Il sodalizio culturale tra Sturzo e Colajanni di Nunzio Dell’Erba

Negli scritti di Luigi Sturzo (1871-1959) il nome di Napoleone Colajanni (1847-1921) non ricorre frequentemente: eppure la loro produzione politica si caratterizza per la presenza di molteplici aspetti comuni, dettati dalla medesima provenienza regionale e da una sincera predisposizione ad affrontare la questione sociale. Se Sturzo non rimase completamente immune dal fascino di Colajanni, non sembra che questi abbia corrisposto alle simpatie e all’interesse del suo conterraneo. Tra il passionale repubblicano di Castrogiovanni e "l’animoso"(1) sacerdote di Caltagirone non pare inoltre che ci siano stati rapporti diretti, ma nella loro vasta produzione si riscontrano non pochi riferimenti alla stessa problematica politica e sociale(2). L’analisi del loro pensiero e la ricerca delle rispettive scelte politiche, tuttavia, ci permettono di cogliere con maggiore precisione il significato delle vicende storiche che caratterizzarono l’Italia tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX.

I numerosi studi sulla Sicilia in età liberale(3) offrono un’ampia analisi della vicenda economica isolana, su cui Sturzo e Colajanni si misurano per avviare un processo di modernizzazione in una società percorsa da gravi contrasti economici. Entrambi dedicano particolare attenzione alla Sicilia, dove svolgono il loro tirocinio come amministratori locali. L’attività politica di Colajanni si interseca per un breve periodo con quella di Sturzo, che più giovane di 24 anni esordisce nel dibattito politico solo nell’ultimo lustro del XIX secolo. Colajanni, prima di approdare a Montecitorio nel 1890, svolge infatti un’intensa attività politica nel territorio nisseno, che rimarrà sempre il referente naturale sul quale verificare le sue opzioni politiche e operare istanze di rinnovamento, difficili ad essere attuate in una società solcata da pesanti ipoteche feudali e controllata da solide oligarchie terriere. Il debutto politico di Colajanni, avvenuto nel 1882, coincide con l’allargamento del suffragio elettorale e con le sue proposte di riforma del sistema politico. Nel volume su Le Istituzioni municipali (1883), Colajanni disapprova la soluzione monarchica del Risorgimento, contesta lo Stato accentratore e rilancia il significato politico e civile del libero comune medievale, nel tentativo di correggerne o, quanto meno, di attenuarne il modulo moderato(4). La sua battaglia per il decentramento, iniziata nel 1891 sull’"Isola" e continuata quattro anni dopo sulla "Rivista Popolare"(5), è diretta ad una riforma dell’ordinamento comunale sul modello anglosassone di self-government, da raggiungere mediante un’assidua opera di educazione politica e una promozione della coscienza civica, unici elementi in grado di sconfiggere gli abusi amministrativi e le interferenze mafiose negli enti locali.

Da questa convinzione Colajanni deriva l’avversione al centralismo statale, al quale imputa le storture del sistema politico e il divario economico tra Mezzogiorno e Settentrione d’Italia(6). Quest’avversione, che assume toni aspri e virulenti durante il movimento dei Fasci siciliani (1893) e nelle vicende dei moti milanesi contro il rincaro del pane (1898), si coglie da una vasta produzione saggistica, dove il leitmotiv dominante è l’asservimento della vita amministrativa locale all’arbitrio del governo centrale, attraverso una denuncia vigorosa della mentalità poliziesca dei prefetti e del trasformismo dei deputati corrotti(7).

In questa direzione orienta le proprie scelte anche Sturzo, che - dopo l’esperienza romana e l’ordinazione sacerdotale (maggio 1894) - sceglie l’impegno sociale e la militanza democratica cristiana. Come giustamente sostiene il De Rosa, l’episodio dei Fasci, ovvero l’impetuoso moto dei contadini siciliani, imprime al giovane Sturzo uno stimolo all’azione politica e alla "letteratura sociale". Essa non solo segna "la presa di coscienza" della tremenda realtà isolana, ma ribadisce la necessità di un impegno nuovo nell’attività sociale(8). Il famoso discorso contro lo scandalo della Banca Romana - pronunciato da Colajanni nella seduta del 20 dicembre 1893 - scuote profondamente la coscienza di Sturzo e incide sulle sue scelte politiche. In uno scritto postumo, considerato da E. Guccione "una delle più belle pagine autobiografiche di Sturzo e una delle poche che ci aprono qualche spiraglio per conoscere meglio gli anni antecedenti la sua decisione di dedicarsi a tempo pieno alla vita politica"(9), Sturzo rimane colpito dal "verdetto della commissione d’inchiesta sulle malefatte della Banca Romana", che al giovane prete calatino appaiono "come il segno del crollo delle istituzioni parlamentari"(10). In questa testimonianza storica, fatta da Sturzo due mesi prima della morte, egli sostiene:

Nel 1892-’93, periodo delle polemiche sulla Banca Romana, io […] mi sentivo estraneo alla politica locale, divisa fra crispini e rudiniani e del tutto ostile ai governi di Roma per i metodi usati in Sicilia; mi sentivo fin da allora regionalista e autonomista avanti lettera. Per la moralizzazione del Paese seguivo con passione i Colajanni e i Cavallotti, pur senza condividerne gli orientamenti politici(11).

Nonostante che le considerazioni retrospettive di Sturzo non siano precise, bisogna sottolineare come il regionalismo cominci ad essere trattato solo agli inizi del XX secolo. Su "La Croce di Costantino", apparsa il 7 marzo 1897, Sturzo esplica un pensiero politico, basato non sull’istanza regionalista, ma sul "municipalismo sociale", cioè su quel tentativo progettuale diretto a travolgere l’influsso malefico dei liberal-massoni sulle istituzioni municipali(12). Fedele all’astensionismo politico, il giovane prete promuove la partecipazione dei cattolici alla vita amministrativa(13), invitandoli ad interrompere la loro solidarietà di potere con i liberali e i "radical-socialisti"(14). Il riferimento è chiaramente rivolto a Colajanni: questi, nella sua campagna di moralizzazione, rappresenta infatti un simbolo per non pochi settori del mondo ecclesiale siciliano, che lo considera "l’interprete, la voce di protesta di una Sicilia illusa e delusa e per niente disposta - dopo avere perso ogni speranza di ottenere l’autonomia - a sopportare l’incuria amministrativa e il malcostume del governo di Roma"(15). L’effettivo appoggio elettorale da parte di non pochi cattolici praticanti sarà biasimato alcuni anni dopo da Sturzo, che in un esposto alla Santa Sede denuncia la subordinazione del clero siciliano ai centri di potere locali(16).

Questa denuncia, di cui Sturzo è per molti aspetti un interprete inascoltato, nasce dalla situazione complessiva del clero siciliano, le cui analisi non differiscono affatto da quelle di Colajanni, se non nell’uso di espressioni più moderate, come si confà ad un uomo che indossa l’abito talare. Colajanni - sia per gli influssi positivistici d’Oltralpe, sia per la visione immanentistica cattaneana a cui si ricollega - denuncia più volte il clero siciliano, responsabile di nascondere i suoi interessi materiali dietro l’inconsistenza di proposte provvidenzialistiche e l’ipocrisia di interventi consolatori. Egli mette in evidenza l’ambiguità dell’episcopato siciliano e dei vari prelati, che nascondono la loro precisa intenzione di conservare l’ordinamento politico-sociale dietro la comprensione cristiana per i mali che affliggono il contadino, sfruttato invece dagli agrari e dai gabellotti.

Anche Sturzo, seppur con finalità diverse, non manca di rivolgere dure critiche al clero siciliano, ammettendo esplicitamente che non è infrequente incontrare in Sicilia "il prete trafficante del denaro, gabellotto di feudi, intricato per commerci"(17). Nonostante ciò egli è consapevole che nessuna opera di rinnovamento cattolico sia possibile senza il consenso "della parte sana" del clero, di cui auspica "una profonda riforma di costume e di mentalità". Da qui le sue critiche alla debolezza delle strutture associative dell’Opera dei congressi, alla stregua delle lamentele di Colajanni che rileva più volte la grave carenza di organismi permanenti del Pri nell’isola. Tuttavia entrambi, pur militando in campo politici avversi, contribuiscono a tener desta la coscienza democratica in Sicilia, dove Colajanni "assicura la continuità di un mazzinianesimo siciliano tra Otto e Novecento, mediante le sue polemiche con socialisti e cattolici"(18), mentre Sturzo contribuisce a promuovere una fitta rete di casse rurali, estesesi ben presto in tutte le province della Sicilia(19).

Tra il 1895 e il 1901 Sturzo dirige la sua attività non solo verso l’organizzazione di comitati parrocchiali, ma anche verso la costituzione di cooperative di lavoro e di casse rurali, definendo via via un programma politico basato sulla valorizzazione delle autonomie locali(20) e assumendo un impegno politico, che lo porterà nel 1899 ad entrare nel consiglio comunale di Caltagirone. La crisi del ’98 e la conseguente risposta reazionaria di Pelloux impongono a Sturzo un’opzione politica, le cui finalità sono quelle di operare nella vita sociale e amministrativa, ma soprattutto mirano a recidere da una parte il legame tradizionale tra cattolici e moderati, dall’altra ad opporre una forza "democratica cristiana" alla minaccia del socialismo avanzante. La proposta antisocialista, certamente ripresa da Giuseppe Toniolo, spinge Sturzo a guardare con simpatia alle "società intermedie" tra l’individuo e lo Stato, che devono essere ricostituite come organismi naturali in una "composizione organica della società" attraverso un processo ascendente (famiglia, classe, professione, comune, regione, Stato). Il contributo agli approfondimenti teorici si unisce agli aspetti operativi concreti del mondo contadino siciliano, di cui Sturzo ne interpreta i bisogni, indicando la via d’uscita ai suoi problemi nella riforma dei patti agrari, nel rilancio della cooperazione agricola e nella concessione del piccolo credito. Tuttavia il programma sociale di Sturzo ha solo una parziale attuazione a causa delle resistenze opposte dai cattolici conservatori, che fedeli alla concezione tonioliana dell’armonia sociale salvaguardano i ceti economici più agiati, orientando la loro azione in funzione antisocialista. Su questo aspetto la storiografia contemporanea non ha trovato una concordanza di vedute(21), ma sembra che Sturzo non sia riuscito pienamente a provocare la frattura tra cattolici e classi agiate, come dimostrano sia le continue interferenze e commistioni sulle organizzazioni contadine da parte padronale, sia le pressioni esercitate presso le istituzioni ecclesiastiche, passive di fronte all’"influenza nefasta" del socialismo sulle classi lavoratrici.

Sul piano sociale il disegno politico di Sturzo, che si tramuterà ben presto in un vero e proprio programma meridionalista, si sviluppa lungo due coordinate fondamentali. Esso si snoda infatti da un lato nella lotta ch’egli conduce contro l’impoverimento della massa contadina, cercando di sganciarla dalla subordinazione economica al latifondo, all’usura e alla rappresentanza politica; dall’altro culmina nel tentativo di rendere autonomo il ceto medio, cercando di elevarne la coscienza politica attraverso l’esercizio delle autonomie comunali. Il suo impegno sociale è diretto ad una trasformazione dello Stato liberale, che con la sua legislazione amministrativa contrasta l’organizzazione delle forze politiche democratiche e impedisce un’armonico sviluppo economico del Sud. E’ con questo strumento operativo che Sturzo - alla stregua delle proposte già avanzate da Colajanni - persegue l’obiettivo di risvegliare il ceto medio dal tradizionale letargo politico, affinché possa maturare la consapevolezza di una propria dignità civile e di un proprio ruolo autonomo nella vita pubblica(22).

Nei primi lustri del XX secolo Sturzo si pone come uno dei maggiori fautori del rinnovamento dell’ambiente politico meridionale e uno dei maggiori fustigatori del "malcostume e la corruzione della classe dirigente del sud", in "una vivace polemica contro Giolitti e ogni forma di giolittismo"(23). Il suo meridionalismo, non molto distante da quello di Colajanni, acquisisce nuova consapevolezza nella critica ch’egli conduce contro il trasformismo e la soggezione del mondo contadino al sistema clientelare giolittiano. La polemica contro l’accentramento dello Stato liberale assume connotazioni più definite e diviene negli anni successivi critica severa alla struttura dello Stato nazionale: un aspetto che lo accomuna a Colajanni, anch’egli favorevole a superare l’impasse dello Stato accentratore attraverso il superamento della forma istituzionale monarchica, il libero svolgimento della democrazia italiana e lo sviluppo di una salda coscienza politica dei cittadini. Nella difesa della pregiudiziale repubblicana, l’intransigente deputato siciliano si muove su un duplice binario: da una parte contro quel cospicuo gruppo di socialisti che combattono il pensiero di Mazzini giudicandolo "clericale" e "teologico"(24), dall’altra contro i cattolici, che difendono con accanimento la monarchia sabauda. Certamente - come giustamente ha rilevato G. Spadolini(25) - Colajanni ha il merito di avere introdotto "fermenti antimonarchici" e "inquietudini repubblicane" nell’ambito del movimento cattolico, come conferma lo stesso Sturzo in un discorso pronunciato al Circolo di lettura di Caltagirone (24 dicembre 1905)(26). Entrambi ribadiscono infatti la necessità di un’integrazione dell’Italia, che passi non solo attraverso lo sviluppo economico del Sud con quello del Nord, ma anche attraverso la formazione di un più smorzati, ma in realtà identica è la critica che egli muove - in virtù della sua azione culturale - alla politica crispina e a quella giolittiana: la prima improntata alla più cieca repressione dei moti popolari e poi diretta ad ottenere il sostegno dei clericali nella reazione, la seconda inficiata da tratti illiberali e incapace "per ingenito principio ad avviare a bene, moralizzare, elevare alle lotte civili il movimento sociale dell’oggi"(27). Il giudizio di Sturzo, più articolato rispetto a quello di Colajanni, è dettato dal divenire storico della realtà, ovvero dall’evoluzione delle contingenze politiche, che viene espressa senza tentennamenti e tale rimase nei tre lustri successivi(28). Con accenti che anticipano i temi sviluppati da Salvemini nel suo vigoroso pamphlet Il ministro della mala vita(29), Sturzo non opera alcuna distinzione fra nuovo costume politico e la trasformazione della struttura amministrativa monarchica. Allo Stato burocratico e accentratore, sorto dall’unità nazionale, entrambi oppongono una nuova forma di Stato, basata su ampie autonomie regionali e sulla costruzione di adeguati ed efficaci strumenti istituzionali(30).

Nella diuturna polemica contro lo Stato liberale sull’impresa libica: mentre il primo rimane fedele alla sua vocazione anticolonialista, Sturzo assume una posizione favorevole. Ma il filocolonialismo di Sturzo non è dettato da una volontà nazionalista, ma dal suo profondo desiderio di risolvere l’annosa questione del Mezzogiorno: alla stregua di altri meridionalisti come Giuseppe De Felice Giuffrida o Arturo Labriola(31) - egli credette che la conquista di Libia potesse risolvere il problema migratorio dei contadini meridionali in un’area commerciale mediterranea controllata dall’Italia. L’idea della colonia di popolamento, integrata nelle prospettive di uno sviluppo concorrenziale ed aperto del Paese, fu così radicata in Sturzo, che egli caldeggiò più volte una serie di interventi finanziari per rendere meno opprimente la vita dei contadini(32).

Fu invece durante la prima guerra mondiale che Colajanni e Sturzo si dichiararono apertamente favorevoli all’intervento italiano. Fedele alle posizioni assunte dal Pri, Colajanni aderì all’interventismo "nel solco della tradizione garibaldina in lui fortissima, e nel disegno di una guerra che avrebbe completato l’unità italiana con Trento e Trieste, e deciso delle sorti dell’umanità e dell’avvenire e dello sviluppo della democrazia"(33). Anche Sturzo difese le ragioni dell’intervento con uno spirito patriottico diretto a considerare la guerra come un evento rinnovatore della vita culturale del Paese; e con motivazioni, che in larga misura coincisero con quelle di Colajanni per il pericolo che essi intravidero nell’imperialismo tedesco come foriero di nuove sciagure per la libertà dell’Europa(34).

NOTE

(1) L’aggettivo è tratto da G. Spadolini, Giolitti e i cattolici (1901-1914), Milano, Mondadori, 1974, p. 94.

(2) Per la vasta bibliografia sui personaggi si vedano: Bibliografia degli scritti di e su Luigi Sturzo, a cura di G. Cassiani, V. De Marco, G. Malgeri, Roma, Gangemi, 2001; A. M. cittadini cipri’, Nota bibliografica, in N. colajanni, La condizione meridionale. Scritti e discorsi, Napoli, Bibliopolis, 1994, pp. 39-44. Quest’ultima bibliografia deve essere integrata con le indicazioni proposte da G. Spadolini, I repubblicani dopo l’unità, Firenze, Le Monnier, 1972, pp. 83-84.

(3) G. Raffiotta, La Sicilia nel primo ventennio del secolo XX, in idem, Storia della Sicilia post-unificazione, Industria Grafica Nazionale, Palermo 1959, pp. 1-227; F. De Stefano e L. F. Oddo, Storia della Sicilia dal 1860 al 1910, Bari, Laterza, 1963; F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo 1977; AA. VV., La Sicilia, a cura di M. Aymard e G. Giarrizzo, Torino, Einaudi, 1987.

(4) In questo volume Colajanni denunciò la stasi politica dei comuni, considerati "le paludi che intossicano la vita pubblica in Italia e ne dissolvono i caratteri"; cfr. N. Colajanni, Le Istituzioni municipali. (Cenni e osservazioni), Catania, Tropea, 1883, pp. 36-37.

(5) Su questo periodico si vedano A. Colombo, Colajanni e la "Rivista popolare", in "Nuova Antologia", dicembre 1971, a. 106, n. 2052, pp. 499-508; L. Severino, La "Rivista popolare" di Napoleone Colajanni, in "Archivio trimestrale", aprile-giugno 1981, a. VII, n. 2, pp. 357-374.

(6) Per una valutazione di questo problema cfr. le acute considerazioni di S. M. Ganci, Profilo di Napoleone Colajanni dagli esordi al movimento dei Fasci dei lavoratori, in "Rivista Storica del Socialismo", gennaio-marzo 1959, a. II, fasc. 5, pp. 45-49; e i testi di N. Colajanni su La questione meridionale proposti nella raccolta antologica La condizione meridionale. Scritti e discorsi, cit., pp. 132-206.

(7) N. Colajanni, In Sicilia. Gli avvenimenti e le cause, Roma, Perino, 1894; idem, L’Italia nel 1898. Tumulti e reazione, Milano, Società Editrice Lombarda, 1898.

(8) G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Bari, Laterza, 1966, p. 235.

(9) E. Guccione, Napoleone Colajanni e i cristiani-sociali, in aa.vv., Napoleone Colajanni e la società italiana fra otto e novecento, Palermo, Epos, 1983, p. 173.

(10) L. Sturzo, Ricordando la Banca Romana, in "Il Giornale d’Italia", 23 maggio 1959, poi in idem, Tre male bestie, Edizioni Politica popolare, Napoli 1959, p. 22.

(11) Ivi, p. 22.

(12) "Lo Zuavo" [L. Sturzo], Soldati, in "La Croce di Costantino", 18 aprile 1897. Rist. in idem, "La Croce di Costantino". Primi scritti politici e pagine inedite sull’azione cattolica e sulle autonomie comunali, a cura di G. De Rosa, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958, pp. 27-29.

(13) Su "La Croce di Costantino", Sturzo pubblica la lettera (14 maggio 1895) di Leone XIII al Cardinal Vicario, in cui ribadisce il non expedit: "quanto il concorso dei cattolici alle elezioni amministrative è lodevole e più che mai da promuovere, altrettanto è da evitare nelle politiche"; cfr. "Il Crociato" [L. Sturzo], Le elezioni politiche e il divieto del Papa, in "La Croce di Costantino", 27 maggio 1900. Rist. in idem, "La Croce di Costantino", cit., pp. 44-45.

(14) La critica di Sturzo ai socialisti e ai massoni è ricorrente in tutta la pubblicistica coeva; cfr. gli articoli pubblicati, in L. Sturzo, "La Croce di Costantino", cit. pp. 25-64.

(15) E. Guccione, Napoleone Colajanni e i cristiani-sociali, AA.VV., Napoleone Colajanni e la società italiana fra otto e novecento, cit., p. 166.

(16) Per le vibrate denunce di questa realtà, caratterizzata dalla subordinazione del clero alle famiglie baronali, si veda G. De Rosa, L’utopia politica di Luigi Sturzo, Brescia, Morcelliana, 1972, pp. 27-30 e pp. 197-200.

(17) L. Sturzo, Riforma, in "L’Unione" (Palermo), 15 gennaio 1905, n. 174.

(18) P. M. Sipala, "Una cosa nuova che la chiamavano sciopero": ideologia e letteratura nella Sicilia del primo Novecento, in AA. VV., La Sicilia, cit., p. 819.

(19) F. Renda, in uno studio minuzioso dell’organizzazione cattolica in Sicilia, ha dato un quadro preciso delle casse rurali, che passarono dalle 7 istituite nel 1895 a 145 nel 1905; F. Renda, Socialisti e cattolici in Sicilia 1900-1914, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1971.

(20) In un articolo pubblicato nel 1901 Sturzo così ribadisce il suo orientamento politico su questo tema: "Lasciate che noi del Meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare la iniziativa dei rimedi dei nostri mali"; cfr. "Il Crociato" [L. Sturzo], La questione del Mezzogiorno, in "La Croce di Costantino", 22 dicembre 1901. Rist. in idem, La battaglia meridionalista, a cura di G. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 56.

(21) G. Are, I cattolici e la questione sociale in Italia 1894-1904, Feltrinelli, Milano 1963, pp. 46-48; M. G. Rossi, Le origini del partito cattolico. Movimento cattolico e lotta di classe nell’Italia liberale, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 73.

(22) F. Rizzo, Mezzogiorno e democrazia nel pensiero di Luigi Sturzo, in AA. VV., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, vol. II, cit., pp. 569-591. L’autore riprende un suo saggio già pubblicato, in idem, Luigi Sturzo e la questione meridionale nella crisi del primo dopoguerra 1919-1924, Centro democratico di cultura e di documentazione, Roma 1957, p. 30. Ma su questo argomento altri spunti interessanti si ritrovano anche in uno scritto successivo intitolato Meridionalismo e antifascismo nel pensiero di L. Sturzo e compreso, in idem, Nazionalismo e democrazia, Lacaita, Manduria-Bari-Perugia 1960, pp. 49-63.

(23) E. Guccione, Napoleone Colajanni e i cristiani-sociali, in AA.VV., Napoleone Colajanni e la società italiana fra otto e novecento, cit., p. 174.

(24) N. Colajanni, Preti e socialisti contro Mazzini, Roma, Biblioteca della Rivista Popolare, 1903. Per un quadro storico più esaustivo della questione si rinvia a G. Spadolini, I repubblicani dopo l’Unità, cit., pp. 83-84.

(25) G. Spadolini, L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Milano, Mondadori, 1976, p. 399.

(26) In quell’occasione Sturzo precisa: "Ci fu un tempo che, sottovoce e come di contrabbando, serpeggiava nelle file dei cattolici una simpatia, non più che una simpatia, per una repubblica italiana, anzi per una federazione repubblicana […]. Oggi, per tendenza o simpatia personale, ce ne sono molti, fra i giovani, cui l’ideale repubblicano piace parecchio"; cfr. l. sturzo, I Discorsi politici, Roma, Istituto Luigi Sturzo, 1951, p. 373.

(27) L. Sturzo, Lo sciopero generale, in "La Croce di Costantino", 25 settembre 1904, poi in idem, "La Croce di Costantino", cit., p. 131.

(28) Per i giudizi di Sturzo su Giolitti cfr. A. Frassati, Giolitti, con prefazione di L. Salvatorelli, Parenti, Firenze 1959, pp. 41-46 e pp. 67-74; m. salvadori, Il mito del buon governo Il mito del buon governo questione meridionale da Cavour a Gramsci, cit., pp. 399-402; G. Manacorda, Sturzo e Giolitti, in aa.vv., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, vol. I, cit., pp. 433-461.

(29) G. Salvemini, Il ministro della mala vita, II ed., Soc. An. Ed. Trinità Monti, Roma 1919. Rist. in idem, Il ministro della mala vita e altri scritti sull’Italia giolittiana, a cura di E. Apih, Feltrinelli, Milano1962, Opere IV, vol. I, pp. 73-141.

(30) Anche per Salvadori, l’aspetto più rilevante dell’azione politica di Sturzo è "la rottura del trasformismo e del clientelismo meridionale come base del rinnovamento generale della società italiana"; cfr. M. Salvadori, Il mito del buon governo Il mito del buon governo questione meridionale da Cavour a Gramsci, Torino, Einaudi, 1960, p. 384.

(31) Sulle posizioni neocolonialiste di De Felice si veda R. Spampinato, Giuseppe De Felice Giuffrida, in aa.vv., I Fasci siciliani, vol. II: La crisi italiana di fine secolo, De Donato, Bari 1976, pp.144-145; mentre su Labriola si veda il volume, per alcuni aspetti ancora utile, di D. Marucco, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario in Italia, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1970, pp. 203-207.

(32) G. De Rosa, Luigi Sturzo nella storia d’Italia, vol. I, cit., p. 64.

(33) L. Lotti, Il Partito repubblicano dal 1895 al 1921, in AA.VV., Napoleone Colajanni e la società italiana tra otto e novecento, cit., p. 65.

(34) In un discorso del 1918 Sturzo esprime una dura critica alla Triplice Alleanza, in quanto "segnò la rotta della nostra politica estera per oltre un quarto di secolo"; al "germanesimo" imperante nella cultura italiana e al clima soffocante del mondo universitario coevo. Per il di-scorso di Sturzo cfr. G. De Rosa, Luigi Sturzo nella storia d’Italia, vol. I, cit., pp. 66-73.