PRIMI SAGGI mussolini tra il declino britannico e l’aggressivo nazionalismo tedesco di Paola Ardizzone

L’alleanza tra la Germania nazionalsocialista e l’Italia fascista, tra Hitler e Mussolini, conclusa sotto lo slogan propagandistico dell’"Asse Roma Berlino" e ampliata nel maggio del ‘39 come "Patto d’Acciaio", ha contribuito in misura rilevante allo scatenamento della seconda guerra mondiale. E’ opinione assai diffusa in Italia come all’estero che se Mussolini si fosse tenuto estraneo alla guerra, il paese avrebbe beneficiato di una situazione straordinariamente favorevole: oltre ad evitare gli orrori e le distruzioni del conflitto, si sarebbe assicurata un lungo periodo di benessere e di ricchezza. Perché dunque Mussolini giocò così temerariamente la sua posizione personale e la sorte dell’Italia? Tanto più che, conoscendo perfettamente le limitatissime possibilità dell’esercito, sentiva la gravità e il pericolo di una tale avventura, e tanto si dibattè in uno stato di incertezza e contraddizione? Quali dunque le circostanze, i fatti, le ragioni…La risposta per molti è la sua ambizione personale. Vero, ma solo in parte, le ragioni sono anche di altra natura, e limitarsi ad una risposta generica, ad un giudizio sommario, non sarebbe onesto. Ogni indagine storica impone un irrinunciabile rispetto dell’obiettività e della verità, ma la verità storica è spesso solo coerenza soggettiva, perché il passato che si vorrebbe narrare, ricostruire, spiegare e capire, è una trama irripetibile di eventi che stimolano diverse sensibilità culturali e politiche. Non esiste un solo modo di spiegare i fatti del passato, e nemmeno un unico metodo scientifico per trattarli e, soltanto ammettendo questo, si possono onorare quei criteri di obiettività e verità.

 

Per tentare di giudicare, il più imparzialmente possibile, le decisioni di Mussolini, bisogna innanzi tutto rapportarsi alla situazione dell’Italia d’allora. Dietro tutti i voltafaccia e le improvvisazioni che suscitarono e suscitano l’impressione di un opportunismo senza direzione, si può tuttavia riconoscere un piano d’azione, variabile sicuramente nei singoli obiettivi, ma coerente a lungo termine. Questo piano non si fondava solo sull’arbitrio di un singolo ma, rifletteva profonde aspettative ed aspirazioni della società italiana, connesse con il problema della "nazione in ritardo".

 

Mussolini non aveva neanche un vero e proprio programma di politica estera. Con certezza però riteneva che l’Italia a Versailles avesse subito dei torti, che la sua vittoria fosse stata "mutilata" e che avesse pertanto il diritto di ottenere una revisione delle condizioni imposte dagli alleati. Lo scopo era dunque quello di riaffermare la dignità italiana nel mondo ed ottenere la perfetta uguaglianza con le altre potenze.

 

Il suo progetto più ambizioso era quello di consacrare il fascismo alla storia e in quest’ottica è evidente che se un conflitto coloniale, a lui favorevole, era perfettamente concepibile, di certo non lo era un conflitto europeo che non avrebbe avuto né vinti né vincitori. Le mire espansionistiche italiane erano pertanto strettamente connesse ai rapporti con Inghilterra e Francia, per ottenere da questi due paesi compensi territoriali e una risistemazione dei mandati attribuiti nel dopoguerra.

 

Il Governo Britannico, indebolito economicamente dalla crisi e militarmente dal taglio dei bilanci della difesa, con un’opinione pubblica orientata in direzione nettamente pacifista, ma pronto a difendere con le unghie e con i denti il suo prestigio coloniale, fece un tragico errore di valutazione(1): non sentendosi minacciato direttamente dalle mire espansionistiche di Hitler, pensò invece che una serie di concessioni in Europa orientale avrebbero contribuito a fare da scudo contro il pericolo sovietico; al contrario, qualunque negoziato con l’Italia sarebbe stato recepito come una malcelata affermazione di impotenza su tutto il mediterraneo, avrebbe dato un forte incoraggiamento ai movimenti sovversivi delle colonie e messo in serio pericolo l’influenza britannica(2). Con questa logica per presupposto, si spiega da un lato l’intransigenza dimostrata dal Governo inglese di fronte alla vertenza italo-abissina, e dall’altro l’accondiscendenza e la miopia con cui fu affrontata la politica del nazionalsocialismo. L’accusa rivolta al governo italiano, per aver violato i principi su cui era basata la SdN, era un’ accusa del tutto pretestuosa, dato che nell’ambito del patto societario era ammesso, e vi erano applicazioni pratiche, (basti pensare a Palestina e Siria) che gli stati civili aiutassero stati anche indipendenti ma incapaci a ergersi da se "nelle difficili condizioni del mondo moderno" per un loro più rapido sviluppo sulla via del progresso.(3) Non si evince esplicitamente che sia contraria al patto l’occupazione militare di detti stati e il controllo, talvolta anche severo, sul loro governo e sulla loro amministrazione, tanto che, non era stato considerato contrario allo spirito del Patto il "mandato" imposto anche con la forza delle armi, a popolazioni di un livello ben superiore di civiltà alle popolazioni etiopiche! L’azione Italiana verso l’Etiopia, quindi, non indeboliva il prestigio della Lega, ma piuttosto quello britannico. Così, mentre a Mussolini fu inflitto l’onere e l’onta delle sanzioni, si permise invece a Hitler di crescere e di espandersi, stipulando il 18 giugno 1935, in assoluta malafede, un Patto Navale che fu il primo grande successo della diplomazia tedesca, perché fece ottenere al Furher una rispettabilità che solo gli inglesi potevano concedere(4). E’ la prima grande dimostrazione della miopia, per non dire dell’imbarazzante ingenuità, del governo britannico che praticamente concesse a Hitler di riarmarsi.

 

L’accordo navale anglo-tedesco, merita di essere considerato sotto vari aspetti sia tecnici che giuridici, i quali suggeriscono considerazioni abbastanza allarmanti sul tragico errore commesso. Non precisando il quantitativo massimo del loro rispettivo tonnellaggio, ma limitandosi a stabilire un rapporto di proporzionalità, tutto ciò che provocava un accrescimento della flotta dell’una (inglese), poteva determinare un accrescimento dell’altra, cosa che poneva i due stati nelle loro future trattative navali, su una linea comune, sia per poter aumentare la loro flotta, sia per resistere contro eventuali aumenti di terze potenze. L’Inghilterra inoltre ammetteva che la Germania costruisse il 45% dei sommergibili posseduti dall’impero britannico, una concessione particolarmente generosa se si considera che fu fatta nella categoria che più di tutte aveva dato del filo da torcere agli alleati durante la Grande Guerra. Il tutto senza tener presente che la flotta tedesca era in pieno sviluppo, dunque modernissima, e così avrebbe acquisito una potenza virtuale superiore alla percentuale stabilita nell’accordo! Inoltre, dato il dislocamento delle forze navali nel mondo, in quel momento, la copertura navale dell’Inghilterra nella Manica e nel Mar del Nord sarebbe corrisposta ad un terzo del suo tonnellaggio globale, il che equivaleva in pratica a stabilire una parità tra il Reich e il Regno Unito.

 

Dal punto di vista giuridico infine, l’accordo costituiva una modifica dello statuto navale tedesco così come era stato previsto nella parte V del Trattato di Versailles(5).

 

È evidente come da posizioni come queste scaturirono l’approvazione prima del riarmo e poi del revisionismo tedesco verso l’Austria, la Cecoslovacchia e infine la Polonia.

 

Mussolini invece guardò da subito la riascesa della Germania e la presa del potere del nazionalsocialismo con un misto di paura e di speranza. Se da un lato infatti, essa rappresentava una terribile minaccia per i confini italiani, dall’altro il Duce si convinse di poter fare da ago della bilancia tra la declinante potenza britannica e l’aggressivo nazionalismo tedesco, realizzando nel gioco degli equilibri contrapposti i maggiori guadagni possibili. La costituzione di un direttorio Europeo ispirato al principio di regolamentazione del revisionismo, più che a quello della sua prevenzione, fu il leit-motiv della sua politica estera: il Patto a Quattro, il Fronte di Stresa, il Gentlmen’s Agreement, gli Accordi di Pasqua e infine l’incontro a Monaco, furono tutti tentativi falliti di creare un blocco euro-mediterraneo per tenere a freno la Germania, di cui l’Italia sarebbe stata il garante.

 

Nacque da un esame troppo logico degli avvenimenti la convinzione che le democrazie avrebbero avuto bisogno di lui. Ma non fu così. Gli eventi, superarono le sue previsioni. Di fronte alla minacciosa presenza della Germania nell’Europa centrale e al massiccio condizionamento rappresentato dalle importazioni tedesche, specie dopo le sanzioni, la sua attività diplomatica perse gradualmente libertà di manovra. Prima la riluttanza delle potenze europee, più tardi, dopo la guerra di Spagna, la logica della contrapposizione dei blocchi tra fascismo e antifascismo, spingeranno Mussolini a stringere rapporti sempre più stretti col minaccioso vicino tedesco. La prima tappa si verificherà nel ’36, subito dopo il rifiuto britannico di sollecitare sanzioni contro l’occupazione della Renania, Mussolini stipulò l’Asse Roma-Berlino, e l’immediata conseguenza fu l’annessione dell’Austria, quell’ "evento fatale" disse lo stesso Hitler a Mussolini, "che è meglio che si produca con voi che vostro malgrado, o peggio ancora contro di voi"(6). Evento fino a quel momento scongiurato proprio grazie alla prova di forza, unica fino ad allora tra le potenza europee, dimostrata dall’Italia fascista contro la Germania Nazista. Fu la realizzazione del vaticinio del Duce di fronte al fallimento del Fronte di Stresa: "L’Austria è perduta. Presto o tardi la Germania sarà sul Brennero, ai nostri confini e noi, da soli, non potremo impedirlo. Machiavelli scrisse saggiamente che il proprio nemico o lo si uccide o lo si abbraccia. Finiremo col dover abbracciare la Germania"(7). Poi nel ’39, l’allenaza militare, il Patto d’Acciaio. (Subito dopo il patto di mutua assistenza che Inghilterra e Turchia, in deroga agli accordi di Pasqua, avevano stipulato per limitare il peso dell’Italia nel Mediterraneo.) A Mussolini non restava altro da fare se non adoperarsi per riequilibrare le forze. Per porre un limite a Hitler doveva quantomeno costringerlo a muoversi entro linee prevedibili o comunque tali da non porlo senza preavviso davanti a sorprese destabilizzanti. L’Asse era un accordo vago, come lo stesso Mussolini tenne a precisare, nulla nelle relazioni italo-tedesche aveva assunto un valore giuridico, pertanto era impossibile spezzarlo, il Patto d’Acciaio, invece, era un obbligo di consultazione totale, un’alleanza vincolante che, se violata, avrebbe permesso all’Italia di comportarsi di conseguenza. Questa presa di posizione, per Mussolini significò anche far valere davanti ai governi di Londra e Parigi il suo "peso determinate" e, paradossalmente, poteva rappresentare un modo per frenare Hitler(8). Dall’altra parte invce, fallito lo scopo delle sanzioni, e quindi l’illusione che il sistema ginevrino potesse ancora funzionare, la Gran Bretagna, con la Francia a rimorchio, decise che doveva proteggere da sola i suoi interessi e procedette nella sua preparazione militare, dimostrando con fredda determinazione di voler riguadagnare il tempo perduto. Non intendeva più giocare al ruolo dell’"onesto mediatore", sia perché ormai aveva scelto una linea di assoluta intransigenza nei confronti di Italia e Germania, che non ammetteva cedimenti di nessun tipo, sia perché una detente anglo-italiana, al prezzo che chiedeva Mussolini, avrebbe inevitabilmente indebolito il blocco militare e politico anglo-francese e al tempo stesso rafforzato la posizione dell’Italia nel Mediterraneo(9). Tenendo presente questo atteggiamento di Londra, proiettato verso la conservazione della "pax britannica", ora, anche a costo della guerra, si comprende che tutti i tentativi di riavvicinamento all’Italia, ufficiali e ufficiosi, ebbero un valore esclusivamente strumentale per gli inglesi. Benché sull’orlo del precipizio, le visite di Chamberlain e Halifax a Roma e i colloqui avuti con Mussolini e Ciano sono la prova lampante di quanto l’Italia fosse disposta ad addivenire ad un accordo, dimostrandosi accondiscendente su buona parte degli argomenti proposti e quanto invece, il governo britannico rimanesse fermo sulle sue posizioni. Il Duce intese precisare a Chamberlain alcuni punti fondamentali della politica fascista: assicurò di sua sponte di non avere alcuna ambizione territoriale sulla Spagna e che sarebbe stato ben felice di ritirare le sue truppe; non riteneva possibile un disarmo effettivo, ma ammetteva possibile una limitazione degli armamenti prima qualitativa e poi quantitativa, dichiarandosi addirittura disposto a far partecipare anche la Russia ad eventuali accordi in tal senso. Affermò infine che avrebbe accolto in Italia i profughi ebrei provenienti dalla Germania nazista. Dal canto suo Chamberlain non soltanto ignorò nella sostanza il problema dei rapporti italo-francesi dopo il ‘36, ma si limitò a definirli "una pregiudiziale ideologica", dichiarando che non intendeva fare alcuna opera di mediazione; ebbe cura di cambiare argomento quando il Duce, ai sensi del Patto di Pasqua, tentò di dare inizio alla "regolamentazione definitiva delle piccole questioni coloniali ancora in sospeso…". Infine, malgrado voci ricorrenti inducessero a ritenere che Hitler stesse contemplando altri colpi di mano, Chamberlian non nominò la Cecoslovacchia(10). Ancora più inconcludente fu il tête-à-tête di Halifax e Ciano, che si ridusse ad una conversazione sulla guerra di Spagna e sul conseguente inasprimento dei rapporti con il Quay D’Orsay. Non fu neppure sollevato il problema dei rapporti commerciali, che pure avrebbe rivestito una grande importanza per affrancare l’Italia dalle forniture tedesche. Quanto al promemoria che il "canale segreto" aveva consegnato a Chamberlain alla vigilia della sua partenza da Roma (collaborazione balcanica, Malta, collaborazione tecnologica per lo sfruttamento dell’Africa orientale) fu completamente dimenticato. Quegli incontri quindi, si ridussero ad una grandiosa manifestazione pubblicitaria, mentre i problemi restavano tutti sul tappeto(11). Il Governo britannico decise di ignorare qualunque approccio del Duce, anche quello fatto negli ultimi giorni del ’39 quando ormai l’avanzata di Hitler sembrava inesorabile, in cui si dichiarava pronto a considerare l’idea di abbandonare l’Asse e a stipulare un patto di non aggressione con Londra e Parigi. Così come decise di ignorare il documento che Grandi definisce "Incredibile! Un documento destinato a fare la storia"(12), in cui Hitler dichiarava per iscritto agli inglesi: "Io Hitler ho deciso di fare l’estremo tentativo e l’ultima offerta all’Inghilterra […]. Chiedo che sia risolto il problema di Danzica e quello del corridoio […] non domando altro e vivrò in pace con la nazione del popolo tedesco […]. Io Hitler accetto l’Impero Britannico e la sua esistenza e sono pronto a garantirne la conservazione, contro gli interessi e le aspirazioni di quanti volessero attentare alla sua esistenza o diminuirne o ridurne l’efficienza e la potenza" Concludeva: "Sono favorevole ad attuare un piano di limitazione degli armamenti". Il Governo Britannico rispose insistendo sulla pregiudiziale sine-qua-non che qualsiasi soluzione doveva raggiungersi pacificamente e con intese dirette tra Berlino e Varsavia. Dicendo "accetto la tregua purchè l’accetti la Polonia, e alle condizioni che la Polonia proporrà", era ovvio che l’Inghilterra avesse già deciso per la guerra. Lo stesso Duce che aveva consigliato a Hitler di prendere in considerazione il negoziato con l’Inghilterra, di fronte alle richieste polacche disse a Grandi: "Pongono una condizione assurda, io non posso presentarmi a Hitler con una proposta siffatta, che egli strapperebbe all’istante: il ritiro delle truppe tedesche. Un esercito vittorioso può fermarsi, giammai ritirarsi!(13)"

 

Londra aveva scelto ormai una linea di assoluta intransigenza che non ammetteva cedimenti, aspettava solo il momento per agire. La garanzia incondizionata che Londra e Parigi accordarono alla Polonia impegnandosi a scendere in guerra al suo fianco senza tuttavia poter far nulla per difenderla, che è sempre apparsa come un’azione intempestiva se si considera l’atteggiamento assunto riguardo ai fatti di Praga, risulta invece pienamente comprensibile soltanto se inserita nel quadro di una completa alterazione intervenuta nella politica inglese dopo Monaco: dall’appeasement all’accerchiamento politico e militare della Germania e anche dell’Italia. Solo in questo quadro ha significato quella garanzia assoluta e incondizionata, e anche insensata, perché ormai gli inglesi non potevano più né spingere i polacchi a negoziare con i tedeschi, né a collaborare con i russi. Interpretazione, questa, suffragata dall’esame della documentazione anglo-italiana dalla fine del ’38 al giugno del ’40, oltre che deducibile, sul piano logico, dalle seguenti considerazioni: Londra non chiese la mediazione italiana quando sarebbe stato normale chiederglielo; anzi la rifiutò quando Mussolini la offrì ufficialmente; Londra non espletò alcuna funzione conciliatrice né presso Varsavia né presso Parigi, fino allo scoppio della guerra; Londra infine, non si curò neppure di porre domande precise a Berlino in merito alla questione di Danzica e del corridoio come invece avrebbe dovuto fare. Quel che è certo è che se Hitler invase quel paese è perché Londra e Varsavia si rifiutarono fino alla 99° ora di negoziare una soluzione di compromesso. Semplicemente Londra vide nella questione di Danzica l’occasione propizia per schiacciare la Germania e anche l’Italia, così come documenta puntualmente lo stesso "white paper", il rapporto finale dell’ex ambasciatore inglese a Berlino, secondo cui la Gran Bretagna strumentalizzò l’orgoglio e la paura della Polonia allo scopo di assicurare la distruzione della Germania. L’Inghilterra si assumeva così una grande responsabilità rilasciando ai polacchi una cambiale in bianco. "Oggi gli inglesi sono prigionieri dei polacchi come nel 1914 i russi lo furono dei serbi(14)", commenta Grandi nel suo diario. La Gran Bretagna si considerava sin da quel momento già in guerra con la Germania, e quella garanzia data alla Polonia, altro non era se non un pretesto moralistico con cui giustificava agli occhi dell’opinione pubblica la volontà di guerra.

 

A Mussolini non restava altro che temporeggiare. Scrisse così al Fuhrer, pronto ormai all’invasione, che sarebbe stato disposto a impegnarsi in una guerra difensiva, ma trattandosi invece di un conflitto provocato da un attacco germanico, sarebbe stata necessaria una fornitura di materiale strategico per far fronte al prevedibile attacco anglo-francese(15). Era l’ancora di salvezza! Mussolini stese di suo pugno una lista di richieste tale che avrebbe avuto del comico se la situazione avesse permesso di ridere! "La lista venne compilata, e non la dimenticherò mai(16)", scrive Anfuso nei suoi diari, contemplò le materie più ricercate e preziose di cui l’Italia è secolarmente priva. "Il solo trasporto e l’immagazzinamento di questi tesori avrebbe richiesto mesi!(17)", oltre al fatto che anche se tali forniture fossero pervenute, l’industria italiana non sarebbe neanche stata in grado di usarle. Il risultato fu quello desiderato. Hitler non era certamente in grado di garantire all’Italia un tale flusso di rifornimenti e così continuò per la sua strada: il 1° settembre del ’39 le divisioni tedesche invasero la Polonia, il 2 Settembre Mussolini, coniando un neologismo, fece annunciare che l’Italia avrebbe assunto la posizione di "non belligeranza(18)". Questa posizione poteva essere intesa nel senso che Mussolini avrebbe potuto mantenersi neutrale fino alla fine della guerra, proponendo a più riprese la sua offerta di mediazione, oppure nel senso che l’Italia si riservava il diritto di scendere in guerra a fianco dei tedeschi o piuttosto a fianco delle democrazie, qualora facessero concessioni concrete e anticipate. A Grandi confidò:"non sono ancora perdute tutte le speranze. Sono tenui come un filo, ma non perdute". […] Del resto i tedeschi si accorgeranno presto del grave errore compiuto. E lo realizzeranno il giorno che i loro sforzi si infrangeranno contro la linea Maginot che è imprendibile. […] i tedeschi ci hanno tradito facendoci trovare di fronte al fatto compiuto della guerra e dell’intesa con la Russia […] tu volevi la denunzia formale dell’alleanza, ma sarebbe stato un errore. Non bisogna dimenticare che vi è una corrente in Germania, che constatando l’impossibilità di sfondare la linea Maginot e del Reno, pensa alla Valle Padana come teatro classico di una guerra con la Francia.(19)". Mettersi apertamente contro Hitler avrebbe significato farlo scendere al Brennero, non era un mistero che fosse una mossa preventivata. Due alti funzionari, non proprio sobri durante un banchetto, avevano riferito che nello "spazio vitale" della Germania figurava l’Alto Adige, Trieste, l’intera Pianura Padana con lo sbocco sul mare Adriatico. Era presente un console italiano e uno dei due che aveva fatto l’inquietante dichiarazione, era il nuovo sindaco di Praga!(20) In effetti Hitler aveva tutte le armate ai valichi est, nord e ovest. Gli bastavano due, al massimo tre ore per scendere su Udine o Verona.

 

Il Duce propose ancora una volta che le potenze, al tavolo di una conferenza, garantissero l’integrità della Polonia, qualora poi Hitler avesse infranto i patti, l’Italia fascista si sarebbe impegnata ad abbandonare l’Asse e a denunciare l’alleanza con i tedeschi, e questo avrebbe costituito una formidabile leva di pressione per costringere Hitler a desistere dai suoi progetti di guerra. Per quanto sensazionale non c’è motivo di dubitare della serietà degli intenti di Mussolini perché la proposta che avanzò non venne inoltrata dalla diplomazia ufficiale, ma ufficiosamente da Ciano all’ambasciatore Loraine(21).Loraine ignorò completamente le avance di Ciano e non mutò atteggiamento; malgrado lo stesso Quai d’Orsay avesse fatto ormai sapere di essere incline a trattare con Mussolini e fosse convinto che fare concessioni a Roma fosse indispensabile, Londra continuava a sottovalutarne il peso e non cedeva di un millimetro dalle sue posizioni. Nell’ottica di Loraine di "evitare con gli italiani qualunque discussione politica", si ritenne opportuno non comunicare a Roma una proposta francese che prevedeva una permanente collaborazione fra i tre imperi mediterranei dopo la fine della guerra.

 

Al contrario Hitler era convinto della necessità assoluta di avere l’Italia come alleata, certo militarmente contava poco e non sarebbe stata di grande aiuto ma, l’Italia passata dalla parte del nemico avrebbe significato il ritorno allo schieramento del ’14-18 e al blocco marittimo che aveva piegato la Germania Guglielmina. Mussolini per Hitler era un personaggio chiave e sapeva che doveva accattivarselo. Per dargli un vistoso successo diplomatico, il Fuhrer compì un atto che mai nessun altro capo tedesco aveva compiuto: cedette definitivamente ad uno straniero una provincia del Grande Reich, il Sud Tirolo! Inoltre, si dichiarò pronto a fornire all’Italia un milione di tonnellate di carbone al mese.

 

E’ un momento terribile per Mussolini. Cercare di capire dove fosse il male minore non era facile!

 

Il discorso dell’8 Dicembre al Gran Consiglio conferma pienamente le motivazioni dei "dubbi amletici" del Duce: "Se vincesse l’Inghilterra non ci lascerebbe il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, neppure l’aria per respirare.(22)" Ma, via via che il conflitto prendeva vigore, la politica di attesa di Mussolini diventava sempre più difficile e si cominciava a temere la reazione di Hitler, primo perché si trovava in una situazione di inferiorità, e lo sapeva bene, secondo, conosceva i suoi ambiziosi piani. Così, il 5 gennaio ruppe gli indugi e un silenzio durato quattro mesi, scrivendo una lettera a Hitler in cui lo metteva in guardia facendogli notare che stava sbagliando gli obiettivi avventurandosi in occidente, infine si lanciò in una filippica contro la Russia. "Sono profondamente convinto che la Gran Bretagna e la Francia non riusciranno mai a far capitolare la Germania aiutata dall’Italia, ma non è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli alleati senza sacrifici sproporzionati agli obiettivi. Gli Stati Uniti non permetteranno la totale disfatta delle democrazie. […] Vale la pena, ora che avete realizzato la sicurezza dei Vostri confini orientali e creato il Grande Reich, di rischiare tutto, compreso il regime, e di sacrificare il fiore delle generazioni tedesche?(23)"

 

La risposta fu ritardata a lungo. Hitler preferì attendere che la posizione di Mussolini si facesse più difficile e gli desse quindi meno possibilità di azione. Questo momento giunse ai primi di Marzo: chi poteva immaginare che in pochissimi giorni tutto era già finito? Con Hitler che sfilava sotto l’Arco di Trionfo pronto varcare la Manica?

 

Il 10 Marzo Ribbentropp consegnò personalmente a Mussolini la risposta del Fuhrer. Hitler, nero su bianco, non invitava Mussolini ad intervenire, gli imponeva un ordine perentorio misto ad oscure minacce. Poneva il Duce davanti ad una alternativa che non concedeva molti spazi: la questione non era capovolgere le alleanze, poiché era certa ormai la vittoria della Germania, ma era quella di scegliere se stare al fianco del vincitore o essere ostile e lontano da esso. "Ho avuto piena comprensione, Duce, per il Vostro atteggiamento e le Vostre decisioni dell’agosto scorso […]. Tuttavia credo che su un punto non ci possa essere dubbio: l’esito di questa guerra decide anche del futuro dell’Italia. Se questo futuro viene considerato nel vostro paese come il perpetuarsi di un’ esistenza di stato europeo di modeste pretese, allora io ho torto. Ma se questo futuro viene considerato alla stregua di una garanzia per l’esistenza del popolo italiano dal punto di vista storico, geopolitico e morale, ossia secondo le esigenze imposte dal diritto di vita del vostro popolo, gli stessi nemici che combattono la Germania vi sono avversari." "Credo", esclamava Hitler con toni profetici e minacciosi, "che la sorte ci costringerà prima o poi, a combattere insieme(24)". Hitler così riduceva lo spazio di scelta di Mussolini: o con la Germania vincitrice, alle condizioni tedesche, o la riduzione ad un ruolo subalterno come "stato europeo di modeste pretese"! Non era più in gioco il futuro imperiale dell’Italia, ma la sua sopravvivenza come stato indipendente. Se la Germania avesse vinto senza l’aiuto italiano, cosa ne sarebbe stato delle rivendicazioni del paese? E cosa sarebbe successo se Hitler avesse voluto far pagare all’Italia il prezzo del tradimento e avesse voluto affacciarsi sul Mediterraneo da Trieste? La situazione era precaria e il Duce lo espresse chiaramente nel "promemoria segretissimo" n. 320 del 31 Marzo 1940: "Se si avvererà la più improbabile delle eventualità, cioè una pace negoziata nei prossimi mesi, l’Italia potrà, malgrado la sua non belligeranza, avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni; ma se la guerra continua, credere che l’Italia possa rimanersene estranea fino alla fine è assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un angolo dell’Europa come la Spagna, non è semiasiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in guerra, tanto in mare. Anche se cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata con la Germania, guerra che l’Italia sosterebbe da sola […] Esclusa l’ipotesi del voltafaccia, che del resto i franco-inglesi non contemplano, e in questo dimostrano di disprezzarci, rimane l’altra ipotesi, cioè la guerra parallela con la Germania.(25)" Ormai non c’era scelta… "o tutto o niente"(26).

 

Dal balcone di Piazza Venezia, Mussolini annunciò l’ avvenuta dichiarazione di guerra al popolo italiano:"Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. […] Alcuni lustri della nostra storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti, e alla fine quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati. […] L’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa. Ma tutto fu vano(27)". Erano le 18,30 del 10 Giugno 1940.

 

Molti ritengono che sarebbe stato ragionevole rassegnarsi al destino e trovare a qualunque costo una via d’uscita, una soluzione che avrebbe risparmiato all’Italia lutti e dolori. Ma egli era andato troppo oltre per potersi fermare e, all’ultimo, fu "sua maestà il cannone" che fu invitato a parlare.

 

Durante l’intervista che Mussolini concesse a Gian Gaetano Gabella, direttore del "Popolo di Alessandria", il 20 Aprile del ’45, affermò, "scotendo la testa come per scacciare un pensiero molesto" che la sua azione non era stata interamente compresa, tanto meno seguita, né dall’Inghilterra né dalla Francia, "Siamo stati i soli a ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati, arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. […] Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduto la testa, che non dovevo dichiarare guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi dovevo ritirare nel ’38. Dicono che non dovevo far questo e non dovevo far quello. Oggi è facile profetizzare il passato […] La Germania aveva vinto. Noi non soltanto non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati.(28)"

 

Paola Ardizzone

 

NOTE

 

(1) "Dobbiamo considerare altamente degni di biasimo davanti alla storia non soltanto la condotta del Governo Nazionale, ma anche i partiti social-laburista e liberale, entrambi alternativamente entro e fuor dal Governo durante questo fatale periodo. […] il desiderio di popolarità e successo elettorale, l’ignoranza delle cose europee e l’ostilità a quei problemi, il violento ed energico pacifismo, i debiti contratti con gli Stati Uniti: tutto questo costituì un quadro di quella fatuità e di quella debolezza britannica le quali rappresentarono una parte decisiva nello scatenare sul mondo orrori e miserie." W. Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Milano, Arnoldo Mondadori Editore Vol I, 1948, p. 111.

(2) "Se la Francia e l’Inghilterra non esprimono la loro disapprovazione per la condotta italiana, i movimenti sovversivi nelle colonie riceverebbero senza dubbio un forte incoraggiamento da una sua disfatta, mentre una vittoria provocherebbe un malcontento generale tra le razze indigene che potrebbe avere un seguito pericoloso. Questi movimenti potrebbero facilmente estendersi a territori limitrofi sotto l’influenza francese e britannica." Carte del Gabinetto Ministeriale, 1923-1945 Hoare-Laval Attitudine Governo Britannico nella vertenza italo-etiopica.

(3) Patto della Società delle Nazioni, art 22 "sistema dei mandati"

(4) "Io non credo che questo gesto isolato della Gran Bretagna risulterà utile alla causa della pace. Sua immediata conseguenza è che una delle condizioni intimidatorie che mantengono lontana la guerra dall’Europa verrà gradatamente distrutta." W. Churchill, op.cit., Vol I, p.164.

(5) Carte Ministeriali, Affari Politici 1923-1925

(6) F. Anfuso, Roma Berlino Salò, Milano, Castranti, 1950, p.165

(7) Carte Grandi

(8) R. De Felice, Mussolini il Duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, vol II, Torino, Einaudi 1974. M. Toscano, Origini diplomatiche del Patto d’Acciaio Firenze, G.C. Sansoni 1956. R.Quartararo, Roma fra Londra e Berlino Roma, Bonacci, 1980

(9) F. Anfuso, op.cit., R.Quartararo, op. cit.

(10) R. Quartararo, op.cit.

(11) Carte Grandi

(12) F. Anfuso, op.cit. p.142

(13) Carte Grandi

(14) Ufficio di Coordinamento, bobina 14

(15) F. Anfuso, op. cit.

(16) G. Ciano, Diario 1937-1943, Milano, Mondadori,1990.

(17) Carte Grandi, Note di diario Luglio-Ottobre 1939.

(18) Carte Grandi

(19) R. Quartararo, op.cit.

(20) War Cabinet, Memorandum Loraine

(21) Archivio di Gabinetto, Carte Lancellotti, bobina 14

(22) Archivio di Gabinetto, Ufficio di Coordinamento

(23) Ufficio di coordinamento, carte Lancellotti, bobina 14

(24) Carte del Gabinetto, 1923-1925

(25) F. Anfuso, op.cit. p.100

(26) R. De Felice , Mussolini il Duce, cit.

(27) G.G. Gabella, Ultima intervista 22 Aprile 1945, Il testamento politico di Mussolini Roma, Ed. Tosi, 1948.