Amicizie e lotte civili DI GIOVANNI GENTILE Un articolo su "il risveglio" caduto in oblio* di Giuseppe De Simone

Amicizie e lotte civili è un articolo scritto dal filosofo Giovanni Gentile e pubblicato su "Il Risveglio", periodico di Castelvetrano, il 25 settembre 1904.

L’articolo assume, a sessant’anni dalla morte del filosofo, un rilievo particolare in quanto esso era rimasto ignorato, fino ad oggi, dalla critica e dagli studiosi, tanto da non essere compreso nell’Opera Omnia gentiliana.

"Il Risveglio", quindicinale a carattere politico e amministrativo, divulgato tra il 1904 e il 1905, è il risultato dell’attività politica e sociale di parte della società civile di Castelvetrano, operante nel complesso panorama della Sicilia dell’età giolittiana. Le condizioni politico-amministrative in cui versa la cittadina belicina dell’epoca, caratterizzate da un patologico accentramento del potere nelle mani della famiglia Saporito, sono il motivo scatenante, la causa causarum, della costituzione del foglio.

La feroce attività di repressione, l’intimidazione operata in città contro ogni forma di dissenso e opposizione ma anche di semplice espressione in piena libertà, elevano il lavoro di poche coraggiose menti fuori dal coro. Così pensatori e uomini impegnati nel civile mettono in piedi una rivista, data alle stampe per un ininterrotto anno, al fine di sostenere le vicissitudini e le campagne del locale partito d’opposizione. Esso è un giornale combattivo ed energico, guidato dalla carismatica figura del socialista siciliano Giovanni Bonagiuso e assurge immediatamente a luogo di dibattito continuo e consapevole, di pressione, d’azione politica e sociale. "Il Risveglio" si fa portatore di una missione forte, convincente e foriera di molti proseliti nel concitato scenario locale.

La rivista è l’espressione di una composita aggregazione di ideali e di forze, ove rimangono sempre evidenti i propositi di accreditamento delle posizioni popolari e socialisteggianti, l’impegno di un forte rigorismo etico-politico, un vigile stato d’allarme e d’onesta polemica contro istituti e prassi del canceroso governo locale e non. E proprio nell’aperto pluralismo di principi e d’interessi e nella conseguente articolata offerta editoriale si individua la forza trascinante del quindicinale castelvetranese.

Le campagne propagandistiche, i contributi dei redattori de "Il Risveglio" di Castelvetrano prendono in oggetto, al loro interno, la politica, l’economia, la cronaca, i risvolti sociali dei diversi provvedimenti amministrativi, la vita culturale locale e nazionale: si tratta di tematiche profonde come la politica e i partiti, la mafia e la corruzione, il suffragio universale, il militarismo, i diritti e i doveri dei cittadini, l’amministrazione della giustizia, l’igiene e la sanità.

Pur tuttavia tali passioni non distolgono mai "Il Risveglio" dalla sua necessaria finalità: informare e, al contempo, educare gli strati meno consapevoli della società, rievocare in essi il principio della libertà propria dell’uomo civile, sacrificare l’utile individuale al benessere collettivo, infondere nei lettori i caratteri propri di quella democraticità crescente nell’animo di politici e pensatori del tempo:

l’opera di un giornale come il "Risveglio" ispirantesi alle idealità della moderna democrazia, non può non avere che un solo obiettivo: quello, cioè, di richiamare le coscienze alle fonti di libertà e di ricostituire il sentimento del carattere, mercè l’educazione e la ragionevole censura contro i sistemi imperanti nella vita pubblica locale.(1)

Nell’azione sociale e in quella politica, nei rapporti esterni e nelle relazioni al suo interno, il lavoro de "Il Risveglio" s’informa ad un aperto anti-elitarismo sostenuto dal convincimento della reale importanza dell’uguaglianza formale e sostanziale degli individui, inserita in un necessario assetto istituzionale democratico. A questo mirano, allora, le lotte per l’acquisizione del diritto alla giustizia, alla vita, i valori del sacrificio personale, del riscatto politico e morale delle masse, i principi di verità, onestà, civiltà e libertà cui s’inspirano, ciascuno individualmente e tutti all’unisono, i compilatori del foglio di Castelvetrano.

Costoro sono consapevoli dell’apostolato etico e civile che li investe, una missione aperta alle esperienze future, ansiosa di cambiamenti; un programma che appare di rimarchevole vicinanza alle tesi riformiste volte alla trattazione di questioni concrete: dal suffragio universale alla lotta per la legislazione sociale, all’opposizione alla guerra e al nazionalismo, alla definizione del ruolo delle biblioteche nella cultura popolare. Il foglio è posto in essere con lo scopo principe della redenzione intellettuale, economica e morale delle masse e per la "moralizzazione delle pubbliche istituzioni".(2)

Principi, ideali ma di certo un modus vivendi che non possono emergere, all’interno delle colonne del foglio, se non accompagnati ed esaltati da due fondamentali e peculiari accorgimenti che si sostanziano nella rigorosità argomentativa da un lato e nell’austerità dell’esposizione dall’altro.

La pungente e profonda attività editoriale de "Il Risveglio" si chiude nel febbraio 1905 poiché l’opprimente regime saporitiano ancora ne ostacola il perdurare.

L’ora attuale volge triste per la democrazia; allo sviluppo moderno del paese fa da contrasto un Governo mafioso, fatto di reazione e di clericalismo. Ma anche quest’ora passerà, […] il sole dell’avvenire tornerà a risplendere.(3)

A fortificare l’operato della rivista in commento si accosta il contributo di Giovanni Gentile apparso sulle colonne del giornale. Il filosofo neo-idealista, ancora agli inizi del suo percorso culturale e legato ai redattori del foglio dal comune sentimento di "anti-saporitismo", si presenta ai lettori con un suo unico pezzo. Le sue considerazioni, poste in prima pagina sul dodicesimo numero de "Il Risveglio" di Castelvetrano, ben si accostano e si sposano con le idealità propugnate dal quindicinale in merito alla politica, ai partiti, alla gestione amministrativa del potere.

Amicizie e lotte civili è una riflessione appassionata e di notevole fattura incentrata sulle relazioni tra l’etica e la politica, tra il vivere civile e l’azione partitica; considerazioni che si evincono in modo quanto mai organico, diretto e sistematico all’interno dell’intervento sul giornale dell’illustre collaboratore: è questo un contributo che eleva, di certo, il livello qualitativo dei contenuti in relazione all’azione operata dal foglio rispetto alla comunità siciliana.

La trattazione di Gentile si struttura in un percorso articolato contraddistinto da tre differenti partizioni.

L’incipit è certamente rilevante in quanto il redattore, lasciando il suo contributo privo di ogni esplicazione preliminare o di formule introduttive, entra con immediatezza nell’animo del lettore attraverso l’utilizzo di parole, di locuzioni miranti a irrompere nei sentimenti. Così Gentile si abbandona a pensieri che assumono, anche oggi, nel centenario della loro pubblicazione, una peculiare rilevanza. In questo primo approccio vengono prese in considerazione attività, situazioni della vita sociale della locale comunità con il fine di iniziare il lettore e predisporlo alle successive considerazioni più marcatamente teoriche e speculative.

Amicizie e lotte civili raggiunge, nella sua seconda fase, l’apice della dissertazione in cui esso si concreta. Allontanandosi dalle iniziali spinte passionali, Gentile pone in essere tutta la sua elevata capacità di ragionamento, l’eccellenza della speculazione, volte a convincere i più con temi forti, frasi pensate, altamente incisive. È un approccio, quello ora in analisi, che si contraddistingue a sua volta per due differenti fattispecie: da un canto vi sono le teorie, un breve excursus sulla storia dell’umanità, concetti fondativi dell’indagine riflessiva che costituisce l’articolo; dall’altro esempi attuativi, scorci di vita reale, giustificazioni mirate e applicative delle precedenti teorizzazioni. Frasi, queste ultime, che permettono a Gentile di addentrarsi negli oscuri meandri della vita sociale e politica castelvetranese e isolana, al fine di mostrarne i meccanismi e guidare, con le sue parole, l’impegno futuro dei suoi conterranei.

In ultimo, l’autore ricompone il cerchio delle sue argomentazioni e spende le ultime attente considerazioni a sostegno, e lo fa in modo diretto, dell’attività editoriale e politica de "Il Risveglio". Il redattore opera, con le sue espressioni, al fine precipuo di fare apparire la rivista come meritevole di plauso anche da parte dei più scettici, di coloro i quali osteggiano, poiché contrari nell’ideale, la battaglia politica intrapresa dalla sua redazione.

La concezione della vita e l’habitus ideologico che dalle linee di questa disamina gentiliana vengono fuori possono essere direttamente rappresentate da due concetti pregnanti caratterizzanti tale riflessione: "libertà e tolleranza". Questi due valori, a parere del redattore, devono costituire la quintessenza e regolare le modalità e le attività che contraddistinguono l’agire politico e partitico. È un binomio di principi che si compone, però, solo al termine del pezzo, quando l’autore giunge alle conclusioni dopo avere condotto il lettore attraverso impervie, laboriose, misurate riflessioni, alla stessa stregua del Virgilio dantesco.

Nel suo articolo Gentile si pone in un atteggiamento di critica aspra nei confronti di un credo oramai diffuso in certi ambienti della cittadina belicina, in altre parole tra l’egemone famiglia dei Saporito, ma espansosi anche tra i meandri della scena politica nazionale: "chi non è con me, è contro di me: questa - scrive l’autore - è la formula in cui si riassume di solito il concetto delle relazioni tra i vincoli privati e i rapporti pubblici".(4) Un contegno che costituisce un’infelice "massima di condotta"(5) cui s’ispirano molti attori del panorama locale e nazionale nell’esplicitare le loro infauste azioni e perseguire illecite finalità.

In Sicilia e a Castelvetrano "non si sa concepire un amico in un avversario politico, né un avversario politico in un amico";(6) la vita pubblica, per Gentile, è caratterizzata da personalità fortemente inspirate alla realizzazione di interessi e finalità meramente materiali e unicamente personali. Il sentimento di amicizia, la cui analisi caratterizza la prima parte di Amicizie e lotte civili, è sovente subordinato a radicali trasformazioni per ciò che concerne, in particolare, il suo originale significato e valore principe: esso tende a divenire

totale consenso di anime, che, mosse dagli stessi pensieri e dagli stessi ideali, hanno identiche aspirazioni, e quasi vivono una vita sola. […] L’amicizia, da principio qual è per se stessa, di altruismo, di moralità, si trasforma, reagendo all’istinto primitivo dell’egoismo, in uno strumento immorale di questo, e in un fatto essenzialmente antisociale e incivile.(7)

Le battute iniziali lasciano presagire importanti sviluppi sia a causa della rilevanza del tema in oggetto che per il tono austero e combattivo che le contraddistingue. Si tratta di frasi, riflessioni che, oggi, risuonano da monito nei confronti di molti, impegnati nel governo delle istituzioni ma spesso colpevolmente assenti, tutt’altro che volti al miglioramento delle condizioni reali di vita dei popoli.

Ancora, opponendosi, con elevata vigoria, all’impero dell’amicizia degenerata e degenerante che deve invece essere forma pura del vincolo personale tra gli individui, Gentile scrive che questa, allo stato, si riduce

alla pretesa egoistica di avere l’amico propenso e favorevole alle proprie idee dominanti, alle aspirazioni proprie cui si annette un maggior valore, a tutto ciò che per ciascuno costituisce l’essenziale della sua vita, o a cui si sia legato di più il suo amor proprio.(8)

L’iniziale reprimenda operata dallo studioso di Castelvetrano è rivolta ai sistemi imperanti in merito alla gestione del potere istituzionale italiano: è un’avversione profonda verso ogni forma di sottomissione delle aspirazioni e degli ideali dei singoli nei confronti dell’interesse economico che scaturisce da alleanze e illecite connessioni.

Se tali sono le considerazioni esplicitate relativamente al profilo ideale dell’amicizia, il redattore procede con diverse e maggiori illustrazioni e in un senso più pragmatico. Dopo avere prevalentemente indagato in relazione alle cause dei fenomeni da lui denigrati, Gentile si porta ad esaminare i diversi effetti di tale funesta interconnessione tra amicizia e politica sulle nazioni contemporanee. Essendo il rapporto tra persone, il sentimento di reciproca devozione mutevole e sviluppandosi secondo le linee direttrici prima delineate, allora, si legge in Amicizie e lotte civili, decade la civiltà e si arresta il progresso, "giacchè non c’è sviluppo sociale, non c’è progresso civile che non importi mortificazione e sacrificio continuo e progressivo delle tendenze egoistiche originarie dell’uomo".(9)

Gentile, al tempo insegnante presso un Liceo campano, mette allora in campo tutta la sua favorevole propensione all’impero dell’eticità, dell’idealità dell’individuo piuttosto che compiacersi dell’affermarsi dell’interesse economico e della servitù dei singoli verso i simili, di quanti lasciano nell’oblio il dono del libero arbitrio. L’autore non rinuncia all’utilizzo di una terminologia forte e fortemente espressiva, più che mai volta al raggiungimento dello scopo che il suo articolo si propone:

Codeste amicizie che fanno dell’amico il servo dell’amico, sono le più forti, le più energiche, le più violente: sono infatti le più naturali e rassomigliano non di rado, a quelle devoluzioni meravigliose, di cui ci danno spettacolosi esempi gli animali domestici e gli uomini vicini all’animalità.(10)

Frammenti, gli ultimi citati, alla base di un veemente e continuo atto d’accusa alle manifestazioni di violenza o di semplice disprezzo nei confronti delle nobili e naturali opinioni di dissenso; queste, invece, nel sistema di pensiero gentiliano, non possono non caratterizzare le competizioni politiche e, in particolare, i rapporti tra le persone in politica.

Queste prime considerazioni pienamente esaustive dello stato civile dell’amministrazione, delle modalità operative di coloro i quali a Castelvetrano gestiscono la res publica, si chiudono con una semplice locuzione: "ma questa è, ripeto la forma primitiva e incivile dell’amicizia".(11) Gentile la pone anche al fine di predisporre l’approccio alla seconda fase della sua riflessione.

Il pensatore siciliano propone, di seguito, un suo sistema di pensiero da contrapporre "all’idea vigorosa, per quanto primitiva"(12) del modus operandi sopra indicato, improntato, cioè, alla chiusura più bieca contro qualsiasi genere di contrapposizione di ideali o d’azione. Una modalità d’azione definita "appunto primitiva perché vigorosa" giacché rinnega, all’interno delle contemporanee nazioni liberali, ogni principio di libera espressione o d’agire, concetto che è assolutamente incompatibile con i sani valori che l’autore propugna nella riflessione in commento.

Scagliandosi, con forza ideale e autonomia di pensiero, verso l’imperante "forma egoistica dell’intolleranza e dell’ignoranza",(13) il neo-idealista promuove il massimo dell’apertura e dell’approvazione nei confronti di tutte le molteplici concezioni politiche che ognuno può crearsi e cui credere, una condizione così espressa:

le concezioni della vita politica e quindi le forme della condotta pubblica non solo non sono, ma non possono non essere molteplici, e tutte fornite di un valore puramente relativo, e nessuna d’un valore assoluto.(14)

Non è dato come possibile, in questo frammento, il perdurare di alcun contesto politico-sociale che si caratterizzi per un unico e assoluto sistema di valori tale da surclassare, con la forza e l’inganno, ogni altro credo. Conseguenza ineluttabile delle precedenti considerazioni è, per Gentile, l’impero del "diritto imprescrittibile alla libertà del pensiero politico".(15)

Nasce da questi nobili principi un apporto, un approccio forte e coraggioso del pensatore al tema, e lo è ancora di più se si considera il prevalente e biasimevole dominio Saporito a Castelvetrano; coerentemente l’autore opera l’apologia del principio della libertà nelle sue diverse forme, ritenendolo il momento fondativo, la conditio sine qua non di ogni ambito politico ed anzitutto sociale. "Le idee, le stesse dottrine politiche – scrive – non sono né tesi scientifiche né massime morali", gli ideali sono "teorie pienamente opinabili, opinioni verso le quali il solo ignorante che ne disconosce la natura può essere intollerante".(16)

Il principio della relatività delle opinioni politiche è posto alla base delle considerazioni del filosofo di Castelvetrano ed è sentito dallo stesso come momento vitale per il processo di crescita e sviluppo per l’affermazione di nuove ed importanti scenari negli Stati del Novecento. A questo viene successivamente affiancato un concetto di reale importanza, un principio cardine che completa il pensiero e gli conferisce coerenza e ulteriore autorevolezza: la libertà di coscienza. Essa, sostiene Gentile, si è evoluta, in natura, di pari passo alla concezione del relativismo gnoseologico:

la storia della libertà coscienza è insieme la storia del cammino che ha fatto nelle menti questo concetto della impossibilità di determinare in modo assoluto, alcune forme di verità, tra cui sono appunto quelle che riteniamo tali in politica.(17)

Con grande forza linguistica e ideologica, soprattutto grazie all’utilizzo di una terminologia sempre appropriata e ideologicamente trascinante, il filosofo presenta al lettore un ulteriore aspetto della sua trattazione sulla politica. Quanto sopra esposto costituisce anche un importante e implicito appello ai popoli a sollevarsi e a difendere, dappertutto e con ogni mezzo, la liceità delle loro opinioni soprattutto se di dissenso.

Proseguendo nella sua riflessione ideale ma anche enormemente intrisa di pragmatismo, in un insieme di fitte considerazioni, Giovanni Gentile collega al fondante assunto della libertà di espressione "l’obbligo della reciproca tolleranza".(18) L’autore esclude, in questo modo, qualsiasi legittimazione di atteggiamenti di disistima, di indifferenza cui le opinioni di dissidio possono essere relegate, talvolta, da parte di chi pensa in maniera diversa o si trova, più spesso, in una posizione maggioritaria. Viene così fuori, con notevole vitalità, il binomio di valori libertà-tolleranza cui partiti politici, fazioni in lotta, maggioranza e opposizione devono necessariamente improntare i loro apparati ideologici.

Il fine unico di questa disamina è quello di evitare di cadere nella facile trappola cui sovente, soprattutto nei Paesi ove la lotta politica non è rettamente regolamentata, la competizione partitica è condotta, ovvero nella "immoralità dell’intolleranza in politica". Gentile ritiene a tal proposito che

intolleranti non si potrà essere in politica se non per amore eccessivo delle proprie convinzioni, che è come dire per amore di se stesso, per egoismo: per non saper concepire il mondo altrimenti che come girante attorno alla nostra persona.(19)

Una problematica, quella ora in oggetto, che, nel pensiero dell’uomo di cultura castelvetranese, consta in maniera diretta quanti, nelle nazioni civili, sono impegnati a stabilire le regole del gioco istituzionale e della politica come i grandi specialisti del diritto dello Stato, i leaders e i rappresentanti dei movimenti a tendenza nazionale. È un monito imprescindibilmente diretto anche ai singoli individui: costoro devono farsi portatori di una disposizione d’animo ad operare su un binario di valori propugnati in Amicizie e lotte civili, allontanandosi, in tal modo, dall’immoralità derivante dal loro disconoscimento.

Le frasi, i passaggi or ora riportati sostanziano il completamento di quel processo logico-argomentativo che conduce il filosofo Gentile alla definizione dei principi che sono alla base del suo pensiero: libertà e tolleranza. Questi due postulati, essenziali per l’autore all’interno di ogni aggregato civile e democratico, vengono così alla luce come indissolubilmente legati, vicendevolmente indispensabili.

Il pensiero gentiliano che da tali parole si evince è, però, anche corroborato da tutto un insieme di esplicazioni più concrete.

Sono passi, quelli di seguito proposti, che costituiscono il basamento, la causa ed al contempo l’effetto delle considerazioni precedenti.

Ma in politica, dentro i limiti della moralità, ossia nella vera politica, non ci sono norme assolute. Ognuno è al posto – si potrebbe dire – a cui è stato naturalmente assegnato; e nessuno potrebbe in ultima analisi dirci perché ci si trovi. […] Un perché, certo, ciascuno di essi è pronto a dirvelo.(20)

Nel contesto di vita reale e anche nelle competizioni a carattere politico non esistono, lo abbiamo visto, regole fisse e contenuti di assoluta validità; conseguentemente ciascuno può addurre alla base delle sue idealità politiche e partitiche differenti, e peraltro fondate, ragioni. Spesso, però, i cittadini rimangono interamente all’oscuro rispetto alla causa scatenante del loro agire: ognuno permane al posto cui è stato assegnato dalla natura, dal temperamento, una "molla segreta, oscura, inafferrabile, cieca".(21) Gentile, dalle pagine de "Il Risveglio", inveisce contro quel credo che, in modo volgare secondo l’autore, pone alla base dell’orientamento politico dell’uomo solo il suo interesse economico; per il pensatore di Castelvetrano, invece, causa predisponente ma non determinante.

In Amicizie e lotte civili si sostiene l’importanza di ben altri valori ai fini della determinazione dell’ideale politico individuale: tra queste, di fondamentale rilevanza, "tutta l’idiosincrasia spirituale e anche organica"(22) che caratterizza ogni singolo individuo nelle sue espressioni di vita. Sulla base di tale pensiero, si legge ancora quando il filosofo amplia i termini della sua trattazione, "l’uomo civile, convinto delle irriducibilità di certe differenze psicologiche individuali"(23) deve restare consapevole, sempre, della necessità dell’affermarsi delle "diverse tendenze umane", delle molteplici forme di attività e di condotta.

Il comportamento più corretto e idoneo al sano svolgimento del percorso politico della società è costituito, per Gentile e "Il Risveglio", dall’indispensabile partecipazione ad esso di un numero elevato di attori consci, però, di agire all’interno di "una grande concordia discors".(24)

In un ambito così particolarmente strutturato, allora,

l’uomo civile, reprime e comprime i moti primitivi dell’animo suo che si ribella alle contraddizioni, e si abitua a poco per volta a sentirsi contraddetto e a vedersi attraversato, senza volerne a chi gli si oppone.(25)

Viene in evidenza ancora una volta il leit-motiv dell’amicizia che è anche uno dei momenti fondanti di tutte la riflessione gentiliana: "l’amico civile, non chiede mai all’amico il sacrifizio delle sue opinioni, che sono la sostanza stessa della sua personalità".(26) Una pregevole espressione che si vuole qui assumere come frase di riferimento nell’esame di quei principi che, per tutti i compilatori del periodico di Castelvetrano, devono coinvolgere gli attori e la competizione politica.

Procedendo nel suo fitto argomentare, Giovanni Gentile pone in essere due diverse esemplificazioni pratiche tratte dalla vita reale, con lo scopo di confortare le frasi precedenti in relazione alla licenziosità della libertà di pensiero e, insieme, all’importanza dell’apertura verso l’altrui parere: "L’arcadia è una gran bella cosa ma è l’arcadia" si legge in primo luogo. L’autore chiude poi la sua riflessione con un riferimento alla vita coniugale:

e l’idillio, anche domestico, anche tra innamorati, finisce coll’essere mortalmente noioso.

Il marito che obbedisce all’impulsività degl’istinti bestiali, batte la moglie, che non gli riesce d’avere concorde sempre.(27)

Anche le vicissitudini coniugali, i sentimenti tra marito e moglie devono rispettare la differenza inevitabile e necessaria tra idee, principi, psiche dei due protagonisti dell’amore familiare e, quindi, mai degenerare: "l’amore, allora, è solo amore e non egoistico asservimento di un’altra persona".(28) Ancora una volta frasi, queste, che, più di tutto, lasciano il campo alla riflessione sulla necessità che, ancora oggi, ciascun uomo abbandoni i suoi pregiudizi, le idee preconcette e segua tali importanti consigli.

Se sommate alle diverse tematiche che il filosofo di Castelvetrano propone nel corso della sua riflessione, queste ultime considerazioni fanno propendere a considerare la tendenza di Gentile verso i principi liberali come assoluta, libera da condizioni. Ma così, invece, non è.

Per il periodico di Castelvetrano e per Gentile è giusto e doveroso riconoscere anche un limite ben definito a ogni forma di libertà di pensiero e ad ogni atteggiamento di tolleranza; due criteri che non rimangono, certamente, validi in assoluto. Tale sbarramento è individuato da Gentile in due differenti variabili: "la condanna dell’individualismo e dell’anarchismo", concezioni meglio definite come "la scienza determinatrice della verità" e "la coscienza determinatrice della moralità".(29) L’individualismo, visto come arroganza e presunzione di uno o di molti al fine di imporre le proprie convinzioni e l’anarchismo, ossia la volontà incontrastabile di decidere degli atteggiamenti moralmente leciti, conducono, qualora posti in essere, all’errore e alla colpa. Questi si pongono, in ultima analisi, in acceso contrasto col binomio libertà-tolleranza:

errore e colpa, che nessuno può dirsi libero di seguire e commettere; errore e colpa a cui l’uomo non ha mai dato e non darà mai, perché non può dare, quartiere, e verso di cui sarebbe assurdo invocare la tolleranza.(30)

Insistendo nella sua approfondita analisi, l’autore riconosce tutto il carattere di idealità delle fattispecie proposte e discusse all’interno di Amicizie e lotte civili; Gentile si impegna nella definizione delle condizioni reali dello status quo e con tono malinconico e rassegnato scrive: "Avviene, purtroppo, talvolta che la lotta, che si dice politica, non sia lotta vera di principii, ma di persone".(31)

Sovente l’interesse personale e meramente economico è preposto all’ideale e gli individui approdano all’immoralità. L’agone politico deve invece svilupparsi perseguendo delle linee guida diverse, individuate dallo studioso siciliano solo laddove tutti i principi e le posizioni sono rispettati nella loro dignità: l’opposizione avviene unicamente tra gli ideali messi in campo dalle diverse parti e solo ed esclusivamente a un livello meramente intellettuale giacché l’intolleranza in politica è solo "egoismo e stoltezza ridicola".(32)

Il contributo del filosofo di Castelvetrano alla causa dell’eticità, della moralità si chiude con un diktat ben preciso: "obbedire alla propria coscienza: questa è la prima condizione della vita morale".(33) Ma questo non rappresenta che il primo passo.

Giovanni Gentile giunge anche ad approvare e incoraggiare l’insurrezione civile se volta contro ogni modalità disonesta dell’amministrazione, come si evince da quanto segue: "[…] questa non è vera lotta politica, e degna di essere combattuta in un popolo civile". Gentile prosegue, avviandosi in conclusione, con un ulteriore paragone. Se gli atti di vituperio, se le iniquità debbono essere combattute, allora le amicizie nate dall’interesse sono da deplorare parimenti: "queste – scrive – o sono nate da interessi o finiscono e però sono tali da poter finire per interessi".(34)

Con i suoi ultimi passi l’articolo pone in essere un estremo e implicito appello agli individui, alle menti eccelse, ai politici e ai pensatori.

Ma ove questo non sia, ove le persone si combattono per le idee e per i sistemi, la colpa è non obbedire alla propria coscienza: non schierarsi tra gli avversari per non rompere un’amicizia, come romperla con un amico perché ci è divenuto avversario.(35)

Conservare l’amicizia, mantenere la moralità e lottare con spirito per i valori in cui si crede, è questo il messaggio che ancora oggi viene da un pensatore vicino a noi, interpretando in senso dovuto le sue parole.

NOTE

(1) La Direzione, Programma, "Il Risveglio", n. 1, 24 aprile 1904, p. 1, editoriale.

(2) G. Bonagiuso, Amici di Nasi??, "Il Risveglio", n. 3, 22 maggio 1904, p. 3

(3) La redazione e bonagiuso, s. t., "Il Risveglio", n. 23, 26 febbraio 1905, p. 1, editoriale.

(4) G. Gentile, Amicizia e lotte civili, "Il Risveglio", n. 12, 25 settembre 1904, p. 1.

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

(11) Ibidem.

(12) Ibidem.

(13) Ibidem.

(14) Ibidem.

(15) Ibidem.

(16) Ibidem.

(17) Ibidem.

(18) Ibidem.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ibidem.

(23) Ibidem.

(24) Ibidem.

(25) Ivi, p. 2.

(26) Ibidem.

(27) Ibidem.

(28) Ibidem.

(29) Ibidem.

(30) Ivi, p. 1.

(31) Ibidem.

(32) Ivi, p. 2.

(33) Ivi, p. 1.

(34) Ivi, p. 2.

(35) Ibidem.