NOTE E DISCUSSIONI Giovanni Gentile visto da Sergio Romano: nella riforma scolastica la sua scelta politica di Gabriella Portalone

Il volume di Sergio Romano edito da Rizzoli, Giovanni Gentile un filosofo al potere negli anni del regime (2004), si presenta al lettore, non tanto come la biografia del grande filosofo dell’attualismo, ma piuttosto come uno studio parallelo e incrociato di due personalità complementari, fondamentali per la storia del pensiero italiano: Giovanni Gentile, appunto, e il suo mentore, maestro, amico, collaboratore, infine rivale, Benedetto Croce. L’autore mette, dunque, in rilievo che, quantunque la politica abbia fatto di questi due uomini due avversari, in realtà non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro. Si influenzarono vicendevolmente e, pur nella diversità delle loro posizioni, maturarono insieme il proprio pensiero filosofico: "Predicavano la tolleranza – scrive Romano – quando gli attacchi di cui erano bersaglio concernevano l’altro; ma ciascuno di essi cedeva rapidamente al gusto di fare polemica quando era personalmente coinvolto. Croce era più sottile ed elegante, Gentile più duro e tagliente; ma l’uno e l’altro erano dominati dallo stesso puntiglioso desiderio di vincere ogni battaglia. E avevano in comune lo stesso grande disegno; quello di dominare la vita intellettuale italiana". (p. 143) In ciò furono ambedue accontentati dal destino, poiché se Croce dominò la cultura italiana del primo e del secondo dopoguerra, Gentile ne fu l’indiscusso arbitro durante gli anni del regime, per passare poi ad un completo quanto immeritato oblio da cui solo adesso si tenta di farlo riemergere, riconoscendo, dopo che il tempo ha domato le passioni politiche, la sua non comune statura intellettuale, nonché la sua profonda umanità.

 

Ciò che più ci sorprende di questa biografia, puntualmente documentata, è lo sforzo di non scindere mai il filosofo dal politico e dall’uomo. Tramite le lettere, i discorsi, gli scritti del grande siciliano, Romano riesce a cogliere tutti i lati del suo carattere, da quelli più facilmente percepibili, a quelli reconditi e marginali. Mette così in risalto gli aspetti di quella sicilianità che mai l’abbandonò, fatta di slanci e di ritrosie, di passionalità e ombrosità, di entusiasmi e depressioni, di festosità e silenzi, in cui predominava il senso dell’amicizia e della lealtà e una testardaggine mascherata troppo spesso da coerenza. Soprattutto la sua sicilianità si rispecchia nel senso della famiglia, fortissimo in lui fino alla morte; una famiglia alla maniera della gens romana, non limitata essenzialmente da vincoli di sangue e di affinità, ma allargata agli amici, ai collaboratori, agli studenti, in un groviglio di sentimenti in cui i rapporti di lavoro diventavano anche rapporti di amicizia e affetto.

 

Giovanissimo dovette adattarsi ai compromessi pur di guadagnare quella cattedra universitaria di cui era indubbiamente degno, ma che le consorterie, esistenti allora come ora, gli negavano, preferendogli personaggi mediocri e di gran lunga inferiori a lui per preparazione ed ingegno. Proprio da quell’ambiente in cui dovette combattere una vera guerra per il riconoscimento dei suoi meriti, imparò che le leggi del potere s’imponevano anche al di fuori della sua Isola, tristemente famosa già allora per il prevalere della prepotenza mafiosa, e comprese "il valore positivo delle amicizie e quello meno positivo delle consorterie" (p. 304).

 

Approdato, nel 1893, dalla natia Castelvetrano alla Scuola Normale Superiore di Pisa – che proprio lui, negli anni del potere, avrebbe reso la più prestigiosa università italiana – vi trovò un ambiente fortemente positivista da cui, tuttavia, nonostante l’affetto e la stima per i suoi maestri, - Villari, D’Ancona, Jaja, ecc. - non si lasciò influenzare. A Pisa si notava già l’inizio della crisi del pensiero positivista e il graduale emergere delle teorie hegeliane o cattoliche; in ambedue i casi il futuro era visto o come Progresso o come Provvidenza Divina, con la conseguenza che la Verità continuava ad essere al di fuori dell’uomo e al termine della Storia.

 

Il giovane Gentile, però, non poteva accettare una verità esterna all’uomo, né una società governata da leggi naturali che non tenesse conto del pensiero individuale. Dimostrò da subito il suo dissenso al pensiero dominante in una recensione di un articolo di Croce che sosteneva che la storia poteva ridursi al concetto d’arte. Pur in disaccordo con il filosofo napoletano, il giovane studente della Normale aveva, tuttavia, compreso che in tal modo si spazzava via la storiografia positivista, facendo sì che lo storico cercasse gli avvenimenti oggetto della sua indagine, non fuori, ma dentro di sé. Gentile aveva intuito che Croce si stava fatalmente allontanando dal marxismo di cui rifiutava soprattutto il determinismo e che, abbracciando il volontarismo, si sarebbe ben presto riportato sulla strada dell’idealismo hegeliano, ma egli si era già spinto oltre affermando che i fatti "sono tali per noi in quanto si rappresentano nello spirito; e in tanto se ne può discorrere e filosofare, in quanto sono già stati appresi ed elaborati dallo spirito stesso". Avrebbe trovato sostegno ai suoi concetti, base del lancio del neo idealismo, nella corrente cattolica modernista e soprattutto nel suo caposcuola Blondel che, pubblicando nel 1893 il suo famoso libro L’action, dando grande rilievo all’idealismo assoluto, si poneva sulla stessa scia di Gentile. Blondel, e un altro modernista francese, l’abate Laberthonnier sostenevano che la verità doveva essere vissuta e creata dall’individuo nella sua intimità. Come Gentile, dunque ritenevano che la filosofia non fosse pura speculazione, ma anche azione.

 

Il rapporto tra Gentile e Croce, era già cominciato, seppure sotto forma epistolare, nel 1896 quando lo studente siciliano inviò al già famoso filosofo un suo saggio pubblicato dagli Annali della Normale e ricevette inusuali congratulazioni insieme all’omaggio dell’ultima pubblicazione dell’illustre studioso. Da quel momento la corrispondenza fra i due, arricchitasi poi di frequenti incontri e di una profonda ed affettuosa amicizia, non s’interruppe più, almeno sino al finire degli anni venti.

 

Il dibattito filosofico diventava, di giorno in giorno, per lo studente della Normale, una vera e propria ragione di vita che, a volte, lo rendeva aspro nei giudizi verso coloro che la pensavano in maniera diversa. Si rendeva conto della stima che incontrava nei suoi maestri che, seppure fosse da poco laureato, gli sottoponevano già importanti saggi filosofici perché li recensisse e in tali incarichi egli rivelò "una certa durezza intellettuale che sorprendeva i suoi interlocutori perché sembrava essere in contraddizione con l’intensità affettiva di cui dava prova verso i familiari, i maestri e gli amici […] La consapevolezza dei suoi meriti, una certa ombrosità isolana, la convinzione al tempo stesso egoistica e vittimistica che ogni ostacolo nascondesse un complotto contro la sua persona, lo rendevano smodatamente aggressivo e tenace là dove un altro si sarebbe comportato con maggiore misura e prudenza" (pp. 48 e 63).

 

Il suo pensiero maturò ulteriormente nell’esilio di Campobasso, nel cui Liceo era stato inviato dal Ministero, dopo aver invano brigato con il suo maestro Jaja, a cui era legato da un rapporto filiale, per conseguire una cattedra universitaria. In quel periodo egli amaramente sperimenta sulla sua pelle le conseguenze di una politica clientelare che, anche nel campo della cultura, premette le esigenze del potere e del voto di scambio a quelle del progresso della scuola e dell’università italiana. Anch’egli dovette piegarsi a compromessi che cozzavano con la sua dirittura morale e con i fondamenti stessi del suo sistema filosofico: "Ma v’era in Gentile fin d’allora - scrive Romano - e diverrà sempre più evidente con il passare degli anni, una candida dissociazione tra comportamenti pubblici e privati, fra i grandi principi a cui ispirò alcune fra le scelte più importanti della sua vita e la tenace incoerenza con cui difese familiari e famigli, colleghi e discepoli per il fatto di essere "suoi"" (p. 97) Probabilmente da questa amara esperienza nacque la sua profonda fede nello Stato etico, educatore, cioè, di un popolo che implicitamente egli non riteneva ancora maturo per la democrazia, visto che la politica non veniva intesa né dalle masse, né dalla classe dirigente, come un servizio, bensì esclusivamente come strumento di potere. Fu probabilmente la degenerazione del potere di cui si era sentito vittima a far sì che una volta entrato con il fascismo nel ristretto cerchio di coloro che gestivano la scuola e la cultura del Paese, volle dare assoluta prevalenza ai valori dell’intelligenza e della preparazione, rispetto all’appartenenza politica e ciò lo portò a reclutate nell’edificazione del più grande monumento della cultura nazionale, l’Enciclopedia Treccani, i migliori in ogni campo dello scibile umano, non considerando rilevante che fra di essi ci fosse un alto numero di oppositori del regime .

 

In questi stessi anni si intensificarono i rapporti, ormai non solo epistolari, con Benedetto Croce, che era diventato il suo principale interlocutore, ma anche un indispensabile confidente ed amico. L’amicizia con Croce diveniva ogni giorno di più un punto fermo e irrinunciabile nella vita del siciliano; i due erano veramente complementari, poiché se Croce era più pronto a cogliere l’attualità di un problema, Gentile con la sua preparazione, riusciva ad approfondirlo filosoficamente. Nasceva così il binomio culturale destinato a dominare la cultura italiana per un quarto di secolo, che avrebbe peraltro partorito, nel 1903 la più importante rivista filosofica nazionale, La Critica.

 

Già nel 1899 in una lettera al filosofo napoletano rivelava di aver individuato i principi basilari del suo futuro sistema filosofico, elaborando i concetti di filosofia come autocoscienza della nazione e di filosofia come storia. Egli affermava, dunque, l’immanenza dello spirito nella storia, gettando le basi di quello storicismo puro a cui anche Croce sarebbe pervenuto seppure per altre vie.

 

Da tale enunciazione scaturisce naturalmente la necessità, fortemente propugnata dal siciliano, dell’insegnamento della filosofia nelle scuole medie superiori come mezzo indispensabile per l’educazione delle giovani menti, proprio nel periodo della loro evoluzione. Gettava così le basi per quella sua riforma della scuola che fu l’impegno principale della sua esistenza e del suo lavoro; una scuola sana che diffondesse la cultura educando in tal senso i giovani, era il fondamento per uno Stato sano ed efficiente e questa sua fede nel ruolo primario dell’educazione all’interno dello Stato e della società, fece si che egli apparisse più un pedagogo che un filosofo e che si lanciasse nel mondo della politica soprattutto per fare "politica della cultura" (p. 99).

 

Questo suo concetto pedagogico lo portava a diffidare della libertà d’insegnamento che avrebbe potuto sconfinare in anarchia; la scuola doveva insegnare la verità, ma solo la scuola di stato poteva adempiere tale gravoso compito, una scuola i cui programmi fossero uguali in tutto il territorio nazionale, una scuola che provvedesse alla più completa evoluzione dello spirito dei giovani studenti attraverso l’insegnamento della lingua (italiana, latina e greca), come forma storica dello spirito, della storia come vita dello spirito nel tempo, della matematica che educa all’analisi, delle scienze che educano alla sintesi e infine della filosofia che educa lo spirito all’autocoscienza e all’autoriflessione.

 

Allo Stato viene dunque affidato, dal filosofo dell’attualismo, un compito arduo: farsi educatore delle giovani leve senza sbagliare. E se lo Stato si dimostra incapace di svolgere tale compito deve essere riformato in modo da raggiungere la piena eticità nella sua missione. Allo Stato etico educatore della gioventù, si affianca il concetto di "dittatura della filosofia", nel senso di prevalenza della stessa, per la sua funzione pedagogica e formatrice dello spirito, su tutte le altre materie d’insegnamento. E’ questo un vero e proprio capovolgimento della scuola positivista a cui Gentile contrappone una scuola elitaria e aristocratica e fortemente gerarchica, in cui prevalgono i valori dello spirito, rappresentati dallo scienziato e dal politico, ambedue educatori, secondo la visione gentiliana, sui valori tecnici del capitale e del lavoro. Solo negli ultimi anni della sua vita Gentile riconoscerà il ruolo educativo del lavoro, l’umanesimo insito nell’attività materiale.

 

La forte valenza data da Gentile alla scuola e all’educazione statale scaturisce dalla convinzione che non può esservi Stato senza classe dirigente valida, efficacemente preparata, culturalmente ed eticamente educata a preporre gli interessi nazionali a quelli personali. Probabilmente nell’affermare ciò era spinto dalla consapevolezza che nella sua Sicilia era stata proprio la mancanza di una vera classe dirigente a decretarne l’arretratezza e l’immobilismo culturale ed economico.

 

La gestione della scuola, perciò, era qualcosa di troppo importante per lo sviluppo della collettività perché lo Stato potesse delegarla ad altri organi, come per esempio i comuni, che non sentissero il peso di tale responsabilità e che non avessero il senso dell’unitarietà della cultura nazionale. Il suo ragionamento, in fin dei conti si basava su un circolo vizioso: se lo Stato è l’assoluto educatore delle giovani menti, nel completo rispetto della libertà individuale che, tuttavia, non può dar vita ad una morale contrastante con quella nazionale, perché la verità è unica ed è da ricercare dentro l’individuo, ha altresì bisogno di formare la futura classe dirigente che dovrà successivamente adempiere al gravoso compito. Lo Stato, insomma, attraverso la scuola riesce a dare continuità a se stesso.

 

Nel 1903 Gentile, dopo aver conseguito la libera docenza, otteneva un incarico all’Università di Napoli, dando inizio al suo corso di lezioni con una prolusione destinata a fare la storia della filosofia: La rinascita dell’idealismo. Fu proprio durante quel corso di lezioni che iniziò la sua battaglia pro e contro la religione. Egli era a favore della religione quando essa esprimeva l’unità spirituale che era anche unità di tutti gli italiani sotto il credo cattolico; contro, quando la religione pretendeva di monopolizzare ogni aspetto della verità, sostituendosi alla filosofia nella coscienza degli uomini.

 

Quando nel 1906 vinse il concorso per la cattedra di Storia della filosofia a Palermo, venne a contatto in maniera più diretta con la politica spiccia da cui si era tenuto filosoficamente lontano e distaccato fino a quel momento. Non che gli mancasse una sua visione personale dello Stato che non doveva essere lo stato liberale, democratico, fornitore di servizi ed eminente e distaccato notaio nell’accertamento dei movimenti e sommovimenti sociali; il suo Stato ideale era lo stato etico hegeliano, fondamentalmente educatore piuttosto che imprenditore o notaio.

 

Palermo culturalmente non soddisfaceva il filosofo abituato al largo respiro della vita intellettuale napoletana. L’unico centro culturale del capoluogo isolano che lo soddisfacesse era il circolo di Giuseppe Amato Pojero, punto di riferimento anche per gli studiosi e gli intellettuali di passaggio, dove era possibile dibattere animatamente di filosofia, con uno sguardo proteso anche agli orizzonti culturali europei. Pojero era un aristocratico palermitano dai mille interessi; aveva studiato fisica, matematica, ma anche giurisprudenza e medicina. Prediligeva, tuttavia, la filosofia e solo concentrandosi nella speculazione intellettuale e tuffandosi nel dibattito, dimenticava le sue nevrosi e le preoccupazioni economiche derivanti dalla decadenza del patrimonio familiare. Grazie all’aiuto di Gentile costituì nella sua grande villa in semidisfacimento un salotto letterario, divenuto poi "Società per gli studi filosofici" e una biblioteca filosofica che, grazie alla pubblicazione di un Bollettino e all’organizzazione di importanti conferenze ed eventi culturali, sarebbe diventata il centro pulsante della cultura palermitana e isolana, da cui sarebbe partito quel processo di affrancamento della stessa che il Gentile definì con un’espressione spesso malcompresa: "tramonto della cultura siciliana". (G. Gentile Il tramonto della cultura siciliana, Sansoni 1963).

 

Nel periodo in cui approdò all’Università palermitana l’argomento di cui tutti parlavano era il processo Nasi da cui era scaturito un movimento popolare a favore dell’accusato che si configurava, alla fine, in un becero sicilianismo davanti a cui Gentile arretrava indignato. Alle scomposte e irrazionali manifestazioni pro-Nasi, tendenti ad una cultura di tipo separatistico Gentile, insieme agli amici della Biblioteca Pojero, mirava a contrapporre un’esaltazione della "sicilianità", intesa come conservazione di una cultura secolare italiana che mirava ad uscire dal "sequestro" dalla cultura nazionale ed europea, per secoli subito, data l’emarginazione politica e geografica dell’Isola e l’impreparazione della classe dominante locale, per entrare di diritto nell’ambito culturale nazionale, seppur con apporti peculiari, ma non antinomici e comunque concorrenti alla formazione di un forte spirito di italianità anche in ambito intellettuale e spirituale. Come filosofo dell’attualismo, come sostenitore della sovrapponibilità dello spirito all’azione, Gentile non poteva concepire uno stato-nazione che non si basasse innanzitutto sull’unità culturale. Per "tramonto", dunque, il filosofo neoidealista non intendeva l’agonia della cultura siciliana, bensì il suo aprirsi all’integrazione nella cultura nazionale, dando vita ad una sua progressiva evoluzione attraverso "gli echi siciliani di un novecentismo attivistico" e il "recupero della "mediterraneità" sollecitato, peraltro, dalla nuova borghesia imprenditoriale in ascesa . (G.Tricoli, Introduzione a Palermo felicissima, Palermo 1992).

 

A Palermo Gentile conobbe un giovane professore catanese, Giuseppe Lombardo Radice, appartenente ad una famiglia che si era distinta nella storia siciliana degli ultimi anni. Anch’egli si era laureato alla Normale di Pisa con Jaja e coltivava soprattutto interessi di tipo pedagogico che solleticavano moltissimo la curiosità di Gentile. Nacque un’amicizia, destinata a rompersi nel ’23 per motivi politici, ma anche un sodalizio intellettuale il cui frutto fu una rivista, Nuovi Doveri che era destinata ad assumere in campo pedagogico il ruolo e il peso che La Critica aveva già in campo filosofico.

 

Fu nel periodo palermitano che il filosofo s’impegnò sempre di più in campo pedagogico, non solo con la fondazione di una rivista che non era altro che la proiezione del suo idealismo in campo educativo, ma anche prendendo una netta posizione politica sulla questione della scuola statale e laica. Il rapporto tra scuola e religione fu da lui affrontato per la prima volta al VI Congresso Nazionale della Federazione Insegnanti delle scuole medie. Il tema della laicità della scuola veniva affrontato in quel periodo in maniera molto radicale, poiché la maggior parte del corpo insegnante delle scuole pubbliche era vicina al pensiero massonico o socialista e, comunque, fortemente anticlericale. L’intervento di Gentile portò una ventata di novità, poiché egli, pur affermando la laicità della scuola come un punto irrinunciabile di uno stato moderno, distingueva la laicità passiva propria della pedagogia positivista, una laicità insomma che mirava all’agnosticismo, dalla laicità attiva che consisteva nel tenere fuori la Chiesa dalla scuola, senza però rinunziare, da parte dello stato etico ed educatore alla maniera hegeliana, all’insegnamento di quei valori morali e spirituali che costituiscono la sostanza della religione. Lo Stato non avrebbe potuto ammettere il monopolio della Chiesa nell’insegnamento spirituale, non perché irreligioso, ma perché non poteva delegare ad altra istituzione la funzione dell’insegnamento che gli è propria. Questo spiega perfettamente la sua mai superata opposizione al Concordato del 1929 che ridava alla Chiesa il monopolio dell’insegnamento religioso nelle scuole statali.

 

Gentile contrapponeva all’insegnamento scientifico, ma frammentario della scuola positivista, "una scuola capace di ricostruire il mondo nella sua interezza e di ridare all’uomo il senso dell’unità spirituale. E poiché questa funzione può essere svolta solo dalla religione e dalla filosofia, auspicava una scuola "laica" in cui la filosofia occupasse tutto lo spazio che era appartenuto in passato alla religione" (p. 157). Tuttavia, nelle scuole elementari dove non era possibile insegnare la filosofia, per assicurare l’unità spirituale dell’insegnamento era necessario continuare ad insegnare religione. All’equazione tra pedagogia e filosofia, visto che l’educazione non può che essere insegnamento della filosofia, aggiungeva ora l’equazione tra religione e filosofia, poiché ambedue rispondevano ai bisogni dello spirito umano in momenti temporali diversi e poiché la prima doveva sostituire la seconda quando questa non potesse entrare, come appunto nella scuola elementare. La filosofia, dunque, rimaneva la regina dell’educazione, ma Gentile ammetteva per la prima volta, dopo il Risorgimento e dopo lo strappo tra Stato e Chiesa, la necessità dell’insegnamento religioso in sostituzione di quello filosofico per i più piccoli, perché senza di esso si sarebbe ignorato il fondamentale aspetto spirituale nell’educazione del bambino.

 

Ma se lo Stato non può non essere religioso, non può prescindere dalla religione propria del suo popolo, poiché in caso contrario perderebbe di fronte al popolo stesso ogni autorità e valore. In tal modo Gentile riconosceva che la religione cattolica era la forma storica della coscienza religiosa e popolare in Italia. Era questa un’asserzione che sconvolse gli ambienti anticlericali italiani che si identificavano con la cultura risorgimentale e che ad essa contrapponevano il cattolicesimo, come nemico primo del processo spirituale e politico che aveva portato all’unità nazionale. Gentile sottolineava, tuttavia, che se nel Risorgimento si contavano molti protagonisti laici ed anticlericali, come Cattaneo o Crispi, anche cattolici convinti come Gioberti, Rosmini e Manzoni avevano avuto un ruolo fondamentale in quel momento della storia italiana. D’altronde l’anima del Risorgimento non era stato forse Mazzini che pur non essendo cattolico era intimamente pervaso di religiosità cristiana? E non era il Risorgimento diretta filiazione del movimento romantico, sorto per affermare la religiosità e il sentimento dopo il razionalismo e l’ateismo propri del periodo illuminista? Nel 1907, dunque, in occasione di quel Congresso Nazionale, Gentile enunciava ufficialmente il suo sistema pedagogico che il fascismo, nei primi anni della sua ascesa al potere, gli avrebbe consentito di applicare quasi integralmente, attraverso la più completa ed organica riforma scolastica della storia dello Stato italiano.

 

A Palermo, intanto, aveva creato una sua scuola con Fazio-Allmayer e Adolfo Omodeo, innanzi tutto, ma aveva valorizzato altri giovani studenti come Maggiore e De Ruggiero con i quali aveva instaurato un rapporto che andava la di là dell’ambito meramente accademico e professionale. A differenza di Croce seguiva i suoi giovani allievi anche nella loro vita privata e s’imponeva come loro mentore per la futura carriera, consapevole, per averlo vissuto sulla sua pelle, di quanto fosse difficile per un giovane intellettuale proveniente dalla provincia, imporsi accademicamente.

 

Continuava, frattanto, lo scambio epistolare con Croce con cui, tuttavia, cominciavano ad evidenziarsi le contrapposizioni di pensiero. Il primo attrito fu causato da un’enunciazione del siciliano che sottolineava come egli non scorgesse alcuna distinzione tra l’artista nell’atto di creare e il filosofo nell’atto di pensare. Peraltro lo stesso Croce nel passato si era espresso in termini simili sostenendo che non ci fosse differenza tra attività e giudizio nel campo dell’estetica. Ma se il filosofo di Castelvetrano tendeva a ridurre le distinzioni all’interno di un medesimo atto, Croce ribadiva la necessità di distinguere tra arte e critica, tra filosofia e storia della filosofia, tra economia ed etica.

 

Pur rimandando il chiarimento delle loro divergenze e cercando momentaneamente di appianarle, i due amici si allontanavano inevitabilmente assumendo l’uno il ruolo del filosofo dell’atto puro e l’altro quello del filosofo dei distinti.

 

Il duello tra i due amici, ormai separati da steccati ideologici sempre più alti, iniziò, il 13 novembre del 1913, con la pubblicazione da parte di Croce, su La Voce di Prezzolini, di una lettera aperta a Gentile e alla scuola palermitana in cui confutava apertamente l’idealismo attuale e contestava l’implicito tentativo di Gentile di fare del suo sistema filosofico il detentore della verità assoluta, respingendo tutti gli altri sistemi che fondandosi sulle distinzioni, erano ai suoi occhi astratti ed arbitrari. L’articolo si concludeva con un giudizio che a Gentile parve più pungente del dovuto. Grazie ad allievi e ad amici comuni, soprattutto De Ruggiero e Nicolini, la polemica che andava assumendo toni sempre più aspri, si stemperò nel desiderio comune di mantenere in vita la ventennale amicizia e il formidabile sodalizio intellettuale. Ma qualcosa si era inevitabilmente spezzato.

 

Quando scoppiò la guerra in Europa Gentile prese immediatamente posizione e nell’ottica del suo attualismo esente da distinzioni, non la contrappose al pacifismo che considerava un’invenzione antistorica del periodo illuminista, ma la definì, in termini hegeliani "l’universale concreto", davanti al quale il filosofo non poteva restare neutrale. Perciò affermò che da quel momento in poi la guerra dovesse essere per gli italiani, l’atto assoluto e il loro unico interesse.

 

Anche Croce si espresse sulla totalità spirituale della guerra in un articolo del dicembre 1914, ma tale definizione in lui suonava come ammonimento, mentre in Gentile aveva assunto la parvenza di esortazione; da ciò scaturì una posizione fortemente neutralista di Croce e la convinzione in Gentile che la guerra fosse per l’Italia un obbligo morale, oltre che politico, quasi un esame nazionale per accertare lo stato di maturità dell’apparato istituzionale e del popolo. Iniziava una nuova fase per il filosofo: quella dell’impegno politico che concretamente si manifestò in tutta la sua ampia portata nel libro pubblicato nel 1920 Dopo la vittoria, una raccolta di tutti i suoli articoli di attualità e di impegno politico pubblicati nei mesi precedenti soprattutto per sostenere la guerra come impegno popolare e nazionale. In tali scritti egli auspicava, per il dopoguerra, l’avvento di un uomo nuovo e di un nuovo periodo di grandi trasformazioni sociali volute dalle varie classi sociali nell’ambito di uno Stato forte ed etico. Si avvicinava molto alle parole che dalle pagine di Utopia e da Il Popolo d’Italia, il socialista eretico Mussolini, già espulso dal Partito, diffondeva alla gioventù insoddisfatta e cosciente dell’inadeguatezza del sistema liberale per uno Stato-Nazione ormai in fase di risveglio, in cui le masse venivano sempre più coinvolte nel sistema. Spiegava il suo ormai attivo impegno politico in senso antigiolittiano, sostenendo che essendo la filosofia creazione della realtà storica nell’unico contesto in cui ciò possa essere possibile, cioè nell’ambito dello Stato etico, politica e filosofia risultano essere la stessa cosa e il filosofo non può non essere un politico. Ogni sistema politico, infatti, aveva avuto alla sua base l’elaborazione di un pensiero filosofico; se Marx era stato la base filosofica del marxismo, Vico aveva ispirato il riformismo illuminato di Tanucci e Gioberti il liberalismo cavouriano. In queste considerazioni erano già racchiuse le premesse di un rapporto ancora nemmeno concepito, quello cioè tra Gentile e Mussolini, che avrebbe dato al primo il ruolo di filosofo del regime. Dunque - come scrive Marcello Pera- "l’attualismo di Gentile è fascismo virtuale prima dell’avvento del fascismo reale" (Introduzione a Alfredo Rocco Discorsi parlamentari a cura di G. Vassalli, ed Il Mulino, 2005).

 

I mali dell’Italia, secondo il filosofo siciliano, derivavano dalla concezione comune di una netta separazione tra mondo e spirito, cioè tra pensiero ed azione. A tale dissociazione tutta italiana tra pensiero e realtà circostante Gentile, contrapponeva l’insegnamento proveniente dal materialismo marxista tutto fondato sulla lotta di classe, cioè sullo sforzo degli emarginati e dei sottomessi di rivoluzionare il sistema sociale esistente. Ciò significa che Gentile non negava gli aspetti positivi del pensiero marxista, primo fra tutti la concezione dinamica della storia e il ruolo che in essa assumeva la forza, intesa alla maniera soreliana come violenza; ne respingeva, però, la logica della lotta di classe, nonché "la concezione utilitaria, materialistica, e quindi egoistica della vita, intesa come campo di diritti da rivendicare" (p. 267) Se si voleva combattere il marxismo bisognava contrapporre ad esso un’altra filosofia realistica anch’essa, anzi ancora più realistica. Il filosofo, pone come necessaria l’eliminazione della concezione, fino ad allora dominante, di uno Stato neutrale soggetto ad essere sgretolato da dottrine individualiste, Stato questo che si identificava perfettamente con il giolittismo, incapace di incanalare in un’unica direzione tutte le forze morali della Nazione. Era proprio quel tipo di liberalismo, il giolittismo appunto, la bestia da combattere più ancora che il marxismo con cui invece esistevano molteplici punti in comuni, soprattutto il concetto di rivoluzione o rinnovamento. Per il superamento del giolittismo occorreva l’opera di uno Stato o di un partito egemone su tutti gli altri, che proponesse una politica fondata su una severa educazione nazionale che formasse omogeneamente la gioventù, base essenziale per l’edificazione di un ordine nuovo.

 

Il pensatore siciliano maturava una sua idea di riforma scolastica fin dal 1913 quando aveva pubblicato il suo Sommario di pedagogia come scienza filosofica; al di là dell’impalcatura esterna fatta di esami, interrogazioni, manuali e libri di testo, la missione dell’insegnante avrebbe dovuto essere quella di provocare l’allievo avviando un dialogo costruttivo che sarebbe potuto avvenire solo sulla base di un insegnamento filosofico inteso come "vita del pensiero nella storia e la sua inesauribile capacità di svilupparsi verso forme sempre più elevate di autocoscienza" (p. 237)

 

Il sistema liberale esistente non avrebbe mai concesso la rivoluzione del sistema scolastico a cui Gentile aspirava; ecco perché il filosofo cominciò a cercare chi potesse abbracciare e realizzare le sue idee, perché convinto che l’Italia del dopoguerra avrebbe dovuto inaugurare un ordine nuovo in ogni settore ed in primis, in quello scolastico e capì, quando vide fallire i tentativi di riforma scolastica dei suoi amici Croce ed Anile, che le singole persone, anche se amici, non avrebbero fatto al caso suo, senza il supporto di un partito che si ponesse su posizioni rivoluzionarie.

 

Le divergenze tra Gentile e Croce si approfondirono nel breve tempo in cui quest’ultimo fu ministro della P.I. dedicandosi, su sollecitazione dell’amico, ad una mini riforma che prevedesse l’introduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari e dell’esame di stato. Tali punti erano graditi sia a Gentile che ai popolari di Sturzo. Ma l’esame di stato aveva un significato diverso per Croce, per i popolari e per Gentile. Per il primo era un modo per ridurre l’intervento dei poteri pubblici nell’educazione, per i cattolici era un mezzo per riconoscere implicitamente la parificazione delle scuole cattoliche a quelle pubbliche, per l’ultimo, infine, era la consacrazione del ruolo educatore dello Stato etico. Se Croce, dunque, fedele al suo credo liberale e liberista, mirava a rendere la scuola sempre più indipendente dallo Stato, Gentile voleva una scuola che fosse espressione del ruolo fondamentale dello Stato etico nell’educazione delle giovani generazioni. Anche l’insegnamento religioso nelle scuole elementari era visto sotto una luce differente dai due amici. Per Croce era il delegare l’insegnamento della religione agli ecclesiastici all’interno della scuola quando i genitori lo richiedessero, per Gentile era una preparazione al futuro insegnamento della filosofia.

 

Dunque Gentile divenne fascista, soprattutto perché vedeva in Mussolini l’artefice di un nuovo corso, l’unico uomo politico capace di ripudiare il passato ed accettare la sua riforma scolastica che tanto si diversificava dalla tradizione pedagogica italiana.

 

Perciò accettò con entusiasmo nel 1922 l’incarico al ministero della Pubblica Istruzione e volle accanto a sé l’allievo e l’amico di sempre quel Lombardo Radice che accettò di assistere il suo maestro nel difficile incarico, non tralasciando, tuttavia, di dichiarare pubblicamente di non essere fascista. La riforma si imperniava, dopo il quinquennale ciclo elementare e dopo il triennio di scuola media in cui veniva introdotto lo studio del latino, su una scuola professionale di tre anni, per chi avesse voluto imparare un mestiere, su una scuola tecnica di quattro anni, per gli impiegati, i commercianti e i tecnici, scuola a cui avrebbe potuto seguire un istituto tecnico; un istituto magistrale di quattro anni per formare i futuri educatori che avrebbero potuto completare i loro studi alla Facoltà di Magistero; un liceo scientifico che aveva un ruolo di ponte tra le classi degli artigiani e degli impiegati e quelle con funzioni direttive e da cui si poteva accedere solo ad alcune facoltà universitarie tecniche. Tutta la scuola, tuttavia, si imperniava sul liceo classico triennale, preceduto da un ginnasio biennale, liceo fondato sullo studio delle materie umanistiche ed unica scuola da cui si poteva accedere a qualunque facoltà universitaria. Era il liceo classico una scuola d’elite, ma anche una scuola nazionale che avrebbe dovuto licenziare con criteri educativi e didattici ispirati all’unità dei valori, la futura classe dirigente italiana.

 

La scuola nata dalla riforma, tuttavia, era destinata a scontentare tutti: il laici perché la consideravano troppo accondiscendente nei confronti della Chiesa; i cattolici perché vi vedevano un’eccessiva ingerenza dello Stato e, infine, i progressisti perché la ritenevano conservatrice ed elitaria. Tutto ciò rese tentennante lo stesso Mussolini a cui non andava di inimicarsi gran parte dell’ambiente scolastico e mise in pericolo la permanenza di Gentile al Ministero. Il filosofo, pur dimostrando davanti ai suoi allievi ottimismo sul suo futuro e sulla sorte della riforma, sentiva in effetti mancargli il terreno sotto i piedi e ancora una volta, quindi, prima di presentarsi a Mussolini per chiedere un chiarimento, sollecitò l’aiuto dell’amico Croce, magari anche attraverso un semplice articolo giornalistico perché sostenesse la "sua" riforma di fronte all’opinione pubblica italiana . L’articolo richiesto fu pubblicato sul Giornale d’Italia del 3 novembre 1923 e, in seguito, Croce si sarebbe vantato di aver fatto cambiare idea con quello allo stesso Mussolini che da quel momento in poi appoggiò pubblicamente la riforma scolastica, definendola "la più fascista di quelle finora approvate" (p. 258).

 

Paradossalmente il filosofo che con la sua riforma scolastica aveva particolarmente favorito la Chiesa con l’introduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari e medie e con la maggiore valorizzazione delle scuole private, per lo più cattoliche, non era gradito alle autorità ecclesiastiche e in particolar modo a Pio XI che non volle riceverlo, alla fine del 1929, quand’egli, insieme a Treccani si offrì di presentare personalmente al Pontefice il primo volume della "sua" Enciclopedia. Al Vaticano infatti, non era sfuggito che gli aspetti favorevoli alla Chiesa della riforma gentiliana, non erano la conseguenza del suo cattolicesimo. La religione di Gentile era, infatti, una religione più vicina alla spiritualismo mazziniano che all’insegnamento dogmatico della Chiesa e il suo favorire l’insegnamento religioso nelle scuole primarie era soltanto un presupposto propedeutico per l’insegnamento della filosofia in quelle secondarie, per cui era funzionale allo sviluppo della spiritualità nei giovani discenti e non certo una sorta di catechismo come invece la Chiesa avrebbe preteso che fosse. A conferma di ciò sta la sua netta e irriducibile avversione per il Concordato del 1929 in cui vedeva una concreta minaccia di "vaticanizzazione" del fascismo con il conseguente annullamento del suo programma totalitario che doveva essere proprio dello Stato etico in cui Gentile profondamente credeva. Tuttavia, siccome anche per il più eminente dei filosofi risulta difficile far quadrare il cerchio, l’applicazione delle sue teorie alla realtà, cosa che avrebbe dovuto attuarsi con la sua riforma della scuola, mise in risalto una profonda contraddizione. La nuova legge infatti, dava ampio spazio all’insegnamento privato e alle libere università, fra cui la più importante era senz’altro l’Università Cattolica del Sacro Cuore; anche se l’intento del legislatore era quello di sgravare lo Stato di alcune incombenze nel campo dell’istruzione pubblica e di favorire la profonda cultura del clero, soffocata, dall’unità d’Italia in poi dal prevalere di una classe dirigente assolutamente anticlericale se non addirittura massone, il risultato finale era, tuttavia, quello di ergere la Chiesa a diretta concorrente dello Stato nel campo dell’educazione giovanile. In tal modo lo Stato finiva per autolimitarsi proprio nella sua funzione etica in cui Gentile soprattutto credeva. Ciò comportò per il filosofo siciliano una grande delusione che sicuramente lo portò a meditare di allontanarsi dal fascismo.

 

Ma l’avvenimento che più mise alla prova la sua fede nel fascismo fu, senz’altro, l’assassinio Matteotti. Dopo quattro giorni dal ritrovamento del cadavere dell’esponente socialista, Gentile, insieme a Federzoni a De Stefani e ad Oviglio, presentò a Mussolini le sue dimissioni motivandole con il desiderio di lasciare il duce, in quel critico momento, assolutamente libero nella sua azione pacificatrice. Non si può non definire quest’atto una forma di fuga dalla barca che stava affondando, tuttavia fu proprio da questo momento che iniziò veramente il sodalizio tra il filosofo e il duce del fascismo, sodalizio che avrebbe segnato fino alla fine la vita e l’attività intellettuale del primo.

 

Se si è detto che Gentile abbracciò il fascismo per dare una base politica alla sua riforma, bisogna chiedersi perché vi rimase fedele anche dopo la crisi Matteotti e malgrado le sue dimissioni. Si potrebbe pensare che lo fece per difendere la sua riforma, per evitare che qualcuno potesse stravolgerla, o per convenienza, per monopolizzare il potere culturale all’interno di un regime che si accingeva a divenire totalitario e che gli permetteva di essere il super visore della cultura nazionale- gli oppositori parlavano di satrapia gentiliana - e di applicare dunque le sue teorie alla realtà quotidiana, nonché di diffondere il suo idealismo senza concorrenze scomode.

 

Sono accettabili ambedue le ipotesi, ma bisogna, pur tuttavia, domandarsi se alla base della sua scelta politica potevano esserci motivi ideali, cioè, quale era veramente la posizione politica di Gentile? Nel corso di una polemica giornalistica con il vecchio amico Missiroli gli contestò una concezione del liberalismo che egli riteneva invece superata e sbagliata. Egli, infatti, non intendeva la libertà come il diritto del singolo di difendere i suoi interessi contro il potere e le ingerenze dello Stato, - ciò avrebbe portato ad una visione egoistica della società umana - ma intendeva la libertà come Stato e lo Stato come libertà. Infatti non concepiva l’individuo come esterno allo Stato o lo Stato come entità astratta ad esso contrapposta; l’individuo per Gentile trovava la sua realizzazione unicamente all’interno dello Stato e in esso trovava la sua libertà. Negava, inoltre, di essere socialista, poiché lo Stato non può essere al servizio di una sola determinata classe sociale, esso è un tutt’uno con gli individui che compongono la comunità nazionale. In tale Stato etico di evidente derivazione hegeliana il cittadino era libero perché partecipe di quella superiore libertà che coincideva con la volontà dello Stato.

 

Era questo un concetto assolutamente fascista, imperniato non solo sulla concezione dello Stato egemone, ma anche sulla ricerca della terza via tra liberalismo e socialismo, che il fascismo troverà nel corporativismo, via, questa che già era stata indicata dalla Chiesa nella Rerum Novarum, anche se il corporativismo cattolico mette in primo piano l’interesse dell’individuo, mentre quello fascista l’interesse superiore della Nazione, che non può non coincidere con quello dell’individuo.

 

La razionalità della sua scelta politica si deduce pienamente dalla lettera che scrisse a Mussolini subito dopo aver accettato la tessera onoraria del PNF, nel maggio 1923: "Liberale per profonda e salda convinzione, in questi mesi dacché ho l’onore di collaborare all’alta sua opera di Governo e di assistere così da vicino allo sviluppo dei principi che informano la sua politica, mi sono dovuto persuadere che il liberalismo come io lo intendo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa Destra che guidò l’Italia nel Risorgimento, il liberalismo nella libertà della legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai .liberali che sono più o meno apertamente contro di lei, ma, per l’appunto, da lei" (G. Gentile Il fascismo al governo della scuola, Palermo 1924, p. 143). D’altra parte leggendo il suo saggio del 1925 "Libertà e liberalismo" si comprende come Gentile non parli mai dell’individuo o degli individui singolarmente, ma degli individui in quanto compresi nell’entità collettiva che è il popolo-nazione che li domina e li trascende. (G. Bedeschi Gentile e Gramsci: due volti del totalitarismo in "Nuova Storia Contemporanea", maggio 1998).

 

La scelta politica di Gentile, dunque, non poteva considerarsi opportunista, ma fortemente ideale. Lo si comprende meglio se si esamina la concezione che egli aveva del fascismo che considerava, non tanto un fenomeno contingente dovuto alla crisi politica e morale scaturita dalla guerra, quanto l’espressione politica della rivolta antipositivista di cui egli era stato un protagonista e dell’evoluzione intellettuale degli italiani. Tutto ciò avrebbe tracciato un solco incolmabile tra il siciliano e Croce che si sarebbe sempre ostinato a considerare il fascismo come una mera parentesi, del tutto avulsa dalla storia e dall’evoluzione del popolo italiano. Gentile considerava il fascismo come una fede, "una forma, piuttosto che un contenuto, una volontà in atto piuttosto che il disegno di una società ideale" (p. 269) all’interno della quale non esistevano le tradizionali distinzioni dovute al positivismo (partiti, economia, politica sociale, interesse pubblico e interesse privato), bensì esisteva un’unica organica e totale concezione della società e dell’esistenza, per cui era impossibile essere fascisti in politica e non fascisti nella scuola, nella propria officina o nella famiglia. (G. Gentile I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze 1961)

 

Il fascismo diventava addirittura in Gentile la naturale evoluzione della storia italiana e come tale il completamento del Risorgimento come rivoluzione incompiuta. L’epopea risorgimentale era scaturita da una rivoluzione borghese, una rivoluzione di pochi la cui volontà aveva costruito la storia dell’Italia: "Questa volontà è il pensiero dei poeti, dei pensatori, degli scrittori politici, che a tempo sanno parlare un linguaggio che risponde a un sentimento universale: capace cioè di diventare tale" (G. Gentile Origini e dottrina del fascismo Roma 1934 p. 11). Tale affermazione comporta la rivendicazione agli intellettuali della direzione culturale dello Stato, concetto questo ripreso totalmente da Gramsci nel suo saggio Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura.

 

Tuttavia, i pochi idealisti che avevano fatto l’Italia, non erano riusciti a costituire uno Stato moderno, ed erano stati incapaci da far scaturire dal loro movimento ideale, la Nazione, intesa come unione di individui accomunati dall’identità storica, linguistica, religiosa, ma soprattutto dal comune scopo del conseguimento dell’interesse collettivo, inteso non come somma degli interessi individuali, bensì come interesse supremo dello Stato-Nazione. Egli vedeva il fascismo come figlio del Risorgimento, poiché questo aveva determinato una rivoluzione ideale che si sovrapponeva in pieno alla rivoluzione fascista: "Nessuna rivoluzione più del nostro Risorgimento palesa evidente questo carattere di idealità: ossia di un pensiero che precede l’azione, la suscita e vi trova il suo compimento […] L’idealismo, come fede nella necessità dell’avvento d’una realtà ideale, concetto della vita che non deve chiudersi nei limiti del fatto, ma progredire e trasformarsi incessantemente ed adeguarsi ad una legge superiore che agisce sugli animi con la forza stessa del suo intrinseco pregio, questo idealismo è la sostanza dell’insegnamento mazziniano." (G. Gentile Origini e dottrina del fascismo, cit. p. 11).

 

La scelta politica a favore del fascismo e di Mussolini, dovuta certo al suo interesse di difendere la riforma, ma soprattutto a ragioni di carattere filosofico ed ideale, gli costò un prezzo altissimo; non solo la perdita di due fra i suoi discepoli preferiti, Lombardo Radice e Omodeo, ma soprattutto la rottura definitiva con l’amico di una vita, con il maestro, con il fratello maggiore con cui aveva condiviso dubbi, teorie, ma anche dolori e preoccupazioni. Nel 1924 dopo il delitto Matteotti e dopo l’adesione completa di Gentile al fascismo, il dissenso fra i due vecchi amici che, fino a quel momento, era stato un dissenso esclusivamente intellettuale, si arricchiva adesso di considerazioni politiche, dunque la rottura non poteva più essere rinviata o ignorata. Se la rottura ufficiosa fu attuata mediante una lettera di Croce a Gentile, lettera che Romano definisce non "fredda, ma neppure accorata, quasi che non convenisse attardarsi ancora su una vicenda che era ormai passata alla storia" (p. 282), quella ufficiale si consumò con la pubblicazione di due Manifesti contrapposti, quello degli intellettuali fascisti, redatto da Gentile e firmato da grandi intellettuali del tempo come Corradini, Pirandello, Barzini, Di Giacomo, Soffici, Malaparte, Volpe e quello degli intellettuali antifascisti redatto da Croce. L’indifferenza, forse anche fittizia, dimostrata da Croce e sottolineata da Romano, nel rompere un sodalizio quasi trentennale, ci fa anche sorgere il sospetto che nella scelta di Croce influissero oltre a dissensi politici, ufficialmente sbandierati, anche motivi personali, accuratamente nascosti, come per esempio un’umana, quanto comprensibile, gelosia verso l’allievo, il fratello minore, ormai elevato alla posizione di vero arbitro assoluto della cultura italiana.

 

Superata la crisi Matteotti, nel costituire il nuovo governo, Mussolini scelse come ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele che era il più autorevole nemico della riforma Gentile. Questi lo supplicò di ritornare sui suoi passi, ma Mussolini fu irremovibile promettendo al filosofo che avrebbe vegliato personalmente sulla riforma e che avrebbe dato al suo ispiratore un ruolo di controllore affidandogli la vice presidenza del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Perché – si domanda l’autore – Mussolini non scelse proprio Gentile come ministro della Pubblica Istruzione? Dati gli ottimi rapporti personali fra i due e la piena convinzione del duce della necessità della riforma scolastica per la formazione della futura classe dirigente italiana, Romano deduce che il motivo non poteva essere se non quello dell’antipatia che il filosofo siciliano suscitava in certi ambienti fascisti che vedevano in lui l’autore di una riforma da cui sarebbe scaturita una scuola aristocratica e non popolare, in cui, peraltro, veniva introdotto un insegnamento, quello religioso, che contraddiceva con le posizioni anticlericali del fascismo delle origini. I nemici di Gentile, all’interno del ministero e del Senato, preparavano una forte manovra di disturbo all’attuazione della "sua" riforma, malgrado l’appoggio pubblico ed entusiasta di grandi intellettuali come padre Gemelli, Bottai e Prezzolini. Sotto la spinta di coloro che chiedevano una scuola più tecnica per la modernizzazione della società italiana, il governo decise di sostituire le scuole complementari con quelle di avviamento professionale, da dove si potevano anche continuare gli studi, diede più rilievo alle scuole tecniche, rese meno severo l’esame di Stato e corresse in maniera meno umanistica la riforma.

 

L’altro monumento eretto da Gentile alla storia della cultura italiana, oltre la riforma, è senza dubbio, la pubblicazione della Grande Enciclopedia Italiana, da lui voluta e da lui realizzata, con il contributo finanziario e organizzativo dell’industriale lombardo Giovanni Treccani. L’Istituto editoriale per la pubblicazione dell’Enciclopedia fu creato il 18 febbraio 1925: "A questa Enciclopedia – dichiarava il manifesto programmatico – che dovrà essere specchio fedele e completo della cultura scientifica italiana, saranno chiamati a collaborare tutti gli studiosi d’Italia […] L’Istituto confida che nessuno vorrà negare il proprio contributo e il proprio nome a questo lavoro, che vuole essere opera nazionale superiore a tutti i partiti politici come a tutte le scuole, e potrà riuscire, per la sua complessità, la maggior prova intellettuale dell’Italia nuova" (p. 305) L’ecumenismo culturale di Gentile non fu gradito né dagli antifascisti, né dai fascisti intransigenti come Telesio Interlandi che disapprovavano che Gentile avesse chiamato a collaborare all’Enciclopedia molte firme del Manifesto sull’antifascismo. Le aperture di Gentile a studiosi apertamente contrari al regime come Calamandrei, La Malfa, ecc. si accordavano all’esigenza che egli aveva di edificare un monumento culturale italiano al disopra di ogni partito. Ciò, tuttavia, contraddiceva con il suo concetto di totalità dell’esperienza fascista. A chi gli contestava tale contraddizione rispondeva distinguendo tra tecnici e politici, cadendo così in una nuova contraddizione e riproponendo quei "distinguo" che la sua filosofia aveva da tempo eliminato. Malgrado le contraddizioni filosofiche, la posizione ecumenica di Gentile dimostrava tutta la grandezza e la buona fede dell’uomo e dello studioso che, nel disegno di edificare un grandioso monumento alla cultura nazionale, riteneva di dover applicare le sue teorie totalizzanti. Chiunque desse il suo contributo scientifico, qualunque fosse la sua personale idea politica, non poteva lavorare che per il bene dello Stato. Malgrado i rifiuti di Croce e poi anche di Einaudi e di Lombardo Radice, nonostante quest’ultimo fornisse dei piccoli contributi anonimi, Gentile poté valersi dell’apporto di grandi studiosi come Omodeo, Fermi, Spirito, Ojetti, Bontempelli, Jemolo, Codignola, Calogero, coinvolgendo poi intellettuali certamente non allineati al fascismo nelle sue attività editoriali, come Laterza, Nicolini, Luigi Russo e Prezzolini. Insistette, inoltre, perché l’Enciclopedia desse spazio alle voci sui viventi più illustri e fra questi volle che fosse annoverato, quello che era ormai il suo nemico personale e della sua filosofia, l’ex amico Benedetto Croce. Perciò la frangia più radicale del Partito contestava Gentile accusandolo di aver fatto dell’Enciclopedia un covo di oppositori al regime. Non perdette mai, tuttavia, la stima e la gratitudine di Mussolini.

 

D’altra parte accanto a coloro che accusavano Gentile di essere un liberale truccato da fascista, c’erano anche quelli che lo accusavano di filo-bolscevismo. L’accusa nacque dalla proposta fatta da uno dei suoi più cari allievi, Ugo Spirito, al convegno di studi sindacali di Ferrara nel 1932. In tale occasione questi sostenne che, data la crisi del capitalismo, il fascismo sarebbe dovuto passare alla corporazione proletaria che avrebbe determinato la fusione dell’azienda con la corporazione e della vita economica individuale con quella statale (p. 356). Sul tema sarebbe tornato lo stesso Gentile nel famoso Discorso agli italiani, pronunciato in Campidoglio il 24 giugno del 1943, un mese prima della caduta di Mussolini e in un periodo di grave crisi di consensi per il regime. In quell’occasione lanciò un ponte politico ai comunisti dichiarando che: "Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente delle more necessarie dello sviluppo di un’idea che è la correzione tempestiva dell’utopia comunista e l’affermazione più logica e perciò più vera di ciò che si può attendere dal comunismo" (p. 405). Qualche anno prima aveva ripreso gli studi su Marx confessando che nel rileggere le pagine e gli appunti risalenti alla sua gioventù aveva sentito affiorare qualcosa che non si era mai sopito in lui e che altri in seguito avrebbero potuto interpretare come una sua maturazione culturale. Un chiaro segnale di ciò che aveva voluto dire in quell’occasione si ebbe con la pubblicazione nel settembre del 1943 del suo ultimo libro Genesi e struttura della società in cui si evidenziava la sua evoluzione filosofica. In tale opera, oltre a dare un significato alla morte, proprio alla vigilia della sua fine, preannunciava una nuova era dopo la guerra che sarebbe stata caratterizzata dall’umanesimo del lavoro che avrebbe sostituito l’umanesimo della cultura, ponendo lo Stato non più al servizio del cittadino ma del lavoratore. Alla fine della sua avventura terrena, dando vita ad una radicale evoluzione del suo corporativismo, Gentile poneva al centro delle sue elucubrazioni quella parte dell’umanità "che non s’affaccia al più libero orizzonte dell’alta cultura, ma lavora alle fondamenta della cultura umana, là dove l’uomo è al contatto della natura e lavora." Si trattava di un vero e proprio capovolgimento della sua stessa concezione filosofica, alla base della sua riforma scolastica che il fascismo aveva a poco a poco scardinato.

 

L’ultimo Gentile, il Gentile comunista come lo definì Ugo Spirito, si allineava ad una concezione sociale vicina al primo fascismo, quello sansepolcrista, e all’ultimo fascismo, quello di Salò, e ad una concezione pedagogica simile a quella che aveva portato Bottai, a snaturare la riforma scolastica del 1923, fondata su basi elitarie, umanistiche e lontana anni luce dal mondo del lavoro. Che il filosofo siciliano considerasse questo suo ultimo lavoro come il compimento del suo travaglio filosofico e quasi un suo testamento spirituale, si evince da ciò che disse all’amico antifascista Manlio Rossi, regalandogli il libro: "I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il mio lavoro nella vita è finito" (p. 401).

 

Basandosi su questo, Togliatti avrebbe cercato, alla fine della guerra, tutto ciò che di Gentile era recuperabile per attirare i suoi seguaci nell’ambito della intellighenzia marxista. Spogliata dagli orpelli nazionalistici, la fede di Gentile nello Stato etico poteva essere messa al servizio del nuovo Principe, cioè del partito comunista. (P. Buchignani I fascisti rossi da Mussolini a Togliatti in "Nuova Storia Contemporanea", febbraio 1998).

 

Col passare degli anni rinunziò ad ogni critica nei confronti di un regime che continuava tuttavia a deluderlo, ma da cui ostinatamente non si allontanava. Peraltro, lasciare il fascismo avrebbe macchiato la sua immagine di intellettuale coerente e non l’avrebbe certo riavvicinato ai cari amici e compagni di studi che l’avevano abbandonato strada facendo. Si illudeva di mantenere il controllo della cultura, mediando continuamente con i gerarchi fascisti per assicurare la conservazione di quella libertà di insegnamento e di ricerca che non si accorgeva essere incompatibile con il totalitarismo, di fatto mai realizzato, con lo Stato etico da lui auspicato e con l’autoritarismo fascista. In tale contesto si collocano le sue pressioni presso Mussolini perché fossero mantenuti in servizio presso l’Università Gaetano De Sanctis e Giorgio Levi della Vida, malgrado si fossero rifiutati di prestare il giuramento al fascismo nel 1931. Non si accorgeva nemmeno, o faceva finta di non accorgersi, dei compromessi continui a cui era chiamato e che lo portarono a privarsi di preziosi collaboratori come Capitini segretario della Normale e di stimati studenti normalisti come Baglietto, colpevoli, dinanzi al regime, di essere per il loro intransigente cattolicesimo, obiettori di coscienza.

 

Ulteriori compromessi sarebbe stato costretto a fare dopo l’emanazione delle famigerate leggi razziali. Il compromesso che forse più lo rattristò fu quello costituito dal licenziamento, nel 1938, di Paul Kristeller, giovane filosofo tedesco di grande valore che Gentile aveva accolto con entusiasmo alla Normale dopo la sua fuga dalla Germania nazista. Nella lettera di licenziamento egli cercò di far trasparire tra le righe la sua accorata protesta: "Il dr. Kristeller – scriveva – […] ha servito la Scuola in modo altamente encomiabile […] studioso […] di solida preparazione filologica e filosofica e di schietto temperamento scientifico, nonché uomo di nobile e ingenuo carattere […]. La Direzione della Scuola Normale Superiore è molto dolente di dover rinunziare alla collaborazione di uno studioso di tanto valore" (p. 383). Gentile lo aiutò per il suo trasferimento negli Stati Uniti, così come avrebbe aiutato l’ebreo Rodolfo Mondolfo ad emigrare in Argentina, ma dovette rassegnarsi a compiere un atto che gli ripugnava come uomo e come studioso.

 

Lo stesso avvenne con gli studiosi ebrei Momigliano e Fubini; Gentile pensò di raggiungere una mediazione con il ministro Bottai, pubblicando i loro preziosi lavori anonimi e firmati da altri: Fubini non accettò e nella lettera con cui rifiutava il compromesso inflisse a Gentile forse il più doloroso schiaffo morale della sua vita: "Sarebbe per me cagione di vivo dolore il sapere che tra coloro i quali mi hanno posto quell’alternativa e al mio rifiuto si sono disposti a rinunziare all’opera mia, vi è Lei, a cui, come non pochi della mia generazione, sono debitore di tanta parte della mia cultura? Non posso però credere che Ella voglia contribuire, andando al di là dei divieti legali, o, almeno precorrendoli, alla nostra esclusione dalla cultura nazionale ed accrescere in tal modo l’isolamento a cui siamo costretti" (p. 385).

 

Romano spiega la passività di Gentile di fronte a comportamenti che erano incompatibili con la sua filosofia e con la libertà di ricerca e d’insegnamento per le quali si era sempre strenuamente battuto, con la necessità di mantenere fede alla scelta politica che aveva fatto nel 1923: "Come personaggio pubblico, coinvolto da vent’anni in tutta la politica culturale del regime, era ormai prigioniero della propria "coerenza"; come uomo era legato a Mussolini da quella testarda lealtà che era componente insopprimibile del suo carattere" (p. 387).

 

Ebbe un soprassalto di dignità nell’ottobre del 1940, quando, al Congresso Nazioale di Filosofia, criticò apertamente l’imposizione da parte del regime della tessera del partito anche a coloro che non erano fascisti. Giudicò tale imposizione una pratica ipocrita che ricreava quei distinguo nei confronti dei quali la sua filosofia si era battuta ritenendoli la causa della decadenza italiana, il distinguere tra il dire e il fare tra pensiero ed azione. Le sue accese parole, in quell’occasione, si spinsero fino ad approvare pubblicamente chi rifiutava con coraggio la tessera, scegliendo la coerenza e l’onestà intellettuale .

 

Il suo voler mettere la salvaguardia della cultura e dell’educazione nazionale al di sopra di tutto, gli costò una tremenda umiliazione: Badoglio, asceso al potere, scelse come ministro della P.I. Leonardo Severi, ex allievo di Gentile. Questi, desideroso di continuare la sua collaborazione col nuovo governo, in virtù di quei principi di solidarietà nazionale che aveva sollecitato nel suo discorso del 24 giugno precedente, inviò al neo ministro alcune lettere sui problemi culturali nazionali. Severi gli rispose pubblicamente in toni molto duri, per mettere in chiaro che non avrebbe mai potuto accettare la collaborazione di chi si era messo al servizio della tirannide. Gentile rispose, anch’egli pubblicamente, giustificando gli approcci fatti al ministro, non solo con il desiderio di continuare a lavorare per la causa comune dello sviluppo della cultura italiana, ma anche con la devozione che Severi gli aveva pubblicamente tributato fino a poco tempo prima. Quanto al suo servilismo nei confronti del fascismo, ricordò la sua più importante opera culturale, l’Enciclopedia, a cui avevano potuto collaborare gli studiosi più competenti senza alcuna discriminazione politica. Quindi si dimise da ogni incarico affidatogli dal regime, conscio di essere, da quel momento in poi, bersaglio sia degli antifascisti, sia degli stessi fascisti per il suo tentativo di collaborare col governo Badoglio. Bisogna riconoscere che la posizione di Gentile in questa occasione non risulta molto chiara; francamente è difficile capire quali fossero le reali intenzioni del suo approccio col nuovo governo. Fu veramente l’amore per la cultura a portarlo ad agire in una maniera che parve sleale a molti o fu un tentativo di mantenere il controllo del mondo culturale nazionale? In ogni caso egli si redense mettendosi nuovamente al servizio di Mussolini, quando ormai era inequivocabile l’avvicinarsi della sua fine, fine che avrebbe di certo travolto tutti i suoi seguaci della prima e dell’ultima ora.

 

Sebbene avesse declinato l’invito del ministro Biggini a collaborare con il governo di Salò, si recò in visita da Mussolini, nel suo estremo rifugio sul lago di Garda, nel novembre del 1943. Fu un colloquio molto commovente in cui Mussolini gli esternò le sue sofferenze, la sua solitudine e il dramma personale costituito dall’arresto di Ciano. Dall’ultimo colloquio tra i due più grandi protagonisti del ventennio, Gentile uscì dichiarando che l’Italia si sarebbe salvata solo con il duce o si sarebbe perduta per secoli e accettando la nomina a presidente dell’Accademia d’Italia, ritenendo il rifiuto "una suprema vigliaccheria". L’accettazione dell’incarico fu certamente dovuta al suo senso della Patria, alla fedeltà alla scelta politica fatta nel ’23 e a Mussolini, nei confronti del quale la stima e l’ammirazione non vennero mai meno, ma secondo Romano fu dovuta anche alla necessità di lavare l’onta procuratagli dalla lettera di Severi che lo aveva fatto apparire, sia agli occhi dei fascisti che a quelli degli antifascisti, un voltagabbana. Egli voleva dimostrare, accettando una nomina scomoda ed estremamente pericolosa, che le sue scelte erano state realmente ispirate dall’ideale e non da squallidi calcoli personali.

 

Negli ultimi mesi della sua esistenza si dedicò alla Nuova Antologia chiedendo espressamente al governo la collaborazione anche di elementi non fascisti, con lo scopo di fare della lingua letteraria un elemento di unità nazionale proprio quando il Paese era profondamente diviso.

 

Deprecò con tutte le sue forze le violenze perpetrate a Firenze dalla banda fascista Carità e ne denunciò gli eccessi allo stesso Mussolini, aiutando in ogni modo una delle sue vittime, l’intellettuale comunista Braibanti.

 

I suoi interventi pubblici miravano ad invitare gli italiani alla concordia e perciò apparvero ai partigiani come un vero e proprio modo di puntellare il regime. Di ciò lo denunciò pubblicamente il comunista Concetto Marchesi sul giornale clandestino La Lotta, con un articolo che, ripubblicato nel marzo del 1944 su un altro giornale clandestino, veniva arricchito di una chiosa scritta da Girolamo Li Causi: "Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE" (p. 424). Il 15 aprile la sentenza fu eseguita da uno studente comunista, Bruno Fanciullacci, a sua volta ucciso tre mesi dopo. Quest’ultimo episodio, il fatto che le onoranze tributate dal regime al filosofo siciliano fossero tiepide, che non ci furono rappresaglie da parte dei fascisti e che il Partito d’Azione fiorentino condannasse l’omicidio, atto arbitrario del PCI, sostenendo che Gentile non meritava tale fine perché si era sempre adoperato per aiutare gli antifascisti e il suo insegnamento non era contrario alla libertà, fecero nascere la voce, che divenne man mano sempre più insistente, che gli autori del vile assassinio fossero stati i componenti della banda Carità, contro cui Gentile, proprio nei giorni successivi, avrebbe richiesto a Mussolini provvedimenti particolarmente severi. La voce appare inconsistente, data la confessione di Fanciullacci e l’articolo di Togliatti pubblicato su L’Unità in cui si parlava del filosofo ucciso come di una "canaglia", di un "traditore volgarissimo", di un "bandito politico", di un "camorrista" di un "corruttore della vita intellettuale italiana". In tal modo, gettando discredito sulla cultura idealista, Togliatti preparava la strada all’egemonia marxista della cultura italiana del dopoguerra.