In morte del fratello Enzo di Alfonso Sciacca

Molte ragioni spingono me, fratello del carissimo Enzo, a parlare o almeno a tentare di parlare se riuscirò a governare la commozione che mi tiene la gola stretta nella morsa di una presa soffocante (ed è per questo che insolitamente consegno il mio dire alla parola scritta, piuttosto che a quella parlata).

 

La prima ragione è uguale a quella topica degli oratori antichi: i quali, pur coscienti che le parole dette mai possano eguagliare la sostanza delle virtù reali, si muovevano tuttavia a salire sulla tribuna perché di queste virtù restasse una traccia, a costituire quel possesso perenne, quello zoccolo duro della storia, che diviene nel tempo retaggio di tutti, retaggio universale. In fondo la storia universale è la somma qualitativa delle virtù dei singoli uomini e le idee grandi pagano il loro giusto tributo, perché siano credibili, agli atteggiamenti usuali della vita quotidiana.

 

In questi giorni della tua tristissima agonia ho letto il tuo recente libro, Principati e Repubbliche. Nell’impossibilità drammatica di poter conversare con te e di poter apprendere dalla tua voce gli ultimi insegnamenti di vita, quelli più vivi e più calzanti perché dettati dalla consapevolezza dell’imminenza del trapasso, ho cercato di leggere tra le righe di quel testo, fra le cose dette (ed anche fra le cose non dette e taciute, che spesso acquistano il rilievo straordinario della struttura assente) ciò che tu hai voluto affidare al tuo scritto, al quale hai dedicato le ore appassionanti della ricerca e della redazione. A cominciare proprio dalla dedica: A Rina ed a Vincenzo.

 

Accanto al mio tavolo di lavoro

c’è una foto, un’istantanea, scattata pochi mesi fa,

che ritrae Rina e Vincenzo,

mia moglie e mio nipote,

sorridenti ed abbracciati.

Questa immagine rappresenta e compendia

il senso della mia vita,

e la ragione ultima per cui essa ha meritato

di essere vissuta.

 

Avremmo tantissime cose da dire su questa dedica, sulla sua sostanza umana, caldamente umana, e sulla sua sostanza poetica, sentitamente poetica. Il punto di partenza è quel "mio" tavolo di lavoro. Il centro del mondo. Il terreno privilegiato di una ricerca gratuita, non spendibile sul terreno dei facili guadagni. È lo studiolo del tuo Machiavelli, dove egli, sul far della sera liberatosi degli abiti dell’ufficialità, si riappropriava della sua vita, per essere finalmente se stesso, lasciando fuori dell’uscio di casa, perché non la contaminassero, le burocratiche finzioni della vita quotidiana, le inutili occupazioni, il senso mercantile di un’amicizia troppo spesso giocata sulla partita doppia del dare e dell’avere, l’ipocrisia dei doppiogiochisti che sa di poter contare sulla complice cattiveria dei loro simili, annidati in ogni ambiente, purtroppo, anche in quelli deputati all’esercizio delle funzioni più nobili della società civile, e pronti a tirare fendenti contro chi si è permesso di non stare al gioco del do ut des. Lo studiolo della ricerca dove tu avvertivi la piacevole consapevolezza di continuare la fatica dei grandi maestri catanesi: Orazio Condorelli e Vittorio Frosini. Il tuo tavolo di lavoro è l’officina della vita, il luogo del montaggio e dello smontaggio delle idee, della verifica della loro credibilità; lo snodo da cui partono gli itinerari della e nella storia del pensiero occidentale, la sede delle utopie affascinanti, il tempio della clausura impedita all’ingresso dell’ignoranza, che ama ammantarsi dello splendore dell’opulenza. Accanto a questo tavolo della perennità della vita e del sapere, c’è una foto. Tu la definisci, non a caso, un’istantanea. Un fragile frammento di vita, che coglie (rappresenta e compendia) il senso della tua vita. Una vita, vissuta e sofferta per settant’anni (sofferta perché, alla maniera di Eschilo, apprendere è soffrire: mathein è pathein), affida all’abbraccio sorridente di Rina e di Vincenzo, abbandonati l’una nelle braccia dell’altro, il compendio stringato ed essenziale dei tuoi giorni, che illumina finalmente, come radioso tramonto, l’epilogo della tua esistenza. Questa immagine, come Enzo la chiama, è un’icona, antropologica, laica e tuttavia religiosissima perché palpitante di sacralità, che esprime la ragione ultima, cioè definitiva (e non ultima provvisoriamente nel tempo che scorre), definitiva, nel senso dell’approdo finale, che gli svela, nell’attimo fuggente dell’intuizione che diventa certezza, come in questa foto- istantanea c’è il concetto in base al quale la vita ha meritato di essere vissuta.

 

Il cerchio della ricerca si chiude nel giro inevitabile del suo ritorno. Il cerchio è l’icona della straordinaria coerenza della vita di Enzo. Il quale negli ultimi tempi amava colloquiare con gli storici greci. L’epilogo del dialogo erodoteo di Creso e Solone racchiude il senso misterioso della vita di noi uomini e quindi anche di Enzo. La felicità degli uomini è commisurata dal modo con cui essi concludono la loro vita. Dal loro essere e non dal loro avere. Da questo punto di vista Enzo è stato umanamente felice, perché è andato incontro ai suoi ultimi giorni con la serenità dell’uomo probo e tra le manifestazioni più affettuose e sincere dei suoi veri amici.

 

Il suo ultimo libro è, fra l’altro, mirato a riconoscere il ruolo intermediario di Machiavelli tra la cultura moderna e quella antica. La mia ultima conversazione con lui ha avuto per argomento il celebre brano erodoteo sulle costituzioni, il colloquio tra Dario, Otane e Magabizo. Enzo lo interpretava nel senso di una simpatia erodotea verso le forme di governo democratico. Ed era entusiasta, (l’entusiasmo dei giovani caratterizzava la forza penetrante della ricerca e la gioia della conquista!) del fatto che in bocca ad Otane Erodoto avesse detto che il governo del popolo (plethos archon) ha il nome più bello: ossia l’isonomia. Anche questo particolare svela le ragioni etiche del suo impegno sociale e la sua attitudine morale che lo conduceva al rispetto, tutto greco e deferente, della dignità umana; nei colleghi e negli allievi, soprattutto, giammai trattati con il supponente disprezzo dei professoroni pronti a coglierne l’ignoranza dall’alto della loro saputa intransigenza. E poi con le persone più modeste con le quali amava intrattenersi a conversare. Ricerca significa umiltà, e l’umiltà è la consapevolezza socratica del nostro sapere nulla, rispetto alla totalità inarrivabile delle cose che si dovrebbero conoscere, e che la brevità della vita umana impedisce di conoscere.

 

Ieri alcuni giovani docenti universitari piangevano in silenzio dinanzi al suo catafalco. Mi sono avvicinato e ho parlato con loro. Ho raccolto la confessione sincera della loro riconoscenza ad Enzo per gli insegnamenti di vita e di sapere che egli ha loro impartito con la semplicità che rifugge dall’inutile retorica e senza gli orpelli del dire che spesso nasconde la scarsa chiarezza delle idee. Sono uscito soddisfatto e sereno da questo incontro. So che Enzo non è vissuto invano, se lascia una grande eredità di affetti ed un retaggio culturale nei suoi numerosissimi allievi.

 

Sono degni di essere amati coloro che hanno in se stessi le ragioni per essere amati. Si tratta di un genere assai raro. In effetti tutto ciò che è autenticamente nobile è assai raro. Omnia praeclara rara!

 

Addio mio carissimo Enzo, fratello ed amico! Continueremo a parlarci. Finora ho conversato solo con la nostra dolcissima madre, che mi ha sempre ispirato pensieri d’eterno; oggi sarete in due i miei interlocutori dall’eternità. La tua vita non si è chiusa nel giorno della morte.

 

Alfonso Sciacca