Dalla fine della "grande guerra" agli inizi della rinascita europea (1919 - 1949) di Maurizio Di Genova

Introduzione

Le origini del processo che è alla base dell’integrazione europea, sono relativamente remote. Se ci si attiene, infatti, a una disamina tradizionale della costruzione europea, si può tranquillamente prendere, quale base di partenza temporale, la fine della seconda guerra mondiale. Una ricostruzione più approfondita, invece, potrebbe ricomprendere anche i primi progetti concreti del primo dopoguerra. Volendosi poi spingere ad analizzare le origini dell’idea d’Europa, ovvero tutta quella serie di teorie dei principali pensatori politici che, a più riprese, hanno vagheggiato l’idea dell’unificazione europea quale unica possibile soluzione dei problemi del vecchio continente, allora è chiaramente necessario fare un salto a ritroso di qualche secolo, ma ciò non è il fine della presente ricerca(1).

Ogni tappa che ha contraddistinto il processo d’integrazione europea, va collocata in un determinato quadro storico in quanto il più delle volte causata, favorita o accelerata da accadimenti contingenti. E’ in tale contesto che si situa l’idea di uno studio sulle origini del Consiglio d’Europa partendo dalle prime realizzazioni concrete di progetti di unificazione europea. Molti testi concernenti il processo d’integrazione europea dedicano poche righe all’istituzione di Strasburgo, alcuni volumi un paragrafo. La maggior parte delle opere dedicate al Consiglio d’Europa risalgono agli anni cinquanta e sessanta, quando era ancora vivo l’interesse per questa organizzazione, nata con tante aspettative poi non concretizzatesi.

Il presente lavoro è in gran parte frutto delle ricerche svolte presso gli archivi del Quai d’Orsai (Parigi), gli archivi del Public Record Office (Londra), gli archivi del Consiglio d’Europa (Strasburgo) e gli Archivi Storici delle Comunità Europee (Firenze).

 

I. Origini del processo d’integrazione europea

Fino agli inizi del XX secolo gli equilibri politico-economici mondiali erano ancora regolati e dominati dalle nazioni del vecchio continente, perdurava quindi una situazione di eurocentrismo. Gli Stati Uniti d’America e il Giappone, infatti, pur essendo già dei forti Stati emergenti, non avevano ancora raggiunto l’apice della loro potenza economica e militare e non potevano ancora competere con il secolare dominio esercitato dall’Europa, rappresentata da Inghilterra e Francia in particolar modo e successivamente dalla Germania.

All’indomani della rivoluzione francese e del "ciclone" napoleonico, gli Stati nazione europei si erano accordati per cercare di porre rimedio a tali sconvolgimenti. I trattati del 1815 furono il tentativo unanime di ristabilire quell’equilibrio di potenza europeo. La rivoluzione francese era riuscita a mettere in crisi tale sistema comunemente accettato con l’affermare il diritto dei popoli all’autodeterminazione quale nuovo fondamento di diritto internazionale.

Dopo il Congresso di Vienna e con l’instaurazione del "concerto europeo", furono gettate le basi per un periodo di tregua grazie al quale non ci sarebbero stati radicali conflitti sul continente europeo per circa un secolo. Tale consuetudine introdusse tra le potenze europee il principio secondo cui ci dovesse sempre essere un compenso a fronte di nuove acquisizioni fatte a spese di Stati confinanti. Attenendosi scrupolosamente a tale principio, Napoleone III riusciva ad approfittare della formazione del Regno d’Italia annettendo Nizza e Savoia alla Francia(2).

I principi alla base del "concerto europeo" erano chiaramente finalizzati alla tutela dello status quo, alla conservazione del potere e dei territori acquisiti, a discapito ovviamente degli interessi dei singoli popoli. Tali principi erano chiaramente in netta antitesi rispetto all’idea d’integrazione europea.

Tutto ciò, dunque, instaurava una fase di equilibrio e di pace apparente che si sarebbe protratta fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Anche in questo caso l’Inghilterra, dal suo splendido isolamento, sarebbe assurta a controllore dell’ordine costituito in ossequio al principio ormai consuetudinario del balance of power, limitandosi a minacciare possibili ritorsioni nel caso in cui uno Stato o una coalizione di Stati del continente europeo rischiasse di arrecare nocumento ai propri interessi o all’ordine europeo. Ma le fondamenta sui cui poggiava il castello della reazione, incominciarono a vacillare e poi a scricchiolare sempre più a causa di due importanti episodi che andarono a rompere quella atmosfera di equilibrio e di pace apparente: la nascita di due nuovi Stati, Italia e Germania.

In particolar modo la Germania, guidata dal Bismarck e dalla sua machtpolitick, intraprese una serie di iniziative sempre più decise, finalizzate a un’immediata unificazione dei vari stati tedeschi e a un altrettanto rapido accrescimento della neonata potenza tedesca al fine di recuperare nel minor tempo possibile il divario con la Francia e, soprattutto, con l’Inghilterra. Ciò contribuì a innalzare il livello di tensione in Europa e nel mondo intero, ove venivano in contrasto gli imperi coloniali confinanti. Questi episodi, inizialmente sottovalutati dall’Inghilterra, dalla Francia e dall’Impero austro-ungarico, condizionarono le sorti del continente europeo e del mondo nel corso della prima metà del secolo successivo. Dopo la morte del Bismarck, si crearono in Europa due forti coalizioni contrapposte che una volta arrivate allo scontro diretto non furono in grado di prevalere l’una sull’altra come in passato. L’insolito equilibrio delle forze schierate sul campo inaugurò una anomala guerra di trincea, una fase di stallo che fu rotta da un accadimento altrettanto straordinario: l’intervento risolutivo di una nazione extra-europea nella storia secolare dei conflitti tra gli Stati europei. L’intervento degli Stati Uniti d’America, necessario per superare l’impasse, costituì soprattutto il primo avvenimento storico che andasse a intaccare la secolare e solida struttura dell’eurocentrismo e suscitò una forte impressione tra i governanti d’Europa ma anche a Washington. Il presidente americano, Woodrow Wilson, ne rimase talmente colpito da decidere di elaborare un piano che potesse scongiurare simili conflitti per gli anni a venire, garantendo così una pace duratura. Tale Piano era costituito di 14 punti, l’ultimo dei quali prevedeva la creazione di un’organizzazione mondiale che tutelasse l’ordine e la pace nel mondo. Oltre a tale organizzazione, il Presidente americano impose l’abbandono del principio d’equilibrio tra le potenze a favore di un principio di nazionalità di difficile applicazione: fu creata un’Europa squilibrata con paesi come la Cecoslovacchia, strategicamente indifendibili e con l’azzeramento dell’Impero austro-ungarico, indispensabile argine verso le velleità tedesche. Che gli ideali di Wilson fossero in parte velleitari non fu subito chiaro ma anzi furono fatti propri universalmente e influenzarono interamente gli anni ‘20. Tra le poche voci che si levarono contro tali idee e, in particolar modo, contro la Società delle Nazioni, frutto di tali idee, merita di essere ricordato l’economista italiano Luigi Einaudi(3) che, attraverso una serie di lucidi e acuti articoli pubblicati sulle pagine del "Corriere della Sera", avrebbe bocciato senza appello tali mistificazioni della realtà, alle quali anteponeva l’idea d’integrazione europea(4).

 

II. Il processo d’integrazione europea durante gli anni venti

Il primo dopoguerra fu caratterizzato da una forte ondata di pacifismo che si diffuse universalmente quale estremo tentativo di superare gli orrori di una guerra che da mero episodio regionale, si era pian piano allargata a macchia d’olio fino a diventare un inedito conflitto di dimensione mondiale. Per la prima volta gli europei avevano subito sulla propria pelle le conseguenze di una grande guerra, grande in tutti i suoi numeri e che, sebbene si fosse estesa poi in tutto il mondo, aveva avuto anche in questa tragica occasione il vecchio continente come principale teatro.

Questa ondata di pacifismo contraddistinse soprattutto i rapporti fra le grandi potenze mondiali. Nel 1928 veniva firmato il Patto Briand-Kellog, dai nomi dei due ministri degli Esteri, l’uno francese, l’altro americano, sottoscritto da una sessantina di nazioni, Italia di Mussolini compresa. Tale Patto affermava solennemente la volontà delle nazioni firmatarie di voler rinunciare alla guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali(5). Apparentemente potrebbe sembrare una semplice dichiarazione d’intenti ma in quel determinato periodo storico ebbe una valenza non indifferente.

Questo periodo illuminato raggiungeva il suo apice proprio al termine del decennio quando, dalla stretta collaborazione tra i rappresentanti di Francia e Germania, paesi ex nemici dell’ultima guerra, nasceva il progetto di "Stati Uniti d’Europa", passato alla storia con il nome di Piano Briand.

La presa di posizione da parte di Aristide Briand a favore di un’unione e una collaborazione stretta fra gli Stati d’Europa, segnò una svolta poiché, per la prima volta, un uomo politico che ricopriva alte cariche istituzionali, si fece portavoce di un malessere diffuso e prese la parola interpretando dei crescenti aneliti europeisti. Il primo uomo politico a esporsi, fino a quel momento, esplicitamente a favore di un progetto europeo era stato Edouard Herriot che, il 25 gennaio del 1925, nei panni di presidente del Consiglio francese aveva così affermato "Il mio più grande desiderio è di vedere un giorno nascere gli Stati Uniti d’Europa", senza però poter dare un seguito a questa sua affermazione visto che dopo soli due mesi era stato costretto a dimettersi(6). Dopo il governo di Raymond Poincaré (1926-1929), Briand, di idee molto vicine a quelle di Herriot, ritornò a presiedere il governo francese nel 1929. Va ricordato che Briand era in stretto contatto con Kalergi e che nel 1927 aveva accettato la presidenza d’onore dell’Unione paneuropea. Il capo del governo francese, detentore anche del portafoglio degli Affari Esteri, ritenne fosse giunto il momento di rendere pubbliche le sue angosce e le certezze, conseguenza di tali angosce, che nel frattempo era andato maturando: "sono arrivato alla conclusione che non si potrà mai vivere in pace fintanto che certe questioni non saranno state chiarite, fintanto che i popoli non avranno trovato la via della collaborazione"(7). Era chiaramente un attacco frontale nei confronti della Società delle Nazioni, a soli dieci anni dalla sua creazione. Qualche settimana dopo, Briand decideva di infliggere il colpo mortale a Ginevra, proprio nella sede dell’Organizzazione internazionale. "Penso che tra dei popoli geograficamente vicini come i popoli d’Europa, debba esserci una sorta di legame federale". L’allocuzione di Briand veniva accolta positivamente e lo stesso premier francese veniva incaricato di approfondire il proprio pensiero elaborando un piano da presentare entro un anno nella stessa sede. Quando Briand rese noto il suo Piano era rimasto ben poco dello spirito che lo aveva animato l’anno precedente. Nel corso di un anno accadimenti di varia natura erano riusciti a influire negativamente i buoni propositi: secondo Edouard Bonnefous, Briand era stato infine costretto a un compromesso tra le sue opinioni personali e quelle del suo ministero(8) (va ricordato che l’omologo tedesco di Briand, Gustav Stresemann, era morto qualche mese prima ed era così venuto meno un referente privilegiato per Briand nel governo tedesco); nel frattempo le ripercussioni della caduta di Wall Street iniziavano a farsi sentire anche in Europa e, come spesso accade in questi frangenti, i governanti preferirono riporre nel cassetto i progetti ispirati a grandi ideali, rispolverando le armi affilate del nazionalismo e delle politiche autarchiche.

III. Il processo d’integrazione europea durante gli anni trenta

Durante gli anni ‘30, la maggior parte delle nazioni europee stentava a riprendersi dalla crisi economica che attanagliava le grandi potenze mondiali. Per tali motivi, durante questo decennio, i progetti di integrazione europea tornarono a essere argomento di discussione tra pochi piuttosto che arma a disposizione di uomini di governo.

Gli Stati europei andavano sempre più seguendo l’esempio dell’Italia, già da un decennio sotto un governo nazionalista e dittatoriale. Fra le grandi nazioni europee le uniche due immuni da questa ondata antidemocratica furono la Francia e l’Inghilterra. Queste due nazioni insieme agli Stati Uniti d’America, rappresenteranno durante il decennio un importante punto di riferimento per tutti coloro che non accettavano di scendere a compromessi e di rinunciare alla propria fede politica(9).

Dopo il fallimento della Conferenza di Monaco (1938), ultimo tentativo di Francia e Inghilterra di cercare un compromesso che potesse accontentare l’insaziabile Hitler, ultimo, vano tentativo di adoperare la fallimentare politica dell’appeasement(10), risultava ormai chiaro che lo scoppio della guerra sarebbe stato inevitabile. In questo momento di profondo smarrimento, veniva creata in Inghilterra Federal Union. I giovani fondatori di questo nuovo movimento ritenevano che "i governi non sapessero come costituire un ordine tale da assicurare la pace. […] la sovranità assoluta degli Stati nazionali era la causa fondamentale della guerra, quindi soltanto il governo federale poteva garantire la pace"(11). Nel giro di un anno il Movimento riscosse un significativo successo, con oltre 10.000 iscritti, riuscendo a catalizzare l’attenzione di parte dell’opinione pubblica inglese sulla necessità ormai ineluttabile, della costituzione di una libera federazione di tutti gli Stati europei. Gli artefici di questo Movimento sentivano il bisogno di un’autorità internazionale avente poteri sopranazionali, la quale fungesse da baluardo contro ogni eventuale aggressione nazista, poiché la Società delle Nazioni si era ormai rivelata un totale fallimento(12). Il successo di Federal Union in un paese come l’Inghilterra, notoriamente poco sensibile alle idee federaliste, si spiega facendo riferimento ai problemi internazionali sopra delineati, ovvero alla particolare atmosfera di generale preoccupazione per il sempre più probabile rischio di scoppio di una nuova guerra. D’altronde, parte dell’opinione pubblica inglese pareva conscia delle debolezze della nazione; nemmeno la vittoria nella grande guerra era stata sufficiente a ridare alla Gran Bretagna quella autorità di cui aveva goduto nell’ottocento. In Europa ormai regnava il caos e la Gran Bretagna non era più in grado di intervenire per ripristinare gli equilibri e scongiurare la nascita di forti Stati con tendenze egemoniche. Il vecchio continente appariva ormai un coacervo di forti nazionalismi chiusi in se stessi e pronti solo a guerreggiare nuovamente gli uni contro gli altri.

"Molti inglesi giunsero così alla conclusione che la Gran Bretagna doveva cambiare radicalmente la sua politica europea e promuovere l’unità federale del vecchio continente per arrestare la decomposizione economica e politica del mondo libero"(13). All’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale, Federal Union raggiunse il maggior grado di notorietà, ma, contemporaneamente, imboccava la via di un lento ma inesorabile declino. La sua crisi ebbe inizio con il rifiuto francese di aderire alla proposta di Churchill, ispirato da Federal Union e consigliato dal francese Jean Monnet, di unione fra il popolo francese e inglese sotto una comune cittadinanza e con un unico parlamento(14). Un altro grave colpo fu inferto al Movimento dalla disfatta francese ad opera dei nazisti, evento che costrinse gli inglesi a combattere duramente per un anno da soli: ciò radicò nelle menti di questo popolo la consapevolezza di vivere in uno Stato solido, sul quale si poteva fare affidamento anche nei momenti di maggior pericolo e, di contro, di avere a che fare con un continente europeo del quale si poteva solo diffidare(15).

Tutto ciò concorre a comprendere l’inaspettata vittoria elettorale laburista del luglio 1945 e spiega, in parte, l’atteggiamento negativo del Labour Party nei confronti dell’Europa e dei progetti di integrazione europea.

 

IV. Il secondo dopoguerra

All’indomani del secondo conflitto mondiale, l’Europa appariva in ginocchio, cosciente di aver ormai perso definitivamente lo scettro sulla scena mondiale: dall’eurocentrismo degli inzi del secolo si era inesorabilmente passati a un sistema bipolare con gli Stati Uniti, potenza emergente extra europea e l’Unione Sovietica, potenza solo parzialmente europea.

Gli orrori della seconda guerra mondiale, l’immediato dopoguerra con l’Europa stremata e in pieno collasso economico, tutto ciò, dunque, facilitò l’introduzione di cambiamenti radicali nel continente. Era ormai opinione condivisa da molti politici e intellettuali che in Europa ci fosse bisogno di una sostanziale misura d’integrazione, almeno in campo economico. Quasi tutti gli Stati europei avevano perso parte della propria indipendenza alla fine del conflitto mondiale; nessuna di queste nazioni avrebbe potuto sperare di condurre da sola i due compiti essenziali per uno Stato nazionale: la difesa dei propri cittadini e un’appropriata gestione dell’economia(16).

L’idea dell’unità europea trovò così il terreno fertile su cui finalmente attecchire, anche a causa del timore dell’imperialismo sovietico che si poteva tentare di arginare soltanto coalizzandosi. Né va trascurata l’azione svolta dal governo americano, ormai fattosi convinto fautore dell’inderogabilità di avviare il processo di unificazione europea.

Winston Churchill, leader dei conservatori britannici, ebbe l’occasione di rendere di pubblico dominio i nuovi orientamenti degli americani e dei sovietici nei confronti del vecchio continente. Il 5 marzo 1946, il Westminster College di Fulton (Missouri) consegnava al leader tory una laurea ad honorem. Alla presenza del presidente Truman, dopo aver ricordato alla sala gremita di parlare esclusivamente a titolo personale(17), Churchill descrisse la nuova situazione mondiale. Per evitare che un altro conflitto minacciasse nuovamente l’umanità, bisognava proteggersi da "due enormi predatori: la guerra e la tirannide"(18). Per proteggersi dalla guerra suggerì di dotare l’ONU di una forza armata internazionale. Ma un altro grande predatore, ugualmente pericoloso, la tirannide, minacciava numerosi paesi dove venivano impediti l’esercizio dei più semplici diritti e la libertà. A tal proposito Churchill affermò con vigore la sua preoccupazione per le mire espansionistiche dei sovietici e, pur ammettendo di continuare a nutrire una profonda ammirazione per il popolo russo e per Stalin, si sentì in dovere di mettere in guardia l’umanità: "da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata sul continente […]. I partiti comunisti che erano molto piccoli in questi Stati dell’Europa orientale, hanno ora raggiunto il potere […] e stanno cercando ovunque di conseguire un controllo totalitario. I governi polizieschi stanno predominando quasi sempre, e fino ad ora, lì non vi è più democrazia, tranne che in Cecoslovacchia"(19). Concludendo il suo discorso, Churchill pose in evidenza un altro importante orientamento affermando che la salvezza del mondo esigeva "una nuova unità in Europa, dalla quale nessuna nazione avrebbe dovuto essere permanentemente esclusa"; era un chiaro riferimento al pronto reinserimento della Germania(20).

Questo discorso suscitò un notevole clamore ed ebbe ampia eco. Churchill aveva avuto il coraggio di esprimere ciò che molti in occidente da tempo immaginavano ma non osavano denunciare e, così facendo, entrò in contrasto con coloro che ancora si ostinavano a pensare alla Russia come ad un alleato fidato o, quanto meno, a un possibile interlocutore. Quindi nel primo trimestre del 1946, i tempi non erano ancora maturi per simili dichiarazioni. Successivamente Churchill si addossò la totale responsabilità di quanto aveva detto e affermò di non essere stato il portavoce di alcuno(21). Il presidente Truman negò di aver precedentemente conosciuto il discorso di Fulton, giungendo perfino ad affermare che la sua presenza nella cittadina del Missouri non andava interpretata come un’accettazione e un appoggio alle "illazioni churchilliane"(22). Come ha commentato Martin Gilbert: "Ironicamente, Churchill parlò a Fulton poco più di una settimana dopo l’arrivo a Washington del telegramma di Gorge Kennan, che avrebbe avuto l’effetto di cambiare i rapporti e gli indirizzi della politica estera degli Stati Uniti esattamente nello stesso modo che aveva previsto Churchill"(23). Le dichiarazioni del leader conservatore, oltre ad indicare la pericolosità della politica sovietica, avevano individuato l’esigenza di una maggiore collaborazione tra le nazioni dell’Europa occidentale. Tale esigenza si collegava, d’altronde, al manifestarsi di un importante fenomeno. Durante la seconda guerra mondiale, si erano formati in varie nazioni europee movimenti favorevoli all’unione federale dell’Europa; questi movimenti erano ispirati in gran parte da uomini della resistenza che erano stati costretti alla clandestinità o al confino politico. Costoro spesso ignoravano che in altre nazioni europee esistevano altre personalità che si stavano prodigando per il loro stesso ideale. Ciò che accomunava questi padri del federalismo europeo, era la consapevolezza della crisi di quelle due "entità" che avevano nuovamente fatto precipitare i popoli europei in una guerra fratricida: lo Stato nazionale e il nazionalismo.

Essi immaginarono quale unico rimedio l’integrazione dei popoli europei(24). Ciò nonostante, nel dopoguerra molti progetti e molti propositi erano stati accantonati. Il ruolo di guida di questi uomini della resistenza era stato improvvisamente offuscato dal ritorno al potere dei partiti politici, i cui leader erano preoccupati più che altro di riconquistare il potere detenuto nel periodo prebellico ed erano inoltre condizionati dalle contingenti esigenze delle proprie nazioni. Ad ogni modo, questi primi movimenti, queste personalità, ebbero l’opportunità d’incontrarsi e di scambiarsi idee in attesa di momenti più favorevoli. Il discorso di Churchill sembrava ora offrire ai federalisti e agli europeisti in genere, una nuova opportunità per rilanciare i propri programmi.

V. L’azione dei movimenti europeisti

Si è constatato come, durante la seconda guerra mondiale, numerosi uomini della resistenza avessero previsto le difficoltà che l’Europa avrebbe dovuto affrontare se non avesse sviluppato formule sempre più strette di cooperazione. Fu tra questi rappresentanti della resistenza, italiani e francesi in particolar modo, che si svilupparono le prime tesi del federalismo europeo. In Italia alcuni antifascisti come Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, intrapresero la battaglia per la federazione europea fin dal 1941. Essi riuscirono a rendere note le proprie idee benché fossero al confino nell’isola di Ventotene(25). Nell’agosto del 1943, alcuni rappresentanti del federalismo italiano si riunivano segretamente a Milano dando vita al Movimento Federalista Europeo (MFE)(26). Con la liberazione dell’Italia settentrionale, ci fu un aumento dell’attività di questo Movimento che, l’anno seguente entrava a far parte dell’Unione Europea dei Federalisti (UEF), costituendone il gruppo più dinamico(27). In Francia, sempre durante la guerra, vi fu il fiorire di una notevole pubblicistica a favore della federazione europea su vari giornali clandestini con articoli firmati da personaggi della levatura di Henri Frenay, Albert Camus, Alexandre Marc e René Courtin(28).

I vari movimenti di resistenza mantennero i contatti fra loro sia sul piano nazionale, sia internazionale, tanto che riuscirono a organizzare a Ginevra, durante il 1944, cinque riunioni di resistenti provenienti da diverse nazioni europee: ogni delegazione rese noto alle altre il proprio progetto per l’Europa del dopoguerra e furono tutte concordi nel riconoscere il fallimento del vecchio ordine europeo fondato sul nazionalismo e sullo Stato nazioanle(29). In occasione dell’ultima riunione, tenutasi il 7 luglio, i delegati redassero e fecero proprio un Manifesto della resistenza europea, nel quale si proclamava che "la pace europea è la chiave di volta della pace mondiale" e che, inoltre, "la creazione di una Unione federale fra i popoli europei" avrebbe permesso di porre termine al disordine europeo ingigantito dall’esistenza di trenta Stati sovrani. In merito alla Germania affermavano che "solo una Unione federale permetterà la partecipazione del popolo tedesco alla vita europea senza che esso sia un pericolo per gli altri popoli"(30).

Con la fine delle ostilità furono create nuove organizzazioni federaliste e si tennero altri importanti incontri. Dal 15 al 22 settembre del 1946 si tenne l’incontro federalista di Hertenstein in Svizzera, la prima grande assise federalista del dopoguerra(31). Questo convegno ha un ruolo molto importante nella storia del federalismo europeo perché per la prima volta si realizzò un vero raduno di federalisti provenienti da numerosi paesi europei, giunti nella cittadina svizzera per confrontare le loro idee sul futuro dell’Europa.

Sempre in Svizzera, nel settembre del 1946, si verificò un altro avvenimento importante che legava in qualche modo l’azione dei federalisti a una concreta iniziativa politica. Winston Churchill, che si trovava in questo paese per trascorrervi le sue vacanze, colse l’occasione di un invito fattogli pervenire dall’International Committee della Croce Rossa per lanciare un nuovo appello agli europei(32). Churchill aveva capito, nei mesi seguenti il suo discorso di Fulton, che le possibilità di entente fra le due superpotenze erano sempre più remote e che l’unico modo per risolvere la "tragedy of Europe" era quello di creare "a kind of United States of Europe". Questo fu il senso del discorso tenuto da Churchill, il 19 settembre del 1946, all’Università di Zurigo.

"Il primo atto nella riedificazione della famiglia europea – affermava il leader tory – deve essere una partnership fra la Francia e la Germania. Solo così la Francia può recuperare la leadership morale sull’Europa. Non può esserci una rinascita dell’Europa senza una Francia grande spiritualmente e una Germania grande spiritualmente"(33). Ma bisognava accelerare i tempi perché vi era il pericolo che il segreto della bomba atomica non rimanesse ancora per molto di proprietà esclusiva del mondo occidentale. Perciò bisognava rafforzare l’ONU ricreando al suo interno "la famiglia europea in una struttura regionale chiamata, possibilmente, gli Stati Uniti d’Europa"(34). Questo risultato andava raggiunto per tappe, la prima delle quali, sarebbe stata la creazione di un Consiglio d’Europa. La parte conclusiva del suo discorso fece comprendere l’opinione del leader conservatore sulla posizione della Gran Bretagna: "la Francia e la Germania devono prendere insieme il comando. La Gran Bretagna, il Commonwealth, la potente America e, lo spero sinceramente, l’Unione Sovietica – poiché tutto allora sarebbe risolto – dovranno essere gli amici e i protettori della nuova Europa e dovranno difendere il suo diritto alla vita e alla prosperità"(35).

Quindi la Gran Bretagna non avrebbe dovuto essere un membro degli Stati Uniti d’Europa allo stesso titolo degli altri paesi del continente, ma sarebbe stata la garante di quest’unione insieme agli Stati Uniti e alla Russia(36). Per Churchill, dunque, l’Inghilterra restava una grande potenza di carattere globale, per quanto con responsabilità peculiari nei confronti del vecchio continente. Il discorso di Zurigo provocò giudizi contrastanti. Sia a Londra che a Parigi si levarono molte voci contro le affermazioni dell’ex premier britannico; molti biasimarono il fatto che il "vecchio leone" avesse approfittato di una tribuna pubblica per compiere affermazioni impegnative circa il ruolo di Londra, senza avere alcuna responsabilità di governo; altri sospettarono che egli avesse colto l’occasione per fare campagna elettorale(37).

Malgrado queste valutazioni negative, l’appello lanciato da Churchill ebbe reazioni positive tra i federalisti e funse da catalizzatore, dando quell’impulso e quel segnale che molti federalisti attendevano. Non fu un caso che dopo il discorso di Zurigo, vi fu il fiorire o il rinascere di molti movimenti per l’unità europea.

Il 15 dicembre 1946, a Parigi, i movimenti federalisti di otto paesi europei si federarono dando vita all’Union Européenne des Fédéralistes (UEF). Ne fu eletto presidente, all’unanimità, l’olandese Hendrik Brugmans e il francese Alexandre Marc come segretario generale(38).

Il discorso di Zurigo facilitò, in particolar modo, il progetto di Churchill per la creazione di un movimento europeista in Gran Bretagna, ben distinto da Federal Union. Agli inizi del 1947, con l’aiuto di Duncan Sandys, egli fondò l’United Europe Movement (UEM), dopo aver già creato una Commissione provvisoria britannica, aperta a tutti i partiti, per l’unità europea. L’UEM fu costituito formalmente il 14 maggio 1947 in una riunione pubblica tenuta alla Albert Hall di Londra(39). Gli obiettivi di questo movimento erano di informazione sulla campagna europeista in Gran Bretagna, di collegamento con movimenti analoghi del continente e di sensibilizzazione di importanti personaggi della vita politica, economica, culturale e intellettuale; inoltre, si contava di sollecitare il governo inglese affinché si prodigasse per la causa europea. L’UEM era un movimento "unionista" avente come fine l’unità europea, da attuarsi, però, per mezzo di una cooperazione intergovernativa; aveva un formale carattere apolitico ma era fortemente influenzato dal partito conservatore.

La Ligue Indipendente de Cooperation Economique (LICE) è coeva all’UEM. Fu creata da Paul van Zeeland, ex ministro belga degli Affari Esteri. Era un movimento con fini prevalentemente economici, formato essenzialmente da banchieri e industriali; era un movimento a livello transnazionale, diviso in commissioni nazionali. I suoi membri più rappresentativi furono quelli della commissione inglese, quali Sir H. Butler, Harold Macmillan, Lord Layton e Sir A. Salter (contemporaneamente membri dell’UEM)(40).

I socialisti europei che avevano organizzato a Montrouge, dal 21 al 22 giugno 1946, una conferenza per gli Stati Uniti Socialisti d’Europa, costituirono a Londra, nel febbraio del 1947, il Mouvement Socialiste pour les Etats-Unis d’Europe (MSEUE). Il suo primo presidente fu l’inglese Bob Edwards (presidente dell’Indipendent Labour Party). Contrariamente alla LICE, influenzata e ispirata dalla sua commissione britannica e da ambienti economico-finanziari del Benelux, il MSEUE fu influenzato dai socialisti francesi di sinistra, capeggiati da Marcel Pivert(41).

Nel giugno del 1947, a Chaud-Fontaine presso Liegi, i democratici cristiani europei costituirono la loro organizzazione con il nome di Nouvelles Equipes Internationales (NEI). Ne fu eletto presidente l’ex ministro francese Raymond Bichet(42).

Infine, il 1° settembre del 1947, a Gstaad in Svizzera, il conte Coudenhove-Kalergi, tornato dall’esilio americano, fondava l’Unione Parlamentare Europea (UPE). Ne fu eletto presidente il leader del partito socialista nel parlamento belga, Georges Bohy e il Kalergi si riservò la carica di segretario generale. Facevano parte di questa unione, parlamentari di tutte le tendenze politiche(43).

A questo punto risultava evidente la necessità di coordinare tutte queste anime al fine di rendere più incisiva l’azione dei vari movimenti europeisti.

 

VI. L’azione dei governi: prime forme di cooperazione

"L’idea dell’unificazione europea esce dalla fase puramente progettuale in concomitanza con la crisi dello Stato nazionale, di cui le due guerre mondiali segnano la più drammatica rappresentazione"(44).

Alla fine della seconda guerra mondiale, la sorte del continente europeo era nelle mani di due nuovi attori internazionali: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.

L’immediato dopoguerra, oltre a testimoniare una ripresa della campagna a favore dell’unità europea, rese evidente la sempre più netta divisione dell’Europa in due blocchi. Questa divisione era stata in qualche modo preparata durante la guerra dai "tre grandi". Eccezion fatta per l’inghilterra e la Russia, nessun paese europeo era riuscito a contrastare l’avanzata nazista o a liberarsi da solo di tale giogo: ciò comportava, la possibilità da parte inglese o russa di continuare ad avere una propria identità politico-economica alla fine della guerra e, di contro, il diminuire dell’influenza degli altri Stati europei e una sempre maggiore ingerenza delle due superpotenze nei loro affari interni(45).

Insieme alle due superpotenze vi era, quindi, la Gran Bretagna, forte del suo prestigio storico, rinvigorito dalla prova di strenua resistenza contro i nazisti e forte dei suoi solidi legami con il Commonwealth. Nonostante ciò, nelle prime elezioni del dopoguerra, in Inghilterra vi era stato il cambio di governo, elemento che privò Londra del suo statista più rappresentativo proprio durante la conferenza di Potsdam. Winston Churchill fu sostituito da Clement Attlee(46); va comunque sottolineato che al Foreign Office, Eden fu adeguatamente sostituito dall’energico leader laburista ed ex-esponente sindacale, Ernest Bevin.

Tale inaspettato cambio di governo fu causato da vari motivi: la Gran Bretagna, era uscita vincitrice dallo scontro titanico con la Germania nazista, ma si trovava adesso a dover fare i conti con un deficit economico tra i più alti al mondo; la nazione aveva bisogno di riprendere forza, di concentrare l’attenzione su se stessa, prima di ricominciare a guardarsi intorno. Ciò spiega il motivo per cui Churchill, eroe di guerra, leader dei conservatori, veniva sconfitto nel luglio del 1945. Gli inglesi avevano deciso di premiare le politiche di welfare State dei laburisti(47).

Così la Gran Bretagna incominciò a progettare il ritiro da alcune zone d’influenza che comportavano maggiori oneri, non più sostenibili economicamente. Si poneva, di conseguenza, il serio rischio che queste zone potessero cadere nell’orbita sovietica. Per scongiurare questo pericolo era necessario coinvolgere gli Stati Uniti nella difesa dell’occidente. Nel frattempo, però, Washington appariva tentata da spinte isolazioniste: larghi settori dell’opinione pubblica americana si mostravano poco propensi a occuparsi nuovamente dei problemi europei che erano costati agli Stati Uniti già troppi lutti(48). Allo scopo di risolvere il problema, il Foreign Office ricorse a una manovra improvvisa e clamorosa: nel febbraio del 1947 informò il Dipartimento di Stato che la Gran Bretagna non avrebbe più potuto aiutare e proteggere la Grecia ove era in corso una guerra civile tra le forze monarchiche e quelle comuniste; toccava ora agli Stati Uniti intervenire in quella zona così delicata e adempiere a quel compito(49). L’appello britannico fu prontamente accolto e Truman ne approfittò per imporre al Congresso americano, dominato dai repubblicani, una nuova politica di responsabilità globale. Così il 12 marzo 1947, il presidente Truman annunciava la sua "dottrina" con la quale dichiarava apertamente che gli Stati Uniti avrebbero protetto il Mediterraneo orientale da ogni ingerenza e avrebbero garantito tutto il mondo democratico da qualsiasi pericolo totalitario. Tale presa di posizione costituiva una netta rottura con il passato, un nuovo modo di affrontare l’URSS(50). La politica americana nei confronti di Mosca non sarebbe stata caratterizzata dalla ricerca di un accordo come durante la precedente amministrazione, bensì dalla scelta della strategia del containment. Quest’ultima "consisteva nel ‘contenimento’ di ogni iniziativa sovietica diretta a turbare l’ordine internazionale. A ogni mossa sovietica avrebbe dovuto corrispondere una contromossa americana diretta a bloccarla, evitando tuttavia di spingere la risposta al di là dei limiti di un conflitto episodico, mantenuto sul piano politico"(51). La "dottrina Truman" aprì una fase di rapporti fortemente conflittuali tra le due superpotenze e può essere considerata come la "dichiarazione di guerra" da parte americana nei confronti dei sovietici: con questi avvenimenti si entrava nel pieno della "guerra fredda".

Di fronte alla creazione di un blocco comunista che andava sempre più consolidandosi e di fronte al continuo pericolo rappresentato dai partiti comunisti operanti in Europa occidentale, il Dipartimento di Stato, con a capo il nuovo segretario, il generale George C. Marshall, decise di porre in essere più stretti rapporti con le nazioni del vecchio continente. Del resto, le economie di questi Stati avevano dimostrato di non essere riuscite a risolvere autonomamente i gravi problemi economico-sociali del secondo dopoguerra, a dispetto degli aiuti finanziari concessi da Washington nel periodo conclusivo del conflitto e al termine delle ostilità.

Nelle interpretazioni americane la crisi economica vissuta dall’Europa rappresentava "l’ideale terreno di coltura" per la strategia staliniana di penetrazione e conquista attraverso l’azione dei vari partiti comunisti. A questa politica di "disgregazione" doveva essere opposta una scelta di collaborazione, di "integrazione".

Il 5 giugno del 1947, in un discorso all’Università di Harvard, Marshall chiese al Congresso degli Stati Uniti di approvare un piano di ingenti aiuti economici per il definitivo risanamento dell’economia europea, e invitò gli stessi europei a organizzarsi per meglio poter usufruire di questi aiuti e per poterli sfruttare nel modo migliore(52).

L’invito era rivolto a tutti gli Stati europei, Unione Sovietica e Stati satelliti compresi. Probabilmente questo era un invito formale, uno strumento per meglio far comprendere agli europei e al mondo le reali intenzioni dei sovietici e lo stato di totale asservimento al quale erano costretti gli Stati dell’Europa orientale. Infatti, dopo un primo interessamento della Polonia e l’adesione della Cecoslovacchia, l’intervento di Mosca le fece recedere dall’intenzione di aderire al Piano Marshall. Quanto all’URSS, essa prese parte ai primi colloqui di Parigi con francesi e inglesi, per poi ritirarsi lanciando pesanti accuse nei confronti delle intenzioni oppressive ed espansionistiche degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei(53). L’offerta americana, dapprima esaminata dalla Gran Bretagna e dalla Francia, fu accolta e vagliata dai ministri degli Esteri di sedici paesi dell’Europa occidentale in una Conferenza aperta a Parigi il 12 luglio 1947. Il 16 aprile del 1948, infine, questi stessi Stati europei sottoscrivevano il Trattato per la cooperazione economica europea. Venne costituita in tal modo l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) con il compito di sovrintendere alla distribuzione degli aiuti americani, coordinando le esigenze dei diversi Stati europei che ne avrebbero beneficiato(54)

L’aiuto economico del Piano Marshall e l’OECE costituirono il primo stadio verso l’integrazione economica dell’Europa. Contemporaneamente, gli americani furono spinti a interessarsi del processo di cooperazione militare fra i paesi dell’Europa occidentale. Il 4 marzo del 1947, la Gran Bretagna e la Francia siglarono il Trattato di Dunkerque. Questa tradizionale alleanza bilaterale era, però, ancora diretta contro un’improbabile rinascita militare della Germania: da parte francese, la sicurezza dei confini orientali era ancora lo scopo principale del Trattato che per la Gran Bretagna, invece, rappresentava soprattutto l’inizio di un processo di consolidamento dell’Europa occidentale nei riguardi della Russia. Successivamente, i firmatari del Trattato di Dunkerque, ispirati e guidati dal ministro degli Esteri britannico, Bevin, intrapresero dei negoziati con i tre paesi del Benelux. Questi negoziati furono facilitati e accelerati dalla crescente tensione internazionale e, in particolar modo, dagli eventi del febbraio 1948 a Praga. Il 17 marzo 1948, la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, firmarono il Trattato di Bruxelles, alleanza cinquantennale di collaborazione economica, sociale, culturale e, soprattutto, di autodifesa collettiva nei confronti della Germania e di qualunque altro Stato avesse posto in pericolo la loro sicurezza, in altri termini l’Unione Sovietica(55). Nel frattempo, la situazione internazionale si deteriorava sempre più ed era necessario rafforzare l’apparato difensivo occidentale. Dopo il colpo di Praga, ci fu il blocco sovietico di Berlino, nel giugno del 1948(56): il senatore americano Vandenberg presentò una risoluzione con la quale gli Stati Uniti si liberavano dal vincolo isolazionista di non poter partecipare ad alcuna alleanza militare in tempo di pace. Così il Senato americano autorizzò l’amministrazione Truman a intraprendere negoziati con gli Stati europei per rinsaldare l’apparato difensivo del vecchio continente. Il 4 aprile del 1949 veniva firmato a Washington il Trattato del Nord-Atlantico dalle cinque nazioni del Patto di Bruxelles, oltre che dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Islanda, dalla Danimarca, dall’Italia, dalla Norvegia e dal Portogallo(57).

Era in tale contesto di crescente cooperazione economica e militare fra le nazioni dell’Europa occidentale, gli stati Uniti e il Canada che si sarebbe inserito il tentativo di dare avvio al processo d’integrazione politica del vecchio continente.

 

VII. L’assise generale dei movimenti europeisti: il Congresso d’Europa (l’Aja, 7-10 maggio 1948)

Si è visto come il rilancio dell’europeismo fosse stato favorito anche dagli inviti lanciati da Winston Churchill nei suoi discorsi di Fulton e Zurigo, i quali, fungendo da stimolo, avevano accelerato la nascita e il proliferare di movimenti europeisti in quasi tutte le nazioni europee a partire dal 1946 e, soprattutto, nel 1947, nel corso del quale anno, le previsioni del leader tory venivano confermate dall’effettivo e quasi inevitabile deteriorarsi dei rapporti tra Est e Ovest. Ad ogni modo, durante i primi raduni europeisti, si era potuta constatare una sostanziale omogeneità di intenti anche se non sempre vi era una precisa coincidenza di opinioni intorno alle modalità e, spesso, neppure sugli obiettivi finali da perseguire. Per tale ragione, per dirla con Walter Lipgens:

"In una situazione in cui nessun governo aveva appoggiato l’idea d’Europa era indispensabile raggiungere un coordinamento tra questi gruppi […], per scongiurare rivalità, sovrapposizioni e la confusione nell’opinione pubblica"(58).

Quest’opera di coordinamento fu intrapresa dal britannico UEM, creato da Winston Churchill e guidato dal genero, il giovane esponente conservatore Duncan Sandys(59). A partire dall’estate del 1947 Sandys, in collaborazione con il polacco Joseph Retinger, membro della LICE, iniziò a prendere contatti con le altre organizzazioni del continente europeo. Il 20 luglio 1947 si tenne a Parigi la prima riunione dei rappresentanti di alcuni fra i principali movimenti europeisti(60).

Fin dall’inizio fu chiaro che le redini del gioco le avrebbero mantenute strettamente nelle loro mani Sandys e i suoi collaboratori. Il coordinatore dell’UEM aveva un duplice obiettivo: creare una struttura che fungesse da collegamento tra i vari movimenti e organizzare una campagna propagandistica su larga scala a favore dell’unità europea; tale attività di propaganda sarebbe dovuta infine culminare con un congresso. Nel corso degli ultimi mesi del 1947 si incominciò a dare forma al progetto. Nel dicembre furono prese le prime importanti decisioni: veniva deciso che il Congresso si sarebbe tenuto all’Aja, in Olanda e avrebbe avuto la denominazione di Congress of Europe. Si procedette inoltre alla creazione del comitato di collegamento, chiamato Joint International Committee of the Movements for European Unity. Venne infine stabilito che il lavoro della Conferenza avrebbe dovuto essere diviso in tre Commissioni specializzate rispettivamente per ciò che concerneva i problemi politici, quelli economici e, infine, quelli culturali(61).

Nel volgere di pochi mesi, erano stati compiuti decisivi progressi verso l’integrazione europea. Erano sorti movimenti europeisti forti e ben organizzati, dotati soprattutto, di forti legami con il mondo politico ed economico di alcuni paesi europei. Questi movimenti, che si riconoscevano nell’organizzazione guidata da Churchill, si distinguevano nettamente dai movimenti aderenti all’UEF in quanto avevano una visione dell’integrazione più moderata, prospettando forme di cooperazione intergovernativa; gli aderenti a questi movimenti venivano definiti "unionisti". Duncan Sandys, coadiuvato da Retinger, era riuscito, in questa prima fase a imbrigliare le rivendicazioni del movimento di Brugmans e a indirizzare, secondo le proprie direttive, le prime decisioni del Comitato Congiunto.

Riprendendo alcune considerazioni di Lipgens: "Sandys, con la sua maggioranza nel Comitato, riuscì a garantire che le risoluzioni approvate dal Congresso sarebbero state così vaghe da poter essere accettate da tutti i partiti e per quanto possibile in linea con la politica britannica. Nell’elaborazione dei rapporti e nella distribuzione degli inviti, egli fece di tutto per far sì che il Congresso non proclamasse ai politici e agli altri, come i federalisti avrebbero certamente voluto fare, la verità fondamentale che la rinuncia alla sovranità fosse il sine qua non di ogni reale unificazione dell’Europa"(62).

Ad ogni modo qualcosa si stava muovendo e anche se lo svolgimento del Congresso non sarebbe stato coerente con le scelte di Sandys, il suo strenuo lavoro organizzativo fu indispensabile per la rinascita del movimento europeista e, soprattutto, il suo progetto di conferenza sarebbe riuscito a risvegliare i governi europei e a distoglierli "dalle loro politiche anacronistiche e senza fantasia" che avevano caratterizzato il periodo 1946-1947(63).

Sandys aveva dato precise indicazioni affinché venisse redatto un rapporto politico abbastanza generico, una specie di compromesso che potesse soddisfare i progetti unionisti del Joint International Committee e che non allarmasse più di tanto i governi europei. Ma, soprattutto, gli premeva riuscire a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul problema dell’unificazione europea. Inoltre con la politica adottata per gli inviti per il Congresso d’Europa, egli isolava e emarginava quelle nazioni europee dove era preclusa ogni più semplice forma di democrazia, facendo chiaramente intendere che il suo progetto di Europa unita era limitato alle sole nazioni democratiche dell’Europa occidentale: si restava saldamente nel contesto della "guerra fredda"(64).

Nei primi mesi del 1948 furono intensificati gli sforzi per ampliare ulteriormente il numero di delegati anche ad opera delle delegazioni di quelle nazioni che, per motivi diversi, creavano qualche problema al Comitato. Fra queste vi erano i paesi della penisola scandinava, quelli della penisola iberica, nonché l’Italia e la Germania. Inoltre si cercò di ampliare la partecipazione a tutte le forze politiche europee (comunisti esclusi, ovviamente); il maggior impegno derivò dal tentativo di convincere il Labour Party a farsi coinvolgere nell’iniziativa. Transport House, d’altronde, non aveva nascosto il proprio imbarazzo e le proprie critiche di fronte alle dichiarazioni di Churchill del 1946 visto che la propria politica estera aveva ancora quale punto di riferimento il ruolo britannico nell’ambito dei "Tre Grandi" e si fondava sulla conseguente necessità di evitare di appoggiare qualsiasi alleanza o progetto di unione regionale che potesse essere diretto contro la Russia. Con il fallimento della Conferenza Quadripartita di Mosca e più ancora con quella di Londra della fine del 1947, il governo laburista parve comprendere le reali intenzioni di Mosca e decise di assumere un ruolo attivo nell’ambito della "guerra fredda". Il 22 gennaio 1948, Bevin, in un discorso alla Camera dei Comuni rivelava il nuovo fine della politica estera britannica, cioè quello di favorire la costituzione di una "unione occidentale" per fronteggiare il crescente pericolo sovietico; questa unione avrebbe dovuto fondarsi sul rafforzamento della cooperazione politico-militare fra i paesi dell’Europa occidentale. Inoltre era ferma intenzione del governo di Londra favorire il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti in un futuro sistema difensivo euro-atlantico che avrebbe visto la Gran Bretagna rivestire il ruolo di raccordo indispensabile tra Washington e l’Europa. Erano, queste, le premesse della nuova politica inglese che avrebbe condotto alla firma del Patto di Bruxelles e del Trattato dell’Atlantico del Nord(65).

Proprio per non compromettere la sua aspirazione a fungere da tramite fra gli Stati Uniti e il vecchio continente, Whitehall preferiva non farsi coinvolgere in maniera troppo forte nelle vicende europee e ritenne di non dover rispondere positivamente agli inviti del Joint International Committee anche perché erano fermamente decisi a non unire le proprie forze a quelle conservatrici dell’europeismo britannico e continentale(66).

Nel mese di marzo fu completato il documento che sarebbe stato utilizzato quale base di discussione nell’ambito della Commissione politica del Congresso d’Europa e che avrebbe successivamente influenzato l’attività dell’European Movement fino alla costituzione del Consiglio d’Europa. Nella terza sezione del rapporto venivano analizzati gli "Obiettivi immediati" da conseguire, fra i quali riceveva particolare attenzione la creazione di un "Consiglio d’Europa". Questo avrebbe dovuto essere un organismo intergovernativo di natura ministeriale. Inoltre si affermava:

"Il Consiglio stesso dovrebbe decidere quali poteri dovrebbero essergli delegati dai governi partecipanti. Naturalmente il Consiglio sarebbe efficace solo se i governi fossero pronti ad accordargli ampi poteri per prendere decisioni che, in casi di necessità, potrebbero comportare qualche sacrificio di interessi nazionali e settoriali in nome del bene comune. Con il crescere della fiducia i poteri assegnati al Consiglio potrebbero essere progressivamente ampliati"(67). Nel documento veniva poi indicato quale ulteriore strumento per il raggiungimento dell’unità europea, l’istituzione di una Deliberative Assembly che in questa prima fase avrebbe dovuto limitarsi a fornire un forte sostegno e un forte sprone al Consiglio d’Europa. Nella sezione conclusiva del documento, i redattori si spingevano ben oltre e, forse, seriamente preoccupati per i recenti sviluppi in campo internazionale, suggerivano:

"una volta costituito il Consiglio d’Europa e (una volta) che questo abbia cominciato ad affrontare i pericoli che ci minacciano, sarà possibile considerare progetti di grande portata e progetti di carattere permanente per la piena integrazione politica dell’Europa. Ciò potrebbe includere:

1) una cittadinanza comune;

2) una forza di difesa europea combinata;

3) un Parlamento europeo eletto con poteri legislativi; e, infine

4) una completa federazione".

Queste "rivoluzionarie" proposte resteranno, ovviamente, sulla carta, ma esse risultavano pur sempre significative e rilevanti.

Dopo una travagliata fase preparatoria, nel pomeriggio di venerdì 7 maggio 1948, si apriva solennemente all’Aja il primo Congresso d’Europa.

Il giorno successivo iniziavano i lavori. Come ha ricordato lo stesso Brugmans:

"I lavori del Congresso si svolsero attraverso tre Commissioni: l’economica, la politica, la culturale. L’ultima attirò un’attenzione relativamente scarsa. Ciò nonostante essa avanzò suggerimenti concreti e utili […] Quanto alla Commissione economica, essa fu il teatro di dibattiti prolungati e accesi, nel cui ambito i sindacalisti francesi si distinsero per la loro combattività. […] Ad ogni modo la Commissione politica attirò l’attenzione […] molto più delle altre due"(68).

Effettivamente nell’ambito della Commissione politica si svilupparono i dibattiti più interessanti e più importanti anche perché i suoi lavori ebbero conseguenze che si manifestarono ben oltre la conclusione del Congresso. Degno di attenzione fu l’intervento dell’ex primo ministro francese, Paul Reynaud. Egli dava subito il suo appoggio all’originale stesura del Rapporto politico e affermava che, vista la manifesta incompletezza dell’azione governativa, l’unica istituzione che avrebbe potuto salvare l’Europa era unA Assemblea europea. Non si poteva perdere altro tempo prezioso, proprio nel momento in cui incombeva sull’Europa il pericolo di una nuova guerra. Fatte queste premesse, l’anziano uomo politico francese comunicava ai presenti di aver depositato, insieme all’amico Edouard Bonnefous, un emendamento per l’abrogazione del quarto articolo della Risoluzione politica e favorevole all’istituzione dell’Assemblea europea. Nelle intenzioni dei due uomini politici francesi, l’Assemblea avrebbe dovuto essere eletta dal popolo europeo a suffragio universale, avrebbe dovuto essere convocata entro la fine dell’anno e avrebbe dovuto essere composta da un deputato ogni milione d’abitanti. Va sottolineato come questo progetto venisse pienamente inserito nella situazione internazionale caratterizzata dallo scontro fra est e ovest. Reynaud così affermava:

"stiamo attenti! Jacques Bainville diceva che per realizzare una federazione vi è bisogno di uno Stato federatore. All’est esiste uno Stato federatore, all’ovest manca. Ma Jacques Bainville si sbagliava perché è capitato, nella storia, in particolare alla grande democrazia americana, di unirsi di fronte a un grande pericolo per realizzare un grande progetto, ed è ciò che noi dobbiamo fare"(69).

Nonostante cio’, le manovre degli unionisti riuscirono a far passare la versione definitiva dell’art. 4, vaga ed edulcorata, dalla quale spariva anche la parola "Deliberante". Era il trionfo della strategia di Duncan Sandys. Indubbiamente il progetto di Reynaud era di difficile realizzazione ma, per dirla con il de Rougemont, sarebbe stato preferibile ritoccarlo e migliorarlo che accantonarlo definitivamente(70).

Sulla scia dell’entusiasmo, gli unionisti tentarono di far aggiungere all’art. 4 un appendice nella quale si chiedeva la creazione di un Council of Europe da affiancare all’Assemblea europea. Era l’ennesimo tentativo di dare rilievo a una forma di cooperazione intergovernativa e di privare l’Assemblea di qualsiasi potere. Come vedremo tale progetto potrà successivamente essere realizzato l’anno successivo, grazie all’azione del governo inglese, con la creazione del Consiglio d’Europa.

 

VIII. Le conseguenze del Congresso d’Europa

Una volta spente le luci su questa prima grande assise europeista, restava la sensazione generale che il Congresso fosse stato un grande successo, che l’iniziativa intrapresa dai vari movimenti europeisti avrebbe assolto il suo compito e avrebbe favorito la realizzazione degli obiettivi contenuti nelle sue risoluzioni, nonostante fosse stato un unofficial Congress. Sembrava prevalere la sensazione ottimistica che "i Socialisti, i Conservatori e i Liberali avrebbero portato in patria proposte accettabili per i rispettivi Parlamenti"(71). Molti dei delegati presenti, come ci testimonia Edouard Bonnefous, "partendo dall’Aja, … erano convinti che la creazione di una concreta Europa Unita fosse vicina"(72).

Ma forse il risultato più importante del congresso fu quello di "aver reso l’idea europea familiare all’opinione pubblica" grazie "alla pubblicità che la stampa aveva dato ai suoi lavori"(73). E in effetti l’evento ebbe ampia risonanza a livello mondiale; l’idea dell’unificazione europea era finalmente balzata sulle prime pagine delle maggiori testate mondiali e non era più presentata sarcasticamente come frutto della fervida immaginazione di qualche intellettuale ma quale possibile e concreta soluzione dei problemi del vecchio continente.

Nella prefazione alla storia del Movimento Europeo, edita nel 1949 dallo stesso Movimento, Winston Churchill affermava:

"Quello storico raduno diede un nuovo impulso e una nuova ispirazione alla campagna e sarà senza dubbio riconosciuto dagli storici futuri come una pietra miliare nel cammino dell’Europa verso l’unità. Il Congresso dell’Aja lanciò un appello unanime per la creazione di un’Assemblea Europea. Nel corso di un anno quell’Assemblea è diventata un fatto compiuto"(74).

Nella stessa prefazione Spaak afferma:

"Il Congresso dell’Aja è stato un’impresa splendida e storica. Fu lì che l’idea di un’Europa unita passò dal mondo dei sogni al regno della realtà. Quando sarà scritta la storia imparziale di questi sforzi per l’unità europea si riconoscerà che il Consiglio d’Europa fu creato grazie al Congresso dell’Aja e alla successiva campagna del Movimento Europeo"(75).

Effettivamente, quasi tutti gli storici che hanno affrontato questo periodo della storia dell’integrazione europea hanno dato il giusto rilievo allo stretto legame intercorrente tra il Congresso d’Europa e la nascita dell’istituzione strasburghese. Ma quando il 5 maggio del 1949 si giunse, infine, alla firma dell’accordo istituente il Consiglio d’Europa, nessuno fra i capi delegazione presenti sentì "l’esigenza di ricordare, seppur brevemente, la manifestazione che, svoltasi l’anno prima all’Aja, aveva dato l’avvio al processo politico-diplomatico conclusosi con la creazione di uno dei primi organismi miranti allo sviluppo dell’integrazione fra i Paesi dell’Europa occidentale"(76).

È difficile credere che Churchill e Spaak fossero fortemente ottimisti all’indomani del Congresso d’Europa. Certo tutto si era svolto nel migliore dei modi, la manifestazione era stata un successo; era stata raggiunta l’unanimità nella votazione delle tre Risoluzioni e, soprattutto, si era rafforzata la volontà di proseguire nella costruzione dell’unione europea, anche in considerazione del fatto che la campagna per l’unione europea aveva goduto di una larga pubblicità e l’idea di unità d’Europa pareva essersi radicata nei popoli europei. Ma tutto ciò avrebbe potuto non risultare sufficiente perché difficilmente proposte emerse da un congresso non legato all’azione dei governi avrebbero potuto essere realizzate, senza il diretto interessamento dei governi europei. Ma per poter essere presentate ai governi le tre Risoluzioni dovevano essere tradotte in una forma più concreta e realistica. Ovviamente la proposta che premeva maggiormente agli europeisti era quella della creazione di un’assemblea europea.

Al fine di rendere i governi europei partecipi di questo progetto, fu creato un gruppo di studio incaricato di elaborare un documento che potesse fornire indicazioni precise e realistiche per la creazione di un’assemblea. Alla testa di questo gruppo veniva posto Ramadier che aveva presieduto con moderazione la Commissione politica del Congresso d’Europa e aveva messo in luce capacità di mediatore(77).

Il Joint International Committee decise di "domandare ai dirigenti di tutti i Comitati nazionali operanti a favore dell’unità europea di costituire nel minor tempo possibile qualificate delegazioni incaricate di prendere contatti con il Primo Ministro o con il Ministro degli Esteri dei loro rispettivi governi, allo scopo di attirare la loro attenzione sulle Risoluzioni del Congresso d’Europa". I dirigenti dei vari Comitati nazionali avrebbero, del resto, dovuto "insistere presso i loro governi sulla necessità forte ed imperiosa di creare, entro breve tempo, una Assemblea Europea"(78). Queste delegazioni furono effettivamente organizzate in pochissimo tempo. Esse ricevettero, nella maggior parte dei casi, una positiva accoglienza e ciò contribuì ad accrescere l’importanza della campagna a favore dell’ideale europeo.

Il 17 giugno la delegazione britannica presieduta da R.W.G. Mackay(79) e guidata da Winston Churchill(80), fu ricevuta dal Primo Ministro Attlee. Il 5 luglio la delegazione belga incontrò il Primo Ministro Spaak, mentre l’8 luglio la delegazione francese fu ricevuta dal Presidente Auriol e dal Primo Ministro Schuman(81).

 

IX. La proposta di Bidault del 19 luglio 1948

Il 14 maggio 1948, Jean Rivière, ambasciatore di Francia in Olanda, scriveva a Robert Schuman sul Congresso d’Europa appena concluso. "Le giornate dal 7 al 10 maggio 1948 – afferma l’Ambasciatore – costituiranno delle date a mio parere storiche. Un seme è stato pubblicamente piantato. […]. I popoli sono senza dubbio ancora troppo apatici, troppo distratti da preoccupazioni materiali quotidiane [...]. Ma comunque (il gesto è stato fatto) e la Francia può essere soddisfatta della parte avuta"(82).

Va ricordato che in questo stesso periodo, la tensione tra le due superpotenze raggiungeva per la prima volta, dalla fine della seconda guerra mondiale, una fase realmente drammatica nel contesto della "crisi di Berlino". Così come la paura generata dal "colpo di Praga" aveva, per così dire, dato un impulso al processo di unificazione europea inducendo i governi ad accelerare i tempi per la creazione delle prime organizzazioni europee (Patto di Bruxelles, OECE), allo stesso modo la "crisi di Berlino", in concomitanza con altre cause, accelerò i tempi di attuazione del processo di unificazione europea.

Il 17 luglio l’esecutivo del Joint International Committee, si riuniva a Parigi per fare il punto sull’andamento della campagna a favore dell’assemblea europea. Il giorno dopo, a conclusione della riunione, l’esecutivo decideva di inviare ai ministri degli Esteri del Patto di Bruxelles, che si sarebbero riuniti di lì a poco, un succinto quanto importante messaggio. In esso Sandys, a nome del Comitato affermava:

"Con decisione unanime, il Congresso d’Europa (riunito) all’Aja nel maggio scorso ha richiesto la creazione di un ‘Assemblea europea.

Al fine di aiutare gli sforzi dei governi per affrettare l’unificazione dell’Europa e per rafforzare la solidarietà dei suoi popoli di fronte alla crescente tensione internazionale, questo Comitato raccomanda la convocazione di tale Assemblea quale questione di estrema urgenza".

A questo appello veniva inoltre allegato un memorandum esplicativo con la speranza, da parte dell’esecutivo, che i Ministri che si sarebbero riuniti all’Aja, prestassero attenzione a tale messaggio(83).

Il governo francese e quello belga erano stati i primi a esprimere giudizi positivi nei confronti della richiesta di convocazione di un’Assemblea europea. Né l’uno né l’altro erano però parsi disposti, almeno in una prima fase, ad agire da soli in questa direzione. Il 19 luglio, durante la riunione del Consiglio consultivo del Patto di Bruxelles, riunito all’Aja, il ministro degli Esteri Bidault, membro di un governo che aveva dato le dimissioni da poche ore, coglieva l’occasione per lanciare la proposta di creazione di un’Assemblea europea e la formazione di una unione doganale tra i paesi del Patto di Bruxelles(84). Commentando l’iniziativa francese, Duroselle afferma:

"Questa data del 20 luglio(85) (sic!) 1948 deve essere considerata come una vera ‘svolta’ nella storia europea, o, se si preferisce, come un punto di partenza. Per la prima volta un governo presenta ufficialmente un progetto mirante alla costruzione dell’Europa ("fare l’Europa"). Per quanto il concetto di sopranazionalità non sia ancora chiaramente delineato, sembra che il progetto di Bidault vi tenda"(86).

Le prime reazioni dei colleghi presenti furono di stupore e di imbarazzo, se non proprio di malcelato disappunto. Tra questi il più risentito appariva Bevin. Infatti egli – come ci ricorda Massigli – "durante la dichiarazione del suo collega borbottava senza rivolgersi a nessuno in particolare: mai sentite simili sciocchezze"(87).

Nonostante le insistenze di Bidault, Bevin obiettò che un simile tema andava vagliato molto attentamente anche perché, permettendo che all’Assemblea partecipassero i rappresentanti dei vari parlamenti, vi era il rischio che essa divenisse un utile strumento di propaganda per i comunisti. Ad ogni modo Bidault e Massigli – ambasciatore di Francia a Londra – riuscirono a ottenere che le proposte avanzate dall’uomo politico francese fossero prese in esame dalle cinque nazioni del Patto di Bruxelles per essere, in seguito, discusse nel corso della successiva sessione dell’organismo dell’alleanza(88).

La Francia aveva così deciso di imprimere una svolta alla sua politica estera scegliendo l’opzione europeista. Il momento era certamente favorevole visto il crescente interesse popolare verso tali argomenti, nonché per il sempre più evidente scollamento tra la guida del movimento europeista, fino a quel momento nelle mani degli unionisti britannici, e il governo laburista che continuava a disinteressarsi di tali aspetti. Vi erano certamente altri elementi che condizionarono la scelta del Quai d’Orsay, fra i quali la delusione per le decisioni prese alla Conferenza di Londra relative alla sistemazione della Germania occidentale, l’evidente consolidarsi sia della special relationship tra Washington e Londra che della leadership inglese all’interno del Patto di Bruxelles, nonché vari problemi di politica interna connessi con la precaria stabilità dei governi(89).

"Fu così – afferma Varsori – che si pensò all’opzione europeista come ad una possibile ancora di salvezza. Sul piano interno essa avrebbe infatti contribuito a creare un consenso più ampio nei confronti dell’azione di governo e a far balenare una soluzione del problema tedesco che soddisfacesse le ansie e i timori di larghi settori dell’opinione pubblica. Sul piano internazionale la scelta europeista appariva utile per il conseguimento di numerosi obiettivi. Si offriva in primo luogo l’opportunità di contare sul plauso e sul consenso dell’amministrazione e dell’opinione pubblica americane. Inoltre, se si fosse concretizzata una struttura federale europea sotto l’egida francese, sarebbe stato possibile mutare gli equilibri all’interno del Patto di Bruxelles, si sarebbe offerta l’occasione per imprimere una svolta alla questione tedesca"(90).

Di fronte a queste aspirazioni europeiste del governo francese, l’immobilismo britannico rendeva la posizione di Londra all’interno del contesto europeo sempre meno al passo con i tempi; l’inattività di Londra avrebbe causato un lento ma inesorabile passaggio di mano dell’iniziativa dagli unionisti britannici che avevano diretto la campagna europea fino a quel momento, agli europeisti francesi che da quel momento in poi avrebbero preso le redini dell’europeismo, forti del sostegno governativo.

 

X. Le difficili trattative per la nascita del Consiglio d’Europa

Nel frattempo Ramadier, a capo di un Comitato di studio, stava lavorando alacremente all’elaborazione di un progetto concreto di Assemblea europea da proporre ai governi. Al contempo, egli continuava a tessere una serie di contatti con alcuni leader europei per definire una comune strategia d’azione. A tale scopo l’esponente socialista francese incontrava il 24 luglio Spaak. Discutendo della proposta di Bidault, Spaak affermò che aveva preferito non appoggiarla subito per una serie di motivi; innanzi tutto Bidault non lo aveva consultato preliminarmente; Bevin era nettamente contrario a tale proposta e Bidault – ricordava il leader belga - era un ministro dimissionario. Spaak faceva notare a Ramadier che non si poteva convocare l’Assemblea su iniziativa di privati cittadini, ma era necessario l’intervento dei governi, i soli in grado di poter conferire un valore ufficiale a questo progetto. Per il futuro conseguimento di tale obiettivo, i due uomini politici delinearono un metodo d’azione comune:

"a) preparare un memorandum sull’Assemblea europea, molto dettagliato che affronti i seguenti punti:

• sistema di designazione;

• attribuzioni;

• ordine del giorno della prima sessione,

b) nel rimettere questo memorandum ai governi (solamente ai cinque del Patto di Bruxelles, secondo Ramadier) domandare loro di prendere l’iniziativa affinché i cinque Parlamenti designino una Commissione di studio interparlamentare,

c) ottenere dai Parlamenti, attraverso un’azione preventiva, che essi diano alle loro delegazioni presso questa Commissione di studio, un mandato operativo sufficientemente esteso quanto alla competenza, e limitato quanto alla durata dei lavori"(91).

Il voler limitare, almeno in una prima fase, la partecipazione all’Assemblea europea alle sole cinque nazioni del Patto di Bruxelles costituiva un ulteriore tentativo, da parte di Ramadier, di superare l’opposizione di Bevin, fermamente contrario all’eventualità che i comunisti potessero avere rappresentanti in tale assemblea.

Ma i tempi erano ora maturi per un presa di posizione ufficiale da parte del leader belga. Era solo necessario trovare l’occasione opportuna, poiché Spaak non voleva che fosse "usato il Parlamento belga tramite una mozione". Di tale problema Spaak discuteva con il senatore belga Etienne de la Vallée-Poussin, con il quale finiva con il concordare che lo stesso de la Vallée-Poussin gli avrebbe fornito l’occasione, ponendogli una precisa interrogazione in Senato. Lo stesso senatore, informava per lettera Rebattet di tale colloquio, e gli comunicava che Spaak "accetta in linea di massima che il problema sia posto all’attenzione del Senato e conta di replicare manifestando la sua simpatia nei confronti di una Assemblea europea, con il solo obbligo che sia elaborata una proposta precisa da parte del Comitato dell’Aja che determini i metodi d’elezione e soprattutto un programma preciso". Nel concludere, il senatore belga affermava che sarebbe stato opportuno che il Joint International Committee elaborasse un progetto sulle modalità d’elezione all’Assemblea tali da poter escludere i comunisti, per far sì che anche Bevin non potesse più opporre alcuna obiezione(92).

Quindi, il 29 luglio, Spaak, invitato dal Senato belga a esprimere la sua opinione sulla proposta Bidault, affermava che l’idea di creare un’Assemblea era valida e realizzabile e invitava il Comitato di studio guidato da Ramadier a redigere progetti concreti. "Quando il Comitato del Congresso dell’Aja – continuava il leader belga – avrà elaborato il suo progetto e lo avrà messo a punto, sarà necessario che lo invii ai differenti governi. Penso di potermi impegnare, a nome del governo belga, a sostenere questo progetto e a facilitarne la realizzazione proponendolo, all’occorrenza, ai governi degli altri paesi e cercando di sostenere il progetto per via diplomatica"(93).

Nel frattempo in Francia, si era appena risolta l’ennesima crisi governativa ed era stato nominato un nuovo gabinetto guidato da André Marie. Va sottolineato come in questo governo vi fosse una forte presenza di elementi notoriamente europeisti: Robert Schuman (ministro degli Esteri), Paul Ramadier (ministro di Stato), Paul Reynaud (ministro delle Finanze e degli Affari Economici), Léon Blum (vice presidente del Consiglio) e, inoltre, François Mitterrand e P-H. Teitgen.

Il Comitato di studio completò il memorandum in agosto. In tal modo era stato conseguito un risultato importante poiché il progetto di Assemblea europea preconizzato dall’articolo 4 della Risoluzione politica del Congresso d’Europa, subiva una evoluzione sostanziale. Non ci si trovava più di fronte a uno sterile e poco realistico progetto elaborato da un Congresso non ufficiale e suffragato da organizzazioni di privati cittadini. Il memorandum dell’agosto 1948 era un progetto dettagliato, concreto, in apparenza espressione della volontà dei popoli europei ma, soprattutto, sostenuto da due governi europei, quello francese e quello belga.

Il 18 agosto il memorandum veniva inviato ai cinque governi firmatari del Patto di Bruxelles. Questa nuova proposta del Joint International Committee rivestiva alcuni caratteri di novità che rispecchiavano i suggerimenti di Ramadier e di Spaak. In esso si affermava:

"Alcuni governi hanno chiesto di porre alla loro attenzione un progetto concreto relativo al metodo di convocazione dell’Assemblea. I governi francese e belga hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno al progetto". Inoltre nel documento si affermava che "inizialmente sarebbe necessario limitare la rappresentanza nell’Assemblea alle sedici nazioni" aderenti all’OECE. Il testo suggeriva inoltre che, "per ragioni di fretta e di convenienza amministrativa", i cinque governi del Patto di Bruxelles avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di "convocare e organizzare l’Assemblea". Affinché i governi fossero pronti per tale incombenza, nel documento si suggeriva di istituire al più presto "una Conferenza Preparatoria" alla quale avrebbero dovuto partecipare circa settantacinque delegati, "nominati dai governi con l’approvazione dei rispettivi Parlamenti. Questa Conferenza dovrebbe elaborare una serie di proposte dirette ai cinque governi e relative alle nazioni che dovrebbero far parte dell’Assemblea, al numero e all’assegnazione dei seggi, al metodo di selezione dei delegati, alle regole procedurali, al luogo e alla data della prima sessione nonché all’ordine del giorno della prima seduta". Infine nel memorandum si auspicava che la prima seduta della "Conferenza Preparatoria" si potesse svolgere a Bruxelles non oltre il mese di novembre 1948(94). Questo memorandum fu prontamente inviato alle sedici nazioni aderenti all’OECE.

Nell’arco di un solo mese, l’obiettivo europeista aveva tratto vantaggio dall’entusiasmo popolare e dai pragmatici interessi di Stato. Il governo francese aveva deciso d’altronde che bisognava accelerare i tempi. Lo stesso 18 agosto il Consiglio dei Ministri francese analizzò il memorandum e, dopo appena quattro ore di seduta, decise di approvarlo; dopodiché fu diramato il seguente comunicato:

"Il Governo ha analizzato il memorandum inviato dal Movimento Europeo (sic!)(95) relativo alla convocazione di una conferenza preparatoria per la creazione di una Assemblea europea. Il Governo ha deciso di fornire il suo appoggio attivo a questo progetto e di intraprendere tutte le azioni necessarie"(96).

Benché la decisione francese fosse quasi scontata, nemmeno gli stessi estensori del memorandum avrebbero potuto presagire uno sviluppo positivo così rapido. Ciò si evince da una lettera di un membro del Joint International Committee (quasi sicuramente Retinger) diretta a H. Hopkinson, nella quale si afferma:

"Mi dispiace che tu sia stato tenuto all’oscuro degli ultimi sviluppi relativi all’Assemblea. La verità è che il Governo francese ha agito molto più rapidamente di quanto ci si potesse attendere, e ha preso tutti noi un po’ di sorpresa"(97). Inoltre l’autore della missiva afferma che in certi ambienti si era addirittura ipotizzato che l’azione del governo francese fosse stata ispirata dal Joint International Committee allo scopo di attuare un "ricatto politico cercando di forzare la mano a Bevin". Ad ogni modo l’estensore della lettera affermava come per il futuro fosse necessario "inviare copie del memorandum a ogni parlamentare europeo e aspettare, con interesse, le reazioni degli altri quattro Governi alla proposta francese"(98).

Nei giorni seguenti vi furono frenetiche consultazioni tra Parigi e Bruxelles. Da una parte vi era la Francia decisa a non perdere tempo, dall’altra vi era la controparte belga in notevoli difficoltà, causate probabilmente dall’interruzione estiva, anche se ci rendiamo conto che è forse riduttivo indicare quale causa del silenzio belga, il solo fatto che si fosse in agosto. I documenti a nostra disposizione mostrano d’altronde una strana atmosfera.

Il 19 agosto Schuman telegrafava all’ambasciatore a Bruxelles la volontà della Francia di far proprie le richieste del Memorandum; lo invitava, inoltre, a prendere subito contatti con Spaak e a sollecitarlo a esprimere il proprio sostegno all’iniziativa, visto che "il governo francese considera l’affare molto importante e urgente", e, concludendo, Schuman affermava: "je vous serais obligé de me faire connaître d’extrême urgence la réaction du Gouvernement belge à la proposition de démarche à deux que vous lui soumettrez"(99).

Curiosamente, nonostante l’invio di questo esplicito sollecito, trascorsero giorni preziosi; l’ultima dichiarazione di Spaak sull’argomento risaliva al 29 luglio. Il 21 agosto, l’ambasciatore di Francia a Bruxelles, Jean de Hauteclocque, comunicava che Spaak, in vacanza in Francia, non aveva lasciato istruzioni in merito ai futuri sviluppi dell’Assemblea europea(100). Spaak veniva allora prontamente contattato telefonicamente da Schuman, con il quale si accordavano per un rendez-vous a Parigi per il 31 agosto. In un altro telegramma, Hauteclocque, comunica di aver avuto l’impressione che i belgi fossero in principio favorevoli sul memorandum ma che preferissero attendere ancora qualche tempo prima di prendere un’iniziativa congiunta(101). Forse questo procrastinamento belga, era causato dal fatto che Spaak era rimasto realmente sorpreso dal rapido evolvere degli eventi. Essendo ormai stato battuto sul tempo da Schuman, probabilmente temeva che il ruolo del Belgio sarebbe stato subordinato a quello francese; inoltre non si poteva certo fare affidamento sul governo francese, in continue condizioni di equilibrio precario; forse Spaak era consapevole dell’impossibilità di riuscire a convincere Bevin e inoltre l’Olanda, troppo sensibile agli umori di Londra, non si era ancora espressa sulla questione (102).

Un’interpretazione degli eventi, ce la fornisce il Joint International Committe, attraverso i ricordi di Joseph Retinger: "Si svolse tutto in fretta e Paul-Henri Spaak, che era restato a Biarritz, non poté essere informato prontamente. Tuttavia, gli telefonammo e gli comunicammo che il Governo francese aveva intenzione di accettare le nostre proposte. Egli allora concordò di lasciare l’iniziativa a questo, poiché era più facile per la Francia che per il Belgio prendere l’iniziativa e concretizzare l’idea in un successo"(103).

Probabilmente, come spesso accade, la verità si situa a metà strada.

Il 31 agosto, infine, Schuman e Spaak si incontravano a Parigi mentre era in corso l’ennesima crisi di governo francese. Schuman era appena stato nominato presidente del Consiglio dal presidente Auriol(104). I due governi decidevano di agire congiuntamente per cercare di pervenire a un accordo con gli altri tre partner del Patto di Bruxelles.

Il 2 settembre, veniva emesso dai due governi un comunicato congiunto nel quale si dichiarava: "I rappresentanti del Belgio e della Francia nella Commissione Permanente del trattato di Bruxelles hanno rimesso all’attenzione del Consiglio le proposte preparate dal Movimento Europeo relative alla creazione di un’Assemblea europea"(105).

Il 27 agosto, il Primo ministro olandese aveva comunicato pubblicamente che la posizione olandese nei riguardi dell’iniziativa era favorevole, ma non aveva potuto ancora assicurare l’adesione dell’Aja. Egli aveva affermato che il suo governo considerava con simpatia la proposta di assemblea europea, ma prima di dichiarare ufficialmente la posizione dei Paesi Bassi, preferiva discutere più approfonditamente con i suoi colleghi dell’Unione Occidentale(106). A questo punto l’atteggiamento britannico risultava decisivo. Come ricorda Massigli, "Whitehall per far conoscere il suo punto di vista, ebbe l’idea ingegnosa di pubblicare la corrispondenza scambiata tra il Primo Ministro e Winston Churchill sul progetto di una Assemblea"(107). Questa corrispondenza apparve sul "Times" il 26 agosto. Da questo carteggio si evince che Churchill aveva compreso ancora una volta il nuovo evolversi degli avvenimenti europei. Egli aveva capito che il governo inglese doveva reagire, altrimenti avrebbe perso l’occasione di tenere sotto controllo un processo destinato ad influenzare il futuro del vecchio continente. Il 27 luglio il leader tory aveva inviato a Clement Attlee una prima lettera, nella quale aveva tra l’altro affermato:

"La creazione di un’assemblea europea rappresenterebbe un’importante e concreto passo avanti verso un’Europa unita, e sarebbe di grande aiuto per creare un senso di solidarietà tra i popoli europei di fronte ai crescenti pericoli che li minacciano. In tale ambito la guida dovrebbe essere assunta dalla Gran Bretagna. L’incoraggiante risposta all’iniziativa del Segretario di Stato dopo l’annuncio del Piano Marshall nel giugno 1947 e, più recentemente, nel contesto dei negoziati per il Trattato di Bruxelles sono la prova, se ciò fosse necessario, dell’influenza della leadership inglese"(108). Attlee aveva risposto il 30 luglio, con toni amichevoli, ma negativamente(109).

Una successiva lettera di Churchill era pervenuta a Attlee il 21 agosto, dopo che sia Spaak (29 luglio) che Ramadier (18 agosto) avevano espresso importanti prese di posizione a favore di un’Assemblea europea. Preoccupato per il rapido evolvere degli avvenimenti e profondamente rammaricato per la risposta negativa di Attlee, il leader tory così scriveva: "Ora che il signor Spaak ha rilasciato la sua importante dichiarazione e che il governo francese ha non solo adottato la politica (del Joint International Committee) ma ha anche proposto forme pratiche d’azione, mi azzardo a sperare che il governo di Sua Maestà troverà possibile porsi maggiormente in sintonia con l’opinione pubblica europea occidentale nei riguardi di un tema che lo stesso governo inglese ha fatto molto per promuovere"(110). Ma anche in questa occasione la risposta di Attlee fu negativa(111).

Pur avendo Bevin lanciato nel gennaio del 1948 l’appello per l’Unione Occidentale, aveva poi preferito seguire una politica finalizzata al consolidamento della special relationship con Washington e con il Commonwealth. Così la leadership laburista, fedele alla teoria dei "tre cerchi", preferiva concentrare la sua attenzione sui due "cerchi" che considerava più importanti, evitando di lasciarsi coinvolgere direttamente nelle questioni europee. Le sorti dell’europeismo erano, ormai, saldamente nelle mani degli europeisti continentali.

Nel frattempo, la ristrutturazione del Joint International Committee, preconizzata da Sandys durante l’ultima giornata del Congresso d’Europa, si andava completando. Nel luglio del 1947, dunque, era stato creato il Comitato di Collegamento per superare le divergenze esistenti tra le varie organizzazioni europeiste; grazie a questo coordinamento era stato possibile organizzare nel migliore dei modi il primo Congresso d’Europa. Il notevole successo riscosso dal Congresso aveva apportato una notevole risonanza alla campagna europeista e una notevole pubblicità per il Comitato e per i suoi rappresentanti. Tutto ciò rendeva ancor più pressante la necessità di poter contare su forme di cooperazione permanente tra i vari movimenti. Questa evoluzione venne descritta a distanza di pochi mesi dallo stesso Movimento Europeo, in una sua pubblicazione ufficiale: "Con l’aumentare dell’importanza della causa europea, era fondamentale che l’organizzazione che dirigeva questa importante iniziativa, traesse la sua autorità non solo da quelle organizzazioni, ma anche da strutture aventi un carattere rappresentativo più ampio in tutte le nazioni partecipanti. In conformità, fu deciso di creare in ciascuna nazione un ‘Consiglio Nazionale’ composto da delegati delle organizzazioni che in quelle nazioni lavoravano per l’unità europea, così come eminenti personalità politiche di partiti democratici e di altri aspetti importanti della vita pubblica. Nel caso di nazioni europee aventi un regime totalitario, nelle quali era impossibile costituire un Consiglio rappresentativo, furono creati Comitati Nazionali di personalità democratiche in esilio"(112).

I negoziati per giungere alla creazione di questa nuova organizzazione furono lunghi e difficili poiché ogni singolo movimento era geloso della propria indipendenza. Per tali motivi, questa nuova struttura non fu mai omogenea ma fu, piuttosto, una federazione di movimenti autonomi. Il Movimento Europeo fu creato ufficialmente a Bruxelles il 25 ottobre 1948. Furono nominati quattro presidenti d’onore: Léon Blum, Winston Churchill, Alcide de Gasperi e Paul-Henri Spaak.

Aderì a questa nuova organizzazione anche il MSEUE, mentre l’UPE di Coudenhove-Kalergi preferì mantenere la sua indipendenza e una piena libertà d’azione.

Ad ogni modo, agli inizi di settembre 1948, "United Europe aveva ormai perso definitivamente l’iniziativa a tutto vantaggio di un gruppo di europeisti francesi e belgi […]. L’azione era inoltre passata decisamente dai movimenti raggruppati nel Joint International Committee alle diplomazie e ai governi. Aveva infatti inizio quel processo politico-diplomatico che avrebbe condotto nel volgere di alcuni mesi all’istituzione del Consiglio d’Europa"(113).

XI. Le riunioni del Comitato di Studio per l’Unione europea

Il 2 settembre, durante il Consiglio consultivo del Patto di Bruxelles, l’ambasciatore francese Massigli proponeva lo studio metodico e approfondito del Memorandum dal quale doveva derivare un progetto da presentare in ottobre al Consiglio consultivo dei ministri degli affari Esteri(114). Le reazioni dei partner furono da copione: il rappresentante belga dichiarava che il suo Governo s’associava alle dichiarazioni del rappresentante francese; il rappresentante olandese premetteva che non ci sarebbero stati problemi per uno studio ma ricordava come il suo Governo avesse già comunicato di ritenere prematura, per il momento, qualsiasi attuazione delle richieste del Memorandum; anche il rappresentante del Regno Unito affermava che il suo Governo non si sarebbe opposto a uno studio approfondito del documento, anche perché l’obiettivo dell’"Unione Occidentale" era inevitabile e improcrastinabile, ma bisognava procedere per ordine, bisognava rimanere nell’ambito del Trattato di Bruxelles e proponeva lo studio del Memorandum sulla base di una lista di obiezioni, prontamente distribuita(115).

Agli inizi di ottobre del 1948 non era stato trovato ancora alcun accordo tra gli opposti schieramenti. Per i francesi l’Unione europea non doveva essere considerata una semplice estensione del Patto di Bruxelles, ma l’unica soluzione per i tanti problemi europei, compresa la questione tedesca. I britannici, al contrario, non davano alcun credito al progetto di Assemblea europea, che riscuoteva scarse simpatie in patria e che appariva in conflitto con gli interessi del Commonwealth. E’ evidente come ci fosse una sostanziale di-scordanza di vedute tra britannici da una parte, i francesi e i belgi dall’altra, sulle richieste chiare e precise del Joint International Committee. I laburisti di Bevin avevano intrapreso una tenace manovra ostruzionistica basata su argomentazioni discutibili. Il governo di Londra continuava a porre obiezioni con parole quali "Federazione europea" o "Parlamento", sorvolando sul fatto che questi erano obiettivi di lungo termine e che nel Memorandum si parlava semplicemente di istituzione di un’Assemblea europea dotata di poteri consultivi.

Di fronte a questo ostruzionismo monolitico, dinanzi a quella che pareva diventare una lunga guerra di logoramento, il governo francese preferì inaugurare un nuovo atteggiamento conciliante, una specie di appeasement post litteram. Ciò era probabilmente giustificato da contingenti fattori di politica internazionale. Non era questo il momento per la Francia di forzare la mano ai britannici, inoltre, gli Stati Uniti premevano affinché si realizzasse qualcosa, subito e comunque(116).

Il 27 gennaio si riuniva il Consiglio consultivo del Patto di Bruxelles. I lavori dei ministri degli Esteri non si aprivano sotto i migliori auspici visto che il Comitato di Studio non era riuscito ad assolvere pienamente al proprio compito. Tuttavia era chiaro come bisognasse ormai prendere una decisione definitiva sulla creazione di una nuova organizzazione, organizzazione però che avesse requisisti di novità e che non fosse la solita conferenza intergovernativa. Questo era il sentimento popolare diffuso, questo era lo spirito dell’Aja che aleggiava in quei giorni in Europa.

Il 28 gennaio 1949, i Ministri redigevano un comunicato stampa e annunciavano di aver raggiunto una decisione:

"Dopo aver preso conoscenza degli importanti lavori preparatori svolti a Parigi dal Comitato di Studio dell’Unione Europea, il Consiglio si è accordato per istituire un Consiglio d’Europa composto di un Comitato Ministeriale, che si riunirà a porte chiuse e un Corpo Consultivo, le cui riunioni saranno pubbliche. La Commissione Permanente è stata incaricata di mettere a punto le decisioni di principio, adottate dal Consiglio Consultivo. Quest’ultimo ha deciso d’invitare altri paesi a partecipare ai negoziati in vista della Costituzione del Consiglio d’Europa"(117).

Veniva inoltre preparato lo Statuto provvisorio della nuova organizzazione, composto di diciotto articoli, da inviare alla Commissione Permanente del Trattato di Bruxelles. Veniva infine decisa l’ammissione immediata alla nuova organizzazione di Italia, Irlanda, Danimarca, Svezia e Norvegia.

Questa sorta di compromesso si avvicinava alle richieste del Piano Loesch. Schuman era riuscito a recuperare qualcosa rispetto all’ultima proposta britannica, grazie all’appoggio dei Ministri del Benelux: l’Assemblea riusciva a conquistare finalmente questa denominazione e a mantenere una parvenza di indipendenza operativa; certo Schuman avrebbe voluto che la nuova organizzazione assumesse il nome di "unione europea", ma su questa apparente formalità non era riuscito a vincere l’intransigenza britannica.

Ora era il turno dei diplomatici, toccava a loro mettere nero su bianco le indicazioni ricevute dai Governi.

 

XII. Le Conferenze degli ambasciatori (marzo – maggio 1949)

Dalla Conferenza dei ministri degli Esteri del Patto di Bruxelles di fine gennaio alle conferenze degli ambasciatori, intercorse un periodo di circa due mesi, durante il quale furono organizzati i passi successivi e furono presi i necessari contatti con le cinque nazioni invitate a far parte della nuova organizzazione. Ovviamente l’Italia, l’Irlanda, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia erano state ben liete di aderire e non si erano certo fatte pregare. D’altronde era forte in quel momento l’esigenza di rimanere saldamente legati alle nuove organizzazioni al fine di evitare pericolose situazioni di isolamento nel contesto della nuova realtà bipolare. Ciò nonostante si cercava di approfittare del momento anche per risolvere questioni di carattere nazionale.

Il 5 febbraio Sir Victor Mallet, inviava un resoconto su una conversazione avuta con Alcide De Gasperi. Il premier italiano ne approfittava per comunicare a Bevin la propria felicità per i due inviti rivolti all’Italia affinché partecipasse al Western European Council e al Ministerial Committee dell’OECE. Ma ribadiva che le relazioni anglo-italiane avrebbero potuto andare meglio se solo fosse stata risolta quella "orribile questione" delle colonie(118).

Dopo qualche giorno giungeva al Foreign Office il resoconto di un colloquio intercorso tra Gladwin Jebb e l’ambasciatore d’Italia a Londra, Gallarati Scotti. L’ambasciatore italiano porgeva ancora ringraziamenti da parte del governo italiano per la possibilità offerta all’Italia di aderire al Consiglio d’Europa. Affermava che questo risultato avrebbe aiutato a rafforzare il Governo italiano; si dichiarava d’accordo sulla scelta di Strasburgo quale sede della nuova organizzazione perché in posizione centrale e poi perché costituiva un importante gesto verso la Germania; Parigi non avrebbe dovuto essere in nessun modo la sede del Consiglio d’Europa né della Conferenza preliminare. Gladwin Jebb riusciva ugualmente a intuire che Gallarati Scotti sarebbe stato favorevole alla candidatura di una città italiana(119).

Sempre a proposito della possibile candidatura di una città italiana, interveniva anche Paul-Henri Spaak nel corso di un colloquio avuto con l’ambasciatore inglese a Bruxelles, Montague Pollock. Quest’ultimo riferiva a Bevin di come Spaak fosse convinto che la sede dovesse essere in Italia e non a Strasburgo, che destava tristi ricordi. Secondo il premier belga, scegliere una città italiana sarebbe servito "ad ‘ancorare’ (repeat anchor) l’Italia all’Europa occidentale e annullerebbe gli effetti di possibili reazioni alla probabile esclusione dell’Italia dal Patto Atlantico"(120). L’ambasciatore britannico concludeva la sua relazione commentando:

"The communication on Spaak must be a mistake. Mr. Spaak arguments against Strasbourg don’t seem very convincing. No doubt the Italians would welcome a headquarter in Italy but it’s not very central and I suppose the Vatican’s presence might not to be an advantage". Bevin si limitava a commentare laconicamente "I agree", avallando le osservazioni dell’ambasciatore di Sua Maestà(121).

La conferenza preparatoria per la creazione del Consiglio d’Europa si riuniva a Londra il 28 marzo 1949. Gli ambasciatori del Belgio, della Danimarca, della Francia, d’Italia, della Norvegia, dei Paesi Bassi e della Svezia, l’Alto Commissario d’Irlanda e il Ministro del Lussemburgo si ritrovarono nei locali del Foreign Office.

I convenuti procedettero all’esame del progetto di creazione del Consiglio d’Europa, elaborato dalla Commissione Permanente del Trattato di Bruxelles, in seguito alle istruzioni ricevute dal Consiglio Consultivo durante la sessione di Londra del 28 gennaio. L’accordo era stato raggiunto per grandi linee, sui principi essenziali dell’organizzazione progettata. Ma restava ancora da risolvere alcuni dettagli non secondari.

Obiettivo della Conferenza era quello di raggiungere l’accordo su tutti i punti e di elaborare delle proposte comuni da proporre ai ministri degli Affari Esteri.

Nel corso delle due settimane di sessioni lo statuto del Consiglio d’Europa avrebbe preso corpo, abbandonando quella forma succinta e scarna abbozzata dalla Commissione permanente del Trattato di Bruxelles (appena diciotto articoli), per raggiungere la stesura definitiva di quarantadue articoli.

Agli inizi di maggio si giungeva alla fine di quel lungo e laborioso negoziato, contraddistinto da vari compromessi tra le opposte tesi, partito alla fine di luglio 1948 in seguito alle pressanti richieste sortite dal Congresso d’Europa.

La Conferenza degli Ambasciatori era riuscita a stilare una bozza di statuto che richiedeva ora un energico intervento di natura politica per superare le ultime divergenze.

 

XIII. La firma dello Statuto del Consiglio d’Europa (5 maggio 1949)

Il giovedì 5 maggio, alle quattro del pomeriggio, nella Queen Anne’s room presso St. James Palace, veniva ufficialmente aperta la cerimonia della firma dello Statuto, alla quale prendevano parte le delegazioni dei dieci paesi, in presenza della stampa(122).

Il presidente Bevin fece una breve allocuzione ricordando che la Conferenza era riunita anche per la firma dell’Accordo relativo alla creazione di una Commissione preparatoria. Successivamente invitava i rappresentanti delle delegazioni, secondo l’ordine alfabetico inglese dei paesi che rappresentavano, a recarsi presso il tavolo della presidenza per una dichiarazione ufficiale prima della firma.

Prendeva per primo la parola l’Ambasciatore belga, visconte Obert de Thieusies. Egli si rammaricava per le avverse circostanze che avevano impedito al suo Ministro degli Esteri e al suo primo Ministro di prendere parte ai lavori della Conferenza, dopo che il Belgio aveva fatto tanto per arrivare a tale risultato. Si felicitava per i primi risultati raggiunti e si dichiarava felice di poter firmare a nome del suo paese(123).

Il Ministro degli affari Esteri danese, Gustave Rasmussen, accompagnato dall’ambasciatore Reventlow, auspicava la piena riuscita di quel progetto finalizzato a forme d’integrazione sempre più strette tra le nazioni europee. Dichiarava come per lui fosse un onore firmare quello Statuto in nome del Regno di Danimarca. Si dichiarava inoltre particolarmente felice di farlo proprio il 5 maggio, giorno di festa nazionale per il suo paese, ricorrendone l’anniversario della liberazione(124).

Robert Schuman, accompagnato dall’ambasciatore Massigli, ricordava, i passi già compiuti sulla via dell’integrazione economica con il Piano Marshall e l’OECE e sul piano di una più stretta collaborazione militare con il Patto di Bruxelles e il Patto Atlantico e come l’istituzione del Consiglio d’Europa costituisse "la fondazione di una cooperazione spirituale e politica, dal quale nascerà lo spirito europeo, principio di una vasta e durevole unione sopranazionale"(125).

Il Ministro degli affari Esteri d’Irlanda, Sean MacBride, accompagnato dall’ambasciatore Dulanty, esprimeva la propria soddisfazione per i risultati raggiunti. La costituzione del Consiglio d’Europa quale primo passo verso la preservazione della pace e della sicurezza economica e sociale costituiva un primo passo d’una importanza vitale(126).

Il Conte Carlo Sforza, raggiunse il tavolo della presidenza insieme all’ambasciatore d’Italia a Londra, Tommaso Gallarati Scotti. Egli ricordava come la firma di quel trattato avvenisse sotto i migliori auspici, in quanto fatta nel mentre la tensione internazionale causata dal "blocco di Berlino", veniva meno.

"E’ nostro fermo desiderio – continuava il Ministro italiano – che l’Unione alla quale abbiamo deciso di dare il nome abbastanza semplice di ‘Consiglio d’Europa’ manifesti subito al mondo che la sua volontà di preservare la pace e di contribuire all’organizzazione del vecchio continente […]. Le nostre nazioni sono libere e forti. Meglio saremo organizzati, più saremo prosperi; più saremo prosperi, meglio comprenderemo che il nostro unico bisogno, il nostro bisogno supremo è la PACE"(127).

Il Ministro degli affari Esteri del Gran Ducato del Lussemburgo, Joseph Bech, accompagnato dall’ambasciatore André Clasen, apponeva la sua firma affermando la propria fede nell’avvenire dell’Europa, con l’intima convinzione di comportarsi da buon europeo(128).

Era ora il turno dell’olandese Stikker, Ministro degli Affari Esteri, accompagnato dall’ambasciatore E. Michiels van Verduynen. Egli affermava che anche se molti fra coloro che preconizzano l’unità europea consideravano tali progressi troppo prudenti, dovevano comprendere che ciò costituiva solo il primo stadio e che i progressi compiuti lentamente avrebbero garantito la loro possibilità di successo(129).

Toccava ora ai due rappresentanti scandinavi che avevano contribuito a mantenere alto il livello della discussione in seno alla Conferenza e che, con il loro atteggiamento da unionisti integrali, avevano creato non pochi problemi agli stessi britannici, in alcuni momenti quasi raffigurati come federalisti accaniti.

Il Ministro degli Affari Esteri norvegese, Lange, accompagnato dall’ambasciatore Prebensen, nell’apporre la sua firma rendeva omaggio alle cinque Potenze del Patto di Bruxelles per aver preso l’iniziativa destinata a porre le fondamenta di questa nuova organizzazione di cooperazione europea. Ringraziava ugualmente quei cittadini europei che, per mezzo del Movi-mento Europeo, avevano dato voce al desiderio dei popoli europei d’unirsi più saldamente e di cooperare. Continuando, il ministro norvegese ribadiva che non si stava creando una federazione, né un’unione di Stati. A costo di sembrare esageratamente prudenti agli occhi di molti fra i partigiani entusiasti del Movimento Europeo, Lange considerava il metodo più saggio quello di procedere per stadi successivi, con molta prudenza e con opportuna pazienza(130).

Osten Undén, Ministro degli Affari Esteri svedese, accompagnato dall’ambasciatore Gunnar Hagglof, affermava che il Consiglio d’Europa doveva essere un’unione di democrazie europee che accettavano i principi della preminenza del diritto, delle libertà fondamentali e dei diritti dell’uomo. Concludendo il suo intervento, Undén rendeva omaggio al progetto di Unione Occidentale lanciato da Bevin nel gennaio dell’anno precedente perché riteneva fosse, addirittura, la causa prima del processo che aveva condotto alla firma dello Statuto in questione. Fortunatamente il ministro norvegese si ricordava di rendere omaggio - last but not the least - all’opera svolta dal Governo francese. Apponendo infine la firma, si limitava a esprimere la sua ardente speranza di vedere la nuova organizzazione realizzare pienamente il suo programma(131).

Infine prendeva la parola il padrone di casa, Ernest Bevin, Segretario di Stato agli Affari Esteri del Regno Unito, accompagnato da Christopher Mayhew. Bevin ricordava il momento storico che si poneva di fronte a tutti i presenti e la loro alta responsabilità. Rendeva inoltre omaggio ai diciotto mesi di fattiva collaborazione che avevano condotto a quel risultato, al lavoro svolto dalla Commissione guidata da Edouard Herriot. Poi, rivolgendosi a Schuman, gli ricordava che il momento principale, simbolico e veramente storico non era quello presente ma sarebbe stato nel momento in cui il Consiglio d’Europa si sarebbe riunito per la prima volta sul suolo storico dell’Alsazia-Lorena. Concludeva infine ringraziando tutti i presenti, anche Spaak, a nome del Governo di Sua Maestà e si dichiarava realmente felice per essere stato designato dalla sorte per la firma di quel trattato in nome della Gran Bretagna(132).

Dopo la cerimonia, ebbe luogo la prima seduta della Commissione Preparatoria sotto la presidenza di Schuman. Durante tale riunione veniva deciso di riunire la Commissione a Parigi dall’undici maggio in poi e di nominare, su proposta di Bevin e di de Thieusies, suo Segretario esecutivo Camille Paris, già capo della Direzione Europa presso il Quai d’Orsay.

Il giorno stesso veniva diramato un succinto quanto esaustivo comunicato stampa congiunto:

"I Ministri degli Affari Esteri di Danimarca, di Francia, della Repubblica d’Irlanda, d’Italia, del Lussemburgo, dei Paesi Bassi, della Norvegia, della Svezia e del Regno Unito e l’Ambasciatore del Belgio a Londra hanno firmato oggi lo statuto del Consiglio d’Europa, oltre che l’accordo relativo alla creazione di una commissione preparatoria del Consiglio d’Europa. Questi due documenti sono dati alla Stampa per essere pubblicati venerdì 6 maggio mattina.

La caratteristica essenziale dello statuto del Consiglio d’Europa è la creazione di un comitato dei Ministri e di un’assemblea consultiva costituenti insieme il Consiglio d’Europa. Il Comitato dei Ministri avrà per fine quello di sviluppare la cooperazione tra i Governi; l’Assemblea consultiva, invece, dando corpo ed espressione alle aspirazioni dei popoli d’Europa, fornirà ai Governi lo strumento per essere costantemente in contatto con l’opinione pubblica europea.

Va notato che le problematiche relative alla difesa nazionale sono escluse dalla competenza del Consiglio d’Europa. Ciò dipende dal fatto che questa non è un’alleanza militare, ma piuttosto, così come indicato nel preambolo dello statuto, il desiderio di rinsaldare la pace e di realizzare una unione più stretta al fine di salvaguardare e di promuovere gli ideali che sono il patrimonio comune dei membri partecipanti.

La riunione inaugurale del Consiglio d’Europa si terrà a Strasburgo, probabilmente nel corso del mese di agosto. Questa prima sessione avrà un significato profondo nella storia europea.

La Conferenza ha preso coscienza delle richieste formulate dai Governi greco e turco di essere ammessi come membri del Consiglio d’Europa. E’ stato riconosciuto, unanimemente, che l’adesione di questi due stati sarà considerata favorevolmente ed è stato convenuto che la questione sarà trattata dal Comitato dei Ministri conformemente alle disposizioni dello statuto.

L’adesione eventuale di altri stati europei sarà esaminata sempre dal Comitato dei Ministri"(133).

Il 6 maggio, i commenti della stampa internazionale furono generalmente improntati a un cauto ottimismo. Si poneva in luce come l’essere riusciti a concretizzare le richieste della Risoluzione politica del Congresso d’Europa fosse un grande risultato che andava incontro alle richieste sempre più pressanti dell’opinione pubblica europea. Certo si trattava di un organizzazione bicefala, fortemente condizionata dalla presenza dei Governi che non erano stati disposti a rinunciare ad alcuna delle loro prerogative. Ma tale risultato, andava comunque considerato quale "punto di partenza di un organizzazione europea suscettibile di svilupparsi". Grazie alla creazione, per la prima volta, di un’Assemblea europea "il dibattito – continuava l’editorialista di "Le Monde" - non sarà limitato ai personaggi ufficiali, ma sarà portato davanti all’opinione pubblica"(134).

Conclusioni

Nel corso dell’anno 1952 il fallimento del progetto politico del Consiglio d’Europa, diventò una certezza. L’organizzazione di Strasburgo era stata la prima ad avere un’assemblea parlamentare. Con il Consiglio d’Europa, per la prima volta, era stata creata una organizzazione europea che non era la solita riunione di capi di governo.

Le origini di tale tentativo risalivano a quattro anni prima, al maggio 1948. La risoluzione politica del Congresso d’Europa dell’Aja auspicava la creazione di un’assemblea quale primo stadio di una futura organizzazione federale per l’Europa occidentale. Il Congresso d’Europa era stato il momento culminante dell’azione costante e volitiva di un gruppo di movimenti europeisti riuniti in un Comitato internazionale di collegamento e guidati dal britannico United Europe di Churchill-Sandys. I risultati raggiunti da tale azione erano stati sorprendenti, nel giro di pochissimi mesi si riuscì a mettere in piedi un avvenimento straordinario e unico. Mai nella storia del continente europeo vi era stata un’assise così importante e altamente rappresentativa che fosse indirizzata verso il fine comune dell’integrazione europea. Il solo immaginarlo, fino a tre anni prima, sarebbe parso un’utopia. Il merito principale della riunione dell’Aja fu quello di fungere da cassa di risonanza diffondendo il concetto che se si voleva realmente garantire un futuro ai popoli europei era necessario progettare una unione federale.

Ma tale importante Congresso era caratterizzato anche da un forte limite, quello di essere emanazione di movimenti europeisti del tutto scollegati dai governi europei. Per tale ragione, alla fine del Congresso d’Europa si poneva il problema di come superare questa deficienza, come riuscire a concretizzare le importanti risoluzioni scaturite da tale assise, in particolar modo quella contenuta nell’articolo 4 della Risoluzione politica, la quale auspicava l’immediata convocazione di un’Assemblea europea. Duncan Sandys capì che non vi erano le condizioni per presentare autonomamente tali proposte di assemblea europea attraverso la redazione di un piano da presentare ai governi del vecchio continente.

Si poneva il pressante imperativo, per il Comitato di Sandys, di prendere contatti ufficiali con i governi delle democrazie europee. Ma tale giusta iniziativa rappresenterà per il movimento europeista britannico la perdita della leadership all’interno del Joint International Committee. Fino a quel momento le redini dell’europeismo erano state saldamente nelle mani degli unionisti britannici capeggiati da Duncan Sandys. Nel momento in cui toccava ai governi prendere l’iniziativa e rispondere alle richieste dei movimenti europei, si capì che il processo per la creazione di un’assemblea europea non avrebbe potuto essere guidato dal governo di Londra. I laburisti, infatti, non avevano alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in affari limitati al continente europeo e sponsorizzati dal partito conservatore.

La Francia, invece, nel luglio 1948, sceglieva l’opzione europeista, ritenendo che potesse fungere da panacea per tutti i propri problemi.

Il momento era certamente favorevole visto il crescente interesse popolare verso tali argomenti e per il sempre più evidente scollamento tra la guida del movimento europeista, fino a quel momento nelle mani degli unionisti britannici, e il governo laburista che continuava a disinteressarsi di tali aspetti. Vi furono certamente altri elementi che condizionarono la scelta del Quai d’Orsay. Fra questi il problema della sistemazione della Germania occidentale, il timore per il consolidarsi sia della special relationship tra Washington e Londra che della leadership inglese all’interno del Patto di Bruxelles, nonché vari problemi di politica interna connessi con la precaria stabilità dei governi.

Di fronte a queste aspirazioni europeiste del governo francese, l’immobilismo britannico rendeva la posizione di Londra all’interno del contesto europeo sempre meno al passo con i tempi; l’inattività di Londra avrebbe causato un lento ma inesorabile passaggio di mano dell’iniziativa dagli unionisti britannici che avevano diretto la campagna europea fino a quel momento, agli europeisti francesi che da quel momento in poi avrebbero preso le redini dell’europeismo, forti del sostegno governativo.

Del resto la percezione che i due principali artefici del Consiglio d’Europa avevano dell’europeismo era e restava molto differente. Per i francesi l’Unione europea non doveva essere considerata una semplice estensione del Patto di Bruxelles, ma l’unica soluzione per i tanti problemi europei, compresa la questione tedesca. I britannici, al contrario, non davano alcun credito al progetto di Assemblea europea, che riscuoteva scarse simpatie in patria e che appariva in conflitto con gli interessi del Commonwealth.

Ma la Francia della fine del 1948, non era ancora sicura dei propri mezzi per affrontare una simile avventura con il solo sostegno dei paesi del Benelux. Il Quai d’Orsay riteneva ancora indispensabile la collaborazione con Londra per la realizzazione dei propri progetti di integrazione dell’Europa occidentale. Per tale motivo Schuman, nel gennaio 1949, accettava che le trattative finalizzate alla creazione di un’Assemblea europea producessero un eclatante compromesso che avrebbe segnato ineluttabilmente le sorti del Consiglio d’Europa. Di fronte all’ostruzionismo monolitico, dinanzi a quella che pareva diventare una lunga guerra di logoramento, il governo francese preferì addivenire così a un compromesso pur di garantire la creazione di quella organizzazione verso la quale si era già abbondantemente esposto. Del resto non era certamente quello il momento più opportuno per la Francia di forzare la mano alla Gran Bretagna. E’ probabile che Schuman fosse ormai convinto del fatto che, comunque, di fronte alla ferma opposizione britannica, fosse già un successo essere riusciti a imporre la creazione di un’Assemblea europea. Certo non era ciò che gli europeisti si attendevano. L’organizzazione frutto di tale compromesso, era priva di poteri effettivi, con un Consiglio dei Ministri senza poteri esecutivi, imbrigliato dal voto all’unanimità e dal diritto di veto e con un assemblea senza poteri legislativi. L’unico barlume di speranza, almeno sulla carta, risiedeva nell’articolo 1 dello Statuto, ove erano elencati i molteplici settori sui quali l’Assemblea poteva dibattere e presentare pareri. Teoricamente, l’Assemblea avrebbe potuto indirizzare i propri dibattiti verso la richiesta di emendamenti finalizzati alla revisione dello statuto del Consiglio d’Europa, al fine di aumentare i propri poteri.

Se tale risultato costituiva apparentemente una sconfitta per la Francia, veniva invece visto dai laburisti inglesi come un grande successo, frutto delle abili arti diplomatiche britanniche le quali erano riuscite a imbrigliare e ad annullare il velleitario progetto francese.

A partire dal marzo 1949, l’atteggiamento britannico subì una netta evoluzione: dall’ostilità aperta verso ogni forma di richiesta rivolta alla creazione di un’assemblea, il Governo Britannico era assurto, successivamente, a difensore di quella nuova istituzione che iniziava a sentire propria. Londra aveva così deciso di giocare un ruolo importante anche in questo ambito. Tale cambiamento era diventato evidente nel corso dalla Conferenza degli Ambasciatori alla quale avevano partecipato, per la prima volta, anche i paesi scandinavi, l’Italia e l’Irlanda. Di fronte al tentativo ostruzionistico delle delegazioni scandinave, norvegese e svedese in particolar modo, Londra aveva deciso di reagire e di far sentire il proprio peso per annullare tali tentativi.

Il governo francese incominciò così a comprendere come non si potesse più pensare, semplicisticamente, che gli inglesi sarebbero andati a Strasburgo per fare del semplice ostruzionismo o per paralizzare lo sviluppo della costruzione europea. Intuirono che la delegazione britannica nell’Assemblea avrebbe giocato un ruolo importante e avrebbe esercitato un’influenza almeno pari a quella della delegazione francese. Non si doveva più insistere nel considerare la Gran Bretagna la principale minaccia per i progetti di costruzione europea; al contrario, bisognava farla diventare un importante alleato per sconfiggere le nuove resistenze filo governative e per cercare di far funzionare quel poco che si era riusciti a mettere in piedi.

Paga di tale risultato, la Gran Bretagna si ergeva a strenuo difensore della sua creatura, pronta a respingere qualsiasi tipo di attacco atto a minare i principi dello Statuto dell’organizzazione di Strasburgo, sia che provenisse dai reazionari unionisti del nord Europa sia che provenisse dai federalisti mediterranei.

Ad ogni modo, la concretizzazione dello Statuto di Londra rappresentò una tappa importante nel processo d’integrazione europea poiché veniva finalmente introdotta l’idea di rappresentatività parlamentare a livello internazionale con la creazione, accanto all’organo destinato a rappresentare i Governi, di un’Assemblea incaricata di rappresentare i popoli.

Nel 1950 la Francia decideva di prendere le prime contromisure per superare l’ostacolo britannico e scandinavo. I francesi avevano infine compreso che i britannici non avrebbero collaborato ma si sarebbero limitati a tutelare lo status quo. Il Consiglio d’Europa rischiava di diventare un’organizzazione troppo vasta, allargata a un numero sempre maggiore di nazioni europee. Tra l’altro, la presenza di nazioni neutrali creava grossi problemi e rischiava di compromettere ogni tentativo di integrazione militare dell’Europa occidentale.

Il 9 maggio 1950, il ministro degli Affari Esteri francese, Robert Schuman lanciò l’idea di una comunità che non fosse la solita organizzazione internazionale vincolata dal voto all’unanimità ma una comunità concreta, specializzata in un settore limitato e dotata di poteri sopranazionali. Schuman aveva così compreso che se si voleva veramente procedere sulla strada della costruzione europea bisognava rinunciare all’ingombrante presenza britannica. Sarebbero andate avanti solo quelle nazioni disposte a rinunciare gradualmente a porzioni della propria sovranità nazionale per il bene comune.

Il Piano Schuman e il successivo Piano Pleven, misero in evidenza tutti i limiti del Consiglio d’Europa, il quale continuava a essere niente altro che una sede prestigiosa, nella quale le grandi idee restavano sulla carta senza la possibilità di essere concretizzate.

La seconda sessione del Consiglio d’Europa segnò l’inesorabile declino politico di tale istituzione. A partire dal 1951, le attenzioni e le speranze delle popolazioni democratiche d’Europa e dei movimenti europeisti si indirizzarono sulle nuove istituzioni in fieri, frutto del metodo funzionalista, frutto della nuova idea vincente e pratica, nata dalla mente di Jean Monnet. Vi era ormai una netta frattura tra i delegati presenti nell’Assemblea del Consiglio d’Europa e i Governi. Si poteva riscontrare anche una diversa velocità di marcia tra il Consiglio d’Europa, alla ricerca di una più adeguata collocazione e le nuove istituzioni settoriali che andavano monopolizzando l’attenzione generale. Ma si era verificato anche un definitivo allontanamento dei movimenti europeisti, in particolar modo dei federalisti dell’UEF, che fino all’ultimo avevano creduto nella funzione catalizzatrice dell’Assemblea di Strasburgo la quale restava, comunque, la prima assemblea europea. I federalisti europei capirono che il destino del Consiglio d’Europa era segnato. Ormai era inutile sprecare ulteriori forze cercando di influenzare gli sterili e interminabili dibattiti dell’Assemblea consultiva. I federalisti decisero così di disinteressarsi definitivamente del Consiglio d’Europa e di proseguire la loro battaglia per la convocazione della Costituente europea guardando con fiducia alle nuove istituzioni settoriali. La federazione europea si sarebbe fatta al di fuori dell’organizzazione di Strasburgo.

Il Consiglio d’Europa inaugurò, conseguentemente, un lungo periodo di oblio, percorrendo una strada parallela a quella dell’Europa dei sei. Cercò una nuova identità nella protezione dei diritti dell’uomo e in molti altri settori e fungendo da anticamera per i paesi in via d’adesione nelle nuove organizzazioni europee.

Il Consiglio d’Europa è tornato a essere attivo e vitale dopo la caduta del muro di Berlino con la conseguente apertura del mondo occidentale alle nazioni dell’ex blocco sovietico. Tali nazioni sono gradualmente confluite nell’organizzazione di Strasburgo in attesa di essere sdoganate e accettate pienamente dal mondo occidentale.

NOTE

(1) Sulle origini dell’idea d’Europa cfr. F. Chabod, Storia dell’Idea d’Europa, Bari, Laterza, 1995; P. Gerbet, La construction de l’Europe, Parigi, Imprimerie National, 1983; J. B. Duroselle, Storia dell’Europa, Milano, Bompiani, 1990.

(2) Cfr. A.J.P. Taylor, The struggle for Mastery in Europe 1848-1918, Oxford, Oxford University Press, 1954; P. M. Kennedy, The rise and fall of the Great Powers, New York, 1987; P.M. Kennedy, The rise of the Anglo-German Antagonism 1860-1914, London/Boston, 1980.

(3) Futuro Presidente della Repubblica italiana.

(4) L. Einaudi, Scritti sull’unità europea, Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici, 1995; S. Pistone (a cura di), Le critiche di Einaudi e di Agnelli e Cabiati alla Società delle Nazioni nel 1918, in L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Einaudi, p. 30.

(5) Cfr. J-B. Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 al 1970, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1988; E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Bari, Laterza, 1994; G. Bossuat, Histoire des constructions européennes au XXe siècle, Berna, Peter Lang, 1994.

(6) P. Gerbet, La construction…, cit., p. 35.

(7) Cfr. R. H. Rainero, Storia dell’integrazione…, cit., pp. 22-23;

(8) E. Bonnefous, L’Europe en face de son destin, Parigi, edition du Grand Siècle, 1958

(9) Relativamente all’emigrazione degli antifascisti italiani, cfr. A. Varsori, Gli alleati e l’emigrazione antifascista (1940-1943), Firenze, Sansoni, 1982.

(10) Strenuo difensore di questa politica era il premier inglese Chamberlain. In nome di questa politica Francia e Inghilterra avevano preferito accontentare il più possibile Hitler pur di scongiurare lo scoppio di una guerra e quindi pur di preservare a tutti i costi la pace. Cfr. J-B. Duroselle, Storia diplomatica…, cit; E. Di Nolfo, Storia delle relazioni…, cit.

(11) J. Pinder, "Manifesta la verità ai potenti": i federalisti britannici e l’establishment, in AA.VV., I movimenti per l’unità europea, 1945-1954 – Atti del Convegno internazionale, Pavia 19-20-21 ottobre 1989. A cura di Sergio Pistone, Milano, Jaca Book, 1992, pp.113-114.

(12) W. Lipgens, A history…., cit., pp. 142-155.

(13) A. Spinelli, Sviluppo del moto per l’unità europea dopo la II guerra mondiale, in G.C. Haines (a cura di), L’integrazione europea, Bologna, Il Mulino, 1957, p. 69.

(14) Il governo Churchill offrì alla Francia un’unione semifederale il 16 giugno 1940, ma la Francia fu solo in grado di rispondere con l’incarico dato al maresciallo Pétain di firmare l’armistizio con la Germania di Hitler.

Cfr. P. Gerbet, La construction…., cit., pp. 40-43; J. Pinder, in AA.VV., I movimenti…, op.cit., p.114; G. BOSSUAT, Jean Monnet et l’avenir de l’Europe 1940-1948, in M. Dumoulin (ed.), Plans de temps de guerre pour l’Europe d’apres-guerre 1940-1947, Bruxelles, Bruylant, 1995, pp. 327-329.

(15) A. Spinelli, Sviluppo del…, cit.., pp. 69-70.

(16) Ibidem.

(17) M. Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VIII, Never despair 1945-1965, London, Heinemann, 1988, pp. 195-196. Sicuramente il discorso di Churchill non fu ispirato dal Foreign Office ma è evidente che vi fosse il beneplacito del Dipartimento di Stato e dello stesso Truman che, precedentemente, lo aveva letto e approvato.

(18) W.S. Churchill, His complete speeches, 1897-1963, vol 7, 1943-1949, The sinews of peace, 05.03.1946, Edited by R. Rhodes James, New York & London, Chelsea House Publishers with R.R. Bowker Co., 1974, pp. 7285-7286.

(19) Ivi, p. 7290.

(20) Ivi, p. 7291.

(21) M. Gilbert, Never despair…, cit., p. 205.

(22) Ivi, p. 206.

(23) Ibidem.

Il Dipartimento di Stato americano, stava lavorando all’elaborazione di questa nuova politica nei confronti di Mosca già da qualche mese, vale a dire da quando era giunto a Washington il cosiddetto long telegram di Gorge Kennan. Il telegramma era stato spedito da Mosca il 22 febbraio del 1946. Kennan era incaricato d’affari presso l’ambasciata americana a Mosca nonché il massimo conoscitore della società e mentalità sovietica ed era solito inviare rapporti dettagliati nei quali analizzava il comunismo sovietico per poi proporre una ricetta per poterlo arginare efficacemente. Egli riteneva improbabile un attacco sovietico all’Europa occidentale, ma era convinto che il maggior pericolo per l’occidente fosse costituito dall’azione sovvertitrice e destabilizzante dei forti partiti comunisti presenti in Italia e in Francia, da egli considerati quali vera e propria "quinta colonna" di Mosca. A tal proposito cfr. P. Melandri, Les Etats-Unis face à l’unification de l’Europe 1945-1954, Parigi, Pedone, 1980; G. Mammarella, Europa-Stati Uniti, un’alleanza difficile 1945-1985, Roma/Bari, Laterza, 1996; A. Varsori Gli Stati Uniti e l’Europa (1941-1947), in M. Dumoulin (ed.), Plans de temps de guerre…, cit., pp. 385-386.

(24) W. Lipgens, Documents on the History of European Integration, vol. I, Continental Plans for European Union 1939-1945, Berlin/New York, Walter de Gruyter, 1985, pp. 1-33.

(25) Relativamente a Spinelli-Rossi e al federalismo italiano in genere, cfr. M. Albertini, A. Chiti Batelli, G. Petrilli, Storia del federalismo europeo, Torino, ERI, 1973, pp. 178-254; A. Spinelli, E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Napoli, Guida, 1982; A. Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, Bologna, Il Mulino, 1960; S. Pistone, La lotta del Movimento Federalista Europeo dalla resistenza alla caduta della Comunità Europea di Difesa nel 1954, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp. 17-18.

(26) La riunione clandestina si tenne nella casa di Mario Alberto Rollier, dal 27 al 29 agosto 1943. Cfr. C. Rognoni Vercelli, Mario Alberto Rollier, un valdese federalista, Milano, Jaca Book, 1991.

(27) Sulla nascita dell’UEF, cfr. C. Rognoni Vercelli, L’Unione Europea dei Federalisti, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp.183-204;

(28) I giornali clandestini della resistenza francese erano: Combat, Liberation sud e Franc-Tireur. Nel 1944, subito dopo la liberazione della Francia meridionale, fu formato il Comitato Francese per la Federazione Europea (CFFE); cfr. W. LIPGENS, History…, cit., pp. 124-131; A. Greilsammer, Les Mouvements fédéralistes en France da 1946 à 1974, Nice, Presses d’Europe, 1975, pp. 3-37; J-P Gouzy, I Movimenti per l’unità europea in Francia, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp.61-71.

(29) Le cinque riunioni si svolsero nei giorni 31 marzo, 29 aprile, 20 maggio e 6-7 luglio 1944; vi parteciparono delegazioni provenienti da Francia, Danimarca, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, più alcuni antinazisti tedeschi. Cfr. W. Lipgens, History…, cit., pp. 51-58.

(30) Per il Manifesto, cfr. J-P. Gouzy, Les pionniers de l’Europe communautaire, Lausanne, Centre de recherches européenne, 1968, allegato I.

(31) Questo incontro fu organizzato dal movimento federalista tedesco Europa-Union. Vi parteciparono rappresentanti di quattordici nazioni europee. Cfr. W. Lipgens, A history…, cit., pp. 303-310; J-P. Gouzy, Les pionnier, cit., pp. 33-34; A.G. Harryven & J. van der Harst, Documents…, cit., pp. 42-43.

(32) M. Gilbert, Never despair…, cit., pp. 265-267.

(33) W. Churchill, His complete speeches…, cit., p. 7381.

(34) Ibidem.

(35) Ivi, pp. 7381-7382; cfr. inoltre, A.G. Harryvan & J. Van der Harst, Documents…, cit., pp. 38-40.

(36) Il ruolo attribuito da Churchill alla Gran Bretagna nei confronti del continente europeo è tipico della politica estera inglese che era fondata su tre principi:

• mantenere intatti i legami privilegiati con il Commonwealth;

• preservare l’alleanza con gli Stati Uniti d’America;

• difendere la sovranità nazionale.

Questi canoni sono stati a lungo giudicati sacri sia dai conservatori sia dai laburisti. Il 9 ottobre del 1948, Churchill, esplicò meglio questo principio con la "teoria dei tre cerchi". Cfr. A. Deighton, Britain and the three interlocking circles, in A. Varsori (ed. by), EUROPE 1945-1990s. The End of an Era?, London, MacMillan, 1995, pp. 155-169; W. Lipgens, Documents…, cit., vol. 3, pp. 634-635, plus doc. 214.

(37) Rassegna stampa sul discorso di Zurigo su Le Monde e su The Times.

(38) I rappresentanti dei vari movimenti convenuti a Parigi erano: H. Brugmans (Olanda) per Europeesche Actie, Miss Josephy (Gran Bretagna) per Federal Union, A. Allard (Belgio) per Union Fédérale, U. Campagnolo (Italia) per il Movimento Federalista Europeo, H. Koch (Lussemburgo) per Europa-Union. Le associazioni francesi furono rappresentate da A. Voisin (La Fédération), C.M. Hytte (La République moderne), F. Gerard (Comité International pour la fédération européenne), da J. Larmeroux (Etats-Unis du monde) e da M. Belley (Union Fédérale Mondiale). Cfr. W. Lipgens, A history…, cit., pp. 361-385; A Hick, The European Union of Federalists (EUF), in W. Lipgens e W. Loth (a cura di), Documents on the history of European Integration, vol. IV, Transnational Organizations of Political Parties and Pressure Groups in the Struggle for European Union, 1945-1950 , Berlin-New York, de Gruyter, 1991, pp. 8-111.

(39) Ivi, pp. 323-334; per il discorso alla Albert Hall , cfr. W. Lipgens, Documents…, cit., vol. 3, doc. 198; J. Pinder, I federalisti britannici…, cit., pp. 127-129.

(40) La LICE diventerà nel 1948 Lega Europea di Cooperazione Economica (LECE). Cfr. W. Lipgens, A history…, cit., pp. 334-341; M. Dumoulin, La Lega Europea di Cooperazione Economica, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp. 265-269; H. Gisch, The European League for Economic Co-operation (ELEC), in W. Lipgens-W. Loth, Documents…, vol IV, cit., pp. 186-276.

(41) W. Loth, Il Movimento Socialista per gli Stati Uniti d’Europa, in AA.VV., I Movimenti…, cit.,pp.253-264; W. Loth, The Mouvement Socialiste pour les Etats-Unis d’Europe (MSEUE) in W. Lipgens-W. Loth, Documents…, vol IV, cit, pp. 277-318.

(42) P. Chenaux, Les Nouvelles Equipes Internationales, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp.237-252; H. Gisch, The ‘Nouvelles Equipes Internationales’ (NEI) of the Christian Democrats, in W. Lipgens-W. Loth, Documents…, vol IV, cit, pp. 477-540.

(43) M. Posselt, L’Unione Parlamentare Europea, in AA.VV., I Movimenti…, cit., pp.227-236; H. Gisch, The European Parliamentary Union (EPU), in W. Lipgens-W. Loth, Documents…, vol IV, cit, pp. 112-185.

(44) G. Mammarella, Storia dell’Europa dal 1945 ad oggi, Roma/Bari, Laterza, 1980, p. 155.

(45) W. Lipgens, A history…, cit., pp. 2-18.

(46) G. Mammarella, Storia…, cit., pp. 53-57.

(47) Sull’arrivo al potere di Bevin e sulla politica estera dei laburisti, cfr. J. Becker - F. Knipping (eds), Power in Europe? Great Britain, France, Italy and Germany in a postwar world 1945-1950, Berlin/New York, de Gruyter, 1986; B. Brivati – H. Jones (eds.), From reconstruction to integration: Britain and Europe since 1945, Leicester, Leicester University Press, 1993; A. Bullock, Ernest Bevin, Foreign Secretary 1945-1951, Oxford, Oxford University Press, 1985; S. Greenwood, Britain and European Cooperation since 1945, Oxford, Blackwell, 1992.

(48) E. Aga Rossi (a cura di), Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 57-64; cfr. F.J. Harbutt, The Iron Curtain, Churchill, America and the Origins of the Cold War, Oxford, Oxford University Press, 1986; J. Harper, American visions of Europe: Roosevelt, Kennan, Acheson, Cambridge, Cambridge University Press, 1994

(49) Foreign Relations of the United States (FRUS), 1947, vol. V, pp. 35-37.

(50) P. Melandri, Les Etats-Unis…, cit., p. 68 ; cfr. R.M. Freeland, La dottrina Truman, in E. Aga Rossi, Gli Stati Uniti…, cit., pp. 215-220; V. Rothwell, Britain and the Cold War 1941-1947, London, Jonathan Cape, 1982, pp. 435-436.

(51) G. Mammarella, Storia …, cit., p. 116.

(52) Frus, 1947, Vol. V, pp. 235-239.

(53) T.G. Paterson, Il Piano Marshall in E. Aga Rossi, Il Piano Marshall e l’Europa, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1983, pp. 221-229; cfr. P. Melandri, Les Etats-Unis…, cit., pp. 88-107; R. Girault (sous la direction de), Le Plan Marshall et le rèlevement économique de l’Europe. Colloque tenu à Bercy les 21, 22 et 23 mars 1991, Paris, Comité pour l’histoire économique et financière – Ministère des Finances, 1993; M. J. Hogan, The Marshall Plan. America, Britain and the reconstruction of Western Europe 1947- 1952, Cambridge, Cambridge University Press, 1988.

(54) Durante tale Conferenza venne elaborato un programma sulla cui base il Congresso americano giunse all’approvazione, il 2 aprile 1948, dell’Economic Cooperation Act (ECA), organismo responsabile dell’organizzazione e dell’amministrazione dei fondi per l’European Recovery Program (ERP), denominazione ufficiale del Piano Marshall.

M. Beloff, The United States and the Unity of Europe, Westport, Greenwood Press, 1976, pp. 13-48; per una disamina approfondita e tecnica del Piano Marshall, cfr. A.S. Milward, The reconstruction of Western Europe 1945-1951, London, Methuen & Co., 1984, pp. 56-125; G. Bossuat, L’Europe occidentale à l’heure américaine. Le Plan Marshall et l’unité européenne 1945-1952, Bruxelles, Complexe, 1992; P. Gerbet, La construction…, cit., pp. 66-76.

(55) Questa alleanza a cinque non era più diretta contro la Germania – benché nel preambolo si continuasse a parlare di minaccia tedesca – ma contro qualsiasi aggressore europeo: il riferimento al blocco sovietico era, ora, fin troppo evidente. Cfr. A Varsori, Il Patto di Bruxelles (1948): tra integrazione europea e alleanza atlantica, Roma, Bonacci, 1988, pp. 32-132.

(56) D. Yergin, Il blocco di Berlino, in E. Aga Rossi, Gli Stati Uniti…, cit., pp. 239-258; cfr. D. Yergin, Shattered Peace, Boston, Houghton Mifflin Co., 1977; P. Melandri, Les Etats-Unis…, cit., pp. 173-175.

(57) P. Melandri, The United States and the Process of European Integration, in Europe…, cit., pp. 102-115; P. Gerbet, La construction…, cit., pp. 76-80; M. De Leonardis, Il Patto Atlantico e l’integrazione europea in R.H. Rainero, Storia dell’Integrazione…, cit., pp. 41-85.

(58) W. Lipgens, A history…, cit., p. 658.

(59) M. Di Genova, Il Congresso dell’Aja (7-10 maggio 1948): tra "guerra fredda" e integrazione europea, tesi di laurea discussa nell’a.a. 1990/1991, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri", pp. 46-49.

La tesi è stata realizzata sotto la supervisione del Prof. Ennio Di Nolfo, relatore, e del Prof. Antonio Varsori, co-relatore. Il materiale inedito è stato reperito presso il College d’Europe – Bruges (CdE), Archivi del Movimento Europeo (AME).

(60) Vi parteciparono rappresentanti della LICE (Retinger e Serruys), dell’UEF (Brugmans, Marc e Silva), dell’EPU (Maccas), dell’UEM (Lang e Sandys), del CFEU (Courtin e Noel).

M. Di Genova, Il Congresso dell’Aja…, cit., pp. 49-50; cfr. inoltre A. Varsori, Il Congresso dell’Europa dell’Aja (7-10 maggio 1948), in AA:VV., I Movimenti…, cit., pp. 311-341.

(61) Il lavoro di queste tre Commissioni sarebbe stato delineato grazie a tre rapporti preliminari. La redazione del rapporto politico veniva attribuita all’UEM e al CFEU, quella del rapporto economico alla LICE e la redazione del rapporto culturale veniva attribuita a un gruppo di persone scelte da Retinger. Anche in questo caso l’incarico più importante, la redazione del rapporto politico, era rimasta saldamente nelle mani dell’UEM, a discapito dell’UEF.

Cfr. M. Di Genova, Il Congresso dell’Aja…, cit., pp.53-65.

(62) W. Lipgens, A history…, cit., p.683.

(63) Ibidem.

(64) M. Di Genova, Il Congresso d’Europa…, cit., pp. 72-73.

(65) Relativamente al discorso di Bevin, cfr. Parliamentary Debates, House of Commons, Vol. 446, 22.01.1948, cols. 383-409; relativamente ai nuovi orientamenti della politica estera laburista, cfr. G. Warner, The Labour and the Unity of Western Europe, 1945-1951, in R. Ovendale (edited by), The Foreign Policy of the British Labour Government, 1945-1951, Leicester, Leicester University Press, 1984, pp. 61-82; J.W. Young, Britain, France and the Unity of Western Europe, 1945-1951, London, Macmillan, 1992; relativamente al Patto di Bruxelles, cfr. A. Varsori, Il Patto di Bruxelles…, cit.

(66) J.T. Grantham, British Labour and the Hague "Congress of Europe". National Sovereignty Defended, in The Historical Journal, XXIV, Cambridge, Cambridge University Press, 1981, pp. 443-452; cfr. inoltre, M. DI Genova, Il Congresso d’Europa…, cit., pp. 92-103.

(67) CdE, AME, Joint International Committee of the Movements for European Unity, "Draft Political Report", (embodying results of discussions at meeting of Joint International Committee in London on March 6th and subsequent exchanges of views in Paris on March 12th).

(68) H. Brugmans, L’idée Européenne 1920-1970, Bruges, De Tempel, 1970, pp. 132-133.

(69) CdE, AME, Congress of Europe, Verbatim Report, Political Committee, Saturday 8th May, The Hague, Discorso di P. Reynaud. Sulla figura dell’uomo politico francese, cfr. E. DEMEY, Paul Reynaud, mon père, Paris, Plon, 1980; relativamente alla mozione Reynaud-Bonnefous, cfr. E. Bonnefous, L’Europe en face…, cit.

(70) D. de Rougemont, L’Europe en jeu, Neuchatel, Editions de la Baconnière, 1948, pp. 139. Anche il MFE considerò la proposta di Reynaud troppo rivoluzionaria, preferendo così un voto contrario; pare, però, che quel nobile e solitario spirito, qual era Altiero Spinelli, non seguì le indicazioni del suo Movimento e votò a favore dell’emendamento Reynaud-Bonnefous. A tal proposito, cfr. A Hick, The European Movement…, cit., p. 227 (information given to the writer by A. Spinelli, interview, Jan. 1978, Rome).

(71) "New York Times", 11.05.48, European Assembly is voted at The Hague, by David Anderson.

(72) E. Bonnefous, L’Europe…, cit., p. 100.

(73) Ibidem.

(74) W. Churchill, Foreward to The European Movement and the Council of Europe, London, Hutchinson & Co., 1949

(75) P-H. Spaak, ibidem, p.13.

(76) A. Varsori, Il Congresso dell’Europa…, cit., p. 311.

(77) Relativamente alla nomina di Ramadier alla testa del Comitato di studio, cfr. lettera di René Courtin a Duncan Sandys, 03.06.48; cfr. CdE, AME, Compte-rendu de l’appel téléphonique de Mr. Sandys à Miss Ford, 04.06.48; cfr. Compte-rendu de la comunication téléphonique de Mr. Sandys à Miss Ford le 8 Juin 1948.

(78) CdE, AME, Lettera di J.H. Retinger a Raoul Dautry, 09.06.48.

(79) CdE, AME, lettera di T.B. Martin a Raoul Dautry, 09.06.48.

(80) CdE, AME, Compte-rendu d’un appel téléphonique de Mr. SANDYS à Mr. REBATTET et Mademoiselle FORD, 10.06.48.

(81) CdE, AME, memorandum di D. Rhodes a D. Sandys, 10.07.48

(82) Ministère des Affaires Etrangères (Paris) (MAE), Archives Diplomatiques (AD), série Z Europe 1944-1960, sous-série "Question générales de politiques européenne" carton 547, dossier 5, vol. 7, "Telegramma n° 378 EU di J. Riviere a R. Schuman, 14.05.48".

(83) CdE, AME, Reunion de l’Executif, Paris 17-18 Juillet 1948, cfr. inoltre, CdE, AME, Comite International de Coordination des Mouvements pour l’Unité Européenne, To the Conference of Foreign Ministers at The Hague, 18th July 1948.

(84) A. Varsori, Il Patto di Bruxelles…, cit., p. 187; cfr. P. Gerbert, Le relèvement 1944-1949, Paris, Imprimerie Nationale, 1991, pp. 375-377; R. Massigli, Une comédie des erreurs 1943-1956. Réflexions sur une étape de la construction européenne, Paris, Plon, 1976, p. 156; M-T. Bitsch, Le rôle de la France dans la naissance du Conseil de l’Europe, in R. Poidevin, Histoire des débuts…, cit.., p. 165.

(85) È curioso come gli storici non siano concordi su una data così importante:

La documentazione da me rinvenuta negli Archivi del Ministero degli Esteri francese, fa riferimento al 19 luglio 1948 e ad essa si rifà la gran parte degli storici, cfr. MAE, AD, série Z Europe 1944-1960, sous-série "Généralites", Circulaire N° 194-IP di P. Ordioni del 22.07.48.

(86) J-B. Duroselle, 1948: Les débuts de la construction européenne, in R. Poidevin, Histoire des débuts…, cit., p. 15.

(87) L’ambasciatore Massigli, presente alla riunione, ci riporta invece la data del 18 luglio (!), cfr. R. Massigli, Une comédie…, cit., p. 156.

(88) Idem.

(89) M-T. Bitsch, Le rôle de la France..., cit., pp. 167-168; cfr. inoltre, A. Varsori, Il Congresso dell’Europa…, cit., pp. 330-331; E. du Reau, Le MRP et la naissance du Conseil de l’Europe, in S. Berstein – J-M. Mayeur – P. Milza, Le MRP et la construction de l’Europe, Bruxelles, Complexe, 1993, pp. 67-72.

(90) A. Varsori, Il Patto di Bruxelles…, cit., p. 186.

(91) CdE, AME, Indications fournies par M. Ramadier sur sa conversation avec M. Spaak et sur les conclusions qu’il en tire quant à la méthode à employer pour la convocation de l’ASSEMBLEE EUROPEENNE, très confidentiel.

(92) CdE, AME, Lettera di E. de la Vallée-Poussin a Rebattet, Bruxelles, le 24 Juillet 1948; cfr. inoltre, M-A. Engelbel, La Belgique et les débuts du Conseil de l’Europe, in M-T. Bitsch (sous la direction de), Jalons pour une histoire du Conseil de l’Europe, Actes du Colloque de Strasbourg (8-10 juin 1995), Berne, Peter Lang, 1997, pp. 55-56.

(93) Estratto del discorso di P-H. Spaak, del 29.07.48, al Senato belga in P-F. Smets, La pensée européenne et atlantique de Paul-Henri Spaak (1942-1972), Tomo 1, Bruxelles, Goemaere, 1980, p. 147, doc. 27; cfr. inoltre, M-T. Bitsch, Le rôle de la France..., cit., p. 167; cfr. M. Dumoulin, Spaak, Bruxelles, Editions Racine, 1999, p. 418.

(94) CdE, AME, European Assembly, Recommendations submitted to Governments by the International Committee of Movements for European Unity, 18.08.48.

(95) Il Joint International Committee assumerà questa nuova denominazione solo a partire dal 25 ottobre 1948. Cfr. più avanti.

(96) European Movement and the Council of Europe, cit., p. 52.

(97) CdE, AME, Lettera di J.H. Retinger (?) a H. Hopkinson, 25.08.48.

(98) Ibidem.

(99) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série "Question générales de politiques européenne - Fédéralisme" carton 547, dossier 5, vol. 7, Telegramma di R. Schuman all’Ambasciata di Francia in Belgio del 19 .08.48.

(100) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série Fédéralisme, sous-dossier Assemblée Européenne, carton 547, dossier 5, Vol. 10, Telegramma n° 524-525 del 21.08.48

(101) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série Fédéralisme, sous-dossier Assemblée Européenne, carton 547, dossier 5, Vol. 10, Telegramma n° 527-528 del 25.08.48

(102) Sulle varie chiavi di lettura del silenzio belga, cfr. M-A. Engelbel, cit., p.56-58; M-T. Bitsch, Le rôle de la France…, cit.., pp. 174-175; dissento dall’interpretazione data da Dumoulin, il quale ritiene che Schuman non avesse fretta, ma che gli unici preoccupati fossero i funzionari del Quai d’Orsay, che probabilmente avevano travisato le sue disposizioni, cfr. M. Dumoulin, Spaak , cit., pp. 418-419.

(103) J-H. Retinger, Memoirs…, cit.., p. 223.

(104) Robert Schuman resta in carica fino al 7 settembre. L’11 settembre 1948 si formerà un governo Queuille che resterà in carica fino al 6 ottobre 1949 (Schuman sarà nuovamente nominato ministro degli Esteri), cfr. M-T. Bitsch, op. cit.

(105) European Movement & the Council of Europe, cit., p. 52.

(106) M-T. Bitsch, Le rôle de la France, cit.

(107) R. Massigli, op. cit., p.158.

(108) Il testo di questa lettera e delle altre facenti parte del carteggio Churchill-Attlee, in "The Times", U.K. and European Assembly, 26.08.48. Cfr. inoltre, M. Gilbert, cit., pp. 424-425.

(109) Ibidem.

(110) CdE, AME, Lettera di W. Churchill a Clement Attlee, 21.08.48. Cfr., invece, diversa ricostruzione dell’episodio fatta dallo stesso Churchill, in Public Record Office (PRO), Foreign Office (FO) 371, Western (Z): General (72), file n° 79212, "Lettera di W. Churchill a C. Attlee" : "My Dear PM, it is necessary that the correspondence between us about the creation of the European Assembly should now be published, and I understand that the FO will take the necessary steps to give it to the Press in the next few days. In view of the recent developments in Belgium and France I feel it necessary to add a further letter, which I now endorse". I documenti del Public Record Office, soggetti a Crown copyright, appaiono con il consenso del sovrintendente del Her Majesty’s Stationery Office.

(111) Ibidem.

(112) European Movement & the Council of Europe, cit., pp. 38-39.

(113) A. Varsori Il Congresso…, cit., p. 334; sull’atteggiamento della Gran Bretagna verso l’europeismo, cfr. D.W. Ellwood, L’integrazione europea e la Gran Bretagna, 1945-57, in R.H. Rainero, cit., pp. 417-461; R. Mayne, Jean Monnet, Europe and the British: a witness account, in B. Brivati & H. Jones, cit.., pp. 18-32; J. Pinder, European Community. The building of a Union, Oxford, Oxford University Press, 1995, pp.1-22; E. Dell, The Schuman Plan and the the British abdication of leadership in Europe, Oxford, Clarendon Press, 1995; J.W. Young, Britain and European Unity, 1945-1992, London, Macmillan, 1993; W. Kaiser, Using Europe, abusing the Europeans. Britain and European integration, 1945-63, Basingstoke, Macmillan, 1996; S. George, An awkward partner. Britain in the European Community, Oxford, Oxford University Press, 1994; S. Croft, British Policy Towards Western Europe 1945-51, in P.M.R. Stirk-D. Willis (eds.), Shaping post war Europe. European Unity and Disunity 1945-1957, London, Pinter Publishers, 1991.

(114) R. Massigli, Une comédie…, cit., p. 158; cfr. MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série Fédéralisme, sous-dossier Assemblée Européenne, carton 547, dossier 5, Vol. 10, Telegramma riservato n° 3234-36 del 02.09.48 inviato dal Massigli al MAE francese.

(115) Le obiezioni del Governo britannico erano relative a tre diversi tipi di preoccupazioni: innanzi tutto, relativamente alla conferenza preparatoria, ci si chiedeva se i delegati avrebbero rappresentato i Governi o i parlamenti; la seconda preoccupazione concerneva i poteri e il funzionamento dell’Assemblea; la terza era relativa ai problemi derivanti dall’istituzione di un’Assemblea nei rapporti con il Commonwealth, l’ONU, il Patto di Bruxelles e con gli altri trattati preesistenti. Cfr. MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série Fédéralisme, sous-dossier Assemblée Européenne, carton 547, dossier 5, Vol. 10, Document A/58, Secret, Commission Permanente du Traite de Bruxelles, Extrait du procès-verbal de la 27e séance de la Commission Permanente. Lancaster House, Londres, le 2 septembre 1948; cfr. inoltre, U. Leone, Le origini diplomatiche del Consiglio d’Europa, Milano, Giuffrè, 1965, pp. 32-36.

(116) Il problema che in quel momento assillava il Quai d’Orsay era l’affaire de la Ruhr; cfr. M-T. Bitsch, Le rôle de la France…, cit., p. 198, R. Massigli, op. cit., M-A. Engelbel, op. cit.; E. du Reau, Le MRP et la naissance…, cit.

(117) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1949, sous-série Généralités, carton 547, dossier 5, Vol. 12, Commission Permanente du Traité de Bruxelles, Compte rendu de la 4ème session du Conseil Consultatif, Londres, 27-28 janvier 1949, SECRET, Doc. N° A/153 ; plus doc. A/148, SECRET, Directive adresses par le Conseil Consultatif à la Commission Permanente en ce qui concerne le Conseil de l’Europe.

(118) PRO, FO, 371, Western (Z): General, 1136, "Conversazione avuta da Sir V. Mallet con De Gasperi", Cifrato, Confidential, 05.02.49.

(119) PRO, FO 371, Western (Z): General, 1231, "Colloquio tra Gladwin Jebb e Gallarati Scotti".

(120) PRO, FO 371, Western (Z): General Western 1949, 1787, Telegramma di Montague Pollock da Bruxelles al F.O., 26.02.49

(121) Ibidem

(122) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série "Généralités" carton 547, dossier 5, vol. 14, Conférence sur la création d’un Conseil de l’Europe, Compte rendu de la cérémonie de signature, jeudi 5 mai, à 16 h., Palais de Sain-James, p. 20.

(123) Ivi, annexe, Déclaration de l’Ambassadeur de Belgique, p. 22.

(124) Ibidem, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères du Danemark.

(125) Ivi, Déclaration de M. Schuman, Ministre des Affaires Etrangères de France, p. 23.

(126) Ivi, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères d’Irlande, pp. 23-24.

(127) Ivi, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères d’Italie, p. 24; cfr. stesso doc. in Archivi Ministero Affari Esteri (AMAE), AL, b. 1384, fasc. 1, cfr. inoltre, C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi. La politica estera italiana dal 1947 al 1951, Roma, Edizioni dell’Atlante, 1952, pp. 113-117.

(128) Ivi, Déclaration de M. Joseph Bech, Ministre des Affaires Etrangères du Luxembourg, pp. 24-25.

(129) Ivi, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères des Pays-Bas, p. 25.

(130) Ibidem, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères de Norvege.

(131) Ivi, Déclaration du Ministre des Affaires Etrangères de Suède, p. 27.

(132) Ivi, Déclaration du Secrétaire d’Etat aux Affaires Etrangères du Royaume Unie, p. 27.

(133) MAE, AD, Série Z Europe 1944-1960, sous-série "Généralités" carton 547, dossier 5, vol. 14, Conférence sur la création d’un Conseil de l’Europe, Communique en date du 6 mai 1949 sur la signature du Statut du Conseil de l’Europe.

(134) "Le Monde", le 7 mai 1949, editoriale dal titolo Le Conseil de l’Europe; cfr. inoltre la rassegna stampa del 6-7 maggio 1949 su "The Times" e su "The New York Times".