Recensioni

F.A. GIUNTA, Licenza di vivere. Uno spaccato di vita, Foggia, Bastogi, 2005, pp. 203.

Licenza di vivere è la ristampa - rivista e ampliata - di un volume apparso nel 1988, Notizie da Via Daniele, presto esaurito.

Bene sintetizza l’attuale titolo del libro - nella sua valenza metaforica - l’ansia e il "fuoco" esistenziali che hanno posseduto il suo protagonista, che è anche l’autore, Francesco Alberto Giunta.

Siciliano di nascita, il nostro narratore, dopo aver conseguito la laurea all’Università di Catania e, soprattutto, dopo lo choc della seconda guerra mondiale, matura, sempre più incontenibile, il desiderio di salpare da Via Daniele, dal focolare domestico d’origine, per solcare le strade - pericolose ma anche emozionanti - del mondo.

Giunta, nato nel 1925, in questo libro narra proprio la sua avventurosa gioventù negli anni quaranta, a partire dagli studi solitari, dall’ "onta di essere stati sconfitti e non vinti" dagli Alleati, dall’amore per il suo paese natio, Paternò, Civitas fertilissima, al nascente amore per la poesia dell’universo…

Gli accadimenti personali, familiari e sociali di Alberto si mescolano e si sciolgono nelle più generali e complesse vicende storiche coeve, puntualmente richiamate a cornice delle memorie dell’autore.

Come molti suoi familiari e compaesani, il protagonista, a diciotto anni, rischiò più volte la vita sotto i bombardamenti della campagna di guerra. Restò ferito. Risanò. Mentre il suo sogno di fuga - tipicamente giovanile - s’ingigantiva sempre di più.

Il suo pensiero sugli esiti bellici è riassunto in frasi di questo tenore: "I popoli soggiogati furono sì strappati alle dittature e restituiti alla libertà dei vincitori (tra questi le armate del dittatore Stalin!) i quali però, sotto l’etichetta di liberatori, imposero dure ed esose condizioni di armistizio, che quasi soffocarono le ansiose speranze dei vinti nei quali si faceva largo una cocente delusione, amara e balorda".

Alberto ricorda anche gli amori e ("la deliziosa fanciulla di nome Eugenia" e Fiorenza, "la ballerina di fila"), gli amici (con cui si riuniva alla Corda Frates), le tante e disordinate letture…

Poi, con un "arrivederci", si congeda da Via Daniele, con un "chiodo fisso nel cervello: come lasciare Catania… per conoscere il mondo e vedere "visi nuovi e vie nuove"".

La decisione fu quella di trasferirsi in Belgio, a studiare presso l’Università Cattolica di Lovanio (dopo aver ottenuto "dalla Suprema Congregazione S. Uffici la dispensa di leggere libri proibiti ed effemeridi").

L’entusiasmo del giovane farà anche i conti con le difficoltà dell’indipendenza economica: Alberto non si sottrarrà alle umili ma assai formative esperienze lavorative, visiterà Parigi, il Regno Unito, i Paesi Bassi, subirà un intervento chirurgico per ernia lontano dai suoi, pubblicherà il suo primo saggio intorno alla storia della Sicilia su una rivista universitaria ("Escholier de Louvain")…

Fino al conseguimento della Licence (anche di vivere, appunto, come si diceva) e il rientro nell’antica Katàna, in Sicilia.

In appendice, l’autore conclude l’appassionata rievocazione della sua avventurosa "educazione sentimentale" con le note di un suo viaggio d’amarcord avvenuto cinquant’anni dopo, stavolta nelle vesti di conferenziere a un congresso di linguistica.

Dopo tante "incursioni" nel mondo, oggi Giunta risiede a Roma, impegnato in attività letterarie e giornalistiche, ancora col desiderio ardente di vivere e trasmettere emozioni e passioni.

Salvatore Mugno

 

 

 

C. PIRRERA, Epilogo per Paolo il caldo, Messina, Intilla, 2002, pp.133.

Nel 1954, all’età di quarantasette anni, Vitaliano Brancati, una delle colonne portanti della letteratura siciliana e nazionale del Novecento, si ricovera in una clinica di Torino per un intervento chirurgico che lo condurrà alla morte. Fino alla vigilia dell’ingresso in ospedale aveva lavorato al romanzo Paolo il caldo, libro ritenuto, da molti critici, "il suo più tormentato e complesso".

Lo scrittore di Pachino, forse presago della morte imminente, decide di licenziare il testo incompiuto, aggiungendovi una nota in cui sintetizza il finale che avrebbe voluto dare alla sua ultima opera.

Carmelo Pirrera – poeta e narratore nisseno, attivo da un quarantennio sulla scena letteraria, soprattutto siciliana – con questo suo romanzo, Epilogo per Paolo il caldo, ha voluto tendere la mano all’illustre e sfortunato "predecessore", in un gesto di pietà per i suoi personaggi ma anche di simbolico continuum storico tra confrères.

Brancati avrebbe voluto aggiungere ancora qualche pagina al suo romanzo rimasto tronco. Due giorni prima di morire, detta: "Si può anche pubblicare il mio ultimo romanzo Paolo il caldo avvertendo il lettore che mancano ancora due capitoli, nei quali si sarebbe raccontato che la moglie non tornava (più) da Paolo ed egli, in successivi accessi di fantastica gelosia, si aggrovigliava sempre di più in se stesso a sentire l’ala della stupidità sfiorargli il cervello".

L’ultimo romanzo di Brancati non è, a nostro avviso, tra i suoi lavori più interessanti; spesso appare prolisso, contorto, privo di mordente. Comprendiamo, tuttavia, la "tentazione" e il tentativo – riuscito, nell’insieme – di Pirrera di dare un seguito e una conclusione alle pagine del grande e, ancora oggi, amatissimo scrittore siciliano.

Pirrera è certamente un abile narratore - come testimoniano anche le sue numerose sillogi di racconti (tra le quali ricordiamo Ipotesi sul caso Majorana, 1982, e Il colonnello non vuole morire, 1985) - e si destreggia molto efficacemente nel suo Epilogo.

Egli riparte dal punto esatto in cui Brancati si congeda, prendendo il testimone della penna ma senza imprigionarsi in un "copione" che, peraltro, era stato appena accennato in punto di morte.

Pirrera dà, in effetti, una sua autonomia e un suo stile al proprio testo, richiamando una Catania e una Sicilia più vicine ai nostri giorni, con allusioni o riferimenti, spesso sapidi e ironici, ad autori e ambienti reali, con sicura eleganza di linguaggio e con costante finezza descrittiva e introspettiva.

Sono pagine belle, interessanti, spesso intrise di commovente tenerezza, che, a loro modo, conferiscono una assai degna "conclusione" al brancatiano romanzo incompiuto: Paolo giunge all’approdo "ragionato" dell’inutilità e dell’infelicità della vita e la sua stupidità tracima, finalmente, nella follia di aggredire con le forbici la portinaia e la donna delle pulizie credute, nel suo delirio, l’atteso scassinatore dell’appartamento in cui si rintanava.

Salvatore Mugno

 

 

R. AMBROSINI, R.L. Stevenson, la poetica del romanzo, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 465

Penetrare nella complessità della produzione saggistica e narrativa di R.L. Stevenson per rintracciare un unico progetto artistico è impresa ardua e di difficile realizzazione; Richard Ambrosini è riuscito felicemente nell'intento, volgendo la sua attenzione a quei fenomeni culturali che a fine Ottocento cambiarono il rapporto romanziere-lettore e, creando un circolo ermeneutico che studia tutti gli scritti stevensoniani con rigore critico, li pone in correlazione tra di loro. Sulla scia del suo precedente studio su Conrad, Conrad's Fiction as Critical Discourse, (Cambridge University Press,1991), volto a individuare quella dimensione metanarrativa delle opere conradiane di fine Ottocento, Ambrosini è riuscito con la sua monografia R. L. Stevenson: la poetica del romanzo, a individuare "i meccanismi operanti nella fiction stevensoniana per creare un piacere della lettura entro la cornice storico-letteraria della transizione dai Grandi Vittoriani al romanzo novecentesco" (pp.14-15). Divenuto popolare grazie a saggi e a libri di viaggi caratterizzati da eleganza espositiva, Stevenson decise, in un secondo momento, di dedicarsi al romanzo e nell'attuare questa scelta riformulò la sua poetica, liberandola dai vincoli che la prosa artistica vittoriana imponeva. Questa svolta suscitò accese polemiche tra scrittori e critici letterari dell'Ottocento intorno alla figura di Stevenson; Ambrosini si propone di riscattare il romanziere dall'accusa di avere venduto la sua arte con romanzi di facile fruizione per un pubblico di massa, piegandosi così alle leggi del mercato, e nel contempo si propone anche di fare emergere la continuità tra una prima produzione stevensoniana, imperniata sulla prosa saggistica, e una seconda, basata sulla produzione narrativa e caratterizzata da una ricerca di libertà d'espressione.

Già dai primi saggi di Stevenson, Roads, A Lodging for the Night, Victor Hugo's Romances, e dalle lettere scritte da Stevenson e indirizzate al cugino Bob, a Henry James, a Sidney Colvin, emerge, a detta di Ambrosini, un duplice orientamento del pensiero stevensoniano: da un lato la costante ricerca di forme e stilemi per una rappresentazione letteraria "alta", dall'altro l'esigenza di instaurare un rapporto più diretto con il pubblico.

E questa impressione è confermata dalla seconda produzione saggistica del romanziere, quella scritta in difesa dei principi costitutivi del romance: A Gossip on Romance, A Humble Remonstrance, A Note on Realism, e dai saggi composti per Scribner's Magazine. In essi Ambrosini individua la chiave del progetto artistico stevensoniano: creare una produzione letteraria che susciti il piacere del lettore e rispecchi modelli archetipici. L'indagine di Ambrosini focalizza non soltanto le tappe del lungo ed articolato percorso che porta Stevenson ad adottare e rivendicare una teoria letteraria che lo spinge a dedicarsi alla fiction, ma identifica, inoltre, in tale teoria, il presupposto per utilizzare un registro liguistico adeguato alla trattazione di argomenti semplici, libero dalle convenzioni stereotipate nell'epoca Vittoriana. Nell'ambito di questa teoria, Ambrosini colloca le finalità cui deve mirare, secondo Stevenson, il romanziere: omettere dalla narrazione dettagli superflui che possano distogliere dall'"essential interest of the situation" e creare scene attraverso le quali il lettore riesca a collocarsi nella storia e a vivere l'avventura attraverso un personaggio, illudendosi di partecipare alle varie fasi della vicenda narrativa. E' evidente, dunque, che il romanziere fosse consapevole dell'impossibilità di racchiudere la realtà, ricca di sfaccettature, in un romanzo psicologico-realista; posizione, questa, che differisce da quella assunta da H. James in merito alla diatriba, allora in corso tra gli scrittori inglesi, sul realismo d'importazione francese. Nell'analizzare la copiosa produzione saggistica di Stevenson, Ambrosini si dedica soprattutto a far risaltare la continuità del pensiero stevensoniano: in molti saggi vengono infatti enunciate le teorie che avrebbero condotto alla creazione di Treasure Island e agli altri romanzi. Anche quelli che, forse ancora oggi, ad una lettura superficiale sono considerati i tipici espedienti della letteratura di genere (romanzo d'avventura, horror), emergono, grazie allo studio di Ambrosini, per quello che realmente erano: precise tecniche e strategie narrative che Stevenson aveva assunto come principi teorici fin dall'inizio della sua carriera e che aveva diffusamente elaborato ed enunciato nella sua produzione saggistica ed epistolare. Sia l’adozione di queste tecniche, sia l’approdo alla letteratura popolare, lungi dal rappresentare un tradimento dei principi artistici di Stevenson, sono in realtà l'applicazione di teorie che l’autore aveva più volte riformulato nei suoi saggi. Stevenson, in sostanza, finì coll’adottare consapevolmente, per la sua letteratura popolare, e dopo averlo a lungo cercato, uno stile fatto di convenzioni e meccanismi tipici del prodotto di massa per raggiungere quel "piacere della lettura" che era diventato il suo obiettivo da sempre fin da quando, bambino, ascoltava i racconti della sua governante o scriveva le sue prime storie. Treasure Island, ancora visto solo come uno dei più famosi romanzi d'avventura per ragazzi, è in realtà la storia della fascinazione del male e della lotta contro di essa, tema che ritornerà, ad ulteriore dimostrazione della continuità presente in tutta la produzione letteraria di Stevenson, nell'altro capolavoro The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde. In esso, però, accanto al tema della seduzione del male, troviamo anche il tema del doppio, un altro motivo dominante dell'opera di Stevenson, di cui Ambrosini ricostruisce la genesi. Stevenson, infatti, affrontò il concetto del doppio sotto diversi aspetti e potremmo definire avvincente il modo in cui Ambrosini ci porta a riconoscere la presenza di questo tema in tre romanzi. Dopo aver portato alla luce con il Dr. Jekyll la condizione di uomo sdoppiato nella classica contrapposizione tra bene e male, Stevenson affronta, in Kidnapped la condizione di un'altra entità sdoppiata, il suo paese, la Scozia, percorso da profonde divisioni religiose e culturali per poi arrivare a produrre, con The Master of Ballantrae: A Winter's, una perfetta sintesi tra il tema del doppio, la scissione dell'identità scozzese e la fascinazione del male. La parte dedicata a quest'opera si segnala, tra le altre cose, per il modo in cui Ambrosini aiuta ancora una volta il lettore a scorgere, nell'opera della maturità stevensoniana, i temi e i motivi dei romanzi precedenti e nello stesso tempo un'anticipazione di quelli che saranno presenti nelle opere dell'ultimo periodo della sua vita. I capitoli che Ambrosini dedica agli ultimi anni di Stevenson sono forse tra i più interessanti di tutta l'opera: dall'esperienza nei Mari del Sud nacquero delle riflessioni originali sullo scontro tra culture diverse nel Pacifico, espresse soprattutto nei racconti The Wrecker, The Beach of Falesà e The Ebb- Tide. Ancora una volta Ambrosini scorge una continuità nella scrittura stevensoniana, non certo quell'improvvisa maturazione che molti critici, tra cui Vanessa Smith, Rod Edmond e Neil Rennie, hanno voluto vedere nelle sue ultime opere. Il romanziere si sofferma soprattutto sulla ricerca di strumenti adeguati ad una rappresentazione del Pacifico e così facendo scopre un modo nuovo di rappresentare la realtà dando il massimo risalto ai popoli indigeni polinesiani per raffigurare un quadro ben diverso da quello esotico e distorto mostrato dagli scrittori europei. Ambrosini ricorda che Stevenson fu il primo scrittore europeo a guardare nel lato oscuro dell'uomo bianco, superiore e civilizzato; un lato oscuro che era già stato portato alla luce con The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e quindi, per fare solo un esempio, il realismo di The Beach of Falesà non rappresenta una svolta nè tantomeno una scoperta di nuovi temi e stili, ma una rivisitazione di motivi già trattati in forme diverse. E a ulteriore riprova di quanto abbiano nuociuto a Stevenson le definizioni affrettate e riduttive, Ambrosini lamenta come proprio Stevenson, che era stato "il primo autore occidentale a svuotare l'impalcatura storico-culturale che in letteratura aveva cantato le gesta del colonialismo" (p.152) e che aveva tentato di liberare le "boys' stories" dal paternalismo, dal razzismo e dai buoni sentimenti che le contraddistinguevano, abbia visto immediatamente inserire Treasure Island nella cornice dell'ideologia colonialistica e sia rimasto prigioniero anche di questo luogo comune. In realtà Ambrosini ricorda che, durante la sua permanenza nel Pacifico, Stevenson si impegnò come nessun altro scrittore occidentale a difesa dei popoli colonizzati, anche se non manca un'accurata analisi dei limiti incontrati dallo scrittore nel riportare, nelle sue fiction coloniali, il punto di vista dell'altro, cioè dell'indigeno.

Le pagine dedicate a The Ebb-Tide, che concludono l'opera del romanziere, costituiscono forse la sezione più importante e originale del testo e mostrano Stevenson che si concentra nuovamente su problemi di scelte stilistiche per adeguare la sua poetica alla raffigurazione delle comunità bianche nelle colonie. Allineandosi alla posizione di Israel Zangwill, un importante leader sionista del tempo, il quale sostenne che la caratteristica fondante di The Ebb-Tide fosse la sintesi tra romanzo psicologico e d'avventura, Ambrosini rintraccia in questo racconto un ampliamento dei limiti della fiction stevensoniana in quanto il romanziere sceglie di utilizzare una pluralità di linguaggi, abolisce la narrazione in prima persona, e rappresenta simbolicamente il setting, anticipando così il realismo simbolico di Conrad. Prospettive per ulteriori linee di studio della poetica stevensoniana vengono, infine, suggerite nell'ultimo capitolo in cui il critico dimostra che le circostanze storiche e culturali per le quali Stevenson non è stato tenuto nella giusta considerazione dagli accademici inglesi, costituiscono, in realtà, le basi per una rivisitazione e rivalutazione della sua produzione. La poetica del romanzo si conclude con un capitolo dedicato alla fortuna critica di Stevenson nel Novecento ed è impreziosita da una bibliografia che fa di essa uno strumento insostituibile di consultazione e di apprendimento per gli studiosi.

Ambrosini sollecita quella coscienza critica letteraria sul romanziere della quale si fa egli stesso propulsore e garante custode. Rivalutandone la dimensione etica ed estetica, Ambrosini ci offre uno studio serio e accurato di Stevenson ma soprattutto tenta, a mio avviso riuscendoci in pieno, di restituire la giusta dignità ad uno scrittore "il cui nome viene oggi per lo più associato a scienziati dalla personalità scissa, pirati con il tricorno in testa o brume scozzesi" (p.256).

Ida Correale