L’ULTIMO TENTATIVO DI MODERNIZZAZIONE NELLA SICILIA BORBONICA: LE SOCIETA' ECONOMICHE di Catania e Messina (1831-1861) di Salvatore Drago

I. Aspetti introduttivi

 

Indagare il ruolo svolto dalle Società economiche significa studiare quei processi di modernizzazione e di industrializzazione che hanno riguardato e cambiato lentamente – nel corso dell’Ottocento – la fitta trama del paesaggio agrario siciliano. Ma non solo, studiare queste istituzioni significa, inoltre, far emergere uno "spazio rurale" della Sicilia borbonica pre-unitaria, i cui limiti vanno dai dibattiti sull’agricoltura, con il suo passaggio da una struttura latifondistica-feudale ad una più moderna e capitalistica, dalle manifatture nel loro evolversi in senso industriale, dai discorsi sulla migliore politica economica da adottare per lo sviluppo dell’Isola alla pari delle altre nazioni europee, fino ai cambiamenti dei rapporti sociali che vedevano coinvolti i contadini nel loro riscatto di una vita migliore, il baronaggio feudale nel suo inevitabile tramonto e l’ascesa della borghesia che risulterà essere la parte più innovativa dei membri delle Società economiche(1).

 

Nati nei primi anni Trenta dell’Ottocento ed attivi, pur con qualche di-scontinuità, fino alla vigilia della formazione dello Stato unitario, tali consessi, al di là della loro effettiva realizzazione cronologica, non erano del tutto privi di radici ideologiche, in quanto rappresentavano il frutto di buona parte del pensiero illuministico, la naturale continuazione dell’opera delle riforme settecentesche attuate in Europa e nel Mezzogiorno d’Italia, il risultato di vari cambiamenti strutturali avvenuti in Sicilia a partire dalla Restaurazione e dell’imposizione della legislazione economica franco-murattiana nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Il senso di questa nuova esperienza societaria, pertanto, andava a realizzare e coniugare le diverse articolazioni socio-economiche inserite all’interno del contesto regionale e provinciale con gli impulsi economico-culturali provenienti dai centri di potere e di elaborazione europei. Con l’imporsi di un nuovo rapporto disciplinare tra teoria e pratica, sempre meno fondato su ragioni estetiche dei progetti economici e sempre più posto, al contrario, sulle ragioni etico-utilitaristiche, le Società economiche, nella loro essenza pratica, fungevano da filtro trasmittente che, privilegiando la scienza applicata, stimolava anche il fiorire di una vasta produzione culturale di stampo prettamente tecnico-economico.

 

Si trattava, nel complesso, di un ampio lavoro propositivo ed applicativo a cui ha fatto, però, riscontro un tradizionale giudizio storiografico che ha posto le Società economiche siciliane, ma anche quelle napoletane, sul piano di vuoti organismi pletorici, incappati troppo spesso in aspetti burocratici ed in sterili discussioni. Certamente è stata una valutazione storica che si è sviluppata dall’ambiguità stessa dei consessi, sempre in bilico tra una vasta attività progettuale ed un carattere di lassismo poco produttivo. Ma anche poste sempre al crocevia tra una forma di indipendenza ed un’altra fatta di continui controlli da parte delle autorità statali; controllo che, per inciso, nasceva dal timore che tali associazioni potessero assumere una pericolosa dimensione politica contro la stessa dinastia borbonica(2).

 

II. Origine, struttura e finalità

 

"Tal era lo stato cui di mano in mano era altrove pervenuta la scienza economica quando in Sicilia cominciavasene a udire appena il nome: e i benefizi per quella arrecati alle straniere nazioni e a taluni stati italiani erano della più grande importanza. Qui intanto tutti vedevi ancora i vizi del reggimento feudale, che conservasi tuttavia nel suo pieno vigore; non libera la estrazione dè grani, non vie rotabili né ponti, dogane interne e poca o niuna sicurezza né pubblici cammini e nelle campagne: cose tutte che opprimeano l’agricoltura e il traffico, e impediano le comunicazioni tra provincia, tra comunità e comunità […]. Pochissime manifatture, e queste medesime in declinazione; e di nulla momento la interna e l’esterna mercatura(3)".

 

Il quadro politico, sociale ed economico della Sicilia entro il quale va collocata la nascita delle Società economiche è senza dubbio molto complesso ed articolato; esso va dalle denuncie di totale arretratezza economica come quelle descritte dall’economista siciliano G. Albergo, fino ad un graduale miglioramento delle condizioni strutturali interne ed al loro totale omologarsi alla parte continentale del Regno uscito rinnovato dal "decennio francese". Nella Sicilia del XVIII secolo non vi era stata infatti nessuna "rivoluzione" agronomica in grado di sovvertire la precarietà della situazione interna e di aumentare la produzione agro-manifatturiera in linea con i mercati internazionali, però, in molti intellettuali ed economisti dell’epoca, questi problemi diventavano la base delle loro riflessioni, con una serie di progetti e riforme che culmineranno anche nell’istituzione delle Società economiche. La cultura siciliana si muoveva ancora con molta lentezza ed era costituita da una debolezza interna, soprattutto in fatto di politica economica, nonostante i continui solleciti da parte di intellettuali e riformatori che assumeranno, fin dalla prima metà del Settecento, un ruolo guida fondamentale per promuovere buona parte della progettualità di rinnovamento economico ed istituzionale, che diventava la costante di tutto un percorso che formerà il presupposto ideologico della creazione delle Società economiche.

 

La corrente empiristica, come forma moderna di pensiero europeo, che per la prima volta penetrava nell’isola non come una dottrina filosofica astratta, ma come un insieme di princìpi portatori di una nuova mentalità e di una nuova cultura, diventava sicuramente l’eredità di pensiero dei consessi siciliani. Il richiamo alle osservazioni dei fatti naturali, lo sperimentalismo e l’attività di scoprire le leggi fisiche che si celavano dietro ogni forma di avvenimento, facevano, infatti, dell’empirismo un’idea in grado di imprimere una carica di profondo rinnovamento all’interno di un paese come quello siciliano, ancora troppo legato ad una tipologia di tradizionalismo e riottoso nei confronti di ogni apertura progressista. Anzi, l’emergere di questa teoria, di chiara derivazione inglese, che nella realtà siciliana del XVIII secolo faceva affiorare tutte le contraddizioni di un sistema politico-economico opposto ai connotati di rinnovamento culturale europeo, diventava l’impulso, da parte di alcuni intellettuali siciliani, ad indagare sulle strutture esistenti e soprattutto su nuovi progetti in grado di animare il dibattito siciliano relativamente alla centralità dello sviluppo del sistema agro-economico. Sullo sfondo di una letteratura politico-economica francese, che leggeva l’arretratezza sociale ed economica del paese non solo come derivante da cause "fisiche-territoriali" ma anche e soprattutto da quelle "morali-istituzionali", gran parte degli intellettuali ed economisti siciliani, puntavano sull’innovazione legislativa, vale a dire sulla creazione di organi ed istituti in grado di stimolare tutta l’attività economica principalmente legata ai prodotti agricoli e manifatturieri(4).

 

Con il decreto 621 del 9 Novembre 1831 sorgevano ufficialmente le Società economiche siciliane, dipendenti dal Reale Istituto d’incoraggiamento di Palermo(5). La nuova istituzione veniva a rappresentare il coagulo economico-politico di un lungo percorso che coinvolgeva quasi tutta la storia borbonica del Regno meridionale, a partire dagli ultimi anni del XVIII secolo e, ancora di più, dalla nascita ufficiale del Regno delle Due Sicilie. Le Società economiche nascevano infatti per volere del nuovo sovrano Ferdinando II – salito al trono l’8 novembre del 1830 – in un periodo, gli anni Trenta dell’Ottocento, caratterizzato da una duplice forza che arrivava a lacerare l’intera struttura economico-sociale in due parti: tra un ancora vivo attaccamento agli ultimi residui dell’anciem règime, ed una invocata modernità in nome dei princìpi liberali che tardava ancora ad arrivare e che riguardava, del resto, l’intera area europea.

 

Adesso, infatti, si assisteva al nascere di problemi imposti da una espansione economica che coinvolgeva direttamente diversi settori della borghesia provinciale che entravano inevitabilmente in conflitto con i princìpi teorici di una cultura economica di stampo assolutistico. Cominciava a farsi sentire, quindi, il peso di nuovi strati sociali – proprietari terrieri, commercianti, artigiani e liberi professionisti – che reclamavano il proprio ruolo nella gestione della "cosa pubblica". Veniva, così, a delinearsi, a partire dall’economia, un vasto programma di progetti e di riforme, volti alla trasformazione in senso liberale delle istituzioni governative ed al rinnovamento di tutto l’apparato periferico burocratico-amministrativo(6).

 

Le Società economiche siciliane, risultavano essere l’esito di una duplice svolta. Erano il punto di arrivo di tutto il riformismo agrario borbonico, nato nel periodo illuministico e nei primi anni dell’Ottocento con la Costituzione del 1812 e con il protettorato inglese – che riguardava l’eversione dell’asse demaniale-municipale ed ecclesiastico – e di un riformismo successivo, riguardante invece la problematica della trasformazione dei feudi in allodi ed alcuni aspetti degli usi civici, che aprivano, fin dai primi anni del XIX secolo, nuove questioni di progresso economico e sociale(7). Ma tali consessi erano anche un nuovo punto di avvio, legato all’operato di Ferdinando II ed al suo sforzo di provvedere, con ogni tipo di intervento politico ed economico, per "adattare" la Sicilia al resto del Regno napoletano, cercando in ogni caso di sollevarne definitivamente le modeste condizioni generali. Infatti, la destituzione, da parte del nuovo re, del Luogotenente generale in Sicilia Marchese Ugo delle Favare, per assumere alla stessa carica il principe Leopoldo di Borbone Conte di Siracusa, significava per la Sicilia – che da tempo aspirava alla Luogotenenza proprio di un principe appartenente alla casa reale borbonica – un momento di svolta decisiva che, se lasciava cadere ogni progetto autonomistico, faceva ben sperare, però, in un radicale cambiamento, soprattutto sul piano economico.

 

Lo statuto del decreto, diviso in 166 articoli e in quattro titoli principali – i primi due riguardavano esplicitamente le funzioni del Reale Istituto d’incoraggiamento mentre gli altri il ruolo delle Società economiche – dava, quindi, avvio ad un nuovo "tratto" della politica economica borbonica. Il significato di fondo di questa nuova direttrice politica era infatti già tutta iscritta nella finalità sociale ed economica che era stata data all’Istituto:

 

L’oggetto del Real Istituto si è la floridezza della Sicilia, poggiata non che sulle scienze utili, come lo sono l’agricoltura, l’economia pubblica e privata, ma eziandio sulle arti che vengono sostenute dalle matematiche, dalla fisica, dalla chimica, dalla storia naturale, dalla veterinaria e da altre scienze analoghe(8).

 

Ne emergeva, quindi, un compito di vasto respiro a cui una parte molto importante veniva riservata all’attività delle Società economiche, che completavano e rendevano effettivo tutto l’operato dell’Istituto e della sua progettualità politico-economica.

 

Le Società economiche di Catania e Messina erano composte secondo una struttura gerarchica e ben delimitata. I soci – quanto di meglio la cultura e la classe politico-economica illuminata potesse offrire – erano suddivisi in ordinari, onorari e corrispondenti; i primi, che erano ovviamente quelli più importanti e che rappresentavano le persone più istruite "nella teorica e nella pratica di ciascun ramo d’industria", non potevano superare il numero di dodici ed erano ugualmente distribuiti in due classi parallelamente operanti all’interno della Società, quella di Economia rurale, che riguardava principalmente gli aspetti legati all’agricoltura, e quella di Economia civile, che trattava, invece, le problematiche inerenti allo sviluppo manifatturiero. Il numero degli altri soci, invece, era indeterminato. L’attività di tutti i membri, in ogni caso, era coadiuvata da un Consiglio di amministrazione di cui faceva parte il presidente, il segretario, l’ispettore delle spese ed il tesoriere: la durata della carica del presidente era di due anni, quella del vice-presidente, dell’ispettore delle spese e del tesoriere un anno, mentre il segretario esercitava le sue funzioni senza limiti di tempo prestabiliti. Il presidente, oltre ad avere le funzioni di rappresentare e guidare tutta l’attività della Società, aveva anche il compito di convocare le adunanze straordinarie, di sottoscrivere i verbali e di rimettere alle rispettive classi di appartenenza gli "oggetti" manufatti che venivano inviati alla Società nelle varie occasioni concorsuali. Il segretario, che aveva invece l’incarico di compilare i verbali e ogni genere di rapporto, leggere le memorie che venivano presentate nelle adunanze, tenere una corrispondenza informativa con le varie Commissioni comunali che affiancavano le Società, convocare le riunioni accademiche e aver cura della biblioteca, dell’archivio e del museo di appartenenza della stessa Società, era l’unico gestore dei vari rapporti culturali e il punto di riferimento più diretto per la vita economica della provincia. Queste rispettive cariche venivano nominate solo dalle due prime classi di soci ordinari ed onorari, mediante l’assegnazione di voti tenuti segreti e i cui risultati dovevano poi essere trasmessi, prima all’Istituto d’incoraggiamento e poi al Luogotenente generale. Tutte e tre le classi dei membri, potevano essere in ogni caso rinnovate tramite l’ammissione di nuove persone che dovevano essere proposte dai soci ordinari ed onorari, per quanto riguardava le loro rispettive classi, e dal presidente della Società, invece, per quelli corrispondenti. Al momento dell’istituzione, però, la prima nomina di tutti i soci e delle varie cariche veniva affidata al Luogotenente generale di Sicilia. Le adunanze delle Società potevano essere generali e particolari: le prime si tenevano ogni 30 di maggio – giorno dell’onomastico di Ferdinando II – e nel mese di novembre, ed erano regolate da precisi compiti. Alla presenza dell’Intendente provinciale, infatti, il presidente iniziava l’attività con la lettura di un discorso introduttivo ed inerente alla circostanza, il segretario rendeva, invece, noti i lavori svolti dal consesso nell’anno precedente e dava poi la parola ad un socio che doveva leggere una memoria avente come argomento una tematica di economia agronomica ed infine si passava alla distribuzione dei "premi per l’agricoltura", messi in palio da appositi concorsi che le Società organizzavano per incentivare la produzione ed il miglioramento tecnico in campo agro-pastorale. Durante le adunanze particolari, invece, che si svolgevano ogni dieci giorni – tranne nei mesi di luglio, agosto ed ottobre – venivano eletti i vari impiegati che avrebbero iniziato il loro compito a partire dal mese di gennaio successivo. Infatti, al di là dei membri e dei componenti il Consiglio di amministrazione, vi erano molti altri funzionari che operavano all’interno della struttura societaria: come il vicesegretario, il commesso, l’usciere e il "barandiere", che erano regolarmente stipendiati. Al momento della loro fondazione venivano concessi dei finanziamenti di base: all’Istituto d’incoraggiamento spettavano 1000 once, che provenivano dal fondo comune delle Valli, dalla Tesoreria generale e dal comune di Palermo, mentre alle Società economiche andavano 100 once a cui dovevano provvedere i rispettivi capoluoghi. A coadiuvare l’intera attività delle Società vi erano anche le Commissioni comunali che, composte da tre membri con a capo il sindaco della città entro la quale operava il consesso, erano incaricate soprattutto di redigere una sorte di nota statistica con i nomi di tutti i manifattori, gli artigiani ed i fabbricanti che facevano parte del rispettivo comune, al fine di un loro totale coinvolgimento ogni volta che venisse organizzata una manifestazione espositrice dei vari oggetti-manufatti(9). Il ruolo fondamentale che si prefiggevano di svolgere le Società economiche veniva colto e centrato in modo particolare da un articolo ben preciso dello statuto:

 

Ciascun socio ordinario sarà obbligato di comunicare alla Società le osservazioni che avrà fatto in ogni anno sulla natura del suolo, la sua vegetazione, produzione, e sul corso delle stagioni, sulla ruota delle ricolte, i lavori rurali, gl’ingrassi o conci, le chiusure, i prati naturali o artificiali, gli animali da razza a corna o a lana, la cascina, la coltura degli alberi e del loro innesto, il prodotto delle manifatture, o altri rami d’industria, e finalmente presentare qualche memoria che proponga e dia conto dell’applicazione ed introduzione da lui fatta, e dè buoni metodi da lui inventati, o tratti da altri paesi(10).

 

Il nucleo centrale che portava a maturazione tutta l’attività della struttura societaria, fin dalla sua fase di progettualità, veniva costituita dal forte peso che andava a ricadere sui soci – ordinari, onorari e corrispondenti – appartenenti ad entrambe le classi di Economia rurale e di Economia civile. Divenendo i divulgatori dei nuovi princìpi da adottare in materia di agricoltura e di manifattura, non con lo studio di astratti elementi di economia politica di respiro universale ed avulsi dalla realtà siciliana, ma con una linea politica "informativa" legata ad una preliminare conoscenza del territorio e di tutta la provincia a cui apparteneva la Società, il loro compito consisteva principalmente nel notare le inefficienze e le sfasature agronomiche che ne impedivano lo sviluppo e apportare dei validi suggerimenti pratici mediante la compilazione e la successiva lettura, durante le adunanze, di una memoria, che diventava un proficuo momento di relazione dialogica con gli esponenti del Governo centrale.

 

Ufficialmente nate sotto la direzione del Luogotenente generale della Sicilia Leopoldo conte di Siracusa e del Ministro segretario di Stato degli Affari interni Antonio Mastropaolo, le Società economiche di Messina e Catania irrompevano nella realtà isolana con tutto il loro peso, formato dalla novità scientifica che si proponevano di diffondere legata con la tradizione culturale ed economica europea. Al momento della loro istituzione, infatti, i consessi si ponevano in linea con le già esistenti Societades de Amigos del Pais spagnole, le Sociètès Royales d’Agricolture francesi e le Societes for the Encouragement of Arts, di origine irlandese ed inglese, inaugurando, quindi, una nuova linea di intervento politico-economico, che si intrecciava, da questo momento, con il cambiamento intervenuto all’interno della società civile(11). E’, infatti, a partire da questa fondamentale evoluzione della "sociabilità" in senso più moderato e borghese che l’incoraggiamento – legato sia alla ricerca che allo sviluppo agro-pastorale – che la divulgazione dei vari "saperi" economici e di tutte le altre discipline scientifiche, acquisteranno sempre più importanza in quel profondo ed innovativo legame tra il Governo e i vari ceti sociali, di cui, appunto, le Società economiche erano espressione. Infatti, adesso, le Società di Messina e Catania, mediante il filtro del potere politico rappresentato dal nuovo re interessato ad una più attenta conoscenza del territorio siciliano, divenivano il punto di incontro privilegiato tra quelle classi disposte a porsi a capo del processo di modernizzazione delle strutture economico-sociali e quelle che solo mediante tale aspetto modernizzatore potevano trarre un qualche beneficio. Insomma, le Società raffiguravano una nuova tipologia di "associazionismo" economico che, traendo la propria linfa vitale da quella forma di libera e volontaria riunione di dotti in Accademie agrarie del XVIII secolo ma, in quanto anche frutto di un vero e proprio cambiamento nella gestione del potere politico-governativo, portavano a termine, mediante la loro attività di dibattito in materia di economia politica, di promozione ed incoraggiamento ad ogni nuova forma di attività agricola e manifatturiera, una costante dialettica tra pubblico e privato, ma anche tra il centro e la periferia. Il significato di questi termini ha ovviamente una valenza simbolica ed un significato che aprono la strada ad una maggiore consapevolezza del ruolo svolto dalle Società economiche. Per quanto riguarda la lettura di tali consessi nel loro contrasto "dialettico" tra una forma pubblica ed una privata, c’è da dire che esse, infatti, erano l’esito di una decisione governativa e di un decreto imposto "dall’alto" – voluto da Ferdinando II di Borbone per migliorare le istanze economiche siciliane – e quindi raffiguravano l’evoluzione delle Stato da una anacronistica forma assolutistica che riguardava ogni campo della legislazione, verso una sua maggiore maturazione in senso più borghese e moderno, aperto ad un primo aspetto di decentramento a livello economico e sociale. Ma non solo, e qui si compie la dialettica tra la funzione pubblica e quella privata delle Società, il loro operato, molte volte, diventava un’occasione favorevole per l’elaborazione di progetti e teorie economiche che finivano per colpire direttamente le stesse politiche economiche ufficialmente imposte dal Governo, quali, ad esempio, quella del protezionismo e la mancanza di circolazione di molte derrate agricole in senso più liberistico. Invece, l’altro rapporto, che lega queste Società, la contrapposizione tra il centro e la periferia, risulta essere l’elemento fondamentale che le caratterizza fin dal loro nascere e che le guida in maniera costante per tutta la loro attività. Le Società economiche, infatti, che erano presenti in tutte le province siciliane, avevano, come loro compito fondamentale, quello di indagare l’aspetto locale – circoscritto alla provincia di appartenenza della Società – della coltura agraria e delle condizioni delle manifatture, per poi integrarlo con una visione descrittiva generale dell’isola, che era il prodotto della somma di tutte le indagini statistiche apportate dai vari consessi. Quindi, se il loro operato si poneva solo all’interno di una determinata circoscrizione, la loro visione e tutta la conseguente attività, non significavano una chiusura campanilistica, completamente sganciata da ogni visione universalistica, piuttosto, si trasformava nella concreta e capillare creazione di reti e di strutture "autogestite" che rivendicavano, di volta in volta, richieste e provvedimenti economici particolari e differenti di quanto invece potesse avvenire nelle altre province. Ed era proprio questo aspetto che faceva instaurare, all’interno delle Società economiche, quel rapporto di scambi e di ruoli tra il Governo centrale, che vigilava sull’operato dei consessi, e i loro membri, che diventavano i delegati ufficiali di ogni forma di istanza legata al ridimensionamento dei vari ceti sociali e dei rapporti economici siciliani(12).

 

III. Nell’immagine dei soci e nelle memorie inaugurali

 

Al momento della nascita ufficiale delle Società economiche di Catania e Messina, la notizia veniva pubblicata dai più influenti organi di stampa della Sicilia del XIX secolo e anche dai giornali ufficiali delle Intendenze. "La Cerere", importante giornale palermitano, ma di diffusione regionale, incominciava a pubblicare, a partire dal numero del 21 luglio 1832, alcuni estratti del decreto governativo ed i nomi dei vari soci componenti le Società. Il consesso di Catania era così articolato: presidente Francesco Paternò Castello, vicepresidente Salvatore Scuderi, e gli altri membri erano Carmelo Maravigna, Francesco Gravina, Carlo Gemmellaro, Ferdinando Cosentino, Mariano Geremia, Benedetto Barbagallo, Domenico Auteri, Antonino Di Giacomo, Sebastiano Scuto Tomaselli, Salvatore Portal e Alfio Bonanno (segretario)(13).

 

La Società economica di Messina comprendeva, invece, i seguenti soci: presidente Paolo Cumbo, vicepresidente Tommaso Donato, Vincenzo Ferrara, Gaetano Caracciolo, Giuseppe Falconieri, Antonio Arrosto, Principe della Mola, Luca Scudery, Letterio Fenga, Angelo Pugliesi, Giovanni Rosso e Felice Biscazza (segretario)(14).

 

Una volta pronte le liste dei nomi, che richiamavano importanti esponenti della cultura umanistica, giuridica e scientifica della Sicilia orientale ottocentesca, le Società economiche iniziavano ad organizzare il lavoro in maniera definitiva, ma, nel prestare un formale giuramento che avveniva tra agosto e settembre del 1832, cominciavano a travisare i primi problemi, soprattutto di ordine logistico e comunque secondario. Da Messina, il presidente Paolo Cumbo si lamentava per l’impossibilità di iniziare l’attività non solo per la mancanza di locali adeguati, ma anche perché, paradossalmente, non si conoscevano bene tutti gli articoli del decreto che aveva istituito le Società e il conseguente operato da svolgere(15).

 

Nel complesso, comunque, dal 1832, superati i primi problemi legati a quella forma di novità quale era l’impatto delle Società economiche, tutto il lavoro veniva organizzato, soprattutto – e questo diventa un dato essenziale per capire il significato della formazione dei consessi – per iniziativa dei soci che ne facevano parte. La sua tipologia, infatti, era molto varia ma in ogni caso unita nel compito che erano stati chiamati a svolgere, e molto raramente si trattava di economisti nel senso proprio del termine, bensì erano più che altro uomini di cultura, legati agli studi umanistici e scientifici che, anche per ragioni politiche, si occupavano di questioni economiche, "giustificate", in qualche maniera, dal fine morale – il miglioramento delle condizioni generali della Sicilia – dell’incarico che si trovavano a svolgere. Le Società messinese e catanese, raccoglievano, infatti, attorno ad esse molti personaggi anche di estrazione nobiliare, ma che al contrario di quella nobiltà di stampo aristocratico-feudale, erano più essenzialmente legati ad una forma di dinamicità sociale ed avevano capito il ruolo di rinnovamento che avrebbero potuto portare alla società in trasformazione. Infatti, se già a partire dalla prima metà del XIX secolo la gerarchia sociale di vecchio stampo cominciava a frantumarsi, l’unione – per lo meno nel campo economico e sociale – tra nobiltà, intellettuali e borghesi, dava forma ad una sorta di attivismo fatto di scambi di opinioni e di idee, venendo a realizzare una libera circolazione di pensieri economici, novità tecniche e dottrine sociali(16).

 

A partire da questi princìpi, i membri delle Società economiche si sentivano portatori di un compito non solo di grande responsabilità, ma anche di notevole ampiezza politica che passava, inevitabilmente, dal loro personale giudizio sull’istituzione dei consessi. Carmelo Maravigna, vicepresidente della Società di Catania, nel 1833 notava:

 

Arroge a ciò, che tutti gli spiriti rivolti vedendosi su di noi, e da noi attendesi melioramento reale della nostra industria, alle nostre arti, alle manifatture ed alla nostra economia campestre: e di tanto siam noi capaci, e tanto possono le Società economiche se animate da fervido amor di patria e da caldo desìo di pubblico bene adoprarsi vogliano a rinvinire i mezzi opportuni a soccorrere lo artista oscuro e negletto nell’interno della sua fabbrica, l’agricoltore avviliti e smunto il volto, e l’uno e l’altro stoltamente empirici nel buio immersi di oscurissima notte d’ignoranza, ai quali non giunge mai raggio di solido scientifico sapere(17).

 

Da questa affermazione si capisce che il ruolo delle Società economiche consisteva, in primo luogo, nell’estirpare ogni forma di ignoranza in fatto di coltura agraria, attraverso una capillare diffusione di perfezionamenti teorici e tecnici che potevano venire dalle scienze fisiche e dalle discipline tecniche. Nelle intenzioni del Maravigna bisognava, prima di ogni altra cosa, "risalire alla sorgente per curarne gli effetti", cioè eliminare, oltre che la non esatta conoscenza in materia agraria, le cattive usanze legate alla tradizione e tramandate di generazione in generazione, ma completamente chiuse ad ogni stimolo di rinnovamento secondo i canoni che invece erano già stati realizzati in Europa. E le Società economiche, per apportare le modifiche necessarie, lungi dal rappresentare solo il luogo delle speculazioni teoriche frutto di una forma troppo generalizzata della scienza economica, diventavano una sorte di laboratorio sperimentale, chiamato a diffondere concreti procedimenti per migliorare la coltivazione delle terre e ogni tipo di attività agro-pastorale. Era presente, quindi, la consapevolezza di portare avanti un compito dai risvolti economici e politici non indifferente, tramite, appunto, le Società, viste dagli stessi soci come il "consiglio collaterale" del Governo ed intese, altresì, come il frutto dell’incontro della scienza con l’esperienza politico-culturale dei membri societari(18).

 

L’8 settembre, nella sala dell’Intendenza della Valle di Catania, alla presenza di molte autorità politiche, il presidente Salvatore Scuderi, dopo aver tracciato le linee generali della nuova istituzione, affermava:

 

Qual è, dunque il vero scopo delle Società economiche? Quello di riunire la teoria con la pratica né diversi rami della industria umana, di convalidarne i principi con gli esperimenti, di rischiararne i fatti colle dottrine, di essere insomma come un anello di comunicazione tra le braccia operose che sostengono e compiono il travaglio e le persone istruite in quelle scientifiche conoscenze, che le spingono al maggior punto di perfezione. E noi consapevoli purtroppo di questa nostra espressa destinazione ci rivolgeremo con alacrità ad adempirla(19).

 

Si trattava, nelle intenzioni del professore catanese, di portare a compimento un programma di vasto respiro, che portava con sé i presupposti per uno sviluppo economico da formulare con l’utile unione della teoria, quella relativa alle conoscenze scientifiche, con la pratica, vale a dire con la sperimentazione sul campo di quelle stesse conoscenze. Partendo dall’agricoltura – che l’intero operato delle Società economiche vedeva come l’elemento di base per ogni progresso socio-economico – lo Scuderi, al di là delle considerazioni positive su alcuni provvedimenti già in parte attuati in campo agricolo, rivelava ancora di più la necessità dell’applicazione, nel settore agricolo e manifatturiero, delle "scienze ausiliarie" all’agricoltura, vale a dire della chimica, della fisica e della botanica, e di renderle necessariamente più accessibili al contadino ed al proprietario fondiario ancora fortemente legati ad una cultura retrograda di stampo feudale. La memoria, quindi, toccava problemi in fin dei conti vecchi per la cultura politico-economica siciliana – come l’assenteismo dei proprietari terrieri dai loro poderi, una generale necessità di riforme, assenza capitalistica e affitti brevi gravanti sui terreni – che però ora venivano reinterpretati ed inseriti nel quadro di un liberismo ottocentesco. Queste considerazioni, nelle intenzioni dello Scuderi, si sarebbero dovute sviluppare non solo sulla base del progresso dei Lumi, ma anche tenendo presente i risvolti economici già realizzati in Inghilterra ed in Francia. Da questi paesi, infatti, e sempre tramite l’incoraggiamento da parte della Società, si doveva trarre la capacità di formulare delle statistiche agrarie, delle analisi geologiche delle terre e dei perfezionamenti negli attrezzi e nelle tecniche per la coltivazione agricola.

 

Ma la visione del pensatore catanese, andava ovviamente anche in direzione dello sviluppo manifatturiero, che si doveva perfezionare con nuovi macchinari ed una lavorazione più dettagliata dei prodotti. Princìpi, questi, che avrebbero potuto realizzarsi, secondo l’esempio del presidente del consesso, negli opifici di Catania, Messina e Palermo, nel settore dello zucchero, presente soprattutto ad Avola e in quello enologico, sottolineando che già "alcune specie dè nostri vini ben preparati gareggiano i più delicati vini esteri"(20). In questa sua prolusione, lo Scuderi non andava oltre, e comunque toccava i problemi di fondo dell’economia catanese, oltre che per vederne le cause di un loro generale arretramento, per legarli essenzialmente nella prospettiva del lavoro della Società economica, con i suoi studi ed i suoi incentivi per migliorare la letteratura agraria e i prodotti agro-manifatturieri.

 

Il 24 agosto del 1832, invece, nei locali del comune di Messina, Paolo Cumbo, dava avvio ai lavori della Società economica con la sua orazione parenetica. Ne usciva fuori un lungo discorso all’interno del quale venivano toccati diversi punti, dalla storia della Sicilia antica – dai tempi dei grandi fasti greci e romani – fino all’epoca presente, non senza essere stata però descritta con tutte le sue contraddizioni che la Società economica voleva appunto eliminare. Superate le fasi di sconvolgimento dell’ondata rivoluzionaria napoleonica, il Cumbo vedeva nella pace che ne era seguita l’ordine di un grande sistema europeo nel quale anche la Sicilia, che poteva ora raccogliere i frutti di una lunga tradizione illuministica europea ed italiana, avrebbe occupato il suo posto di prestigio. E’ infatti all’interno di questo quadro colmo di tradizione ed innovazione – quest’ultima riferita anche alla riforma amministrativa del 1817 – che Cumbo collocava tutto l’operato della Società economica, vista e colta nel suo legame con quelle già esistenti nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Tutte le innovazioni economiche che il consesso messinese si proponeva di effettuare, erano caratterizzate quindi dal sostegno, dall’incoraggiamento e dagli studi tecnici, non però applicati in maniera troppo generica, ma, come diceva lo stesso Cumbo, con "l’intero corpo sociale".

 

L’attività e l’industria restano per lo più sterili se non siano sostenute, invigorite e create, se bisogna, dal Governo; e questa è l’opera più generosa dell’amministrazione. Qui tuttavia non si tratta di rimuovere gli ostacoli. L’amministrazione accorrer dee con sussidi diretti allo sviluppo dell’industria, alla perfezione della tattica della terra, e di mare; dal che la fidanza di felice successo, e conseguentemente il più sicuro sprone al coraggio dè difensori della Patria(21).

 

L’orazione del Cumbo, cercando di coniugare le influenze che derivavano dalla cultura europea – in modo particolare inglese e francese – con la stessa tradizione meridionale e siciliana, vedeva in scrittori come Serra, Broggia, Genovesi, Galiani e Palmieri, coloro che avevano portato la scienza economica ad una forma di esattezza totale in linea con le capacità produttive della realtà siciliana. I problemi legati all’agricoltura, al commercio delle derrate agricole, agli incoraggiamenti, alla circolazione monetaria e quant’altro, diventavano, per il pensatore messinese, elementi di ulteriore riflessione. Ovviamente, anche per il Cumbo, il primo fattore che si doveva far prosperare, ai fini di una modernizzazione economica, era l’agricoltura, soprattutto quella che ne usciva rinnovata dai sistemi anglo-francesi: i riferimenti ai nuovi princìpi della proprietà fondiaria della Francia napoleonica ed al commercio liberistico dell’Inghilterra divenivano ora i costanti referenti socio-economici al fine di una rinnovata realtà siciliana. I punti sui quali poneva l’attenzione la memoria del Cumbo erano diversi: il miglioramento del sistema viario, l’incoraggiamento alla specializzazione agricola, l’avvio alla produzione industriale e la soppressione di molti dazi. Ciò che in pratica si voleva eliminare, attraverso l’operato della Società economica, era la visione dell’agricoltura intesa come qualcosa di anacronistico e da abbandonare, incapace di apportare progresso in un’epoca in cui si cominciava già a parlare di sviluppo industriale. "Senza quell’arte che insegna a coltivare la terra", così veniva chiamata dal pensatore messinese, non vi poteva essere né una forma di commercio né un progresso manifatturiero. L’agricoltura, infatti, doveva intendersi, in primo luogo, come scienza, nel senso che aveva bisogno di capisaldi generali dai quali attingere delle regole e delle pratiche ben precise da adottare; come arte, nel senso che bisognava tenere conto, nell’apportare dei progressi, della varietà paesaggistica legata al suolo, al clima ed alla terra; ed, infine, come mestiere, cioè doveva essere esercitata da uomini laboriosi e pazienti. Per Cumbo le potenzialità agricole da sviluppare erano soprattutto quelle legate alla produzione del vino, dell’olio, degli agrumi e dei gelsi. Ecco allora che compito della Società diventava quello di esaminare tutti i difetti produttivi dell’agricoltura, per poi cercare di eliminarli con nuove pratiche, ma soprattutto con l’istruzione: l’istituzione di catechismi agrari e, ancora di più, la circolazione di opuscoli di argomento agronomico risultavano essere i prodromi per ogni avvio socio-economico più moderno. Analogo discorso veniva affrontato anche per l’attività manifatturiera il cui incremento girava attorno alla lavorazione dei cuoi, del carbon fossile, dei tessuti e di molti materiali presenti nelle montagne di Fiumedinisi e di Francavilla.

 

Infine, l’ultimo aspetto della memoria diventava un monito ed una speranza per tutto il laborioso lavoro che si accingeva ad affrontare la Società:

 

Mezzo però eminentemente efficace per lo sviluppo progressivo di entrambi i rami di economia sarebbe pur quello non già di far tesoro dè periodici risultamenti dè travagli delle dette Società straniere che professino lo stesso nostro istituto, o che con esso simpatizzano, che in ciò non vi è colta persona che attentamente non si versi, ma divulgare questi risultamenti, e quel che più conta di renderli accessibili alla limitata capacità degli artisti, dei manifattori e della gente da contado(22).

 

Nel 1834, lo stesso Felice Bisazza, segretario perpetuo della Società economica, arrivava a disegnare dei propositi molto importanti per l’avviarsi del consesso, cominciando, nello stesso tempo, a portare un primo sommario bilancio dei primi due anni di attività. Dopo aver lodato il proficuo incontro nato tra tale istituzione e una terra molto fertile e ricca di risorse naturali, il letterato messinese riproponeva l’importanza di alcuni concetti che erano già stati avviati ad un’attenta riflessione negli anni precedenti: la formulazione di un catechismo agrario e la necessità di una politica economica "premialistica", basata cioè sull’incentivazione ad una migliore produzione agraria mediante premi da distribuirsi ai più ingegnosi(23). Sulla stessa linea teorica si poneva, solo due anni dopo, nel 1836, il nuovo presidente della Società messinese, Gaetano Grano, la cui relazione ricalcava fedelmente i punti esposti dal predecessore Cumbo: la ricchezza ed il commercio di una nazione potevano solo derivare dalle "scrupolose cure" del Governo, presente sul territorio tramite il consesso, che dal Grano era visto come l’unica istituzione in grado di riscattare la Sicilia dal lato periferico nel quale era stata confinata ormai da diverso tempo. L’incremento della produzione manifatturiera, soprattutto quella legata alla lavorazione dei prodotti agricoli, diventava ora il perno centrale di una politica economica che avrebbe portato la Sicilia a non essere più identificata solo come la regione fornitrice di molte materie prime per gli altri Stati industrializzati, ma collocata nel suo giusto livello concorrenziale(24).

 

Si trattava, nella sostanza, di una lunga e spesso intrecciata rete di informazioni, progetti e buoni propositi, che accomunavano entrambe le province siciliane, dalle città ai distretti, dalle Intendenze alle Società economiche, inevitabilmente coinvolte in un vasto processo che a volte sembrava più grande delle stesse capacità culturali degli intellettuali e degli economisti siciliani impegnati in esso. In maniera molto significativa, i primi punti toccati o semplicemente tracciati dalle memorie inaugurali dei presidenti, facevano nascere un vasto fenomeno economico e politico che riguardava la riflessione sulla dissoluzione del regime feudale, i problemi inerenti ai vari inceppamenti della struttura latifondistica, l’introduzione di colture specializzate e l’istruzione agraria che costituivano, in una misura estremamente determinante, i temi di fondo principali dell’elaborazione scientifica ed intellettuale svolta in seno alle Società e finalizzati ad una concreta applicazione politica. Erano tutte discussioni, d’altronde, nate dal grande dibattito europeo, che esprimevano il sentito bisogno di un’attenta critica nei confronti di un arretrato sistema economico nella maggior parte dei casi ancora vigente, e la necessità di trovare serie proposte operative in grado di coinvolgere l’economia e la politica, che avrebbero dovuto far nascere un binomio non velato da un significato troppo retorico e falsamente pedagogico, piuttosto, portatore di leggi universalmente conosciute ed oggettivamente applicabili alla Sicilia della transizione borbonica pre-unitaria. Si assumeva la consapevolezza di quanto fosse necessario uno sviluppo economico che, in condizioni di relativa debolezza, diventava possibile attuare tramite uno sforzo collettivo ed una rete di comunicazioni che le Società economiche si sforzavano di realizzare. Il loro modello – inteso nella forma e nelle finalità, come adunanza di intellettuali ed economisti chiamati a discutere e proporre i mezzi più opportuni per dare una piega diversa al sistema socio-economico siciliano – diventava, a partire dalla prima metà dell’Ottocento, un importante stimolo guida per la formazione di altre istituzioni simili, ma soprattutto per la nascita di scuole agrarie in cui confluivano gran parte dei moniti imposti dalle Società economiche. A Messina, infatti, uno dei soci corrispondenti più attivi della Società economica, il dr. Giuseppe Barresi, aveva proposto di istituire nel suo paese, Barcellona Pozzo di Gotto, una Scuola di agricoltura. Finanziata dal comune, la scuola, avrebbe dovuto diffondere i concetti più elementari della scienza agronomica, la conoscenza degli strumenti agrari più moderni e soprattutto istituire un campo sperimentale in cui introdurre nuove colture, elementi finalizzati a migliorare la produzione agro-manifatturiera. Certo, il progetto messinese, insieme a molti altri, era soprattutto il frutto di un grande entusiasmo iniziale legato più che altro alla novità rappresentata dall’istituzione delle Società economiche, tanto che avrebbe trovato seri ostacoli alla sua effettiva realizzazione; ma l’idea, legata all’importanza di tali scuole ed alla necessità di imporre un’istruzione anche in campo agrario, cominciava ad essere gradualmente recepita, diffusa e posta a fondamento di gran parte dell’economia politica discussa e proposta dai consessi siciliani(25).

 

L’economia politica societaria, invece di porsi in forma antitetica nei confronti dell’attività governativa, vi stava in una posizione parallela. Anzi, le Società economiche, come organi consultivi del Governo, configuravano, già di per sé, l’avvento di una "nuova" economia politica di tipo "assistenzialistica" e "paternalistica" nei confronti delle province in cui operavano e "valorizzatrice", inoltre, del territorio e di tutte le sue possibilità produttive agro-pastorali. La conoscenza approfondita del territorio e delle sue risorse, diventava il profilo primario del lavoro dei consessi ed un aspetto delle modalità organizzative tipiche dello Stato moderno. Dalla Società di Catania, Alfio Bonanno, socio ordinario e segretario perpetuo, sosteneva:

 

Vi ha in pubblica economia alquante teorie, che quantunque non riescano erronee mettendole al fatto in alcune Nazioni, ciò nonostante divengono tali in altri regni. Si talune massima economiche sono opportune in primo luogo, e non in un altro: sono bene acconce in un tempo ed in alcune circostanze, e non mai in altritempi ed in altre condizioni politiche. Quanto non ha del seducente per la ricchezza dè popoli la libera universale concorrenza fra le parti del Globo? Eppure questo sistema posto in pratica non riesce punto vantaggioso da per tutto!(26).

 

La forma di "provincializzazione", che portava ogni Società economica ad occuparsi prevalentemente della sola provincia di appartenenza, non era espressione di localismo o di rivalità campanilistica, ma si presentava, piuttosto, come un mezzo economico alternativo e positivo di valorizzazione dei fattori endogeni e naturali delle varie zone provinciali, resi manifesti statisticamente al potere governativo centrale, il quale, servendosi dell’operato conoscitivo di ogni singola Società economica, condizionava e guidava il proprio intervento economico sulla regione(27). La morfologia del paesaggio contribuiva adesso a distinguere zone montane, pianeggianti e costiere, per attivare, di conseguenza, una differente utilizzazione agricola del suolo, ricca di alte capacità produttive grazie alle condizioni climatiche e naturalistiche, ma prigioniera di una mentalità troppo tradizionale e priva di potenzialità produttive in senso capitalistico(28).

 

Durante una seduta straordinaria della Società economica di Messina, la consapevolezza di una generale fertilità del latifondo siciliano, legata però alla negligenza dei proprietari terrieri ed al perpetuarsi di abusi ed errori nella pratica agraria sia da parte dei gestori che dei fittaiuoli, era avvertita come un fatto normale e comunque da superare proprio tramite il ruolo del consesso e la sua politica economica "difensiva" del territorio. Pubblicata all’interno di un giornale messinese, la relazione, letta all’interno della Società, sosteneva:

 

Se vedi un Regno, fiorite le arti e le scienze, allontanata l’ignoranza ed i pregiudizi, asciugate micidiali paludi, aperte utili strade di comunicazione […] oh! Allora puoi dire: l’agricoltura, il commercio e la industria hanno qui una corona. La nostra Sicilia bagnata dalle acque dello Ionio e del Mediterraneo, sotto un clima dolce e temperato, in una terra dove ogni erba è gigante, innaffiata da acque pure, dove più il granaio d’Italia? Mancava un corpo morale per incoraggiare il meschino artigiano e il rozzo cultore. […] L’industria, l’agricoltura e il commercio risorsero in Sicilia e la Sicilia sta per salire a quell’apice di grandezza dove la Provvidenza e la mano dè suoi figli l’aveva posata(29).

 

Questo primo aspetto dell’economia politica "assistenzialistica" e provinciale che veniva discussa all’interno delle Società, non era finalizzata ad appiattire le differenze naturali dei territori provinciali a favore di una struttura agricola uguale e generale per ogni zona, ma voleva rispettare e stimolare le diversità colturali legate alle diverse aree, quella costiera, collinare e montana. Le Società di Catania e Messina, però, al di là della loro novità istituzionale, non rappresentavano dei grossi centri di elaborazione e di formazione di teorie economiche, ma più semplicemente luoghi privilegiati che si limitavano a discutere e promuovere dottrine economiche elaborate ufficialmente altrove, per la maggior parte dei casi anche al di fuori della Sicilia.

 

Il compito guida dell’economia politica, nel suo complesso, per i soci delle Società, era infatti finalizzato a produrre un sapere tecnico-sperimentale adeguato alle condizioni fisiche e sociali delle diverse Valli e produrre il più possibile occasioni di sviluppo. Per cui, la respinta di concezioni economiche troppo astratte ed universali non deve essere assunta come una pura forma di "ateorismo", ma intesa come una costante ricerca di tutte le opportunità di accrescimento economico-sociale delle realtà locali. Di conseguenza, all’interno dei dibatti dei consessi, il senso dell’economia politica seguiva una direzione evolutiva che, partendo da concezioni di respiro europeo, finiva poi per diventare lo strumento principale attraverso il quale si cercava di elaborare un sapere, capace di collegare i princìpi economici teorici con la realtà storico-empirica, "tradotto" in un linguaggio più semplice e volgare che andasse a toccare anche i ceti più bassi della struttura sociale. Tale era stato il caso del sistema mercantilistico e di quello fisiocratico, che venivano assunti come modello fondamentale da seguire ed applicare alla realtà siciliana.

 

Da Messina, il presidente della Società, Paolo Cumbo, prendeva come punto di riferimento lo sviluppo economico della Francia del Colbert, primo di "talenti e di attività di grande amministratore"(30). Nonostante la teoria mercantilistica fosse stata quasi totalmente superata già nei primi anni del XIX secolo, all’interno delle Società veniva considerata, al di là di ogni aspettativa, ancora "attuale" e comunque in grado di offrire alcuni spunti di chiara riflessione economica. Sullo sfondo della pratica del mercantilismo, veniva vista come elemento da non assecondare, quindi, quella linea politico-economica basata sulla preminenza demografica, territoriale e diplomatica dello Stato, o anche di una regione, capace di tradursi in una crescita economica che, anche se non poteva certamente dirsi globale e completa in quanto si realizzava sempre a scapito di un altro Stato concorrente, poneva però le basi di chiari interventi politici riguardo allo sviluppo finanziario, tendenti a creare una totale indipendenza economica di uno Stato rispetto agli altri. Le Società economiche, in una realtà storica differente da quella in cui si collocava la nascita ufficiale del mercantilismo, tendevano a tale dottrina come un importante referente, cercando però di collegare il suo "significato" politico con la capacità produttiva possibile solo tramite uno sviluppo agricolo.

 

La dottrina fisiocratica, infatti, completava e superava quella mercantilistica e veniva posta alla base di ogni riflessione economica da parte dei membri societari. La centralità dell’agricoltura legata ad un suo miglioramento tecnico-produttivo, diventava ormai una necessità imperante e per questo al centro di ogni progetto discusso e valutato in seno ai consessi:

 

Ogni siciliano è si convinto l’agricoltura essere l’elemento primario della nostra ricchezza, che dalle varie parti della nostra isola sono usciti degli scritti aventi a scopo di far progredire fra noi una industria di sì grande importanza. […]. E’ verità da non potersi mettere in dubbio che per prosperare l’agricoltura debbesi innanzi a tutto conoscere distintamente la varia natura dè terreni che imprendosi a coltivare. Vuolsi adunque concludere che fin tanto che sulle qualità delle terre strassi del tutto alla pratica conoscenza degli agricoltori privi di scienza, la coltivazione dei campi non potrà farsi se non, per così dire, a tentone(31).

 

Veniva avvalorato un clima ideologico chiaramente sensibile alle teorie fisiocratiche inserite in una visione complessiva della produzione agraria e dello sbocco commerciale dei prodotti. In una realtà come quella siciliana dalle condizioni naturali relativamente stabili e miti, solo a partire dall’agricoltura, infatti, che costituiva inoltre la maggiore attività produttiva e che completava la mancanza di grandi attività industriali, era possibile migliorare le condizioni economiche della Sicilia, con uno stimolo alla produzione dei prodotti tipici – grano, agrumi, vini, olio, manna, gelsi, lino, canapa e seta – l’introduzione di altre colture specializzate e miglioramenti tecnici nella pratica agraria. Si cercava, in ogni caso, di rispondere il più possibile a quel processo di modernizzazione dell’agricoltura che aveva caratterizzato il resto d’Europa proprio a partire dai primi anni dell’Ottocento. Per questo, si proponeva di adottare nuovi prodotti, promuovere manifatture agrarie, trovare nuove suddivisioni fondiarie, migliorare gli aspetti zootecnici e attuare lavori di bonifica di molti terreni, al fine di realizzare guadagni più lauti su un mercato in continua espansione. Alla base di tale progetto riformatore, infatti, i membri delle Società economiche iniziavano ad accostare all’idea di un progresso economico derivante da una cultura settecentesca troppa imbevuta di un astratto universalismo, una cultura locale-regionale che vedeva nella pratica agraria una valida e solida alternativa, parallela allo sviluppo industriale europeo. Soltanto da una valorizzazione agricola, e comunque da una produzione manifatturiera legata ad essa, era possibile rendere la Sicilia indipendente ed in linea con gli altri Stati europei. Più che illudersi di effetti immediati, si poneva l’attenzione su risultati a lunga distanza; contro quel vasto e ben organizzato disegno economico che aveva riguardato la Sicilia nel periodo del "protettorato" inglese – costituito da un gioco di scambi "a senso unico" che vedeva l’isola solo come una ricca fonte di materie prime per essere sottratte e lavorate al di fuori di ogni partecipazione isolana, e solo a vantaggio delle altre potenze straniere – l’economia politica delle Società messinese e catanese prospettava, al contrario, l’avvento di un diverso equilibrio economico, ben indicato nel 1836 dal presidente del consesso peloritano, Gaetano Grano:

 

Credete forse che il vigilante straniero, abusando del passato nostro lungo assonnamento venga ancora a fare acquisto di generi grezzi, e lavorati immetterli di nuovo? Miei soci, io credo che no, e voi potete sicuramente con me vaticinare, che codesto suo traffico sarà ben passeggero, e pochi dì gli arriderà la fortuna, e lo vedremo bandito per sempre, poggiandosi questa mia predizione su gli effetti della sperimentata franchigia accordata, e dalle tasse gravitanti a bella posta sopra articoli esteri, e che vedremo perciò la libertà della nostra industria non aver bisogno di estranei aiuti(32)).

 

Dal raggiungimento di questo livello, la riflessione teorica in materia di economia politica si sposterà oltre la contrapposizione tra la teoria mercantilistica e quella fisiocratica, per essere colta all’interno di un vasto quadro i cui termini antitetici saranno costituiti dal liberismo e dal protezionismo che animeranno il dibattito all’interno dell’attività del Reale Istituto d’incoraggiamento di Palermo, da cui le Società economiche dipendevano.

 

IV. Le relazioni societarie del 1845

 

Le memorie che i vari soci ponevano all’attenzione dell’intera comunità accademica, forzavano, a volte, il discorso economico in una direzione troppo speculativa, dove lo scontro tra l’entusiasmo di un qualsiasi progetto agrario-economico e la sua effettiva realizzazione, diventava, in casi estremi, talmente ampio tanto da perdersi di vista e diventare lo schermo delle nazioni europee più evolute. Infatti, in tale contesto, il passo successivo alle memorie veniva rappresentato dalle Relazioni che, al contrario delle prime, venivano compilate dalle Società in seguito ad un ordine derivante dal Ministro dell’Interno e, a partire dal 1847, dal Ministero di Agricoltura Arti e Commercio dai quali dipendevano e raffiguravano sia il resoconto di diversi anni di attività che il bilancio sui risultati ottenuti nel tentativo di migliorare la struttura agricola della provincia di appartenenza(33). Le Relazioni delle Società, quindi, che una volta compilate dovevano essere trasmesse all’Intendenza della provincia di appartenenza che, a sua volta, le inviava al Ministero, avevano oltre che una finalità economica, anche un velato "significato" politico, costituito dall’interesse e dalla presenza dello Stato sul territorio e dalle possibili leggi agro-finanziarie che avrebbe attuato dietro segnalazione delle Società economiche.

 

Nel caso della Sicilia orientale, le uniche Relazioni esistenti e consultabili sono quelle che erano state avanzate dalle Società nel 1845, un anno di svolta per la storia dei consessi, in cui, appunto, al momento di massima attività, seguirà, immediatamente dopo, un periodo di relativa debolezza, costituita da una sorte di sterile ripetitività degli argomenti e dei progetti affrontati, che sarà il sintomo di un inevitabile quanto mai necessario tramonto, che avverrà negli anni immediatamente precedenti l’Unità.

 

Richieste dal Ministero di Stato degli affari interni di Napoli, con una ministeriale datata 30 aprile 1845, la finalità di tali Relazioni era quella di dare un "rapporto sulle notizie dei metodi di agricoltura, industria ed altro nelle provincie", che i presidenti ed i segretari erano stati chiamati a redigere, rispondendo principalmente a cinque quesiti(34): riportare una sommaria descrizione delle pratiche di agricoltura che erano in uso nella provincia; dare un ragguaglio delle "varie produzioni della terra e dei mezzi per migliorarli"; elencare la serie delle memorie lette e discusse nelle Società; esporre gli esperimenti agronomici effettuati nel campo agrario; ed enunciare "quali progressi abbia fatto la prosperità pubblica mercè l’istituzione delle Società economiche"(35). I responsi dati dalle Società economiche di Catania e Messina aprivano, quindi, un vasto quadro unitario sulla loro attività e tramite queste stesse Relazioni, i consessi andavano a realizzare il fine per il quale erano stati creati e la loro stessa essenza: attivare una capillare conoscenza dell’intero territorio, promuovere la centralità di un’indagine statistica per valorizzare le potenzialità produttive dei latifondi locali e realizzare un importante e proficuo rapporto tra il centro e la periferia, tra lo Stato centrale e la provincia.

 

Il 3 luglio del 1845, il presidente ed il segretario della Società economica di Catania, Antonino Di Giacomo ed Alfio Bonanno, spedivano la Relazione all’Intendenza della città. Dalle "osservazioni sullo stato dell’agricoltura della provincia", veniva fuori un quadro estremamente complesso ed articolato, in quanto frutto di una contrapposizione che si era venuta a creare tra certi princìpi e pratiche agricole ancora troppo ancorati alla tradizione con quelli più innovativi che si erano già diffusi in altri Stati europei. La ricostruzione della situazione agricola e della sua produzione, non andava oltre una semplice descrizione qualitativa delle colture e delle derrate agrarie, a cui faceva riscontro l’esposizione descrittiva particolareggiata delle tecniche e delle modalità di coltivazione. Le varie distribuzioni colturali, messe in luce dalla Relazione catanese, si sviluppavano nel loro legame con la varietà degli ambienti naturali e con le condizioni economico-sociali dei vari luoghi produttivi di tutto il territorio provinciale, colto in due grosse "sezioni": quello della "piana di Catania" e l’intero massiccio etneo(36). Si trattava di due aspetti territoriali di cui venivano rispettate e valorizzate le differenze geologiche e produttive, incanalate in un quadro unitario costituito da una zona piana, comprendente tutta la parte meridionale dell’intero circondario dominato dall’Etna, una zona montuosa di derivazione vulcanica e da una zona boschiva. Nella valorizzazione delle colture tradizionali e nella tentata introduzione di nuove, il rispetto della tipologia dei terreni era stato, infatti, l’aspetto più determinante che però, paradossalmente, entrava in contrasto con tutto il peso di un "tradizionalismo" agrario che rendeva difficoltoso un totale passaggio verso un’agricoltura interamente moderna e capitalistica.

 

Il latifondo, infatti, legato ad una pratica agraria estensiva, rappresentava ancora l’ordinamento colturale più diffuso, cui si affiancava la tradizionale pratica del maggese biennale e triennale. Nella zona relativa alla "piana" di Catania, prevalevano soprattutto le colture estensive-arboree, come il grano, i legumi ed i cereali, la cui coltivazione non seguiva pratiche o innovazioni tecniche avanzate, ma la semplice strada tradizionale dell’aratura, della semina e della concimazione(37). Nei terreni "sabbio-argillosi", chiamati anche "terreforti", le limitate risorse produttive venivano soppiantate dalla coltivazione di ampi vigneti, che riguardavano anche le terre di natura vulcanica, le cui lunghe propaggini offrivano una vasta superficie coltivabile. Una migliore utilizzazione delle acque del Simeto e la scoperta di falde acquifere avevano, inoltre, permesso l’estensione di una grossa area agrumicola che rappresentava – in quel periodo di relativa debolezza della produzione granaria a causa della forte concorrenza straniera – una coltura prevalente in molte zone:

 

Gli aranci ed i limoni si coltivano in abbondanza nelle terre irrigate e né climi caldi; e la loro coltura è semplicissima. Se ne raccoglie il frutto due volte l’anno: ma il più tenuto in pregio è quello del primo fiore, che si ottiene sullo incominciare dell’inverno(38).

 

La variabilità della struttura terriera catanese della prima metà dell’Ottocento, permetteva, inoltre, la coltivazione di diversi ortaggi, che però, a differenza delle altre derrate agricole, "servivano solo allo interno consumo e sogliono stabilirsi nelle terre irrigue vicine alle popolazioni"(39). Nei tratti di latifondo a seminativo alberato, al di là degli agrumi, rivestivano un’importanza sempre maggiore il mandorlo e l’olivo, in cui, alla consistenza che stava assumendo il primo, corrispondeva una perdita di produzione del secondo, non per cause legate alla natura, ma per motivi totalmente ascrivibili all’incuria dell’uomo:

 

L’oliva si raccoglie ordinariamente senz’alcuna precauzione battendo i rami non solo, ma strisciandosi i cosiddetti ramazzi, che sono grossi e lunghi virgulti animati da forza d’uomo; con che non solo strappasi le olive, ma la maggior parte dè germogli, che dovrebbero dar frutto nell’anno seguente(40).

 

Nel "vasto territorio intorno all’Etna", inoltre, abbondavano anche altre colture fruttifere, come il melo, il pero, il pistacchio, l’albicocca, il castagno ed il ciliegio, affiancate dalla produzione del gelso nero e del gelso "filippino", una nuova specie di origine orientale.

 

Stando alla Relazione del consesso, allora, la fertilità del suolo, capace con il minimo sforzo da parte dell’uomo di elargire buoni prodotti agricoli per la maggior parte destinati al solo mercato interno, non poteva ovviamente bastare, ma necessitava di essere completata, secondo il fine dell’economia politica propria delle Società economiche, dall’invenzione di moderni strumenti agrari. Difatti, già a pochi anni dall’istituzione della Società, accanto all’aratro siciliano, alla zappa ed alla "piccola falce ordinaria per la coltura dei cereali", erano stati introdotti l’aratro "grangè", l’aratro-coltro, l’estirpatore, l’erpice e "altri ritrovamenti usati nel podere modello della Toscana"(41).

 

Nell’ambito della pastorizia, inoltre, si cominciava ad andare verso un lento e graduale processo di specializzazione e razionalizzazione degli allevamenti. I bovini, in modo particolare, venivano utilizzati per il lavoro nei campi e per il trasporto nelle grandi proprietà terriere ad ordinamenti colturali estensivi; anche i caprini ed i suini assumevano molta importanza, accanto all’allevamento dei volatili e delle api, "conservate in appositi alveari e molto operose e produttive"(42). Veniva tratteggiata, quindi, un’attività legata alla pastorizia in fase di espansione, non solo per l’utilità che si poteva trarre per la lavorazione dei campi, ma anche per la commerciabilità delle carni degli animali e dei prodotti naturali che derivavano da essi, come il latte, le uova, etc.

 

La realtà agro-economica catanese, quindi, quale ci viene offerta dalla Relazione della Società, si presentava relativamente stabile, non totalmente modernizzata, ma comunque in ogni caso investita da cambiamenti strutturali di primaria importanza. Oltre alla messa a coltura di non poche terre marginali, al disboscamento, alla bonifica, alla "sistemazione" idrica dei terreni paludosi, al miglioramento delle varietà colturali ed a una più attenta preparazione del latifondo coltivabile con nuovi strumenti tecnici, facevano riscontro anche altre piccole novità introdotte e finalizzate, in ogni caso, all’aumento della produzione ed alla spinta verso una modernizzazione agricola in linea con l’espansione del mercato europeo(43). All’interno del latifondo etneo, allora, l’innovazione tecnica che cercava di apportare la Società economica, era di carattere prevalentemente parziale. Ma tutto questo, non significava incrementare ogni tipo di investimento verso una nuova tecnologia importata di sana pianta dai paesi più industrializzati, ma piuttosto, diventava un obiettivo necessario apportare modifiche agricole ed innovazioni conformi con le originali condizioni ambientali, storiche ed economiche dell’isola, e individuare la portata reale di tali cambiamenti a lungo termine. Nel giro di pochi anni, le proposte scientifiche e gli adattamenti agro-economici si erano moltiplicati e acquistavano sempre più importanza: Agatino Longo, proponeva la valorizzazione della produzione enologica mediante una scelta migliore dei "lignaggi delle viti"; Gregorio Barnaba La Via, offriva invece validi suggerimenti sull’utilizzo di una concimazione artificiale – derivante dall’applicazione della chimica – da affiancare a quella animale e vegetale. Carlo Gemmellaro, proponeva, con una lunga memoria, la necessità di incrementare il commercio della pietra lavica, "divenuta un genere di commercio trasportata in Messina, Agata, Siracusa e Malta per servire di materiale alla costruzione di opere diverse"(44). Ma la via alla modernizzazione passava anche attraverso l’incremento delle conoscenze agro-scientifiche, tanto che per molti soci del consesso, diventava fondamentale l’istituzione di Scuole pratiche di agricoltura, in grado di insegnare ai contadini i vari elementi agronomici nel loro duplice aspetto, teorico e pratico, scientifico e sperimentale(45).

 

Per quanto riguarda l’attività legata all’aspetto "progettuale", vale a dire quello relativo alla presentazione delle memorie, la Società catanese si poneva come la più proficua. Il lungo elenco delle memorie – la Relazione ne contava quaranta – prendeva le mosse proprio da quella che in qualche maniera era considerata la più importante, scritta da Carmelo Maravigna nel 1833, intitolata Sui mezzi che debbonsi adottare dalle Società economiche per la promozione dell’agricoltura, delle arti e dell’industria nazionale, in cui venivano messi in risalto non solo l’essenza e le finalità più intrinseche del ruolo economico e politico della Società, ma anche i progetti e le leggi finanziarie che avrebbero dovuto adottare e mettere in pratica(46). Sulla scia di queste considerazioni, Giuseppe Alessi scriveva Sui mezzi di ovviare alla pubblica miseria negli anni di sterilità e di penuria in Sicilia e precisamente in Catania e Sui mezzi di distruggere le cavallette; Gioacchino Geremia Sul miglioramento dei vigneti etnei e Sui mezzi opportuni onde riparare i bisogni della Valle di Catania; Alessio Scigliani Cenni sopra alcuni rami d’industria degli abitanti della Valle di Catania; Salvatore Scuderi Sulle rotazioni agrarie e Sul progresso della popolazione della Sicilia; Giuseppe Alvaro Manganelli Sulla irrigazione dei campi che attornano Catania; Alfio Bonanno Dè mezzi d’impedire e diminuire le malattie cagionate dalle paludi; Antonino Di Giacomo Sul miglioramento delle specie delle piante indigene e sulla produzione delle piante esotiche più utili; Vincenzo Tedeschi Sugli ostacoli che in Sicilia il sistema d’insegnamenti più comunemente usato oppone ai progressi della istruzione delle classi produttrici, e molte altre memorie piene di spunti di riflessione che cercavano di guidare tutta l’attività agro-economica catanese verso modelli rappresentativi più moderni ai quali la Società economica, a volte, riusciva solo a guardare da una posizione, purtroppo, un po’ lontana(47).

 

Nel complesso, l’intera struttura agraria della provincia catanese, in seguito al lavoro svolto dalla Società economica, si poneva in una situazione di generale equilibrio, dove l’ampia gamma delle colture non si presentava totalmente diversa rispetto a quella del secolo precedente e, inoltre, i risultati concreti dei cambiamenti strutturali-latifondistici e delle proposte del consesso, se influivano immediatamente sulla conduzione agraria etnea, avrebbero dato la maggior parte dei risultati a distanza, soprattutto a partire dal periodo post-unitario. I risultati reali che si aspettavano nascessero subito, venivano infatti affievoliti anche da condizioni atmosferiche e naturali non del tutto favorevoli, come le eruzioni vulcaniche degli anni Quaranta del XIX secolo che avevano danneggiato molti comuni particolarmente fertili in prossimità del Simeto. Ma non solo, si trattava anche di concrete proposte attivate dalla Società che dovevano scontrarsi anche con buona parte della struttura fondiaria dalla conduzione agricola e dalla condizione giuridico-sociale legate ad un tradizionalismo semifeudale e, oltre tutto – e questo è senza dubbio l’aspetto più contraddittorio della Società catanese – la maggior parte dei progetti economici nascevano da una forma di attività per certi versi molto limitata e da una non totale e progressiva partecipazione che caratterizzava la stessa Società e che la Relazione del 1845, concludendo il proprio resoconto, trascriveva liberamente:

 

La Società economica quantunque abbia un grande utile scopo, tuttavia non ha potuto rendere molti servizi dell’agricoltura, per diverse ragioni, ed alcune delle quali sono: la Società manca di un Campo di esperimento dove si potessero eseguire le coltivazioni di modello, sperimentarsi i nuovi strumenti agrari, propagarsi le piante più utili e più confacenti alla provincia. Manca di mezzi sufficienti per acquistare macchine, modelli, libri, giornali e tutto quanto potrebbe essere utile alle varie industrie (…). Questa Società, inoltre, non ha messo a stampa alcun giornale, ma ha trasmesso le copie di tutte le memorie che si sono lette nelle adunanze in altri giornali(48).

 

Una descrizione della situazione agraria piena di buoni propositi, era al centro della Relazione del 1845 della Società economica di Messina. Firmata dal presidente Gaetano Caracciolo e dal segretario Felice Biscazza, la Relazione, a differenza di quanto era avvenuto per il consesso catanese, era stata compilata da un comitato eletto appositamente dagli stessi membri della Società e costituito da importanti personalità dell’epoca: Gaetano Grano, che era stato il presidente nel 1836, Giuseppe Grosso Cacopardo, Nicolò Prestandrea e Pietro Cuppari(49). La presenza di quest’ultimo personaggio, di origine messinese ed uno dei più importanti esperti della storia dell’agronomia europea, dava alla Società economica peloritana ed a tutto il lavoro che il comitato si apprestava a fare, una rilevanza non indifferente(50). Del Cuppari, infatti, venivano ripresi e tenuti costantemente presenti dai membri societari i princìpi agronomici diffusi durante gli anni del suo insegnamento: la concezione di una "nuova" agricoltura allineata con la scienza e l’arte e la necessità di integrare la tradizione colturale con le nuove tecnologie, per uno sviluppo più moderno della conduzione agraria. Alle proposte relative alla produzione di differenti terreni agrari, la diffusione dei mezzi artificiali per modificarne la struttura e l’introduzione di colture specializzate per rispondere ad esigenze commerciali in fase di crescita, faceva riscontro una reale struttura agricola ancora in bilico ed in fase di assestamento tra una relativa arretratezza feudale e deboli impulsi capitalistici, che proprio il comitato si apprestava a descrivere con termini a volte non troppo lusinghieri.

 

L’introduzione degli aratri inglesi, francesi ed italiani era stato il primo progetto realizzato dalla Società economica. L’utilizzo di questi strumenti, infatti, era legato alla stimolazione di ogni attività agricola mediante un lavoro colturale migliore del terreno, che avrebbe potuto in tal modo aumentare e risolvere, almeno in parte, "la penuria" e la cattiva condizione dei latifondi, che costituiva, tra l’altro, la causa principale della mancanza di una buona realtà pastorizia(51). Le pratiche territoriali più diffuse erano quelle tradizionali del maggese a "conduzione" biennale e triennale, in cui, nel primo caso si alternava con i cereali, mentre nel secondo caso con le colture leguminose che, insieme alla produzione di altre derrate – quali la sulla, l’orzo ed il frumento – erano le "voci" particolarmente attive ed in espansione. Accanto alla granicoltura, la Relazione inseriva, in maniera significativa, la produzione del vino, "uno dei principali prodotti messinesi", dove però non mancavano le critiche per una cattiva attività, accusata di negligenza nei confronti di quell’operazione che avrebbe dovuto avere la cura di distinguere le diverse specie delle uve e, di conseguenza, la possibilità di produrre vini differenti per qualità(52). L’altra grossa attività riguardava l’olivocoltura, la cui produzione, nonostante interessasse gran parte dei territori messinesi, veniva altamente compromessa da una "errata" coltivazione; l’olio peloritano, infatti, veniva valutato dal comitato di "terza qualità" e quindi difficilmente competitibile con quello prodotto da altre regioni e Stati(53).

 

L’esposizione della situazione agraria della provincia di Messina, proseguiva passando in rassegna tutti i maggiori prodotti coltivati nei vari circondari provinciali, il cui fine era iscritto anche nel portare avanti un’attenta cognizione delle diverse tipologie dei terreni e delle loro colture specifiche. "Il primo circondario esterno adunque vicino alla città è quello della Pace, nella lingua del Faro"(54) Qui, secondo la Relazione, a causa della presenza di molte "terre ingrate", vale a dire sabbiose ed "alluvionali", la coltura era molto spesso limitata alla vite, ma non sempre di ottima qualità, ed al fico d’india; i circondari di Gazzi, Galati, Gesso e Milazzo, riguardavano soprattutto vigneti ed oliveti; quelli di Rometta e di Barcellona erano invece tra i più ricchi, con la produzione dei gelsi, del tabacco e degli agrumi; Santa Lucia, Alì, Novara e Francavilla si ponevano invece in una situazione di stabilità con la produzione delle classiche e normali coltivazioni; a Patti, Sant’Angelo ed a Raccuia spiccava la predominanza degli alberi da "frutta secca", soprattutto il nocciolo ed il castagno; infine, Tortorici, Naso, Militello, Mistretta, Cesarò, S. Stefano di Camastra e S. Fratello, erano i circondari con una buona presenza di terreni boschivi, dove la produzione e la lavorazione del legno costituivano la maggior parte della loro attività. Si trattava, nel complesso, di un andamento agricolo classico e di piccoli tentativi di "ammodernamento" che, pur con qualche difficoltà, erano stati introdotti:

 

Circa l’esperienze agronomiche ed esperimenti agricoli, questa Società di un orto sperimentale poco o nulla ha potuto farsi, e quel poco si deve alla cura particolare di qualche socio, il quale ha messo in esperimento nelle sue terre qualche nuovo prodotto particolare(55).

 

Eppure, il consesso messinese, nel cercare di apportare sostanziali modifiche in campo agro-economico, si poneva ad un livello di non secondaria importanza. Infatti, in seguito ad un progetto di legge risalente alla prima metà dell’Ottocento promosso dal Ministero delle Finanze ed inviato a tutti gli Intendenti siciliani, finalizzato a promuovere opere di bonifica in molti terreni paludosi, la Società messinese, grazie all’interessamento dei suoi soci più attivi e dell’Intendente De Liguoro, eleggeva un’apposita commissione composta da Giuseppe Grosso Cacopardo, Giovanni Interdonato, Anastasio Cocco e Antonino Giambò, con lo scopo di prendere dei seri provvedimenti circa la cattiva condizione di molti terreni paludosi e resi inattivi, esistenti presso la località del Faro. In questa situazione, la commissione aveva proposto una grande opera di prosciugamento "che la più antica agricoltura conosceva e che i moderni agronomi non tralasciano di commendare", grazie alla quale si sarebbe potuta estrarre da quei terreni una varietà geologica e mineraria molto fertile, che avrebbe offerto la possibilità di coltivare questi estesi terreni con una vasta gamma di alberi da frutta, viti, cereali e prati artificiali(56).

 

Una "intelligente" coltura, legata alla diversità geologica dei terreni, veniva inoltre proposta anche dal socio corrispondente Giuseppe Rapisardi Console, il quale, al contrario di molte mode agronomiche sbagliate, negava l’utilità delle coltivazione dei terreni "in pendìo", cioè in alta montagna, proprio perché il suo totale e illogico disboscamento ne avrebbe annullato l’efficacia produttiva. Anzi, il consesso messinese, attraverso le proposte del suo socio e aperto alle istanze più riformistiche dell’agronomia ottocentesca, avvalorava la necessità di un rimboschimento delle montagne peloritane, valorizzando, in tal modo, non solo la coltivazione alberata – soprattutto della frutta secca – ma prevenendo anche le molte alluvioni causate da una forma indiscriminata di disboscamento(57). Contro la progressiva diminuzione del patrimonio boschivo-collinare – che era già nei primi anni dell’Ottocento considerata la causa principale di un mutato rapporto tra uomo, natura ed economia – la Società economica si poneva in prima linea nel valutare e proteggere il bosco, nel suo duplice valore: garantire la domanda e la produzione di legna e preservare il territorio all’interno di una logica più attenta alla salvaguardia ed alla tutela di tutto l’ambiente paesaggistico-naturale(58).

 

Ma non solo, l’attività societaria messinese, alla pari di quanto accadeva a Catania, poneva l’attenzione anche sull’importanza derivante dall’applicazione della chimica alla pratica agraria. Francesco Arrosto, formatosi sullo studio delle opere dello scienziato francese G. Liebig, poneva infatti la chimica agraria come una disciplina fondamentale per conoscere le istanze geologiche e minerali presenti nei vari terreni, ma anche per trarre utili suggerimenti in fatto di concimi artificiali e fertilizzanti, in grado di stimolare la natura nella sua produzione agricola e sopperire la debole efficacia dei concimi naturali(59). Accanto ad essa, nasceva l’esigenza della conoscenza della geologia, in grado di porre in risalto la diversa natura delle composizioni delle terre – basti pensare alla diversità strutturale dei "margi" presenti al Faro rispetto alle terre collinari dei Monti Peloritani – e attivare, in relazione alla loro qualità, differenti pratiche agricole. In ambito provinciale, l’esperto geologo era il dottor Lorenzo Majsano, che aveva scoperto nei pressi del territorio di S. Lucia e di Saponara, e tempestivamente comunicato alla Società economica, l’esistenza di diversi minerali, come la saccaroide mista, bianca e scura, solfato di ferro, solfato di calce e diversi strati di polvere conchigliare, che rappresentavano elementi importanti per promuovere attività manifatturiere ancora poco conosciute, a parte quella relativa alla lavorazione dello zolfo(60).

 

In questo contesto, le migliori proposte offerte dal consesso peloritano passavano attraverso la voce di uno dei più importanti soci corrispondenti, Giovanni Interdonato, autore di un lungo saggio, Sulla migliore e più economica coltura dei frumenti in Sicilia, premiato dal Reale Istituto d’incoraggiamento di Palermo nel 1838. La memoria rappresentava, al di là del titolo, una chiara ricostruzione di tutti i caratteri negativi che limitavano la produzione e la buona condotta dell’agricoltura siciliana – dalla contrapposizione degli interessi del proprietario terriero con quelli del contadino affittuario, alla scarsezza di capitali e all’ignoranza diffusa in materia di agronomia – fortemente incastrata da quella forma di tradizionalismo e pregiudizio avvalorata ormai da secoli(61). La necessità di una buona coltivazione del frumento, diventava per il socio messinese un pretesto per porre, in realtà, in primo piano il ruolo della buona conduzione dei terreni, tramite le opere di bonifica, di concimazione chimica, la necessità degli ingrassi e l’utilizzo di macchine agricole in grado di migliorare il lavoro agro-pastorale. La memoria dell’Interdonato, quindi, riassumeva in un unico quadro unitario i più importanti capisaldi dell’economia politica professata dalle Società economiche di Messina e Catania, ma anche i più notevoli elementi agronomici che si andavano diffondendo nei vari Stati europei; da qui, la necessità, da parte del comitato chiamato a redigere la Relazione societaria, di assegnarle un ruolo "guida" rispetto a tutte le altre memorie lette e dibattute all’interno del consesso. La Relazione ne citava venti, tutte ovviamente di carattere agro-economico, tra le quali: Discorso sull’agricoltura in cui proporre nuovi strumenti agrari, nuovo metodo sul maggese e sulla coltura degli olivi del socio barone sig. Nicolaci; Discorso per lo innocuo abbruciamento degli zolfi di Francesco Arrosto; Discorso sull’agricoltura del grano di Lisi da Raccuia; Alcuni cenni sulla pastorizia di Giuseppe Barresi ed altre(62).

 

Rispondendo al quesito circa i progressi "fisici e morali per la prosperità pubblica" apportati dall’istituzione delle Società economiche, il consesso messinese rispondeva in questi termini:

 

In brevi cenni si onora il comitato manifestare a Lei, Sig. presidente, e soci onoratissimi, che la Società per quanto è in lei e con quei poche mezzi che sono in suo potere non ha tralasciato di affaticarsi al bene, all’immegliamento ed alla prosperità della nostra provincia. Un giornale si pubblicava a spese dei soci, il quale distribuivasi a tutti i comuni della Valle(63).

 

Il giornale in questione, il Monitore economico tecnologico agrario della Società economica della Valle di Messina, pubblicato dal 1833 al 1835, era, a differenza di quanto accadeva per la Società economica di Catania, l’organo di stampa ufficiale di quella messinese. Esso esprimeva e realizzava un bisogno intrinseco alla Società stessa, consistente nella necessità, fortemente sentita, di avere un proprio specifico giornale, tramite il quale pubblicare le memorie e far circolare le nuove idee economiche. La pubblicazione, non a caso, diventava il mezzo più idoneo e più facile per instaurare uno scambio di informazioni e di pubblicazioni, in ambito regionale, nazionale ed europeo. Felice Bisazza, segretario della Società, presentando il primo numero della seconda annata di pubblicazione, scriveva:

 

La civiltà di un regno, ben lo sappiamo, non cresce che a gradi: noi divisi da un piccol cerchio di onde del beato Continente, fra noi stessi separati da poca terra, noi dico più che altra nazione abbiam bisogno di utili opere periodiche in ogni genere di scienze e di lettere, per aggiungere quel principio di unità scientifica, per essere chiari dè progredimenti della civiltà Europea. […] . Ciò noi abbiam creduto fare sin dal principio del nostro Monitore; sì noi non a dotti severi abbiamo rivolto questa nostra opera periodica, ma a quelle genti che povere di scienza, hanno pure un diritto alla partecipazione dè lumi, ed alla manifestazione di tutto quanto possa meliorare a renderle felici(64).

 

Il carattere saliente del periodico messinese consisteva nel fatto che non si trattava di una pubblicazione rivolta soltanto ad una parte elitaria della società civile, ma presupponeva, piuttosto, un totale ampliamento e coinvolgimento dei lettori, arrivando a toccare perfino il ceto contadino, la cui istruzione veniva ora per la prima volta posta al centro dei nuovi princìpi agronomici ed una necessità ineludibile per il progresso della società agraria. Si trattava, in pratica, di una pubblicazione importante che, seppur legata ai suoi aspetti locali, per la sua specializzazione nel settore agrario assumeva certamente un tono italiano ed europeo, tendente a fornire modelli di informazioni e di sperimentazioni più moderni(65). La sua struttura, veniva articolata in tre parti: la prima esprimeva il filtro di comunicazione maggiore tra la Società economica ed il pubblico, in quanto ne pubblicava alcuni Atti e le comunicazioni più importanti che venivano discusse all’interno di essa; la seconda parte riguardava invece le scienze agronomiche e pubblicava lavori scientifici, risultati sperimentali e varie osservazioni relative al campo agro-pastorale; la terza ed ultima parte del Monitore, infine, intitolata "Arte e mestieri", si concentrava, invece, su articoli e suggerimenti relative al settore manifatturiero ed artigianale(66).

 

Attraverso l’indicazione posta su ricerche ed esperimenti che contribuivano in ogni caso al progresso delle scienze, i lavori e le memorie scientifiche pubblicati, erano anche il frutto di una ben organizzata collaborazione tra esperti – come economisti ed agronomi di professionisti – ma anche tra i diversi membri societari che, operanti in sedi diverse, mettevano in pratica le loro differenti competenze. Il socio onorario Sig. Nicolaci ed il socio ordinario L. Scudery pubblicavano lavori scientifici, ma con chiare indicazioni pratiche-tecniche, sulla necessità dell’estirpazione dei parassiti vegetali e degli insetti nocivi alle coltivazioni, argomento al quale faceva riscontro anche un altro saggio scritto dal socio Sig. Bonaiuli. Altri soci ed esperti agronomi scrivevano, invece, sulla pastorizia, sull’importanza di migliorare le razze animali e di formare prati artificiali, con lo scopo di eliminare il problema dei greggi vaganti distruggenti molti terreni coltivati e che costituiva, per la Sicilia della metà del XIX secolo, una questione agraria ancora aperta e non risolta. Altri importanti lavori riguardavano la coltivazione dei bachi da seta, la bonifica terriera tramite l’utilizzo di appositi macchinari, gli innesti botanici, una migliore produzione enologica e altre fondamentali questioni agrarie e artigianali(67). All’interno di questo clima di operosità e di grande speranza legato alla diffusione dei princìpi agronomici e degli esempi pratici agrari, nasceva il lavoro migliore di tutto l’operato della Società economica messinese: un’importante e lunga monografia sugli agrumi, studiati nel loro aspetto scientifico e botanico, completato da un’attenta analisi sulle varietà delle specie e su precise e puntuali tecniche migliori di coltivazione. L’importanza della memoria, scritta da Francesco Arrosto, in seguito ad un premio di 100 ducati messo a disposizione dalla Società, da assegnare, appunto, al miglior lavoro sugli agrumi, nei suoi intenti pratici teneva a valutare ed incrementare proprio il settore agrumario che, in seguito al calo della produzione granaria che aveva investito tutta l’economia siciliana dei primi anni del XIX secolo, costituiva uno dei settori stabili della produzione agraria isolana e sulla quale, di conseguenza, porre tutta la più moderna possibilità conoscitiva agronomica e tecnica(68). Questo lavoro sugli agrumi, infatti, che collocava la produzione scientifica del consesso peloritano in linea con quanto facevano altre Società europee, partendo da una preliminare rassegna sulla qualità degli agrumi e suggerimenti sulla loro coltivazione, si poneva come preciso scopo non solo l’aumento commerciale del frutto in sé, ma creare anche un vasto "movimento" economico del prodotto "manufatto" derivante dalla lavorazione e trasformazione degli agrumi stessi. Si trattava, negli intenti della Società, di aumentare la disponibilità degli investimenti nel settore dell’agrumicoltura dal quale, se incentivato opportunamente, si potevano ottenere redditi più elevati rispetto a qualsiasi altra attività agricola(69). Se tutto questo aspetto del settore agrumario, ma in generale sulla valorizzazione dell’intera struttura agraria, risultava essere l’aspetto più importante della Società economica, il taglio editoriale e le specifiche pubblicazioni del suo Monitore, rappresentavano notevoli elementi "contemporanei" tanto alle finalità istituzionali del consesso, quanto all’insieme degli elementi della cultura economico-sociale del tempo. Anzi, per concludere, la qualità culturale dei saggi economici del giornale messinese, rispecchiava una documentazione storica di una collettiva esperienza vissuta con intelligente impegno, ma anche una suggestiva proposta di riflessione critica sulle condizioni strutturali della provincia e dell’intera regione che, proprio in quegli anni di difficile transizione verso una modernità economica-istituzionale rispondente ai diversi bisogni della realtà sociale, andava maturando.

 

V. Il dibattito societario intorno allo sviluppo manifatturiero

 

Se l’agricoltura era lo spazio primario entro il quale si collocavano le riflessioni ed i progetti relativi ad un suo miglioramento in senso più moderno ed "europeo", ma anche il modello di riferimento del principio fisiocratico che aveva costantemente guidato l’idea di economia politica diffusa dagli stessi consessi, accanto ad essa si poneva, in un rapporto di dialettica completezza, il principio relativo allo sviluppo manifatturiero. Il dibattito intorno alle manifatture, però, al contrario di quanto avveniva per quello relativo all’agricoltura, riguardava solo una piccola schiera dei membri societari, sia per una difficoltà di natura interna al dibattito stesso, pieno di contraddizioni e di nodi problematici da sciogliere, sia per la complessità della particolare situazione storica della Sicilia pre-unitaria, per molti aspetti ancora periferica e secondaria rispetto alle altre regioni italiane e nazioni europee, più progredite ed avviate sui circuiti dei mercati internazionali.

 

Il dibattito economico che si era sviluppato in Sicilia, a partire dagli anni Trenta del XIX secolo, relativa alla dicotomia tra "agricolturismo" ed "industrialismo", all’interno delle Società economiche che ben conoscevano le prospettive offerte dalle due strade, diventava, in realtà, una sorte di falsa "copertura ideologica" ed un pretesto per aumentare di tono un importante dibattito in fase di svolgimento anche a livello europeo. L’alternativa tra agricoltura e manifattura, infatti, veniva appiattita a favore della prima, non solo perché la Sicilia era un paese prevalentemente agricolo e quindi incapace di un’improvvisa sterzata industriale, ma anche perché si vedeva nell’agricoltura e nella conseguente trasformazione manifatturiera dei suoi prodotti gli unici mezzi capaci di portare l’economia siciliana a costanti livelli competitivi. Lo sviluppo dell’agricoltura e l’aumento delle sue produzioni erano, infatti, i presupposti anche per un aumento demografico e per una conseguente espansione della domanda interna dei prodotti agricoli ed alimentari, che diventavano gli elementi trainanti di un primo sviluppo in senso manifatturiero. Dalla Società catanese, Agatino Longo notava:

 

Da due grandi industrie come da due fonti inesauste è dato alle nazioni di ricavar la ricchezza: sono l’agricoltura e le manifatture. La prima dà i generi grezzi, le seconde i generi lavorati; la prima crea e produce una folla di sostanze senza di cui non potrebbe alimentarsi la vita, né potremmo avere il bisognevole per lo vestito e l’alloggio; le seconde s’impadroniscono di queste sostanze, le modificano, le trasformano e le adattano meglio al soddisfacimento dè nostri bisogni(70).

 

Per realizzare tale progetto, le prime leggi della politica agraria borbonica settecentesca, non potevano bastare e dovevano essere integrate da ulteriori elementi tipici della politica economica europea dell’Ottocento, come, in primo luogo, una "mercantilizzazione" dell’agricoltura stessa, ossia un aumento della produzione agricola destinata ad un mercato in fase di crescita, che andasse oltre una ristretta economia di autoconsumo e che inserisse i vasti latifondi al centro di un nuovo circuito commerciale moderno(71). Stando alle indicazioni del socio catanese Placido De Luca, una nuova "conversione" agro-manifatturiera doveva sorgere dalle particolari condizioni socio-economiche della Sicilia di quel tempo, dove, il referente comparativo con le nazioni straniere, più che un’imitazione sterile, avrebbe dovuto essere di uno stimolo-guida per una "versione" manifatturiera dell’agricoltura(72). La totale emulazione nei confronti dell’Inghilterra, il paese della rivoluzione industriale, secondo i dibattiti delle Società, era totalmente da scartare e da soppiantare, piuttosto, con lo sviluppo di nuove forme di adattamento con le risorse e le materie prime offerte dalla Sicilia stessa. In pratica, l’idea di fondo che muoveva i dibattiti societari sullo sviluppo manifatturiero isolano, consistente nel fare dell’agricoltura la leva di un nuovo progresso economico, coinvolgeva inevitabilmente anche le forze sociali e culturali, finalizzate ad incentivare una politica di invenzioni e di innovazioni. All’Inghilterra, infatti, o meglio alla sua condotta agro-manifatturiera, si guardava alle sue peculiari caratteristiche basate sulla specializzazione colturale, sull’integrazione di una buona pratica zootecnica, sulla capillare ed efficiente rete di comunicazioni viarie e soprattutto sull’evoluzione dei provvedimenti governativi in fatto di materia economica, come l’abolizione di molte norme tradizionali di stampo mercantilistico e di altre limitazioni e dazi che gravavano sugli scambi commerciali con l’estero. Erano questi stessi princìpi britannici a diventare, nei progetti e nei dibattiti dei consessi, i nuovi elementi dinamici della Sicilia agraria ottocentesca che, se sviluppati, avrebbero in ogni caso realizzato quei necessari "surplus" agricoli-capitalistici tali da porre la realtà territoriale siciliana come produttrice ed esportatrice di materie prime e derrate agricole, in un mercato allargato dagli angusti limiti di quello interno poco redditizio(73).

 

L’uomo non può esser ricco che a forza di fatica e di combinazioni intellettuali, non può esser ricco che migliorando se stesso, la condizione sua economica, il suo viver civile, le sue relazioni sociali.(…) Un popolo industrioso è un popolo pacifico, dedito alle arti primitive, all’agricoltura, alla pastorizia, alla mineralogia, alla caccia, alle arti meccaniche. Un popolo industrioso ama la scienza, ama la dottrina, ama l’uguaglianza: ama la scienza, non quella dè sedicenti dotti i quali fan consistere tutto il loro sapere nel possesso di un gergo scientifico che è tanto lontano da essere scienza, ma la vera solida dottrina che soddisfa la ragione(74).

 

In campo manifatturiero, molte riflessioni delle Società mettevano in discussione buona parte della politica economica realizzata nell’isola dal Governo borbonico, soprattutto quella ruotante intorno alle misure protezionistiche ed alla legge del 1824 sul libero cabotaggio fra Napoli e la Sicilia, accusata di condannare l’isola ad un ruolo subalterno e contraddittorio: fornitrice di materie prime per le industrie napoletane e mercato dei loro stessi manufatti e la mancanza di una libera commercializzazione di alcuni prodotti. La situazione manifatturiera era considerata carente per i prodotti necessari e bisognevole di incoraggiamenti per i rami già esistenti. Per uscire fuori da questa situazione strutturale e certamente non in linea con i canoni economici europei, i membri societari proponevano, in primo luogo, una politica premialistica relativa alla costruzione di nuovi artefatti, l’abolizione di dogane commerciali interne, la libera esportazione delle produzioni locali, l’abbattimento dei vincoli e dei dazi sul gioco importazione-esportazione dei manufatti e la valorizzazione di una moderna struttura viaria tra le province siciliane. Questi elementi definivano ora delle nuove regole in grado di fissare i contorni di un’economia politica allargata che, riguardando sia l’agricoltura che l’economia civile in senso stretto, si proponeva di essere la nuova base teorica e pratica della politica interventista-industrialista promossa dal Governo borbonico. Più in generale va osservato che gran parte degli sforzi attuati dai membri societari, in tema di manifatture, erano rivolti a condannare idee economiche troppo estreme. Come già era successo nell’ambito relativo all’economia rustica, in cui le riflessioni delle Società facevano del mercantilismo e della fisiocrazia – apparentemente teorie economiche inconciliabili – un’unica fonte dalla quale attingere i princìpi generali dei loro progetti economici, così, anche nel campo dell’economia civile, vale a dire quello manifatturiero, accadeva la stessa cosa. L’estrema divergenza tra liberismo e protezionismo, infatti, significava ragionare per termini astratti, senza tenere in debita considerazione la particolare situazione delle possibilità produttive della Sicilia. La generale e più diffusa fede liberista dei soci, infatti, cedeva il passo anche ad un’attenta visione del ruolo dello Stato al quale veniva riconosciuto il compito di sostenere le manifatture con concessioni di vario genere: un’adeguata politica protezionistica-difensiva dei prodotti isolani, la concessione di privative, costanti prestiti finanziari e incentivi capitalistici. In questo contesto, insomma, l’obiettivo di non pochi soci delle Società, diventava quello di ristabilire un equilibrio tra le varie sorgenti produttive, puntando sul progresso della stessa agricoltura e, da qui, sulle manifatture e sul commercio, intesi come i nuovi settori "strategici" per lo sviluppo economico della Sicilia(75). Quindi, il dibattito societario sulle manifatture, che dato il suo inevitabile legame con la struttura agraria diventava più corretto parlare di uno sviluppo "proto-industriale" che manifatturiero in senso stretto, rispecchiava, in molti casi, l’esigenza di non rivoluzionare totalmente né gli equilibri sociali né i rapporti economici preesistenti, ma avvalorava un progresso che fosse competitivo ma graduale, deciso ma equilibrato, tipico, in pratica, di un paese "second comers"(76).

 

Sul compito della realizzazione pratica le Società avevano cercato in ogni caso di mantenere l’equilibrio naturale delle loro rispettive province, lavorando solo sui prodotti e sulle relative manifatture di punta della realtà siciliana ottocentesca, non tenendo in considerazione altre iniziative tendenti ad impiantare ex novo ulteriori attività industriali: quest’ultimo punto dava, infatti, adito ad un’interpretazione troppo superficiale dell’operato societario. Il quadro manifatturiero presentato dalle Relazioni delle Società del 1845, poneva in risalto la centralità assunta dall’industria artigianale, dal settore agrumario e da quello enologico, tanto che per buona parte del XIX secolo costituiranno gli unici settori forti dell’intera economia siciliana, caratterizzata dal crollo della produzione e dell’esportazione delle attività tradizionali, come la granicoltura e l’industria tessile. Malgrado la forte concorrenza dei vini francesi e spagnoli, la produzione di quelli catanesi e messinesi diventavano sempre più richiesti sui mercati extraprovinciali e internazionali(77). Le esportazioni di agrumi e dei loro derivati, ruotavano proprio intorno a Messina, Catania e Palermo, dove la produzione di agro di limone, agro cotto ed altre essenze, avveniva in piccoli ma efficaci opifici disseminati nelle periferie provinciali(78). Altre piccole attività riguardavano la produzione del sommaco, la fabbricazione dei tabacchi e il rilancio della coltivazione della canna da zucchero(79). Accanto a questa situazione, caratterizzata, però, dalla mancanza di progressi sotto il profilo tecnologico, si poneva il mancato decollo delle attività manifatturiere tessili. Messa in buona parte in ombra dalle Relazioni dei consessi, la produzione tessile della Sicilia orientale, infatti, presentava scarse possibilità di sviluppo, non solo perché dipendeva principalmente dal mercato locale, relativamente povero, ma anche perché non poteva reggere la forte concorrenza straniera che riusciva ad imporre prodotti di qualità maggiore a prezzi competitivi. In ogni caso, il settore tessile sul quale si cercava di incentivare maggiormente, era quello del cotone, attivo sia a Catania che a Messina, dove lo stabilimento più importante apparteneva ai fratelli Ruggeri. Proprio la Società messinese, inoltre, pubblicava a proprie spese un apposito lavoro su come attivare una migliore lavorazione del lino, della canapa e del cotone, al fine di valorizzarne una maggiore qualità(80).

 

All’interno di questo contesto, quindi, al dibattito delle Società economiche sull’incentivazione dell’attività manifatturiera corrispondeva, solo in parte,una reale e concreta realizzazione sul piano pratico: se per alcuni settori vi era infatti un vero e proprio blocco, per altri doveva altresì parlarsi di arretramento sia rispetto a quanto avveniva in Sicilia nel secolo precedente, sia in relazione alle posizioni raggiunte in quello stesso periodo dagli altri Stati europei(81).

 

In conclusione, la vita di tali Società era soggetta a continue variazioni e modifiche derivanti da una serie di fattori: come l’interscambio delle personalità che entravano a farne parte, l’evolversi dei processi economici e politici che avevano caratterizzato il periodo di esistenza dei consessi ed il cambiamento del clima culturale in cui affondava le radici ogni prospettiva di visione socio-economica nazionale ed europea. Infatti, l’intera struttura societaria della Sicilia orientale aveva fatto registrare, nel corso di poco meno di trent’anni di attività, una certa varietà di proposte e progetti economici ed era riuscita, inoltre, a gestire – anche dopo la crisi del 1848 che aveva avuto le sue ripercussioni pure sulle Società – una serie di dibattiti e manifestazioni economiche dal tono internazionale. Durante gli anni della loro attività le Società di Catania e Messina avevano subìto vari ridimensionamenti e forme di inoperativismo, che andavano a toccare la già consistente debolezza delle loro funzioni di tramite e di collegamento fra l’azione governativa borbonica ed il tessuto socio-civile. Un’effettiva influenza di tali istituzioni sulle misure di politica economica statale-borbonica, infatti, era stata realizzata soltanto in parte; lasciando, piuttosto, alla libera iniziativa dei proprietari terrieri e dei manifattori siciliani l’accettazione di proposte sulle tecniche colturali, sull’istruzione agronomica e sulla incentivazione capitalistica a livelli competitivi.

 

Nonostante tutto, però, le questioni relative al maggese, la visione paternalistica dei rapporti socio-economici, la politica premialistica per promuovere studi e metodi colturali, l’allargamento della produzione agricola ed i dibattiti su un graduale sviluppo manifatturiero, rappresentavano gli elementi portanti dell’unica soluzione possibile per attivare quel processo di diffusione di idee economiche più moderne e di abbattimento di barriere culturali riottose verso ogni forma di novità importata dall’estero. A conclusione dell’intero percorso, si può affermare che questi consessi avevano inciso solo parzialmente sull’intera realtà economica e sociale della Sicilia pre-unitaria, ma raffiguravano, in ogni modo, per la potenzialità isolana dell’epoca, "l’ultima" occasione per promuovere dialoghi e saperi volti a cambiare, o per lo meno tentare di farlo, il volto del paesaggio agrario-produttivo. Con l’arrivo dell’Unità nazionale e del nuovo Governo italiano, si assisteva alla chiusura definitiva delle Società economiche, ma le stesse questioni che erano state al centro del loro operato, spesso incagliato da intoppi burocratici, verranno trasferite in altre sedi e poste all’interno di una nuova forma di associazionismo economico, soprattutto quello polarizzato intorno all’istituzione dei Comizi agrari e delle Camere di Commercio nazionali(82).

 

NOTE

 

(1) L’espressione "spazio rurale" è stata utilizzata da P. Villani (a cura di), Trasformazioni delle società rurali nei paesi dell’Europa occidentale e mediterranea: secoli XIX-XX, Napoli, Guida, 1986. Il testo rappresenta un punto importante per la produzione storiografica sulla storia economica, in quanto cerca di individuare i legami tra lo sviluppo agricolo e le istituzioni governative che ne hanno di volta in volta regolato l’attività. Scrive a proposito G. Galasso: "La storia è incalcolabilmente più complessa, multiforme, discontinua, agitata. Come quelli di ogni altra storia, i tempi della storia contadina sono trascorsi anch’essi, nei vari continenti e nelle varie epoche, tra fasi alterne e diverse di prosperità e di miseria, di oppressione o di libertà, di tranquillità o di precarietà. […]. Di qui l’importanza fondamentale della storia istituzionale e il problema cardinale di capire i momenti di segno diverso che possono esprimersi sia attraverso il mutamento delle istituzioni sia all’interno della stessa denominazione istituzionale o del suo progressivo modificarsi". G. Galasso, Mondo contadino e società contemporanea, in Ivi, pp. 3-25, cit. p. 7. Sempre su questa tematica, cfr. A. Massafra (a cura di), Problemi di storia delle campagne nell’età moderna e contemporanea, Roma, Dedalo,1992.

 

(2) A differenza di quanto è avvenuto, ormai a partire da diversi anni, in gran parte d’Europa, dove le Accademie di agricoltura e le Società economiche sono state al centro di una valutazione storiografica che ha permesso di ricostruirne i tratti essenziali e le loro influenze sulla formazione del pensiero economico, nel caso dell’Italia, ed in modo specifico per la Sicilia, non è stato così. Infatti, anche se talvolta hanno dato luogo a dibattiti di risonanza nazionale ed europea, le Società economiche siciliane sono sempre state colte nel loro carattere prevalentemente locale, e per questo motivo sempre inserite all’interno di una generale visione della realtà economica e degli aspetti sociali della storia siciliana pre-unitaria. Però, un’attenta valutazione storiografica sulle Società economiche è stata offerta da un recente volume che ha posto nuove problematiche ed aperto diverse prospettive di ricerca sul campo dell’associazionismo economico ottocentesco: M. Augello e M. E. L. Guidi (a cura di), Associazionismo economico e diffusione dell’economia politica nell’Italia dell’Ottocento. Dalle società economico-agrarie alle associazioni di economisti, Milano, Franco Angeli, 2000. "Gli storici del pensiero economico che si sono in passato occupati di tali realtà associative non sempre hanno mostrato il giusto interesse per gli aspetti istituzionali ed il loro legame con l’economia politica del XIX secolo" (p. XIX).

 

(3) G. Albergo, Storia della economia politica in Sicilia, Palermo, Lorsnaider, 1855, pp. 35-36.

 

(4) Tra gli autori siciliani più significativi che in pieno fermento illuministico settecentesco avevano prospettato l’esigenza di istituire organi governativi come le Società economiche che si occupassero soltanto dello sviluppo e del rilancio concorrenziale dell’economia siciliana, vi erano: Vincenzo Emanuele Sergio, Sull’antico e il moderno commercio di Sicilia, 1762; Pietro Lanza, Memoria sulla decadenza dell’agricoltura nella Sicilia e il modo di rimediarvi, 1785; Paolo Balsamo, Corso di agricoltura economico-politico e teorico-pratico e Gaetano La Loggia, Saggio economico-politico per la facile introduzione delle principali manifatture e ristabilimento delle antiche nel Regno di Sicilia. Su questi autori e la loro influenza sulla realtà economica della Sicilia settecentesca, cfr. O. Cancila, Problemi e progetti economici nella Sicilia del riformismo, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1977; A. Li Donni, L’influsso delle riforme teresiane sugli economisti siciliani, in "Nuovi quaderni del meridione", 77, 1982, pp. 55-65 e M. Augello, M. Bianchini, G, Gioli e P. Roggi (a cura di), Le cattedre di economia politica in Italia. La diffusione di una disciplina "sospetta" (1750-1900), Milano, Franco Angeli, 1988.

 

(5) Cfr. Collezione delle leggi e dè decreti del Regno delle due Sicilie, II sem., 1831, pp. 131-161. Ricordiamo che, in seguito a questo decreto, le Società economiche nascevano, oltre che a Catania e Messina, anche in altre province siciliane nate dalla riforma amministrativa del 1817, come a Caltanissetta, Trapani, Siracusa e Girgenti. Con questa nuova istituzione, inoltre, la Sicilia veniva uniformata con la parte continentale del Regno, dove tali consessi erano stati già attivati con il decreto 1441 del 1812, per iniziativa del governo francese napoleonico. Cfr. A. Allocati, Le Società economiche di Calabria, in "Atti del II congresso storico calabrese", Napoli 1960, pp. 409-435 e R. De Lorenzo, Società economiche e istruzione agraria nell’Ottocento meridionale, Milano, Franco Angeli, 1998.

 

(6) Sui cambiamenti politici, sociali ed economici, avvenuti nel Mezzogiorno ed in Sicilia a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, cfr. E. Pontieri, Il riformismo economico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1961; G. Oldrini, Economia e filosofia nella Napoli di Ferdinando II, in "Studi storici", 2, 1970, pp. 199-228 e G. Pescosolodo, Unità nazionale e sviluppo economico: 1750-1913, Roma- Bari, Laterza, 1998.

 

(7) Su tutta la ricostruzione storica della problematica agronomica siciliana sotto i Borboni, si veda R. Renda, La Sicilia e le leggi agrarie borboniche, in S. Russo (a cura di), I moti del 1837 a Siracusa e la Sicilia degli anni Trenta, Caltanissetta, Ediprint, 1987, pp. 93-113.

 

(8) Cfr. Collezione delle leggi e dè decreti del Regno delle Due Sicilie, cit., Titolo I, Capitolo VII, Dell’oggetto dell’Istituto, e della sua divisione in due classi, articolo n. 69, p. 141.

 

(9) Tutta l’organizzazione e la struttura delle Società economiche siciliane sono contenute nella Collezione delle leggi e dè decreti del Regno delle Due Sicilie, cit., Titoli II-IV, Capitoli XII-XVIII, articoli nn. 125-168, pp. 151-161. Una parte del decreto riguardante l’istituzione delle Società economiche, viene preso in considerazione, per una ricostruzione storico-legislativa del Regno delle Due Sicilie, da L. Tomeucci, Appunti per una storia dell’accentramento burocratico-amministrativo borbonico in Sicilia (1816-1860), Messina, D’Amico, 1957.

 

(10) Collezione delle leggi e dè decreti del Regno delle Due Sicilie, cit., Titolo II, Capitolo XIV, Delle funzioni degli ufficiali, e dell’obbligo dè soci, articolo n. 146, p. 155.

 

(11) Le Società economiche europee sono state ampiamente studiate da una parte molto attenta della storiografia non solo economica in senso stretto, ma anche "sociale" ed antropologica, cfr. L. Enciso Recio, Las Societades Econòmicas de Amigos del Paìs, in AA.VV., Le Società economiche alla prova della storia (secoli XVIII-XIX), Atti del convegno internazionale di studi, Rapallo, Azienda grafica Busco, 1996, pp. 49-60; D. Roche, Acadèmies sociètès de culture et èconomie politique dans la France du XVIII siècle, in Ivi, pp. 19-41 e M. Augello e M. E. L. Guidi, The Societes of Political Economy and the Associations of economist. Europe, America and Japan in the XIX century, London, Routledge, 2002.

 

(12) Su questo aspetto, relativo al legame tra lo sviluppo economico con quello sociale per la formazione di uno Stato moderno, cfr. A. M. Banti e M. Meriggi (a cura di), Elites e associazioni nell’Italia dell’Ottocento, in "Quaderni storici", 77, 1991 (numero monografico); M. Malatesta, Il concetto di sociabilità nella storia politica italiana dell’Ottocento, in "Dimensioni e problemi della ricerca storica", 1, 1992 (numero monografico) e G. Sabbatucci e V. Vidotto (a cura di), Storia d’Italia. Le premesse dell’Unità: dalla fine del Settecento al 1861, Roma-Bari, Laterza, 1994. Un rapporto fondamentale che lega le problematiche relative alle Società economiche con lo sviluppo delle nuove forze sociali, è anche al centro del lavoro di M. Augello e M. E. L. Guidi, Da dotti a economisti. Associazioni, accademie e affermazione della scienza economica nell’Italia dell’Ottocento, in ID. (a cura di), Associazionismo economico e diffusione dell’economia politica nell’Italia dell’Ottocento. Dalle Società economico-agrarie alle associazioni di economisti, cit., pp. XXI-XCI. "In sostanza, le Società economiche finiscono per essere il luogo nel quale la sociabilità delle elites e i bisogni economici che esse si propongono di rappresentare si politicizzano, e l’economia politica è il linguaggio nel quale avviene questa metamorfosi. Donde il "sospetto" dei Governi nei confronti della scienza economica e il loro tentativo perenne di ricondurre il dibattito agli intenti pratici e agronomici" ( p. LI ).

 

(13) Tra i soci della Società economica di Catania vi erano importanti personaggi della vita sociale catanese dell’Ottocento. Salvatore Scuderi, per esempio, formatosi sui testi classici del pensiero francese ed inglese, era diventato, già nei primi anni del XIX secolo, professore di Economia politica presso l’Università di Catania; tra le sue più importanti opere vi erano: Sulle contribuzioni e in generale sul sistema daziario della Sicilia, Catania 1813; Dissertazioni economiche, Catania 1818 e Principi di civile economia, Napoli 1827. Cfr. L. Scuderi, ad vocem, in Le biografie degli uomini illustri catanesi del secolo XVIII, a cura di S. Mirone, Catania, Giannotta, 1881, pp. 204-237. Ma anche Carlo Gemmellaro aveva raggiunto un certo valore intellettuale che lo portava ad essere uno dei più importanti personaggi siciliani dell’epoca: laureatosi in Medicina nel 1808, si era dedicato allo studio della geologia e delle scienze fisico-naturali, arrivando a fondare, insieme ad altri colleghi, la catanese Accademia Gioenia e, a partire dal 1830, insegnerà storia naturale e mineralogia presso l’Ateneo della città. Tra i suoi scritti si ricorda Sopra l’origine e i progressi delle scienze naturali in Sicilia, Catania 1833. Sulla sua figura cfr. P. Corsi, ad vocem, in AA.VV., Dizionario biografico degli italiani, vol. 53, pp. 59-62 e G. Bentivenga, La produzione scientifica a Catania (1800-1860): un’ analisi quantitativa, in P. Nastasi (a cura di), Il meridione e le scienze dal XVI al XIX secolo, Palermo, Ediprint, 1988, pp. 169-176. Su una visione d’insieme della vita intellettuale catanese degli inizi del XIX secolo, si veda, inoltre, V. Percolla, Biografie degli uomini illustri catanesi, Bologna, Arnaldo Forni editore, 1977. (Ristampa anastatica, Catania, F. Pastore, 1842).

 

(14) Anche nel caso di Messina la Società si vedeva circondata di importanti personalità: Antonio Arrosto (Messina 1778-1846), era un noto botanico che arrivò a fondare a Messina una scuola di botanica dai cui lavori all’interno di essa vedrà la luce lo scritto Prospetto di un trattato elementare di farmacia secondo le cognizioni moderne di Storia naturale e di chimica, Messina 1815. Felice Biscazza (Messina 1809 – 1867), era invece un letterario molto apprezzato e nel 1851 ottenne la cattedra di letteratura italiana presso l’Ateneo peloritano. La sua produzione letteraria è molto notevole, ma spicca, tra le tante opere, la raccolta Leggende ed aspirazioni, Messina 1841. Gaetano Caracciolo (Messina 1786 – 1858) era uno dei più rinomati medici messinesi e pubblicava nel 1840 le Istituzioni di semiologia. Paolo Cumbo (Milazzo 1795 – Messina 1872), laureato in Diritto, dal 1832 era divenuto Sostituto procuratore generale della Gran Corte Civile di Messina e di Catania. Giuseppe Falconieri (Messina 1805 – 1854), era un letterato, filosofo e giornalista che era entrato poi in contatto con la filosofia di Pasquale Galluppi ed eletto direttore del periodico letterario "Il Maurolico". Luca Scuderi (Messina 1798 – 1858), infine, era un importante scienziato e naturalista, autore di molte opere lette all’interno di varie Accademie e nella stessa Società economica messinese. Su tutti questi e anche altri personaggi della nuova vitalità socio-economica della Messina dell’Ottocento, cfr. M. Canto, Dizionario degli uomini illustri messinesi, Lodigraf, Lodi, 1991 e M. D’Angelo e L. Chiara (a cura di ), Pietro Pretaino. Biografie cittadine, Messina, Perna, 1994.

 

(15) ASP, Ministero e Real segreteria presso la Luogotenenza generale, interno (MLI), b. 1945, fasc. 59. Ancora più drammatica risultava, ad esempio, la situazione a Siracusa dove, l’Intendente della Valle, barone Montenero, scriveva al Ministro Mastropaolo chiedendo più tempo, necessario per compilare la prima lista dei soci. "Qualunque sia il processo rapido che faranno gli uomini di lettere, o inclinati ad un commercio nella nuova strada che la saggezza del governo loro apre, tuttavia pel momento si scarseggia di uomini istruiti nella teoria e nella pratica dell’agricoltura, delle arti e delle manifatture. Il tutto organizzandosi, facilmente ne conoscerà il governo le cause: le stesse Società diranno che in questo capovalle non vi è mai stata una cattedra di economia sia naturale sia civile: per la pratica alla quale si addice per spinta di circostanze, vi sarebbero molte ragioni a dire. Il colossal possidente d’interminabili tenute non attende al miglioramento dei suoi fondi: il nulla-tenente non sa dove impiegare le sue speculazioni". (ASP, MLI, b. 1975, fasc. 59 ).

 

(16) Il ruolo assunto dalla borghesia risulta molto importante per capire i diversi cambiamenti in senso moderno avvenuti nella storia della società e dell’economia, cfr., ad esempio, A. Signorelli (a cura di), Le borghesie dell’Ottocento. Fonti, metodi e modelli per una storia sociale delle elites, Catania, Sicania, 1988. Partendo dal caso specifico di Messina, un’analisi generale del ruolo borghese viene anche offerto da A. Checco, Messina: alle origini di una identità perduta, in R. Battaglia (a cura di), I segni della memoria. Messina nell’Ottocento, Messina, Perna, 1994, vol. IV, pp. 3-43. Infine, si veda B. Salvemini, Note sul concetto di Ottocento meridionale, in ID., L’innovazione precaria. Spazi, mercati e società nel Mezzogiorno tra Sette e Ottocento, Roma, Donzelli, 1995, pp. 3-32.

 

(17) C. Maravigna, Sui mezzi che debbonsi adottare dalle economiche Società per la promozione dell’agricoltura, delle arti e dell’industria nazionale, in Discorsi pronunciati dal presidente, dal vicepresidente e dal segretario perpetuo della Società economica della valle di Catania, Catania 1834, p. 16, in B. U. R. C.

 

(18) All’interno della Società economica di Catania, dove comunque il numero delle memorie scritte e dibattute era maggiore rispetto a quelle delle altre Società, i membri che avevano in primo luogo posto al centro delle loro riflessioni il ruolo identificativo delle Società, erano, oltre a quello già citato, i seguenti: A. Bonanno, Rapporto dei lavori dell’anno undicesimo della Società economica della provincia di Catania, Catania 1843; C. Gemellaro, Inaugurazione della tornata della Società economica della provincia di Catania nel dì 30 maggio 1850, Catania 1850; A. Longo, Discorsi pronunziati nella generale adunanza della Società economica di Catania del 30 maggio 1853, Catania 1853 e ID., Relazione dei lavori della Società economica della provincia di Catania nell’anno accademico 1857-1858, Catania 1858. Tutte le relazioni sono in B. U. R. C.

 

(19) S. Scuderi, Discorso per l’inaugurazione della Società economica della Valle di Catania, Catania 1832, p. 2, in B. U. R. C.

 

(20) Ivi, p. 13. Sulla figura di S. Scuderi, si veda L. Scuderi, ad vocem, in Le biografie degli illustri catanesi del secolo XVIII, cit., pp. 204-237. Sul rapporto specifico tra il pensatore catanese e la sua attività all’interno del consesso, cfr. L. Petino, L’opera della "Società economica" nella Catania borbonica (1832-1859), in "Annali del Mezzogiorno", 2, 1977, pp. 107-143.

 

(21) P. Cumbo, Per la solenne inaugurazione della Società economica di Messina. Orazione parenetica, Messina 1833, p. 24, in B. U. R. M.

 

(22) Ivi, p. 57.

 

(23) F. Bisazza, Relazione dei lavori del primo biennio della Società economica di Messina, in "Effemeridi scientifiche e letterarie e lavori del Reale Istituto d’incoraggiamento per la Sicilia", tomo XI, anno III, Palermo 1834, pp. 27-36. La creazione delle Società economiche aveva avuto larga eco in molti giornali della Sicilia, nel caso di Messina, ad esempio, le sue finalità – legate allo sviluppo dell’agricoltura, all’istruzione agraria ed ai premi incentivanti per la produzione – erano state salutate con grande entusiasmo: "Fra le opere che onorano più altamente la patria e cooperano a questo incremento di civiltà si è oggi il Reale Istituto d’incoraggiamento e le Società economiche […]. La libera e solenne esposizione, che nella gran sala del Reale Istituto d’incoraggiamento in Palermo si vuol fare ogni due anni di tutte le nuove invenzioni, è una delle principali e potenti cagioni del nostro miglioramento" (C. Gemelli, Relazione, in "Il Faro", anno IV, tomo II, Messina 1836, p. 4 ).

 

(24) G. Grano, Parenesi letta dal presidente della Società economica di Messina nella solenne distribuzione dè premi il dì 4 luglio 1836, Messina 1836, in B. U. R. M. "Ben poche istituzioni possono tendere al pubblico utile della nostra isola, quanto questa, e le installazioni delle Società economiche nelle Valli, che sotto gli auspici di questo Reale Istituto, da cui dipendono, cooperano ancora al rifiorimento delle nostre condizioni con promuovere e migliorare i prodotti delle nostre fatiche. Da questo nobile officio vedremo aprire la via alla pubblica prosperità, e man mano vedremo, senza vane illusioni, l’incremento delle nostre condizioni vivificarsi, prosperando con ciò primieramente il nostro commercio". (p. 7).

 

(25) Nel proporre tale scuola di agricoltura, il socio corrispondente della Società messinese, dr. Giuseppe Barresi, scriveva: "La principale risorsa dei paesi, come anche dei vicini Milazzo, S. Lucia e Castroreale posa sull’agricoltura: abbondano essi del pari delle terre a seminati, ad aranci, a limoni, ad olivi, a vigneti, a gelsi, a fichi, a canne, ed a non poche altre piante indigene e di primario bisogno. E terre e piante reclamano seria attenzione e miglioramento, fa d’uopo una volta fugare gli abusi e restituire la Sicilia in mezzo alle nazioni veramente agricole. Non si conoscono ruote di raccolte, strumenti agrari, si ignorano la marna e l’argilla, e tutte altre nuove specie di concime, potature e metodo e tempo delle stesse: insomma tutto ciò che oggi ha fatto sedere l’agricoltura al lato delle altre scienze, le teorie, io dico bene applicate alla pratica: una mano di dotto agronomo che dalla cattedra alla campagna sa guidare il giglio del contadino e dire due paroline all’orecchio del proprietario". G. Barresi, Progetto di una scuola di agricoltura pè dui comuni di Pozzo di Gotto e di Barcellona, in "Lo spettatore zancleo", II, 4 Aprile 1834, pp. 340-341. Sul rapporto tra le Società economiche e l’istituzione di scuole pratiche di agricoltura, si veda G. Lo Giudice, Le conoscenze agrarie e la loro diffusione in Sicilia tra l’800 ed il ‘900. L’istituto agrario castelbuono di Palermo, Napoli, Arte tipografica, 1988.

 

(26) A. Bonanno, Relazione dei lavori dell’anno decimottavo della Società economica della provincia di Catania letta nell’adunanza generale del 30 maggio 1850, in Discorsi letti nella Società economica della provincia di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1850 faustissimo giorno onomastico di sua Real Maestà Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie, Catania 1850, p. 17, in B. U. R. C.

 

(27) Il rapporto politico e sociale tra Stato e territorio in età moderna, è al centro di un interessante studio svolto da R. De Lorenzo, Strategie del territorio e indagini statistiche nel Mezzogiorno fra Settecento e Ottocento, in ID. (a cura di), L’organizzazione dello Stato al tramonto dell’Antico Regime, Napoli, Morano, 1990, pp. 129-185.

 

(28) Circa il ruolo giocato dall’ambiente naturale nella sua evoluzione storica per lo sviluppo della realtà socio-economica siciliana, si veda C. Caldo, Il territorio: strutture urbane e rurali, in AA.VV., Storia della Sicilia, Napoli, Società editrice storia del Mezzogiorno, 1978, vol. VII, pp. 3-20 e ID., Aspetti e problemi economici della rete urbana siciliana, in "Annali del Mezzogiorno", 3, 1974, pp. 179-221.

 

(29) G. La Farina, Pubblicazione della discussione della seduta straordinaria della Società economica di Messina, in "Spettatore zancleo", II, 18 Febbraio 1834, pp. 220-221.

 

(30) P. Cumbo, Per la solenne inaugurazione della Società economica di Messina, cit., p. 32.

 

(31) A. Bonanno, Relazione dei lavori dell’anno ventesimo della Società economica della provincia di Catania letta nell’adunanza generale del 30 maggio 1852, in Discorsi letti nella Società economica della provincia di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1852 faustissimo giorno onomastico di sua maestà Ferdinando II, Catania 1852, pp. 13-14, in B. U. R. C.

 

(32) G. Grano, Parenesi letta dal presidente della Società economica di Messina, cit., pp. 9-10. Sul ruolo giocato dal settore economico nel corso dell’Ottocento nelle varie regioni italiane, si veda M. Romani, Storia economica dell’Italia nel secolo XIX: 1815-1822, Bologna, il Mulino, 1982.

 

(33) A proposito dell’istituzione del Ministero di Agricoltura, Arti e Commercio, all’interno della Collezione delle leggi e dè decreti, II sem., 1847, si legge: "L’agricoltura ed il commercio cessando di far parte del Ministero e Real Segreteria di Stato degli affari interni, costituiranno un Ministero separato (articolo 1). Faranno parte di esso Ministero le manifatture, gli Istituti d’incoraggiamento, le Società economiche le miniere, la pesca, l’annona, i pesi e misure, la salute pubblica e la pastorizia (articolo 2). La pubblica istruzione, i musei, gli scavi, gli istituti di belle arti, le case di educazione, le scienze, le scuole, le Società e le Accademie corrispondenti, e le biblioteche, ed altro che gli appartenga, saranno per ora riunite a questo Ministero" (articolo 3). (pp. 138-139).

 

(34) Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, fascicolo n. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. (D’ora in poi ASN, MAIC).

 

(35) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(36) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania. Un aspetto delle varie differenze geografiche della provincia catanese, importanti per un suo sviluppo economico, agricolo e manifatturiero in età moderna, viene tracciato da G. Giarrizzo, Catania, Roma-Bari, Laterza, 1986.

 

(37) "I grani ed i legumi sono nella provincia di buona qualità da stare ai passi con quelli forestieri. Ma si potrebbero sempre più migliorare, migliorandone la coltura ed introducendone delle nuove specie" (ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania). Su questa tematica, cfr. I. Fazio, La politica del grano. Annona e controllo del territorio in Sicilia nel Settecento, Milano, Franco Angeli, 1993.

 

(38) Ivi. Si ricorda, a tal proposito, che gli agrumi, proprio nel corso dell’Ottocento, divengono il prodotto più importante dell’economia agraria dell’intero Mezzogiorno e della Sicilia in particolare, cfr. S. Lupo, Tra società locale e commercio a lunga distanza: la vicenda degli agrumi siciliani, in "Meridiana", 1, 1987, pp. 81-112.

 

(39) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania.

 

(40) Ivi.

 

(41) Ivi. La necessità di nuovi strumenti tecnici era stata avanzata, già a partire dal 1836, dal segretario della Società Alfio Bonanno, che, all’interno di una sua memoria faceva riferimento, oltre che a modelli provenienti da altre regioni, anche a nuovi macchinari inventati dal catanese Francesco Giuffrida. Cfr. A. Bonanno, Rapporto dei lavori del quarto anno della Società economica della Valle di Catania, in Discorsi pronunziati dal presidente, dal vicepresidente e dal socio segretario perpetuo della Società economica della Valle di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1836, cit., p. 65. Si veda, inoltre, per un approfondimento storiografico sul tema, C. Poni, Gli aratri e l’economia agraria dal XVII al XIX secolo, Bologna, il Mulino, 1973.

 

(42) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania.

 

(43) Circa la scoperta e l’utilizzo di nuove pratiche agricole, al fine di aumentare la produzione e l’esportazione dei prodotti agricoli, all’interno dell’intera struttura sociale dell’Ottocento, cfr. G. Corona e G. Masullo, La terra e le tecniche. Innovazioni produttive e lavoro agricolo nei secoli XIX e XX, in P. Bevilacqua (a cura di), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, Venezia, Marsilio, 1995, pp. 353-449.

 

(44) Cfr. A. Bonanno, Relazione dei lavori dell’anno decimottavo della Società economica di Catania, in Discorsi letti nella Società economica della provincia di Catania, Catania 1850, cit., pp. 25-26. Nel 1857, inoltre, il socio corrispondente Carmelo Sciuto Patti, consigliava, in un discorso Sull’utilità del drenaggio in talune terre della piana di Catania, di stimolare la produzione dei terreni catanesi mediante un’efficace opera di drenaggio, come avveniva già in Inghilterra, in Francia ed in Belgio. Cfr. A. Longo, Relazione dei lavori della Società economica della provincia di Catania nell’anno accademico 1857-1858, Catania 1858, pp. 5-6, in B. U. R. C.

 

(45) Su questo punto, si veda C. Maravigna, Sui mezzi che debbosi adottare dalle Società economiche per la promozione dell’agricoltura, delle arti e dell’industria nazionale, in Discorsi pronunziati dal presidente, dal vicepresidente e dal segretario della Società economica della Valle di Catania, Catania 1833, in B. U. R. C. Si veda, inoltre, A. Bonanno, Rapporto dei lavori dell’anno decimoterzo della Società economica di Catania, in Discorsi letti nella Società economica della provincia di Catania, Catania 1845, cit.

 

(46) "Non potendosi recare a miglioramento qualunque sia industria campestre, o manifattura senza istruzione, il prof. Maravigna si fa a mostrare la necessità di un catechismo agrario sì per colino sì per gli allievi, con una raccolta di pratici insegnamenti, adattando le idee ed il linguaggio alla capacità di coloro cui è destinata la istruzione. Oltre a ciò, per innalzare l’edificio della prosperità regionale sopra solide fondamenta, l’autore fa conoscere quanto sia necessario d’istruire né nostri licei e collegi d’arte Cattedre di agricoltura teorica e pratica e di chimica applicata alle arti, impegnandosi dal Governo l’obbligo di andarvi a studiare coloro che sono destinati a dirigere i diversi generi d’industria sì agronomica, come manifatturiera" (ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania).

 

(47) Tutte le altre memorie che la Relazione del 1845 riportava, affrontavano diversi elementi ma ancorati allo stesso ambito di miglioramento, valorizzazione ed incremento della produzione agricola: come l’importazione di vitigni esteri, la coltivazione del mais, del riso e delle patate americane, l’introduzione di nuove specie di lino, miglioramenti nella coltivazione degli uliveti, opere di recupero dell’area boschiva, bonifica dei terreni e suggerimenti per incrementare le manifatture. Su tutti gli altri titoli delle memorie cfr. Ivi.

 

(48) Ivi. Un importante lavoro storiografico su tutte le attività agricole e commerciali di Catania, dall’espansione economica del XVIII secolo, attraverso gli anni dell’occupazione britannica, fino alle premesse dello slancio post-unitario, viene proposto da A. Petino, Aspetti e tendenze della vita economica pre-unitaria tra il Sette e l’Ottocento, in ID., Catania contemporanea, Catania, Università degli studi, 1990, pp. 233-296. Si veda, inoltre, S. Cassar, Catania. L’economia tra il XVIII e il XX secolo, Catania, Le Nuove Muse, 2000.

 

(49) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(50) Pietro Cuppari, nato nella provincia di Messina nel 1816 da una famiglia di ricca possidenti, subito dopo la laurea in Medicina aveva intrapreso un viaggio studio per l’Italia e l’Europa, richiesto come requisito indispensabile per concorrere all’attribuzione di una cattedra di agronomia, per la prima volta istituita a Messina nella prima metà del XIX secolo. Durante il suo viaggio, comunque, una delle tappe fondamentali era stata Meleto, dove aveva stabilito contatti sia con Cosimo Ridolfi – che gli succedeva alla cattedra di agronomia e pastorizia all’Università di Pisa – che con tutto il gruppo di lavoro del "Giornale agrario toscano", che accoglieva molte dei suoi studi sull’agricoltura europea. Tra i suoi scritti, si ricordano: Considerazioni intorno all’insegnamento agrario, Firenze 1863; Lezioni di economia rurale, opera uscita negli anni ottanta dell’Ottocento e Lezioni di agricoltura, pubblicata in più edizioni a Pisa. Sul profilo dell’agronomo messinese, cfr. L. D’Antone, L’intelligenza dell’agricoltura. Istruzione superiore, profili intellettuali e identità professionali, in P. Bevilacqua (a cura di), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, cit., pp. 391-425.

 

(51) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(52) "Il metodo ordinario è quello di raccogliere le uve dei più estesi vigneti senza risceglierne la diversa natura […] bisognerebbe invece scegliere viti che siano tutte della medesima qualità affine che si purghino degli acini infradiciati e che gli altri siano pigiati perfettamente" (Ivi).

 

(53) Ivi. Diverse valutazioni sulla situazione agraria della provincia di Messina, in quegli anni, venivano riportate anche da numerosi giornali di carattere politico-economico; in questo caso, per esempio, F. L. Fulci, pubblicava su "Il Faro", un lungo saggio, intitolato Sull’attuale stato agrario della parte settentrionale della Valle di Messina, in cui affermava: "S’è noto proposito, ragionando delle cose agrarie, fermarci particolarmente su quegli alberi, e quelle piante, che già nelle nostre terre si coltivano, incominciar certamente dobbiamo dall’olivo, che per un misterioso sentire fu dagli antiche alla sapienza consacrato, e che sopra gli altri, ottenne la primizia dal gran Columella, perché s’è sempre considerato come sorgente di vera dovizia. […] Lo troviamo in ogni terreno, lasciandolo però in braccio alla ventura, e praticandogli quella coltivazione errata che per un’antica consuetudine i nostri padri ci han tramandata" ("Il Faro", IV, II, Marzo 1836, pp. 283-295; citazione p. 290).

 

(54) ASN MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(55) Ivi.

 

(56) Parte di questa vasta operazione, che avrebbe consentito alla provincia messinese di recuperare vasti terreni, era stata solo marginalmente accennata dalla Relazione del 1845, ma i suoi risultati, saranno successivamente raccolti in un apposito opuscolo pubblicato a spese della stessa Società. Cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina. Si veda, pure, Rapporto alla Società economica della provincia di Messina dal comitato eletto dalla stessa sulla coltura delle terre bonificate al Faro, Messina 1846, in B. U. R. M., dove si legge: "Nell’antagonismo dell’uomo e della natura, la scienza è l’elemento indispensabile dell’umano potere. Rivelandosi per essa le leggi dei naturali fenomeni è data all’uomo facoltà di volgerli a suo profitto e colle leggi della natura vincere la natura e dominarla. […] Da ciò abbiamo additato che maniera di coltivazione possa adottarsi alla colmata già fatta nelle terre dei margi, sì che assicuri la pubblica salute, e riunisca ad una volta il miglior vantaggio dell’imprenditore". (p. 7).

 

(57) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina. La memoria inerente al progetto di G. Rapisardi Console, era stata pubblicata dalla Società col titolo Sulla bonificazione dei terreni in pendìo e descrizione geognostica ed idrografica della provincia di Messina, Messina 1850, in B. U. R. M. "La sola idea, senza essere egoista, di non potere vedere il frutto dell’opera delle sue mani, opprime l’agricoltore, quindi, il rimboschimento delle montagne in qualunque modo vorrebbesi effettuare, scegliendo qualunque specie di alberi, anche i più precoci nello sviluppo, sempre porterebbe grande vantaggio". (p. 11).

 

(58) I boschi messinesi, erano presenti, oltre che sui vicini Monti Peloritani, anche nei circondari di S. Stefano di Camastra e di S. Fratello. Cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina. La politica agraria "boschiva", che in qualche maniera stava cercando di attuare la Società economica di Messina, rappresentava la giusta linea di continuità degli interventi legislativi del 1811 e del 1819, applicati nel Regno di Napoli al tempo del decennio francese, concernenti la creazione dell’Amministrazione generale delle Acque e delle Foreste, a cui veniva interamente delegata la gestione del problema forestale. Su questo aspetto, cfr. R. Pasta, Il mercato e la legge: la legislazione forestale italiana nei secoli XVIII e XIX e W. Palmieri, Il bosco nel Mezzogiorno preunitario tra legislazione e dibattito, in P. Bevilacqua e G. Corona (a cura di), Ambiente e risorse nel Mezzogiorno contemporaneo, Roma, Donzelli, 2000, pp. 3-26 e 27-62.

 

(59) La diffusione delle chimica era infatti il progetto generale che accomunava tutte le Società economiche siciliane, tanto che tutte le Relazioni del 1845 ne avevano messo in risalto l’importanza, cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Nel caso specifico di Messina, le memoria sulla chimica di F. Arrosto veniva pubblicata a spese della Società, si veda F. Arrosto, Sopra l’origine della chimica e dè suoi progredimenti, Messina 1835, in B. U. R. M. Un estratto del saggio dell’Arrosto veniva pubblicato, in più parti, anche dal giornale messinese "Lo spettatore zancleo", I, 8 gennaio 1835, pp. 3-7 e 14 gennaio 1835, pp. 9-12. Lo scritto di G. Liebig, al quale il medico messinese faceva riferimento, era intitolato Nuove lettere sulla chimica considerata nelle sue applicazioni all’industria, alla fisiologia e all’agricoltura, che cominciava in quel tempo ad essere diffuso anche in Sicilia.

 

(60) Cfr. L. Majsano, Saggio sulla geologia, comunicato alla Società economica di Messina e all’Istituto d’incoraggiamento di Palermo, in "Il Faro", VI, IV, 16 marzo 1838, pp. 15-27.

 

(61) Alla memoria del socio G. Interdonato, rispetto a tutte le altre, veniva data una posizione di rilievo dalla Relazione societaria del 1845, considerata come la più completa e rispondente ai generali princìpi dell’agronomia europea, cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina. L’intera memoria, inoltre, veniva anche pubblicata a più riprese dal giornale messinese "Il maurolico", dal fascicolo II del giugno 1841 al fascicolo VI dell’ottobre 1841. "Per nostra mala sorte i Siciliani fittaioli son gente, che crede tutto doversi alla pratica, e di altro non far mestieri. Essi non leggono, non confrontano le varie culture, perlocchè affezionatissimi sono a quella ricevuta dai loro padri.[…] Essi non ascoltano la voce dello scienziato, perché non la intendono, e spessonè anco quella della ragione, perché il pregiudizio, l’abitudine e la loro timida ignoranza nol consentono". (G. Interdonato, Sulla migliore e più economica coltura dei frumenti in Sicilia, in "Il maurolico", fascicolo II, giugno 1841, p. 69).

 

(62) Tra le altre memorie, venivano ricordate anche le seguenti: Sulla estirpazione delle cavallette di Luca Scudery; Memoria sugli ingrassi di Lisi da Raccuia; Sul modo più acconcio di bonificare i terreni di Lorenzo Majsano; Alcuni cenni sul carbon fossile di Pietro Campanella; Sul gelso delle Filippine e Alcuni metodi della macerazione del lino e della canapa di Vincenzo Ferrara e Piano formato per ovviare alle miserie migliorando la pastorizia, l’agricoltura, le arti e il commercio dei soci Giuseppe Falconieri, Lorenzo Majsano e Francesco Arrosto. Su una visione completa delle memorie cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(63) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina.

 

(64) Cfr. Monitore economico tecnologico agrario della Società economica della Valle di Messina, anno II, 1, 2 gennaio 1834, p. 1. La notizia della pubblicazione, a Messina, del Monitore, veniva diffusa anche da diversi giornali dell’epoca. Si veda, ad esempio, "Lo spettatore zancleo", II, febbraio 1834, pp. 346-348.

 

(65) Bisogna ricordare, in questo contesto, che gran parte dei giornali delle Società economiche del Mezzogiorno, sorgevano quasi sempre molto tardi rispetto all’istituzione delle Società stesse, per problemi finanziari o politici e, molto spesso, si interrompevano e si cessavano le pubblicazioni per qualsiasi motivazione, che poteva essere sia una crisi politico-sociale che l’incuria e l’inoperatività degli stessi soci. Una volta sorti, comunque, i giornali societari erano in collegamento tra di loro, sia perché all’interno di un giornale venivano spesso pubblicati articoli di studiosi e membri di Società appartenenti ad altre regioni rispetto a quella di appartenenza del giornale, sia perché i giornali stessi venivano scambiati con altri, stranieri ma soprattutto con quelli della stessa area meridionale, di cui i più diffusi erano: Giornale degli Atti e della Società economica di Capitanata; Giornale economico-letterario della Basilicata; Giornale economico-rustico ad uso dei coltivatori del Molise e Giornale economico di Principato Ultra. Sul ruolo della stampa specializzata in ambito societario, cfr. R. De Lorenzo, Società economiche e istruzione agraria nell’Ottocento meridionale, cit.

 

(66) La suddivisione del Monitore messinese in un ambito agronomico ed in un altro manifatturiero, rispecchiava, d’altra parte, quella in cui era ripartito tutto l’operato della Società economica, relativo in "economia rustica" ed "economia civile". Cfr. Collezioni delle leggi e dè decreti, II sem., 1831, Titolo II, Capitolo XVI, Delle classi componenti le Società economiche, articoli nn. 153, 154 e 155, p. 157.

 

(67) Su questi lavori, che trovavano larga eco presso il ceto contadino, cfr. ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina e Monitore economico tecnologico agrario della Società economica della Valle di Messina, cit., II, dal numero 1 del 2 gennaio 1834 al numero 14 del 16 luglio 1834. Circa la pubblicazione di importanti saggi di argomento agrario da parte di studiosi di altre istituzioni, il Monitore pubblicava, ad esempio, una memoria di Pietro Bambagini Galletti, letta all’Accademia dei Fisiocratici di Siena, sulle nuove condizioni terriere da adottare da parte dei proprietari terrieri. Mentre, in ambito regionale, pubblicava molte memorie di soci della Società economica di Catania. Cfr. Monitore economico tecnologico agrario della Società economica della Valle di Messina, cit., II, 23, 1 dicembre 1834, pp. 2-4 e 8, 16 aprile 1834, pp. 1-3.

 

(68) La notizia del concorso, promosso dalla Società, ed il relativo risultato, venivano comunicati attraverso le pagine del Monitore: "L’ottimo nostro presidente volle di propria volontà fondare un premio di ducati cento per chi prestasse la migliore monografia degli agrumi trattata relativamente alla botanica, all’agricoltura ed all’economia commerciale. […] E nell’ordinaria tornata dè 25 dell’or decorso giugno, già la commissione eletta ad esaminare tutti i lavori presentati alla Società, venne a fare rapporto intorno la monografia di un anonimo autore, e dopo la lettura del rapporto si rinvenne appartenere questa monografia al nostro socio onorario DR. Francesco Arrosto". (Cfr. Monitore economico tecnologico agrario della Società economica della Valle di Messina, cit., II, 13, 1 luglio 1834, pp. 1-2). Sulla vicenda economica siciliana dell’Ottocento, relativa alla produzione ed alla commercializzazione degli agrumi, cfr. R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Roma-Bari, Laterza, 1950, in particolare il capitolo VII, "La società e l’economia siciliana dopo l’abolizione della feudalità", pp. 161-232.

 

(69) Francesco Arrosto iniziava la sua lunga memoria con un tono espositivo ricco di buoni propositi: "Gli agrumi sono quegli alberi, che per l’eleganza dè loro rami, per la varietà dei fiori che di continuo tramandano soavissimi profumi, per lo colore bello e vago dè frutti e per le grate loro benefiche qualità, sono venuti in pregio presso tutte le nazioni. […] In guisa che le corrispondenze di Commercio si vennero coll’andar degli anni dilatando, la coltura di simili alberi pervenne nella Grecia, nella Sicilia, nella Sardegna e in tutte le parti dell’Italia meridionale". (Cfr. F. Arrosto, Monografia degli agrumi trattata relativamente alla botanica, all’agricoltura e all’economia commerciale). L’intera opera veniva pubblicata in più parti dal Monitore, dal numero 13 del 1 luglio 1834 al numero 20 del 16 ottobre dello stesso anno. La citazione è tratta dal Monitore, II, 13, 1 luglio 1834, p. 2. Ampi riferimenti al lavoro, inoltre, venivano fatti anche dal giornale messinese "Lo Spettatore zancleo", III, 22, aprile 1835, pp. 121-126. Cfr. anche ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Messina. Ricordiamo che saranno proprio le tante richieste derivanti dai mercati internazionali a determinare, nel corso dell’Ottocento, l’allargarsi del settore agrumario siciliano. "L’aria agrumaria egemonizzata da Messina è meno compatta, ma senza dubbio più ampia di quella che gravita a metà Ottocento attorno a Palermo. I due porti controllano quasi tutto il traffico; segue, ma sino al nuovo secolo a grande distanza, Catania. Se Palermo attrae la produzione della Sicilia occidentale, verso le città dello stretto convergono, oltre ai frutti della stessa provincia di Messina, gli agrumi calabresi, e quelli della nuova, grande zona di produzione degli anni dopo l’Unità, il comprensorio di Acireale" (S. Lupo, Tra società locale e commercio a lunga distanza: la vicenda degli agrumi siciliani, in "Meridiana", 1, 1987, pp. 81-112; citazione p. 92).

 

(70) A. Longo, Dell’influenza dell’industria straniera sul miglioramento ed il progresso dell’industria siciliana, in Discorsi pronunziati dalla generale adunanza della Società economica della provincia di Catania del 30 maggio 1853, Catania 1853, p. 14, in B. U. R. C. Cfr., inoltre, E. Sereni, Agricoltura e sviluppo del capitalismo. I problemi teoretici e metodologici, in "Studi storici", 3-4, 1968, pp. 477-530.

 

(71) "Or a vincere questi ostacoli, più volte rivelati, il R. Governo è spiegato gran parte del suo beneficio potere. La censuazione del beneficio delle terre venute ai comuni per effetto dello scioglimento delle promiscuità di usi civici, l’alienazione dei beni di ogni natura del Demanio pubblico, dei pubblici stabilimenti, se tornò utile nei tempi della feudalità arrestava il progresso dell’agricoltura, inceppando la terra con indissolubili legami che ne difficoltavano la circolazione. Ma ciò non basta da se solo. Il lavoro dell’uomo deve pure concorrere efficacemente dell’agricoltura". (F. Di Paola Bertucci, Sullo avviamento economico dell’industria agraria siciliana, in Discorsi letti nella Società economica della provincia di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1852, Catania 1852, pp. 56-57, in B. U. R. C.).

 

(72) "Or, se vorremmo osservare lo stato effettivo dell’industria in Sicilia, troveremmo lo stato nostro al dir loro ben lacrimevole, la nostra agricoltura proprio da far vergogna a culta nazione. […] Certo l’esempio altrui, i progressi dell’industria straniera debbono esserci di sprone per un verso a farci progredire, debbon dall’altro rischiaraci nella via del progresso in modo che sappiamo profittare delle utili invenzioni pellegrine; ma avute sempre riguardo alle nostre circostanze di luogo, di tempo, da nazionalità; e queste considerate sotto il triplice aspetto, economico, fisico e morale". (P. De Luca, Sulla direzione da darsi all’industria di Sicilia e specialmente all’agricola, in Rapporto dei lavori dell’anno undecimo della Società economica della provincia di Catania letto nella seduta generale del 30 maggio 1843, Catania 1843, pp. 150-151, in B. U. R. C.).

 

(73) L’agricoltura come base per uno sviluppo industriale e l’Inghilterra come referente politico delle altre nazioni europee per un loro percorso economico in fase di crescita, diventavano, nel corso dell’Ottocento, elementi importanti per tutti quei paesi periferici, come nel caso del Regno delle Due Sicilie, che cercavano di porsi sugli stessi livelli di quelli più produttivi. Cfr. F. Sirugo, Per una ricerca su Inghilterra e mercato europeo nell’età del Risorgimento italiano, in "Studi storici", 2, 1961, pp. 267-297; E. Jones, Le origini agricole dell’industria, in "Studi storici", 3-4, 1968, pp. 564-593 e P. Villani, Il capitalismo agrario in Italia (sec. XVII-XIX), in "Studi storici", 2, 1968, pp. 471-513.

 

(74) A. Longo, Dell’influenza dell’industria sull’incivilimento dè popoli e dell’incivilimento sui progressi dell’industria nazionale, in Rapporto dei lavori dell’anno decimo della Società economica della provincia di Catania letto nella seduta generale del 30 maggio 1842, Catania 1843, pp. 91-92, in B. U. R. C.

 

(75) Circa le altre memorie incentrate sulle proposte di uno sviluppo manifatturiero, cfr. S. Scuderi, Sui premi decretati per alcune industrie di Sicilia. Discorso pronunciato nella seduta del 30 maggio 1839, Catania 1841; V. Tedeschi, Sui mezzi di favorire in Sicilia i progressi dell’istruzione delle classi produttive, in Discorsi pronunciati nella Società economica della provincia di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1839, Catania 1841 e S. Marchese, Della primaria istruzione del popolo considerata qual precipuo mezzo di migliorare le condizioni dell’industria siciliana, in Discorsi letti nella Società economica di Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1845, Catania 1845, in B. U. R. C. Mentre, agli anni Venti dell’Ottocento risale un importante opera di G. De Welz, intitolata Saggio su i mezzi da moltiplicare prontamente le ricchezze della Sicilia, (Caltanissetta-Roma, ed. Sciascia 1964), scritto proprio al fine di proporre un piano economico che potesse servire al progresso economico italiano ed europeo. Su quest’opera cfr. l’introduzione curata da F. Renda.

 

(76) Circa la storia dell’industrializzazione europea tra paesi arrivati prima a tale sviluppo e paesi arrivati dopo, cfr. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale: 1760-1830, Roma-Bari, Laterza, 1998 e S. Battillossi, Le rivoluzioni industriali, Carocci, Roma 2002. Per il caso specifico della Sicilia, si vedano invece R. Giuffrida, Aspetti dell’economia siciliana nel decennio preunitario, in "Il Risorgimento in Sicilia", 3-4, 1970, pp. 255-294; ID., Tentativi industriali in Sicilia nel primo Ottocento, in "Economia e credito", 1, 1970, pp. 35-50 e C. S. Sabel, La riscoperta delle economie regionali, in "Meridiana", 3, 1988, pp. 13-71.

 

(77) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania e Società economica di Messina. Negli anni Trenta del XIX secolo l’esportazione del vino passava da poche centinaia di botti l’anno a parecchie migliaia e toccava, nel 1835, un’esportazione complessiva di più di 52.000 botti. Accanto a quella del vino, dominava, tra l’altro, la produzione di cremore di tartaro, un preparato chimico ottenuto dai grumi del vino, utilizzato in ambito medico ed in tintoria. Sulla ricostruzione storica della produzione industriale siciliana, dalla prima età borbonica al secondo dopoguerra, dati molto interessanti vengono offerti dal lavoro di O. Cancila, Storia dell’industria in Sicilia, Roma-Bari, Laterza, 1995.

 

(78) ASN, MAIC, fasc. 212, Sicilia. Relazioni delle Reali Società economiche: 1845. Società economica di Catania e Società economica di Messina.

 

(79) Cfr. C. Trasselli, Storia dello zucchero siciliano, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1982 e M. E. Tonizzi, L’industria dello zucchero. La produzione saccarifera in Italia e in Europa: 1800-2000, Milano, Franco Angeli, 2002.

 

(80) Alcuni metodi sulla macerazione del lino e della canapa pubblicati per ordine della Società economica, Messina 1843, in B. U. R. M. Sulla produzione tessile siciliana ed i suoi legami con quella europea, cfr. G. Motta, Qualche considerazione sull’attività serica in Messina nei secoli XIII-XVII, in "Annali della Facoltà di Economia e Commercio di Messina", anno IV, 1, 1996, pp. 191-216. Si veda, inoltre, C. Zanier, La sericoltura europea di fronte alla sfida asiatica: la ricerca di tecniche e pratiche estremo orientali (1825-1850), in "Società e storia", 11, 1988, pp. 23-52; C. D’Elia, Uso delle risorse e tentativi di riforma: la macerazione di canapa e lino nel primo Ottocento, in P. Bevilacqua e G. Corona (a cura di), Ambiente e risorse nel Mezzogiorno contemporaneo, cit., pp. 157-166 e R. Piraino, Il tessuto in Sicilia, Palermo, L’EPOS, 1998.

 

(81) Sullo sviluppo economico di Messina e Catania e sulla generale questione siciliana nel passaggio dal Governo borbonico allo Stato unitario, cfr. G. Giarrizzo, Alle origini della questione meridionale: il 1860 in Sicilia, in "Annali del Mezzogiorno", 2, 1972, pp. 11-34; G. Barbera Cardillo, Messina dall’Unità all’alba del Novecento, Droz, Genève 1981; ID., Economia e società in Sicilia dopo l’Unità: 1860-1894, Genève, Droz, 1982 e L. Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866), Torino, Einaudi, 2004.

 

Sul ruolo dei Comizi agrari, istituiti in Italia con R. D. del 23 dicembre 1866, cfr. P. Corti, I Comizi agrari dopo l’Unità (1866-1884), in "Ricerche di storia sociale e religiosa", 3, 1983, pp. 247-301 e G. Lo Giudice, Le conoscenze agrarie e la loro diffusione in Sicilia tra l’800 ed il ‘900. L’Istituto Agrario Castelbuono di Palermo, cit. Le Camere di commercio siciliane, invece, nascevano con la legge n. 680 del 6 luglio 1862, si veda D. Demarco, Centocinquanta anni della Camera di Commercio di Palermo (1819-1969), Palermo, Camera di Commercio, 1985 e S. Gambino, La Camera di Commercio di Messina. Notizie storiche dalle origini ai nostri giorni, Messina, La Grafica editoriale, 1985. Infine, su una nuova impostazione del problema agrario relativo al periodo post-unitario, fra i tanti lavori storiografici, cfr. L. Spoto, Economisti e questione agraria in Sicilia (1860-1895), Vittorietti, Palermo 1983 e A. Rossi Doria (a cura di), La fine dei contadini e l’industrializzazione in Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999.