LE DIMORE TURRITE A PALERMO TRA ’400 E ’500 E LA DOMUS MAGNA DEI PRINCIPI DELLA CATTOLICA di Antonino Palazzolo

Ricognizione storico-architettonica

 

In una cronaca coeva il teologo e storico Pietro Ranzano(1), dei padri predicatori di S. Domenico, ci ha lasciato una descrizione della città in occasione delle nozze celebrate tra Isabella, sorella del re Enrico di Spagna, e Ferdinando d’Aragona, figlio di Alfonso, nel 1469 sotto la pretura di Pietro Speciale, figlio del defunto viceré Nicolò(2), la cui attività venne encomiata per il particolare impegno di rinnovamento profuso nelle opere pubbliche e, principalmente, nella nuova cinta di difesa: Dà ancora ricapito che la citati si fortifichi continuamenti di mura novi et turri bellissimi et altri necessarii propugnacoli.

 

Così, il Ranzano: Havi Palermo di circuito circa cincomila passi et è circumdata tutta di bellu latu et altu muro per modo che fa pariri la chitati quasi in forma di quadrangulo; e prosegue, setti erano li soi porti supra et appresso ognuna di li quali erano edificati ampli et altissimi turri che ciaschiduna di loro mostrava forma di inespugnabili castelli.

 

Per consentire nuovi accessi alla città lo Speciale diede opera affinchè si aprissero le porte urbiche di S. Giorgio e di Termini.

 

Alla descrizione delle fabbriche per la difesa, fa seguito l’elenco delle opere di decoro urbano che furono portate a termine in quel periodo: Per mia ancora grandi sollicitudine fatiga et industria et inventioni intro spazio di jorni non più di sessanta fu incomenzato et finito quillo bello et ornatissimo plano chi è innanti la porta grandi di la ecclesia preditta di S. Dominico.

 

La ecclesia di S. Francisco a spisi di certi privati chitatini et ancora di li frati si è multo adornata et fatta bella.

 

E’ stata facta la ecclesia et lo convento di S. Cita di li quali fu lu primu atturi frati Jacobo de Ansaldo, panormitano, di l’ordini di frati predicaturi, homo in lo so tempo di gran santitati.

 

Oltre alle architetture di carattere religioso, il Ranzano annovera tra gli edifici civili: Federico Ventimiglia, cavalieri nobili et famosissimo, Gerardo Agliata, Jacopo Chirco, Jacopo Bonanno, Antonio Termini, li quali su clarissimi juris consulti, Luisi Lo Campo, Giovanni Bellachera et multi altri insigni chitatini hanno loro privati casi magnificamente edificato; elogiando, infine, la domus magna dello Speciale, la quali grandimenti ampliao et adornao.

 

Con riferimento alla casa magnatizia di Pietro Speciale, il 16 novembre 1452 fu presentata istanza alla città per condurre, attraverso un condotto sotterraneo nella platea marmorea, l’acqua che scaturiva dal nuovo fonte nel piano della cattedrale; la presenza dei componenti di questa famiglia a Palermo è attestata da un Antonio che ricoprì la carica di maestro razionale nel 1424 e da Giovan Matteo capitano della città nel 1464.

 

Sulla concessione delle acque a privati cittadini da parte del Senato della città, sarebbe interessante seguire le vicende, relative alla richiesta di personaggi che occupavano prestigiose cariche pubbliche; tra questi segnaliamo Simone Calvello, giurato civico, cui fu concesso il 30 maggio 1477 di addurre l’acqua dalla precedente fonte per irrigare il giardino, adiacente alla sua abitazione, nell’antica vanella del bagno al Cassaro, l’attuale via Montevergini.

 

Il 20 febbraio 1464 il fabricator Lorenzo Ginaberto si era allogato per eseguire i lavori nella nuova abitazione dei Calvello; un altro componente della famiglia possedeva, sin dal 1450, un viridarium con una torre rotonda nella contrada aynrumi, cioè la fonte dei cristiani, nel quartiere Seralcadi; la figlia del notaio Manfredi La Muta, Elisabetta, aveva sposato Giovanni Calvello.

 

Lavori di costruzione nella dimora degli Speciale furono iniziati a partire dal 6 febbraio 1460; i fabricatores Giacomo Bonfante, Simone Fortuna e Manfredi Di Rosa si obbligano per la stipula di un contratto il 25 febbraio 1463 alla presenza di Federico Montaperto.

 

Il 14 marzo dello stesso anno Pietro Speciale soggiogò al beneficiale della chiesa di S. Michele de Indulcis cinque tarì in uno stabulum che venne demolito, per realizzare la piazzetta antistante la sua abitazione; di lì a poco fu redatto il contratto matrimoniale del figlio Nicola Antonio, cui fu assegnata una dote di 1000 onze, con l’avallo di personaggi di alto rango tra cui il maestro giustiziere Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Adernò, il protonotaro del Regno Gerardo Agliata, il tesoriere generale Antonio Syn, oltre a Giacomo Bonanno, Ferdinando Milana e Filippo Perdicaro.

 

La vedova di Pietro Speciale (†1474), Eleonora, in mancanza di eredi diretti lasciò i suoi beni al nipote Gaspare Montaperto, figlio di Bartolomeo barone di Raffadali; il 17 dicembre 1495 viene registrato l’inventario patrimoniale.

 

Nel testamento di Bundo Campo del 10 novembre 1482 venne disposta la sepoltura nella chiesa di S. Francesco; furono nominati eredi il figlioccio Giovannello, figlio di Matteo ed Elisabetta, oltre al figlio di Aloisio Campo, Pietro, sposato con Elisabetta Castellar, vedova di Nicola Antonio Speciale.

 

Ricordiamo che Aloisio Campo, Pietro Speciale e gli Imperatore avevano preso in enfiteusi il 25 febbraio 1441 da Eulalia Talamanca, moglie di Ubertino La Grua barone di Carini (1397) e di Misilmeri, tutto il territorio di Ficarazzi per impiantare la coltura della canna da zucchero; è significativo l’esempio della torre di Pietro Speciale, iniziata a costruire nel 1468 a difesa del territorio e del trappeto, che subì un processo di trasformazione come residenza di campagna da parte del marchese di S. Ninfa, Aloisio Gerardo Giardina nel 1729.

 

Altre torri subirono la sorte di essere inglobate nei volumi delle dimore villerecce dell’agro palermitano; disseminate lungo una fascia territoriale che si estendeva dalle campagne bagheresi a levante fino all’estrema periferia occidentale della piana dei Colli e di Sferracavallo.

 

La concessione per la costruzione della torre di Ficarazzi venne data dal re Alfonso il 13 maggio 1457, nel Castello nuovo a Napoli, in cui era detto: pro se et ad eius perpetuum commodum fundare hedificare costruere et in altum extollere turrim unam sive fortilicium cum vallo sive fossato et aliis fortificationibus eidem domino Petro benevisi et ad sui libitum voluntatis(3).

 

Un’analoga richiesta era stata presentata il 27 settembre 1456 da Ubertino Imperatore UJD, assieme ai figli Gabriele, Giovanni, Pietro Antonio e Teseo; il 28 marzo 1458 fu riconfermata la concessione del territorio di Ficarazzi a Pietro Campo, figlio di Aloisio, il quale acquisterà da Giliberto La Grua la terra ed il castrum di Vicari il 15 marzo 1463.

 

Tracce della presenza di antiche dimore turrite si trovano descritte nel Palermo d’Oggigiorno del marchese di Villabianca che l’autore definisce impropriamente torri urbane, tra cui ne cita alcune: Nella casa Rossel che fu dè Minneci presso porta S. Agata (attuale via Rosselli) all’Albergheria si vede una torre che tiene mozzata l’alto suo ordine.

 

Nella casa di Chirco a S. Francesco li chiovari (attuale palazzo Merlo ) e nella casa Vanni della stessa contrada vi restano torri ritagliate della loro altezza.

 

Il campanile di Casa Professa fu una torre d’antica origine vi si vede tutt’ora uno stemma e la contrada diceasi del Casalotto (attuale palazzo Cosenza - Marchese ai SS. 40 Martiri).

 

La torre di casa Termini che ora appartiene ai Duchi di Pietratagliata Marassi è una delle più alte di Palermo ed anche assai antiche (attuale palazzo in via Bandiera).

 

Nella vanella di Gambacurta alla Kalsa e prima del pappagallo si trova l’antica torre che per essere stata di pertinenza della famiglia Rambao si appella oggi di Rambao.

 

La piccola torre che si ha nel compreso della casa dè Marchesi della Sambuca all’Alloro Kalsa stimata di prisca origine, (creduta dall’Invegeses la torretta di Maniaci).

 

Torri della Badia della Pietà, queste due torri servirono di baloardi laterali al Palazzo Abbatelli che divenne per monastero dal titulo sudetto della Pietà quartiere della Kalsa esse sono delle più belle torri di Palermo.

 

Torre di Cattolica, la torre a cantonera difatti fu della casa Agliata (4).

 

La torre che sta nel mezzo della casa grande tenuta olim dal Conte di Mussomeli Lanza ed aggregata al presente la detta casa al palazzo Monteleone Terranova, posta nel quartiere della Loggia presso S. Domenico è una delle rispettabili in antichità.

 

Sulle vicende dell’ abitazione dei Lanza bisogna ricondursi agli eventi accaduti a Palermo nel 1517, nella cosiddetta congiura Squarcialupo, in cui furono bruciati i beni e la dimora del giureconsulto Blasco († 1531) e di altri personaggi vicini al vicerè Pignatelli; il 23 marzo 1528 il Lanza acquistò da Margherita Saladino, figlia di Nicolò, moglie in seconde nozze del notaio Domenico Di Leo (†1522), un tenimento di case con torre per onze 687.15, sito in un’area interposta tra la proprietà della confraternita di S. Caterina L’Olivella e, dalla parte retrostante, con il giardino del convento di S. Domenico.

 

Questa dimora con torre, oggi distrutta, venne aggregata al palazzo Monteleone che fu di Ettore Pignatelli Aragona, principe di Castelvetrano e duca di Terranova.

 

Don Salvadore Morso nella Descrizione di Palermo antico, del 1827, segnala un altro palazzo turrito che fu dei Galletti di Fiumesalato, nei pressi del piano della Marina: Un’altra torre esiste ancora al presente quasi tutta demolita dietro il palazzo dei principi di Palagonia attaccata alla casa dei Principi di S. Cataldo.

 

Una domus con torre nel quartiere del Cassaro è registrata il 13 settembre 1503 tra i beni di Francesco Diana, figlio di Federico pretore di Palermo (1494) e castellano del castello inferiore di Corleone (1474), in cui tra i bona stabilia figura: domum magnam cum turrim diversis membris et stantiis et cum stabulo distantis de familiis per oppositum ipsius domus magne in qua ipse defunctus mortuus fuit sitam et positam in Cassaro Panhormi secus domum que fuit quondam Marii de Paternionis et modo est eius filie uxoris m.ci baronis Partanne.

 

Della presenza dell’hospicium magnum dei Diana, si ha notizia in un contratto enfiteutico per un tenimento di case, adiacente a quello dell’aromataro Pietro Astarelli, stipulato il 2 dicembre 1483 tra Xibiten Di Benedetto, cubaitarus, ebreo, assieme al genero Abram Sacerdote alias Xufi, ferraro, e Girolamo Lampiso UJD; il 3 settembre 1492 l’immobile fu venduto ad Antonino Coxia.

 

Giovan Battista Lampiso, figlio di Girolamo, aveva sposato Costanza Speciale, figlia di Giovan Matteo e Bianca Lancia, questa, sorella di quel Guglielmo Raimondo, barone di Ficarra e di Brolo, che gli aveva venduto nel 1490 la baronia di Galati; il 18 febbraio 1503 il Lampiso lascia al figlio la domus magna nel quartiere del Cassaro, per oppositum monasterii S. Caterine.

 

Lo zio di Guglielmo e Bianca Lancia, Pietro, il 26 luglio 1467 aveva ceduto per 900 onze a Vassallo Speciale il feudo ed il castello di Cassibile; la loro madre era Costanza Moncada, figlia del conte di Adernò.

 

I ricorrenti legami di sangue, consolidati attraverso i matrimoni tra le famiglie patrizie, servivano ad investire i beni patrimoniali nell’acquisizione di titoli e di possedimenti feudali in qualsiasi parte dell’isola; momento questo di ascesa di un’aristocrazia terriera che si inurbava.

 

La dimora dei Diana passò ai Lombardo per essere accorpata, assieme alle abitazioni dei Graffeo e dei Lancia, poi dei Ram, al palazzo settecentesco del marchese delle Favare, antistante il piano dei Bologna; il 31 luglio 1533 Pietro Afflitto, marito di Costanza Lancia, per conto di Girolamo, barone di Ficarra, vende a Benedetto Ram il tenimento di case nel Cassaro.

 

Il barone di Partanna, l’11 maggio 1570, cede per 300 onze la sua proprietà a Pietro Orioles, marito di Costanza Afflitto.

 

Nella guida del sacerdote Gaspare Palermo viene annotato: Adorna il fondo della piazza l’abitazione del Marchese delle Favare di famiglia Ugo un tempo della famiglia Sortino, che anche appartenne ai Principi di Castiglione di famiglia Gioeni, ai Lombardo, ai Graffeo, alla famiglia Ramo ed a quella dei Filangeri.

 

Queste dimore patrizie sorgevano sulle vecchie mura del Cassaro, costituendo un continuum edilizio che si snodava lungo la xera di S. Chiara, interrotte dall’apertura della strada di S. Filippo voluta dai PP. Gesuiti di Casa Professa nel 1591, e proseguivano con il palazzo Montaperto - Speciale, Lo Porto - Ventimiglia e con la casa degli Spinola, annessa al monastero delle clarisse.

 

Dovettero sorgere, nel tempo, gravi inconvenienti se il Senato di Palermo fu costretto ad emanare un bando, il 24 gennaio 1545, per frenare la distruzione delle antiche mura della città: Imperochè su multi persuni che hanno li casi incostu li mura vecchi antichi dilu Cassaro et altri mura di questa chitati et accadi che ditti persuni fanno sdirrupari li ditti casi et mura dila citati et di poi si vindino la petra dili ditti mura dila chitati; un analogo bando risale al 23 dicembre 1480.

 

Sul prolungamento della strada dei Biscottai, in prossimità della porta di Bosuè, si innalzava la domus dei Garofalo, posta tra l’ospedale dei Fatebenefratelli e l’attuale palazzo dei Federico, come è testimoniato nel contratto di soggiogazione del 3 novembre 1429 tra Antonino Siracusa ed Onorio Garofalo: In domos duas terraneas et coniunctas sitas et positas in predicta urbe in Cassaro in ruga S. Joanne de Riglione secus domum nobilis Henrici Vaccarellis ex una parte meridie et secus domus ipsi Honorii ex parte altera viam publicam et alios confines.

 

Della torre dei Garofalo, poi Castrone, troviamo delle interessanti indicazioni nel testamento del maestro razionale Nicolò Sottile, messinese, registrato il 3 luglio 1424 agli atti del notaio palermitano Manfredi La Muta, che legò i beni patrimoniali al primogenito Davide, figlio di Desiata Sanguineo, tra cui hospicium magnum in ruga Pisarum ed al secondogenito Olivo, figlio di Costanza Romano, il tenimento di case con un grande giardino, jardinazzu, che si estendeva sino alla contrada del Casalotto, in quo idem testator fecit magna maragma cum cappella; di cui esiste un residuo architettonico nell’ ex chiesa delle Reepentite alla strada dei Divisi(5).

 

Tra i beni dati a loherio, cioè in affitto, risultava: quadam turrim alta que fuit Honorii Garofalo sita in porta vocata di Busidemi; il canonico Cristoforo Castrone fu chiamato dal Senato cittadino il 12 agosto 1476 ad attestare l’uso della concessione.

 

Di questo censo si ha una testimonianza nell’inventario dei beni appartenuti a Giacomo Castrone, effettuato il 23 ottobre 1511, in cui è descritta la posizione e consistenza dell’immobile: super domo turrim cortilis et tenimento domorum cum archivolto porte Bosuemi per oppositum ecclesie S. Petri in Vinculis et per oppositum stabuli m.ci d.ni Fabii de Bononia et alios confines; ed in quello di Cristoforo Castrone del 27 gennaio 1551, in cui è annotato: Item la mità dila turri a porta di Busuemi la quali allugano per mesi 7, se ne pagano tarì 12 al beneficiale di S. Dimitri.

 

Un’altra domus turrita, appartenuta ai Cosenza (Cusenza), era disposta tra gli immobili di proprietà dell’abbazia di S. Maria della Grotta, di cui erano i censuali, e quelli della chiesa dei SS. Quaranta Martiri al Casalotto, al confine con il grande viridarium dei Sottile.

 

Il primo documento che attesta la presenza di Antonio Cosenza a Palermo risale al 17 novembre 1471, per una soggiogazione di onza 1.6 a Matteo Di Leonardo alias Bevilacqua; anche se non sappiamo molto di questo personaggio che certamente ebbe l’opportunità di affermarsi nell’ambito delle cariche civiche.

 

In un atto stipulato il 21 gennaio 1483 tra il fabricator Giovanni Cassada ed i rettori della parrocchia di S. Margherita, per la costruzione di una cappella, veniamo a conoscere il modello cui doveva ispirarsi, analoga a quella di Antonio Cosenza nella chiesa di S. Domenico; segno evidente che il nostro personaggio aveva acquisito, già, un certo prestigio nell’ambito cittadino.

 

Di questo privilegio, concesso nel 1481, ci viene data conferma in un successivo dispositivo testamentario, in cui si legge: Item elegit sepelliri intus capellam dicti testatoris fundatam intus eclesiam S. Dominici sub vocabulo S. Maria di Loreto.

 

Il 21 gennaio 1496 Antonio Cosenza, assieme al figlio Pietro Antonio, milite regio, soggioga un censo di 10 onze a Simone Aiutamicristo: In et super quodam novo hospitio seu tenimento domorum novarum noviter costructum et hedificatum per ipsos venditores in hac urbe Panhormi in quarterio Albergarie in contrata vocata SS. 40 lu Casalottu secus monasterium seu abbatiam S. Marie de Grupta cum certis aliis domibus veteribus in eo coniuntis secus viam publicam ex parte ante prope dictam ecclesiam di SS. 40 et alios confines; una soggiogazione di 50 onze era stata imposta il 13 giugno 1493 dalla vedova di Raniero Vernagallo(6); una figlia di Antonio, Giulia, era andata in sposa a Mariano Vernagallo (†1519) ed il figlio di questi Ludovico (†1556) sposerà nel 1530 Elisabetta La Grua, figlia di Giovan Vincenzo e Laura Lanza, baroni di Carini.

 

Nel contratto matrimoniale del 6 marzo 1508, stipulato tra Giovanna, l’altra figlia di Antonio Cosenza, ed Onorio Garofalo fu assegnata una dote patrimoniale di 850 onze, ipotecata sugli immobili della famiglia; tra i beni soggiogati vi era l’hospitio magno, affiancato dalla torre, consistente in corpi di case con il cortile, di cui il genero il 22 aprile 1512 ne reclamava il riscatto.

 

Riesce difficile, oggi, accertare e definire una configurazione urbana che ha subito nel tempo continue modificazioni dovute ai numerosi eventi sismici ed alle vicende distruttive dell’ultimo conflitto bellico.

 

E’ stato estremamente complesso avviare un discorso di identificazione e di ricognizione in un contesto storico in cui sono avvenute, in questi ultimi decenni, profonde trasformazioni seguite da processi di abbandono di intere aree da parte degli abitanti che ne costituivano la linfa vitale.

 

Con un faticoso processo di ricerca a ritroso nel tempo, quindi, si è cercato di dipanare, mediante una attenta documentazione d’archivio, un complesso intreccio di vicende familiari riconducibili agli antichi possessori, attraverso le successioni ereditarie e gli imparentamenti matrimoniali che hanno dato vita al nucleo originario di cui, spesso, ne mostra i segni aristocratici e gli emblemi di appartenenza.

 

La permanenza dei pisani nell’area di S. Francesco d’Assisi, delimitata perimetralmente dalla strada della Loggia dei mercanti, la medievale ruga Pisarum, ci viene attestata dalla intensità delle attività economiche e dalla permanenza delle antiche famiglie che avevano il loro sodalizio nella confraternita dei disciplinati francescani di S. Nicolò Lo Reale, sin dal XIV secolo.

 

L’abate di S. Martino delle Scale, Giovanni Procopio, il 7 dicembre 1398, concede ad enfiteusi per onza 1.18 ad Andrea Castrosanguine, ferraro, un tenimento diruto di case solerate nella vanella di Malvalluni, vicino la casa di Antonio De Simone e del nobile Ubertino La Grua.

 

Il 13 settembre 1463 Federico De Simone dà ad enfiteusi per onze 6.7.10 a Giacomo Chirco UJD un tenimento di case adiacente a quello di Ubertino Imperatore UJD e di Giliberto La Grua, posti di fronte le case di Giovanni Amodeo nella via pubblica che andava verso la porta Polizzi, l’attuale via Merlo; Puccio, Giovanni e Paris Amodeo il 30 marzo 1457 ottengono in cambio della cappella di S. Lucia quella del S. Salvatore a S. Francesco; Paris aveva sposato Caterina Ventimiglia, figlia di Giovanna Crispo.

 

Nel censimento della città di Palermo del 1480, relativamente al quartiere della Kalsa, tra i fuochi delle famiglie residenti troviamo quelli di Federico Crispo, segreto della città, del fratello Giacomo e di Costanza; oltre, ad Elisabetta Martorell, moglie di Francesco, segretario regio e maestro portalano, di Matteo Campo, Giacomo Chirco, Giovannello Amodeo, Giovanni La Grua, Federico d’Oria e Giovanni Imperatore.

 

Il 28 novembre 1506 il trapanese Simone Sanclemente possedeva una casa solerata nella vanella di Malvalluni, vicino a quella di Costanza Crispo e di Betta Martorell (testamento del 1499).

 

Esiste, sicuramente, una continuità tra i modelli tipologici quattrocenteschi, legati agli esempi formali delle domus turrite dei paesi di origine, e quelle che permangono nel tessuto edilizio palermitano; uno studio approfondito meriterebbero l’antica domus dei Sottile in via Divisi, quella dei Bonett, vicino il convento di S. Maria La Misericordia e, infine, la casa con torre dei Termine all’angolo con la via Bandiera(7).

 

Il 10 aprile 1488 l’intagliatore Andrea Mancino, forse consanguineo dell’omonimo scultore Giuliano, si alloga con il fabricator Nicola Longobardo per onza 1.12 al mese, ad incidendum lapides et marmora, nella casa del mercante catalano Gaspare Bonett alla Guzzetta; il 9 settembre di quell’anno i murifabbri Natale Alessi e Giacomo Scarello si obbligano con mastro Cristoforo Bergamo per costruire la sala grande nella domus del Bonett.

 

Allo stato attuale non esiste un censimento delle torri e delle case turrite palermitane, accertabile, solo, da una tarda documentazione settecentesca, che, sicuramente, caratterizzavano il profilo urbano dei secoli XV e XVI.

 

Complessa si è rivelata la ricerca documentaria per conoscere la genesi del palazzo Cattolica, ora Briuccia, nell’area del convento di S. Francesco d’Assisi, adiacente alla casa del pisano Bindo del Tignoso, posta di fronte a quella turrita di Antonino Leale (†1549) e di Pietro Settimo, interposte fra la strada che conduceva al piano della Fiera vecchia e la casa di Vincenzo Caggio UJD, poi, di Simone Setaiolo UJD.

 

Il 29 maggio 1540 Antonio e Bindo del Tignoso, eredi di Pietro, chiedono la concessione di una cappella nella chiesa di S. Francesco da posizionare tra quella del protonotaro Gerardo Agliata e la porta principale d’ingresso.

 

Giovanni Filippo Leale, figlio di Antonino, soggioga un censo il 17 gennaio 1578 a Blasi Piazza: super quoddam tenimento magno domorum cum eius turrim in diversis corporibus existens situm et positum in quarterio Yhalcie in strata mastra per quam tenditur versus conventus S. Francisci.

 

La parallela alla strada mastra di S. Francesco, detta della Correria vecchia o vanella di Bonett e di Sollima, partiva dallo spigolo della domus del mercante catalano sino ad arrivare al palazzo della famiglia Marchese, ad angolo con l’attuale via Calascibetta(8); nodo di intersezione di un antico percorso viario che dalla strada dei Lattarini giungeva all’attuale via Lungarini, dal nome dell’omonimo palazzo del marchese Vincenzo Abbate, fino a sboccare nel piano della Marina.

 

E’ singolare la presenza della domus turrita, appartenuta a Mariano Agliata (†1487), figlio di Gerardo (†1478), registrata in un documento del 9 agosto 1489 per la concessione d’acqua da parte del pretore della città Federico Diana e dei giurati Pietro Antonio Imperatore, Pietro Bologna, Francesco Sabatteri, Antonio Ventimiglia e Pietro Agliata, allo scopo di irrigare il giardino annesso alla domus magna del maestro portulano che si stava edificando ed il viridarium del regio Steri, a partire dalle sorgenti di Buonriposo, nel giardino di S. Giovanni la Guilla, fino alla cantonera della casa del protonotaro, tramite condotte sotterranee che furono realizzate dal mastro d’acqua Angelo Di Clemente.

 

Il 22 settembre di quell’anno la città si era accordata con il vicerè de Acuña per condurre l’acqua dalla fontana di Buonriposo sino al piano antistante la chiesa di S. Francesco; il restante tratto doveva essere realizzato a spese della regia Corte.

 

Nella petizione inviata al Senato civico, il 21 aprile 1505, da Francesco Parisio UJD si contestava la concessione, ai fini edificatori, al mercante catalano Joannotto Xiarrat, perchè avrebbe occupato parte della strada mastra di S. Francesco, limitandone l’ampiezza ed impedendo la vista.

 

Questo inconveniente non avrà scoraggiato lo Xiarrat dal perseguire il suo obiettivo; infatti, il 22 febbraio del 1508 viene stipulato un contratto con i fabricatores Matteo Crixì e Leonardo Scala per completare la torre, accanto al tenimento di case, secondo precise indicazioni: teneatur facere septem fenestras pisaniscas in totum et facere mergulas gattones cum eorum parapettis et cum omnibus aliis intagliis eo modo et forma pro ut est illam turrim domus quondam m.ci protonotarii senioris que est per oppositum domus ipsius Joannotti.

 

L’anno precedente gli intagliatori Agostino Bonora, Giovanni Gargano, Giovanni Citrillo e Giovan Battista Palumbo si erano obbligati a fornire la pietra per la pavimentazione dell’ingresso e dell’atrio della casa; il 28 marzo 1509 lo scultore Antonio Vanelli viene incaricato dallo Xiarrat per realizzare una cappella a S. Cita, posta di fronte a quella di S. Vincenzo Ferreri.

 

Matteo Crixì, fabricator, si alloga il 29 dicembre 1518 con il procuratore di Laura Di Benedetto, vedova di Gerardo Agliata UJD (†1508), per demolire una serie di case adiacenti alla sua abitazione: diruere illam insulam domorum terranearum dicte domine Lauree sitam et positam in quarterio Yhalcie secus tenimentum domorum et turrim ipsius d.ne et secus domum m.ci Nicolai Sollima et per oppositum tenimentum domorum et turrim quondam m.ci Joannotti Xarrat et duas vias publicas.

 

L’8 febbraio 1544 Giovanna Imperatore, figlia di Pietro, convola a nozze con Mariano Agliata (†1552); la sposa dispone di una dote di 1200 onze e di contro il promesso sposo aveva imposto un’ipoteca: super quodam eius tenimentum domorum magnum cum turrim stantiis et aliis in eo existentibus.

 

Nell’atto di vendita, stipulato il 16 maggio 1562, tra Giovannella Agliata ed il maestro razionale Giovanni Ortega de Maya, sposato con la vedova del barone di Cerami, viene accertato che a quella data la torre, posta ad angolo con la strada di S. Francesco dei chiuvara, aveva il paramento murario con un bugnato a punta di diamante; forse, una tarda reminiscenza dello Steri pinto a Sciacca o del più famoso palazzo dei diamanti a Ferrara.

 

Di fronte la casa degli Agliata, verso S. Francesco, vi era quell’altra casa turrita del pisano Giovan Vito Vanni, come risulta dall’inventario ereditario eseguito dalla figlia Vittoria il 18 aprile 1605, la quale sposò nel 1601 Vincenzo Valguarnera, figlio di Annibale, barone di Godrano(9).

 

Il 23 aprile 1583 il Collegio dei gesuiti emette un sequestro di 80 onze sui beni immobili di Giovan Vito Vanni UJD, possessore della casa di Giovan Filippo Leale († 1582); il 20 giugno 1611 Lucrezia Caggio, figlia di Giacomo e Felice, stipula il contratto matrimoniale con Gaspare Vanni, figlio di Giovan Pietro ed Isabella.

 

L’atto di compravendita della dimora magnatizia degli Agliata risale al 3 settembre 1573 e fu stipulato tra Vincenza, vedova di Baldassare Mezzavilla, figlia di Mariano e di Giovanna Imperatore, e Beatrice Tagliavia Aragona(10), moglie di Vincenzo Bosco, conte di Vicari, per un importo di 2.200 onze; contemporaneamente, venne acquistata la casa di Tommaso del Tignoso che fu di Tommaso Ballo per 1.158 onze.

 

Da alcuni documenti inediti viene confermata l’esistenza nel palazzo Cattolica dell’unica torre angolare; anche se in una incisione settecentesca, disegnata dall’architetto del Senato Nicolò Palma, in occasione dell’incoronazione di Carlo III a Palermo nel 1735, è mostrata la facciata dell’edificio affiancata simmetricamente da due torri merlate con basamento a bugne(11).

 

Questo elemento volumetrico ha contribuito a dare all’edificio una connotazione ben definita nel contesto urbano, mettendo in risalto il carattere austero di antica dimora nobiliare ripreso, forse, dagli esempi diffusi delle grandi magioni quattrocentesche dei mercanti di origine pisana, quali il palazzo del portulano Francesco Abatelli e la domus magna del banchiere Aiutamicristo nella strada grande a porta di Termini.

 

La casa sul piano della Correria vecchia, laterale al palazzo Cattolica, passerà dai Setaiolo a Giulio Rumbolo, amministratore del principe Francesco Bonanno, portata in dote dalla moglie Caterina Loredano il 9 aprile 1732.

 

 

 

Il palazzo della famiglia Bosco

 

L’ascesa della famiglia Bosco a Palermo è riconducibile agli inizi del ‘500 con Antonio, marito di Ilaria Aiutamicristo figlia del banchiere pisano, il quale procede all’acquisto dei beni pervenuti nel XVIII secolo a Francesco Bonanno, il moderno costruttore del palazzo palermitano.

 

Francesco Bosco, alla morte del padre, il 6 settembre 1503 eredita la baronia ed il castello di Baida (Trapani), oltre, ad una rendita vitalizia di 45 onze sulla secrezia di Palermo; sposò Violante Agliata, primogenita di Giacomo ed Antonia La Grua feudatari di Castellammare del Golfo e Calatubo, vicino il territorio di Alcamo.

 

Francesco ricoprì la carica di luogotenente del maestro giustiziere, lasciatagli dal suocero il 10 ottobre 1542, che esercitò dal 1545 al ’47; fu deputato del Regno negli anni dal 1547 al ’49.

 

All’avvicendamento delle cariche pubbliche segue l’acquisto dei beni territoriali; la baronia di Vicari(12), fu comprata da Giovanni Schillaci, di cui prese l’investitura il 6 giugno 1534; inoltre, acquisì la baronia di Misilmeri il 25 maggio 1540 da Giuliano e Guglielmo Aiutamicristo, figli di Ranieri, discendenti dalla ricca famiglia del banchiere(13); nel 1544 comprò la baronia di Calatafimi, ultimo possedimento degli Aiutamicristo(14).

 

Vincenzo Bosco Agliata sposa, il 23 gennaio 1557, Beatrice Tagliavia, figlia di Ferdinando e Giulia Ventimiglia, contessa di Buscemi; alla morte del genitore, avvenuta il 23 maggio 1554, prosegue nell’ascesa delle cariche pubbliche, ricoprendo quella di pretore della città nel triennio 1553/55; nel ’56 fu nominato ambasciatore del Senato alla corte di Filippo, re di Spagna, e nello stesso anno fu investito del titolo di conte di Vicari, oltre, ad occupare il seggio di Deputato del Regno e di maestro giustiziere.

 

Nel 1549 Vincenzo compra da Antonuzzo Amari il feudo di Risalaimi(15), antico possedimento dei cavalieri teutonici della Magione, che fu rivenduto dal figlio Francesco a Girolama Ferreri, baronessa di Pettineo, per circa 11.000 onze; nel ’65 il conte di Vicari cede a Giovanni Corvino la baronia di Baida.

 

Francesco Bosco subentra alla morte del padre, secondo le disposizioni testamentarie del 31 luglio 1583, il quale, per l’impulso dato alla costruzione di Misilmeri e per la fama di uomo colto e di lettere, venne sepolto nella matrice di quella terra(16).

 

Il figlio di Vincenzo aveva sposato nel ’76 Giovanna Velasquez Crispo Villaraut, baronessa di Prizzi(17), proprietaria dei territori di pertinenza dell’abbazia cassinese di Casamari; nel 1587 cede definitivamente la baronia di Baida a Blasco Isfar Coriglies(18), per la cifra di 28.800 onze, ed il 1° settembre dello stesso anno aliena il feudo di Risalaimi e la masseria di Roccabianca, posti al confine con il territorio di Misilmeri.

 

Non conosciamo i reali motivi di queste alienazioni, forse, dovuti ai gravosi impegni economici derivatigli dalla gestione delle grandi proprietà; nel 1600 vende il feudo di Brucato a Lorenzo Pilo per reperire i capitali necessari all’acquisto del titolo di duca di Misilmeri che gli venne conferito con privilegio regio il 23 novembre di quell’anno.

 

Anch’egli, come il padre, ricoprì la carica di pretore di Palermo, negli anni 1596/97 e nel 1599; inoltre, fu nominato Vicario generale e Conservatore del Real Patrimonio ed ebbe l’incarico di Stratigoto a Messina, negli anni a cavallo tra la fine del ‘500 ed i primi anni del ‘600.

 

Donò al figlio Vincenzo il titolo di conte di Vicari, di cui se ne investì il 31 marzo 1601, ed acquisì i titoli ed i beni materni il 24 dicembre 1603.

 

Vincenzo Bosco Crispo Villaraut, cavaliere del Toson d’oro, Deputato del Regno e Governatore della compagnia della Carità, fu pretore di Palermo nel triennio 1652/54; prese possesso di tutti i beni ereditari e di quelli in dotazione alla moglie Giovanna Isfar Coriglies, pervenuti nel 1616 alla morte del fratello Francesco, duca della Cattolica e barone di Siculiana; Giovanna porta in casa del Bosco il titolo imposto sulla nuova terra di Cattolica(19), cui subentra il figlio Francesco alla sua morte nel 1640.

 

Il 9 ottobre 1623 la principessa stipula numerosi contratti con le maestranze per eseguire lavori nel palazzo palermitano che furono affidati a Natale Caputo ed Antonino Bommarito; il 29 maggio 1626 il fabricator Andrea Manueli si obbliga per la manifattura della scala in collaborazione con Matteo Baudo e Matteo Pecoraro.

 

Il marmoraro Francesco Muni, l’8 ottobre 1629, esegue quattro colonne nel baglio e l’anno successivo il fabricator Vincenzo Bacchi è incaricato di completare i lavori.

 

Alla fine di ottobre del ’36 il maestro d’acqua Giuseppe Ammirata si obbliga con Vincenzo Bosco per eseguire l’impianto idrico da collegare alla giarra nel monastero di S. Caterina al Cassaro.

 

Nel testamento di Vincenzo, aperto il 16 maggio 1654, troviamo elencati tutti i beni mobili ed immobili lasciati in eredità al figlio, compresa la casa turrita dell’omonimo avo: tenimentum magnum domorum cum eis turrim aqua currente et aliis in eo existentibus situm et positum in hac urbe Panormi et in contrata S. Francisci ubi habitat dictus princeps don Franciscus; oltre, ad una preziosa armeria custodita nella sala della torre, testimonianza dei trascorsi guerreschi della famiglia, ed un attrezzato parco di carrozze che costituivano il vanto del casato(20).

 

Una di queste carrozze era servita ai familiari del vicerè Fuxardo nel 1647 per sfuggire ai rivoltosi e, quindi, per rifugiarsi nella fortezza del castello a mare di Palermo.

 

In una relazione dei periti Emanuele Palermo, Michele Patricolo e Giovanni Mirabelli, del 30 giugno 1852, circa la causa di esproprio e di pignorazione del palazzo Cattolica, da parte del Tribunale di Palermo a favore del monastero di S. Chiara, viene riportato un documento che attesta la proprietà concessa dagli Orioles nel 1635(21).

 

Questa documentazione inedita offre una chiave di lettura originale e precise indicazioni sulla trasformazione della struttura precedente; infatti, il 29 agosto 1635 i Bosco acquisirono da Francesco Orioles una proprietà confinante con il loro palazzo, prospiciente sulla strada di S. Francesco: domum magnam in pluribus corporibus et membris terraneis et soleratis consistentem una cum dimidio denario aquarum fluentium ac viridariolo intus.

 

Francesco Bosco s’investì del titolo principesco l’8 luglio 1642 e della successiva reinvestitura il 16 settembre 1666 per il passaggio della Corona; sposò in prime nozze Maddalena Bazan, figlia del marchese di S. Croce (Spagna) ed in seconde nozze Tommasa Gomez Sandoval, sorella del vicerè Roderico(22) .

 

Il 14 dicembre 1669 avviene l’investitura di Giuseppe Bosco Sandoval, alla morte del padre Francesco avvenuta il 5 luglio 1668; sposò Costanza Doria, figlia del duca di Tursis, ed alla sua morte passò in seconde nozze con Maria Anna Gravina, figlia di Girolamo, vedova di Giuseppe Valguarnera(23).

 

Alla scomparsa di Giuseppe, avvenuta l’8 gennaio 1721, subentrò nell’eredità del Bosco, in mancanza di eredi diretti, il nipote Francesco Bonanno, principe di Roccafiorita, figlio di primo letto di Filippo, principe della Cattolica, e di Rosalia Bosco Sandoval(24).

 

 

 

Il palazzo dei Bonanno

 

L’atto che attesta la presa di possesso del palazzo Cattolica da parte di Francesco Bonanno risale al 27 luglio 1721, all’ epoca della sua prima pretura a Palermo, e riguarda i lavori di pavimentazione stradale che furono eseguiti dal muratore Onofrio Mulè.

 

Nell’agosto dello stesso anno viene ricostruito dal muratore Cristoforo Costa un muro divisorio comune, interposto tra il palazzo Cattolica ed il giardino dei PP. Mercedari ai Cartari (adiacente all’ex palazzo di Carlo Ventimiglia),(25); lavori che furono liquidati da Giulio Rumbolo, secondo la stima del perito Giuseppe Carollo.

 

Il 24 aprile 1722 il Tribunale della Regia Corte nomina Don Filippo Lo Giudice S. J., ingignerius, per valutare gli interventi d’urgenza occorrenti al consolidamento dell’edificio; in una attenta e minuziosa relazione del 25 agosto 1723 vengono elencate le opere di ripristino, affidate a Giuseppe Mazzarella, che ammontarono ad un importo totale di onze 479.20.6.

 

Dopo circa un anno dal completamento dei lavori al palazzo, il principe Bonanno decise di ampliarlo assegnando la direzione della fabbrica al reverendo Andrea Palma, ingegnere del senato palermitano, e le opere in muratura a Giuseppe Mazzarella, Simone Marvuglia, Giuseppe Cancila, Pietro Pantano e Vincenzo Catania, secondo un contratto stipulato il 2 febbraio 1725.

 

Alla fine di febbraio dello stesso anno i perriatori Nicola Ingoia, Lucio e Pietro Sammarco e Giacomo Verdone si obbligano per la fornitura della pietra d’Aspra dalle cave di S. Isidoro che doveva servire per le opere d’intaglio e di rivestimento della nuova facciata nel palazzo palermitano.

 

Una lista di pagamenti viene presentata il 19 febbraio 1726 dai falegnami Nunzio Anito, Antonino Pavera e Francesco Mezzatesta per le opere di carpenteria nel Camerone grande del nuovo quarto, realizzato nel secondo cortile.

 

La presenza dell’architetto Palma è determinante ai fini della nuova configurazione del magnifico edificio; il 1° gennaio 1726 il principe decide di estendere la nuova facciata sino al confine con la proprietà del marchese Flores, avanzando il fronte principale sulla strada di S. Francesco, e consentire la creazione della loggetta sul piano nobile per formare l’impianto quadrato del primo cortile colonnato, posto fuori asse con l’ingresso dalla strada mastra.

 

Altri interventi di sistemazione furono apportati sull’ala destra dell’edificio, dopo il terremoto del 1726, che vennero ripresi nel settembre del ’27 e, successivamente, alla morte del Palma nel ‘30.

 

Il contributo dato dall’architetto trapanese, all’impostazione del nuovo organismo edilizio, assume le caratteristiche di un intervento globale che ha contribuito a cancellare o quanto meno a modificare l’assetto originario; considerato nella logica del nuovo proprietario poco adeguato alla rappresentatività ed al decoro urbano suggeriti dai modelli architettonici contemporanei.

 

Interventi che hanno portato a valutare, erroneamente, le nuove volumetrie come fatti espressivi di un progetto unitario e non legati alle necessità ed alle esigenze di crescita che la situazione del momento suggeriva.

 

Il primo documento che attesta i gravi dissesti subiti dalla casa magnatizia, a causa del terremoto del 1° settembre 1726, è relativo al ripristino delle condotte idriche effettuato dal magister aquarum Stefano Cassata.

 

Un pagamento di onze 6.23.8 fu fatto il 5 ottobre ad Antonino Mazzarella per i lavori urgenti di consolidamento alle camere sotto la torre ed altre onze 15.27.18 servirono per le opere di sostegno del dammuso nell’antica scala; altre onze 20.25.6 furono erogate allo stesso muratore, assieme a Giuseppe Pirrello, per ripari alla facciata nella vanella della Correria che va a Lattarini.

 

Come nota curiosa riportiamo il pagamento di onze 11.15, allo scultore Giovan Battista Ragusa, per la fattura di una statua marmorea con i suoi ornamenti che doveva raffigurare con ogni probabilità l’illustre personaggio(26).

 

Tra il 1726 e ’27 furono realizzate altre importanti opere, dirette dall’architetto Andrea Palma, nel nuovo passetto per un ammontare di onze 458.26.16; lavori vennero eseguiti nell’ala destra del palazzo, nel cosiddetto quarto nuovo, cui fu accorpata la casa grande con due botteghe, acquistata dal marchese Flores, per un importo complessivo di onze 1446.19.22.

 

Altri pagamenti, per la lavorazione delle due fontane nei rispettivi bagli, vengono effettuati a Felice Scocca: per avere allustrato il fonte grande di ciaca di Billiemi e fonte piccolo di pietra rossa di S. Vito(27).

 

Il 3 settembre 1727 lo stagnataro Sancez Di Grazia si obbliga: per haver fatto tutto il catusato di piombo per la fontana per haver comprato rotola 77 di piombo ed haverlo consignato.

 

Furono erogate onze 13.16.19 il 22 settembre dello stesso anno: per haver tirato li pilastri della balaustrata da farsi nel nuovo passetto per fare il parapetto di fabrica in detto passetto ed ammadonarlo di madoni di Valenza, fare l’ intuffato in tutto il passetto antico, fare un pezzo di ripidato nella taverna della Corraria, conciare tutti l’imbriciati e canali della casa e pingere la balaustrata del nuovo passetto fatto dentro il palazzo dell’ecc.mo principe della Cattolica.

 

Alla fine di luglio del ’28 vengono forniti da Antonino Di Falco cantara 88.36 di ferro per il consolidamento strutturale.

 

Nel 1731 furono ripresi i lavori di restauro al palazzo, nel nuovo dammuso del salone grande, dal falegname Nunzio Anito per una spesa complessiva di onze 144.11; sotto la direzione dell’architetto crocifero Giuseppe Mariani sono portati a termine i lavori nel camerino e nella sagrestia della cappella privata ed, inoltre, per ripidato fatto in latere parte correspondentis in plano olim Corrarie subtus immagine beate Marie Vergine Immacolate Conceptionis; infine viene completato l’ultimo camerone del quarto nuovo.

 

Alla morte di Andrea Palma, avvenuta nel 1730, seguita da quella del Mariani nel ’31 e di Giacomo Amato nel ’32, il principe della Cattolica affidò il completamento delle opere di restauro e di ampliamento del suo palazzo all’architetto trapanese Nicolò Troisi, concittadino di Francesco Ferrigno, indicato allievo del Palma ed architetto coadiutore assieme a Giovan Battista Cascione (pro ingegnere del senato nel 1724).

 

Dalle indicazioni fornite dal Meli sugli Architetti del Senato di Palermo, abbiamo notizie complessive sull’attività del Palma, sin dalla nomina ad architetto municipale nel ’17; questo vale anche per il Troisi che viene segnalato da Gaspare Palermo, famoso architetto, autore del cappellone della distrutta chiesa di S. Giacomo La Marina, oltre, ad aver dato un contributo sostanziale al restauro della chiesa di S. Chiara(28).

 

Non conosciamo i reali motivi per cui Francesco Bonanno incaricò il Troisi al posto di Nicolò Palma, come viene attestato dal pagamento del 6 febbraio 1735 per alcuni lavori e le opere di pittura, eseguite dal Borremans, nel dammuso della nuova anticamera.

 

Il 6 maggio 1735 viene presentata, dal capomastro della città Salvatore Puglisi, la relazione delle opere di abbellimento della facciata vecchia e nuova ad opera di Cristoforo Mazzarella; la quinta muraria sulla vanella che va a Lattarini, cioè nel piano della Correria, confermerebbe che l’impianto principale dell’edificio era ruotato rispetto all’attuale via Paternostro.

 

 

 

Orazio Firetto, l’ architetto del principe della Cattolica

 

Dalla scomparsa del principe Francesco(29), avvenuta il 25 dicembre 1739, sino al ’44 non si riscontrano sostanziali interventi nella costruzione dell’edificio; affidati a maestranze, anche se gravitanti nell’ambito delle cariche municipali, per lavori di ordinaria manutenzione.

 

Nell’ottobre del 1744 Simone Cancila viene incaricato di redigere una relazione per un riparo fatto al copertizzo del cammarone del quarto grande; l’anno successivo lo stesso capo mastro è chiamato per un riparo dello muro che divide il passetto di cucina e per l’ inciacato della strada che andava a Lattarini.

 

Il 1° maggio 1749 furono registrati i lavori di mastro d’ascia e di muratore, eseguiti da Nunzio Anito, per lo nuovo astraco nella loggetta del cortile sopra la porta del salone.

 

In una relazione di stima del giugno ’50, per l’esecuzione di alcuni lavori nell’appartamento dell’abate Lucchese, procuratore del principe, vi è apposta la firma di Nicolò Anito, ingegnere regio e della casa di S. E. il sig.r Principe della Cattolica, forse, figlio di mastro Nunzio, e nel ’52 per le opere di Gaetano La Bua.

 

Il primo documento che attesta la presenza dell’architetto Orazio Firetto alle dipendenze del principe della Cattolica, D. Giuseppe Bonanno Filangeri, porta la data del 10 settembre 1750 e riguarda: Relazione misura e stima delle opere di muratore fatte da mastro Giuseppe Durante nell’opere esteriori delle case intorno il casino dell’Ecc.mo Principe Cattolica alla Bagaria stimate e prezziate da me infr°. architetto di detto Ecc.mo Sig.re e suoi stati con relazione data dal rev.do sac.te D. Felice Lucchese(30).

 

Sulla personalità e le opere attribuite a questa sconosciuta figura di architetto viene data una breve indicazione in una memoria di Agostino Gallo, il quale lo segnala nel ’46 come autore del grande progetto dell’Albergo generale dei poveri a Palermo, voluto dalla filantropica munificenza di Carlo di Borbone(31).

 

Le uniche note biografiche, tratte da documenti inediti, riguardano il testamento del padre del Firetto, Domenico, in cui compaiono: la madre Maria, il fratello Giuseppe e le sorelle Rosa e Teresa, sposate rispettivamente con Ciro Gagliano ed Antonino Fugazza, mastro di casa del principe, la cui figlia Maria Anna nel 1773 sposò Nicolò Garofalo.

 

Il Firetto si occupò, nella sua permanenza a Palermo, della direzione di alcuni cantieri tra cui il primo risalente al 20 settembre 1745, per i lavori nel casino del marchese di S. Maria di Rifesi, D. Placido Zati, a Mezzomonreale; nel ’53 assiste ai lavori del nuovo arsenale nella tonnara di S. Nicola, vicino Trabia, per il ricovero delle barche, che furono eseguiti dal muratore Simone Cancila alias Montaquila.

 

Il 10 agosto 1755 l’architetto redige la stima dei lavori, realizzati da Giacomo Di Pasquale, nella casa del Principe di Maletto, vicino S. Francesco, e nel ’57 quelli eseguiti nei magazzini del feudo Traversa ad opera di Blasi e Domenico Durante; nel ’60 computa i lavori di Gaetano La Bua nel casino sopra il bastione di porta dei Greci.

 

Queste maestranze venivano prelevate dal principe della Cattolica in virtù delle importanti cariche civiche occupate e per la vicinanza con la Corte reale; infatti, egli fu nominato ambasciatore straordinario del regno delle Due Sicilie nel ’60 e l’anno precedente era stato insignito del prestigioso titolo di Cavaliere di S. Gennaro, nel ’64 ricevette l’alta onorificenza del Toson d’oro.

 

Nel giugno del ’65 si celebrano gli sponsali tra Francesco Antonio, figlio di Giuseppe Bonanno, e Caterina Branciforte, figlia primogenita del principe di Butera don Salvatore; nel dicembre dello stesso anno vengono stipulati i capitoli matrimoniali tra la ventunenne Maria Anna Bonanno ed il conte Francesco Requisens, figlio di Giuseppe Antonio, principe di Pantelleria, e di Maddalena Branciforte.

 

In occasione delle nozze del principe di Roccafiorita il palazzo palermitano subisce una messa a punto generale, come risulta dalle note di pagamento effettuate da Emanuele Bonanno, duca di Misilmeri, procuratore generale del fratello Giuseppe; il 25 gennaio 1765 furono pagate 50 onze a Giuseppe Ferriolo, stucchiatore, e ad onze 180.22 ammontarono alcuni lavori, registrati in una: Nota di travaglio fatto da mastro Gioacchino Incardona intagliatore nel quarto maggiore dell’Ecc.mo Sig.r Principe della Cattolica per servizio di S. E. Sig.r Principino di Roccafiorita.

 

Vari pagamenti servirono per la manutenzione e l’addobbo delle carrozze; inoltre, si rilevano note di spese per il confezionamento degli abiti da cerimonia; una di onze 106.2.10 per un abito scuro ricamato d’oro ed un’ altra di onze 62.27.10 per un abito blù ricamato d’argento.

 

Opere di pittura vengono eseguite da Paolo Montalbano e Giuseppe Camilleri; oltre ai lavori di indoratore nel quarto grande da Francesco Licciardi, per la cifra di onze 136. 18.10, per aver posto oro nel dammuso del camerone.

 

I lavori di restauro furono completati nel marzo del ’76, come si evince in una nota presentata da Giuseppe Di Falco: Relazione del servigio fatto di chiavettiere e di ferro fatto da mastro Giuseppe Di Falco fu per servigio dello quarto della torre nuovamente riformato nel palazzo di S. E. Sig. r Principe della Cattolica e tutto per ordine dell’Ecc.mo Sig. r duca di Misilmeri quale opere sono state stimate ed apprezzate da me sottoscritto architetto di S. E. Sig. r Principe, D. Orazio Furetto.

 

Il 28 ottobre 1767 viene registrata una spesa di onze 91.12 per la sistemazione di tre grade di ferro, a chiusura degli archi che dividevano il secondo cortile dal giardino retrostante, al confine tra il palazzo del principe della Cattolica e la chiesa dell’Immacolata Concezione ai Cartari; oggi distrutta per far posto alla sede dell’ ex Cassa di Risparmio.

 

Il 20 aprile 1777 si procedette all’inventario dei beni della principessa Maria Anna, vedova di Francesco Bonanno, deceduta il 12 marzo, e nel maggio del ’78 furono redatte dall’architetto Firetto le relazioni di stima delle opere di sistemazione generale del palazzo che richiesero un considerevole onere economico e furono proseguite sino al 17 luglio 1779(32).

 

Il 28 novembre di quell’anno muore il principe Giuseppe Bonanno ed il 31 dicembre il figlio Francesco Antonio procede all’apertura del testamento, ereditando i beni ed i possedimenti accumulati nel tempo che si riveleranno inconsistenti a causa del tracollo economico del grande casato, come viene esplicitamente dichiarato nel documento del 7 novembre 1780, redatto da Emanuele Bonanno procuratore del nipote, in cui si dice: avendo passato a miglior vita D. Giuseppe Bonanno Principe della Cattolica suo genitore avrebbe dovuto investirsi delli Stati e terre baronie e feudi ed altri che possedeva il defunto suo Padre infra l’anno che sta per spirare alli 28 novembre 1780 e perché le circostanze della sua casa per la sudetta morte di detto suo genitore hanno accaggionato diverse ingentissime spese a segno tale che non ha possuto fare le spese necessarie per l’investitura che dovrà pigliare come figlio ed immediato successore di detto suo defunto genitore, né meno ha speranza di poterle fare presentemente, perciò ha stimato proprio ricorrere a V. E. affinchè gli accordasse la proroga di altri quattro mesi infra quel tempo penserà raccogliere il denaro necessario per potersi investire delli sudetti feudi volendo il tutto sperare da V. E. lo che riceverà a grazia(33).

 

Questo in sintesi il complesso quadro delle discendenze familiari, attraverso il quale è stato possibile ricostruire l’iter cronologico, e l’appartenenza di questa magnifica dimora urbana che ha mantenuto nel tempo il nome degli antichi patrizi; il palazzo venne acquistato nel 1854 da Paolo Briuccia, un ricco commerciante, e fu valutato nel 1863 per Lit. 133. 969, come è documentato in un volume del Tribunale di Palermo nella sentenza di aggiudicazione: Innanzi noi Pietro Landolina giudice del Tribunale civile di Palermo Seconda Camera e delegato assistito dal Cancelliere Sig. D. Pietro Orestano è comparso D. Giuseppe Di Marzo patrocinatore delli Sig. D. Giuseppe del Castillo Marchese di S. Onofrio e della Rev. Madre suor Maddalena Papè Abadessa del Ven.le Monastero del S. Salvatore nella qualità di erede delle sorelle suor Emmanuela e suor Rosalia Basilia del Castillo ci ha esposto che dietro giudizio di espropriazione ebbe luogo all’udienza di questo Tribunale seconda camera nel giorno 19 giugno 1854 l’aggiudicazione del palazzo in Palermo espropriato a danno degli eredi del Principe di Cattolica per lo prezzo di onze 10.500 che sono state depositate in banco dall’acquirente Sig. D. Paolo Briuccia(34).

 

Certamente, possiamo concludere che la storia del palazzo Cattolica passa attraverso la fortuna ed il decadimento di due grandi casati, quello dei Bosco e dei Bonanno, che si sono succeduti nel possesso dell’antica dimora palermitana, posta nel cuore della città medievale, in un’area i cui i processi di crescita e di trasformazione hanno dato vita ad una forma urbana che si è consolidata attraverso un lento processo di crescita e carica di forti valenze espressive(35).

 

Antonino Palazzolo

 

NOTE

 

(1) Pietro Ranzano, Opusculum de auctore, primordiis et progressu felicis urbis Panormi, a cura di Antonino Mongitore, 1737; ristampa nella Raccolta di opuscoli di autori siciliani, vol IX, 1767; tradotto e pubblicato da Gioacchino Di Marzo, Sull’origine e vicende di Palermo e della entrata del Re Alfonso in Napoli, Palermo, 1864.

(2) ASPa. Archivio Trabia S. I, 533, f. 872.

Nicolò Speciale seniore olim vicerè di Sicilia fè il suo ultimo testamento a 7 di dicembre 1443 nel quale istituì herede universale a Pietro Speciale maestro rationale suo figlio procreato con Beatrice sua moglie e che morendo il detto senza figli succedesse Giovanni Matteo suo figlio secondogenito e morendo similmente senza figli succedesse Vassallo tertio genito e che morendo li detti senza figli succedesse il postumo o postuma nascitura da esso testatore e detta sua moglie e morendo senza figli quelli e qualunque morissero senza figli succedesse Eleonora moglie di Blasco Barresi barone di Militello e Isabella moglie di Antonio Pietro Moncada barone di Ferla sue figlie in egual portione e che per eguaglianza della dote di detta Eleonora hebbe la torre fora le mura di Catania e fè fidecommisso nella forma che si vede nel testamento.

Nicolò Speciale aveva acquistato il feudo di Castelluzzo e di Graneri nel 1417, la gabella del pane di Palermo nel 1425 e quella dei caricatori dell’isola nel 1437; cfr. E. I. Mineo, Gli Speciale, Nicola vicerè e l’affermazione politica della famiglia, in ASSO, 1983, pp. 287-371.

Il 18 marzo 1463 viene stipulato il contratto matrimoniale tra Isabella, figlia di Giovanni Castellar alias Parapertusa, barone di Favara, e Nicola Antonio Speciale figlio di Pietro ed Eleonora; Isabella Montaperto, sorella di Eleonora, sposata con Giovanni Crispo, dispone la sepoltura nella cappella degli Speciale a S. Francesco d’Assisi.

Pietro Speciale, alla sua morte nel 1474, lasciò i beni patrimoniali al nipote Giovan Matteo, figlio di Vassallo, milite regio.

(3) Per notizie sulla torre quattrocentesca, cfr. A. Palazzolo, La torre di Pietro Speciale a Ficarazzi, Palermo, 1988; ASPa. Cancelleria 102, a. 1456/57, ff. 88/90; Ibidem, 104, f. 217v; Ibidem, 106, a. 1457/58, ff. 379/396.

I lavori di ampliamento dell’edificio eseguiti da Paolo Corso, nel primo ventennio del XVIII secolo, sono registrati nel volume: ASPa. FND. 7558 VI, f. 17. - 4 settembre 1729: Capitoli fatti da me infr°. Paolo Corso mastro delle fabriche dell’Ill.ma Deputatione del Regno da osservarsi dal Mastro Partitario che prenderà a fare le fabriche in augumento del Casino e Scala alli Ficarazzi possessi dall’Ill.e Sig. Marchese di S. Ninfa.

(4) Villabianca, Palermo d’oggigiorno, sec. XVIII, BCPa. Mss. Qq. E. 91, ff. 365/366.

Cattolica principe Francesco Bonanno e Borromeo, va posto il suo palazzo nella città ossia quarto della Kalsa affaccio la chiesa di S. Francesco Li Chiovara.

Egli è un complesso di più case grandi che un dì vi tennero alcuni nobili antichi; la torre a cantonera di fatti fu della casa Agliata; l’Abbatelli fu padrona d’altra casa, l’Ansalone ve ne tenne un’altra e d’ornamento essendo poi tutte queste in Casa Bosco ne formarono questa gran casa, col nome quindi di Palazzo Bosco volgarmente va egli ad intendersi con tuttochè posseggasi presentemente dalla famiglia Bonanno come erede di quella ed a lei stato accresciuto notabilmente, nobilitò nella gran parte li due grandi atrii colonnati marmorei che in esso surgono, gli danno la maggioranza sopra tutti altri palazzi dè magnati palermitani.

Nel camerone di questo palazzo la pittura a fresco che si ha nella volta della benedizione ai suoi figli del Patriarca Giacobbe è una delle belle opere che qui a noi fu a produrre il virtuoso pittore di Borremans detto il fiamingo.

Così scriveva il Di Marzo Ferro nella Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni; a cura di Gaspare Palermo, 1858, pp. 249-250: Ritornando nella piccola piazza di S. Francesco incontrasi dirimpetto la chiesa la magnifica abitazione, una volta dei Principi della Cattolica di famiglia Bosco e poi in quella di Bonanno, Grandi di Spagna e Pari del Regno.

La torre, che in parte si vede dalla parte meridionale, fu della famiglia Alliata.

I due grandi cortili colonnati con giardino in fondo la rendono singolare fra tutte le altre.

Nella volta del camerone è dipinto a fresco Giacobbe che dà la benedizione ai figli, ed è una delle più belle opere del Borremans, detto il Fiammingo.

Della presenza di opere di pittura e decorazioni interne al palazzo non rimane più alcuna traccia.

(5) Sull’ascesa politica di Nicolò Sottile e sul patrimonio immobiliare a Palermo cfr. P. Sardina, Palermo e i Chiaromonte splendore e tramonto di una signoria, Caltanissetta - Roma, 2003, pp. 281-286.

(6) Per la storia della domus turrita dei Cosenza - Marchese, cfr. M. C. Ruggeri, Costruire Gerusalemme, Milano 2001; A. Gaeta, Una domus magna del patriziato palermitano del XV secolo, in ASS. XXVII, 2001, pp. 115-170.

(7) Cfr. N. Basile, Palermo Felicissima, vol. III, pp. 116-117.

Il 28 febbraio 1748 fu stipulato un contratto tra il duca di Pietratagliata, Giovanni Battista Marassi, ed il muratore Giuseppe Mangano per i lavori di restauro al palazzo ed alla torre nella strada del Pizzuto , per un importo di 600 onze, che furono stimati dal pro ingegnere della città Giovanni del Frago il 10 marzo 1761.

(8) ASPa. FCRS. S. Francesco d’Assisi, 259. - 9 gennaio 1825: Relatione prudenziale delle opere di muratore falegname ed altro che indispensabilmente bisognano per le riparazioni che occorrono eseguirsi nelle fabriche in comune delle case appartenenti all’Ill.e Sig.a Maria Anna Marchese da una parte e dall’altra parte al Venerabile Convento di S. Francesco d’Assisi di Palermo corrispondenti verso il cortile dè Corrieri verso la piazza Cattolica; i lavori furono eseguiti dall’architetto Giuseppe Guarnera a causa del terremoto del 5 marzo 1823.

(9) Il pisano Giovan Vito Vanni lascia alla sua morte una casa turrita nella contrada di S. Francesco, come è testimoniato dal marchese di Villabianca: Vanni Raffaele, Senatore di Palermo. Havvi la sua casa nel Piano della Correria vecchia e del Palazzo Bosco Cattolica quartiere della Kalsa, la famiglia Vassallo fu antica padrona nel secolo XVI di detta casa.

Questa è una delle case turrite antiche nella nostra città.

Esiste un disegno inedito del Palazzo del sig. cav. Vanni sul piano di Cattolica. ( GRS. Palazzo Abatelli. Armadio III, scaffale I, dis. 1297); i Vanni si imparentano per il matrimonio di Orazio con Alessandra Vassallo; cfr. il testamento di Giovan Vito Vanni in ASPa. FND. 15055, a. 1604/05. - 16 febbraio 1605: Item domum unam magnam in diversis corporibus et membris consistentem cum eius baglio aqua decurrente turrim et aliis juribus et pertinentiis suis universis habitationis dicti quondam sitam et positam in hac urbe Panhormi in quarterio Yhalcie in contrata S. Francisci in cantoneria secus domum Marii Cangialosi in frontespicio domus Hieronimi Sitaiolo ex altera parte in frontispicio domus que olim erat don Francisco de Augustino et Migliazzo viis publicis mediantibus.

Vincenzo Di Giovanni nel Palermo restaurato così descrive l’intorno del palazzo: Tornando alla strada di S. Francesco dalla sinistra vi è la casa di Sollima, baron di Castania, in una piazzetta, e dalla destra la casa dei Vanni con una bellissima torre e poi quella che fu dei Settimo ora di Vassallo, e dalla sinistra segue la casa degli Agliata e poi del conte di Vicari, ora principe di Misilmeri e della Cattolica di casa del Bosco.

Lasciando la casa del duca di Misilmeri, ove è una superbissima torre, che si usava prima in segno di nobiltà, da man destra vi è la chiesa e convento di S. Francesco.

Di man sinistra vi è la casa che fu dei Pompeo, poi di casa Orioles.

(10) ASPa. FCRS. Montevergini, 59: Beatrice Aragona, figlia di Ferdinando Aragona e Giulia Ventimiglia contessa di Buscemi, si casò con Vincenzo del Bosco Conte di Vicari, contratto matrimoniale in Nr. Cataldo Tarsino di Palermo del 23 gennaio 1557; tra i testimoni figurano, Gaetano Cardona, Giovanni Crispo Villaraut, barone di Prizzi, Antonino Platamone, barone di Cutò, Vincenzo Spatafora, Vincenzo Buonaiuto, Pietro Antonio Campo, Andreotta Abbate e Giovanni Guglielmo Buonincontro.

(11) Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca: Palermo d’oggigiorno, (vedi disegno BCPa. Mss. Qq. E. 91/92); cfr. Pietro La Placa, La reggia in trionfo per l’acclamazione e coronazione della SRM di Carlo Infante di Spagna, Palermo, 1736; altri disegni a stampa del palazzo Cattolica, in ordine di tempo, si riscontrano nel volume edito a Parigi nel 1835 da Hittorff- Zanth, in cui gli autori riportano l’attribuzione del progetto al crocifero D. Giacomo Amato, ed una planimetria dell’edificio è stata pubblicata da Giovanni Lo Iacono in, Studi e rilievi di palazzi palermitani dell’età barocca. 1962.

(12) F. Sammartino De Spucches, I feudi ed i titoli nobiliari di Sicilia, Q. 1158, Contea di Vicari.

(13) F. Sammartino De Spucches, op. cit. Q. 591, Duca di Misilmeri.

(14) Giovanni Vincenzo La Grua, barone di Carini, aveva venduto il 1 luglio 1486 la baronia di Misilmeri allo zio Guglielmo Aiutamicristo; Raniero rinunzia il 2 febbraio 1523 la baronia di Calatafimi e di Misilmeri a favore del figlio Guglielmo.

Il 22 settembre 1544 Francesco Bosco, luogotenente regio, acquista per 12.000 onze da Pietro e Vincenzo Aiutamicristo la barona di Calatafimi; il 21 agosto 1549 viene fatto l’inventario dei beni di Pietro Aiutamicristo.

(15) ASPa. Real Commenda della Magione, 21, 31 agosto 1549: Renuncia o sia dimissione fatta da Antonuzzo d’Amari che avea comprato il territorio di Risalaimi a favore di Giovanni Vincenzo Bosco.

(16) ASPa. FND. 6854, a. 1582/83.

(17) F. Sammartino De Spucches, op. cit. Q. 749. Barone di Prizzi.

(18) ASPa. FCRS. Montevergini, 60, f. 71.

(19) Cfr. M. Renda, Genesi e sviluppo di un comune: Cattolica Eraclea, in AA. VV, Città nuove di Sicilia, XV e XIX secolo, Palermo, 1979.

(20) ASPa. FND. 892 II, f. 200. - 5 aprile 1639, Melchiorre Palma si impegna con il principe della Cattolica: fabricare una carrozza nova di bona legname nova stagionata di quello frigio modo forma et qualità quali è quella di D. Gioseppe Giaccon; Ibidem, 823 III. - 20 maggio 1654, inventario dei beni di Vincenzo Bosco: in primis una carrozza di Napoli di villuto negra con bandilori di domasco con fringi et chiova vitriati di cristallo dui para di guarnimenti per quattro cavalli con retine et contra retine con sua balancida ferrata tutti compliti.

(21) ASPa. Corte d’Appello. Perizie, 2013, a. 1853/56; ASPa. Tribunale civile e penale. Perizie, 19, a. 1855.

Il Tribunale civile seconda camera sulle istanze del Dr in Legge sig. D. Giovanni Virzì con sentenza emessa nel giorno 16 agosto 1855 registrata li 23 detto si compiacque nominare me perito D. Francesco Rubbino architetto laureato nelle scienze fisiche matematiche con Diploma in questa Università degli Studi di Palermo sotto li 29 aprile 1843 per verificare l’opere di nuova costruzione fatte eseguire dal detto sig. Virzì nelle case di sua proprietà site in via Cintorinai rimpetto la Venerabile Chiesa di S. Francesco.

L’attuale proprietà si compone di tre corpi a pianterreno e due corpi solerati riedificati sull’antico edificio di stile gotico diruto ed abbandonato per essere stato inabitabile.

Ora per mezzo di un vano d’ingresso con ventaglio di ferro semicircolare sopra che forma entranda delli sudetti corpi si entra in un lungo passetto basolato nel suolo con mattoni di selce ed a sinistra entrando avvi altro vano d’ingresso che per mezzo di un gradino di selce si scende in un corpo a pianterreno, il quale è seguito dall’altro corpo simile con vano di luce nello spiazzo di esso passetto.

(22) ASPa. FND. 19 III, a. 1657/58.

(23) ASPa. Trabia S. I. 187, f. 61. - 3 novembre 1685, matrimonio tra Marianna Gravina e Giuseppe Valguarnera ; Ibidem, f. 384. - 25 ottobre 1735, inventario dei beni di Marianna Gravina, moglie in seconde nozze di Giuseppe Bosco.

Il 1° settembre 1712 la principessa si accinge a costruire il casino a Bagheria nella maniera disposta dal sacerdote T. M. Napoli († 1725); s’inizia quella che verrà chiamata la Villa Valguarnera le cui opere furono completate, a partire dal 1740, dall’arcivescovo di Cefalù D. Domenico Valguarnera († 1751).

(24) ASPa. FND. 6199 VI, f. 662.

Ecc.mo Sig. re D. Francesco del Bosco Principe di Roccafiorita e della Cattolica espone a V. E. che per la morte di D. Giuseppe del Bosco e Sandoval olim Principe della Cattolica suo zio li fu contesa da D. Vincenzo del Bosco Principe di Belvedere la successione alli stati di Misilmeri e Vicari con tutti suoi titoli di Duca e di Conte nec non della casa grande existente in questa città e contrata di S. Francesco d’Assisi e della Correria ed altri beni et jus et ationi per qual motivo fu da V. E. per via del Tribunale della R. C. pigliata la possessione di detti Stati e casa a nome del legittimo successore.

(25) L’11 ottobre 1692 fu venduto con il privilegio Toledo e Maqueda il palazzo di Gaetano Ventimiglia Afflitto, principe di Belmonte e barone di Gratteri, ai PP. Mercedari; stimato per 4.200 onze da D. Paolo Amato ingegnere del Senato e dal capomastro della città Aloisio La Monica; il monastero della Mercede ai Cartari era stato fondato nel 1663 da Tommaso Sanfilippo duca di Grotte.

(26) ASPa. FND. 6202 VI, f. 390. - 22 febbraio 1727; lo scultore G. B. Ragusa si impegna: pro pretio attractus et magisterii opere marmorie fatte et laborate per dictum de Ragusa scultorem in quadam statua marmorea infr.is D. Principis Cattolice et in quibusdam ornamentis positis circum circa dicta statua pro servitio Palatii dicti Ex.mi D. Francisci Bonanno del Bosco Principis Rocce Floride et Catolice.

Sulla figura e le opere dello scultore cfr. G. Salvo Barcellona e M. Pecoraino, Gli scultori del Cassaro, Palermo, 1971.

(27) ASPa. FND. 6202 VI, f. 556. - 23 marzo 1727. Pagamento di onze 9.13 a diversi mastri muratori: Per havere assettato la fontana levato la terra del giardino arrizzato il muro al lato del finestrone della Contatoria e diroccato il muro della fontana antica sotto il detto passetto.

(28) Le notizie inedite sul Troisi mi sono state fornite dal P. Francesco Salvo S. J.: ASPa. Case ex Gesuitiche R. 34, f. 144. - 1 novembre 1723. Pagamento di 2 onze per il disegno del pavimento dell’altare maggiore di Casa Professa; ASPa. Ibidem, f. 146. - 18 gennaio 1724. Lavori di assistenza nella cappella di S. Anna; ASPa. Case ex Gesuitiche D. 6, f. 213. - 27 agosto 1735. Affitto per onze 10 annue di una casa vicino l’Ospedale da parte del Collegio.; ASPa. Case ex Gesuitiche E. I, f. 724. - 30 novembre 1737. Stima dei lavori di restauro di una casa a Ballarò; ASPa. FND. 7575. - 4 novembre 1738. Stima dei lavori nella casa del principe di Ficarazzi, dietro la chiesa degli Agonizzanti a Palermo; ASPa. Case ex Gesuitiche D. 10, f. 488. - 24 gennaio 1747. Il Collegio loca la casa a Ballarò ai figli Giuseppe ed Antonio Troisi; ASPa. Case ex Gesuitiche D. 13, f. 561v. - 15 maggio 1753. D. Giuseppe Troisi è ordinato sacerdote.

(29) Filippo Bonanno († 1706) sposò in prime nozze Rosalia Bosco (dotali 16 ottobre 1672), figlia di Francesco principe della Cattolica e di Tommasa Gomez Sandoval, da cui nacque Francesco; si risposò con Stefania Bosco, figlia di Vincenzo principe di Belvedere e di Eleonora Bologna (dotali 26 novembre 1698); fu insignito da Carlo II del titolo di principe della Cattolica e di Roccafiorita, cfr. Sammartino de Spucches: op. cit. Q. 803, Principe di Roccafiorita; Ibidem, Q. 841, Signore della Salina grande di Trapani. Arma nobiliare dei Bonanno: d’oro, al gatto passante di nero. Francesco Bonanno si imparenta con i Filingeri di S. Marco (Me), avendo sposato Maria Anna, proveniente dal ramo del principe di Mirto, Antonio, e di Giovanna Ventimiglia; i Filingeri di Mirto avevano il palazzo nella via Merlo (cfr. G. Davì: Palazzo Mirto. Palermo, 1985); da non confondere con la casa Bonagia dei duchi di Castel di Mirto in via Alloro.

ASPa. FND. 6214 VI, f. 282. - 7 febbraio 1737; Mastro Antonino Rizzo marmoraro s’impegna con Francesco Bonanno per rifarci quello tumulo sepulcrale di marmo existente nella ven.le chiesa di S. Mattia Novitiato dè PP. Cruciferi di questa città e questo giusta la forma del disegno novamente fatto dal P. Domenico Antonio Barberi prefetto di detta ven.le chiesa e casa di Novitiato; ASPa. FND. 6217 VI, f. 361/380. - 24 dicembre 1739, testamento di Francesco Bonanno.

ASPa. FND. 6231VI, ff. 260/262. -19 novembre 1751; Lorenzo e Francesco Aragona si obbligano: finire e terminare di tutto punto per tutti li 5 del venturo mese di febraro 1752 il tumulo del fu E.S. D. Francesco Bonanno e Bosco olim Principe di Roccafiorita e Cattolica esistente nella ven.le chiesa del Novitiato dei RR. PP. Cruciferi di questa città sotto titolo di S. Mattia a tenore della sua testamentaria dispositione facendogli tutto il rame collocato a suo luogo a tutta perfetione lavorato, polito ed addorato benvisto al ingegnero P. Emanuele Caruso.

(30) I Bonanno acquisiscono la proprietà del convento del Carmine a Bagheria con la concessione del 24 febbraio 1712 di un luogo grande con torre, case, chiesa ed altre officine che era stata donata da Cosimo Lo Giuso nel 1616; il muratore Antonino Mazzarella esegue il 16 luglio 1735 lavori per l’ampliamento del casino a Bagheria, quindi si inizia a costruire la villa Cattolica.

(31) Sulla figura e le opere del Firetto, cfr. A. Gallo, Notizie attorno agli architetti siciliani e agli esteri soggiornanti in Sicilia dà tempi antichi fino al corrente anno 1838. Palermo, 2003, p. 138; L. Sarullo, Dizionario degli artisi siciliani, vol. I. Palermo, 1993, p. 187; R. La Duca, Iconografia dell’albergo generale dei poveri. Palermo, 1983; A. Palazzolo, Il palazzo dei Principi della Cattolica, 1991, (inedito); A. Palazzolo, La Domus artis pannorum ed il Venerabile Monte di Pietà a Palermo, 2005.

(32) ASPa. FND. 11374 VI, a. 1778/79, f. 1154. Relazione misura e stima fatta da me sottoscritto architetto per l’opere di falegname fatte da mastro Diego Carcavecchia nelle camere ove abitava la Micela quale opere sono state fatte per servigio di passare le scritture della Contatoria e le dette camere sono aggregate alla detta Contatoria di S.E. Sig. Principe della Cattolica ed esistente nel palazzo di detto Ecc.mo Signor Principe.

(33) ASPa. FND. 11376 VI, a. 1780/81, f. 232.

L’8 agosto 1785 muore a Palermo l’architetto Orazio Firetto; l’ atto è registrato nella parrocchia di S. Nicolò La Kalsa, (distrutta), vol. 220, f. 26: Oratius Firetto in numerum annorum 75 omnibus sacramentis refectus obiit hodie et sepultus est in ecclesia conventus S. Marie de Monte Sancto.

(34) ASPa. Tribunale civile e penale: Sentenze di aggiudicazioni, 13; Ibidem: Giudizi di graduazioni, 13.

(35) Non essendovi riferimenti bibliografici specifici sull’argomento, si è ritenuto opportuno segnalare alcuni saggi, relativi agli imparentamenti familiari, da cui è stato possibile risalire agli aspetti patrimoniali dei ceti emergenti nel contesto urbano medievale; cfr. F. Lo Piccolo, I disciplinati di S. Nicolò Lo Reale a Palermo, in Bollettino della deputazione di Storia Patria per l’Umbria, XCIX, 2002, pp. 563/597; G. Motta, Strategie familiari e alleanze matrimoniali in Sicilia nell’età di transizione, Firenze, 1983; V. D’Alessandro - M. Granà - M. Scarlata, Famiglie medioevali siculo-catalane, in Medioevo, saggi e rassegne, N°. 4, 1978, pp. 105/126; G. Petralia, Banchieri e famiglie mercantili nel Mediterraneo aragonese. Pisa, 1989; L. Sciascia, Famiglia e potere in Sicilia tra XII e XIV secolo. Messina, 1993; D. Santoro, Strategie familiari del patriziato urbano tra XIV e XV secolo. Caltanissetta - Roma, 2003; S. Carocci, Baroni e città , in Roma nei secoli XIII e XIV, pp. 139-173, 1993; D. Ventura, Per una storia dell’edilizia urbana in Sicilia agli inizi dell’età moderna, in Annali della Facoltà di Economia e Commercio di Catania XXXVI, pp. 257-285, 1990; H. Bresc, Spazio e potere nella Palermo medievale, in Palermo medievale, 1989, pp. 7-18; H. Bresc: Filologia urbana: Palermo dai Normanni agli Aragonesi, in Incontri meridionali, pp. 337-352, 1981; R. La Duca, Norme edilizie nella Palermo del ‘300, in Palermo medievale, 1989, pp. 19-30; C. Trasselli, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V, voll. II, Soveria Mannelli (CZ), 1968; C. Trasselli, Note per la storia dei banchi in Sicilia nel XV secolo, vol. II, Palermo, 1968; A. Giuffrida, Lu quarteri dilu Cassaru nella prima metà del secolo XV, in MEFRM, 1971, pp. 434-482; G. Spatrisano, Lo Steri di Palermo e l’architettura del ’300, 1972; F. Meli, Matteo Carnilivari e l’architettura del ’400 e ’500 in Palermo, Roma, 1958; I.S.S. : Immagine di Pisa a Palermo, 1983.