PRIMI SAGGI L’ALBANIA PUNTO STRATEGICO per il FUTURO dell’unione europea di Artur Bushati

I. Il ruolo della politica estera nel periodo post comunista

 

La politica estera dell’Albania degli anni Novanta è, indubbiamente, nuova rispetto allo stato di lotta ideologica contro tutti, all’autarchia ossessiva, all’isolamento diplomatico che caratterizzava la politica estera voluta da Enver Hoxha. I rapporti internazionali dell’Albania di Hoxha e di Ramiz Alia, suo successore per pochi anni, erano intrattenuti prevalentemente con Stati geograficamente distanti dall’Albania, in modo da sottrarsi al pericolo che gli Stati partner trasformassero l’amicizia con il piccolo paese adriatico in forme di protettorato politico o economico. Tormentato dal cauchemar di un’Albania invasa da vicini forti, il vecchio regime di Tirana aveva chiuso quasi ermeticamente i rapporti con i paesi vicini. Aveva relazioni, durevoli o episodiche, solo con l’antipodica Cina maoista, con il rivoluzionario Iran, o con la Romania dell’ultimo Ceausescu, anch’essa isolata nel contesto internazionale.(1)

 

I rapporti internazionali dello Stato albanese fino al 1990 erano orientati e basati sull’ideologia dello Stato. Il regresso che ha subìto lo Stato albanese, durante gli ultimi anni del regime, fu principalmente dovuto alle varie leggi costituzionali. Infatti, se si fa una piccola differenza tra la Costituzione del 1946(2) e quella del 1976(3) si può notare benissimo che mentre nella prima si garantiva la proprietà privata e la libera iniziativa, nella seconda, invece, si negava la loro esistenza. Come se non bastasse all’articolo 27 della stessa Costituzione, appunto quella del 1976, si sottolineava che il commercio estero era monopolio dello Stato. E ciò forse perché la politica di allora non arrivò a capire che l’eliminazione della proprietà privata e la monopolizzazione del commercio estero da parte dello Stato fosse il prologo dell’autoisolamento distruttivo.

 

Questo atteggiamento di autoisolamento (non dare concessioni alle società straniere comuni e non prendere crediti) fu considerato come una barriera per gli investimenti esteri in Albania e di conseguenza dei capitali stranieri. Qualsiasi attività in contraddizione con i princìpi costituzionali di autoisolamento era considerata illegale. In base al 47° comma, lettera dh, della legge 5581 del 15.06.1977 del Codice Penale della RPSSH (Repubblica Popolare Socialista dell’Albania) la creazione delle società comuni con paesi capitalisti era considerata come alto tradimento della patria. Anche se questa politica d’autoisolamento provocherà la crisi degli anni ’80 il sistema continuava ad essere imperniato sull’ideologia marxista – leninista.(4)

 

Gli atti più grandi e significativi - per la storia dell’Albania dal punto di vista politico e giuridico - cominciarono a registrarsi con i decreti 7406 e 7407 del 31 luglio 1990 che aprirono le barriere all’Occidente, dando via libera agli investimenti esteri, alla creazione delle società comuni con capitale straniero. A sua volta, la legge 7491 comma 45 datata 29.04.1991, "Per le disposizioni fondamentali" […] "La Costituzione della RPSSH approvata il 28.12.1976", nonché altre sue modifiche, vennero abolite.(5)

 

Se si tiene presente la devastazione spirituale ed economica dell’Albania si potrebbe dire che dopo la caduta del comunismo, gli albanesi hanno guardato all’Occidente come un uomo malato guarda al suo salvatore. L’appoggio dell’Occidente è diventato la prima forza motrice dei movimenti politici in Albania. "Noi governiamo e il mondo ci aiuta" era lo slogan che Berisha usava ripetere per mantenere la propria presa sul potere.

 

I partiti albanesi hanno condotto le loro campagne politiche durante il periodo del pluralismo affidandosi a chi godeva dell’appoggio dell’Occidente. Uno dei maggiori sforzi, messi in atto dalla propaganda dei partiti, era quello di persuadere la gente comune su chi godesse effettivamente dell’appoggio estero: il Partito Democratico (PD) è stato ammesso all’Unione Democristiana Europea, "Il Partito Socialista (PS) è stato ammesso all’Internazionale Socialista", questi erano i titoli a caratteri cubitali che apparivano sulle prime pagine della stampa albanese.

 

Gli uomini al governo avevano bisogno del sostegno occidentale per governare meglio i loro cittadini, per assicurarsi gli aiuti occidentali e aumentare il loro potere, rendendo più ricca la fazione dei loro sostenitori fino a quando la loro permanenza al potere non era minacciata. Berisha ha vinto le prime elezioni con l’ambasciatore americano Rayerson al suo fianco durante la campagna elettorale.

 

Questi cambiamenti furono ben presto accettati dagli Stati dell’Europa Occidentale e, per questo, non mancarono né le valorizzazioni e né gli appoggi dalla loro parte. Se la strada dei cambiamenti politici è stata dura e, in un certo modo, tassativa per volontà degli organismi internazionali stessi, quella nel campo economico, invece, si è sviluppata in modo quasi naturale nonché progressivo. Infatti, tre furono gli elementi fondamentali posti in questo campo dalle "Disposizioni Fondamentali della Costituzione": la varietà delle proprietà, la libera iniziativa e il ruolo regolatore dello Stato. Con questo si dava fine al vecchio regime e si apriva la strada per altre prospettive.(6)

 

L’Albania, pur essendo stata una delle dittature più repressive dell’Europa dell’Est, fece un passaggio pacifico verso la democrazia. All’inizio la politica albanese ebbe un forte orientamento verso gli USA e poi man mano verso l’Europa e l’Asia. Sali Berisha era il balcano preferito dagli americani di Bush anche se il punto più caldo per la politica estera americana restava la Macedonia.(7)

 

Nella politica interna, nonostante la caduta della popolarità del Partito Democratico, a causa delle riforme di mercato, si registrava grande fiducia e speranza per il futuro. Secondo i risultati dell’Eurobarometro si poteva constatare che gli albanesi erano ottimisti sulla via intrapresa, a prescindere dalle varie difficoltà, e più di 2/3 di essi pensavano che l’Albania stesse andando verso la giusta direzione. Nel Novembre del 1994 un referendum bocciò il progetto di una nuova costituzione di impostazione presidenzialista, tanto difeso dal Partito Democratico e dal Presidente Sali Berisha. Ma, in ogni modo, ciò dimostrò che almeno il 42% degli albanesi erano forti sostenitori del PD. La sconfitta della nuova carta costituzionale provocò forti cambiamenti all’interno del gabinetto. Otto ministri furono sostituiti, mentre i due alleati del PD – socialdemocratici e repubblicani – uscirono dal governo.

 

Tutto ciò dimostra che la geopolitica di un paese non muta per un passaggio interno di regime. Anche se si è passati ad un nuovo sistema politico, la politica estera dell’Albania postcomunista presenta aspetti non secondari di continuità con quella del passato. Perdurano a Tirana forti preoccupazioni, analoghe a quelle dei tempi di Hoxha, per la sicurezza del paese, a causa di popoli confinanti - serbi e greci – considerati nemici.(8)

 

Nel momento in cui l’Albania cominciò ad impostare la sua politica estera in direzione europea, mutarono i meccanismi prestabiliti nel mondo diplomatico e cambiarono i rapporti albano-americani.

 

Ecco perché sopravvive, in Albania, una certa diffidenza, analoga a quella dei tempi della dittatura, nei confronti di relazioni troppo strette con medie o grandi potenze, in grado di condizionare le vicende interne albanesi. Nel passato, Hoxha ruppe clamorosamente le alleanze; negli anni Novanta si preferì moltiplicarle, forse nella convinzione che l’una annullasse la possibile influenza dell’altra, in un processo di mutua elisione. Si ritiene, infatti, che l’Albania debba trarre il massimo profitto dalla reciproca concorrenza di paesi – cosiddetti amici – che competono per averla dalla propria parte.

 

Mentre i moti nel 1912-13 erano gonfiati da idee isolazioniste,(9) era frequente sentire dire:"La Balcania ai popoli balcanici", oggi, visto che vi è una forte attrazione dell’Europa verso i Balcani, sarebbe più opportuno parlare:"dei Balcani nell’Europa".

 

Il problema dell’europeizzazione nella politica albanese è un’idea sempre più presente, in quanto dopo la caduta del muro di Berlino molti meccanismi della scena diplomatica internazionale sono cambiati. E specialmente dopo il conflitto in Kosovo le forze politiche albanesi hanno acquisito una fiducia nelle istituzioni europee le quali dovrebbero evitare le convergenze esistenti nella regione balcanica, senza cadere negli stessi errori del passato.

 

L’Europa ha cercato continuamente di trovare la sua vera identità, quella dei padri fondatori e quindi l’unione dei popoli europei, e siccome l’Albania rientra in questa grande famiglia europea i presupposti ci sono perché un giorno rientri nell’UE.

 

Infatti, tra il 1992 e il 1997, il ruolo di principale paese amico dell’Albania fu assegnato da Tirana, a turno, all’Italia, alla Germania, agli Stati Uniti, alla Turchia. Ma la scelta di fondo della politica estera della nuova Albania fu quella del "passaggio in Europa". Lo slogan facciamo l’Albania come l’Europa e quindi il "destino europeo dell’Albania" fu il tema centrale della campagna elettorale con cui il Partito democratico di Berisha conquistò il potere nel marzo del 1992. "La priorità dell’Albania è l’integrazione nella Europa", amava dichiarare Alfred Serreqi, ministro degli Esteri albanese dal 1992 al 1996. Secondo Serreqi, "gli albanesi si sentono europei" spontaneamente e non per imposizione politica.(10) Tutto ciò perché si parte dal presupposto che l’Albania essendo un paese europeo deve naturalmente seguire una politica europea.

 

Grazie ai cambiamenti avvenuti dopo tanti sforzi, si è potuto sottoscrivere "l’Accordo non preferenziale sulla cooperazione commerciale ed economica", entrato in vigore il 1° dicembre 1992.(11) Naturalmente questo atto, per l’Albania, si considera, tutt’oggi, un successo fondamentale sia dal punto di vista politico che giuridico nell’ambito delle relazioni internazionali. Convenzioni di questo genere sono stipulate dall’UE proprio per i paesi e gruppi terzi di regioni in condizioni geo-economiche favorevoli e si riferiscono a quegli Stati che hanno avuto e hanno intenzione di attuare una politica di maggiore integrazione nelle Istituzioni Europee e di raggiungere il cosiddetto "Patto di Stabilizzazione e di Associazione".

 

II. Il "Patto di stabilizzazione e di associazione"

 

Negli ultimi dieci anni, la regione dei Balcani, oltre alle miserie delle guerre, alle pulizie etniche ha avuto anche momenti positivi che fanno sperare in un futuro migliore. Nel periodo ’89-’90 anche nei Balcani, come d’altronde in tutta l’Europa Centrale ed Orientale, caddero i regimi comunisti atrofizzati che avevano isolato i paesi vicini l’uno dall’altro, sicché dall’altra parte del mondo (l’Occidente) incominciò un duro e lungo lavoro perché questi paesi potessero attraversare una transizione politica, economica, istituzionale: "cambiare profondamente […] uscire dal loro isolamento e unirsi con l’altra parte dell’Europa".(12)

 

Se la regione dei Balcani da una parte, ha subito dei cambiamenti (l’inserimento del sistema politico multipartitico, lo sviluppo delle elezioni relativamente libere, la liberalizzazione del commercio, libera circolazione delle persone, la libertà stampa e dei media, l’indipendenza del sistema giudiziario) dall’altra parte, il vacuum creato dalla mancanza dello Stato e dell’autorità delle istituzioni ha fatto sì che ci fosse una predominanza del crimine organizzato nonché una connivenza tra lo Stato e il crimine stesso, dando spazio ai traffici di persone, armi, narcotici, ma anche di economie informali che volta dopo volta causano traumi in queste società.

 

La crisi dell’ex Jugoslavia incominciò nell’81, ma il vero fervore si ebbe nel ‘89 proprio quando l’ex Presidente Miloseviç impose dei cambiamenti alla ex Costituzione della Repubblica Socialista della Jugoslavia sopprimendo de facto l’autonomia delle repubbliche all’interno della federazione. All’inizio, l’Occidente non diede ascolto all’elite kosovara che si stava trattando della disgregazione della Federazione Jugoslava e che si sarebbe verificata una grande catastrofe. Ma la propaganda jugoslava, e quindi quella serba, si giustificò dagli appelli kosovari, sostenendo che si trattava semplicemente di ispirazioni marxiste stimolate dall’Albania comunista per un’eventuale diffusione dello stalinismo in quella parte dell’Europa. Ma quando, per la prima volta, gli sloveni e i croati dichiararono la loro indipendenza dal baricentro serbo, gli appelli kosovari vennero presi in considerazione dall’Occidente. La vita era diventata impossibile per i comportamenti sempre più autoritari del governo serbo all’interno della federazione, nella quale gli Stati avevano più svantaggi che guadagni.

 

La fine della guerra in Kosovo cambiò molti meccanismi della scena internazionale.(13) Fu come una giustizia sull’umanità sopra i sofismi delle politiche sterili, delle diplomazie fossilizzate; si pensava che i popoli della penisola balcanica fossero in grado, da quel giorno in poi, di ottenere dei vantaggi. La verità sta nel fatto che l’Occidente, con il Kosovo, ha dimostrato una rinascita d’interesse per l’Europa Sudorientale. Il 1999 fu un anno di cambiamento in questa direzione che permise un’eventuale integrazione dei Balcani nelle strutture euro-atlantiche; con la fine della guerra in Kosovo, l’Occidente e i Balcani, incominciarono a guardarsi l’uno con l’altro. Solo i Balcani costituivano un’apertura economica inesplorata con i circa 125 milioni di consumatori e, così, un mercato infinito di merci, capitali e idee che, per ragioni oggettive o soggettive, era stato ignorato prima dall’UE

 

La crisi del Kosovo aveva come presupposto la necessità di un trattamento globale dei problemi dei paesi nella crisi dell’Europa Sudorientale e la loro integrazione nelle strutture europee.(14)

 

L’UE si sarebbe dovuta scontrare così con una nuova sfida geopolitica. Si trovava di fronte ad un processo di pace e di sviluppo della regione, ruolo questo che venne accettato, senza esitazioni, dall’UE: "La nostra determinazione per evitare nuovi conflitti nel XXI secolo, è una delle ragioni per le quali l’UE investe oggi un capitale di gran peso politico ed economico nella stabilizzazione di questa regione, così tanto, strategica".(15)

 

Anche se l’UE è determinata, "le sfide non mancano ed anzi sono enormi: un’infrastruttura distrutta, una base industriale in rovine, migliaia di rifugiati e persone spostati ed una diffidenza ereditata nei popoli. Ma l’esperienza insegna che le cose possono cambiare. All’indomani della II Guerra Mondiale, un’Europa nuova si è potuta costruire grazie alla volontà di lasciare indietro i conflitti, dando precedenza al desiderio di offrire ai figli una vita migliore. Oggi l’UE porta, oltretutto, un aiuto per i paesi dell’Europa Sudorientale.(16) Se questi paesi accettano gli aiuti non c’è nessuna ragione perché essi stessi non debbano diventare una democrazia stabile, muniti di un’economia di mercato prospera – cosa questa che non può essere che solo profittevole sia per loro che per noi come Europa".(17)

 

Come ha rilevato Cristina Gallah, assistente del capo delle relazioni estere e delle questioni di sicurezza dell’UE Havier Solana, durante il Summit di Zagabria: "questa regione non ha avuto mai prima d’ora una prospettiva per l’UE sicché si tratta di un’occasione straordinaria, senza dubbio uno dei momenti chiave per la strategia dell’UE nei confronti dei Balcani, nonché la questione più importante della nostra politica estera".(18)

 

Riconoscendo che l’Albania ha bisogno di inserirsi in un’ottica europea e che la prospettiva di aderire, a termine, all’UE può costituire un notevole incentivo a introdurre cambiamenti nel quadro del processo di riforma e di sviluppo di questo paese, il vertice di Zagabria del novembre 2000 ha deciso di creare un gruppo direttivo di alto livello UE/Albania incaricato di valutare la capacità dell’Albania di adempiere agli obblighi che comporta un accordo di Stabilizzazione e di Associazione con l’UE.(19)

 

Il Patto di Stabilizzazione per l’Europa sudorientale, approvato il 10 Giugno 1999 nella città di Colonia, è un’iniziativa dell’UE Il suo obiettivo è di portare la pace, la stabilità e lo sviluppo economico nella regione. Il contributo principale dell’UE, in quest’ambito, è il Processo di Stabilizzazione e di Associazione che si offre ai cinque paesi della regione, facendo dei Balcani una "security community".

 

Il Processo di Stabilizzazione e di Associazione comporta alcuni punti fondamentali:

 

• Il contributo dell’UE per il Patto di Stabilità nell’Europa Sudorientale.

 

• Il rafforzamento del quadro regionale, il quale, finora, aveva assicurato la posizione necessaria per lo sviluppo delle relazioni tra l’UE e i paesi che compongono i Balcani.

 

• Stimoli più forti per la regione, e, nello stesso tempo, altre condizioni per lo sviluppo politico ed economico e la cooperazione regionale.

 

• Uno stimolo specifico e progressivo che tenga conto della particolare situazione di ciascun paese.

 

• Nuovi accordi di tipo contrattuale offerti dall’UE con la condizione del rispetto di alcuni requisiti importanti dell’Albania, Bosnia Herzegovina, Croazia, Repubblica Federale della Jugoslavia, ed ex Repubblica Jugoslava della Macedonia. Gli accordi determinano nuove possibilità di integrazione nelle strutture dell’UE;

 

• misure autonome di commercio e altre relazioni economiche e commerciali;

 

• assistenza economica e finanziaria, assistenza del budget e sostegno del bilancio;

 

• aiuto per la democratizzazione e la società civile;

 

• aiuto umanitario per i rifugiati;

 

• Cooperazione nelle aree della giustizia e dei problemi interni;

 

• sviluppo di un dialogo politico.

 

L’obiettivo finale riguarda la pace, la stabilità e lo sviluppo economico nella regione e l’apertura delle prospettive a lungo termine per associarsi all’UE.

 

Per l’attuazione del Patto di Stabilizzazione e di Associazione sono previsti diversi organi. Il più alto organo all’interno di questo Patto è la Regional Table, la quale viene diretta dallo Special Co-ordinator del Patto di Stabilizzazione.

 

 

 

Figura 1. Il patto di stabilizzazione e il suo funzionamento

 

A sua volta la Regional Table è suddivisa in tre working table. Ognuna di queste tavole di lavoro svolge, all’interno del Patto, una competenza ben precisa, come per esempio la I Working Table si occupa del fattore "democratizzazione e i diritti dell’uomo" ed essa stessa suddivide il suo lavoro in sette Task Force; essa copre la zona più complessa del Patto. L’Albania ha presentato una serie di progetti, con l’auspicio di diverse ONG. La II Working Table è concentrata sul problema della "ricostruzione economica, sviluppo e cooperazione", suddividendo anch’essa il suo lavoro in altri otto settori. In questa seconda tavola di lavoro l’Albania, occupa un posto privilegiato per la cattiva situazione delle infrastrutture. E infine la III Working Table si occupa fondamentalmente delle questioni della "Sicurezza". Essa è suddivisa in due settori con il compito di ampliare e di sviluppare piani di lavoro e sicurezza sia nell’area interna che in quella estera.

 

Il Coordinatore Speciale del Patto, per il Consiglio dell’UE è Bodo Hombach, ex ministro e nonché collaboratore del Cancelliere Schroeder. Il Coordinatore Speciale è responsabile della realizzazione degli obiettivi del Patto in stretta collaborazione con i governi e le istituzioni dell’UE. Egli propone le iniziative e i progetti da realizzare.

 

Il Patto di Stabilizzazione è stato, principalmente, un’iniziativa dell’UE per questo la direzione politica deve rimanere nelle sue mani.(20) In cooperazione con la Banca Mondiale, la Commissione Europea ha la responsabilità del coordinamento delle conferenze dei donatori.(21) Ecco perché il suddetto Patto viene visto come quel passo che l’UE ha intrapreso per l’allargamento dei suoi confini verso l’Est attraverso un trattamento regionale che non incide solo sullo sviluppo della regione ma anche sul processo di integrazione nelle strutture europee. Ecco come si pronuncia la Commissione Europea in un suo report: The Commission has tody adopted a report on the progress made by Albania in preparation of the negotiation of a Stabilisation and Association Agreement. The report, which analyses the various political, economic and technical factors, concludes that it is appropriate to open negotiations for a Stabilisation and Association Agreement whith Albania. Bruxelles, 6 June 2001(22).

 

Attraverso tali accordi, che si inquadrano nell’impostazione regionale e nel dialogo politico multilaterale dell’UE, l’esecutivo comunitario, dopo i recenti avvenimenti dei Balcani, intende dare un nuovo impulso alla stabilizzazione della regione e alla sua progressiva integrazione nelle strutture dell’UE.

 

Secondo la Commissione, gli accordi dovrebbero essere elaborati e stipulati in funzione della situazione specifica di ciascun paese, e le date d’inizio dei relativi negoziati dipenderebbero dalla misura in cui i singoli Stati soddisfano le necessarie condizioni politiche, quali ad esempio il rispetto delle minoranze, libere elezioni, l’abolizione del controllo sui prezzi e le privatizzazioni.(23)

 

L’Albania partecipa, insieme ad altri quattro paesi dell’Europa sud-orientale, al processo di stabilizzazione e di associazione dell’UE, volto a garantire la stabilità della regione integrando questi paesi nelle strutture europee e prospettando la loro futura adesione all’UE. L’UE, che dal 1991 sostiene attivamente le riforme in Albania, giudica prioritaria l’integrazione europea, giudizio, questo, condiviso dai vari governi avvicendatisi in questo paese.

 

È da notare, però, che l’attuazione o la non attuazione dei progetti del Patto di Stabilità non è condizione per l’entrata dei paesi della regione nella casa dell’UE. Il Patto è un impegno politico fondamentale "per appoggiare i paesi dell’Europa Sudorientale nei loro sforzi per sviluppare la pace, la democrazia, il rispetto dei diritti umani ed il benessere economico, con l’obiettivo di raggiungere la stabilità in tutta la regione".(24)

 

A tale fine, sarebbe opportuno menzionare i grandi sforzi che l’UE ha fatto, e sta facendo, nel sostenere il processo di democratizzazione in Albania, sia durante l’introduzione delle riforme, sia dopo il periodo della crisi finanziaria del ’97. Per confermare tutto ciò si potrebbe fare riferimento ad alcune relazioni.

 

Il Commissario Europeo per le relazioni con l’Estero RT Hon Chris Patten in una relazione così afferma:

 

Promotrice per le sue riforme politiche ed economiche, legata oramai con l’UE tramite l’Accordo non preferenziale sulla cooperazione commerciale ed economica, l’Albania fa parte pienamente nel Processo dell’UE per la stabilizzazione della regione balcanica occidentale. Questo processo comporterà considerevoli vantaggi al paese: piena assistenza per la costruzione delle istituzioni, sviluppo economico e delle infrastrutture, comprendendo qui anche i progetti su scala regionale, allargamento delle tariffe preferenziali del commercio nonché il dialogo politico. Ciò dà un quadro generale sullo sviluppo e sui rapporti UE - Albania sin dal 1991 e sulle prospettive che comporta il "Processo di Stabilità ed Associazione", con lo scopo che un giorno si verifichi la sottoscrizione della Convenzione di Stabilità ed Associazione. L’unico nostro obiettivo rimane l’avvicinamento continuo dell’Albania con l’Unione Europea."(25)

 

Il Capo della delegazione della Commissione Europea in Albania Michel Peretti sostiene:

 

Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa" era uno degli appelli durante il periodo della transizione e, dopo quasi mezzo secolo di pieno isolamento, l’avvicinamento con l’Europa rimane un’aspirazione fondamentale del popolo albanese.

 

L’obiettivo di quest’affermazione è quello di fare comprendere che l’UE è stata presente e ben vista in Albania sin dai primi giorni della transizione, supportando i programmi della riforma dei diversi governi avendo come obiettivo il consolidamento dello Stato di diritto tramite il rafforzamento della giustizia e del servizio pubblico, qualificando le forze della polizia, contribuendo nella costruzione delle istituzioni moderne e professionali. Per illustrare, si può ricordare che i finanziamenti gratuiti che l’Albania ha usufruito dal 1991 al 1999 ammontano a 1 miliardo di Euro finanziati dal budget dell’UE E questi finanziamenti hanno avuto la loro fonte dai fondi pubblici europei. Questo contributo continuerà anche nel futuro, avendo come obiettivo, da una parte il miglioramento dell’ infrastruttura istituzionale con lo scopo che continui la via del consolidamento dello Stato di diritto, e dall’altra parte la riabilitazione delle infrastrutture, il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e gettare le basi dello sviluppo economico. Oggi l’Albania si trova ad attuare le dure riforme politiche, istituzionali ed economiche. L’UE è disposta a fare qualsiasi cosa, sempre entro i suoi limiti, per essere al suo fianco in questa dura via. Da parte sua, l’Albania è lieta di entrare nella famiglia europea."(26)

 

L’UE è stato il partner fondamentale dell’Albania sin dal 1991. Da questa data l’UE ha sviluppato una cooperazione attiva con l’Albania nel supporto del processo delle riforme istituzionali, politiche ed economiche. L’UE era tra i primi artefici nella garanzia degli aiuti umanitari del supporto finanziario dopo la caduta del regime comunista. Consapevole delle difficoltà incontrate dall’Albania nella sua transizione verso uno Stato democratico e un funzionamento normale dell’economia di mercato, l’UE è stata continuamente promotrice del suo avvicinamento verso i valori degli standard europei.

 

Per cinquant’anni fino al 1991, il regime comunista portò l’Albania verso il suo pieno isolamento politico ed economico diventandone la fonte delle distinzioni sociali, politiche ed economiche. Dopo 1991, l’Albania ha incominciato un processo di riforme per alleggerire la sua strada verso una società aperta e democratica nonché verso un’economia di mercato. Un passo avanti si è fatto, particolarmente, nella liberalizzazione e nello sviluppo del settore privato, della produzione agricola e delle piccole e medie imprese. Anche nel 1997, dopo una transizione veloce ed una crescita annuale del 9% in quattro anni di seguito, l’Albania si è scontrata con la sua prima crisi strutturale, e come risultato si è avuto il crollo degli schemi piramidali. La crisi ha evidenziato la debolezza nel settore finanziario, nel campo istituzionale e legi-slativo, e in generale nel funzionamento dello Stato.

 

La crisi acuta della società e dello Stato, accompagnata da condizioni socio-economiche non favorevoli, stimolò l’UE e la comunità internazionale per aumentare i loro sforzi di aiuto. L’UE realizzò una strategia di rinascita e gli sforzi comuni diedero il loro contributo portando l’ordine e una nuova spinta in economia.

 

La modernizzazione dello Stato albanese dipende dallo sviluppo della coscienza del popolo albanese. Ciò cammina parallelamente con il rafforzamento dello Stato di diritto, come precondizione necessaria per il miglioramento della situazione socio-economica. Un impegno politico positivo e istituzioni forti dello Stato sono la chiave per uno sviluppo a lungo termine. Gli albanesi e lo Stato albanese devono operare in questa direzione. Accettando l’importante compito da realizzare, l’UE assicurerà appoggio continuo per sostenere l’Albania, in modo che essa possa adempiere alle condizioni indicate dal patto di stabilizzazione e di associazione.(27)

 

L’UE si è sempre impegnata profondamente nella stabilizzazione e nello sviluppo dell’Europa Sudorientale. La strategia dell’UE è quella dell’avvicinamento di questi paesi verso l’integrazione europea.(28) Elemento chiave, in questa strategia, è il Processo di Stabilità e d’Associazione per i cinque paesi della regione: Albania, Bosnia Herzegovina, Croazia, Repubblica Federale della Jugoslavia, ed ex Repubblica Jugoslava della Macedonia.

 

Per la prima volta il Processo di Stabilizzazione e di Associazione offre a questi cinque paesi una prospettiva nell’integrazione europea basata su una azione progressiva. Questa prospettiva è un cambiamento di rotta, dal punto di vista storico, nelle relazioni con l’UE di questi cinque paesi. Il Processo di Stabilizzazione offre dei forti stimoli ai cinque paesi ma, nel contempo, prestabilisce soprattutto una serie di condizioni economiche e politiche dove in modo particolare si pongono dei punti chiave per la cooperazione regionale.

 

Per sviluppare queste relazioni più strette con l’UE, questi dovrebbero adeguare il loro sviluppo istituzionale, economico e politico con i modelli e i valori dell’UE, come la democrazia, il rispetto dei diritti dell’uomo e l’economia di mercato; l’UE sta appoggiando e aiutando questi paesi nella realizzazione delle riforme necessarie in queste aree.

 

Dal punto di vista istituzionale, la stabilità dello stato albanese dipende dalle sue capacità per la custodia della sicurezza interna e la costruzione di un’amministrazione pubblica e trasparente, onesta ed efficiente. L’affidabilità nelle istituzioni dello Stato è elemento fondamentale nella creazione dei veri valori umani. Per questa ragione, l’UE ha continuato ad avere un particolare riguardo sull’ampliamento e il consolidamento dello Stato di diritto. La lotta contro la corruzione e il crimine è parte costituente di questo programma.(29)

 

L’UE ha finanziato, e finanzia tuttora, una serie di piccoli progetti con lo scopo di rafforzare la cittadinanza e le pratiche democratiche nella società albanese. Sono sostenute varie attività delle organizzazioni non governative europee e albanesi che comprendono: parlamentari, donne, media, ecc.. Alcuni esempi: seminari per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica per la nuova Costituzione albanese, qualifiche dei parlamentari legati alle pratiche parlamentari contemporanee e qualifiche dei giornalisti per la promozione della tolleranza e della comprensione.

 

L’UE ha contribuito anche per ciò che riguarda le riforme nel sistema giudiziario, partendo dal presupposto che solo un sistema legale efficace e una giustizia incondizionata, basati su una separazione netta dei poteri, fanno sì che i diritti dell’uomo vengano rispettati.

 

Sin dal 1993, l’UE ha finanziato la riforma del sistema legale e l’Albania ha collaborato con il Consiglio d’Europa in un programma comune terminato alla fine del 1995. Questo programma si è concentrato nella redazione dei progetti del Codice Penale e di Procedura Penale, del Codice Civile e di Procedura civile. Il programma conteneva la qualificazione intensiva dei giudici e del personale dei tribunali. Una buona parte degli sforzi dell’UE per il rafforzamento del sistema legale albanese ha a che fare con il miglioramento delle condizioni generali del lavoro, principalmente attraverso il rinnovamento degli edifici e delle attrezzature con mezzi moderni per gli uffici dei tribunali. Dai buoni risultati di questo programma se ne sono potuti realizzare altri.

 

Il settore pubblico ha avuto, anch’esso, un miglioramento grazie alle riforme attuate dall’UE. Ciò è servito per preparare il terreno per lo sviluppo di un’amministrazione pubblica duratura ed efficace. Per questo, è stato creato l’I.SH.R.A.R. (Istituto Statale per la Riforma dell’Amministrazione Pubblica), in modo da incrementare lo sviluppo della professionalità nel servizio pubblico e di un sistema adeguato del controllo e dell’amministrazione finanziaria.

 

L’UE ha dato, e dà tuttora, assistenza macro-economica all’Albania in tre forme:

 

• assistenza del budget;

 

• sostentamento del bilancio delle paghe;

 

• credito attraverso la Banca Europea degli Investimenti;

 

Dopo la crisi finanziaria, l’UE accordò con il governo albanese un aiuto appropriato al budget con la cifra di 14,7 milioni di euro. Altra assistenza è stata data anche sottoforma di sostentamento del bilancio delle paghe per contribuire al programma della stabilizzazione e del regolamento redatto con il FMI. Quest’assistenza comprende la somma di 125 milioni di euro per il periodo che va dal 1991 al 1999, tuttavia, nello stesso periodo, la Banca Europea degli Investimenti ha finanziato 84 milioni di euro principalmente per i progetti dell’infrastruttura.

 

 

 

Tabella 1. Aiuti della Comunità Europea dal 1991 -2000

 

Il 19 – 20 Maggio 2000 i sei paesi del mare Adriatico e mare Ionio (Italia, Grecia, Albania, Bosnia-Herzegovnia, Croazia e Slovenia) in collaborazione con la Commissione Europea dichiararono L’Iniziativa Adriatico – Jonica che rientra nell’ambito del Patto di Stabilità e d’Associazione. I sei suddetti paesi hanno deliberato insieme di intensificare la cooperazione nel campo economico, turistico, trasporto marittimo, ambiente, cooperazione universitaria, lotta contro il crimine organizzato e il contrabbando, nonché nel campo del settore privato. L’iniziativa fu ufficializzata dal Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, il quale dichiarò che la Commissione avrebbe contribuito alle attività particolari, principalmente negli ambiti della sicurezza, della lotta contro il crimine, dell’ambiente e dell’istruzione. Prodi ha sostenuto che - come ha dimostrato l’esperienza dell’UE- la liberalizzazione del commercio è un fattore fondamentale per l’unione di questi paesi.(30) La dimensione parlamentare dell’iniziativa, fortemente sostenuta dal Parlamento italiano, è nata con la conferenza svoltasi a Zara il 27 Aprile 2001, sotto la presidenza croata. Nel corso della riunione, sono state votate le conclusioni che istituzionalizzano lo svolgimento di una riunione annuale tra Presidenti, da svolgersi nel paese che detiene la presidenza di turno.(31)

 

Il 26 Maggio 1999, la Commissione Europea propose un nuovo tipo d’accordo contrattuale tra l’UE e i paesi dell’Europa Sudorientale che, sostituendo il programma PHARE, diede vita al programma CARDS.(32)

 

L’azione dell’UE nell’ambito del Patto è la "colonna portante" della politica internazionale nei confronti della regione. La strategia europea ha due obiettivi fondamentali per stimolare la cooperazione regionale e, sulla base di questa precondizione, un’ulteriore fase d’integrazione comunitaria per favorire la transizione verso le strutture ed i valori europei.(33)

 

Vi sono due strategie nei confronti dell’Europa Sud orientale: il Trattamento Regionale e la Differenziazione tra questi paesi attraverso il Processo di stabilizzazione e di associazione. In tutti e due casi, questa strategia si basa su quello che viene chiamato "Principio di condizionamento" cioè l’adempimento dei principi democratici, del rispetto dei diritti umani, del dominio della legge, del rispetto e della custodia delle minoranze e riforma economica verso l’economia di mercato. Il principio di condizionamento è uno strumento molto importante della politica estera dell’U. E. che si sta usando come criterio rilevatore nei rapporti con paesi terzi e che in modo particolare, costituisce una delle basi del processo d’allargamento.(34)

 

Il principio di condizionamento viene usato dalla Commissione Europea come valore necessario per appoggiare i rapporti con i paesi balcanici e come criterio di equo trattamento di fronte all’Europa Centrale e Sudorientale. Si tratta di offrire stimoli al posto delle sanzioni: quanto più i paesi della regione saranno in grado di proporre iniziative in favore del loro sviluppo democratico e della loro cooperazione tanto più essi riceveranno aiuti internazionali. E più questi saranno in grado di assorbire assistenza, quanto più potranno integrarsi nelle strutture euro – atlantiche.(35)

 

Oltre ai benefici che l’UE può ricevere dall’allargamento verso la regione balcanica, può anche avere dei problemi che, a volte, possono diventare complessi. Mentre si parla di un Trattamento Regionale dei Balcani nel Patto di Stabilità, la regione stessa è divisa in due sottoregioni; una è costituita dalla Slovenia, Ungheria, Romania e Bulgaria le quali hanno sottoscritto, o hanno aperto, le trattative per le relazioni standard di Associazione con l’UE; l’altra parte della penisola, invece, è rappresentata dai cosiddetti Balcani d’Occidente che comprendono l’Albania, la Repubblica della Macedonia, la Croazia, la Jugoslavia e il Kosovo. Questa parte della regione si è sottoposta ad un’altra politica basata principalmente su pregiudizi piuttosto che su argomenti reali. Tutto ciò fa sì che non si abbia un trattamento regionale del problema, ma un trattamento separato, il quale, piuttosto che stimolare i paesi della regione a collaborare per completare le condizioni di avvicinamento all’Europa, mette in gara ed in rivalità l’uno con l’altro, determinando a lungo andare la "fuga" dalla "zona balcanica". Se si arriverà a ciò la politica estera dell’UE, invece di stimolare la cooperazione regionale e di creare la convinzione nell’equo trattamento, farà l’opposto, magari dando priorità ai vari paesi nelle strutture del Patto di Stabilità. Se ciò si dovesse verificare, questa politica saboterà la cooperazione regionale.

 

La Stabilità dei Balcani e la sua europeizzazione, costituiscono il test della sua capacità per mantenere una coesione e una vera prova di una politica estera comune. Con il Patto di Stabilizzazione sarà possibile fare entrare i Balcani nella "famiglia" europea e condividere con essa la sua cultura politica anche se questa, giustamente, richiederà molto tempo e soldi. Lo stesso allargamento dell’UE permetterà la diffusione della stabilità in Europa e il rafforzamento del suo ruolo come un protagonista nella scena internazionale.(36) Oltre a ciò, la reale posta in gioco nella ricostruzione dei Balcani sta nell’occupare la "pole position" per il futuro riassetto della regione:(37) rifare i Balcani non è solo una questione intricata di frontiere ma significa ridisegnare la mappa dei corridoi trans-europei. Questi sono gli assi geopolitici ed economici fondamentali che guideranno la ricostruzione.

 

III. Corridoio 8: the highway of black gold – oil

 

Siamo appena entrati nel nuovo millennio e il fenomeno della Globalizzazione ci accompagna sempre più. Essa può essere considerata come il culmine del processo del capitalismo e si afferma attraverso una rete senza frontiere di interscambi; si sostituisce ai molteplici mercati di dimensioni nazionali e, infine, si pone come unico grande spazio di scambio dove il capitale si muove senza incontrare barriere.

 

Nel processo di globalizzazione un ruolo vitale occupano i "trasporti" in quanto essi diventano essenziali come rete di collegamento fra le diverse regioni del mondo. La sfida dei trasporti viene raccolta consapevolmente dai Paesi dell’area mediterranea nella quale si sta svolgendo un processo di globalizzazione che coinvolge le economie marittime del bacino mediterraneo. Di recente l’UE ha finanziato un progetto volto a formare, tra i paesi europei del Mediterraneo occidentale, un network transnazionale e interregionale, che sia in grado di sviluppare l’economia marittima attraverso una serie di progetti allargati alla partecipazione delle nazioni della sponda meridionale del Mediterraneo nonché quella dell’Adriatico.(38)

 

Alla caduta della Cortina di Ferro, nel 1989, si presentò un’opportunità unica per dare vita ad un miracolo economico in Europa, in cui i paesi occidentali si sarebbero potuti impegnare in un’immensa opera di ricostruzione dei paesi ex comunisti. A quell’epoca, l’economista e candidato presidenziale americano Lyndon LaRouche propose un programma di grandi infrastrutture, sotto il titolo Il triangolo produttivo Parigi-Vienna-Berlino. Nell’area compresa tra le tre capitali europee si concentra la più alta densità di forza lavoro specializzata, infrastrutture ad alta tecnologia e capacità tecnologica del mondo. Da questa "grande officina", nel centro dell’Europa, si metterebbero in moto una ripresa di tutte le economie vicine e di quelle collegate attraverso i "corridoi di sviluppo" che si inoltrerebbero nella regione eurasiatica.

 

Oggi il progresso, questo enorme potenziale, darà vita alla cooperazione economica continentale, offrendo una nuova opportunità storica di realizzare il piano di LaRouche del 1989 che produrrebbe un boom senza precedenti nella storia.

 

Ecco perché dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione della Unione Sovietica, l’Europa centro-orientale e balcanica è diventata un’area strategica di interesse vitale per l’intera comunità internazionale. La presenza europea e statunitense in tali paesi si è già da tempo concretizzata tramite le spedizioni militari susseguitesi in questi anni che hanno avuto come obiettivo prioritario quello di imporre ad ogni costo la "stabilità", per salvaguardare i notevoli investimenti e i relativi profitti che le multinazionali hanno, in maniera crescente, realizzato.(39)

 

In ogni modo, oltre ad avere un aspetto geopolitico, l’eventuale allargamento dell’UE e della NATO a questi paesi - in transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato - ha una funzione strettamente strategica sul piano geoeconomico. La dottrina della "stabilità" politico-economica diventa elemento prioritario della politica di controllo e dominio; all’interno di tali dinamiche si scatena il conflitto fra il modello anglosassone e quello neokeynesiano, in altre parole si tratta dello scontro politico ed economico tra i due poli USA e UE.

 

Il rapporto tra capitale transnazionale e aree di influenza diverse è determinato dalla nuova divisione internazionale del lavoro e, quindi, da come le singole economie nazionali si collocano in funzione dell’allargamento e della ridefinizione geoeconomica internazionale. Quello che di nuovo sta succedendo è il ruolo assunto dagli investimenti finanziari, in particolare quelli a carattere speculativo, e dal vertiginoso aumento degli IDE (Investimenti diretti all’Estero) favoriti da una forte liberalizzazione e movimentazione sul mercato internazionale e dai legami del capitale internazionale diretti da un unico progetto di pianificazione strategica centralizzata.

 

La decisione di fare aderire i paesi dell’Europa centro-orientale va letta sulla base di considerazioni strategiche, politiche ed economiche. Per questo, l’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale deve essere considerato innanzitutto come un processo d’integrazione commerciale e di strategia economica complessiva da parte dell’UE. Da ciò possiamo capire che, l’importanza dell’area balcanica e il senso del Patto di Stabilità, stanno non solo nella loro posizione geografica, per le risorse economiche di cui sono dotate in termini di materie prime e "capitale umano", ma anche perché quest’area costituisce la cosiddetta "Porta d’Oriente". Essa è un’area che funge da ponte per il passaggio di merci, materie prime, investimenti tra il polo europeo occidentale e il polo ad est dell’Europa, cioè Euroasia. E’ questa un’area di grande importanza strategica nella quale si concentrano enormi risorse di petrolio e gas.

 

A questo punto sarebbe opportuno chiarire come si stanno ingranando i meccanismi di network. Spiegazione che si lega al sistema dei "Tre Mari" che dà sostanza ai progetti di connessione energetica tra Mar Caspio, Mar Nero e Mediterraneo orientale facendo dei Balcani un modulo del sistema paneuropeo in costruzione, una piattaforma di transito e di servizio per l’Est del continente.

 

L’Asia Centrale, costituita in larga parte dalle repubbliche della ex URSS, è l’area che a partire dal biennio 1989 – 1991 è stata "aperta" agli interessi americani ed europei. Infatti, dal 1993, l’Unione Europea ha lanciato il Traceca (Corridoio Caucasico TransEuropeo) entrato in fase attiva tra il 1994 e il 1995. Obiettivo dichiarato: bypassare la Russia per i trasporti, gli oleodotti e gli investimenti più generali tra l’Europa e l’Asia Centrale.

 

 

 

Figura 2. Schema del sistema dei "Tre Mari", fonte: rivista di geopolitica Limes, 1/2002

 

Nel 1994, con il contratto del secolo firmato tra Azerbaijan e un consorzio di compagnie petrolifere guidato dalla British Petroleum (AIOC) inizia la "corsa" all’oro nero, al gas e ai mercati dell’Asia Centrale. Diversi paesi asiatici, e soprattutto la Cina stanno promovendo un ambizioso programma di industrializzazione fondato sullo sviluppo infrastrutturale, chiamato Ponte di sviluppo Euroasitico. Lo scopo del progetto è collegare la costa orientale cinese con la costa nord-occidentale dell’Europa, lungo gli antichi percorsi delle vie della seta, con le grandi infrastrutture dei trasporti che, a loro volta, inducono sviluppo industriale, urbano, agricolo, ecc..

 

Per spiegare meglio si potrebbe fare un piccolo riferimento al primo capitolo, dove si parla della costruzione di un’importantissima arteria stradale la c.d. Via Aegnatia. Quest’ultima, ai tempi dei romani, serviva per collegare Roma con Brindisi, Brindisi con Durazzo per proseguire poi, attraverso la Tracia, sino a Costantinopoli, collegando così Roma e Bisanzio. La creazione della Via Aegnatia fece di Dyrrachium (l’attuale Durazzo, la porta dell’impero romano verso l’Oriente) uno dei centri portuali e commerciali più importanti di tutta l’Illiria, poiché collegava le regioni dal Nord al Sud. Guarda caso, dopo duemila anni, Durazzo e Valona occupano tutt’oggi uno spazio vitale nonché strategico per i Balcani e per l’Europa, in particolare modo per l’Italia.

 

Se, allora, questa via per i Romani e gli Illiri era rappresentata dalla Via Aegnatia, oggi per gli italiani e gli albanesi quella via è il "Corridoio 8", già ideato da Mussolini fin dagli anni ’30 ma ben presto abbandonato per difficoltà finanziarie. Esso, presenta oggi un altissimo interesse per la geopolitica e la geoeconomia italo-albanese.

 

L’importanza strategica dei Balcani, nello scacchiere geopolitico internazionale, sta nel fatto che essi, oggi, costituiscono un potenziale ponte di passaggio tra le regioni caucasiche del Turkmenistan e dall’Azerbaijan e il mondo occidentale che ha un unico obiettivo sganciarsi dalla dipendenza petrolifera dei Paesi arabi. Un primo passo in questo senso è stato compiuto con la creazione del Corridoio 8. Si tratta di un progetto che collegherebbe, con una rete transeuropea, la costa adriatica italiana a quella turca, attraversando Albania, Macedonia e Bulgaria. Inoltre, la relativa stabilità geopolitica recuperata nella penisola balcanica permetterebbe di riconsiderare la sua regione adriatica come un sistema organico, in grado di offrire opportunità d’intervento economico e commerciale a vasto raggio, in particolare con la sponda italiana. Qui si ricollega l’importanza del Patto di Stabilizzazione nella regione balcanica, giacché la priorità diventa la sua possibile futura integrazione comunitaria.

 

Nella neolingua tecnocratica dei progettisti comunitari, quei territori individuati da "Limes" come aree costiere dei "Paesi dell’Adriatico orientale" (cosiddetti PAO) sono: Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Jugoslavia e Albania.

 

Questa scelta semantica ha almeno due ragioni. Primo: evitare il termine "Balcani", geopoliticamente scorretto e rifiutato da quasi tutti i paesi in questione, con l’eccezione forse della Serbia. Secondo: la distinzione fra zone costiere e zone interne nei Balcani si è fatta ancora più netta dopo che l’Adriatico è assurto al rango di regione transfrontaliera nella rappresentazione spaziale dell’allargamento verso Est promossa dalla Commissione Europea.(40) Tutto questo sistema di network è collegato anche con la politica americana che cerca ad ogni costo di "proteggere le rotte degli oleodotti" provenienti dal bacino del Mar Caspio e che attraversano i Balcani.

 

Questa politica fu espressa anche dal Segretario all’Energia dell’ex Presidente Clinton, Bill Richardson:

 

Qui si tratta della sicurezza energetica dell’America… Si tratta anche di prevenire incursioni strategiche da parte di coloro che non condividono i nostri valori. Stiamo cercando di spostare questi paesi, da poco indipendenti, verso l’occidente … Vorremmo fare affidamento sugli interessi commerciali e politici occidentali, piuttosto che prendere un’altra strada. Nella regione del Mar Caspio abbiamo fatto un investimento politico consistente, ed è molto importante per noi che la mappa degli oleodotti e la politica abbiano esito positivo.(41)

 

I giganti petroliferi anglo-americani, tra cui BP-Amoco-Arco, Texaco e Chevron sono in competizione con il gigante petrolifero europeo Toal-Fina-Elf (associati con l’italiana Eni), che svolge un importante ruolo nei ricchi giacimenti di Kashagan nella regione del Caspio nord-orientale in Kazikistan. Gli interessi in gioco sono grandi: i giacimenti di Kashagan sarebbero "così grandi da superare perfino le dimensioni delle riserve petrolifere del Mare del Nord".(42)

 

 

 

Figura 3 - Fonte: rivista di geopolitica Limes

 

L’interesse per il tracciato dell’oleodotto Burgas-Valona, secondo l’opinione degli esperti, ha molti più vantaggi rispetto al progetto Burgas-Aleksandroupolis. Il principale vantaggio è che lungo tale tracciato potranno transitare maggiori quantità di petrolio. Attualmente in Albania possono essere caricate navi per una capacità di carico di 300.000 tonnellate, mentre ad Aleksandroupolis le capacità sono di 100.000 tonnellate di petrolio. Burgas –Valona offre vantaggi anche per il fatto che il Kazachistan ha dimostrato di essere seriamente interessato a partecipare al progetto. Attualmente la produzione di petrolio di tale paese è di 25 milioni di tonnellate annue, ma l’intenzione sarebbe di portarla a 100 milioni annue. Questo vuole dire che se il Kazachistan parteciperà alla costruzione di Burgas-Valona potranno essere assicurate quantità di petrolio tali da garantire la realizzazione del progetto. Secondo i calcoli preventivi, Burgas-Valona avrà un valore di 1.130 miliardi di dollari. Il questo tracciato transiterebbero 35 milioni di tonnellate di petrolio all’anno.(43)

 

Il Corridoio 8, il più corto tra gli altri dieci corridoi paneuropei (solo 960 km) attraversa tre Stati balcanici (Albania, Macedonia, Bulgaria) ed intensifica lo sviluppo economico e sociale in tutto il bacino balcanico comprendendo Kosovo, Serbia, Montenegro, Grecia, Mezzogiorno d’Italia e Turchia attraverso gli allungamenti e le ramificazioni. Il totale di questi corridoi, che dovrebbero percorrere l’Europa dell’Est, sono dieci:

 

Corridoio 1: Helsinki – Reval – Riga – Kaunas - Varsavia, con il collegamento Riga – Kaliningrad - Danzica.

 

Corridoio 2: Berlino – Varsavia – Minsk – Mosca – Niznij - Novgorod

 

Corridoio 3: Berlino/Dresda – Vroclav – Lviv - Kiev

 

Corridoio 4: Berlino/Norimberga-Praga-Bratislava-Györ-Budapest-Arad-Craiova-Sofia-Instanbul, con le deviazioni Arad-Costanza e Sofia-Salonicco.

 

Corridoio 5: Venezia - Trieste/Koper – Ljubljana – Budapest – Uzhgorod - Lemberg, agganciato alla linea Bratislava – Zilina – Kosice - Uzhgorod, Rijeka – Zagabria - Budapest e Ploce – Sarajevo – Osijek - Budapest.

 

Corridoio 6: Danzica – Varsavia – Katovice - Zilina

 

Corridoio 7: Danubio, compresi tutti i porti dell’Europa orientale

 

Corridoio 8: Durazzo –Tirana – Skopje – Sofia – Plovdiv – Burgas -Varna

 

Corridoio 9: Alessandropolis – Dimitrovgrad – Bucarest - Chisnau- Lyubaskeva – Kiev - Mosca/Pskov - San Pietroburgo - Henskinki, e inoltre Odessa - Lyubaskeva e Kiev – Minsk - Vilnius- Kaunas -Klaipeda/ Kaliningrado.

 

Corridoio 10: (figura 2) Salisburgo-Ljubljana-Zagabria-Belgrado-Niskopie-Veles-Salonicco che si estende inoltre a Graz-Maribor-Zagabria, Sopron-Budapest-Novi Sad-Belgrado, Nis-Sofia, e Veles-Bitola-Florina fino ad Adrianopoli, l’odierna Edirne.

 

Al centro di questi corridoi si dovrebbe collocare una grossa arteria ferroviaria composta da sistemi a levitazione magnetica e ad alta velocità convenzionale, sia per le merci che per i passeggeri, su cui si innesterebbero sistemi di trasporto locali, stradali o fluviali. Per la crescita industriale nelle regioni interessate da questo sviluppo occorrerebbero ingenti quantitativi di energia che deve essere fornita da centrali nucleari. La tecnologia migliore disponibile è quella del reattore ad alta temperatura (HTR). Un altro aspetto del triangolo produttivo riguarda la costruzione di "fabbriche galleggianti" nei principali cantieri navali europei, in cui si realizzino impianti nucleari HTR, impianti di dissalazione, fabbriche di fertilizzanti su chiatte da ormeggiare e mettere direttamente in funzione sulla costa del paese destinatario. Da un punto di vista complessivo, investimenti del genere nelle grandi infrastrutture generano profitti economici, specialmente dovuti al rapido aumento della produttività, che in breve tempo superano di gran lunga i costi dell’investimento iniziale.

 

Ecco perché il "Corridoio 8" è di grandissima importanza strategica sia per l’UE che per gli USA ed include multimodali infrastrutture: marittima, autostradale, telecomunicazione, ferroviaria ed energetica. Per questo, ultimamente, il ruolo della Puglia è stato al centro dell’attenzione dei 270 delegati di decine di paesi e dei rappresentanti della Banca Europea per gli Investimenti al vertice mondiale di Bari sulla ricostruzione.

 

Il Presidente della regione Puglia, Distaso, ha ribadito l’esigenza della cooperazione tra l’Italia e l’Albania nonché l’opportunità per portare condizioni di sviluppo in un territorio che va recuperato per sempre alla civile convivenza e a un progresso economico e sociale di standard europeo. Ed è lecito pensare che attraverso il Corridoio 8 si risolverebbe anche la questione del "Mezzogiorno" d’Italia, per la quale si cercato da sempre di dare delle soluzioni, finora inefficaci.

 

Nella Conferenza quadrangolare intergovernativa, i quattro rappresentanti dei Governi interessati, i sottosegretari agli Esteri d’Italia (Umberto Ranieri), Albania, Macedonia, e Bulgaria concordarono nel documento finale sulla necessità di assicurare priorità alla realizzazione delle infrastrutture, strategiche per lo sviluppo.(44) Dopo la questione della creazione dello Stato indipendente del Kosovo, la costruzione del Corridoio 8 rimane la seconda inquietudine per la costruzione della stabilizzazione nei Balcani e la ragione perché venga costruita la pace dovrebbe essere anche uno degli obiettivi primari del Patto di Stabilizzazione stesso. La creazione di questo Corridoio sarà come una condizione della futura integrazione internazionale dell’Albania come un paese normale. L’inizio della mobilizzazione delle fonti finanziarie necessarie per la creazione del Corridoio 8, dalla "Conferenza dei Donatori" a Bruxelles, sono testimonianze del desiderio e della volontà della Comunità Internazionale di trasformare i Balcani, da una miccia pronta a esplodere, ad una regione normale e prospera d’Europa. Uno dei fattori più importanti di questo risultato è stata l’ostinazione e la lungimiranza americana esercitata grazie all’iniziativa per lo Sviluppo e la Cooperazione nei Balcani del Sud, dalle continue osservazioni della situazione, dai progetti attraverso i seminari ed infine grazie dai finanziamenti dalla TDA (Trade and Development Agency).

 

Il Corridoio 8 permetterà l’apertura di questi paesi verso i mercati globali ma, nello stesso tempo, ciò significherebbe un rafforzamento delle classi politiche per la stabilizzazione delle democrazie interne secondo i modelli occidentali, per il rispetto di tutte le etnie della regione, per dare fine alle di-scriminazioni, ai nazionalismi esasperati, ai privilegi medioevali.(45) Il Corridoio 8 costituirebbe l’ultimo tassello nella realizzazione di una grande direttrice che garantisce all’Europa di Schengen, e all’Italia in prima fila, l’apertura verso nuovi mercati.

 

La negazione del Corridoio 8 dalle alte autorità greche è fonte di tensioni poiché queste ultime mettono, in primo piano gli interessi nazionalisti e non quelli della regione intera. Influenze del genere hanno inciso pesantemente sulla stampa europea con lo scopo di fare perdere l’importanza del Corridoio 8.(46) Ma, l’Europa, avendo come concetto base il mantenimento continuo della pace, non si farà influenzare da distorsioni del genere che possano impedire la fondazione dell’"Unione Federale Europea".

 

Il Corridoio 8, rappresenta pertanto, una vera "chance" per lo sviluppo economico e sociale del paese, per la democrazia; esso è un annunciatore della pace per i Balcani. "Let give peace a chance!"(47)

 

In questa direzione, anche le Nazioni Unite, hanno dato il loro giudizio: "sullo sforzo che stanno facendo l’UE ed altri organismi internazionali e quindi per mettere in vita l’attuazione dello sviluppo economico e della stabilizzazione nella regione balcanica… Comprendendo qui anche l’attuazione del Patto di Stabilità per l’Europa sud-orientale e una partecipazione internazionale, in modo tale da favorire la democrazia, il benessere economico, stabilizzazione e cooperazione regionale"(48)

 

La storia dell’Europa è la storia di identità di ciascun popolo ma è anche storia di culture differenti che vanno rispettate e tutelate anche nella nuova ottica europea; la sfida alla quale sono chiamati i popoli europei comporta la formazione di una coscienza europea unica e consapevole, in cui ciascuno dia il suo contributo nel rispetto della legittima diversità di altri popoli e non in contrapposizione ad essa.

 

Il compito più delicato compete ai popoli dell’Occidente europeo, chiamati dopo 50 anni di blocchi ideologici e contrapposizioni politiche ad accogliere dall’Est nella nuova Europa, costruita in uno spazio finalmente di libertà, senza frontiere e muri divisori, una grande comunità in cui popoli e nazioni non sono più entità autonome animate da pretese egemoniche; pur mantenendo la propria identità e la propria autonoma formazione storica, partecipano attivamente all’interscambio vicendevole e alla formazione del nuovo ordine europeo.

 

NOTE

 

(1) R. Morozzo Della Rocca, Le radici della crisi, Milano, Guerini Associati, 1997, pp. 73-74

 

(2) Gazeta Zyrtare (Gazzetta Ufficiale albanese), nr. 19, 1946.

 

(3) L’ultimo paragrafo della legge 5506, dt. 28.12.1976.

 

(4) Kodet e RPSSH., p. 423.

 

(5) Fletorja Zyrtare, p. 159.

 

(6) S. Tafaj, Marrëdhëniet e Shqipërisë me vendet Anëtare të BEE, Tiranë, 1999, Horizont, p. 116.

 

(7) Considerazione dei quattro ex-sottosegretari di Stato: Baker, Maski, Hag e Rojers. Gennaio 1994.

 

(8) G. Armillotta, La politica estera dell’Albania negli scorsi dieci anni, n° 2/95, pp. 282-190.

 

(9) Il senso era quello che i problemi dei popoli balcanici avrebbero dovuto essere ri- solti da loro stessi e che non ci doveva essere nessuna ingerenza da parte degli altri paesi occidentali.

 

(10) R. Morozzo Della Rocca, op. cit. p. 75

 

(11) Arkivi i Parlamentit, "Marrëveshje e bashpunimit ekonomik dhe tregtar mes Shqiperise dhe Komuniteti Ekonomik dhe Evropian", ratificato nell’ottobre del 1992.

 

(12) J. R. Lampe, Economic Integration versus Balcans Isolation; Southeastern Europe after the Twentieth Century, p. 1.

 

(13) C. J. Smith, Conflict in the bakans and the possibility of a European Union Common foreign and security policy, n° 2/96.

 

(14) C. Jean, Interessi e politiche italiane in Europa centro- orientale e nei Balcani, n° 6/96, pp. 9-27.

 

(15) B. Majza, "Un Pact de Stabilite pour l’Europe du Sud est. Vers l’"Europeization" des Balcans?, Annuaire Français de Realtion Internationales, Vol. I, 2000.

 

(16) C. J. Smith, Conflict in the bakans and the possibility of a European Union Common foreign and security policy, n° 2/96.

 

(17) Ivi, p. 8.

 

(18) Summit di Zagabria, Novembre 2000.

 

(19) Commissione Europea, Relazione della Commissione al Consiglio, sui lavori del gruppo direttivo di alto livello UE/Albania, Bruxelles, 06-06-2001. Il Summit di Göteborg conferma l’apertura dei negoziati di Associazione dell’Albania con l’UE, l’11 Giugno 2001.

 

(20) M. Lefebre, Quelles politique comune dans les Balcans. Etat du Pacte du Stabilite, "La revue Internationale Strategique", 1999-00, p.36.

 

(21) Documento di Colonia, paragrafo 41.

 

(22) Il report si trova sul sito dell’UE: http:/europa.eu.int/comm/external_relations/, consultato il 13/07/01.

 

(23) R. Santaniello, Pubblicazione della rappresentanza in Italia della Commissione Europea, 1998.

 

(24) Documento di Colonia e Dichiarazione di Sarajevo, paragrafo 3.

 

(25) RT. H. C. Patten, prefazione, in "Shqipëria një ardhme me Evropen", Bruxelles, Strat&Com S.A. 2000, p. 1.

 

(26) Ivi, p. 1.

 

(27) Ivi, p. 6.

 

(28) Dossier Albania- Albania oggi: passaggio in Europa, Politica Internazionale n° 3/94, pp.105-261

 

(29) Ibidem

 

(30) A. Biagini, op. cit. p. 8.

 

(31) Dimensione Parlamentare dell’Iniziativa Adriatico-Jonica, Camera dei Deputati, sul sito www.camera.it del giorno 18/07/2002.

 

(32) Il programma della Commissione Europea CARDS (Community Assistance for Reconstruction, Devolepment and Stabilisation) si ufficializzò con il regolamento del Consiglio Europeo N° 2666/2000 del 5 Dicembre 2000 nonché con i regolamenti N° 1268/96 - N° 3906/89 e N°1360/90 e le decisioni 97/256/EC e 1999/311/EC. Esso costituisce un nuovo strumento d’assistenza per la Penisola Balcanica occidentale, sostituendo i programmi PHARE, OBNOVA ed alcuni meccanismi che prima coprivano la regione in modo diverso. Il budget totale del CARDS è 4,65 miliardi di euro per il periodo 2000-06. Il Programma CARDS ha lo scopo di sostenere la partecipazione al processo di Stabilità e d’Associazione dell’Albania, Bosnia Herzegovina, Croazia, Repubblica Federale della Jugoslavia e della Repubblica della Macedonia. Circa il 10% del budget del periodo 2000/04, 197 milioni di euro, serve per stimolare la cooperazione regionale.

 

(33) Rapporto del Consiglio Europeo per l’azione dell’UE in sostegno del Patto di Stabilità nell’Europa Sudorientale, presentato nel Consiglio Europeo dalla Presidenza Finlandese e dalla Commissione Europea, Helsinki, 10-11 Dicembre 1999.

 

(34) Le conclusioni del Consiglio Europeo al Lussemburgo, 29-30 Aprile 1997.

 

(35) R. Peshkëpia, Pakti i Stabilitetit për Evropën Juglindore, Tiranë, Albin, 2000, p. 45.

 

(36) Comunicato della Commissione Europea nel Consiglio Europeo e nel Parlamento Europeo riguardo il Processo di Stabilizzazione e di Associazione a favore dell’Europa Sudorientale, Bruxelles, 24 Maggio 1999. COM(1999)235 final.

 

(37) R. Zuccolini, Balcani, nuova frontiera, "Corriere della Sera ", 3 Marzo 1997.

 

(38) V. Li Donni, Governare la Globalizzazione, Padova, CEDAM, 2000, pp. 77-80.

 

(39) L.Vasapollo, Nuovi scenari geoeconomici dello sviluppo internazionale: il controllo dell’area balcanica, Relazione al Convegno "Cultura, Scienza e Informazione di fronte alle nuove guerre" Politecnico di Torino, 22-23 Giugno 2000. Consultato sul sito http://space.tin.it/economia/, il 18/07/2002.

 

(40) Adriaticus, Balcani adriatici ultima chiamata per l’Italia, Milano, "Limes", 1/2002, p. 183.

 

(41) G. Monbiot, A discreet deal in the Pipeline, "The Guardian", 15 febbraio 2001.

 

(42) R. Giragosian, Massive Kashagan Oil Strike Renews Geopolitical Offensive in Caspian, the Analyst, Central Asia-Caucasus Institute, Johns Hopkins University-Paul H. Nitze School of Advanced International Studies, 7 Giugno 2000.

 

(43) S. Velinova. G. Aleksandrova, E’ cominciata la battaglia per i Corridoi Petroliferi, Sofia, "Il settimanale Kapital", 8-14 Giugno 2002.

 

(44) M. Paolini, Una strategia per i Balcani Adriatici, "L’Italia Mondiale": n° 1/98.

 

(45) Cfr. il sito www.regione.puglia.it, La Frontiera, consultato il 18/07/2002

 

(46) P. Pasko, Corridori 8 dhe Pakti i Stabilitetit, ISHSN (Istituto Albanese per gli Studi Internazionali), Tiranë, 2000, pp. 126-127.

 

(47) Ivi, p. 128.

 

(48) Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 10 Giugno 1999.