GIUSEPPE PELLA E LA QUESTIONE DI TRIESTE di Gabriella Portalone

Giuseppe Pella, noto per la sua politica economica e finanziaria, svolta secondo i criteri della lesina, di selliana memoria, svolse un ruolo di rottura nella sonnacchiosa e accondiscendente politica estera italiana, in quei brevi e tumultuosi mesi in cui fu presidente del consiglio e ministro degli esteri.

Nato in provincia di Vercelli nel 1902, si ritrovò proiettato nella politica nell’immediato dopoguerra e, per le sue doti di competenza, di compostezza e moderazione, dopo lo scioglimento della Costituente, ricoprì importanti incarichi governativi nel settore delle finanze, settore nel quale era universalmente considerato un affidabile tecnico. Fu sottosegretario alle Finanze e poi, nei governi De Gasperi, ministro delle Finanze e del Tesoro. Fu sostenitore di una politica finanziaria fondata sulla difesa della lira. Dal novembre 1954 al novembre 1956 fu presidente dell’Assemblea della CECA; nel maggio 1957 assunse l’incarico di ministro degli Esteri nei governi Zoli e Segni che detenne, quasi ininterrottamente, fino al 1960 quando, nel III gabinetto Fanfani, tornò ad essere ministro del bilancio.(1)

La sua grande occasione si presentò, come quasi sempre avviene, per caso, poichè nell’agosto del 1953, dopo gli inutili tentativi di De Gasperi prima, di Piccioni poi, Einaudi decise di affidargli l’incarico di formare un governo d’affari, tecnico diremmo oggi (niente di nuovo sotto il sole!), allo scopo di districarsi nei tortuosi meandri dell’ordinaria amministrazione, nell’attesa che si formasse una maggioranza stabile che desse luce ad un vero governo politico con ben più vasti programmi e aspirazioni. Perché proprio Pella?

La democrazia cristiana era in piena crisi politica e la leadership di De Gasperi, ormai in piena decadenza, sia per il naturale decadimento fisico del politico trentino, sia perché questi, che si era giocato tutto con l’approvazione della legge di riforma elettorale, aveva dovuto registrare alle elezioni politiche del 7 giugno, una inaspettata sconfitta. La cosiddetta legge truffa, fortemente voluta da De Gasperi e da Scelba, oggetto di una feroce lotta parlamentare per cui si era ricorsi, per la prima volta, allo strumento dell’ostruzionismo, non aveva portato i risultati sperati. La DC e i partiti apparentati avevano mancato per lo 0,6% la maggioranza richiesta, pari al 50,1%, per usufruire dei vantaggi di quella legge che prevedeva l’assegnazione a tale maggioranza, dei due terzi dei seggi della Camera dei Deputati.(2)

La DC era dunque uscita dalle elezioni sconfitta e moralmente ridimensionata, con una maggioranza che dipendeva sempre più dai capricci dei partiti minori, i veri capisaldi del sistema partitocratrico nazionale.

Occorreva, dunque, varare un governo balneare necessario per esplicare compiti di ordinaria amministrazione e buono per tenere calda la poltrona del potere e permettere, nel frattempo, ai dirigenti del partito di preparare, dietro le quinte, accordi politici che dessero luogo a maggioranze più salde. Già si scatenavano, in seno alla balena bianca, i giochi di corrente e la febbre del potere consumava quelli fra i suoi uomini che, per essere a capo delle singole correnti, dovevano misurare le loro forze per stabilire chi di loro dovesse essere l’erede di De Gasperi.(3)

Pella non rientrava in questi giochi, non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader, dunque gli aspiranti alla guida del partito potevano fidarsi di lui; quando fosse arrivato il momento si sarebbe ritirato in buon ordine, accontentandosi magari di una poltrona di ministro senza portafoglio o di sottosegretario o della presidenza di un ente del parastato.

Pella, inoltre, piaceva sia alla sinistra, per la scrupolosità dell’impegno, per l’accento posto sul carattere provvisorio del suo governo e per il tono di-stensivo delle sue dichiarazioni programmatiche che facevano dimenticare la tradizionale intransigenza ideologica del quadripartito, sia alle destre per la maggiore indipendenza dagli alleati in politica estera. Sia i monarchici che i post – fascisti, infatti, pur essendo genericamente favorevoli all’alleanza atlantica, contestavano l’eccessivo servilismo dei governi italiani nei confronti degli USA e in ciò stranamente si trovavano sulla stessa posizione dei socialisti di Nenni. Pella piacque anche ai laici, poiché il suo ministero cercò fino alla fine di sottrarsi al dispotismo partitocratrico, dando un chiaro segnale in tal senso con la dichiarazione fatta alla Camera nella seduta del 19 agosto 1953: "[…] nel Parlamento tutto si deve ritrovare e dal Parlamento tutto deve ripartire per quanto riguarda il giudizio sull’attività di governo"(4)

Pella ottenne, quindi, la fiducia da parte della DC, del PRI, del PLI e dei monarchici; si astennero missini e socialdemocratici, votarono contro socialisti e comunisti. Tuttavia Nenni, nel suo discorso alla Camera in cui motivava il suo voto contrario, sembrava dare una vera e propria apertura al governo Pella; sottolineando una sua posizione ben distinta da quella degli alleati comunisti, inequivocabilmente contrari ad ogni governo democristiano, prometteva di giudicare il ministero in base ai fatti, di secondare ogni suo sforzo per superare la crisi del momento e "[…] di rinsaldare la reciproca tolleranza che si è ristabilita in Parlamento, in contrasto con l’atmosfera avvelenata della passata legislatura"(5)

Fu cosi che il modesto imprenditore vercellese che avrebbe confidato a Nenni "sono stato ventidue anni dietro il tavolo da ragioniere senza prevedere cosa mi sarebbe capitato a cinquant’anni", si ritrovò fra le mani, la patata bollente della irrisolta questione triestina.(6)

Della critica situazione post-elettorale italiana si preoccuparono anche gli alleati americani, soprattutto nella persona di Clara Boothe Luce, famosa ambasciatrice degli Usa a Roma negli anni del dopoguerra. La Luce fece notare ai suoi superiori di Washington che l’esito delle elezioni era stato particolarmente negativo per gli interessi americani, sia perché avrebbe accelerato la caduta di colui che fino a quel momento era stato un docile esecutore delle direttive alleate, De Gasperi, sia perché, restringendo la maggioranza su cui poteva contare la DC, avrebbe costretto il governo a rivisitare la sua politica estera.

Lo stesso De Gasperi si rendeva conto di essere ormai troppo debole per arginare la protesta della destra parlamentare e, soprattutto, della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana, alimentata dalla delusione per il penalizzante trattato di pace e, soprattutto, per il comportamento remissivo e servile che i governi avevano fino ad allora mantenuto sulla questione di Trieste.

Dopo l’accoglimento della proposta francese a favore della costituzione di un Territorio Libero di Trieste, comprendente l’entroterra triestino e l’Istria, amministrato da un governatore nominato dall’Onu, le due maggiori potenze, Stati Uniti e URSS, non avevano trovato un accordo sulla persona del governatore e sulle norme statutarie del T.L.T. Di conseguenza, per evitare nuove complicazioni, in un momento in cui, con l’enunciazione della dottrina Truman, si era ormai in pieno clima di guerra fredda, si decise di mantenere la situazione di fatto realizzatasi dopo l’ingresso della truppe alleate a Trieste, precedentemente occupata, per ben quarantatre giorni, dai titini. Infatti anche se gli anglo americani ritenevano inutile tenere Trieste separata dall’Italia, temevano anche che sgombrare la città in quel momento particolarmente critico dal punto di vista internazionale, potesse apparire all’URSS come un atto di disimpegno. Si decise di dividere il T.L.T. in due parti, lasciando la zona A - estesa per 222 Km quadrati e abitato da 239.200 italiani e da 63000 sloveni - all’amministrazione militare anglo-tedesca e la zona B, comprendente tutta l’Istria, di 515 Km. Quadrati, con 73.500 abitanti in prevalenza sloveni, all’amministrazione iugoslava, in cui fin dal ’45 era stata portata avanti da Tito un capillare processo di snazionalizzazione delle comunità italiane.(7)

De Gasperi dovette accettare tutto ciò, soprattutto l’umiliazione di aver subito un diktat, pur essendosi l’Italia di Badoglio pomposamente autodefinita cobelligerante, in cambio di quote di riparazione accettabili, di immediati aiuti economici (solo due anni dopo verrà varato il Piano Marshall) e di protezione.

Passavano gli anni e la sistemazione provvisoria non accennava a sbloccarsi. In verità, nel marzo del 1948, alla vigilia delle elezioni italiane, gli alleati avevano proposto all’Italia di scegliere tra il riconoscimento della sovranità italiana su tutto il T.L.T., in un futuro indeterminato, o la restituzione immediata della Zona A. De Gasperi si pronunziò a favore della prima proposta; propagandisticamente, infatti, sarebbe stato negativo accettare solo la zona A con implicita definitiva rinunzia della zona B. Inoltre, gli americani avevano fatto sapere all’ambasciatore italiano a Washington Tarchiani che, per il momento, non avevano nessuna voglia di sgombrare il territorio occupato, data l’incandescente situazione internazionale. Così gli italiani dovettero accontentarsi di una Dichiarazione Tripartita anglo-franco-americana con cui si prometteva la futura restituzione all’Italia dell’intero T.L.T.(8)

La situazione si complicò ulteriormente dopo l’espulsione della Iugoslavia dal Cominform; tale svolta faceva dello stato titino un territorio di penetrazione politica americana, un’occasione di proficua sfida all’URSS. Non era dunque più conveniente mutare la situazione esistente rischiando di molestare l’irritabile Tito.

Dopo quattro anni, senza che nulla fosse accaduto, era lecito pensare che la famosa di Dichiarazione a cui i nostri governanti si rifacevano in continuazione, sarebbe rimasta una semplice promessa elettorale(9). D’altra parte De Gasperi e la sua DC erano tanto forti all’interno e tanto protetti all’estero da poter facilmente tener a bada il malcontento italiano.

Appare spontaneo domandarsi per quale motivo De Gasperi avesse mantenuto un atteggiamento così passivo sulla questione, facendo pochissimo per affrettare la soluzione del problema.(10)

Sapeva, innanzi tutto, che l’Italia trattava da posizioni di estrema debolezza, accentuate dalla rancorosa ostilità britannica; riteneva, inoltre, che valesse la pena mostrarsi pazienti sulla questione di Trieste in cambio di immediati aiuti economici americani che accelerassero la ricostruzione nazionale. Il Piano Marshall e il benessere che da esso sarebbe derivato avrebbero placato ogni sentimento di frustrazione e di revanchismo negli italiani. In tale atteggiamento era fortemente condizionato dalla presenza, prima nel governo e poi solo in parlamento, di due partiti fortemente filosovietici, il comunista e il socialista, e dogmaticamente antinazionali, antirisorgimentali e antimilitaristi. Essi premevano per una politica estera che soddisfacesse le esigenze di Mosca che, nell’immediato dopoguerra si era atteggiata a grande sostenitrice delle pretese di Tito. Tant’è che Togliatti, nel novembre 1946, scavalcando il ministro degli esteri Nenni, in un incontro segreto col dittatore iugoslavo, arrivava a proporgli la cessione di Gorizia e Monfalcone in cambio della sua rinuncia a Trieste, ideando quello che dalla stampa moderata fu definita la "nefasta proposta di baratto"P.(11)

Se Papa Pacelli e i gesuiti di "Civiltà cattolica" sostenevano una politica estera antisovietica e una politica interna anticomunista - si ricordi che Pio XII nel 1952, aveva chiesto, prima a Sturzo e poi a De Gasperi, di favorire al comune di Roma un’alleanza tra DC e MSI, al fine di battere le sinistre, ma non era stato accontentato(12) - un altro settore dell’establishement cattolico, quello più vicino a Dossetti, a padre Gemelli e al giornale "Vita e Pensiero", si faceva portavoce dell’ecumenismo proprio della chiesa cattolica, auspicando una politica di pacificazione sia all’interno che all’estero. Ciò comportava un appoggio all’apertura a sinistra in politica interna(13) ed una politica estera più conciliante nei confronti della comunità cattolica slovena.(14)

A completare tale panorama politico si aggiungevano repubblicani e liberali che assieme al giovane partito socialdemocratico di Saragat, cercavano di inculcare nell’intellighenzia italiana aspirazioni europeistiche in cui le rivendicazioni per Trieste e per l’Istria avrebbero perduto ogni significato.(15)

L’opinione pubblica si trovava costretta, dall’efficiente propaganda dei suddetti partiti, ad annacquare i sentimenti patriottici in un cocktail d’europeismo, ecumenismo cristiano e internazionalismo operaio da cui era bandita la parola Nazione.

Tuttavia, dopo le elezioni del ‘53, anche De Gasperi si era reso conto di non poter più tener a bada il malcontento generale, tanto che nel discorso con cui presentò alle Camere il suo IV ministero, per cui non ottenne la fiducia, dovette affermare, seppur di malavoglia, che era "giunta l’ora di rendere giustizia al popolo italiano"(16).

Non bisogna, inoltre, trascurare che De Gasperi era sempre rimasto un "trentino prestato all’Italia", come egli stesso amava definirsi e che perciò aveva una sensibilità attenuata nei confronti del problema triestino. Da giovane non si era mai battuto per l’indipendenza trentina, ma per l’autonomia della sua regione all’interno del contesto politico asburgico, non per niente, mentre Battisti, disertato l’esercito austro-ungarico, combatteva per l’Italia e perciò aveva dovuto affrontare eroicamente il plotone d’esecuzione, De Gasperi(17) dal suo scranno di deputato cattolico al parlamento austriaco, protestava vibratamente per l’intervento militare italiano.

L’impasse su Trieste fu paradossalmente sbloccata da Tito che, in un di-scorso ufficiale, a Sambasso, espresse chiaramente le sue rivendicazioni sulla zona A, quasi considerando la B definitivamente acquisita dalla Iugoslavia, limitandosi a riconoscere soltanto il carattere internazionale della città di Trieste. Tale arrogante dichiarazione seguiva la ripresa segreta di conversazioni militari con gli occidentali ed un minaccioso movimento di truppe iugoslave in prossimità del confine con la zona A. Ciò diede l’occasione al neo primo ministro Pella di estrinsecare le sue posizioni riguardo al problema, assumendo un atteggiamento di fermo rigore che si estrinsecava nel clamorosa disposizione, a scopo precauzionale, di movimenti di truppe italiane alla frontiera orientale e dell’invio di alcune navi militari in prossimità dei porti di Venezia ed Ancona. Pella dichiarò che tali misure militari avevano anche lo scopo di saggiare, in quel momento in cui l’alleanza atlantica attraversava un momento di crisi, sulla posizione italiana, fino a che punto l’Italia potesse "[…]nel quadro Nato[ ...]avere autonomia d’azione."(18)

Il discorso del Campidoglio del 13 settembre 1953, con cui Pella esponeva alla Nazione la linea di condotta decisa dal governo sul problema triestino, si rivelò una vera e propria mina vagante nella politica internazionale che preoccupò e sbalordì le cancellerie europee ormai troppo abituate alla tacita condiscendenza italiana.

Già nel discorso programmatico Pella, pur ricordando la funzione transitoria del suo Gabinetto, aveva espresso l’intenzione di condurre una politica estera più autonoma rispetto agli alleati occidentali; guadagnandosi così, l’appoggio dei monarchici e dei liberali, nonché l’astensione dei missini e la possibilità di varare il suo governo.(19)

Il discorso del Campidoglio, sopraggiunto alla dichiarazione di Tito, fu sorprendentemente energico; Pella proponeva alle potenze occidentali di risolvere la questione triestina indicendo un plebiscito fra tutti i nati nel Territorio libero prima del 1918.(20) Subordinava implicitamente all’accettazione della sua proposta, la ratifica del trattato sulla costituzione della Commissione Europea di Difesa (CED), a cui tanto tenevano gli americani per rafforzare il sistema difensivo occidentale,"[...] la soluzione del problema di Trieste non potrà che facilitare la ratifica del Ced da parte del Parlamento italiano" - sosteneva il presidente del Consiglio - "e il proseguimento della politica estera di intesa con gli alleati". Ad essi appunto Pella si rivolgeva nell’ultima parte del suo vibrante discorso, trasmesso, come al tempo della adunanze oceaniche di mussoliniana memoria, da altoparlanti che lo diffondevano in tutte le piazze d’Italia, ricordando loro che erano: "[…] entrati e rimasti a Trieste come esecutori di un trattato che l’Italia ha subito protestandone l’ingiustizia e di cui essi stessi hanno riconosciuto l’ineseguibilità. Queste due potenze non hanno di fronte come allora un’Italia isolata e vinta. Sta oggi al loro fianco [...] un’Italia ad essi unita nell’alleanza atlantica. E’ dunque tempo che essi riconoscano l’anacronismo della loro attuale posizione. E non ci si illuda circa una nostra ipotetica disposizione [...] di lasciare insoluto il problema: sappiamo tutti, alleati e non alleati,che esso non consente ulteriori dilazioni. Tale problema ha ripercussioni su tutta la nostra politica internazionale e costituisce il banco di prova delle amicizie".(21)

Le minacce di Pella costituivano certamente un bluff; infatti, cosa avrebbe mai potuto fare la povera Italia del dopoguerra senza l’America? Un bluff che servì, tuttavia, a rafforzare la popolarità del presidente del consiglio e a mobilitare l’opinione pubblica italiana e la stampa in direzione del problema di Trieste.

Allarmò De Gasperi che vide nel discorso del suo successore e nelle misure militari da lui prese, una troppo esplicita minaccia agli alleati occidentali. Egli scrisse quindi una lettera a Pella dai toni molti critici e severi, mettendolo in guardia dalle gravi conseguenze internazionali delle sue parole e dal pericolo di svegliare pericolosi revanchismi fra la popolazione.(22) De Gasperi non si rendeva conto che l’opinione pubblica italiana era avvilita ed esasperata dalle umiliazioni fino ad allora subite dall’Italia e il discorso di Sambasso aveva rappresentato la goccia che faceva traboccare il vaso, dunque aveva bisogna di una dimostrazione di forza e di orgoglio nazionale. Il 30 agosto, il "Tempo" di Roma aveva pubblicato una significativa quanto amara vignetta raffigurante un compiaciuto Tito che diceva: "Possiamo fare la voce grossa! Abbiamo le armi che ci hanno dato gli alleati dell’Italia".

Le minacce di Pella servirono anche ad allarmare gli alleati che capirono di non poter continuare a tirare la corda all’infinito col rischio di spezzarla e di perdere l’Italia in cambio di una ipotetica penetrazione politica in Iugoslavia, realizzando, finalmente, che la "questione di Trieste" era "la più bruciante in Europa [...] dopo quella dei rapporti franco-tedeschi".(23) Così, meno di un mese dopo, l’8 ottobre, dopo un ordine del giorno altrettanto energico votato dalla maggioranza del Parlamento italiano, gli anglo-americani inviarono alle autorità italiane un Memorandum con il quale proponevano l’imminente sgombro della zona A e la sua restituzione all’amministrazione italiana.

Ci furono grandi manifestazioni di giubilo in Italia; la più autorevole posizione politica di Pella era stata premiata: "Il bilancio della sua politica estera è arrivato in meno di due mesi a segnare un indubbio margine di profitto. Preso un atteggiamento di fermezza non tanto nei confronti di Tito […] quanto nei confronti degli alleati occidentali, i frutti non sono tardati" - commentava "La Stampa" di Torino.(24)

La risposta ufficiale di Palazzo Chigi al Memorandum, era articolata in modo tale da rendere chiaro agli alleati che l’accettazione della proposta non avrebbe mai implicato rinunzia alla zona B e che la richiesta italiana di un plebiscito restava assolutamente valida

Alle manifestazioni di giubilo in Italia corrisposero altrettante manifestazioni di protesta a Belgrado organizzate dall’establishement titino dopo la vigorosa nota inviata alle ambasciate inglese e americana (che sarebbero, peraltro, state oggetto della furia dei dimostranti), con cui Tito dichiarava che avrebbe considerato l’ingresso italiano a Trieste come un vero e proprio atto di aggressione.

Se la reazione di Tito aveva creato un estremo imbarazzo fra gli alleati, aveva rafforzato la posizione di Pella all’interno e in Parlamento, dove la sua condotta era stata approvata da tutte le forze politiche, ad eccezione dei comunisti e dei socialisti, i quali per bocca di Nenni assumevano, tuttavia, un atteggiamento diverso dai primi, diversità che fu messa in rilievo dalla stampa come segnale del progressivo allontanamento tra due partiti. Nenni, infatti, pur ritenendo la proposta alleata contraria al trattato di pace del 47, auspicava fermezza "per portare avanti la rivendicazione globale del nostro diritto, non abbandonando gli istriani e arrivare al plebiscito".(25)

Anche La Malfa approvava la linea di condotta del governo, infatti il 12 settembre nel corso di un suo incontro a Washington con membri del Dipar-timento di Stato, aveva affermato che in relazione alla questione di Trieste, gli italiani erano stati "fin troppo remissivi" e che riteneva necessaria una soluzione che tenesse conto"dei diritti italiani e della dignità del popolo italiano".(26) Tuttavia "La Voce Repubblicana" si era mostrata più critica nei confronti del governo: "Del nostro ritorno alla zona A- scriveva- nessuno aveva mai dubitato. Nessuno ce l’aveva mai contestato. Le conversazioni ufficiose tra Sforza e gli Iugoslavi vertevano sulla linea etnica, cioè sulle città italiane della zona B, non su Trieste, che nessun iugoslavo responsabile, prima del 7 giugno, contestava all’Italia. Perché De Gasperi, perché Sforza mirarono sempre ad una soluzione globale anche di transizione, ma globale, e non accettarono mai una soluzione di fatto anche provvisoria che lasciasse la zona B alla Iugoslavia? In questo interrogativo è la ragione della nostra perplessità".(27)

Dunque i repubblicani, ma anche i socialisti di Nenni, consideravano un passo indietro la proposta anglo-americana dell’8 ottobre, rispetto alla Dichiarazione Tripartita del ‘48 ed un’implicita rinuncia a Trieste che il governo Pella era stato costretto ad accettare per la sua maggiore debolezza politica rispetto ai governi precedenti. Così non era, sia perché il presidente del Consiglio italiano, gettando sul tappeto la proposta di referendum aveva messo con le spalle al muro Tito che, rifiutando la consultazione popolare, riconosceva implicitamente l’italianità del territorio.(28) Sia perché l’occupazione italiana della zona A, anche se non significava la restituzione dell’intero territorio, poneva l’Italia in una posizione di assoluta parità con la Iugoslavia dalla quale sarebbe stato più facile trattare. Sia, infine, perché la situazione internazionale era enormemente mutata rispetto al periodo del governo De Gasperi. La morte di Stalin, infatti, e il successivo processo di distensione portato avanti dai suoi successori avevano rimescolato le carte in relazione alla posizione internazionale della Iugoslavia. Krusciov e i suoi compagni miravano ad un recupero dell’alleato balcanico che poteva così giocare ora su due tavoli, ricattando sia Mosca che Washington: "La debolezza della nostra posizione nei riguardi di quella di Tito - scriveva l’ambasciatore italiano a Londra Brusio - è permanente. Noi siamo già vincolati dall’Alleanza Atlantica la quale - a questo riguardo - ci lega più che non ci giovi: Tito è ancora libero e può rendersi prezioso."(29) A questo punto gli alleati, soprattutto gli inglesi, dovettero rendersi conto degli errori commessi con le smisurate promesse fatte a Tito subito dopo la fine della guerra. Soprattutto Churchill e Eden, prima ancora che la guerra si concludesse, avevano preso una netta posizione nei confronti di Tito in funzione assolutamente antitaliana.(30) Se gli alleati si erano mostrati accondiscendenti col dittatore iugoslavo prima della sua uscita dal Cominform, diventarono estremamente disponibili dopo e quasi servili, in prospettiva di un suo ritorno nella sfera sovietica dopo la morte di Stalin. Perciò nel luglio del 1953 gli alleati avevano ufficialmente ripreso le conversazioni militari con Tito, persuadendolo così (se ce ne fosse stato realmente bisogno) del valore politico della posta che egli rappresentava sulla scena internazionale e rendendolo più intransigente sulla questione triestina. Lo stesso ambasciatore italiano a Washington Tarchiani, irritato dalle manovre alleate condotte con Tito a discapito degli interessi dell’Italia, osservava che era giunto per noi il momento di scegliere: "[...] estraniarsi dal processo di collaborazione fra i cinque paesi della Nato e la Iugoslavia, ovvero inserirvisi, abbandonando la pregiudiziale relativa a Trieste".(31) La drastica deduzione di Tarchiani riguardo alla convenienza per l’Italia di attenuare la collaborazione con gli occidentali e di revisionare la sua politica estera, era, peraltro, suggerita dai risultati di un colloquio tra il consigliere d’ambasciata a Washington Ortona e il vice segretario aggiunto alla difesa Nagib Halaby, colloquio durante il quale il diplomatico italiano si era sentito dire: "We take you for granted! (vi consideriamo degli alleati scontati) voi non siete dei comunisti da attirare al nostro fianco". Al che l’esterrefatto Ortona aveva risposto che continuando in tal modo non escludeva che gli italiani avrebbero potuto diventarlo.(32) L’irritazione italiana fu pienamente percepita dalla signora Luce che si premurò di mettere in guardia Eisenhower che, peraltro, come lei nutriva viva ammirazione per Pella, il quale, con la sua consueta pacatezza aveva chiaramente messo in evidenza che Trieste costituiva il problema cardine della politica italiana.(33) D’altronde l’enorme importanza che in quel periodo rivestiva la politica estera ai fini della stessa politica interna, è comprovata dal fatto che dal 1947 in poi il presidente del consiglio italiano ricoprì sempre anche il ruolo di ministro degli esteri.

Davanti alle proteste di Tito gli alleati decisero di prendere tempo, tenendo in considerazione la proposta iugoslava di demandare ad una conferenza a quattro la soluzione del problema. Dovevano però nuovamente scontrarsi con la fermezza di Pella il quale dichiarava che avrebbe subordinato a qualsiasi conferenza e trattativa l’ingresso italiano a Trieste e il plebiscito in tutto il territorio: "In ogni caso prima si entra nella zona A e poi si tratta".(34) Il 17 ottobre dichiarò al Senato che non si sarebbe fatto irretire da Tito e che gli alleati non avrebbero avuto a che fare con "l’Italia prostrata del 1945", ma con una nuova Italia "che non dimentica di avere forze sufficienti alla propria difesa", concludendo che un comportamento degli alleati non conforme alla dichiarazione dell’8 ottobre avrebbe comportato le dimissioni di tutto il governo.(35)

Dalle parole ai fatti: il 19 ottobre Pella inviava al confine con la Iugoslavia due divisioni di cui facevano parte i reparti Folgore e Ariete e batterie antiaere sulle due rive dell’Isonzo.

Un atteggiamento veramente insolito per un premier italiano che ci ricorda quasi la spavalderia del Mussolini del ‘38, deciso a fermare l’Aunchluss con l’invio di quattro divisioni sul Brennero; comunque una sfida politica destinata ad essere un episodio unico nella storia della Repubblica italiana.

Ma quali erano le vere intenzioni degli anglo americani riguardo alle effettive conseguenze del Memorandum dell’8 ottobre? Con molta probabilità si auguravano che la loro proposta fatta all’Italia di cedere la zona A avrebbe determinato in Tito una reazione immediata a favore dell’annessione definitiva della zona B. Quell’ingarbugliata situazione avrebbe quindi potuto risolversi senza un loro compromettente intervento diretto.

Il 4 novembre la celebrazione dell’anniversario della vittoria vide in tutta Italia manifestazioni insolitamente solenni. Pella si recò a celebrarlo a Redipuglia, dove lo attendevano centomila persone e dove il gonfalone di Trieste fu fatto sfilare davanti alla folla inneggiante che accomunava nell’applauso il nome di Pella a quello della città giuliana tra le note de Le campane di San Giusto.(36)

Il pellegrinaggio a Redipuglia voleva essere un segnale, ma non una provocazione, tant’è che Pella si astenne dal parlare in pubblico, preferendo tenere il suo discorso ufficiale, più tardi, a Venezia, a Piazza San Marco, davanti a cinquantamila persone: "[…] Non è possibile in questo particolare momento, in questo giorno, pregare nel cimitero di Redipuglia dinanzi ai gonfaloni di Trieste e di molte città italiane senza che il pensiero vada a Trieste e al suo territorio [...] nessuno deve quindi minimamente dubitare della serena fermezza con la quale il governo italiano, senza lasciarsi impressionare dalle altrui minacce o distrarre da vari tentativi di diversione, mantiene le posizioni prese [...] Per Trieste buona guardia. Si amici. Stiatene certi. Per l’Italia e per la sua dignità, per i suoi vitali interessi, questa è la consegna a cui questo governo, ogni governo italiano obbedirà: buona guardia!"(37)

Emergendo da quella artificiale atmosfera di passiva accondiscendenza determinata dalla convergenza, in quel particolare periodo storico, dell’ ecumenismo cattolico, dell’europeismo laico e dell’internazionalismo marxista, Pella riesumava i sentimenti nazionali, definendo Trieste come "la sentinella dell’italianità in quelle lontanissime terre".(38)

Il nuovo corso inaugurato da Pella con il conseguente prestigio derivatone per la nazione, venne riconosciuto, nel successivo dibattito parlamentare, anche dagli esponenti della DC, la cui ala sinistra non era certamente entusiasta dalla svolta politica pelliana che riteneva troppo favorevole alla destra, con il continuo richiamo ai "valori patriottici" ed estremamente pericolosa per l’equilibrio delle alleanze: "Certamente nessuna sottovalutazione da parte mia del successo interno ed internazionale conseguito dal governo, ed in modo particolare da lei, On. Pella. Perché si deve in gran parte alla sua fatica ed al suo personale coraggio (sottolineo questa parola) il successo di questo momento, in questa prima fase dell’azione intrapresa per la restituzione alla madre patria di terre che sotto ogni aspetto le appartengono".(39)

Il riconoscimento dovuto dell’on.Bartole si scontrava, tuttavia, con i malcontenti che cominciavano a serpeggiare nel suo partito. La DC vedeva di malocchio l’appoggio dato a Pella da quasi tutte le forze parlamentari, dagli organi della stampa libera e soprattutto dall’opinione pubblica in generale. In Parlamento anche Saragat si era espresso a favore del governo, dichiarando che fra le tre strade che da sempre si prospettavano ai governanti italiani sul problema in esame - la politica del tutto o niente, quella di qualche cosa a scapito di tutto e infine quella del passo innanzi che avvicina alla meta - Pella aveva scelto la terza, la migliore "[...] che non credo ci allontani dalla realizzazione dei nostri obiettivi nella zona B, ma ci permette di poter negoziare a migliori condizioni".(40)

Anche Nenni assunse una posizione favorevole al governo chiedendo, alla fine del suo intervento parlamentare "di prendere atto della decisione degli anglo americani, ma di chiedere loro un’esplicita accettazione della proposta di plebiscito [...] di portarla davanti a tutto il mondo [...] e di continuare a condizionare la politica estera alla soluzione della questione di Trieste".(41)

Il successo del ragioniere Pella irritava i notabili DC timorosi di avere involontariamente assecondato la nascita di una stella. Lo stesso Nenni nel suo diario riconosceva che la questione di Trieste aveva dato a Pella l’occasione di "superare i limiti del presidente del Consiglio di un Gabinetto d’Affari. Saprà? Vorrà?"(42) Ma vi erano altre preoccupazioni nel partito di maggioranza; per esempio una troppo energica sterzata del governo a destra, con il pericolo che i rigurgiti nazionalisti tanto a lungo repressi, potessero mettere in pericolo la tenuta dell’alleanza atlantica e la protezione americana a cui in gran parte il partito cattolico doveva il clamoroso successo del 18 aprile ‘48. Tale preoccupazione era condivisa anche dal repubblicano Pacciardi che, tuttavia, dinanzi alle minacce di Tito finiva per accantonare ogni critica al comportamento del governo: "Il dado è tratto - dichiarava - Ed ora, qualsiasi opinione si abbia sull’utilità del compromesso, il dovere di tutti gli italiani è di schierarsi compatti contro le minacce, anche militari della Iugoslavia".(43)

Intanto si registravano a Trieste il 3, il 4 e il 5 novembre violenti scontri tra triestini e filo titini che causavano sei morti fra i dimostranti e cinquantasei feriti più o meno gravi. Tali tragici eventi erano stati provocati dall’incauto comportamento della polizia comandata dal generale inglese Winterton che aveva dato ordine di sparare sulla folla, dopo lo scoppio del tumulto causato dal divieto fatto ad un triestino di sfilare con il tricolore per festeggiare l’anniversario della vittoria.

Dopo la pacifica manifestazione di Redipuglia del 4 novembre, infatti, i triestini ritornando in città avevano deciso di festeggiare la ricorrenza improvvisando un pacifico corteo preceduto dal tricolore, ma il generale inglese ordinava ai suoi uomini di strappare il tricolore dalle mani dei manifestanti di caricarli e di disperderli, mentre l’indomani irrazionalmente ordinava di seguire e caricare altri patrioti che si erano rifugiati, per evitare il peggio, nella chiesa di S. Antonio Taumaturgo, violando anche l’intangibilità del tempio, quindi la sparatoria con morti e feriti. Il successivo arrivo di truppe americane, che avevano cercato di correggere l’eccessivo rigore degli inglesi, era sopraggiunto troppo tardi quando ormai la tragedia si era consumata, ma aveva consentito alla folla e ai giornalisti di distinguere fra l’ostilità inglese e la maggiore comprensione degli americani. Quando poi Pella, per testimoniare la solidarietà del popolo italiano ai confratelli triestini, chiese insistentemente di recarsi a Trieste per partecipare ai funerali dei dimostranti uccisi, dovette scontrarsi con un netto rifiuto delle autorità alleate, motivato con il timore che la presenza del capo del governo italiano avrebbe potuto suscitare ulteriori disordini.

L’episodio sdegnò l’opinione pubblica italiana, mentre si moltiplicavano le manifestazioni pro-Trieste e si accentuava la posizione critica del mondo politico e della stampa nei confronti del comportamento alleato.

Tale stato d’animo si rifletteva nelle varie interpellanze parlamentari svolte nella seduta del 17 novembre. Adesso agli elogi a Pella si aggiungeva il biasimo alla politica estera precedentemente condotta. Ammesso che la Dichiarazione tripartita del marzo ‘48 fosse stato un mero espediente elettorale, come sosteneva Togliatti, perché - si domandava il monarchico Delcroix - i precedenti governi non si erano preoccupati di girare a nostro favore, il più presto possibile, quell’assegno a vuoto, prima che la defezione di Tito dal Cominform rendesse gli alleati più cauti nell’eseguire la promessa? "Purtroppo in questi anni si ebbe un’eccessiva fretta di adempiere a tutte le condizioni che ci furono imposte, mentre non se ne ebbe alcuna per esigere il mantenimento delle promesse a noi fatte [...] così ci siamo uniti ai vincitori senza mai uscire dalla condizione di vinti. [ ...] La fretta che si ebbe nel sollecitare l’ingresso nell’alleanza, a cui prima o poi saremmo stati pregati di aderire, fu spiegata con il complesso dell’isolamento, a cui disgraziatamente si aggiunse quello dell’espiazione, dimenticando che la misericordia non fa parte della politica e che i popoli che si umiliano, lungi dall’essere esaltati, sono disprezzati." E concludendo si rivolgeva direttamente al Presidente del Consiglio esortandolo a continuare sulla strada della fermezza per il prestigio di tutto il Paese: "ricordi che i popoli non sono sovvenuti in proporzione ai bisogni che hanno, bensì in misura della considerazione di cui godono".(44)

In tutti gli interventi era stata impietosamente messa in rilievo l’assoluta assenza di vantaggi, se si escludevano quelli meramente economici, che l’Italia, fino a quel momento, aveva tratto dall’appartenenza alla Nato. Probabilmente il fatto che il nostro Paese sembrasse essersi venduto, per la sua sopravvivenza economica, il retaggio di dignità nazionale, sarebbe stato determinante, nel futuro per la scarsa considerazione e per lo scarso peso che esso avrebbe avuto in campo internazionale.

La stessa benevolenza americana in contrasto alla rancorosa ostilità inglese era un argomento che aveva progressivamente perso ogni mordente: "E’ ormai certo che noi subiamo le conseguenze della vendetta inglese - affermava il monarchico Viola - ma [...] che differenza c’è fra un nemico che bastona e un amico che assiste impassibile alla bastonatura? Per mio conto giustifico il nemico che mi bastona e non l’amico che se ne sta con le mani in tasca a guardare [...]se continueremo ad essere umiliati, abbiamo il dovere di prendere determinate precauzioni, specie dinnanzi ai futuri sviluppi del Patto Atlantico, tenendo soprattutto presente che prossimamente verrà in di-scussione alla Camera la ratifica del trattato che riguarda l’esercito europeo".(45)

Dunque i sommessi avvertimenti registrati nel discorso del Campidoglio di Pella e che tanto scalpore avevano destato, erano diventate aperte minacce nei confronti di alleati ritenuti ormai infidi. Ma Viola calcava la mano riferendo i sarcastici giudizi dei principali quotidiani inglesi sull’Italia e il suo popolo; il "Daily Express" scriveva: "Gli italiani hanno sempre disertato, essi tradirono i tedeschi nella 1° guerra mondiale ed hanno cambiato parte nella seconda: aggredirono i francesi dopo la sconfitta francese del 1940, attaccarono i greci e poi dovettero invocare l’intervento tedesco. Ora minacciano gli iugoslavi, i quali, se la guerra dovesse essere combattuta fra le forze armate dei due paesi, scaccerebbero gli italiani da Trieste inseguendoli fino all’estremità della penisola". E il "Daily Mail": "Tito appare più ragionevole di Pella. Quest’uomo non può essere considerato responsabile dei tumulti, ma deve prendersi la sua parte di colpa, perché, egli anziché calmare ha eccitato gli animi per Trieste. Per tutta la durata della crisi, l’atteggiamento del sig. Pella è stato bellicoso e provocatorio, Tito, invece dopo le prime minacce, è diventato conciliativo."

Impossibile tollerare un simile linguaggio da un alleato per colpa del quale, al di là delle sue proprie colpe,l’Italia aveva perso una delle perle del suo territorio- continuava Viola: "Abbiamo perduto l’italianissima Pola e tutto il resto, per colpa degli anglo-americani, ma soprattutto degli inglesi. Tito avrebbe potuto chiedere anche la luna, in un certo momento gliel’avrebbero data" e concludeva: "[…] Ammettiamo che Ella, sig. Presidente, per il suo futuro atteggiamento non riesca a consegnare la zona A all’Italia [...] Ella non perderà per questo nulla del suo prestigio [...] ma Ella avrà difeso la dignità del nostro paese, Ella sarà sempre il degno rappresentante di un’Italia che amiamo.(Applausi a destra). Altrimenti continueremo ad essere tacciati da servi, da individui che si accontentano d’una manciata di dollari o di qualche sacco di grano: individui che non sentono più l’ideale, quell’ideale che fa grande un popolo, [...] che ci impone di rispettare gli altri ma che ci fa rispettare".(46)

Indubbiamente gli inglesi con l’assurdo atteggiamento del loro comandante della polizia civile gen. Winterton, erano i principali colpevoli dei morti di Trieste e paradossalmente invece di scusarsi con l’alleato offeso, ne calpestavano ancora di più l’onore e la dignità diffamandolo sui loro principali organi di stampa. L’antipatia inglese nei confronti dell’Italia era provata dal differente atteggiamento assunto di fronte alle manifestazioni pro-Trieste,organizzate a Belgrado ad opera del regime e le manifestazioni nazionalistiche triestine del 3, 4 e 5 novembre. Nel primo caso, malgrado i manifestanti titini si fossero scagliati con violenza contro l’ambasciata britannica, provocando gravi danni all’edificio, gli inglesi avevano manifestato un atteggiamento di estrema tolleranza; a Trieste invece, Winterton aveva volutamente provocato i disordini con la sua insipienza e a tali disordini aveva reagito sparando sulla folla inerme e scatenandone ulteriormente la furia.

Il nazionalismo represso a cui avevano dato la stura il comportamento degli inglesi e le coraggiose dichiarazioni di Pella che, peraltro, accentuava sempre più la sua linea politica imperniata sulla fermezza, allarmava i partiti più interessati alla politica europea e all’alleanza atlantica come il PRI che con Pacciardi- in un primo momento favorevole alla politica estera di Pella, ma in seguito preoccupato delle conseguenze negative che avrebbe potuto avere sul mantenimento delle alleanze e sulla costruzione di un forte spirito europeistico - si opponeva vigorosamente alla linea governativa e la DC che, appunto, per bocca di un suo esponente, l’on. Manzini metteva in guardia il Parlamento sulle pericolose conseguenze di certi atteggiamenti: "Queste ribellioni noi le comprendiamo; però non vorremmo che attraverso la tragedia triestina, fosse compromessa tutta la visuale del problema politico come si va svolgendo nei suoi termini più obiettivi.. Noi non ci associamo a coloro che anche nelle manifestazioni spontanee, legittime, sacrosante dei sentimenti di italianità nelle piazze e nelle strade d’Italia, hanno fatto sentire troppo evidentemente il desiderio sotterraneo di sfruttare questa sciagurata situazione per spingerla ad estremi politici che non sono né nella logica della situazione, né nell’interesse dell’Italia, né in quello della sicurezza, né in quello della democrazia e della pace. Noi non siamo fra costoro e non accettiamo neppure la critica che è stata fatta qui su tutto lo sviluppo passato della nostra politica, perché pensiamo che fu e rimane l’unica politica [...] conveniente per il popolo italiano [...] se respingessimo da noi l’America e l’Inghilterra quale altra forza ci potrebbe dare Trieste?"(47)

Manzini continuava il suo intervento difendendo la politica estera di De Gasperi e Sforza tacciata dalle destre di immobilismo. L’azione diplomatica del ministro Sforza, anzi, era stata tanto discreta ed abile da ottenere concessioni inaspettate da Tito. Il capovolgimento di posizione espresso dal dittatore iugoslavo nel discorso di Sambasso - secondo Manzini - non era dovuto all’immobilismo e all’acquiescenza della politica italiana, ma ai risultati elettorali del 7 giugno, che, indebolendo la Democrazia Cristiana, avevano generato il sospetto nei dirigenti iugoslavi di trovarsi di fronte ad un’Italia più arrendevole o la convinzione di dovere prevenire il maggiore revanchismo delle destre con una politica più aggressiva.

Era chiaro l’intento del partito di maggioranza di richiamare all’ordine Pella, colpevole di essere uscito dai ranghi col favorire una politica estera più nazionalista e autonoma rispetto agli alleati e col cercare, in tale suo disegno, il sostegno della destra. Tali manovre sotterranee contro Pella venivano percepite perfettamente da alcuni settori del Parlamento: "Io temo le manovre interne più che le pressioni esterne - affermava Delcroix - per indurre il governo [...] ad un ripiegamento che sarebbe una capitolazione e che mentre gli alienerebbe le simpatie del Paese, lo [...] squalificherebbe dinanzi al Parlamento del quale non eseguirebbe l’unanime mandato [...] Ed io rifiutandomi di credere che vi sia qualcuno capace di augurarsi l’umiliazione dell’Italia per vedere il Governo dimettersi, sento nell’aria una certa preoccupazione che si ottenga oggi quello che non fu ottenuto ieri".(48)

La delicatezza di quel momento politico e la sorpresa che per tutti si era rivelato Pella, in contrasto con De Gasperi e Sforza "[...] che avevano inchiodato il paese alla dichiarazione del marzo ‘48",(49) sono ben messi in rilievo nelle pagine del diario di Nenni, quando il leader socialista riferisce dei suoi incontri privati in casa Dugoni con il Presidente del Consiglio che più volte gli aveva espresso la sua stima personale: "Mi dice di aver fatto sapere agli anglo-americani che un rifiuto del plebiscito lo metterebbe nella necessità di proclamare che le basi della politica italiana di adesione al Patto Atlantico sono venute meno e di dimettersi perché il Parlamento esprima una nuova politica e un nuovo governo. E’ un’impostazione che approvo".(50) Lo esortava inoltre a non aggrapparsi al potere, ma di dimettersi in assenza di un’organica maggioranza, poichè l’allontanarsi - come aveva insegnato Giolitti- era il mezzo migliore per farsene una e tornare. Inoltre lo avvertiva: "Si guardi dal gruppo dirigente della DC intento a farle tirare dal fuoco due castagne: Trieste e l’apertura a destra".(51)

A questo riguardo Nenni accenna ad un presunto intrigo dei servizi segreti, di cui aveva avuto notizia, allo scopo di avvicinarlo a Pella e di favorire l’apertura a sinistra. Da tutto ciò il PSI avrebbe tratto grossi vantaggi, primo fra tutti il rientro nel governo; in cambio avrebbe dovuto garantire una completa emancipazione dai comunisti. Sir Ivo Mallet, ambasciatore britannico a Belgrado e notoriamente simpatizzante per le ragioni iugoslave, in un di-spaccio alla sua ambasciata, già in ottobre, accennava alle voci circolanti su un governo nuovo presieduto da Nenni. In tale dispaccio, tuttavia, esprimeva i suoi timori in proposito, poichè riteneva che il governo Pella si fosse enormemente rafforzato all’interno, acquistando prestigio con la sua politica coraggiosa sulla questione triestina e che, dunque, una sua caduta avrebbe potuto portare ad elezioni in cui il tema centrale sarebbe stato Trieste. Tutto ciò, oltre che allontanare l’Italia dalla Nato, avrebbe potuto rappresentare, tramite il probabile rafforzamento delle destre, come reazione politica all’apertura ali socialisti, un pericolo per la democrazia.(52)

Quale lo scopo della manovra, a cui indirettamente accennano Sir Mallet e Nenni, ammettendo che le rivelazioni di quest’ultimo sul coinvolgimento dei servizi segreti corrispondessero a realtà? Sbarazzarsi della sempre più determinante influenza della destra sulla politica ministeriale o eseguire una richiesta americana diretta ad assorbire nell’area governativa il PSI, isolando definitivamente Togliatti? Nell’uno e nell’altro caso la manovra partiva dai democristiani e in un’altra pagina del suo diario Nenni ce lo conferma: "Ho avuto stanotte un lungo incontro privato con Pella [...] dalla conversazione risulta che il dente che gli duole è Trieste. Prima Pacciardi, poi De Gasperi, infine Scelba gli hanno letteralmente tagliato le gambe mettendo l’alleanza atlantica e la CED prima di Trieste. Malgrado ciò egli avrebbe fatto a Parigi il seguente discorso a Foster Dulles e a Eden: "Conoscete il punto di vista del mio partito, io ho però il dovere di dirvi che difficilmente il trattato della CED sarà ratificato dal Parlamento se prima non sarà risolta la questione di Trieste o per lo meno mantenuta ed eseguita la decisione dell’8 ottobre concernente la restituzione all’Italia della zona A".(53)

Si era davanti ad un Prometeo in lotta contro la partitocrazia o semplicemente all’ultimo uomo politico italiano capace di sfidare il proprio partito?

Nell’uno e nell’altro caso il ritorno alla normalità in campo nazionale e internazionale era ormai subordinato alla sua eliminazione dalla scena politica.

La sua fermezza, infatti, in parte anche incoraggiata dai nostri ambienti diplomatici - secondo il De Leonardis -, l’esigenza di tenere per una volta alto il prestigio italiano, determinarono un’impasse diplomatica; egli subordinava la partecipazione a qualsivoglia conferenza internazionale sulla risoluzione del problema triestino, cioè all’esecuzione, anche parziale, della dichiarazione anglo-americana dell’8 ottobre. Rinunziare a tale pregiudiziale significava perdere la faccia, soprattutto all’interno della nazione; per lo stesso motivo Tito non voleva saperne di cedimenti di alcun genere alle ragioni italiane e gli alleati non intendevano perdere l’apertura politica ed economica del dittatore iugoslavo per accontentare l’Italia in ciò che gli inglesi ritenevano poco più di un capriccio. Anzi proprio in quei giorni di febbrili trattative, gli anglo-americani ultimavano le loro conversazioni con Belgrado in relazione agli aiuti economici alla Iugoslavia che sarebbero proseguiti anche nel 1954.(54)

La popolarità acquisita da Pella nel Paese e lo sbandamento a destra della politica italiana, aspetti ambedue messi ben in evidenza da Sir Mallet, preoccupavano i democristiani come De Gasperi e Scelba, il quale il 12 dicembre attaccò violentemente, in Parlamento, il Presidente del Consiglio, giudicandolo non all’altezza della situazione, preparandosi così alla sua successione. De Gasperi, invece, in un articolo sul settimanale democristiano "La discussione", parlando del governo Pella, lo aveva definito governo amico, mettendo così in evidenza la presa di distanze nei suoi confronti da parte del partito e lanciando un segnale agli alleati atlantici.

Il pretesto per le dimissioni, rassegnate da Pella il 5 gennaio del 1954, fu dato da un suo tentativo di rimpasto governativo, ideato per trasformare il suo governo d’affari, in un governo con una salda maggioranza di centro-destra, eliminandone il carattere di provvisorietà. Tale rimpasto aveva come oggetto l’on. Salvatore Aldisio che avrebbe dovuto occupare il dicastero dell’agricoltura. Ma la DC che considerava la scelta di Aldisio come un segnale favorevole alle destre, pose il veto dando inizio ad una prassi assolutamente anticostituzionale, come metterà in rilievo lo stesso presidente della repubblica Einaudi, destinata a perpetuarsi nel tempo facendo dello stato italiano un regime partitocratrico. Con tale divieto la DC, inoltre, liquidava ogni possibilità d’apertura a destra, iniziando un progressivo avvicinamento alla sinistra socialista.(55)

I nemici di Pella vollero la sua fine non perché contrari alla sua politica estera, ma per paura che il nazionalismo da lui risvegliato cambiasse gli equilibri politici interni e isolasse internazionalmente il Paese.

Tarchiani parlando del passaggio dal governo Pella a quello Scelba, sostenuto da De Gasperi e da tutta la DC, avrebbe scritto che nulla era effettivamente cambiato nella politica estera italiana, ci sarebbe stato soltanto "un sensibile abbassamento di toni negli acuti".(56) Infatti mentre Pella aveva fatto della questione di Trieste "la pietra di paragone di tutte le alleanze"57), subordinando alla sua risoluzione la politica atlantica ed europeista, Scelba ne fece una questione europea, convinto, come De Gasperi, che solo rafforzando la sua posizione in seno all’alleanza atlantica e all’Europa, l’Italia avrebbe ottenuto dagli alleati il riconoscimento dei suoi diritti. Seguendo tale linea di condotta sarebbe arrivato al memorandum di Londra del 1954, di cui proprio in questi giorni si celebra il cinquantennale, che non era altro che una spartizione del T.L.T. fra i due contendenti con carattere di definitiva risoluzione della contesa. L’implicita rinunzia italiana all’Istria contenuta in tale accordo sarebbe rimasta segreta fino al 1975 quando, in un momento di assoluto assopimento degli ideali nazionali, grazie al ventennale significativo silenzio mantenuto dai partiti di governo e dai giornali ad essi compiacenti, si poté ufficializzare con il Trattato di Osimo.

Scelba ritenne forse più opportuno rinunziare ad un territorio di soli 70.000 abitanti per lo più sloveni in cambio del mantenimento degli equilibri internazionali; non si può dimenticare tuttavia che con l’aspra e bellissima penisola istriana venivano cedute agli iugoslavi italianissime città come, Capodistria, Pola e Fiume, italiane per popolazione, per lingua, per cultura, per storia e tradizioni, oggi purtroppo quasi completamente slavizzate, porti importanti, ma soprattutto capisaldi ai confini orientali della nostra lingua e della nostra cultura.

NOTE

(1) N. Kogan, Storia politica dell’Italia repubblicana, Bari 1990, pp. 89 e sgg.

(2) Sulla legge truffa cfr. G. Scarpari, La Democrazia Cristiana e le leggi eccezionali, 1950-53, Milano 1977; G. Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano 1956; P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Bologna 1977; L.Valiani, L’Italia di De Gasperi (1945-1954), Firenze 1982.

(3) G. Mantovani, Gli eredi di De Gasperi. Iniziativa democratica e i "giovani" al potere, Firenze 1976.

(4) G. Mammarella, Il declino del centrismo e la formazione del governo Scelba in Storia del Parlamento Italiano 1861-1988, vol. XVII, Milano 1991, p. 88; "Il Mondo", 23 agosto 1953.

(5) Ibidem.

(6) P. Nenni, Tempo di guerra fredda, Milano 1981, p. 600.

(7) Sul trattato di pace e la questione di Trieste cfr. G. Vedovato, Il trattato di pace con l’Italia, Firenze1947; D. De Castro, Il problema di Trieste, Bologna 1953; N. Kogan, La politica estera italiana, Milano 1965; N. Kogan, La politica estera della repubblica italiana, Milano 1967; P. Cacace, Vent’anni di politica estera italiana (1943-1963), Roma 1986; G. Valdevit, La questione di Trieste. 1941-1954, Milano 1986; M. De Leonardis, La "diplomazia atlantica" e la soluzione del problema di Trieste (1952-1954), Napoli 1992.

(8) M. de Leonardis, op. cit.

(9) "Credo che ormai non vi sia più nessuno che non sia convinto che si trattava di una posizione utopistica e assurda, valida soltanto a scopi di politica interna", cosi Togliatti in riferimento alla Dichiarazione Tripartita del 20 marzo 1948, in Atti della Camera dei Deputati- Discussioni, II legislatura, tornata del 9 ottobre 1953, p. 1760. Sull’argomento, cfr.: G. Rossi, Trieste e colonie alla vigilia delle elezioni italiane del 18 aprile 1948, in "Rivista di studi politici internazionali", N. 182, (aprile - giugno1979), pp. 205-31.

(10) Sulla politica estera di De Gasperi cfr. M. De Leonardis, op. cit.; R. Pupo, La questione di Trieste dall’entrata in vigore del Trattato di Pace alle elezioni del 1953, in G. Rossini, De Gasperi e l’età del centrismo (1947-1953), Roma 1984; C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi: la politica estera italiana dal 1947 al 1951, Roma 1952; P. Pastorelli, La politica estera italiana del dopoguerra, Bologna 1987.

(11) G. Mammarella, L’Italia contemporanea, vol. V, Bologna 1985, p. 111.

(12) Pochi giorni dopo la richiesta inascoltata De Gasperi, in occasione del suo trentesimo anniversario di matrimonio, chiese al papa un’udienza che gli venne rifiutata. Cfr: P. Ginsburg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, vol. I, Torino 1989. Pare che De Gasperi così avesse commentato il rifiuto del Papa: Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla, come presidente del consiglio e ministro degli esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e della quale non mi posso spogliare anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale Cfr. M.R. Catti De Gasperi, Uomo solo, Milano 1964, p. 336. Sulla posizione dei Gesuiti cfr.: R. Sani, Da De Gasperi a Fanfani. La Civiltà cattolica e il mondo cattolico italiano nel secondo dopoguerra, 1945-1962, Brescia 1986.

(13) La rivista di padre Gemelli "Vita e Pensiero", ai primi di ottobre del 1953, come reazione allo slittamento del governo Pella verso destra, spingeva la DC ad un’apertura a sinistra. Cfr. "La Stampa", Torino, 8 ottobre 1953.

(14) Sulla politica del Vaticano cfr. D. Settembrin, La chiesa nella politica italiana, Pisa 1964; A. Prandi, Chiesa e politica. La gerarchia e l’impegno dei cattolici italiani, Bologna 1968; S. Magister, La politica vaticana e l’Italia (1943-1978), Roma 1979.

(15) Sulla posizione di detti partiti cfr. A. Varni, Organizzazione politica del PRI dal 1946 al 1984, Bologna 1985; P. Moretti, I due socialismi:la scissione di Palazzo Barberini e la nascita della socialdemocrazia, Milano 1975; A. Ciani, Il partito liberale italiano da Croce a Malagodi, Napoli 1968.

(16) G. Mammarella, L’Italia Contemporanea, cit. pp. 195 e sgg.

(17) Mussolini considerava De Gasperi un uomo malato di stitichezza intellettuale. Cfr. B. Mussolini, Il "vilissimo mestiere", da "Il Popolo", n. 2715, 29 maggio 1909; G. Pini, D. Susmel, Mussolini l’uomo e l’opera, Firenze 1953,vol. I; G. Tricoli Benito Mussolini L’uomo- Il rivoluzionario- Lo statista-e la sua formazione ideologica, Roma 1996, p. 124.

(18) M. Se Leonardis, op. cit., pp. 283-284.

(19) G. Mammarella, op. cit., pp. 194 e sgg.

(20) La richiesta di Pella avrebbe avuto delle ripercussioni immediate sia a Vienna che in Alto Adige. I deputati altoatesini Ebner e Guggemberg intervennero nel dibattito alla Camera sulla politica estera, il 30 settembre e il 6 ottobre, chiedendo che il principio di autodeterminazione invocato per Trieste fosse applicato anche alla popolazione altoatesina a cui era stato negato fin dal 1919. Qualche giorno dopo fu il governo austriaco a presentare la stessa richiesta ai governi americano, inglese e francese, dimostrando così che, malgrado gli accordi del 1946, Vienna non aveva ancora rinunciato ad una revisione dei suoi confini con l’Italia. Cfr. M. Toscano, Storia diplomatica della questione dell’Alto Adige, Bari 1968, pp. 477-478.

(21) "Giornale di Sicilia" 14 e 15 settembre 1953; "La Stampa", 14 settembre 1953 e 8 ottobre 1953.

(22) M. Romana Catti De Gasperi, De Gasperi scrive, Brescia 1974, vol. I pp. 240-241.

(23) E. Ortona, op. cit., II, p. 47.

(24) "La Stampa", Torino 9 ottobre 1953.

(25) Atti -Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni,Tornata del 19 ottobre 1953, pag. 1760; P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit. pp. 590 e sgg.; E. Santarelli, Pietro Nenni, Torino 1988.

(26) "Giornale di Sicilia" 13 settembre 1953

(27) "La Stampa", Torino 10 ottobre 1953.

(28) Luigi Salvatorelli, Una buona base, da "La Stampa", Torino 10 ottobre 1953.

(29) M. De Leonardis, op. cit. p. 274. D’altronde l’importanza che in quei momenti rivestiva la politica estera nel contesto della politica interna italiana era comprovato.

(30) P. Buscaroli, Il regno del terrore slavo, da "Il Giornale", 14 maggio 1995.

(31) M. De Leonardis, op. cit. p. 271.

(32) E. Ortona, Anni d’America, vol. II, La diplomazia 1953-1961, Bologna 1986, p. 35.

(33) Ivi, p. 296.

(34) "La Stampa", Torino, 17 ottobre 1953.

(35) Ivi, 18 ottobre 1953.

(36) Ivi, 5 novembre 1953.

(37) Ibidem.

(38) Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Tornata del 9 ottobre 1953, p. 1754.

(39) Ivi, p. 1755.

(40 Ivi, p. 1756.

(41) Ivi, p. 1760; P. Nenni, op. cit., pp. 592 e sgg.

(42) P. Nenni, Tempo di guerra fredda, op. cit. p. 590.

(43) "La Stampa", Torino, 13 ottobre 1953.

(44) Atti Parlamentari, Discussioni della Camera dei deputati, tornata del 17 novembre 1953, pp. 3727 e sgg.

(45) Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, tornata del 17 novembre 1953, pag. 3743.

(46) Ivi, pp. 3743 - 3744.

(47) Ivi, pp. 3745, 3748 e sgg.

(48) Ivi, p. 3732.

(49) P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 590.

(50) Ivi, p. 591.

(51) Ivi, p. 594.

(52) M. De Leonardis, op. cit., pp. 330-331

(53) Ivi, p. 599.

(54) A. Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washington, Milano 1955.

(55) Facendo un bilancio del governo Pella, così scriveva su "Il Mondo" del 26 gennaio 1954, il giornalista Nicolò Carandini: "Nella breve fase del suo essere e declinare al governo, egli ha indubbiamente smosso e trascinato con sé molte cose che giacevano ed erano custodite in inerzia, ha provocato strappi rivelatori in alcune situazioni ambigue, ha affrettato i tempi là dove abili pause erano predisposte, ha disturbato progetti, ha destato e distrutto aspettazioni di ogni genere, tutti tentando e tutti mettendo alla prova".

(56) A. Tarchiani, op. cit., p. 299.

(57) M. de Leonardis, op. cit., p. 399.