Recensioni

Enzo DI NATALI, Il dopo Concilio ad Agrigento e i cattolici del dissenso. Agrigento, Centro Culturale Editoriale Pier Paolo Pasolini, 2004.

In questo pregevole lavoro Enzo Di Natali illustra, con dovizia di particolari, le conseguenze politiche che in provincia di Agrigento, territorio sempre molto sensibile all’influenza cattolica, ebbe il Concilio vaticano II.

Già alla fine degli anni cinquanta la compattezza del clero, che aveva caratterizzato nei secoli la vita agrigentina, era venuta meno; una parte del clero, quella costituita, soprattutto, dai giovani sacerdoti, sentiva che molte scelte e molti comportamenti della Chiesa non erano compatibili con l’insegnamento evangelico e non erano più idonei a rispondere alle esigenze e alle richieste che provenivano dai ceti più poveri. Le continue crisi politiche regionali e amministrative, lo svilupparsi del clientelismo e l’inadeguatezza della Democrazia Cristiana a risolvere i problemi del Mezzogiorno, avevano portato parte del clero a porsi contro le scelte politiche del vaticano, facendo venir meno, così l’unità politica dei cattolici. Nel 1958 con l’esperienza Milazzo una parte del clero si era schierata con i ribelli DC e si era dichiarata pronta a sostenere alleanze politiche anche con i comunisti se questo fosse servito al miglioramento delle condizioni dell’Isola. Tuttavia, in seguito alla scomunica comminata da Papa Giovanni XXIII ai ribelli, la crisi era rientrata.

Dopo il Concilio e sotto il Pontificato di Paolo VI la contestazione da parte di alcuni sacerdoti progressisti alle scelte politiche vaticane si fece più rigida e pressante. Peraltro i tempi erano decisamente cambiati, lo stesso Papa che nel ’58 aveva lanciato quell’anacronistico anatema contro chi collaborava con il partito comunista, aveva poi favorito delle clamorose aperture a sinistra. Il suo successore, incerto sul da farsi, aveva assunto un atteggiamento attendista che poteva essere interpretato in maniera diversa e che favorì, peraltro, la proliferazione dei preti progressisti che ritenevano naturale un’alleanza stabile dei cattolici con le sinistre.

Il vescovo di Agrigento Mons. Petralia si trovò impreparato a fronteggiare una tale situazione e ritenne di poter rimediare esortando i sacerdoti a tornare dentro le sacrestie, ad occuparsi più del culto che dei problemi a carattere politico e sociale. Nel frattempo arrivava il ’68 con la sua pericolosa carica di contestazione giovanile che fece da catalizzatore, nel giovane clero, di istanze che ormai da tempo erano rivendicate con insistenza. Il vescovo comprese allora che occorreva cambiare tattica, democratizzare la diocesi, e diede vita nel ‘69 alla prassi di rendere conto annualmente al clero riunito in assemblea del proprio operato. Petralia temperava questo esperimento di modernizzazione con l’organizzazione dei mensili ritiri spirituali che miravano a rompere l’isolamento del sacerdote e a difenderlo dalle tentazioni.

Nel 1970 la diocesi eleggeva il primo Consiglio pastorale diocesano, composto da 29 sacerdoti, 5 suore e 26 laici che si poneva subito in contrasto con l’indirizzo fino ad allora seguito da Petralia; infatti contro il modello di prete cultuale che dedicasse tutto il suo tempo al ministero, proposto dal Vescovo, si patrocinava il modello di prete sociale, interamente calato nella realtà politica e sociale, alla cui mancanza, a parere del Consiglio, si doveva in gran parte la crisi vocazionale che iniziava proprio in quel periodo.

Nel 1971, in occasione di un corso di aggiornamento tenutosi a Sciacca, i sacerdoti partecipanti sottoscrissero un documento comune che condannava la mafia, il clientelismo e il collateralismo politico della Chiesa e del clero; per la prima volta si parlava di apertura della Chiesa ad ideologie diverse che avessero in comune con essa la promozione umana. Tuttavia in netto contrasto con tal documento il Vescovo, tramite il giornale diocesano "L’Amico del popolo", condannava, anche a livello amministrativo, giunte costituite da alleanze tra DC e PCI, tollerando, al massimo giunte tra democristiani e socialisti, purché questi ultimi si dichiarassero formalmente anticomunisti. Per reazione si formarono nella diocesi delle Comunità cristiane di base, di cui la più importante fu senz’altro quella di Favara che, nel 1973, elaborava un documento di protesta formale contro l’operato della Chiesa di cui rifiutava il suo carattere interclassista, sostenendo, sulla base della prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, che non si poteva accettare "la presenza del ricco nella vita della Chiesa, perché la sua stessa condizione sociale, quella di essere ricco, urtava contro la parola di Dio e il Sacramento dell’Eucarestia" (p. 67).

L’anno successivo Petralia, che aveva fin dal primo momento condannato i gruppi spontanei e le comunità di base, davanti al proliferare di tali organismi in tutta Italia, si rassegnò ad assumere un atteggiamento più conciliante nei loro confronti pretendendo dagli stessi - come scriveva nella Lettera Pastorale per la preparazione del Giubileo - la vita di fede, la vita di grazia e la vita di comunione. Ma ai sacerdoti di avanguardia ciò, che secondo l’autore era il massimo che il vecchio Vescovo potesse concedere, non bastava e contro tale lettera fu redatto un documento detto dei sessanta, in cui i preti firmatari, la cui età media era approssimativamente sui 35 anni, sfiduciavano il loro Vescovo.

Nel 1974 il referendum sull’abrogazione del divorzio, mise in rilievo la secolarizzazione della società italiana; tale evento politico, infatti, non divise solo l’elettorato tradizionalmente cattolico, ma lo stesso clero. In quell’occasione il direttore del giornale diocesano Di Giovanna pubblicava l’articolo di Enzo Mulè che, sebbene abbastanza equilibrato, invitava di fatto i cattolici a votare contro l’abrogazione della legge. Lo stesso direttore, inoltre, anche se non poteva esprimersi apertamente a favore del divorzio, esortava i lettori a non assumere, sulla questione, atteggiamenti da crociata. La vittoria dei divorzisti al referendum peggiorò ancora di più i rapporti tra Petralia e quella parte del clero diocesano che aveva sostenuto il mantenimento della legge, fra cui ormai entrava a pieno diritto don Alfonso Di Giovanna che il Vescovo decise, appunto, di licenziare, assumendo egli stesso la direzione del giornale. Il provvedimento determinò le dimissioni di tutta la redazione segnando una frattura incolmabile all’interno della comunità ecclesiale diocesana, di cui chiara espressione fu la fondazione del settimanale "Scelta" diretto appunto da Di Giovanna, in netto contrasto con gli indirizzi episcopali. In tale giornale potevano distinguersi due tendenze: una, seppur di contestazione al vescovo, tuttavia favorevole al dialogo e alla composizione, facente capo allo stesso direttore; l’altra riconducibile a don Luigi Sferrazza, di rigida opposizione alla politica dell’episcopato e di netta rottura nei suoi confronti e soprattutto aperta ad una analisi della società di tipo marxista. Perciò nelle elezioni del 1975, il settimanale si sarebbe schierato apertamente a favore dei comunisti.

Di contro, "L’Amico del popolo", con il nuovo direttore nominato dal vescovo, il tradizionalista mons. Domenico De Gregorio, riprese il sostegno politico alla DC che proprio in quel periodo temeva seriamente la possibilità di un sorpasso comunista, tornando ai toni bellicosi propri del 1948 e rivendicando alla Chiesa il diritto di intervenire nelle scelte politiche dei cattolici, ricordando, peraltro, che la scomunica papale del 1949 contro i comunisti era ancora valida.

Dopo le elezioni del 1976 che si erano concluse positivamente per la DC che aveva evitato il sorpasso dei comunisti, la frattura tra il vescovo Petralia e i sacerdoti del dissenso divenne incolmabile, frattura che avrebbe portato all’abbandono del ministero sacerdotale di ben venti sacerdoti, soprattutto quando il vescovo decise di imporre a don Luigi Sferrazza, che successivamente fu sospeso a divinis, e a don Antonio Morreale di lasciare la parrocchia e l’insegnamento della religione nelle scuole, perché le loro scelte politiche apparivano in netto contrasto con le direttive della Conferenza episcopale.

I gravi provvedimenti presi da Petralia fecero sì che già nel 1977 si registrasse un calo del dissenso, fenomeno questo che non fu peculiare della diocesi agrigentina, ma che si manifestò in tutta Italia, tant’è vero che il III convegno nazionale dei Cristiani per il socialismo registrò una minore affluenza di intervenuti rispetto agli anni precedenti.

Questo libro appare particolarmente interessante perché esamina dall’interno un ambiente, quello della Chiesa agrigentina, che ha sempre avuto un ruolo basilare nelle scelte politiche del territorio e che tanto ha influenzato dal 1946 in poi la politica regionale siciliana.

Gabriella Portalone

 

Umberto CHIARAMONTE, Arturo Vella e il socialismo massimalista, Mandria – Bari – Roma, Piero Lacaita ed., 2002.

Per merito dello studioso Umberto Chiaramonte scopriamo un altro dei tanti personaggi di rilievo cui diede i natali Caltagirone, prolifica madre di uomini che hanno fatto la storia d’Italia. La figura di quest’ennesimo calatino di rilievo, è stata purtroppo messa in ombra dagli avvenimenti politici che incalzarono alla vigilia della prima guerra mondiale, anche all’interno del partito socialista, proprio nel periodo in cui Vella raggiungeva l’acme della sua carriera politica come vice segretario del partito. Fu senz’altro questo il motivo dell’oblio in cui cadde il politico socialista e non certo il non aver egli partecipato alla Resistenza così come Nenni ebbe a rispondere, durante una sua visita a Caltagirone nell’immediato dopoguerra, a chi gli chiedeva perché un così eminente soldato del socialismo non avesse ottenuto gli onori che gli sarebbero spettati per tutta una vita dedicata all’ideale. Nel dopoguerra, in effetti, si tendeva a dividere gli italiani tra fascisti (cattivi) e antifascisti (buoni), ma fra questi ultimi avevano diritto al ricordo perenne solo coloro che avevano combattuto fra le file delle brigate partigiane. Gli altri, anche chi aveva eroicamente mantenuto le sue idee osando professarle liberamente, pur rimanendo in patria e svolgendo una normale attività di lavoro, veniva sepolto sotto una coltre di colpevole silenzio, pur potendosi vantare di tutto un passato di coerenza e di dedizione all’Idea .

Emigrato a Roma in giovanissima età dopo la tragedia che aveva sconvolto la sua numerosa famiglia con la morte del padre, fu un autentico autodidatta, attratto quasi esclusivamente dal pensiero politico e soprattutto dalla dialettica creatasi all’interno del socialismo europeo. Infatti, pur non essendo uno scolaro diligente e pur avendo più volte subito l’umiliazione della bocciatura, prima di conseguire la licenza tecnica, già a sedici anni era impegnato nella federazione degli studenti delle scuole superiori di Roma che traghettò verso il socialismo, una volta divenuto segretario della sezione romana. Già nel 1905 si era avvicinato alla Federazione Nazionale Giovanile Socialista, nata al Congresso di Firenze del 1903, e aveva cominciato a collaborare al suo organo ufficiale di stampa "La Gioventù socialista". Già da allora il giovane calatino si proponeva come meta principale il mantenimento dell’unità del partito, per cui non si fece lusingare dalle sirene del sindacalismo rivoluzionario che riuscì a spaccare la gioventù socialista attraendone gran parte al suo interno. Al sindacalismo rivoluzionario Vella contestava la pratica della violenza, l’antistatalismo inteso come antiparlamentarismo e il tentativo di indebolire il partito che avrebbe invece potuto trionfare solo mantenendo la compattezza, pur nella dialettica delle sue diverse componenti. Nel 1907 il giovane socialista siciliano venne eletto segretario nazionale della Federazione Giovanile Socialista, incarico che lasciò solo nel 1912, all’età di 26 anni per passare alla direzione del partito. La scissione che al Congresso di Bologna si era perfezionata tra le due correnti della gioventù socialista, lasciò l’ala maggioritaria, fedele al partito, che faceva capo a Vella, priva dell’organo di stampa "La gioventù socialista" di cui si erano appropriati i sindacalisti. Al calatino, appunto, fu dato l’incarico di fondare un altro giornale che si opponesse a quello degli scissionisti; vide così la luce "L’Avanguardia", di cui Vella fu il primo redattore responsabile e su cui scrissero i più noti socialisti del tempo come Morgari, Modigliani, Gnocchi Viani, Podrecca, ecc.

Dei dogmi propri del marxismo, sentì fortemente l’antimilitarismo, mentre meno scritti dedicò all’anticapitalismo, forse anche per la sua insufficiente conoscenza filosofica, e all’anticlericalismo. A parole infatti si dichiarava assolutamente anticlericale, ma era stato troppo condizionato dalla religiosità insita nel suo ambiente familiare per professare veramente i principi che proclamava come propri per puro spirito di propaganda. Difficile fu per lui trovare una giusta posizione tra l’internazionalismo marxista e il patriottismo che alla vigilia del primo conflitto mondiale infiammava i giovani italiani, sulla scia soprattutto del movimento irredentista triestino. Alla stregua di Arturo Labriola egli distingueva il patriottismo dal nazionalismo e, dichiarandosi strenuamente contrario all'irredentismo, che considerava strumento politico nelle mani della borghesia triestina, appoggiava il diritto dei popoli all’autodeterminazione contro ogni forma di prevaricazione imperialista e sosteneva, quindi, sia i diritti dei triestini sottomessi all’Austria che quelli degli slavi sfruttati in Istria dal capitale italiano.

Al Congresso di Reggio Emilia del 1912 che decretò la vittoria della corrente intransigente e l’espulsione dei socialisti riformisti di Bissolati e Bonomi, Vella fu eletto membro della direzione nazionale e gli fu affidato l’incarico di vicesegretario con il compito precipuo di riorganizzare il partito. Il suo progetto fu imperniato nel combattere l’eccessiva autonomia delle sezioni e nel costituire federazioni regionali e provinciali che dessero maggiore coesione al partito, soffocando le posizioni centrifughe assunte dalle varie correnti. Sempre nello stesso anno veniva eletto consigliere al Comune di Roma, ma nelle successive elezioni amministrative del 1914 non venne rieletto, dato il vistoso calo riportato dal partito, e si dedicò completamente all’incarico di vicesegretario nazionale del PSI. Sui rapporti tra Vella e Mussolini si sa ben poco per mancanza di documenti, eccetto una lettera scritta dal vicesegretario al direttore de "L’Avanti" in cui il primo si lamentava per la collaborazione al giornale di Arturo Labriola e per l’eccessiva satira nei confronti dei siciliani. Si diceva che al momento della nomina del futuro duce alla direzione dell’organo di stampa socialista, nomina proposta e voluta dal segretario politico Lazzari, Vella avesse espresso la sua contrarietà, ma non ci sono prove documentali che accertino tale affermazione. Tuttavia, nella famosa riunione della direzione del partito del novembre 1914, in cui Mussolini dichiarò di aver sposato la tesi dell’interventismo, Vella fu tra i suoi più accaniti accusatori, anche se, dopo la presentazione delle dimissioni da parte di Mussolini, la cui logica conseguenza sarebbe stata l’espulsione dal partito, il siciliano tentò una mediazione, proponendo al dimissionario, che tuttavia non accettò, tre mesi di congedo per malattia che gli avrebbero dato il tempo per riflettere. Sappiamo, però, da una lettera di Mussolini, successiva a questo evento, della sua risoluta opposizione alla nomina di Vella a direttore de "L’Avanti". In quell’occasione il futuro duce, definì sprezzantemente " vellismo" la posizione politica del calatino, che egli considerava priva di coraggio e di scelte intransigenti.

Nel 1916, l’antimilitarista Vella dovette sospendere la sua collaborazione alla direzione del partito perché chiamato a prestare servizio militare. Tale obbligo oltre a cozzare con i suoi principi politici e morali lo poneva in netto contrasto con la famiglia e soprattutto con due dei suoi fratelli, con Raffaele, che gli aveva fatto da padre mantenendolo agli studi, assieme alle sorelle insegnanti, con il suo stipendio di maresciallo dell’esercito e Riccardo, medico, che era partito volontario per il fronte e che più tardi avrebbe aderito entusiasticamente al fascismo, il quale considerava il neutralismo come vergognosa codardia. Il giovane socialista svolse quasi l’intero servizio militare nella sua Sicilia tra Palermo, Trapani, Siracusa, Catania ed Acireale; il periodo trascorse fra congedi vari per malattia ed un periodo di prigione per disfattismo: evidentemente gli stessi superiori non si fidavano di un noto antimilitarista come lui e avevano quindi tutto l’interesse di allontanarlo anche dagli uffici dove avrebbe potuto accedere a notizie riservate che sarebbe stato più prudente celargli. Dopo la sconfitta di Caporetto fu accusato di seminare disfattismo fra i commilitoni e di essere al corrente di piani militari nemici. Il processo contro di lui si svolse il 4 settembre 1918 presso il Tribunale militare di Catania che lo condannò a cinque anni di carcere militare, condanna che apparve come una punizione data al politico socialista più che al presunto reo di disfattismo, cosa che il Vella colse chiaramente: "Le accuse non possono essere considerate all’infuori delle mie idee. Il processo non può perdere il suo carattere ideale – politico. Io non sono qui come soldato, ma come uomo politico; come soldato ho fatto il mio dovere anche nei rapporti della disciplina; se non avessi militato in un Partito politico il processo non si sarebbe fatto. (p 223)." La condanna non sarebbe mai stata espiata, poiché, alla fine della guerra, il Re concesse un’amnistia per tutti i reati militari e il socialista siciliano poté tornare a Roma dove riprese immediatamente il suo impegno politico.

Al Congresso socialista di Bologna, nell’ottobre 1919, fu chiamato a fare gravi scelte determinate ancora una volta dal suo desiderio di mantenere il più possibile compatto il partito. A Bologna, infatti, si preparava il disfacimento di quel glorioso partito che tanto aveva dato allo sviluppo democratico italiano. La guerra e il clamoroso evento della rivoluzione proletaria in Russia moltiplicarono le correnti. Tre erano le principali: quella capeggiata dal suo vecchio capo Lazzari che respingeva il ricorso alla violenza e si schierava per la continuazione della battaglia politica su base parlamentare e sindacale, pur non escludendo, da buon massimalista la catarsi rivoluzionaria, quella capeggiata da Bordiga che, premettendo l’assoluto astensionismo in tema di lotta parlamentare, si schierava completamente con i rivoluzionari russi auspicando la nascita in Italia di una repubblica sovietica e, infine, quella di Serrati che, pur esaltando la rivoluzione russa, proponeva di continuare la lotta sul terreno elettorale e dentro gli organismi dello Stato borghese, per meglio diffondere i principi comunisti. Quest’ultima corrente ottenne la maggioranza e ad essa aderì lo stesso Vella che vedeva nella mozione del suo vecchio maestro Lazzari uno strumento di divisione del socialismo italiano. Tuttavia, l’abbandono della linea di Lazzari dovette costargli un grosso sacrificio, perciò per coerenza rifiutò di far parte della direzione del partito.

Alle elezioni del 1919, le prime con il sistema proporzionale da lui osteggiato fino alla fine, e in quelle successive del ’21, Vella fu eletto deputato al Parlamento per il collegio di Bari e nel corso delle due legislature dimostrò tutta la sua anima di meridionalista sulla scia dell’insegnamento di Salvemini. Durante la campagna elettorale del 1921 fu vittima della violenza dei fascisti contro cui, tuttavia, non espose denunzia per evitare di aggravare il diffuso clima di odio, anzi distolse i suoi sostenitori dall’organizzare uno sciopero generale di protesta.

Malgrado al Congresso di Livorno, che segnò la scissione dei comunisti e la fondazione del nuovo partito, la maggioranza capeggiata da Serrati avesse scelto di aderire all’Internazionale Comunista, Vella pur avendo votato con la maggioranza, si dichiarò nettamente contrario ad ogni fusione con i comunisti, motivando il suo rifiuto con l’attaccamento alla tradizione e all’autonomia del partito. Così al successivo Congresso nazionale di Roma del 1922, presentò un ordine del giorno in cui proponeva di rinviare l’adesione del PSI all’Internazionale Comunista a dopo il Congresso di Mosca, dove i socialisti italiani avrebbero dovuto chiedere che il PSI conservasse in modo completo il suo nome e la sua autonomia politica. Questa sua posizione lo avrebbe reso fortemente inviso a Mosca che ne chiese l’allontanamento dal partito. Dal Congresso di Roma il partito uscì ulteriormente diviso, poiché l’ala contraria all’adesione all’Internazionale socialista, capeggiata da Matteotti, decise di staccarsi dal PSI e formare un nuovo partito il PSU. Vella, pur rimanendo ancora una volta all’interno della maggioranza, si sentiva ormai più vicino agli scissionisti che alla corrente vittoriosa dell’internazionalista Serrati; sosteneva, infatti, che una sudditanza al Pc avrebbe fornito al fascismo nascente una nuova formidabile arma per convincere gli italiani a diffidare di un partito, ormai chiaramente succube di uno Stato straniero. Nelle elezioni del 1924, seppur sconfitto nel collegio di Bari, riuscì vincitore in quello di Siracusa; tuttavia, la legislatura sarebbe durata ben poco, poiché dopo il delitto Matteotti le opposizioni avrebbero deciso di abbandonare il parlamento. Vella pur avendo aderito alla secessione aventiniana, ne comprese ben presto l’inutilità e ciò si evince dalla sua corrispondenza con Pietro Nenni; in una lettera del 1924 il calatino proponeva, ben sei mesi prima di Turati, il rientro in parlamento, anche se la letteratura sull’Aventino ignora il particolare. Tentò di riorganizzare il partito in Sicilia e anche dopo le leggi fascistissime del 1926 non interruppe mai i suoi collegamenti con i compagni in Italia e all’estero, nonostante i pressanti controlli della polizia. Da quel momento in poi l’esistenza di Vella si trascinò stentatamente tra la gestione dell’azienda di famiglia a Caltagirone e il rimpianto per il suo passato speso generosamente per il trionfo delle sue idee, finché la morte non lo raggiunse dopo una lunga malattia nel 1943.

Siamo grati all’autore non solo per aver dissepolto dall’oblio un così illustre personaggio, ma anche per averci dato una pregevole quanto equilibrata sintesi della storia del socialismo italiano della prima metà del ‘900.

Gabriella Portalone

 

Lino DI STEFANO, Il messaggio di Ugo Spirito, Venafro, Edizioni Eva, 2004, pp. 104

Lino Di Stefano non è nuovo a studi riguardanti le opere di Ugo Spirito. Già nel 1975 pubblicava Il pensiero di U. Spirito (Bianchini editore, Frosinone), nel 1980 dava alle stampe il saggio Ugo Spirito: filosofo, giurista, economista (Volpe editore, Roma) e ancora: nel 1984 Profili di pensatori contemporanei, nel 1987 Filosofi del Novecento, nel 1995 Pensatori del XX secolo, dove i riferimenti ad Ugo Spirito non solo non mancano, ma sono approfonditi, acuti, penetranti.

Quest’ultimo libro "Il messaggio di Ugo Spirito" (Edizioni Eva, 2004) è però un saggio, direi, particolare perché in esso - a parte l’evidenziazione del pensiero economico del grande discepolo di Giovanni Gentile (Spirito fu sempre devoto al Maestro, anche quando la ricerca lo portò a differenziarsi) - ci sono delle confessioni importanti, scaturite dai rapporti personali tra l’Autore e Ugo Spirito, che gettano nuova luce in ordine alla ricerca dell’Assoluto, della morte e di quella "terza via" che resta certamente la grande intuizione del filosofo del problematicismo, come Ugo Spirito è comunemente inteso.

Al cap. X si può leggere: "Chi ebbe la ventura di parlargli, come lo scrivente, negli ultimi mesi della sua esistenza, captò chiaramente la preoccupazione spiritiana, preoccupazione culminata in una "conversione" priva soltanto del crisma dell’ufficialità. Spirito insomma era sulla via di Damasco. In una località del Tirreno, infatti, il Filosofo ebbe a dirmi, tra l’altro: "Di fronte all’immensità e profondità degli oceani, al cospetto del firmamento e del maestoso spettacolo dell’universo, come si fa a non ammettere un Dio?".

Dinanzi a tale ammissione Di Stefano ne deduce che il Filosofo "aveva riacquistato in pectore la fede, quella fede alla quale era stato educato in gioventù - in seno ad una famiglia di rigidi principi cattolici - e dalla quale si era allontanato dopo l’esperienza positivistica che aveva impregnato di sé la seconda parte dell’Ottocento e gli inizi del Novecento".

Con specifico riferimento alle riforme avviate in Iran dallo Scià di Persia, Reza Pahlavi, proprio sulla base delle indicazioni e dei consigli di Ugo Spirito, nel capitolo delle conclusioni, è invece riportato: "La nuova rivoluzione è cominciata... si intravede la "terza via"", affermazione che si rifà alla elaborazione di quel concetto di "comproprietà" in cui intravide la possibilità del superamento del capitalismo e del collettivismo. Ed è su questo principio etico-sociale che Ugo Spirito insiste anche nelle conversazioni avvenute, negli ultimi mesi della sua vita, con il Di Stefano. Nella "comproprietà" Spirito individua infatti l’unica categoria capace di eliminare l’antitesi "ricchi-poveri", "padroni-servi", "pubblico-privato".

Un dato che emerge dalle ultime, diciamo, confessioni è che Sprito non ritiene di avere risolto il problema del principio capace di unificare il mondo, ma di averlo semplicemente posto.

Ora non c’è dubbio che questo nuovo lavoro di Lino Di Stefano non solo inquadra sotto il profilo del grande travaglio dell’uomo il pensiero di Spirito, ma ne illumina le intuizioni più geniali, proiettandole in un futuro in cui potrebbero trovare pratica attuazione. Afferma Spirito: "Il futuro non potrà che sposare tale causa se vuole salvarsi. Neo-corporativismo. La partecipazione quale unico rimedio all’intitesi capitale lavoro".

E ha fatto bene Lino Di Stefano ad intitolare il suo saggio "Il messaggio di Ugo Spirito". Tutta l’opera di Spirito è un grande ponte lanciato al domani dell’uomo.

Dino Grammatico

 

Giovanni BOLIGNANI, Bernardo Mattarella. Biografia politica di un cattolico siciliano, prefazione di Angelo Sindoni, Soveria Mannelli, Editore Rubbettino, 2001, pp. 355.

Il libro di Giovanni Bolignani sulla figura e l’opera di Bernardo Mattarella suscita interesse in quanto non è soltanto la biografia di un personaggio pubblico vissuto nel secolo scorso, ma anche una analisi ampiamente documentata sulla storia della Democrazia cristiana, dalla nascita delle prime organizzazioni politiche e sindacali ai governi di centro-sinistra. Lo studio di Bolignani si snoda in un arco di tempo che va dagli inizi del ‘900 sino ai primi anni ’70, sullo sfondo di una Sicilia "ricca di fermenti e alla ricerca di spazi democratici". In tutto ciò, quasi a far da filo conduttore, s’inserisce la figura dell’uomo pubblico, del politico Bernardo Mattarella.

Mattarella nasce a Castellammare del Golfo (Trapani) nel 1905 da una famiglia cattolica di condizioni piuttosto modeste. Alla solida formazione religiosa si accompagna una particolare sensibilità per i problemi sociali e politici che agitano la Sicilia del primo dopoguerra. Sin da giovanissimo s’inserisce nei locali circoli cattolici che, alla luce della lezione di Luigi Sturzo e della Rerum Novarum, cominciavano a porre in essere iniziative per risollevare le classi più deboli tartassate dalla crisi economica. Nello stesso tempo, alla preponderanza della propaganda socialista, fa eco la nascita di diverse sezioni del partito popolare e di unioni professionali grazie all’attività del clero e degli elementi più dinamici della gioventù cattolica. L’appello di Sturzo trova pronta accoglienza anche nella provincia di Trapani: nel maggio del 1919 si erano costituite ben 19 sezioni.

Con l’avvento del fascismo molti giovani cattolici furono coinvolti direttamente in politica, soprattutto a causa della direttiva delle massime gerarchie ecclesiastiche che invitavano "vescovi e preti a tenersi in tutto alieni dalle lotte dei partiti". Anche per Mattarella giunge il momento dell’impegno politico diretto: già nel 1922 contribuisce a ricostituire ad Alcamo la sezione del P.P.I e nel 1924 riorganizza la sezione del partito di Castellammare e ne diventa il segretario. Contemporaneamente all’esperienza di partito Mattarella continua il suo impegno nei ranghi della Gioventù Cattolica, partecipa a molte iniziative e incontri dove spesso è relatore, crescono per lui le possibilità di mettersi in luce in diocesi come uno dei giovani più promettenti. Così, quando nel 1927 la prefettura di Trapani comunica lo scioglimento forzato della sezione del partito, l’A.C. rimane l’unico ambito all’interno del quale poter continuare ad operare nel sociale seguendo una tradizione consolidata. Nel 1928, su proposta di Padre Gaspare Morello, viene nominato presidente federale della G.C. della diocesi e successivamente consigliere superiore della G.C. nazionale e dell’Unione Uomini; aumenta così il suo impegno, intreccia rapporti con monsignor Montini e Luigi Gedda. Nel 1934 si dimette da presidente federale. Dai documenti che l’autore ha consultato non risulta che vi fossero ragioni di carattere punitivo o contrasti dietro quella scelta; tuttavia l’accenno di Mattarella a "qualche contrasto di vedute", fa pensare ad un possibile dissenso verso i cedimenti di una parte rilevante dei cattolici nei confronti del regime.

Alla fine del 1935 si trasferisce con la famiglia a Palermo dove ritiene di poter avere maggiori possibilità professionali. Nel 1936 viene nominato dal Cardinale Lavitrano presidente della giunta diocesana e successivamente consigliere nazionale dell’Unione Uomini per la Sicilia.

Il periodo palermitano è anche caratterizzato da un rinnovato interesse per la stampa. Mattarella dà nuovo impulso a uno dei giornali di punta "Primavera siciliana" avvalendosi anche della collaborazione di Italo Corsaro, Gaetano Miccichè e Vincenzo Mangano. Stabilisce rapporti con numerosi personaggi del mondo cattolico, tra i quali Pietro Mignosi del quale recepisce soprattutto un aspetto del suo pensiero:la tolleranza e la ricerca della comprensione delle ragioni degli altri.

La ripresa dell’attività politica già durante l’ultima fase del regime fascista vede Palermo diventare il centro più importante dell’antifascismo siciliano. Nella casa dell’ex deputato Giovanni Baviera, sotto la copertura di un circolo dello scopone si riunivano esponenti politici del periodo prefascista e intellettuali antifascisti di tutte le tendenze politiche, e tra questi anche Mattarella e Aldisio. Intanto, mentre a Roma De Gasperi lavora per la ricostruzione del nuovo partito, Mattarella assieme a Giuseppe Alessi diviene il trade-union tra la Sicilia e la capitale. Saranno punti caratterizzanti del pensiero di Mattarella il repubblicanesimo, l’intransigente opposizione al movimento separatista e il sostegno alla creazione dell’Ente Regione, sebbene, a differenza di Sturzo, avrà qualche perplessità sulla forma dell’autonomia e sarà contrario alla permanenza dell’Alta Corte dopo l’entrata in funzione della Corte costituzionale.

Nel 1944 viene chiamato a Roma a ricoprire incarichi di governo; d’ora innanzi la sua attività si dividerà tra la Sicilia e Roma. Nei due governi Bonomi sarà sottosegretario alla pubblica istruzione, poi per un quinquennio, nei governi guidati da De Gasperi sarà chiamato a ricoprire la carica di sottosegretario ai trasporti in una fase in cui si avvia il processo di ricostruzione economica dell’Italia. Nello stesso tempo avrà incarichi all’interno del partito: vicesegretario con compiti organizzativi, componente della direzione e del Consiglio Nazionale, rappresentante per il gruppo D.C. all’Assemblea Costituente. Nel 1953 viene affidato a Mattarella il dicastero della Marina mercantile; è il momento in cui l’Europa inizia il difficile cammino verso l’unificazione e Mattarella, rispetto ai colleghi europei, sarà tra i pochi che apertamente si pronunceranno a favore di una più stretta collaborazione internazionale in materia di coordinamento delle politiche dei trasporti. Nel 1955, con il governo Segni, gli viene affidato il Ministero del Commercio Estero, e nel 1957 assume l’incarico di Ministro delle Poste. Con la costituzione del secondo governo Fanfani, dopo le elezioni del 1958, Mattarella non assume cariche di governo.

Intanto in Sicilia profondi contrasti mettono in crisi il partito. Mattarella viene incaricato dalla direzione nazionale di appianare i contrasti e risolvere la crisi. Egli non riesce nell’intento, anzi non sarà condiviso da Sturzo per la posizione assunta a proposito del noto "caso Milazzo".

Quando Moro assume la leadership del partito Mattarella diviene uno dei suoi più stretti collaboratori e condividerà in pieno l’impostazione dello statista democristiano: apertura a sinistra, necessità di una programmazione che attenui gli squilibri, esigenza di tenere unito il partito.

Nel 1962 Mattarella ritorna al governo come ministro dei Trasporti ed avrà un ruolo non trascurabile nel "miracolo economico" e nell’inserimento a pieno titolo dell’economia italiana nel grande mercato europeo. Nel 1963 Mattarella assume l’incarico di guidare il Ministero dell’agricoltura. Si tratta di un momento delicato, considerato di transizione per il passaggio ad un centro-sinistra organico come era nel progetto di Aldo Moro. L’agricoltura assume un ruolo preminente sia nell’economia italiana che all’interno della Comunità Europea; ai negoziati sulla politica agricola comunitaria Mattarella non manca di dare il proprio contributo prima di lasciare il Ministero dell’agricoltura per tornare, nel primo governo Moro, al Commercio Estero.

Sul finire del 1963 il leader socialista Pietro Nenni avverserà la presenza di Mattarella al governo a causa dei suoi presunti rapporti con la mafia. In effetti, l’accusa di collusione con ambienti mafiosi mossa a Mattarella risale a parecchi anni prima, quando Gaspare Pisciotta indicò nel leader democristiano il mandante della strage di Portella della Ginestra avvenuta il primo maggio 1947. Da allora, si erano succedute diverse campagne denigratorie supportate da dossier e dichiarazioni. Tuttavia non vi fu mai conferma da parte degli organi giudiziari che Mattarella avesse avuto contatti con ambienti mafiosi.

Nel 1966, in seguito alla crisi del secondo governo Moro, Mattarella esce definitivamente dal governo. Da quel momento si dedicherà all’attività legislativa all’interno delle commissioni Affari Costituzionali e Difesa. Mattarella muore il 1° marzo 1971.

Risulta apprezzabile lo studio di Bolignani che, pur trattando di un uomo politico che ha attraversato diverse stagioni quasi sempre da protagonista (da esponente di rilievo del laicato cattolico organizzato a dirigente di partito a Ministro della Repubblica) nulla cede al gusto narrativo del privato o all’apologia del personaggio. Come afferma Angelo Sindoni nella premessa l’ autore, grazie alle diverse fonti utilizzate, è riuscito "a darci un personaggio a tutto tondo, una figura dalla straordinaria operosità, che finalmente possiamo conoscere in tutte le sue fasi in modo unitario".

Rosanna Marsala