IL PROBLEMA DELL’AUTONOMIA REGIONALE SICILIANA VISTO DALLA SINISTRA e dalla DESTRA

In un momento in cui in varie sedi si intensificano le iniziative e le discussioni sulla validità e l’attualità dell’autonomia regionale siciliana, ospitiamo due interessanti interventi dell’On. Angelo Capodicasa (DS) e dell’On. Guido Virzì (AN) entrambi deputati all’Assemblea Regionale Siciliana e membri della Commissione speciale per la revisione dello statuto.

Angelo Capodicasa - Interrogarsi oggi, come in alcuni settori della destra succede, su categorie quali "Autonomismo", "Sicilianismo", "identità culturale" equivale a fare i conti con lo scenario europeo e mondiale e le tendenze dell’economia moderna.

Che non si tratti del rifiorire di un frutto fuori stagione ma del riproporsi di antiche vocazioni che ciclicamente necessitano di verifiche e aggiornamenti in relazione all’evolvere dei nuovi contesti politici e culturali ce lo dicono i tanti movimenti che in Europa, e non solo, sono nati ed operano nel segno della riscoperta dell"piccole patrie", dell’Autonomismo, del Federalismo o anche dell’indipendentismo e del secessionismo.

Il vecchio equilibrio politico economico ed istituzionale, che ha prevalso per circa un secolo si è rotto. La fine della guerra fredda e la divisione bipolare del mondo hanno liberato energie, hanno fatto riemergere vecchi e nuovi particolarismi ed hanno favorito l’accelerazione della globalizzazione.

Il mondo prima incapsulato nell’equilibrio del terrore, nella pace armata ha ripreso a camminare. E prima ancora che gli stati e la democrazia sono arrivate le multinazionali, sono arrivate le merci e i commerci, sono arrivati i capitali.

La globalizzazione, da fenomeno che in sé poteva costituire un fattore di benessere, di superamento degli squilibri, di lotta alla fame, alle malattie, al sottosviluppo, in assenza di un governo politico e di una finalizzazione sociale si è tradotta prevalentemente in fattore di moltiplicazione degli squilibri, di acutizzazione delle contraddizioni e di ulteriore impoverimento ed emarginazione sociale.

Le conseguenze sono identità culturali e religiose che si sentono minacciate, vecchi assetti e gerarchie sociali sconvolte, sono l’immigrazione, sono le tante guerre dimenticate del mondo, sono i fondamentalismi e il terrorismo: è un mondo diventato più piccolo ma anche più insicuro.

In Europa, già alle prese con il problema epocale della sua unità monetaria e politica, ad una opinione pubblica inquieta, attraversata da mille tensioni si offrono soluzioni contrastanti.

Da un lato chiusure xenofobe, velleitari inasprimenti di pene, esclusivismi, obsolete ed antistoriche barriere doganali ritorni ad improbabili "piccole patrie"; dall’altra in nome della giustizia, dell’equità sociale e dell’umanitarismo si oppone il sogno di un "nuovo ordine mondiale", una globalizzazione guidata ed ispirata a principi etici ed umanitari e non solo a quelli commerciali e di mercato.

Anche in Sicilia, seppure con incertezze e ambiguità concettuali, in alcuni settori della destra si è riaperta la questione che da noi è antica di secoli e che nel dopoguerra ha ricomposto contrasti e tensioni nella scelta autonomista dentro lo stato unitario.

Ci chiediamo cosa ci sia all’origine di questo reintorrogarsi sul "sicilianismo", sull’identità dei siciliani, sulle "piccole patrie".

La domanda non è oziosa. Se infatti il tema non ha solo una valenza culturale, un interrogarsi sul senso della "sicilianità", sulla "insularità d’animo" dei siciliani, come la chiamava Sciascia, ma è un interrogarsi anche sulla spendibilità politica immediata di questi concetti, una ricerca, cioè, di qualcosa che possa fondare una linea politica e non solo definire un connotato storico e culturale, allora è necessario che intervenga una risposta chiara.

Occorre sapere se tutto ciò rientra, consapevolmente o no, tra i fenomeni di rigetto che pullulano in Europa, dalla Carinzia alla Padania, da Le Pen ad Haider; se il "ritorno alle piccole patrie" costituisce un tentativo di difesa dal nuovo, la costruzione di trincee volte a spostare più in qua il confine della propria identità dopo la crisi degli stati-nazione. Se di questo si tratta allora saremmo di fronte ad un’operazione regressiva e perdente che non parla al comune sentire dei siciliani di oggi.

La storia della Sicilia ci dice che la nostra identità è frutto di sincretismo, (qualcuno dice di meticciato) del fondersi di culture, stili di vita che di essa ne hanno fatto, come scriveva Antonio Gramsci, una "quasi-nazione".

E questa identità, nei secoli, non si è mai costruita in opposizione a quella degli altri. Dai Greci, ai Romani, dai Goti, ai Bizantini, dagli Arabi, ai Normanni, agli Svevi, agli Aragonesi, agli Angioini, fino al Regno delle Due Sicilie, la nostra Storia, se non per brevissimi periodi, non è mai stata storia di aborigeni, di regni e ambiti i cui confini coincidevano con le coste della nostra isola.

La nostra collocazione al centro del Mediterraneo, che per secoli è stato l’unico mare attorno a cui si formò e crebbe la civiltà in questo angolo di mondo, non ci metteva al riparo da influenze e invasioni e ci faceva terra obbligata di conquista.

Braudel scrive che attorno a questo mare sono nate e si sono fuse culture, stili di vita, tecniche di lavorazione e di coltivazione, modi di vivere e di abitare, relazioni, sonorità e sapori che sono diventati comuni a popoli anche diversi tra loro.

Con alle spalle una storia così, la Sicilia, i siciliani, hanno costruito la loro identità, ma in modo esclusivo, ed escludente, ma aperto e polivalente che ci ha indissolubilmente legato all’Italia, all’Europa e agli altri popoli del Mediterraneo.

Il passato della Sicilia è stato quindi "euromediterraneo", e così come lo è stato il suo passato, non riusciamo ad immaginare, se non "euromediterraneo" anche il suo futuro.

In questo contesto, e solo in questo contesto, ha senso parlare di identità siciliana da far valere anche sul piano politico-istituzionale.

Le identità e le tradizioni di un popolo non sono un elemento statico, ma dinamico; non sono date una volta per tutte. Le identità si rinnovano e si implementano. Sarebbe paradossale che la nostra propensione allo scambio, al dialogo anche se non privo di conflitti, che in passato è stata alla base del rinnovarsi alla nostra identità, debba essere interrotta in epoca moderna quando tutto ciò si avvia ad essere un tratto distintivo, un connotato della modernità.

Se si condivide questo discrimine allora va sciolto un nodo, un equivoco, l’equivoco "sicilianista".

Il "sicilianismo" in letteratura, come nel costume e nella politica ha dato luogo storicamente ad una ideologia regressiva, isolazionista, intrisa di sufficienza più che di orgoglio.

Rientra in quel sentimento, come scriveva Tomasi di Lampedusa, che fa pensare ai siciliani di essere "il sale del mondo", che da un lato genera supponenza consolatoria e dall’altro inclina verso il vittimismo: sentimenti, entrambi, che portano al fatalismo e alla rassegnazione, e politicamente hanno alimentato separatismo e conservazione.

Non è ciò di cui oggi la Sicilia ha bisogno.

Questa strada in Sicilia è stata già sperimentata ed è risultata perdente sul fronte della politica e sul piano culturale.

Tanto più oggi, in epoca di federalismo e di integrazione europea, giocare la nostra identità in chiave di contrapposizione alle identità degli altri sarebbe sterile ed antistorico.

Serve, al contrario, un rilancio dell’idea autonomistica, una rimotivazione ed un aggiornamento che si misuri con le spinte più moderne e progressiste, che abbandoni un’idea vittimistica e piagnona della "specialità", che sappia assumere su di sè le proprie responsabilità e abbia le "carte in regola" per poter ambire a collocare la Sicilia nei nuovi assetti e competere nei mercati aperti e nella globalizzazione.

Il logoramento, fin quasi alla consunzione, dell’idea autonomistica, causata dall’uso nefasto che di essa si è fatto nel recente passato, ma ha estinto le ragioni storiche e culturali che ne stanno alla base. In ogni caso la cattiva prova data dalle classi dirigenti siciliane e nazionali nell’esercitare le potestà statutarie, non può giustificare lo scetticismo, o perfino la contrarietà all’Autonomia di un filone politico-culturale che di tanto in tanto, seppure timidamente, riaffiora.

Si addita l’istituto autonomistico come la causa che ha impedito lo sviluppo pieno della nostra economia, che ha impigrito la società, che ne ha spento il dinamismo sociale ed economico, che l’ha lasciata sprofondare nell’assistenzialismo e nel clientelismo. Ecco, mi sembra un bell’esempio di come si possa scambiare la causa per l’effetto.

La riprova di cosa sarebbe oggi la Sicilia senza la sua autonomia non l’abbiamo. Sappiamo cos’è la Sicilia con l’Autonomia, non sappiamo cosa sarebbe stata senza di essa. Se si pensa che all’origine dei nostri mali ci sia la specialità del nostro Statuto, rimarrebbe da spiegare com’è che la Calabria, la Campania e le altre regioni meridionali, senza autonomia, non abbiano avuto più successi di quanti non ne abbia avuti la Sicilia, ed accusino anzi, in tanti campi, ritardi ben più gravi pur avendo avuto qualcuna di esse, condizioni iniziali di partenza perfino più favorevoli delle nostre.

L’autonomia è uno strumento, ed in quanto tale non è responsabile dell’uso che di essa una classe dirigente ne fa, o ne ha fatto in passato.

Allora non basta dirsi autonomisti; occorre una strategia che nella cultura, nell’economia, nelle realazioni sociali, nell’idea dello sviluppo connoti e caratterizzi l’essere autonomisti.

Ed è qui che intervengono le differenze politiche, i diversi modi di intendere l’organizzazione della società, tra liberisti e non, tra assistenzialisti e non, tra statalisti e non; tra chi pensa ad una società aperta e chi no, in poche parole chi la pensa a destra o a sinistra, in un modo o nell’altro.

L’autonomia costituisce un primo discrimine, un minimo comune denominatore che mette in relazione forze anche molto diverse tra di loro, e che in momenti particolari, in circostanze storiche determinate, quando sono in gioco diritti fondamentali e sono minacciati interessi decisivi dei siciliani, possono ritrovarsi per combattere in loro difesa.

L’esperienza Milazzo credo sia stata una di queste.

Chi ha guardato ad essa come ad una esperienza capace di prefigurare una strategia "ordinaria" di governo della Sicilia ha sbagliato, e non può che parlare, oggi, di "occasione mancata".

Chi invece assegna a quella esperienza un significato più modesto, più delimitato, ma storicamente più fondato, di una operazione volta a dare ad una nascente borghesia un punto di riferimento, a rompere un predominio politico soffocante per la Sicilia, a contrastare un disegno delle forze politiche nazionali allora dominanti volto ad escludere la Sicilia e il Mezzogiorno dall’impresa e dalle opportunità che la ricostruzione economica del Paese e la ristrutturazione del suo apparato industriale (in vista dell’ingresso del nascente mercato comune europeo) potevano offrire; ad impedire la colonizzazione economica conseguente alla cosiddetta "calata dei monopoli", probabilmente meglio degli altri dà di quella operazione la interpretazione più corretta e le attribuisce la dignità politica e culturale di precedente storico da meditare ed approfondire.

Se si dà questa interpretazione, a mio giudizio più vicina al vero, sull’operazione Milazzo non hanno senso i rimpianti, le recriminazioni, gli imbarazzi, le reticenze che per decenni a destra come a sinistra ne hanno accompagnato l’analisi e la memoria.

In definitiva vorremmo dire che a nostro giudizio ci può essere una Sicilia di solido impianto autonomistico e nello stesso tempo rigorosa, pulita, moderna; una Sicilia autonoma, gelosa e orgogliosa delle proprie radici e nello stesso tempo aperta al mondo e alle diversità; una Sicilia autonoma ma dinamica, competitiva che gioca la sua specialità (culturale, storica, geografica) come una opportunità in più da far valere in un Mediterraneo tornato nuovamente "pianura liquida" come dice Braudel, e non confine invalicabile; area di "libero scambio" come avverrà nel 2010, e non teatro di tensioni etniche, religiose e politiche.

Queste opportunità non si trasformeranno in concrete occasioni se non ci daremo al più presto una mossa.

In un’epoca in cui gli uomini, le merci, i capitali, le idee, le tecnologie viaggiano e si muovono non più su caravelle, feluche, barche e catamarani, ma su aerei, su autostrade informatiche, in modo sempre più veloce, la nostra centralità geografica non ci dà più alcuna garanzia se non diventa al contempo qualcos’altro: capacità di offrire ciò di cui gli altri hanno bisogno, di fare "sistema" nei Beni Culturali, nel turismo, nell’industria come nell’agricoltura, con paesi e popoli a noi vincitori ed affini.

Questo rappresenta un banco di prova, già oggi, per le forze autonomistiche comunque collocate.

Se non muta il rapporto dell’Italia e dell’Europa con l’area del Mediterraneo; se non vengono attuate politiche che spostino verso Sud il baricentro dell’Europa; se non cresce il PIL dei paesi nordafricani oggi ancora ad un livello troppo basso per alimentare un interscambio significativo con la sponda nord del Mediterraneo, la Sicilia rimarrà sì al centro, ma di un’area povera e sottosviluppata. E questo significherebbe restare nel mondo sviluppato.

Guido Virzì - "Sicilianismo", autonomismo, patto per la Sicilia, federalismo avanzato: qualcuno dice che dovremmo aprire un "grande" dibattito su questi temi, confrontarci su questi "nodi" per arrivare ad un largo movimento politico, perfino trasversale, sostanzialmente mirato ad aprire, o a "riaprire" una forte Vertenza con Roma. Ce ne occupiamo, pertanto, per senso del dovere e per obbligo intellettuale perché l’argomento, siamo sinceri, non è di quelli che, come usa dire, ci scaldino il cuore. Perché ci muoviamo su un terreno scivoloso dove generalizzazioni e luoghi comuni sono in agguato ad ogni angolo.

"Sicilianismo", dunque. Dovrebbe significare, come fatto culturale di partenza, una sorta d’orgoglio per le "radici" (composite) della nostra Storia isolana, una richiesta di maggiori margini di Autonomia rispetto alle altre regioni oppure una specie di generalizzata richiesta di Giustizia per una terra che, oggettivamente, è "rimasta indietro" rispetto al resto del territorio nazionale?

Vogliamo pensare ad una sorta di "Lega Nord" al contrario? Vogliamo ragionare in termini di micro-patrie come baschi ed irlandesi?

Ma questa Sicilia da reinventare come "soggetto politico" è pensabile come un "quid" riconducibile all’unità? Cominciamo a porre le questioni perché un soggetto politico deve avere una sua fisionomia precisa e, posto in discussione, deve evocare automaticamente un concetto preciso, dai contorni netti. Per essere più chiari: quando pensiamo alla Sicilia da riportare alla ribalta nazionale, pensiamo ad una "Sicilia Normanna" o Sveva oppure ad una "Sicilia araba", ad un’Isola spagnola (coi suoi bravi Viceré, le carrozze, il barocco, i pennacchi e tutto il resto) o ad una Sicilia borbonica o piemontese coi suoi burocrati d’assalto, coi campieri ed i "bavaresi" ed i suoi generali alteri e felloni?

Pensiamo ad una Sicilia irta di castelli o ad una Sicilia beata nei suoi salotti gattopardeschi?

Abbiamo in mente una Sicilia rigorosa o una Sicilia "molle" che continua a chiedere "ristori" all’aborrito Stato centralistico? Come lo concepiamo questo "pargolo", come ci immaginiamo il suo carattere distintivo, come lo vorremmo, che futuro desideriamo per Lui?

Perché per tornare ai nostri giorni, noi, ad esempio, vorremmo una Sicilia di Destra. Una Sicilia laboriosa, seria, civile, ordinata, rigorosa e cortese, gelosa delle sue tradizioni ed insieme aperta al moderno. Ma siamo convinti che anche nel centro-sinistra ci siano menti fervide che hanno a cuore il destino della nostra Madre-Terra. La risposta, semi-obbligata, è che bisogna pensare ad una Sicilia "trasversale" (perché più si è, meglio è). Ma, di fronte ad atti concreti di Governo, in cosa potrebbe concretizzarsi questa trasversalità? Tutti, a parole, vogliamo lo "Sviluppo dell’Isola"; ma dietro il velo delle "parole magiche" e delle ovvietà (l’italiano è una lingua splendida) non è ragionevole pensare che molti, dentro il concetto di Sviluppo, ci mettano, ad esempio, il Ponte sullo stretto di Messina, mentre molti altri, in assoluta buona fede, tendano ad escluderlo con orrore?

E questo "sicilianismo" si esprime con le sanatorie edilizie o col rigore della "politica delle ruspe?" E mira ad una Regione "rurale", industrializzata, aperta al Turismo di qualità, a quello di massa o cos’altro?

Ed ancora, è un "sicilianismo" che ci ricollega all’Occidente oppure è una porta aperta verso il petrolio arabo con annesse strizzatine d’occhio a Gheddafi ed ai "moderati" di Riad?

Ci si dice allora che dobbiamo pensare alla Sicilia come ad una "sintesi di Civiltà", "luogo d’incontro pacifico per culture diverse e magari antagoniste". Bellissimo a dirsi. Peccato che la Storia, in genere, non si muova così: in realtà in ogni momento della Storia (perfino in questo) le scelte concrete di Governo sono figlie della cultura egemone in quella fase. Ed i "passaggi" non sono mai stati indolori: quando qui governavano gli Arabi (senza Osama) i crocifissi furono tutti rimossi, le chiese ed i monasteri devastati e chiusi, le cappelle votive distrutte; era perfino vietato farsi in pubblico il segno della croce. Ed i Normanni li ripagarono pan per focaccia, passandoli tutti a fil di spada, lasciando vivo soltanto qualche capo-cantiere, qualche matematico e qualche poeta o giullare di corte. E tutto ciò mentre gli Ebrei del Muro Duro, prima ben chiusi nel loro ghetto, sparivano misteriosamente nelgirodi poche notti, spediti, si dice verso "migliore destinazione" a cui non s’è mai capito bene se siano davvero arrivati. Altro che "pacifica convivenza"!

"Trasversalità di tipo patriottico" da rapportarsi alle nostre emergenze? Vogliamo ritornare con la mente ai tentativi di Silvio Milazzo? Alla "unione sacra" di Destra e Sinistra "nel nome e negli interessi superiori della Sicilia"? Sappiamo tutti che non funzionò; ricordiamo tutti che alla fine prevalse la linea "antifascista" nazionale e che il MSI fu escluso dall’esperimento. E ricordiamo anche che, isolato dalla vecchia DC, Silvio Milazzo si ridusse con un micro-partito (i famosi "uscocchi") che finì a coda di topo.

E, solo che facciamo un passo indietro, andiamo all’Indipendentismo. Una cosa di cui i "sicilianisti" attuali non parlano scopertamente ma a cui alludono insistentemente quando ricordano "il sangue versato dai Siciliani che sognavano la Libertà". Ma come si fa, soprattutto a Destra, a dimenticare il ruolo decisivo dei servizi segreti "alleati" nel pompare le speranze degli indipendentisti siciliani prima in funzione antifascista e poi per mantenere in difficoltà l’autorevolezza del Regno del Sud provvisoriamente governato dal generale Badoglio? I Finocchiaro-Aprile ed i Canepa erano, certo, idealisti in buona fede. Ma di essere accompagnati da vaghe promesse future e da concreti aiuti presenti da parte degli anglo-americani erano certamente consapevoli. Ma di queste parleremo in altra sede. Il vero punto è che gli indipendentisti persero non sul fronte delle armi o della diplomazia, ma sul terreno della coscienza e del consenso popolare. Cento anni d’Unità, anche discutibili, e venti di fascismo non erano passati senza lasciar traccia. Nella sensibilità comune era penetrato il concetto che la Sicilia era ed è ITALIA. Siamo Italiani "diversi" (per Storia, cultura, sensibilità), ma lo siamo a pieno titolo. Anzi l’Italia abbiamo contribuito a farla (anche con i nostri difetti caratteriali) in maniera decisiva con un contributo imponente di azione e di pensiero da Crispi a Vittorio Emanuele Orlando ed a Giovanni Gentile, e con un contributo, questo sì, imponente di vite umane sul Piave, sul Carso, sul Monte Grappa. Non siamo mai stati "una cosa a sé", ma sempre profondamente intrecciati alle evoluzioni ed alle involuzioni della Storia d’Italia dai tempi di Dionisio e Crasso fino a Ciullo d’Alcamo, Verga e Pirandello e poi fino ad Alessi, Mattarella e Lima ed ai giorni nostri. Non siamo "una Nazione". Siamo un importante tassello del grande mosaico italico. Non siamo vittime innocenti solo di predoni "alieni". Siamo stati e siamo largamente artefici e responsabili del nostro destino. Ed abbiamo pagato, anche a caro prezzo, tutti i nostri difetti. Specie a partire dalla capacità effettuale di produrre una classe dirigente che fosse pensosa dei nostri destini, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi. Sì, nel nostro Statuto, nel famoso art. 38, abbiamo scritto e fatto sottoscrivere che lo Stato si sarebbe, nel tempo, fatto carico di eliminare il gap che ci separava, sul piano socio-economico, dal livello medio di vita del resto degli Italiani. Ma ancora oggi questa "differenza", questa "distanza" (anche in termini di prodotto interno lordo, servizi ed infrastrutture civili) è evidentissima agli occhi del più distratto osservatore. In realtà di grandi ed efficienti "paladini" del riscatto siciliano, fuori dai fumi demagogici di comizi e convegni, ne ricordiamo davvero pochi.

A ciò si aggiunga che, sia pure per salvare la faccia ai suoi proconsoli isolani, Roma ha mandato soldi in Sicilia a palate e che queste immense risorse sono state se non proprio sperperate, quanto meno, certamente mal gestite ed investite non in termini di Futuro ma di immediate esigenze occupazionali, clientelari e, diciamolo pure, schiettamente elettorali e localistiche, giusto per far "ben figurare" certi baronati. Come a dire che troppa acqua è stata versata sulla sabbia, senza saggezza, senza lungimiranza.

La Sicilia, insomma, nel suo complesso, non ha messo in campo di sicuro una classe dirigente proprio di giganti. Ed il suo "peso specifico" a Roma lo sottolinea e lo controprova.

Ma se si volesse provarci "sul serio" adesso? Non può darsi che un nuovo tentativo, in questa fase politica, avrebbe più successo che in passato?

Bisognerebbe partire da un programma, da una piattaforma precisa, non genericamente "rivendicazionista", da una "ipotesi di Sviluppo" dai contorni chiari. E qui andrebbe subito a quel paese la "trasversalità"; la convergenza non potrebbe che avvenire tra forze vive e vere, culturalmente assimilabili se non proprio omogenee. Giusto per evitar "pasticci", compromessi esiziali ed inciuci traballanti e dall’esito improbabile.

Ed allora AN siciliana dovrebbe proporre questa santa "crociata"... a chi? Ed il "forte confronto con Roma" dovremmo suggerirlo... al partito che esprime il Presidente del Consiglio? O dovremmo federarci solo coi partitini di Bartolo Pellegrino e Ciccio Nicolosi? Non è uno scenario limitato? Non appare, già di primo acchito, un panorama piccolo e povero rispetto alla vastità dell’Impresa?

Oppure ancora AN dovrebbe liquefarsi in un difficilmente ipotizzabile Partito Popolare Siciliano accanto alla compagine di Cuffaro e Lombardo? Francamente, a questi livelli, ci sentiamo in pieno territorio dell’irreale, ai confini della fanta-politica e, tra i fumi delle favole, si sembra di scorgere orchi, nani e paladini scorazzare nella Terra di Mezzo su carrettini siciliani, in marcia verso "l’Isola che non c’è" ed una destinazione ardua, incerta ed improbabile.

In realtà il primo "confronto" dovremmo averlo con la Gente, coi Siciliani, fuori dagli schemi dei partiti. Per dir loro che non si può vivere di Federico II e Duomo di Monreale, contemplando immobili i propri simboli araldici, mentre, ad esempio i Sindaci non definiscono mai i loro Piani Regolatori ed i turisti vengono regolarmente scippati, feriti, truffati, male accolti e trattati come polli da spennare invece che come risorse da preservare. E per dir loro che non si possono in eterno chiedere soldi nelle Finanziarie dello Stato per mantenere "al lavoro" una turba di "precari infiniti" quando poi, all’unica Fiera italiana nel mondo arabo, a Tripoli, giusto di fronte a casa nostra (sulla famosa "quarta sponda"), su 230 ditte nazionali che partecipano ed espongono, solo tre (dicansi tre!) sono siciliane.

Servono in realtà dei Siciliani nuovi. Con una mentalità diversa. Da incentivare, da costruire, da incoraggiare in tutti i modi. Per far fuori le scorie d’una "vecchia" Sicilia "assistita", accomodata come Giobbe tra i suoi rifiuti ed i suoi difetti, per cancellare, letteralmente, il retaggio d’una Sicilia immobile e buona solo a bofonchiare dei suoi buoni titoli per ottenere nuove "leggi speciali" ed elargizioni a fondo perduto e "a pioggia" da uno Stato ridotto alla funzione di grande elemosiniere, d’una Sicilia protervamente chiusa nella sua arretratezza che attende "dagli altri", sempre dagli altri, messianicamente, l’intervento salvifico, l’azione demiurgica, ma pozione miracolosa, l’investitore straniero o il nostrale Mattei di turno che venga, LUI! (senza disturbarci troppo nel nostro sonnellino pomeridiano o nelle nostre meditazioni profondissime quanto inconcludenti), a scoprirci qualche altro pozzo di petrolio o meglio ancora un nuovo modello di pozzo di San Patrizio.

Servono Siciliani capaci d’impresa, disintossicati dai fumi del vecchio potere partitocratico che è stato, purtroppo, l’unica formula con cui si sia saputo rappresentare da queste parti (ma non solo) lo Stato dal 1943 e la Repubblica Democratica "fondata sul lavoro" dal 1946 in poi.

Sul piano politico, poi, questa "filosofia" del "forte confronto con lo Stato" lascia un po’ perplessi perché odora lievamente di "opposizionite" atteso che è il Presidente della Regione delegato istituzionalmente a rappresentare la Sicilia in seno al Consiglio dei Ministri. Ed il Presidente è stato espresso da quella Casa delle Libertà che è lo stesso schieramento politico cui appartengono i 61 deputati e senatori su 61 chiamati a rappresentare e difendere la Sicilia ed i suoi legittimi interessi nei due rami del Parlamento nazionale e che è la stessa coalizione che, guarda un po’, ha dato forma e volti all’attuale compagine nazionale di Governo.

Ed allora, prima di lanciare certi appelli, non sarebbe il caso di riunire i numerosi rappresentanti siciliani del centro-destra per dir loro di "darsi una mossa" e di "portare a casa" un qualche risultato tangibile ed apprezzabile? Oppure si deve trovare il coraggio civile per dire che la rappresentanza siciliana del centro-destra (e della Destra) è "inadeguata alla bisogna" e che bisogna largamente sostituirla con un personale politico più risoluto ed intransingente nella difesa della propria gente, del proprio elettorato, della propria Terra. E qui tutti i partiti del centro-destra (Destra compresa, anzi in prima linea) dovrebbero avviare, già a partire dal loro interno, una grande opera di rinnovamento, di palingenesi e catarsi capace di sboccare nella messa in campo d’un personale politico nuovo di zecca e d’una classe dirigente di più elevato profilo e di superiore credibilità.

Senza di che parlare di "nuovo sicilianismo", al di là delle frasi fatte, diventa un fuor d’opera: una "marcia indietro", addirittura, ai limiti della riscoperta dell’acqua calda. Venendosi a configurare, tra l’altro, come il sintomo d’una assoluta incapacità d’inventare un’Idea nuova davvero, come il segnale d’una assoluta afasia culturale, come la spia d’una evidente infecondità storica che induce, quasi fatalmente, alla ciclica riproposizione di temi più che vecchi, logori, consunti, inflazionati e, sia detto schiettamente, perfino ampiamente screditati da precedenti promotori e pseudo-protagonisti che tali argomenti hanno troppo a lungo sbandierato per fare schermo e velo ad un vuoto programmatico di livello pneumatico o peggio per dare una bandiera di facciata a ben altri intenti meno nobili come quello di fare della Sicilia una specie di grande Las Vegas mediterranea, una sorta di Casablanca o di Marrakesh balcanizzata. Intelligenti pauca.

Volutamente in questo excursus non abbiamo parlato di Mafia. Per non involgarire il discorso. Ma la Mafia c’è. Ed il "nuovo sicilianismo" sull’argomento come si esprime e/o si esprimerebbe?

Indicherebbe come "eccessiva" la presenza dei bersaglieri e dei paracadutisti dei Vespri? Li chiamerebbe "truppe d’occupazione", direbbe (di nuovo!) che fa una brutta impressione "l’immagine d’una Sicilia militarizzata?".

E la Mafia, infine, sarebbe "sicilianista" o anti-sicilianista? E se fosse filo-sicilianista e nemica (naturalmente) d’una eccessiva "presenza dello Stato" (che, ad oggi, invero, non ha mai eccessivamente brillato) come manterrebbe le distanze "di sicurezza" una nuova classe politica "sicilianista"? E di che "filtri" si munirebbe per monitorare delibere, convenzioni, gare d’appalto, etcetera? Ed in relazione alle scelte sul territorio e l’ambiente, come dovrebbe atteggiarsi? Col proibizionismo miope dei "professionisti dell’antimafia" o col lassismo interessato dei "raccoglitori di preferenze?".

Per cinquant’anni ci hanno raccontato che l’Autonomia era la migliore arma contro la delinquenza organizzata... la "partecipazione consapevole dei cittadini", il loro "coinvolgimento diretto nelle istituzioni"... tutte balle. Non è andata così e lo sappiamo tutti.

Così come ci avevano detto che l’Autonomia Speciale della Sicilia, surrogato dell’Indipendenza, sarebbe stata la nostra "marcia in più": Non è stato così, anzi, spesso, s’è rivelata quanto meno un handicap quando non una vera e propria "marcia indietro". Perché troppo spesso abbiamo inalberato il nostro orgoglio per essere "autonomi" perfino dalla logica e dalle regole del buon senso oltre che da quelle dell’aritmetica (ed in tal senso urlano vendetta tanti Bilanci di previsione del passato!).

Diciamo allora che un "sicilianismo" genericamente enunziato, ricco di troppe "pagine in bianco" e che sembra scivolare sul piano inclinato di un Grande Centro qualunquista ci lascia assolutamente freddi, se non altro per i suoi esiti sociali, politici, istituzionali, civili e perfino contabili. Per i suoi portati opinabili sul terreno del "modello sociale", per i suoi lasciti antropologici, per la sua eredità di trombonismo, di velleitarismo e d’inconcludenza. Per i debiti di credibilità che stiamo ancora pagando a prezzi altissimi nel consesso internazionale non solo a livello d’immagine (a proposito, quanti sono informati che, proprio sotto governo di centro-desta, la Sicilia, con tanto di voto dell’ARS, s’è "gemellata" con la Cuba della dittatura marxista, della miseria pianificata e del partito unico?).

E, purtuttavia, nonostante tutto ciò (che non è poco e che non si deve dimenticare), potremmo e vorremmo essere convinti diversamente dalla esposizione d’una Strategia precisa, dalla enunciazione d’una tesi propedeutica ad un Grande Cambiamento della Sicilia. Questo sì, ci affascina. Al punto che ci pensiamo sempre. Ma lo facciamo coi nostri (angusti) parametri culturali. Ci pensiamo "da Destra". Nel contesto del nostro universo di Valori poco mutevoli. Dentro il binario di quel "senso dello Stato" che ci viene così difficile mettere da parte per l’insegnamento congiunto che abbiamo assimilato da quei due grandi Maestri Sicilani che furono Giovanni Gentile ed Julius Evola. Ci pensiamo "da Destra" nel quadro della nostra "etica del servizio", della nostra idea qualitativa del "bene comune", del nostro tradizionale rifiuto del classismo, della nostra "cultura del dovere", della nostra concezione organica della società e del nostro approccio rigoroso, morale sui temi della pubblica amministrazione, della sicurezza e della legalità. Sì, da Destra.

Quella stessa Destra che, già nel secondo dopoguerra, di fronte alle sue prime elezioni regionali, sintetizzò il suo pensiero ed i suoi sentimenti nella formula "Alla Regione per la Nazione".

Che ci appare un buon punto per ripartire, per ricominciare a parlare del futuro siciliano. Senza sbandamenti, senza acritici innamoramenti, senza trasformismi, senza trasbordi culturali o ideologici, senza ipocrisie, senza confusioni da bazar o contorsioni da circo equestre.

Perché il Capitolo-Trinacria può farci ancora sognare (guai a chi non spera più) ma a condizione di non estrapolarlo da quel magnifico Libro di Civiltà che si chiama Italia.