Giuseppe BONO, "HIDALGO DE PALERMO" di Fernando Ciaramitaro

I. Brevetti e privative: aspetti generali

Nel 1589 Giovanni Botero, teorico della ragion di Stato, indicava la dinamica della politica economica che ogni sovrano avrebbe dovuto adottare per dar floridezza e ricchezza al proprio regno: il buon Principe deve rendere popoloso e florido il proprio Stato, deve "introdurvi ogni sorte di industria e d’artificio; il che farà, et condurre artefici eccellenti dà paesi altrui e dar loro recapito e commodità conveniente, e col tener conto de’ belli ingegni, e stimare l’inventioni e le opere che hanno del singolare o del raro; e col propor premi alla perfettione et all’eccellentia"(1).

Così si comportò il re di Spagna Filippo II che, prima a Lisbona e poi a Siviglia, concesse sincera disponibilità e ospitalità, risorse e mezzi, allo scienziato Giuseppe (in castigliano antico Josepe), hidalgo natural de Palermo(2).

Nel tardo Cinquecento, in Spagna come in Sicilia, esistevano dei registri ufficiali nei quali venivano annotati brevetti e privative, e se le registrazioni in Sicilia godevano di una certa uniformità, nei regni iberici ciò non avveniva. La documentazione si schedava infatti decentrando in varie sedi gli atti ufficiali: nella Chancillería di Granada, nella Casa de la Contratacíon di Siviglia, a Madrid e a Barcellona. In Spagna inoltre l’accoglimento (o il rifiuto) della richiesta del privilegio spettava alla competenza di uno dei Consejos amministrativi, con l’obbligatorio parere vincolante del sovrano.

In Sicilia la concessione di privative era invece prerogativa della Real Cancelleria; l’autorità a provvedere in materia era attribuita al viceré, che deliberava sotto istanza della parte interessata. Nelle concessioni doveva essere precisata l’utilità generale dell’invenzione, il requisito della novità, si est novum artificium, il principio secondo il quale l’inventore del nuovo ingegno potesse beneficiare della sua utilità e dell’onore derivante(3): ciò comportava il sorgere di un diritto nuovo, il diritto all’esclusiva come prodotto intellettuale, sanzionato con una pena pecuniaria a carico del contravventore che spesso veniva scritta nelle stesse ordinanze d’esecuzione. Così l’invenzione diventava uno strumento del diritto al monopolio d’esercizio, che nessun altro poteva utilizzare o copiare. I diritti dei terzi venivano fatti sempre salvi con la riserva: se la privativa in questione, o altra somigliante, era già stata oggetto di concessione in precedenza, perdeva rilevanza giuridica automaticamente(4).

Chiaramente il monopolio non era ad infinitum, era sempre previsto un termine generalmente di dieci anni. In un atto della Real Cancelleria siciliana del 1578 si esprime un principio di carattere generale, che sembra sia stato successivamente accolto, in via consuetudinaria nel corso del secolo XVII, anche nelle cancellerie spagnole: "cosa ordinaria ad ogni uno che inventa in un Regno un magisterio novo, il regitore concederle per anni dieci nixuno poterlo fare et salvo di esso"(5).

Da ciò si deduce come l’aspetto giuridico del fenomeno della concessione di privative non fosse considerato meno importante di quello economico. Tale nuova prassi giuridica, risalente al tardo Quattrocento, in contrasto con il divieto dei monopoli sancito dal diritto romano, non sembra sia stato teorizzato dai giuristi né contemplato da regole note. Nei vecchi trattati di diritto commerciale si accenna appena alla questione e solamente in relazione alle privative di stampa. Nel Settecento lo Scaccia, dopo aver ribadito il divieto generale dei monopoli, affermava ad esempio che era giustificabile l’eccezione alla regola: "in his qui suis faciunt impensis libros imprimi et Principes in eorum privilegium decernunt, alii eosdem infra certum tempus imprimere valeant; quia ex hoc privilegio animantur docti ad imprimendum libros, ut sic eorum doctrina multis communicetur; quod in publicam redundat utilitatem"(6).

Nelle istanze, di solito integralmente riportate nell’atto di concessione e nel dispositivo di questo, mancava di norma ogni descrizione dell’artificio per cui veniva richiesta privativa, probabilmente per timore di possibili imitazioni e di plagi; non è escluso però che talvolta al Consiglio competente venissero dati in visione progetti dettagliati; è questo fortunatamente il caso dello scienziato Bono. Oggi, grazie alla sua "fiducia nelle istituzioni", possiamo comprendere la struttura e il funzionamento del suo vaso ondo, del suo ingegno.

Nel Cinquecento le autorità conferendo questi diritti nuovi, ampliarono la sfera giuridica di pertinenza del soggetto che aveva chiesto l’intervento dell’istituzione pubblica competente per attuare e proteggere l’idea della nuova invenzione o anche per ottenere i mezzi per intraprendere una nuova attività. E’ opportuno sottolineare che non vi è una differenza formale tra atti giuridici che riguardano l’eventuale descrizione dell’invenzione e la sua utilità, e quelli che si riferiscono invece alla introduzione di nuove tecniche o, come per esempio in agricoltura, di nuovi prodotti già sperimentati in altri luoghi da altri.

Diverso è il discorso per i documenti relativi allo sfruttamento di un bene che facesse parte del regio demanio, come ad esempio il mare in un’età in cui nella storia del diritto non si era ancora sviluppata l’idea del ‘mare libero’. In tali casi si è in presenza di strumenti che rivestono il carattere di vere e proprie concessioni, spesso integrate da capitolari di natura contrattuale: deroghe a norme giurisdizionali o di diritto delle genti, costituzioni di servitù, esenzioni fiscali, guidatici per debiti o salvaguardie. Spesso queste deroghe o diritti erano esplicitamente richiesti dagli inventori nelle supliche, ma l’accoglimento positivo era l’eccezione.

Era rarissimo invece l’obbligo di effettuare delle dimostrazioni o delle experientie, anche se in qualche caso sembra probabile che il richiedente avesse offerto la prova pratica della validità del suo ritrovato, presentando delle mostre.

In genere venivano richiesti e concessi sia il "diritto di esclusiva", sia la "licenza di impianto ed esercizio". La concessione era estensibile ad eventuali soci o agli eredi del richiedente, sempre entro i limiti cronologici stabiliti. A proposito di questi ultimi rilevo che, mentre le domande erano spesso avanzate per una durata variabile tra i dieci e i trenta anni, o addirittura vita (dell’ideatore) natural durante, le concessioni successive individuavano una durata sempre inferiore(7).

Non mi è stato possibile in Spagna individuare un corpus legislativo unico su questi argomenti (privative e richieste di monopolio d’utilizzo), sia la documentazione, sia la bibliografia risultano piuttosto frammentarie(8).

Le invenzioni, lo sviluppo delle tecnologie e di alcune attività preindustriali rappresentano sicuramente uno dei più interessanti aspetti della storia economica del periodo rinascimentale, attraverso cui si realizza - a mio avviso - il tentativo di composizione e di fusione della tradizione classica-umanistica e di quella tecnica, nonché una vera e propria presa di coscienza dell’importanza delle nuove invenzioni come fattore di sviluppo dell’economia.

E’ ben vero che il progresso tecnico non ha conosciuto sosta sin dall’antichità, e che esso è stato costante, attraverso una ininterrotta serie di piccole e grandi modificazioni; tuttavia, a partire dal secolo XV, e soprattutto nel secolo XVI, si verificò un po’ dovunque quello che potrebbe essere definito come il boom delle nuove invenzioni(9). Se infatti è vero che "intorno al 1760 un’ondata di congegni si abbatté sull’Inghilterra"(10), è ancor’ più vero che in età moderna il numero delle invenzioni e delle innovazioni, introdotte in moltissimi campi, fu per lo meno pari a quello del periodo della rivoluzione tecnologica del diciottesimo secolo(11). "La rivoluzione industriale fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dalla creatività tecnologica"(12), ma questa creatività, la capacità di riconoscere e adottare invenzioni, non fu patrimonio esclusivo dell’ultimo evo moderno o dell’evo contemporaneo: "le invenzioni industriali del XVIII secolo […] non bruciarono le tappe della storia e non misero in azione protagonisti da tempo ibernati"(13).

Lo Stato d’antico regime agevolava l’introduzione di nuove manifatture e concedeva monopoli e privative agli operatori del settore industriale e tecnico-artigianale, arrivando a creare delle nuove figure giuridiche per la protezione giurisdizionale dell’inventore(14).

Così, proprio nel XVI secolo la Baviera Albanese, forse provocatoriamente, individuava in Sicilia i prodromi della rivoluzione industriale, elencando e citando diversi casi d’ingegnose invenzioni. Forse la storia del hidalgo de Palermo Giuseppe Bono, a lei sconosciuta, l’avrebbe ulteriormente convinta della falsità del cliché che caratterizza l’ampia, anche se già superata storiografia della Sicilia spagnola che etichetta quegli anni di ‘dominazione’ con il marchio "dell’arretratezza politica ed economica, di oscurantismo intellettuale e di immobilismo"(15).

Il Trasselli, con uno studio che prende in esame un vastissimo campione di soggetti, ha chiarito per gli inizi del secolo XVI le contraddizioni tra fenomeni che indurrebbero a considerare i costumi della società siciliana violenti, amorali e arretrati, e fatti che al contrario fanno presentire una svolta verso una evoluzione morale e culturale, materiale ed economica, ed una sincera apertura all’esterno non ancora studiata(16).

Anche la Sicilia, nodo chiave delle vicende mediterranee, bastione di difesa e di lotta contro il miscredente Turco, produttrice ed esportatrice di grano, seta, sale, ed altro ancora, è terra d’invenzione e di genialità.

La Baviera Albanese sintetizzava nel suo studio i dati di un’indagine sulle richieste e concessioni di privative in Sicilia per nuove invenzioni, e sulle richieste di licenze "pro nova arte introducenda"(17). La ricerca focalizzava essenzialmente l’ultimo trentennio del XVI secolo, tra il 1570-1575 e il 1600. Per la studiosa siciliana "è proprio in quel trentennio che il fenomeno si presenta con una intensità mai riscontrabile prima e mai ripetuta dopo"(18): in quegli anni nasce, cresce e si sviluppa la storia sconosciuta del palermitano Bono, scienziato di corte prima a Firenze e dopo in Spagna.

II. Identikit di uno scienziato cinquecentesco

Gli storici del diritto industriale affermano che il il "principio della novità" come fattore indispensabile del ritrovato tecnico-scientifico, ma soprattutto la "qualità d’inventore", di scienziato, il suo status giuridico, sarebbero stati istituzionalizzati soltanto con lo Statute of Monopolies emanato in Inghilterra nel 1623; mentre, per trovare l’obbligo di portare a conoscenza di tutti, mediante appositi sistemi di pubblicità, l’avvenuta concessione della privativa a tutela dei diritti dell’interessato e dei terzi, bisognerebbe addirittura aspettare le norme francesi del 21 dicembre del 1762(19). Non credo che ciò sia vero: questi due elementi sono infatti già presenti esplicitamente nei documenti spagnoli e siciliani da me esaminati.

Ma procediamo per gradi: chi è Giuseppe Bono?

L’esame di alcuni documenti dell’Archivo General de Indias di Siviglia mi ha portato alla scoperta di questo siciliano davvero singolare: uno scienziato, un nostro ‘cervello’ d’esportazione, un viaggiatore e un emigrante, un uomo amico dei potenti, un uomo del suo tempo a cui restituire il suo segmento di storia, conducendolo fuori dal grigio limbo dei senza nome(20).

Di questo scienziato non si conosce la data di nascita esatta, né tanto meno il luogo e l’anno in cui morì; si sa solo che fu un palermitano che, ovunque andasse, ricevette sempre in cambio rispetto, stima e consensi, da uomini semplici come da uomini che controllavano i destini di altri uomini.

Nel corso dell’età moderna non sono pochi i casi di scienziati ed inventori che, non trovando sostenitori nelle proprie realtà geografiche, decidevano di intraprendere avventurosi viaggi alla ricerca di un Signore che li ascoltasse e credesse nei loro alchimistici progetti.

Presso l’Archivio di Stato di Palermo si custodiscono diversi documenti che attestano ciò: è il caso ad esempio del viaggio inverso Spagna–Sicilia di cui fu protagonista un sivigliano, Juan Damis, italianizzato in Giovanni Damis, che nell’agosto del 1589 chiese e ottenne riconoscimenti e privativa per l’introduzione di un sistema atto a purgare e a raffinare qualsiasi specie di sale(21).

Il migrare alla ricerca di fortuna e consensi non può dunque essere considerato un evento isolato e circoscritto: una rigorosa indagine comparativa sugli scambi di risorse umane tra la Spagna e la Sicilia potrebbe aiutarci a far luce su quei fili a doppio binario che legavano singoli e istituzioni, pubbliche o private, laiche o religiose, dell’isola alla penisola iberica.

Come Giovanni Damis anche Bono andò via dalla sua terra per cercare fortuna altrove, e questa si presentò sotto belle e raffinate grazie nella culla dell’arte italiana, la capitale del Granducato di Toscana.

Accolto da Cosimo I dei Medici nel 1570, ottenne dopo pochi mesi la licenza di sfruttare un’invenzione(22). Tutto ebbe inizio con i migliori auspici: proprio in quell’anno Papa Pio V nominava solennemente i Medici granduchi. Cosimo I credette nelle proposte del palermitano e gli diede fiducia, nominandolo Commissario Generale di tutte le Armi di Toscana(23). Ma il granduca credette soprattutto ad un progetto che Giuseppe Bono voleva a tutti i costi realizzare, e che lo stesso inventore gli sottopose accuratamente: era una sorta di campana subacquea che avrebbe permesso di sfruttare al meglio la pesca e la raccolta sottomarina del corallo. Dal progetto, allora solo cartaceo, sarebbe stato sviluppato il prototipo in scala di poco ridotta(24).

Questa campana "pesante e robusta", definita come un baso casi de cebura de horinal, strumento nuevo nunca usado, venne anche collaudato, con esito positivo, nei pressi della costa livornese, a Montenero nel Tirreno, un villaggio marinaro posto di fronte all’isola di Gorgona. Dal privilegio del granduca si deduce che grazie all’esperimento, esistevano possibilità per una attività programmata volta ad utilizzare al meglio e con profitto la nuova campana. Non a caso, nel dicembre dello stesso 1570, Cosimo I concesse allo scienziato il monopolio di gestione per dieci anni della sua ‘creatura’, con il vincolo di consegna del dieci per cento del corallo raccolto all’intendente all’uopo nominato, prevedendo anche una salatissima multa per i trasgressori del diritto di monopolio riconosciuto al Bono pari a cinquanta ducati in oro, da dividere eventualmente in due parti uguali tra lo scienziato e il regio fisco de camara. La gracia y previlegio è sub condicione: tutto il corallo pescato doveva essere trasferito da Livorno a Pisa o a Firenze, y no en otra parte alguna, per le operazioni di raffinazione e di coloritura(25).

La permanenza in Toscana di Giuseppe Bono non doveva però rivestire l’abito della stabilità: a causa della morte improvvisa del mecenate Cosimo I nel 1574 lo scienziato, trovandosi senza protettore e - per cause a noi sconosciute - non incontrando più i favori della corte, decise di spostarsi un po’ più a sud.

Bono entrò per la prima volta in contatto con le istituzioni spagnole a Napoli dove ottenne dal re di Spagna Filippo II, per intercessione dell’arciduca d’Austria Alberto, una cedola per sfruttare per altri dieci anni l’apparecchiatura subacquea nelle acque dolci e salate del regno meridionale della penisola italiana(26). Si ignora come e dove il palermitano sia entrato in contatto con l’arciduca Alberto, però è noto che il loro primo incontro avvenne (forse a Napoli) prima del dicembre del 1577, anno in cui l’arciduca d’Austria, già nelle vesti di protettore, ottenne la nomina di cardinale diacono dal Papa bolognese Gregorio XIII e poi ancora l’investitura di prete della Santa Croce in Gerusalemme, ma soprattutto la ‘carica’ di arcivescovo di Toledo, che lo qualificava come "patriarca ecumenico" di tutti i possedimenti spagnoli di terra e di mare. L’allora arcivescovo di Toledo fu il destinatario di alcune lettere che il Bono indirizzò al muy poderoso señor (27).

Ma il Bono ora desiderava recarsi in Spagna, e così fece: l’avventuriero siciliano si imbarcò per la penisola iberica con la sua macchina per palombari, assumendosi tutti gli eventuali rischi economici derivanti dalle spese a cui sarebbe andato incontro. Le peripezie e le rocambolesche avventure che dovette affrontare durante il lungo viaggio che da Napoli, da Cartagena di Murcia, da Badajoz, lo condurrà infine in Portogallo e a Siviglia, sono a noi note grazie a una filza di documenti custoditi nell’Archivo de Simancas(28).

Nella capitale portoghese lo scienziato giunse agli inizi del 1581, e lì aspettò durante un anno il segnale della Corona pro domo sua. A Lisbona, il 27 febbraio del 1582, Filippo II accolse finalmente la petizione del palermitano, ordinando di dare esecuzione alla concessione del privilegio "para que por el tiempo que fuessemos servidos vos o quien vuestro poder, o viere y no otra persona alguna pudiessedes usar y usarde della en los dichosnuestros Reinos y Señorias en toda agua salada y dulçe, o como tanta merçed fuese"(29).

Nell’ordinanza si specifica la novità dell’invenzione e la possibilità di utilizzarla in tutti i territori che afferiscono alla Corona di Spagna. Anche qui, come nella concessione toscana, è ovviamente specificato l’obbligo di versare alla Real Hazienza un decimo di tutto quello che sarebbe stato pescato, al netto delle spese.

La pena pecuniaria per chi violava il diritto di privativa concesso all’ideatore palermitano era fissata in trentamila maravedís, di cui un terzo appannaggio del fisco, l’altro terzo del giudice all’uopo nominato e la restante parte al denunciante della violazione.

III. Per chi suona la campana delle Indie?

La campana è descritta con grande precisione come un vaso di legno - forse cedro - a forma di ficodindia ottagonale (?), "en forma de frascón ochavado"(30), senza nessun respiratore e con una apertura nella parte bassa con la quale si può pescare, raccogliere e prelevare il corallo, le perle e tutto ciò che è accessibile nei fondali, "todas las demas cosas que estan ocultas en el baxo del agua". Il cono subacqueo, se calato in acqua da uno scafo d’alto bordo e sufficientemente zavorrato, necessitava di almeno due uomini per le manovre ordinarie.

Le dimensioni dell’ingegno sono a noi conosciute. Tra le mappe e i disegni conservati nell’Archivo de Indias vi è uno schizzo ad inchiostro su carta che riproduce l’invenzione del palermitano(31). Su di un sistema di assi perpendicolari, su ascisse e ordinate, è scritta l’unità di misura, il palmo. Un palmo è lungo venti centimetri, la campana, come si può appurare dal disegno – todos estos son çinco palmos - aveva una base di cinque palmi, quindi la circonferenza d’accesso possedeva un raggio di mezzo metro, mentre l’altezza era di poco superiore al diametro della base, circa un metro e venti centimetri. Con queste dimensioni è possibile ricavare il peso, circa sette quintali, e anche il volume interno, 82 cm3 approssimativamente(32).

Nella parte superiore del vaso, esternamente, era fissata una morsa, alla quale era legata una robusta fune che permetteva i movimenti della campana verso l’alto, così come verso il basso. La bocca, oltre che la visibilità, consentiva l’ingresso e l’uscita dei palombari che spesso si intercambiavano con dei veri e propri turni di rotazione senza mai lasciare vuoto il vaso; sempre dall’apertura entravano e uscivano gli oggetti pescati che venivano agganciati ad un sistema di funi, con pesi e contrappesi, che circondavano il vaso nella fase dell’immersione. Internamente alla campana, nel suo soffitto - nel prototipo in legno - vi era agganciato un piccolo argano con corde avvolte in un tamburo che, azionate a mano, consentivano movimenti sicuri. In una di quelle funi era assicurata l’ancora, che poteva essere di diversa forma e peso.

Rispetto a quanto disposto dall’ordinanza medicea quella di Filippo II, conservata nell’Archivio delle Indie sivigliano, amplia lo spettro delle possibilità d’impiego dell’invenzione: deve essere impiegata oltre che per il corallo, anche per prelevare dalle navi affondate tutto ciò che sia accessibile e inoltre per la pulitura dei fondali marini e fluviali adiacente ai porti(33).

Ottenuto il ‘brevetto’ Josepe Bono si spostò lungo il Guadalquivir, e fu a Siviglia dove, dopo una serie di esperimenti riusciti, decise di apportare alcuni accorgimenti alla campana subacquea. Non sa che nella capitale andalusa ci sarebbe un buon affare da migliaia di ducati: il recupero delle imbarcazioni affondate e il dragaggio del fiume. Ma questa possibilità gli sfuggirà a causa della concorrenza(34).

Ora tutti i suoi desideri si indirizzarono verso le Indie. Pensava già di poter usare la sua invenzione in quel leggendario e smisurato oceano, ricco di coralli e perle? Sì, desiderava toccare con mano quel mondo di cui aveva solo ascoltato racconti fantastici e di cui non possedeva nessuna nitida idea.

In previsione di un possibile viaggio il Bono progettò una nuova macchina sottomarina in scala di poco superiore, ma questa volta in metallo e tutta in un unico pezzo, per evitare le piccole ma fastidiose infiltrazioni d’acqua, e soprattutto per aumentare il grado di sicurezza dei pescatori che dovevano lì lavorare; questa esigenza dalle carte appare particolarmente sentita dal suo protettore e mecenate, l’arcivescovo cardinale di Toledo Alberto, che otterrà presto anche la dignità viceregia del Portogallo.

Per la realizzazione del nuovo vaso, necessario per poter operare nelle Indie, ritornò a Lisbona dove, per ottenere i fondi necessari, sottopose la sua creazione ad una serie d’immersioni ufficiali, alla presenza di testimoni giurati, per la stesura di un memorandum del Consiglio delle Indie. Il segretario regio Antonio de Crasso partecipò al collaudo in qualità di supervisore generale della Corona.

Il vaso verrà fuso in bronzo tra il 28 maggio e il mese di settembre del 1583. E proprio da una relazione di quest’ultimo mese, redatta dal regio scrivano Tomás de Soria, con la testimonianza del regio uditore del Portogallo Martin de Aranda, di un marinaio e due maestri d’ascia, si deduce che le prove diedero risultati soddisfacenti:

Muy Illustre señor, Jusepe Bono siciliano dize que le conviene hazer una informaçion de un cierto genero de vaso ynventado por el para pescar perlas, corales y sacar todas las cossas que nacen y que estan ocultas de baxo del agua y dello a hecho en el año pasado espirencia muy clara publica en este rio de Lisboa en donde con el dicho vaso perscó y saqué seis ancoras de mucho tiempo perdidas y en mucho hondo y corriente por el qual su Magestad le concedio previlegio para poderse aprovechar por el tiempo de diez años y por esta ynformacion quiere provar como el dicho vaso es util y provechosso y que los hombres que andan en el puedan salir y entrar en el dicho vaso y estar de baxo del agua en el vasso quanto quieren sin ninguna manera de peligro ni de pesadumbre como conexa a los que an visto pescar las ancoras y aquellos que an andado de baxo del agua con el dicho vaso, suplica a Vuestra Magestad mande tomar la dicha ynformacion y se le manda dar sygnada, Jusepe Bono.

E vista por el dicho señor auditor general dicho que mandava y mandó se reciba la ynformacion que el dicho Jusepe Bono confida se le de un traslado de la dicha ynformacion sygnada en publica forma y en manera que haga fee a lo dicho Jusepe Bono para el efeto que lo pide que en ello dijo que ynterponia y ynterpasó con autoritad y decreto judicial para que vaya y haga fee por ma de su Eccellencia Aranda e ante mi Soria(35).

In questa relazione si ricordava anche un esperimento sul Tago a cui parteciparono molti curiosi e nel corso del quale furono recuperate alcune ancore, sei in tutto, da tempo perse nei fondali del porto di Lisbona.

Il regio segretario de Crasso nella sua relazione scrisse che alla campana subacquea furono aggiunti dei pesi di piombo, legati saldamente con doppie funi, e che le perdite d’aria erano state minime, così come la quantità d’acqua che era riuscita ad entrare dalle pur piccole fessure. Fu annotato anche che per i pescatori fu facile entrare e uscire dall’apparecchio subacqueo, lo spazio interno fu considerato grandissimo, non facevano grandi fatiche e non incorrevano in nessun tipo di pericolo: la campana era sicura. Il segretario non fu avaro nel lesinare complimenti al genio siciliano e scrisse del vaso come muy perfecto(36).

Altro partecipante all’esperimento fu Mateo de Ottgen, inviato dell’arciduca d’Austria Alberto, che per suo mandato scrisse alcune righe per verificare il buon funzionamento del prototipo: gli uomini che entrarono nel vaso furono due, stettero lì per circa un quarto d’ora e uscendo dichiararono che era possibile restare sotto la campana per tutto il tempo che si sarebbe desiderato. Gli stessi ritornarono poi dentro l’ingegno per raccogliere nel fondale qualcosa come dimostrazione, il tutto "sin peligro ny pesadumbre de los que andan en el segun ellos lo affirman"(37). Anche il messo cardinalizio si pronunciò chiaramente a favore della ‘macchina’ di mastro Bono: il "vaso es muy a proposito y provechoso para pescar perlas y coral"(38).

Il Consiglio delle Indie richiese ulteriori informazioni tecniche sulla campana e sugli esperimenti fatti, aggiungendo nella nota di relazione il conosciuto parere favorevole del principe cardinale d’Austria e l’offerta dell’ideatore di contribuire alla Real Hazienda con un quinto dei profitti economici(39).

Così lo scienziato espresse chiaramente il suo desiderio di poter sperimentare il suo ingegno nelle acque del Nuovo Mondo, convinto di poter sfruttare al meglio lì, in quei vergini fondali, le possibilità estrattive dell’invenzione: chiese ufficialmente l’autorizzazione per il passaggio alle Indie. Questo desiderio però dovette sul momento rimanere disatteso: gli si rispose infatti negativamente a causa del suo status di non cittadino. In terra di Spagna Giuseppe Bono era formalmente e per diritto extrajero. Il Consiglio delle Indie nel 1583, se da una parte rifiutava il passaggio - se lo estorva escluyendole por estrangero de estos reynos - dall’altro avvisava però il sovrano della possibilità di fare merçed al siciliano de haverle por natural dellos para solo este efecto(40).

Bono così, caparbio ed insistente, chiese direttamente a Filippo II la concessione della naturaleza per rimuovere ogni ostacolo per il suo passaggio in America, forte anche dell’appoggio del nuovo viceré del Portogallo:

Muy Poderoso Señor,

Jusepe Bono dize que por el testimonio del gran Duque de Toscana ynformacion de testigos y relacion del secretario Antonio de Crasso que a presentado, pareçe la perfecion y efetos de su vaso y lo mismo affirma que el serenisimo Principe Cardenal de Austria por una testificaçion suya que esta en poder de secretario Ledesma, suplica a Vuestra Alteza sea servido mandar se vea dicha certificaçion y se le provea conforme el Privilegio y merçed que de su Magestad tiene para ello y a suplicando y reçibira grandissima merçed(41).

Le quattro suppliche d’autorizzazione emesse da Giuseppe Bono tra il 9 dicembre del 1583 e il 1584, nelle quali si ripetono la descrizione dell’ingegno e le sue diverse possibilità d’impiego, le caratteristiche e dimensioni della nuova struttura in metallo, la sua sicurezza, oltre che l’offerta di contributo alla Hazienda Real del quinto dei profitti, sono gli ultimi spasmi di un uomo desideroso di una nuova possibilità di vita(42). Il 7 febbraio del 1584 il re di Spagna concesse al palermitano la tanto agognata licenza per potersi recare nelle Indie - non sappiamo però se come ‘naturale’ di Castiglia(43). Quest’atto fu il passaporto per superare l’Atlantico: mastro Bono ottiene dal sovrano spagnolo il trasferimento con la sua campana subacquea di bronzo nel Nuovo Mondo.

Successivamente, nell’ottobre del 1584, sappiamo che il Bono chiese una vera squadra di assistenti composta da quattro o cinque servi per la sua persona e altrettanti schiavi per la pesca e le manovre della campana fuori e dentro l’acqua. L’inventore si avvalse inoltre della facoltà di utilizzare soggetti di nazionalità straniera per far fronte alle particolari mansioni ‘specialistiche’ richieste nell’uso dello strumento: "se le de […] quatro o cinco criados y otros tantos esclavos que ha menezer".

Oramai senza alcuna remora, lo scienziato avanzò la rilevante richiesta al pubblico erario spagnolo di 1.000 ducati, giustificati con le ordinarie spese d’amministrazione e con "las personas que fan de servir el ingenio y lo demas para su persona". Da un precedente atto del 26 agosto dello stesso anno si deduce che Bono aveva deciso di portare con sé nel Nuovo Mondo due esemplari del vaso; non si conoscono le cause che gli fecero cambiare idea e progetto e perché dei due vasi non si parli più nei documenti successivi, ma questa fonte ci informa anche della durata della concessione per la pesca nelle Indie Nuove, por tiempo de diez años, e sulla richiesta dello scienziato che gli vengano date lettere di raccomandazione da presentare ai viceré e agli organi portuali delle Indie:

C. Real Magestad,

Josepe Bono natural de la ciudad, de Palermo dize que Vuestra Magestad le a conçedido liçencia para que con un baso de bronce de hechura de campana pueda sacar perlas en las partes donde lae ay en las Jndias por tiempo de diez años y para ello querria pasar en persona a ellas, supplica a Vuestra Magestad que pues dello podra redundar benefiçio al patrimonio real de los quintos que a de pagar se le de para ello liçençia y llebar libremente dos de los dicho ingenios y estos aparejos que sovran menezer para ello sin que se le lleban derechos de almoscarifazios.

Asimismo supplica se de liçençia para que quatro o çinco ombres (n.i.) que seran menezer para entrar dentro en el dicho yngenio en la mar pueda embiar o llebar consigo aunque sean de naçione extrangeros de estos reynos.

Y que Vuestra Magestad le de sus cartas de rrecomendaçion para los governadores y audiencias reales de las yslas de barco vento y cabo de la vela, cartagena y otras partes a donde hiziexe la dicha pesqueria(44).

Di qui, quindi, un periodo di permanenza piuttosto lungo sul quale purtroppo non possedendo dati non siamo in grado di aggiungere altro. Con certezza possiamo solo affermare che sino al 9 luglio del 1586 il ‘cervello’ palermitano ancora pazientemente aspettava a Siviglia il galeone per potersi imbarcare per la traversata atlantica. Il Bono, mantenendo continui contatti con la Corte e con il duca Alonso Pérez di Medina-Sidonia, il grande-ammiraglio della disfatta dell’Armada Invincibile, forse cominciò definitivamente a dubitare di un roseo destino.

Forse la verità un giorno la sapremo dalle carte ancora introvabili del segretario regio per il Portogallo Ledesma il quale, sicuramente sino al dicembre del 1584, tenne con sé a Siviglia tutta la documentazione sul dossier Bono che poi, probabilmente, portò in Brasile(45).

Negli anni e nei secoli successivi del vaso dell’ingegnere e avanguardista siciliano Bono si perdette memoria. Il XVII secolo fu un’età di grandi invenzioni e di grandi ritrovati tecnici e tecnologici, e in agricoltura come nelle manifatture e nella futura industria si sperimentò con risultati di chiara ottimizzazione delle risorse e massimizzazione dei profitti; il protagonista del settore terziario, il mercante e bottegaio, rurale o di città, attraverso diverse fasi si trasformò repentinamente in imprenditore. Dal mercantilismo, attraverso una ‘rivoluzione’, si giunse ad una nuova Europa capitalistica e neo-colonialista. Altri ‘vasi’, altre ‘campane’ furono mostrate ai signori di tutti i tempi, e di quella di Giuseppe Bono si perdette la paternità. Bisognerà aspettare il Settecento quando Edmund Halley e James Smeaton si servirono di quella tecnologia - il primo per studiare i movimenti delle maree e il secondo in ingegneria sottomarina - affinché l’innovativa campana subacquea del palermitano Bono ottenesse una piena se pur’ indiretta legittimità storica.

NOTE

(1) G. Botero, Della ragion di Stato libri dieci, Torino 1596, pp. 217-218.

(2) Hidalgo è l’aggettivo spagnolo che deriva dalla locuzione arcaica hijo de algo, letteralmente figlio di "qualche cosa", cioè figlio di ricchi, di possidenti. L’hidalgo appartiene alla bassa nobiltà spagnola impregnata di idealismo eroico e cavalleresco, ma anche di intolleranza e di misticismo religioso. Gli hidalgos sono patrizi e gentiluomini e l’hidalguía definisce l’ultimo grado della gerarchia del privilegio. Ma hidalgo assume anche un secondo significato meno conosciuto: generoso, valoroso, leale e fidato. Così fu Giuseppe Bono nei confronti dei suoi Signori. Sulla Spagna dell’hidalguía, cfr. M. Fernández Álvarez, Historia de España Menéndez Pidal. El siglo XVI. Econimía. Sociedad. Instituciones, Madrid 1989, pp. 315-487.

(3) Appare interessante il richiamo all’onore nel quale è possibile vedere la chiara allusione alla tutela di un bene immateriale: era l’idea in sé e per sé che si proteggeva, non l’apparecchio materiale derivante dall’idea.

(4) Cfr. A. Baviera Albanese, In Sicilia nel sec. XVI: verso una rivoluzione industriale?, Caltanissetta-Roma 1974.

(5) Archivio di Stato di Palermo (in avanti ASP), Real Cancelleria, reg. 456, c. 353.

(6) S. Scaccia, Tractatus de commerciis et cambio, Colonia 1738, p. 301.

(7) Ciò solo sino alla prima metà del Cinquecento; successivamente si arrivò ad una regolamentazione temporale delle concessioni, l’esclusiva veniva concessa per nove o dieci anni, cfr. ASP, Real Cancelleria, reg. 456, c. 353. Sulle modalità di concessione di brevetti e privative gli studi non sono molto numerosi. I primi storici dell’economia che ricercarono fonti sui rilasciti di brevetti, sottolinearono soprattutto come la loro crescita esponenziale in età moderna sia stata un primo sintomo della rivoluzione industriale sette-ottocentesca. Cfr. T.S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Roma-Bari 1972, p. 97.

(8) E’ eccezionale per la quantità di informazioni, e penso sia l’unico caso, la documentazione in materia di privative conservata a Venezia. La ‘parte’ votata dal Senato della Serenissima Repubblica nel 1474 è una pietra miliare del diritto sul tema dal tempo dei romani. Cfr. G. Mandich, Le privative industriali veneziane (1450-1555), in "Rivista di Diritto Commerciale", n. XXXIV, 1936; dello stesso autore, Primi riconoscimenti di un diritto di privativa agli inventori, in "Rivista di Diritto Industriale", n. VII, 1958, p. 101.

(9) A. Baviera Albanese, In Sicilia nel sec. XVI cit., p.23. Sulla rivoluzione tecnico-scientifica in età moderna, cfr. A. Rupert Hall, Il metodo scientifico e i progressi della tecnica, in E.E. Rich, C.H. Wilson (a cura di), Storia economica Cambridge, Torino 1975, v. 4, pp. 107-177.

(10) T.S. Ashton, La rivoluzione industriale cit., p. 65.

(11) Così A. Rupert Hall, Il metodo scientifico cit., p.107: "La critica storica ha ormai confutato l’opinione un tempo comune secondo la quale non vi sarebbe stato alcun reale progresso scientifico e tecnologico nell’età medievale. Il periodo successivo al secolo XII fu infatti caratterizzato da uno sviluppo rapido e pressoché ininterrotto […] le conquiste raggiunte in ciascun campo verso la fine del XV secolo costituirono un salto di qualità […] paragonabile soltanto a quello provocato dall’avvento della scienza e della tecnologia del secolo XIX. Senza questo stadio intermedio, non avremmo avuto né la rivoluzione scientifica del XVII secolo, né la rivoluzione industriale del XVIII secolo".

E così E.L. Jones, Il miracolo europeo. Ambiente, economia e geopolitica nella storia europea e asiatica, Bologna 1984, p. 103: "Il Medioevo fu testimone di un lento miglioramento […] dell’habitat umano, della tecnologia, e di un’accresciuta disponibilità di capitale e di energia meccanica".

(12) J. Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale, Bologna 1997, p. 27.

(13) E.L. Jones, Il miracolo europeo cit., p. 107. L’autore, a prova della tesi che guarda ai secoli XV e XVI come a un periodo di crescita tecnologica, cita un rapporto del governo degli Stati Uniti d’America che "segnala cinquanta invenzioni importanti nel periodo 1450-1525, contro quarantatré soltanto nel XVIII secolo". Poi insiste con una sfilza di esempi (nel mondo delle innovazioni militari, delle costruzioni navali e civili) che confermerebbero la sua opinione circa il fenomeno del progresso tecnico-tecnologico come un continuum dal Medioevo ai nostri giorni. Cfr. Ivi, p. 105-112.

(14) Sui progressi nel settore artigianale-industriale e sulla cultura scientifica nel XVI secolo cfr. H.G. Koenigsberger, G.L. Mosse, G.Q. Bowler, L’Europa del cinquecento, Roma-Bari 1990, pp. 33-73, pp. 467-487. Sul passaggio dall’antico regime all’età industriale e i suoi risvolti economico-sociali, cfr. G. Borelli, Temi e problemi di storia economica europea, Verona 1993, pp. 275-426. Sulla distinzione tra ‘innovazione’ e ‘invenzione’, cfr. J. Mokyr, Leggere la rivoluzione cit., pp. 34-37, e cfr. la bibliografia lì citata.

(15) A. Baviera Albanese, In Sicilia nel sec. XVI cit., p. 8. Sul superamento della posizione storiografica che considera la dominazione spagnola in Italia come un periodo di generale decadenza cfr. Sv. Arnoldsson, La leyenda negra. Estudios sobre sus origenes, in "Acta Universitatis Gotobergensis", v. LXVI, Goteborg 1960 e G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (secoli XVI-XVII), Torino 1994.

(16) C. Trasselli, Prodromi del Cinquecento in Sicilia, in "Clio", trimestrale di Studi Storici, 1969, n. 4, pp. 333-351.

(17) A. Baviera Albanese, In Sicilia nel sec. XVI cit., p. 21.

(18) Ibid., p. 9.

(19) Ibid., p. 112.

(20) Su Giuseppe Bono e la sua invenzione, cfr. L.A. Maggiorotti, Architetti e architetture militari, v. III, Roma 1939, pp. 120-125, p. 366; F. Giunta, Un inventore palermitano verso le Indie nuove nel 1583. Giuseppe Bono e la prima campana subacquea, in N. De Domenico, A. Garilli , P. Nastasi (a cura di), Scritti offerti a Francesco Renda per il suo settantesimo compleanno, Palermo 1994, pp. 653-666; A. Dell’Aira, La campana di Giuseppe Bono, ‘hidalgo natural de Palermo’, in "Kalós. Arte in Sicilia", n. 1, 2000, pp. 34-41.

(21) ASP, Tribunale Real Patrimonio, Atti giudiziari e sentenze, reg. 127, c. 512. Per altri casi, cfr. A. Baviera Albanese, In Sicilia nel sec. XVI cit., pp.32 ss.

(22) Già da alcuni anni i Medici cercavano personale specializzato in attività manifatturiere nel meridione d’Italia, cfr. G. Vivoli, Annali di Livorno, Livorno 1976, v. III, p. 34.

(23) Archivio Generale delle Indie (in seguito AGI), Patronato, 260, R. 10. Questa è la traduzione fedele in castigliano, "sin quitar ni poner palabra ny silva alguna demas ni de menos", dall’originale pergamena in "lengua latina" andata perduta, che era stata dettata a Firenze il 30 ottobre del 1570. Era "en pergamino sellada con su sello de plomo pendentie en ciertos hilos". La trascrizione in castigliano del 22 settembre 1583, avvenuta a Lisbona davanti ai testimoni Julio de Castromonte e Pedro de Villareal, è opera dello scrivano Juan de Orio Salazar, con la supervisione dell’Escrivano Publico Diego de Tiano:

"PREVILEGIO DEL GRAN DUQUE DE TOSCANA

Este es traslado bien y fielmen sacado de una carta e previlegio concessa e dada por el gran Duque de Florencia en favor de Jusephe Bono siciliano escripta en pargamino sellada con su sello de plomo pendentie en ciertos hilos segun por ella parecia sustenere es como se sigue:

PREVILEXIO Y MERZED

Cosmo de Medices por la gracia de Dios gran duque de Toscana y Sena duque segundo de Portoferraro en la isla de l’Elba etc. Reconosemos y habemos fe a todos como Jusephe Bono hidalgo natural de Palermo, comessario general de todas las harmas en nuestro estado. Haviendo hallado de su propria yndustria y yngenio una manera de pescar coral y con un baso casi de cebura de horinal el qual es ynstrumento nuevo nunca usado, para sacar de hondo del mar con nueva facilidad qualquiera cosa que en ella ubiese yaviendo. Renovado la pesca del coral cerca de Montenegro a su costa en nuestro mar Tirreno. Havemos considerado ser cosa justa le ibiesemos merced, de concederle en recompensa de su travajo e yndustria el fruto della, y ansi movidos por lo ya dicho como por otras justas consideraciones de toda nuestra autoridad, mandamos y proyvimos a todos los pescadores mercaderes navegantes soldatos y otras de qualquiera suerte o condicion que sean que nenguno durante el tiempo de diez años pueda ny se atreva de pescar en toda la dicha mar y lugar de Montenegro ningun genero de coral con qualquier suerte de artificio red ni yngenio alguno, por todo el çerquyto del dicho mar si no fuere el dicho Jusepe o quien su poder subiere y sus herederos y subçesores, a los quales solos conçedemos que por todo el tiempo de los dichos diez años ansy conrred como con el dicho vaso o qualquier otro ynstrumento puedan pescar y otra persona alguna no; y quien a contrario sisiere yncurra en pena de quinientos ducados de oro y deperdimiento de los baxeles y coral, la mitad de todo lo qual sea de aplicar para el dicho Jusephe y la otra al fisco de nuestra camara, conchedemos pues esta gracia y previlegio al dicho Jusephe Bono y a sus herederos con las condiziones seguientes:

Primeramente quel dicho Jusephe o sus dichos herederos de qualquiera parte de coral ansy grande como pequeña y de qualquiera suerte o calidad que ellos a su costa sacaran del dicho nuestro mar sean obligados de dar y entregar el diezmo al nuestro veedor que para este efetto avemos nombrado es a saver de cada cien libras de coral de qualquiera ley o calidad que sea, diez al nuestro veedor al qual ansy el dicho Jusephe Bono como sus herederos sy hallaren otra cosa demas de coral sean obligados de manifestar y asimismo que todo el coral que sacaren se lleve en Pisa oy en Florençia y no en otra parte alguna, para que se pueda refinar y dar color por nuestros oficiales para este ministerio suficientes y esto conchedemos al dicho Jusepe Bono, non obstante toda y qualquiera cosa en contrario a la qual de nuestra voluntad y llena e special y espresa derogamos y asy le havemos mandado dar la presente firmada de nuestra mano y sellada de nuestro sello ducal de plomo: fecha en Florençia a trenta de octubre de mil quinientos y setenta en el ano primero de nuestro gran ducado, trentayquatro de Florençia, catorçe de Sena el granduque de Toscana. Vidit Celius Françisco Vintha.

En la çiudad de Lisboa a veinteydos de mes de setembre milyquinientos y ochenta tres años por ante mi el escrivano publico y testigos deyuso escriptos parechio presente Diego de Tiano, estante en esta dicha çiudad de Lisboa y juró en forma de derecho quel traslado desuto contenido lea sacado y traducido bien y fielmente de lengua latina en castellano, sin quitar ni poner palabra ny silva alguna demas ni de menos y quel original de la dicha merced y previlegio quedo en poder del dicho Jusephe Bono, no en bargante que a mi el presente escrivano me fue mostrado y lo firmó de su nombre testigos Julio de Castromonte y Pedro de Villareal, estantes en esta corte Diego de Tiano.

Yo Juan de Orio Salazar scrivan de su magestad Cattolica."

Fu lo stesso Bono che fece tradurre in spagnolo il privilegio mediceo, volendo conservare la versione autentica, per mostrare all’occorrenza la copia (proprio questa normale precauzione fu la causa dello smarrimento della prima concessione!). A ulteriore conferma, presso l’Archivio di Stato di Firenze (ASF), esistono due lettere del 1569 con cui il granduca nominava il mastro siciliano commissario degli armamenti dello Stato toscano, cfr. ASF, Pratica segreta, 187, citato in A. Dell’Aira, La campana cit., p. 36.

(24) Sulle invenzioni sottomarine, cfr. E. Nardi, "De urinatoribus": ovvero dei ‘sub’ nell’antichità, in "Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, classe di Scienze Morali", 1986, pp. 51-63; T. Rodríguez Cuevas, J. Ivars Perelló, Historia del buseo. Su desarollo en España, Barcellona 1997. Sugli ingegni e le opere pubbliche nell’età di Filippo II, cfr. AA.VV., Felipe II. Los ingenios y las máquinas. Ingenería y obras públicas en la época de Felipe II, Madrid 1998.

(25) Se sino ai primi quattro decenni del XVI secolo Livorno era una piccola cittadina portuale con meno di 600 abitanti, con Cosimo I (1537-74) la città si sviluppò enormemente. Lo scalo di Porto Pisano, già quasi del tutto interrato per l’avanzata del litorale e l’impaludamento, venne abbandonato. Così, nei primi anni del Seicento a Livorno vivevano 5.000 abitanti e soprattutto vi erano in attività circa venti fabbriche per la raffinazione del corallo (che poteva essere lì comprato quando la città divenne "porto franco" nel 1591). Inoltre, l’amministrazione doganale toscana prevedeva il pagamento di alti dazi per la pesca nei fondali del prezioso celenterato. Sull’attività corallifera in Toscana, cfr. G. Vivoli, Annali cit., pp. 39 ss. Sull’economia e la società livornese in età moderna, cfr. D. Matteoni, Livorno, Roma-Bari Laterza, 1988.

(26) R. Magdaleno (a cura di), Titulos y privilegios de Napoles, Valladolid 1980, p. 82.

(27) Di queste lettere ho trovato un paio di esemplari nell’Archivo General de Indias, nei legati Patronato e Indiferente, già in parte utilizzati dal F. Giunta, Un inventore palermitano cit., pp. 653-666. Lo storico siciliano però si limita allo studio dei soli documenti compresi nel dossier segnato Regio Patronato, ignorando il legato Indiferente e perdendo così le tracce di Giuseppe Bono nel 1583. A. Dell’Aira, La campana cit., pp. 34-41, estende la ricerca delle fonti all’Archivo General de Simancas e all’Archivio di Stato di Firenze. Si sono dimostrate purtoppo infruttuose le ulteriori ricerche da me effettuate a Siviglia, nell’Archivo Historico Provincial, e a Madrid, nell’Archivio di Stato. Riproduco la trascrizione della prima delle due lettere inviate dal Bono all’arciduca Alberto, AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 20/1, già pubblicata dal Giunta con alcune distrazioni. Questa lettera porta la data dell’11 luglio 1583:

"Muy Poderoso señor,

Jusepe Bono siciliano vassallo de Vuestra Alteza dize que con mucha costa y trabajo suyo, ha hecho un vaso y jngenio para pescar perlas y corales en la mar con el qual ha sacado en el puerto de Lisboa seyes ancoras perdidas de muchos anos y metidos en el hondo onze y doze passos y porque la fabrica y jnvencion del ha gastado muchos ducados, y que es justo que cadauno se aprovecha de su industria y abilidad, supplica a Vuestra Alteza sea servido mandar dar privilegio porque nadie pueda usar del dicho jngenio y artificio en todos estos reynos ny en todas las Indias de Vuestra Alteza sin licencia suya durante su vida, que en ello recibira muy particular merçed de Vuestra Alteza."

(28) AGS, GA, Legajos, 109,344; 110,290; 148,122; 149,339; 151,50; 172,84-86; 186,112, cfr. A. Dell’Aira, La campana cit., pp. 34-35. Così l’autore argomenta: "Si è imbarcato a Napoli ed è sceso a Cartagena con un arsenale di sue invenzioni e di strumenti bellici. Noleggia due carri, rassegnato […] lascia gran parte dell’armamentario sul posto, sperando nella sua buona stella e fidandosi del re".

(29) AGI, Indiferente, 2094, N. 153/1/9:

"El Rey,

Por quanto por parte de vos Josepe Bono natural del Reino de sicilia nos asido hecha peticion que con vuestra yndustria y trabajo Aveis alcançado un ingenio y arte que es un vaso de madera hecho en forma de frascon ochavado sin respiradero alguno con una voca en la parte baja con el qual se pueden pescar y sacar perlas coral y todas las demas cosas que estan ocultas en el baxo del agua y sacar de las naos y limpiar los puertos de qualquier immundicia que tengan en esta manera que en lo alto de el dicho vaso por la parte de dentro esta un torno dodscioge una cuerda de que se cuelga una piedra de peso competente que el torno haze subir y baxar el vaso, lo que quieren los que van dentro del y en la parte de abaxo del dicho vaso esta la dicha boca por donde entran y salen los hombres que le ande governar y salir a pescar y dentro del ande llevar refresco y su repilla para engujarse quando entran. El dicho vaso del qual a de salir el uno y buelto al vaso a de salir el otro porque no le ande star solo y por la dicha voca pueden ver todo lo que esta de baxo y salidos del vaso todo lo que ay en su contorno y pescar lo que conviene y lo que no quisieren poner en el vaso lo pueden atar con cuerdas que para ello an de llevar con sus corchillos al cabo que en soltando las suben sobre el agua y cogidas por los que van en el vaso tiran dellos y lo sacan con facilidad y para salir con esta yndustria aveis gastado mucho tiempo y tenido mucho trabajo y costa, suplicandonos que pues de la dicha invencion se siguria mucho beneficio a todos nuestro Reynos y señorias, os mandamos dar previllegio para que por el tiempo que fuessemos servidos vos o quien vuestro poder, o viere y no otra persona alguna pudiessedes usar y usarde della en los dichos nuestro Reynos y senorias en toda agua salada y dulçe, o como tanta merçed fuese. Nos acatando lo suso dicho y el benefficio y utilidad que dello se siguiria avemos tenido por vien por ende siendo el dicho yngenio nuevamente ymbientado y no se aviendo usado del hasta aora en los dichos nuestros Reynos y señorias por la presente sin previsio’ de tercero alguno, damos licencia a vos el dicho Jusepe Bono para que por tiempo de diez años primeros siguientes contados desde el dia de la fecha desta nuestra çedula en adelante, vos o quien en vuestro poder o causa y no otras personas algunas podais usar y usando la dicha ynvencion en los dichos nuestros Reynos y señorias en toda agua salada y dulçe con tanto que seais y sean obligados acudir con la decima parte de todo lo que con el dicho yngenio se hallase y aprendiese limpio y libre de toda costa manifestando luego todo lo que se hallara de la persona a cuyo cargo estuviere la cobiança de nuestra Real hazienda en el districto donde lo tal suçediese para que con ynvencion de la nuestra justicia principal del sea parte y tome para nos la dicha dezima parte sopina de aver pedido todo lo que de otra manera se sacase y pescare con mas otrotanto applicado la tercia parte para nuestra camara y la otra tercia parte para el juez que lo sentenciare y la otra tercia parte para el que lo denunciare y proibivimos y defendemos que durante el tiempo de los dichos diez años otras personas algunas de qualquier estado y calidad que sean no sean osados de hazer tener ni usar de la dicha ymbencion o yngenio ni de cosa del si no tan solamente vos el dicho Jusepe Bono o quien en vuestro poder o causa o viere o a quien diese licencia para ello y a qualquier otra persona o personas que sin tener vuestra liçencia durante el dicho tiempo lo hiquieres o usare de la dicha ymbencion o la tuviere, yncurra por el mismo caso y hecho cada vez que lo hizieren en pena de treinte mill maravedis y sacase perdida, la qual dicha pena applicamos por tercias partes en la manera que dicha es y mandamos a qualquier nuestro juezes y justicias de los dichos nuestros Reynos y señorios a cada uno en su jurisdicion que siendo requeridos por vos dicho Jusepe Bono o por quien vuestro poder aviesen, executen los tales las dichas pena y ansi mismo mandamos a los del nuestro Consejo presidentes y oidores de la nuestra audiencias y otros qualesquier nuestros juezes y justicias de los dichos Reynos y senorios que guarden y cumplan y hagan guardar y cumplir nuestra çedula e lo en ella contenido. Fecha en Lisboa e veinte y siete de febrero de mill y quinientos y ochenta y dos anos.

Rescripta de Julio Vazquez, señada de Juan Mayor.

Concertada con el libro (adonde esta sentada) Por Mi L. Nuñez de Valdivia".

(30) E’ curiosa la terminologia usata per la descrizione dell’ingegno nelle due ordinanze, quella spagnola e quella toscana (in lingua castigliana): ora, in questo ficodindia, prima orinal, vaso da notte. Il Dell’Aira sostiene che sia stato commessso un errore nella traduzione dell’ordinanza medicea in castigliano, e che baso casi de cebura de orinal non sia in realtà la traduzione dal latino vas orinatorium. Il vocabolo frainteso è urinator, ossia palombaro. Cfr. A. Dell’Aira, La campana, cit., p. 36.

(31) AGI, Mapas y Planos, Ingenios y Muestras, 5. Cfr. Fig. 1, p 27. Questo disegno rappresenta però l’apparecchio in metallo, non quello in legno. Sul vaso sottomarino, cfr. T. Rodríguez Cuevas, J. Ivars Perelló, Historia del buseo, cit., pp. 32-33.

(32) Una nota sul disegno del vaso ondo è in AA.VV., Archivo General de Indias. Collección archivos europeos, Madrid 1995, p. 152.

(33) A partire già dalla prima metà del XVI secolo in tutta Europa si realizzarono esperimenti analoghi, resi possibili anche grazie agli studi del matematico bresciano Niccolò Fontana, detto il Tartaglia (1499-1557). Egli, nel suo libro Travagliata Inventione pubblicato a Venezia nel 1551, prospettava la possibilità di riscattare brigantini o vascelli, o più semplicemente i tesori lì conservati, basandosi sul principio di Archimede. Proprio la laguna veneziana fece da scenario di sperimentazione per numerosi ingegni, simili a quello ideato dal Bono. Con molta probabilità lo stesso Giuseppe Bono conobbe gli studi del Tartaglia. Cfr. AA.VV., Felipe II. Los ingenios cit., p. 202.

(34) Già a partire dal 1578 il Re Prudente si mostrava preoccupato per le condizioni critiche in cui versava il porto di Siviglia: "Yo he entendido que conviene mucho limpiarse el río de Sevilla porque della a las Horcadas dice que se ha hecho innavegable para navíos grandes con los bajítos que tiene y por otras muchas causas", cfr. M. Babío Wall, Aproximación etnográfica del puerto y río de Sevilla en el siglo XVI, Siviglia 1990, p. 137. Fu un certo Antonio Çibori, anch’egli di origine italiana, ad aggiudicarsi ‘l’appalto’ del recupero delle navi affondate nel Guadalquivir tra il 1580 e il 1582: sei carcasse saranno riportate in superficie e per ciascuna di esse il Çibori riceverà 2.000 ducati di ricompensa, più tutto ciò che là venne ritrovato. Inoltre, nessuno avrebbe potuto usare per i prossimi vent’anni le macchine costruite dall’ingegnere che noi oggi sconosciamo. Cfr. AA.VV., Felipe II. Los ingenios, cit., pp. 202-203.

(35) AGI, Patronato, 260, R. 11. I mastri d’ascia e il marinaio avevano già eseguito il collaudo del vaso in legno.

(36) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 10/1.

(37) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 4.

(38) Ibid.

(39) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 5.

(40) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 6.

(41) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 7.

(42) AGI, Patronato, 260, N. 1, R. 8. Francesco Giunta non conosceva il finale della storia, egli possedeva, come ultima traccia, solo la supplica d’autorizzazione del 1583.

(43) AGI, Indiferente, 2094, N. 153/13-16. In questo documento, emesso il 30 ottobre del 1584, solo indirettamente si menzione la licenza reale di Filippo II.

(44) AGI, Indiferente, 2094, n. 153/1/1-4.

(45) Questa la richiesta dell’originale licenza di passaggio alle Indie di Giuseppe Bono della Casa de la Contratación di Siviglia al segretario regio per il Portogallo Ledesma. Il documento è senza data. AGI, Indiferente, 2094, n. 153/1/5:

"Muy alto y muy Poderoso Señor,

Jusepe Bono, di […] por principio deste ano conçedio Vuestra Magestad liçençia para que lo quien suo poder huniese y no otra persona pudiese pescar perlas en Yndias con un jngenio de bronçe hecho a forma de campana y haviendo pedido a Vuestra Magestad liçençia para pasar a las Yndias con el dicho yngenio y buçie que an de servir en la pesquera se le ha respondido muestra el prebilexio de Su Magestad y la original esta en Sevilla donde ay nescesidad della, suplica se mande sacar una copia della de las libras del secretario Ledesma para le presentar antes el Consejo de Yndias para que se le conçeda a pasar a ellas como lo tiene suplicado".

 

campana

 

Fig. 1. Disegno della campana subacquea di Giuseppe Bono (1583?).AGI, Mapas y Planos, Ingenios y Muestras, 5.

 

 

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