essere pessimistica ma realistica non riconosce questa capacità alla Seconda Repubblica che, a ben guardare, è molto meno liberaldemocratica della Prima Repubblica. Tale affermazione non è un paradosso se si concepisce la liberaldemocrazia come il valore, comune a tutte le aree ideologiche, che deve precedere ogni concreta scelta politica nel rispetto della libertà e del sistema democratico.

 

Rosanna Marsala

 

 

 

 

 

Paolo Mazzarello, Il genio e l’alienista. La strana visita di Lombroso a Tolstoj, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, pp. 127.

 

Il viaggio di Cesare Lombroso in Russia e l’incontro con Lev Tolstoj a Jasnaja Poljana era già noto per la testimonianza che l’insigne criminologo aveva reso nel novembre 1901 sul periodico "La Vita internazionale" di E. Teodoro Moneta. Quella visita, esaurita in poche righe nella classica biografia di Luigi Bulferetti (Cesare Lombroso, Torino, Utet, 1975, p. 400), è analizzata ora da Mazzarello, che ricostruisce con dovizia di particolari l’incontro che alla fine di agosto 1897 Lombroso ebbe con lo scrittore russo. Più che dal fatto cronachistico, l’incontro assume un’importanza particolare per le ragioni culturali che indussero lo scienziato italiano ad abbandonare il Convegno medico internazionale e lo spinsero a compiere quel viaggio scientifico-naturalistico.

 

Preceduto da un ritratto di Lombroso e da un’analisi non sempre lineare delle sue teorie criminologiche, il volume – già apparso per i tipi di Biblopolis (Napoli 1998) – introduce alcune novità stilistiche nei contenuti e presenta una nuova bibliografia. L’autore analizza il profondo legame fra genio e follia come facce della stessa realtà psicobiologica che Lombroso aveva dedotto da un enorme corpus di materiale storico, letterario e biografico. Quella "verità scientifica", intesa a considerare la follia del genio come aspetti degenerativi di un’evoluzione a ritroso e interpretata come "regressione ativistica", rientrava infatti in una visione antropologica, che traeva origine dalla scoperta della "fossetta occipitale mediana" "nel cranio del brigante Giuseppe Villella". Durante l’autopsia eseguita nel dicembre 1870, Lombroso rimase folgorato da quell’insolita fossetta, che – oltre a segnare un ritorno ai caratteri ancestrali "atavici", accomunava in un carattere regressivo geni, folli e delinquenti, seppure in un grado differente di qualità positive.

 

Da questo presupposto teorico sorgeva "il sistema Lombroso", che stabiliva la genesi naturale del delitto e la necessità della pena come forma di difesa sociale in antitesi a quanti indicavano le sue cause non nel carattere biotipologico del delinquente, ma nella struttura sociale. Questi due indirizzi, trasformatisi ben presto in due scuole di antropologia criminale, furono dibattuti nella stampa e nei congressi scientifici, dei quali l’autore ricorda quelli tenutisi a Parigi nel 1889 sull’eziologia del delitto, a Ginevra nel 1896 sulla questione del libero arbitrio, a Mosca nell’agosto 1897 sulle razze asiatiche e su altri temi connessi al delitto.

 

In questo contesto si colloca la visita a Tolstoj, le cui opere letterarie esercitavano un particolare fascino su Lombroso, attratto non dall’etica cristiana o dalla pedagogia antiautoritaria dello scrittore russo, ma dalla ricerca esplicativa delle sue tesi antropologiche e dalla verifica di alcuni aspetti comuni come l’interesse per le stranezze del genio, per l’eccitazione psichica e le malattie ereditarie. Quell’attrazione irresistibile verso il genio letterario di Tolstoj, tormentato dal dubbio e affetto da "misticismo", impediva a Lombroso di cogliere la diversità di idee sulla storia, sulla società e sulla genesi del delitto. La loro visione antropologica, seppure ispirata a un ferreo determinismo, poggiava infatti su un’eziologia diversa del comportamento deviante, come scaturiva dalla diversa considerazione del reo e della sua imputabilità, ma anche dalla dissonanza del legame tra genio e follia, su cui Lombroso e Tolstoj non trovarono alcun accordo per la diversa fede ideale, l’uno ancorato ad un positivismo ateo e l’altro a una forma di cristianesimo primitivo.

 

Nunzio Dell’Erba

 

 

 

 

 

Mirella Serra, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948, Milano, Corbaccio, 2005, pp. 371.

 

Corredato da un apparato bibliografico molto vasto, il volume arricchisce un argomento controverso della cultura italiana, quello degli intellettuali fascisti che approdarono alla sinistra dopo la caduta del regime mussoliniano. L’autrice, che non ha alcuna pretesa di esaurire un tema così dibattuto nella storiografia contemporanea, attribuisce la definizione di "redenti" a quegli intellettuali che, dopo aver ricevuto laute ricompense dal governo fascista, passarono a sponde opposte. Si tratta di un termine coniato da Velio Spano per definire il ruolo che gli intellettuali assunsero nell’ultimo decennio del regime fascista e in quello successivo alla sua caduta e al ritorno della libertà culturale. Più appropriata sembra la definizione di "servitù volontaria" che Carlo Morandi enunciò nel 1945 per descrivere il ruolo degli intellettuali che collaborarono alla rivista Primato, fondata da Giusaeppe Bottai e pubblicata dal 1° marzo 1940 al 1° luglio 1943.

 

La rivista, cui l’autrice dedica particolare attenzione per la varietà di contributi e per lo stuolo dei collaboratori, apparve durante i preparativi dell’entrata in guerra da parte dell’Italia a fianco della Germania nazista. Gli argomenti più dibattuti non furono solo quelli connessi all’evento bellico come la legislazione antisemita, ma si estesero alla politica, alla letteratura, al cinema e ad altre materie con la precipua funzione di "modernizzare" il fascismo. Come collaboratori del quindicinale troviamo gli scrittori Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Riccardo Bacchelli, Vitaliano Brancati, Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Ercole Patti, Cesare Pavese, Guido Piovene, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Cesare Zavattini; l’antropologo Ernesto De Martino; i filosofi Nicola Abbagnano, Antonio Banfi, Galvano Della Volpe, Cesare Luporini, Enzo Paci, Sebastiano Timpanaro; e poi artisti, architetti e critici d’arte come Giulio Carlo Argan, Felice Casorati, Renato Guttuso, Mario Mafai, Antonello Trombadori; giornalisti come Enzo Biagi, Indro Montanelli; storici come Carlo Morandi, Giorgio Spini e Luigi Salvatorelli.

 

Questa vasta adesione degli intellettuali italiani fu arricchita anche dai contributi di giovani esordienti come Mario Alicata, Giansiro Ferrata, Giaime Pintor, che nel loro coinvolgimento all’esperienza culturale di Primato costituirono "un gruppo abbastanza coeso sottomesso alla disciplina e al rapporto" con il suo promotore carismatico. Il progetto di Bottai esercitò un grande fascino su quei giovani, che durante la loro intensa collaborazione non furono spinti da spirito di fronda o da intenti antifascisti, ma da un vivo desiderio di successo e di immediato guadagno. Un’attenta lettura dei loro scritti ci induce ad accogliere la tesi di Renzo De Felice, secondo cui Primato non fu certo una palestra di antifascismo per il loro tardivo distacco dal regime e dalla folle esperienza di guerra. Fatto sta che la rivista, per l’impronta impressa da Bottai, si allineò alla politica guerrafondaia del governo fascista, in un’assordante propaganda contro i "perfidi giudei" e contro "l’orrore della minaccia asiatica" sulla base dei suoi ideali razzisti che egli cercò di coniugare con l’"impulso vitale" dei giovani e di utilizzarli per affermare all’estero la cultura fascista.

 

In questa cornice razziale si inserirono scrittori e giornalisti, molti dei quali avevano abbracciato la causa antisemita già prima del loro approdo all’esperienza di Primato, come mette in rilievo l’autrice in una linea di connessione con riviste fasciste come La Difesa della Razza, Critica fascista, o Campo di Marte. Galvano Della Volpe, il cui pensiero influenzerà il marxismo italiano fino agli anni Settanta, esaltò il razzismo mussoliniano, scrivendo parole demenziali sull’"Estetica del carro armato" (Primato, 15 luglio 1940) e sull’"operazione chirurgica in corso" attuata dai "carri armati tedeschi sulla strada di Calais". Lo scrittore, sostenitore di un "Ordine nuovo" modellato sui princìpi nazisti, manifestò un acceso ardore per la flotta aerea e i cingolati tedeschi da far arricciare il naso perfino a Bottai. Le idee dell’avventato filosofo furono sostenute anche da Carlo Morandi, che per tutta la durata della rivista si sobbarcherà sul piano storico l’onere di dimostrare il valore di quel progetto di "Ordine nuovo" e di quella "gerarchia dei popoli", così cari all’establishment fascista. Le sue elucubrazioni storiche del Mediterraneo diventarono così la piattaforma democratica della "Nuova Europa" teorizzata dal Reich: un disegno di politica estera condiviso anche da Delio Cantimori e da Manlio Lupinacci, l’uno autore di numerose voci per il Dizionario di politica del Partito Nazionale Fascista e l’altro sostenitore entusiasta del militarismo nazista e del razzismo tedesco. Persino linguisti come Giorgio Pasquali e Bruno Migliorini espressero il loro entusiasmo per l’esercito nazista.

 

Ma al fascino della "Nuova Europa" non si sottrassero neppure giovani come Mario Alcata, la cui dedizione alla realizzazione del totalitarismo fascista si ispirerà alla robusta etica di Mussolini, rappresentato dal Diario di guerra e indicato come "grande esempio di scrittura politico-letteraria" (p. 165). L’esaltazione di Mussolini, considerato l’autore dei libri più importanti del secolo, troverà ampio risalto non solo sulle pagine di Primato, ma anche in libri scolastici nati e ideati specificamente per diffondere e far sedimentare l’immagine di un nuovo umanesimo in camicia nera. L’antologia Avventure e scoperte (1941), pubblicata da Alicata e Muscetta, innalzò un inno appassionato alle gesta eroiche del duce, di Bottai, di d’Annunzio, i cui testi saranno illustrati da Antonello Trombadori. Ancora nel 1942 Muscetta si lascerà andare a una esaltazione sperticata di Bottai, che per rettitudine morale e per dati culturali si eleva su tutti gli altri artisti contemporanei come un astro-guida. Il ministro dell’Educazione nazionale è presentato come un fine letterato e un vigoroso uomo politico in un profluvio di elogi che troveranno ampio spazio nelle pagine di Primato e nella corrispondenza privata tra l’ex gerarca fascista e il futuro intellettuale marxista.

 

 

 

Nunzio Dell’Erba

 

 

 

 

 

Amalia De Luca, Conchas legere, (Poesie), Introduzione di Nicola Di Girolamo, Edizione di Ateneo di poesia e di storia delle poetiche europee, Roma 2004, pp. 78.

 

Due sono, fino ad oggi, le raccolte di sue poesie edite da Amalia De Luca: Radere litora, che è del 2002, e Conchas legere, uscita nel 2004, cioè a soli due anni dalla prima.

 

Verrebbe da pensare ad una improvvisa esplosione di estro poetico, ma sarebbe pensiero sbagliato. In una sua Nota sobriamente ma efficacemente autobiografica posta a chiusura di Radere litora la De Luca ci fa sapere che le prime espressioni della sua vocazione alla poesia risalgono agli anni giovanili, e continuarono nei successivi, ma che la sua ritrosia le fece rimanere chiuse nel cassetto. Ne vennero fuori solo quando Lei avvertì "fortissima l’esigenza di verità, ogni nascondimento le parve viltà e si sentì pronta ad accettare tutte le critiche, senza orgoglio, senza vanità, anzi con una piacevole sensazione di libertà" (p.116). La stessa Nota indica anche il rapporto cronologico esistente tra le varie sezioni in cui il libro è diviso e le poesie riunite in ciascuna di esse. Conchas legere ha un’articolazione diversa, a base non più cronologica ma fondamentalmente tematica, con prevalente tendenza a sensi simbolici, su cui tornerò più avanti, che fa pensare a una produzione più recente. Che tuttavia, pur possedendo in buona misura più di un motivo di distinzione, a livello di ispirazione e di stile, si mantiene su un piano di affinità e di continuità con la precedente, per altro denso di ampliamenti e di sviluppi, che viene a dare sostanziale coerenza a un’opera di poesia costituitasi via via nel tempo e rivelatrice di una personalità complessa eppure ben definibile.

 

Tali le caratteristiche di questo mondo poetico nel suo insieme. Vediamo ora di documentarle e valutarle.

 

Il primo segno di continuità viene dai titoli. Attengono entrambi al mare e alle attività che in esso svolge l’uomo. Il primo, in particolare, nasce da un’idea di viaggio rasentando le coste quasi per assicurarsi, se occorre, la possibilità di un approdo salvifico, perché (cito da Al riparo, p.40), "Fuori dal porto / in mare aperto / nella tempesta / confidare nei venti / che non ti ingannino". Nel complesso, dunque, un cabotaggio simile a quello di Enea e compagni quando furono vicini alla terra di Circe, ma qui, ovviamente, simbolico. Dal mare, però, si traggono anche tesori quali, ad esempio, quelle lucide perle che Tibullo malediceva assieme ai verdi smeraldi, perché accendono la cupidigia delle donne e pongono problemi di spesa a quanti le corteggiano, mentre qui il loro splendore, tanto ben noto che lo si può pure lasciare sottinteso, allude chiaramente ai pregi della poesia, creatura quant’altre mai idonea a volgere in bene il male, di qualunque tipo esso sia. Un po’ come "l’aurea beltà" della grazia femminile di foscoliana memoria, "onde ebbero / ristoro unico ai mali / le nate a vaneggiar menti mortali". Anche Amalia De Luca conosce e apprezza la bellezza della poesia e, presa dal suo fascino, ne ha realizzata tanta a sua volta, come ho già sommariamente ricordato, ricavandone "ristoro" per il suo "vaneggiare", che per la precisione è un vagare con i suoi pensieri – anche questa è un’immagine foscoliana – attorno alla misteriosa condizione esistenziale dell’uomo e del mondo e sul vario svolgersi della sua vita interiore.

 

Un vagare, dunque, che giustifica quell’idea del viaggio della mente e dell’anima che è il leitmotiv che lega alle radici le due raccolte e unisce in una sorta di traccia continua le varie soste o tappe, cioè le composizioni che da quel motivo traggono l’input particolare e concorrono a farne un itinerario completo.

 

Verso quale mèta? ci si chiederà legittimamente. Risposta: Verso non una ma tante. Una di queste è la verità, per cominciare dalla più ambita.

 

La verità è, infatti, oggetto di una ricerca che si compie in mille guise, costante e appassionata anche se, purtroppo, senza approdi validi – se si eccettua la bella poesia che esprime e che la esprime – né risultati adeguati alle attese, un vagare da "misero" viandante a cui la De Luca si rivolge con comprensione quasi pietosa e con la tristezza di chi ha provato vanamente anche lui: "Vorresti esser cieco / per contemplare / il mistero nella tua notte. / Quest’involucro rabbioso / è paravento impenetrabile / alla perfezione mai creata / radice universale / senza rami e senza foglie / parola senza voce" (p.32). Ricerca segnata da delusioni cocenti perché, quando credi di essere giunto a quella "verità che", dice il Poeta per antonomasia (Dante), "tanto ci sublima", allora "In un baleno / si frantuma in mille cocci / tutto il tuo mondo di certezze" (p.34). Sicché pare che l’unica possibile verità sia proprio l’impossibilità di una verità, con tutto il disagio che ne consegue.

 

Esiste tuttavia qualche rimedio contro questa che potremmo dire "caduta delle illusioni". Uno di questi, valido soprattutto contro gli effetti della constatata impossibilità di una verità razionalmente acquisita, è un momento che diresti di religiosità, forse un po’ laica, però, vissuto "presso all’altare" per una "sottile magia" (p.35). Altro rimedio o conforto è il rifugio nel sogno (anche se in esso "la gioia è solo / chiarore trasparente / nell’aria cristallina" p.29) e il suo valore si apprezza maggiormente quando esso svanisce: "Tu non saprai mai / il dolore e il pianto / per lo schianto di un sogno / stritolato dalle roventi maglie / di catene ai piedi di anacoreti stanchi: / aveva la levità dei colori / sottratti all’arco in cielo / dopo la pioggia di un’estate afosa, / aveva lo splendore delle stelle / nel candore di un fazzoletto bianco" (p.51), sicché "Non resta altro che dar corso al pianto" (p.52) o, dato che "la parola ti trafigge / col fuoco della verità" (p.64), rifugiarsi nella "magia del silenzio" (p.63), ove "l’irrealtà della visione / ti pare la sola possibile / riconciliante realtà". Ma un valido aiuto viene anche, dopo la vanità di una ricerca condotta persino "nel buio profondo / di una fossa / al centro dell’oceano / dove speri di trovare / la forma primitiva / di una qualunque vita" (p.39), nel risalire in superficie, e allora "abbracci la terra / con tutti i suoi colori / e pensi con cuore grato / che solo dolore e privazione / sono motivo / d’ogni allegrezza umana" (ibid.). È lirica, questa, in cui non si può non avvertire la presenza di una suggestione leopardiana (quiete..., piacer..., uscir di pena..., e via di seguito), ma interamente rivissuta e positivamente depurata di ogni intonazione pessimistica. A tal proposito dice Pietro Mazzamuto nella Prefazione a Radere litora: "Le proposte degli autori sono state talmente assimilate, quanto dire così innervate nel tessuto interamente improntato dalla poetica in atto della poetessa, da non lasciare traccia alcuna della loro presenza".

 

Del resto, come scrissi nella recensione a Radere litora (in "InSicilia", n. 20, marzo-aprile 2003), "il pessimismo di Amalia De Luca non è mai totale, perché si aprono in esso squarci di ottimismo, ora moderato ora più accentuato, in buona misura propiziato dall’intervento della sua cultura". In Conchas legere, poi, è più personalizzato, predominando nei versi di questa silloge la voce di uno spirito più inquieto, di un disagio esistenziale che si è fatto più acuto. Non certo a caso la lirica posta in apertura ha per titolo Onda anomala e per incipit un vocabolo che quando fu usato era solo una rarità lessicale e oggi evoca, purtroppo, una immane tragedia: tsunàmi. Quasi un terribile presagio. Nel linguaggio poetico di Amalia De Luca l’onda anomala compendia tutta una serie di penose "lacerazioni", come Lei stessa più volte le chiama, e le loro cause: la solitudine, la nostalgia, "l’amarezza per le lordure del mondo, / per l’abbandono degli amici" (p.47), nonché un ansioso desiderio di pace e di una "nuova Afrodite / purificata / nella sua essenza divina" (p.43), "la paura del domani, / le rughe del tempo, / la malinconia dell’ora" (p.42), la vita sentita come obbligo imposto e quindi sofferto ("improvviso fuoco / il sole / il cielo / del nuovo giorno / infiamma. / S’impone viverlo ai mortali / con le sue leggi / e tutto il suo gravare" (p.36), la perenne attesa di qualcosa che non verrà, insomma tutto un mondo di riflessioni maturate sul proprio vedersi vivere e divenute poi sentimenti sofferti e poi ancora immagini poetiche. Di questo mondo la De Luca ha acquisito lucida struggente consapevolezza e così può riferirne, dice Nicola Di Girolamo nell’Introduzione, "in un colloquio ininterrotto con l’ "altra", come a dire con se stessa, talvolta angosciato, ma sempre in sordina, fra il tenero frutto avido di vita e il proprio verme avido di morte. Da qui l’angoscia di vivere" (p.14), con "la risultante di una poetica della malinconia che incosciamente, forse, la scrittrice ha diffuso in tutta la raccolta, polarizzando qua e là" (p.13).

 

Ma è colloquio che, reso pubblico com’è – ed è stata decisione quanto mai legittima ed opportuna – riscuote un consenso, ben meritato, da parte della numerosa umanità che ha sensibilità e la patisce, un consenso motivato da simpatia (dal greco syn-pathos) e dalla gratitudine di quanti trovano detto in quei versi quello che essi stessi avrebbero voluto dire; nonché da compiacimento per i vari pregi espressivi che quel colloquio possiede, e sono in gran parte connessi al suo linguaggio. Infatti, se è vero che il tema dominante in questo canzoniere è quello di una sofferenza consapevole e continua, è vero anche che, quando c’è da descrivere visioni di natura seppure introdotte a significare momenti di delusione o di pena correlate con certe tesi negative, allora il senso della bellezza della natura, che nella Nostra Amalia è vivissimo, non sa tacere, anzi prevale, e dà piena accattivante espressione a tutto il suo fascino, mediante la pittura di scene che sono vere e proprie visioni. Qualche passo, a mo’ di prova anche del notevole ruolo svolto dai colori: "Nuvole basse / all’orizzonte / ultimi bagliori d’arancio / colorano il tramonto / della vivida fiamma dell’alba" (p.65); "scoprire / nel quadro desolato / della tua finestra chiusa / un colore nuovo ogni mattina: / una nuvola rosa, / una sfumatura d’azzurro / sul verde tenebroso / della distesa antica" (p.59); e, per qualche scena cupa ma anch’essa assai attraente: "Coltre di sabbia / del deserto / stende / questo vento d’aprile; / sipario / intriso di fango / offusca / il tuo orizzonte" (p.38). Analogia con quanto avveniva in Leopardi poeta degli Idilli, secondo il giudizio di Benedetto Croce valido ancora oggi nonostante tanto anticrocianesimo? No certamente se nell’analogia di un poeta con un altro s’ha da vedere un atto voluto; ma sì, pure certamente, se quell’analogia dipende da sincera e spontanea consonanza sentimentale e spirituale con le forme universali della bellezza e da capacità di esprimerla, che insieme fanno una, e certo tra le più importanti, delle condizioni da cui nasce la poesia di Amalia De Luca. Una poesia nella quale Ferruccio Centonze ha felicemente visto "Tutto un vissuto che, per la magia dell’arte, tracima dalla sua dimensione contingente per diventare espressione di un valore cosmico dei grandi temi spirituali, dei sentimenti, dell’uomo di ogni latitudine".

 

È, inoltre, poesia che si distingue anche perché alimentata dalla sensibilità che porta l’Autrice a vivere intensamente tanti di quei contrasti di cui è fatta la vita dell’uomo e che nel suo vasto e variegato mondo poetico si configurano in un frequente intrecciarsi di opposizioni più o meno marcate, significate simbolicamente da accostamenti quali buio–luce, tenebra–splendore, istante–eternità, seguendo un’impostazione spesso dualistica sempre dialettica che è nella sua interiorità, che non dispone di certezze assolute su cui contare ed è resa evidente dall’intervento degli ossimori e, per converso, quelle volte in cui i contrasti si compongono o c’è da significare un concorrere di elementi, dalle calibrate eppure spontanee sinestesie. Anche qui qualche esempio, tra i più efficaci: "il silenzio si fa voce" (p.24), "la segreta luce della notte" (p.23), "il tempo s’aggroviglia e si dipana" (p.62), "la separazione / è armonia di compresenza" (p.55)."il profumo della terra / riconciliata dalla liturgia del canto" (p.55); per un misto di sinestesie e contrasto: "Profumo sensuale / dal tuo cuore di luce / dai petali candidi / nel sole / di questo autunno" (p.61) e, per un contrasto sviluppato per tutta una lirica, "Piccola spiaggia" che, prima "tormentata / dalla furia dell’onda", poi "ride all’oro / dell’inoltrata Primavera" (p.48).

 

re di pensiero, con al primo posto la metafora, e quelle di parola (ossimori già detti, ipallagi, una a p.2), la serie di verbi all’infinito (scorrere, carezzare, pp.57 e 59) quasi a indicare il fluire del tempo e prolungare il gusto dell’immagine, l’articolazione del verseggiare con il saggio ricorso all’enjambement, ed altri ancora.

 

Alcune liriche, poi, invitano a considerazioni particolari per la peculiarità dei loro motivi. Una è quella che presenta la figura di un clown. Il suo volto è atteggiato a un sorriso ma cela un dolore illacrimato, da tenere invisibile, perché così vuole il suo ruolo di comico. Vale, oltre che come segno della solidarietà sentita dalla poetessa per certe categorie umane costrette a una vita di stenti, come simbolo della perdita di dignità umana cui costringono certe necessità di vita.

 

Un’altra ha per attore la figura di un "amico solitario" (p.45), che pare quella di un partner di un rapporto d’amore in cui, se a momenti di estasi succedono risvegli dolorosi, si può anche godere il lenimento di lacerazioni quali l’illusione dell’eternità e la delusione del transeunte, al riparo fra le "tue" braccia e con la possibilità di "ténere parole, / preludio forse" (ibid.), dice la De Luca concedendosi una punta di ammiccante civetteria, "a quella impronunciabile, / inflazionata / alla radice del mio nome" (ibid.) (Amalia è appunto derivato da "amore"). Si integra con l’altra di p.53, (Sipario), in cui si evocano le gioie dell’amore che, se fa vivere "l’illusione dell’eternità / al riparo fra le tue braccia, / sostenuta in volo dal tuo profumo, / com’erba nei prati / accarezzata / dalla fresca brezza del mattino", lascia poi, però, uno "specchio di memorie / sfocate" da cui si cerca "riparo nella tempesta" E’ una sintesi di tanti effetti dell’amore sull’animo umano, ora lieti ora tristi, che tuttavia non spengono il desiderio di viverlo almeno una volta.

 

Perché l’amore può essere anche felicità piena, interessi o no i sensi, quando è vissuto come sentimento puro e accordo totale. Ma come tale è una fortuna che arride solo ai personaggi dei miti, dove i violenti profanatori della purezza di gentili fanciulle vengono esemplarmente puniti anche se hanno il nome e la possanza di Efesto. È il dio Febo che tutela il diritto alla gioia della purezza, delle danze e dei canti a cielo aperto, ed è il divino Eros ad accogliere la preghiera con cui Èrato, la Musa della poesia d’amore, appunto, invoca proprio il dono di poter vivere d’amore e ispirare amore.

 

Con questi miti da lei inventati mettendo a profitto il suo pluriennale culto delle letterature classiche e raccontati in versi dotati di straordinaria capacità comunicativa per la ricchezza di immagini animate e colorite e per la loro musicalità, versi che con tali meriti richiamano alla mente di chi li legge, e direi quasi li ascolta, il suggestivo film Fantasia di Walt Disney, Amalia De Luca ha raggiunto, a mio avviso, un livello poetico veramente alto.

 

Inoltre, nella stessa sezione del libro, con il terzo di questi suoi Paradigmi, attraverso la gentile figura della giovane Mantèa che, impegnata da anni nella ricerca di amore, incontra Aristeo dal quale, ormai vecchio, non amore può ricevere ma la saggezza della Verità, legandosi a lui con tenerezza affettuosa, la De Luca pare coronare il suo ansioso desiderio, appunto, di Verità.

 

E nello stesso tempo insegna a noi tutti che, se il mondo in cui viviamo soffre come soffre, uno dei motivi è che non ama più le favole. Anche per questo non sa più che cosa è la bontà.

 

Antonino De Rosalia