Due lettere di Davide Albertario al Provinciale dei Frati Minori Cappuccini di Milano di Francesco Di Ciaccia

Don Davide Albertario nacque il 16 febbraio 1846 a Cascine Nuove di Filighera, in territorio pavese. Fu fautore del cattolicesimo "integralista" – che si potrebbe definire "reazionario" – facente capo a "L’Osservatorio cattolico" di Milano, da lui stesso fondato.

 

Riguardo alla concezione sociale, al contrario, ebbe una visione molto avanzata, rispetto alle posizioni di molti settori del cattolicesimo italiano. Già nel 1869, al tempo della sua ordinazione sacerdotale, maturò il convincimento della necessità di una dottrina sociale cattolica, innovativa e agguerrita, che contrastasse il socialismo materialista che, del resto, aveva già conquistato vaste masse di lavoratori. In questa direzione operò, con maggiore decisione e forse in modo audace, dopo la Rerum novarum (1891) di Leone XIII, tanto che sembrò collimare con le rivendicazioni socialiste, benché egli tenesse decisamente a dichiararsi alieno dai movimenti politici del socialismo laico: "Non siamo socialisti, ma riconosciamo che nel sistema liberale i socialisti devono essere rispettati"(1).

 

Per le conseguenze che ne derivarono, il culmine della sua battaglia in campo sociale è collocabile nel maggio del 1898. Agli inizi del mese, appoggiando le rimostranze di contadini della Brianza aveva sostenuto, di fatto, anche se esprimendosi sul piano dei principi teorici, l’identificazione tra movimento cattolico ed emancipazione delle plebi rurali(2). Nello stesso mese, si registrò la famosa repressione delle agitazioni degli operai a Milano, condotta con i "cannoni" da parte del generale Bava Beccaris. Caso volle – ma è solo un rilievo aneddotico – che fu colpita anche la cancellata esterna del convento dei frati minori cappuccini di Viale Piave, in Monforte: quel convento che attiene alle lettere di Davide Albertario, riprodotte in questo mio articolo. Il 24 maggio 1898 don Davide Albertario fu incarcerato insieme con molti esponenti socialisti, tra cui Filippo Turati; quindi, processato dal tribunale militare, fu condannato a tre anni di carcere: tra gli altri capi d’accusa, la collusione col sovversivismo anarchico e socialista e la proclamazione dell’odio di classe.

 

In realtà, il procedimento poliziesco – nei confronti anche dell’"Osservatore romano" e dei comitati organizzati da Albertario – e giudiziario contro l’Albertario stesso si spiega compiutamente in base ad altre ragioni. Si tenga presente che le imputazioni, a suo carico, più specifiche e puntualizzate erano circa il vagheggiamento della sovranità temporale del papa e l’oltraggio allo Stato italiano.

 

In effetti, la sua battaglia fu radicale proprio nel condannare la cultura moderna e liberale sotto ogni aspetto e in ogni campo: filosofico, teologico, ideologico, politico, pedagogico, sociale. "Odiare […]; odiare cordialmente, […] odiare come in cielo si odia il peccato, odiare tanto che l’odio al liberalismo sia uguale all’amore, alla fede e a Dio", disse al Congresso cattolico di Bologna nel 1877, in un’ottica teologica.

 

In prospettiva politica, tale posizione "intransigente", nemica dichiarata della "modernità", mirava a fondare la società intera sui valori morali e religiosi esclusivamente cristiani; a tal fine, a influire nelle amministrazioni pubbliche; a formare un corpo politico su cui il papa potesse contare fino "alla conquista del potere"(3). In effetti, il movimento di Davide Albertario si proponeva il ripristino del potere temporale del papato.

 

L’orientamento, che ebbe l’"incondizionato appoggio di Roma", "guadagnò la maggior parte del clero e dei militanti cattolici italiani"(4); in particolare, a Milano, il cardinale Carlo Andrea Ferrari, arcivescovo dal 1894, mostrò "una netta concordanza di vedute con le idee di Albertario", verso cui fu accusato di eccessiva condiscendenza(5). Sta di fatto che, tra le fila cattoliche, l’Albertario era il solo che fosse capace, segnatamente a Milano, "di muovere cospicue masse di elettori"(6).

 

Proprio a causa del suo ascendente su larghe fasce della popolazione cattolica, i nemici di don Davide Albertario furono, più che i laicisti – ma in convergenza con questi – proprio alcuni esponenti del mondo cattolico e anche del clero: di quel settore del clero che sosteneva, anch’esso con molta determinazione, la necessità di accogliere quanto di positivo fosse offerto dal pensiero "moderno" della civiltà europea, nata dall’Illuminismo e sviluppatasi attraverso gli apporti del Positivismo (in epistemologia, in sociologia, in scienze biologiche, storiche, esegetiche, ecc.).

 

Si ritiene fondatamente che, dietro le quinte dell’azione poliziesca contro l’Albertario e i suoi comitati – che del resto si tenevano anche nelle chiese – ci fosse la longa manus dei "conciliatoristi"(7), i quali temevano che il di-sprezzo gettato sulle autorità civili dagli "intransigenti" fomentasse l’ostilità della società laica contro il cattolicesimo in generale.

 

In effetti, nell’area cattolica si contrapponeva ad Albertario la corrente "conciliatorista" o "transigente". A livello ideologico, essa accoglieva alcuni valori della cultura moderna, auspicando, anzi, lo svecchiamento del cattolicesimo da schemi ritenuti superati. A livello politico, considerava il "Non expedit" vaticano "un’irrazionale protesta"(8) e, sostenendo l’autonomia del laicato cattolico, distingueva tra la sfera politica e la sfera religiosa, stabilendo, solo per quest’ultima, la necessità di direttive gerarchiche. Per l’Albertario, che, invece, rifiutava tale dissociazione, il "Non expedit" era vincolante; e l’imperativa "preparazione" alla conquista del "potere" doveva compiersi "nell’astensione" dal voto politico(9). Circa la libertà della Chiesa, la corrente "conciliatorista" la intendeva in un quadro di autonomia nei confronti dello Stato, nel rispetto reciproco: per cui sarebbe bastato, per il papato, uno Stato "miniatura" (poi di fatto istituito nel 1929!). La prospettiva cozzava frontalmente con la linea di Albertario.

 

La polemica fu aspra e forte. Il clima, rovente. Tra gli storici c’è chi ha parlato di intemperanza degli "integralisti", che giunsero "ad accusare di spirito liberale uomini degnissimi, come il Bonomelli, lo Scalabrini, l’abate Antonio Stoppani […]; ciò diede occasione di oscurare gli intenti battaglieri di Don Albertario", e creò "un clima d’inevitabili dissapori"(10).

 

Nel 1881, don Davide Albertario fu accusato di fornicazione, che egli avrebbe compiuta nel paese di Viadana. Per di più, avvenne che il parroco del luogo, segnalato da Albertario, a sua volta, come autore del "peccato", si suicidò(11). Il caso diede luogo a processo giudiziario. Poi, nel maggio del 1882, fu accusato di aver infranto il digiuno eucaristico. In questa vicenda, pesava la testimonianza di un ragguardevole signor conte: costui, passando davanti ad un bar di via Torino, a Milano, avrebbe notato, per avventura, don Albertario trangugiare "avidamente" un caffè cappuccino, esattamente poco prima che costui celebrasse la messa delle ore 9, in Santa Maria Segreta. Il conte sentì il dovere di riferirlo alla Curia episcopale(12), e la degustazione finì in tribunale ecclesiastico.

 

In realtà, lo scalpore per quest’ultima vicenda, in particolare, traeva motivo dalle posizioni ideologiche del soggetto. Sta di fatto che l’Albertario, scrivendo al solidale vescovo di Vigevano, Pietro Giuseppe Gaudenzi, parlò di "menzogne" a proprio carico lanciate da Bonomelli. Lo scontro toccò il culmine nel 1897, quando, in agosto, Bonomelli proibì nella sua diocesi di Cremona le adunanze di laici nelle chiese, osteggiando i comitati promossi da Albertario. Costui reagì con durezza, dando l’impressione di prevaricare contro l’autorità episcopale.

 

Ma la staffilata, che diede motivo alle lettere in oggetto, fu inferta da Giuseppe Grabinski con la Storia documentata del giornale "L’Osservatore cattolico" di Milano, edito nel 1887 a Milano dalla Tipografia A. Lombardi. Si tratta di un libro voluminoso, chiamato "libello" dall’Albertario per il taglio, certamente, da pamphlet. L’autore, nella Premessa, vergata il 10 maggio 1887, tacciò di "spirito infernale" il giornale di Albertario, e in Albertario stesso vedeva "nequizia" e "profondo disprezzo per la gerarchia ecclesiastica". Poi, oltre all’ampia narrazione delle succitate "infrazioni", l’autore sviluppò l’impianto denigratorio con serrate sequenze accusatorie: Albertario aveva "coperto di lurido fango […] con abbominevoli calunnie" il vescovo di Cremona; aveva attaccato direttamente la suprema autorità della Chiesa; aveva ingannato i vescovi o prevaricato contro di loro. Basti il titolo di un paragrafo del cap. XIII: "Albertario che nuota in un brago di diffamazione e di ricatti".

 

L’anno successivo, il medesimo Giuseppe Grabinski rintuzzò le controaccuse di Davide Albertario e scrisse la Risposta alle accuse mosse dai difensori dell’"Osservatore cattolico" di Milano contro la storia documentata di quel giornale, opera edita a Firenze per i tipi di U. Cellini.

 

 

 

Corrispondenza

 

[1r] [D’altra mano: D. Albertario 1887]

 

Al R.mo Padre Provinciale dei RR. PP. Cappuccini / a Porta Venezia / Milano

 

In codesto convento si è esibito e dona/to un libretto tessuto di calunnie e / di villanie innominabili a sacerdoti; / l’oltraggio al mio lavoro e alla mia / persona, consistente in tale fatto, mi / ha costretto a rivolgermi a chi di dovere / perché provvedesse a impedire si / rinnovasse. Graziosamente mi fu / risposto che reclamassi presso Vostra / Paternità R.ma, la quale, dice la risposta, / sono ben certo piglierà tutto l’impegno / che merita il fatto perché alla S. P. M. R. / sia data la dovuta soddisfazione e cessi / ogni indegnità.

 

Eccomi dunque a pregarla / vivamente sul proposito; anch’io / [1v] nutro speranza che vorrà prendere un / opportuno provvedimento e rendermene / consapevole; io ho sempre amato i / PP. Cappuccini, e non ebbi mai nulla / contro di loro, e sarebbemi di grande / afflizione se mi vedessi obbligato / dal silenzio di Vostra Paternità R.ma / a difendermi coi mezzi che saranno / convenienti contro un iniquo atten/tato all’onor mio e del mio lavoro, / consumato in codesta Casa.

 

Col più profondo augurio mi professo di V. P. R.ma

 

Milano 12 settembre 87

 

Devotissimo servo

 

S.te Davide Albertario

 

 

 

[Minuta di lettera di risposta]

 

M. R. Signore,

 

appena ricevuta la Sua preghiera di ieri, / la quale mi tornò di dolorosa sorpresa, feci subito le necessarie / indagini [per sapere se in Casa](13) presso dei nostri / Religiosi trovavasi deposito del libro di cui nella Sua, / e posso assicurarLa che non ve ne sono, e che dei nostri / neppure ha dato in [dato](14) dono il libro né a sacerdoti né a secolari(15).

 

Sarà mia premura prendere tutto l’impegno che / merita il caso, perché Ella non abbia a deplorare che dai / nostri Le sia dato dispiacere alcuno(16).

 

Tanto in risposta alla Sua sullodata e per sua norma / e quindi(17). Con la massima considerazione mi prefissai / come stesse il fatto V. S. M. R. deplorato e posso / assicurarLa che del libro da Lei indicato non vi è / alcun deposito in convento. Ma ad ogni modo io presi / le debite misure perché la troppo giusta sua domanda / abbia ad avere il primo suo effetto.

 

Riconoscente ai sentimenti di affezione che la V. S. / M. R. nutre verso l’Ordine nostro con la massima / considerazione mi professo / di V. S. M. R.

 

Dev.mo Servitore

 

Dal Convento lì 14 settembre 87

 

 

 

[1r] [D’altra mano: 1887]

 

R.mo Padre,

 

La sua del 14 in risposta alla mia del 12 mi / ha fatto piacere, perché mi assicura che nel / convento del S. Cuore non esiste alcun deposito / del libello contesto di calunnie del quale Le / ho parlato, e che Ella ha preso le debite misure / perché abbia effetto la mia domanda.

 

Di ciò ringrazio vivamente la Paternità / Vostra; aggiungo che il libello in questione / fu donato da uno dei Padri di codesta (?)/ta Casa ad un prete pavese, D. Ambrogio Piroli, / il quale scandalizzato ne parlò al Prevosto / di Corteolona e a me personalmente, e così / venne divulgatasi notizia di un atto che / non reca vantaggio al convento.

 

Io ne scrissi al R.mo P. Generale a Roma, / il quale cortesemente mi rispose di rivolgermi / a Lei, come feci. Fiducioso nella di lei equità / e rettitudine non darò pubblicità alla cosa, / e ritengo che non si ripeterà. Ho compassio/nato Fra Gaudenzio in Tribunale, ma Ella ben /[1v] vede che non dovrei tacere di fronte a / chi divulga il libello, nel quale mi si / provoca a difendermi di accuse vagliate / in tribunali competenti e solute con / piena ricognizione dell’innocenza mia, / e si ripetano in degnissime personalità.

 

Ripeto le espressioni del mio / costante affetto all’Ordine tanto benemerito / dei Cappuccini, e disposto ai di Lei coman/di, mi professo di V. P. R.ma

 

Milano 14 settembre 87

 

Dev.mo servo

 

S.te Davide Albertario

 

NOTE

 

(1) Le persecuzioni contro i socialisti, "L’Osservatore cattolico", 11-12 gennaio 1897; cfr. Il governo e i socialisti, "Osservatore cattolico", 12-13 gennaio 1987.

 

(2) Pane e sangue, "L’Osservatore cattolico", 4-5 maggio 1898.

 

(3) L’azione politica dei cattolici, " L’Osservatore cattolico ", 17-18 marzo 1896. Articolo attribuito a Filippo Meda, alter ego laico di Albertario.

 

(4) Rudolf Lill, Le controversie all’interno del cattolicesimo alla luce del liberalismo, cap. XLI, Storia della Chiesa, diretta da Hubert Jedin, vol. VIII/2, Liberalismo e Integralismo, Milano 1971, p. 445.

 

(5) Alfredo Canavero, Milano e la crisi di fine secolo (1896-1900), Milano 1976, pp. 37 e 65.

 

(6) Alfredo Canavero, op. cit., p. 95. In particolare, in vista delle elezioni politiche del 1897.

 

(7) Ornella Pellegrino Confessore, Conservatorismo politico e riformismo religioso. La "Rassegna Nazionale" dal 1898 al 1909, Bologna 1971, pp.129 ss.

 

(8) Alfredo Canavero, op. cit., p. 69.

 

(9) Preparazione nell’astensione, "L’Osservatore cattolico", 1-2 marzo 1897 e 26-27 marzo 1897; L’astensione, "L’Osservatore cattolico", 21-22 maggio 1900, L’astensione dei cattolici. Ragione e significato, "L’Osservatore cattolico", 26-27 maggio 1900.

 

(10) Agostino Saba, Storia della Chiesa, tomo III, vol. II, Torino 1943, p. 793.

 

(11) Giuseppe Grabinki, Storia documentata del giornale "L’Osservatore cattolico" di Milano, Milano 1887, pp. 47 ss.

 

(12) Giuseppe Grabinki, op. cit., p. 135.

 

(13) Frase cancellata.

 

(14) Parola cancellata.

 

(15) Segue parola cancellata, illeggibile.

 

(16) Parole cancellate, illeggibili, e sostituite da quelle riportate.

 

(17) Il testo riportato, dalla parola "indagini" fin qui, è depennato con righe verticali.