DE GASPERI E TOGLIATTI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA ITALIANA: DUE DIVERSE IDEOLOGIE, UN IDENTICO METODO DI ADATTAMENTO AL TRASFORMISMO. (G. C Marino E' davvero esistita la Prima Repubblica? Le Monnier, Firenze 2002). di Gabriella Portalone

Il titolo del nuovo libro di Giuseppe Carlo Marino è senz'altro provocatorio e la provocazione stessa consente che gli spunti da essa offerti alla riflessione siano utilizzati in una chiave interpretativa ben diversa da quella in cui si colloca l'autore che è e rimane fondamentalmente gramsciano, malgrado certe sue vistose aperture al liberalsocialismo scaturente dalla lezione di Rosselli e soprattutto dalla posizione politica del Partito d'Azione. Dalla produttiva provocazione del Marino nascono le riflessioni esposte in questa nota, riflessioni che per lo più, data la sua formazione politica, l'autore, probabilmente non condividerebbe.
Mentre tanto si parla della seconda repubblica nata sulle rovine di tangentopoli e sulla base della riforma elettorale scaturita dai referendum proposti da Mario Segni, l'autore si chiede, paradossalmente, se sia veramente esistita la prima. Il significato di questa domanda è racchiuso nella considerazione che, per la classe politica italiana, erede, suo malgrado, di Machiavelli e Guicciardini, educata ad un trasformismo politico che non ha eguali in nessun altro paese del mondo, esiste un solo scopo essenziale: la conquista del potere. La forma di stato o di governo, diventa, di fronte alla meta fondamentale, un qualcosa di marginale di fronte alla quale non esistono vere preclusioni. Così, Crispi repubblicano, garibaldino e giacobino della prima ora, si adatta alla monarchia e diviene, anzi, l'uomo di fiducia di Umberto I; Mussolini, socialista rivoluzionario, antimonarchico, antiborghese, anticlericale, accetta, pur di gestire il potere, un dualismo con la Corona, un compromesso abbastanza vincolante con la Chiesa, chiudendo dopo quasi settanta anni il contenzioso tra essa e lo Stato italiano, imposta il suo programma politico all'accettazione dei principi capitalistici e alla valorizzazione, appunto, della borghesia come colonna portante della nuova Italia fascista.
D'altro canto il marxista e lo stalinista Togliatti, braccio destro del dittatore sovietico durante le grandi purghe "rivoluzionarie" contro i deviazionisti e i kulaki e contro i trockijsti della guerra civile spagnola, una volta inviato in Italia dallo stesso Stalin, dopo lo sbarco alleato, accetta con grande disinvoltura di giurare nelle mani di un Re sfiduciato, ma pur sempre sovrano, per far parte del secondo governo Badoglio. Cosa più sorprendente, accetterà più tardi, opponendosi alla posizione dei laici italiani, Croce, Einaudi, Nitti, l'inserimento del Concordato fascista nella nuova Costituzione italiana, pur di ottenere la benevolenza dei cattolici e di catturare il voto di parte delle donne, per la prima volta chiamate ai seggi elettorali. Marino, tuttavia, respinge l'accusa di trasformismo al leader comunista, sostenendo che le sue manovre politiche, miranti alla realizzazione delle "democrazia progressiva", rientravano nel programma finale, proteso al conseguimento dell'alternativa politica fondata sull'abbattimento dello stato capitalista.
Per non parlare poi di De Gasperi, convinto monarchico, nel cui cuore ancora brillava la fiamma dell'ammirazione per il glorioso Impero Austro-ungarico, di cui era stato fedele suddito e membro del Parlamento, anche durante la guerra contro la sua naturale Patria italiana, che accetta la fine della dinastia Savoia e il sorgere di una Repubblica, in cui, in cuor suo, non crederà mai, preoccupato soltanto di gestire la svolta democratica del Paese, dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo.
Si può dedurre da tutto ciò che nelle classi dirigenti italiane, quindi negli ambienti intellettuali alla base d'ogni travaglio ideologico, non sia mai esistita la vera passione politica, l'ideale che acceca e sconvolge, fino all'eroismo, nella lotta per il suo trionfo?
A questa domanda a cui l'autore evita di rispondere esplicitamente per amor di patria, io risponderei positivamente. Pur essendoci stati in Italia uomini che hanno sacrificato anche la vita per il trionfo di un ideale, essi sono sempre rimasti al margine della vera storia del Paese, di cui i protagonisti, invece, sono sempre stati gli eredi di Machiavelli e Guicciardini, gli uomini convinti che il fine giustifica i mezzi e che se il fine è la conquista del potere, ben vengano compromessi, alleanze innaturali o principi estranei alla propria cultura.
Lo Stato Italiano sorto nel 1861, nacque su basi erette e saldate da principi trasformistici: il connubio Cavour- Rattazzi che permise di emarginare i partiti estremi e dare ai moderati la gestione della politica piemontese; l'appoggio regio al "sovversivo" Garibaldi e ai suoi "pericolosi" e indisciplinati seguaci, pur di conquistare un Regno di nove milioni di abitanti; l'accettazione del sistema unitario centralizzato al posto del federalismo, da sempre vicino alla posizione della Destra liberale, pur di non perdere ciò che si era conquistato. Ma dall'altra parte, anche Garibaldi e Mazzini non furono estranei al compromesso: il repubblicano Garibaldi accettò la vicepresidenza della monarchica Società Nazionale, pur di avere l'appoggio dei Savoia per una politica che portasse all'unificazione del Paese, così come accettò, durante la dittatura in Sicilia, che venisse proditoriamente imposto da Cavour lo Statuto piemontese, prima che il popolo siciliano si fosse espresso riguardo all'annessione al regno sabaudo, pur di poter seguitare la sua spedizione militare fino alla conquista di Roma. E Mazzini, che premetteva la repubblica a qualsiasi altra cosa, non solo si mostrò incapace di arginare, con il suo schieramento politico, il trasformismo di Cavour, ma addirittura accettò la monarchia e i maneggi della classe politica moderata, come prezzo per vedere realizzato il sogno della sua vita: l'Italia unita.
Dunque, lo stesso Risorgimento fu un capolavoro di trasformismo e tale tecnica trasformista fu allora e lo sarebbe stata in avvenire, la causa della mancata rivoluzione culturale e politica italiana che "non può che realizzarsi come una concreta negazione del trasformismo, in quanto e perché non mira a "trasformare" (cioè ad assicurare una continuità con il passato) ma a cambiare la realtà in modo profondo e permanente"( p. 12)
Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere, procede ad un'analisi del trasformismo italico su basi quasi scientifiche, distinguendo tre diversi periodi storici: dal 1860 al 1890, periodo caratterizzato da un trasformismo molecolare, o individuale, per esempio la conversione di rivoluzionari e radicali, come Crispi, Cairoli, Carducci, al moderatismo; dal 1890 al 1900 ci fu, attraverso la traduzione del Capitale e la diffusione della vulgata marxista su basi più idealistiche, soprattutto per opera d'Antonio Labriola, un notevole passaggio degli intellettuali progressisti nei partiti di sinistra, più che socialisti, democratici; infine, dopo il 1900, soprattutto ad opera di Giolitti, iniziò un processo trasformistico di massa. L'analisi di Gramsci finiva per evidenziare che solo la fondazione di un partito leninista e rivoluzionario, come il Partito comunista, nel 1921, aveva rotto in Italia la logica atavica del trasformismo, ma gli eventi storici del dopoguerra, anche in questo caso avrebbero dimostrato il contrario.
Raggiunto l'apice del trasformismo, prima con il colpo di stato del 25 luglio 1943, scaturito dall'alleanza tra fascisti antimussoliniani, esercito, Corte e antifascisti puri, poi con l'8 settembre, quando il vero campione dell'opportunismo italico, il maresciallo Badoglio, dopo aver cambiato alleanze da un giorno all'altro e aver lasciato l'esercito italiano allo sbando, pensò bene di mettersi al sicuro con la Corte a Brindisi, oscurando forse per sempre, negli italiani il senso dello Stato e della Nazione, anche il nuovo assetto politico nato dalla lotta resistenziale, si apprestava a sorgere su un compromesso all'italiana "che assicurò agli antifascisti il titolo formale di 'vincitori', ma a patto di riassorbire, con morbida e ufficiosa progressione, i fascisti, i 'vinti', in un nuovo assetto del Paese più caratterizzato dalla continuità che dalla rottura con il passato" (p. 32). Con la Liberazione si attuò un'alleanza, destinata a durare fino al 1947, tra le più innaturali, che vedeva, da una parte, i comunisti e i socialisti, i quali erano riusciti, grazie ad una migliore organizzazione militare e ad un più capillare indottrinamento ideologico, a conquistare l'egemonia nella conduzione della Resistenza, assieme ai laici del partito d'Azione, dall'altra parte i cattolici della neonata Democrazia cristiana, in cui confluiva di tutto: dagli eredi di Sturzo, agli integralisti dossettiani, ai clerico - fascisti di Gedda e di Gonella. Il futuro scontro politico si sarebbe articolato non tanto tra repubblicani e monarchici, o tra fascisti e antifascisti, ma tra i due partiti egemoni della coalizione ciellenista: comunisti e democristiani, rappresentanti di due diverse culture che convergevano tuttavia, in parte nell'integralismo, presente soprattutto nella sinistra democristiana dei 'professorini' dossettiani e nella destra clericale dei 'comitati civici' di Gedda e, soprattutto nell'assenza, pressoché totale, di senso della nazione, anche se a quei tempi tutti si professavano patrioti, derivante dall'internazionalismo marxista, da una parte, e dall'ecumenismo cattolico, dall'altra.
I protagonisti di tale scontro, De Gasperi e Togliatti, sarebbero stati anche i costruttori della nuova Italia, legata strettamente al passato appena concluso e che, paradossalmente, pur se edificata da uomini che nulla avevano a che vedere con la cultura liberale antifascista, a tale modello, soprattutto, finiva per riallacciarsi.
Togliatti, tra i più pragmatici politici che la storia d'Italia abbia conosciuto, adattandosi alle circostanze, non solo aveva accantonato, almeno per il momento, la questione istituzionale, ma aveva superato l'impostazione gramsciana e leninista, ponendosi come traguardo la trasformazione della società italiana in senso socialista, gradualmente e in maniera non violenta, attraverso la cosiddetta 'democrazia progressiva'.
Più complesso era il compito di De Gasperi, fondatore di un partito che aveva poco a che vedere con il Partito Popolare di Sturzo che, seppur basato sulla dottrina sociale della Chiesa, era un partito profondamente laico. La Democrazia Cristiana, invece, era nata come il partito dell'unità dei cattolici, dunque era chiaramente confessionale e strettamente legato alle direttive vaticane. Era, inoltre, un partito dalle mille anime che, per la numerosa presenza d'ex fascisti, molti dei quali non erano per nulla pentiti del loro passato, appariva quasi come il naturale candidato, per dirla alla maniera di Scoppola, alla successione cattolica al fascismo, con la visione di uno stato molto vicino ai modelli spagnoli e portoghesi, espressi dai regimi di Franco e di Salazar. E fu senz'altro questo, fra gli altri, uno dei motivi che indusse De Gasperi, dopo il trionfo della DC nelle elezioni del 18 aprile 1948, a respingere l'idea di dar vita ad un governo monocolore democristiano.
La Chiesa, peraltro, sapeva che attraverso la Democrazia Cristiana avrebbe potuto rafforzare il ruolo politico che si era già conquistato in Italia durante il fascismo. S'impose, dunque, di indirizzare politicamente il partito di De Gasperi, sapendo quanto lo stesso avesse necessità di appoggiarsi sulla forza delle parrocchie che, nella logica della contrapposizione fra due partiti integralisti, corrispondevano alle cellule politiche del PCI, sparse in tutto il territorio e nelle varie collettività.
Al culmine del pragmatismo, la Chiesa si rassegnò ad accettare, almeno provvisoriamente, i cosiddetti cattolici comunisti che, in una logica di scontro internazionale fra le due superpotenze, avrebbero potuto dare al Vaticano qualche chance in più nei rapporti con l'URSS. Le alte gerarchie ecclesiastiche, tuttavia, erano particolarmente propense ad allearsi con la destra, addirittura, dopo la fondazione del MSI, con la stessa destra neo-fascista, sia per il naturale carattere anticomunista di quel partito, sia per le simpatie corporative di gran parte del clero e degli iscritti e dei dirigenti democristiani, come, per esempio, Gonella. Di tale linea politica erano sostenitori, oltre alla prestigiosa rivista gesuita Civiltà cattolica, Mons. Tardini, il Cardinale Ottaviani, il Cardinale di Palermo Ruffini, Sturzo e, infine lo stesso Papa Pio XII. A proposito, non si può non ricordare la cosiddetta Operazione Sturzo del 1952, manovra concordata tra il Papa e il sacerdote calatino per presentare alle elezioni amministrative di Roma una specie di lista civica costituita da cattolici e neo fascisti, per salvare l'amministrazione capitolina dall'assalto dei rossi. L'operazione non ebbe successo per il veto di De Gasperi che, da quel momento in poi, sarebbe stato apertamente malvisto dagli ambienti vicini al Pontefice. Lo statista trentino, non poteva che comportarsi in tal modo se voleva fare del suo partito il partito guida della nuova Italia. La Democrazia Cristiana, infatti, avrebbe dovuto essere un partito di centro che guardava a sinistra, per conquistare le masse contadine e piccolo - borghesi, per spogliarsi, anche a livello internazionale, della diffidenza degli ambienti antifascisti, per qualificarsi, ogni giorno di più, come indipendente dal Vaticano, conquistandosi, così, la fiducia dei partiti laici, partiti, ricordiamolo, in cui confluivano quei 'poteri forti', registi indiscussi dell'economia nazionale.
Insomma se voleva impadronirsi del potere, la cui gestione ancora condivideva con le sinistre, la DC doveva per forza assumere i caratteri di un partito interclassista, pronto a sostenere gli interessi del grande capitale nazionale, ma nello stesso tempo disponibile a riforme radicali, o quasi, come la riforma agraria, per venire incontro alle esigenze dei più umili, senza mai rinunziare a difendere la sacralità del diritto di proprietà su cui si fondava la società borghese e a cui aspirava anche la stragrande maggioranza del mondo contadino .
Bisognava certo liberarsi degli innaturali alleati marxisti, ma c'era ancora tempo! Da buon politico che premette le contingenze agli ideali, De Gasperi sapeva di avere due mete importanti da raggiungere, mete per il cui conseguimento era indispensabile l'aiuto di Togliatti, sia per il suo peso internazionale, dato dalla vicinanza all'URSS di Stalin, sia per il suo seguito fra le masse operaie e contadine del Paese.
La prima importante meta era costituita dalla firma del trattato di pace, che si era rivelato per l'Italia, malgrado essa avesse invocato presso gli anglo-americani i meriti della cobelligeranza nell'ultimo periodo del conflitto, una pastiglia troppo amara da mandar giù. Esisteva il problema di Trieste, città italianissima la cui perdita era considerata dagli italiani una vera e propria profanazione del loro sentimento nazionale. Per sistemare tale questione l'appoggio di Togliatti avrebbe potuto servire, data la sua influenza su Stalin, da cui sarebbe dovuto dipendere l'irrequieto maresciallo Tito. Vero è che Togliatti aveva cercato di risolvere il problema cedendo, scandalosamente, Gorizia alla Iugoslavia, al posto di Trieste, più rilevante storicamente, ma soprattutto economicamente, data la presenza dell'importantissimo porto, ma indipendentemente dal fatto che più che gli interessi della sua patria a Togliatti stessero a cuore i successi dell'internazionalismo marxista, mediante il solito gioco dei maneggi sotterranei e delle concessioni reciproche, la sua presenza nel governo italiano in quel momento, era senza dubbio vantaggiosa, visto, soprattutto, l'astio dimostrato dagli inglesi nei nostri confronti e la diffidenza degli americani. L'appoggio di Togliatti e dei comunisti serviva a De Gasperi, inoltre, per far digerire al popolo italiano le umiliazioni che il trattato di pace ci avrebbe imposto. Grazie all'alleanza con i comunisti, il governo si sarebbe messo in salvo da pericolose manifestazioni di piazza, espressioni dello scontento generale e naturale sfogo di un popolo esasperato dalla guerra, dalla sconfitta e dalle loro conseguenze.
Altra meta non meno ambiziosa era quella relativa al varo della nuova Costituzione, vero e proprio monumento del compromesso catto-comunista, prodotto di un'alleanza tanto innaturale quanto efficace che aveva spiazzato le opposizioni provenienti dai partiti laici. Esempio illuminante è dato dall'introduzione delle norme concordatarie nel testo costituzionale, nel famoso articolo 7, contro il quale liberali come Croce o Sforza lottarono fino allo stremo delle forze. Se De Gasperi aveva bisogno della legittimazione costituzionale del Concordato fascista per attenersi ai voleri del Vaticano, Togliatti comprendeva che sostenendo l'avversario in tale questione e spiazzando i piccoli partitini laici, non solo consacrava l'egemonia del suo partito nel contesto della politica italiana, imponendo alla DC altre contropartite che essa non avrebbe potuto rifiutare, ma soprattutto evitava di passare davanti alla Chiesa e alle masse cattoliche, soprattutto davanti alle donne chiamate per la prima volta a votare, non come il mangiapreti che effettivamente era. Si trattava in fondo di un'operazione che, se favoriva la Democrazia Cristiana, si presentava, paradossalmente, come un inaspettato strumento propagandistico a favore del Partito Comunista.
Sulla Costituzione, in fondo, le concessioni fatte ai comunisti furono più di forma che di contenuto. Si accettò nel preambolo che l'Italia fosse definita 'una repubblica democratica fondata sul lavoro'e nata dalla Resistenza, accogliendo la proposta mediatrice di Fanfani, facendo dell'antifascismo di sinistra la fonte di legittimazione storica del nuovo Stato, ma fu De Gasperi a dettare le parti più sostanziali del sommo documento normativo. Ottenne tale successo delegando proprio gli uomini della sinistra dossettiana, quelli che sprezzantemente chiamava 'i professorini' a trattare con i social comunisti. Riteneva, a ragione, che gli integralisti della Democrazia Cristiana fossero più adatti a trattare con Togliatti.
Una volta raggiunte le mete propostesi, il buon De Gasperi non esitò a liberarsi senza rimorsi dell'alleato comunista, pur adducendo come pretesto per la rottura dell'unità antifascista, il volere degli americani, che non era opportuno contrariare proprio nel momento in cui si apprestavano ad erogare all'Europa e in particolare all'Italia, milioni di dollari per la sua ricostruzione. Mettere in pericolo la possibilità di usufruire del Piano Marshall, sarebbe stato anche per Togliatti un cattivo affare, alla luce dei reali e sempre più pressanti bisogni delle masse che chiedevano pane e lavoro.
Dopo il viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti, nella primavera del 1947, viaggio da cui sarebbe scaturita la promessa, appunto, di sostanziali aiuti in cambio di un netto schieramento internazionale dell'Italia, nonostante da più parti politiche si auspicasse la scelta del 'non allineamento', si delineò il paradosso di uno Stato gestito da due partiti che nulla avevano di nazionale, non solo per la loro storia ideologica, ma anche perché dipendevano strettamente da due superpotenze contrapposte, Stati Uniti ed Unione sovietica. La DC, destinata a governare l'Italia ininterrottamente per quasi cinquant'anni, si sarebbe quindi rivelata come "un 'partito nazionale' degli italiani la cui paradossale 'italianità', quanto agli interessi da rappresentare e da tutelare, spesso non avrebbe avuto altro contenuto che una strana miscela di americanismo e cattolicità. In definitiva in quel partito ci sarebbe stata soprattutto la capacità di rappresentare un'accettazione collettiva dei vincoli della 'sovranità limitata'. E con l'egemonia esercitata da quel partito sull'intero Paese, che cosa di concretamente italiano sarebbe rimasto del secondo Risorgimento e della repubblica nata dalla resistenza?" (p. 148)
Anche sul problema dell'epurazione i due protagonisti della ricostruzione nazionale trovarono un accordo. D'altronde la tattica di De Gasperi era quella di assecondare le richieste del 'nemico - alleato', salvo poi modificarle fino a renderle quasi inefficaci, passato il momento più critico. Togliatti più che farsi gabbare dallo scaltro trentino, si adattava alle contingenze comprendendo che le soluzioni degasperiane d'accomodamento o d'aggiustamento di provvedimenti presi, come frutto dell'appassionato scontro politico per accontentare le masse, erano, tutto sommato, più convenienti per tutti.
Un esempio di tale compromesso fu la riforma agraria che avrebbe dovuto essere per il Sud latifondistico quella rivoluzione sociale che non si era mai verificata e quasi la panacea a tutti i mali del Mezzogiorno. Se i decreti Gullo del 1943 fecero temere alla classe dei proprietari l'inizio della fine, essi ben presto vennero opportunamente corretti dall'Alto Commissario per la Sicilia Aldisio, in senso più favorevole agli interessi dei 'padroni', con la benedizione del ministro dei Lavori Pubblici Segni e di tutto il governo nazionale che, in quell'occasione, non ebbe da contestare nulla al fatto che un organismo regionale, peraltro non legittimato dal popolo, si arrogasse il potere di modificare una normativa a carattere nazionale.
Per quanto riguarda l'epurazione, poi, si passò dalla richiesta di sospensione e quindi di processo per tutti gli impiegati dello Stato che avessero aderito al fascismo con la qualifica di squadrista, marcia su Roma, gerarca, sciarpa Littorio, in base al decreto 28 dicembre1943, nel quadro della 'defascistizzazione' dell'amministrazione statale, ad un graduale affievolimento della normativa che, integrata da decreti successivi, finì per accogliere una linea di pacificazione nazionale, sancita proprio da Togliatti come ministro Guardasigilli, con il famoso decreto del 9 novembre 1945, che limitava i provvedimenti di sospensione del lavoro solo ai casi più gravi di collaborazione con il regime fascista di Salò.
Anche se l'amnistia verso i fascisti era stata concessa dietro forti pressioni dei democristiani e dei liberali, Togliatti non poté negare che si trattava, tutto sommato, della soluzione più ragionevole se non si voleva pretendere, da un giorno all'altro., di rivoluzionare tutta la macchina burocratica del Paese, dando le leve di comando, magari, agli elementi più inesperti che avevano il solo requisito di aver combattuto fra le file dei partigiani o di essere stati perseguitati politici. Si arrivò, poi, ad affidare le leve più importanti della burocrazia a vecchi fascisti, ma ciò è spiegabile, sia con la maggiore esperienza che possedevano i funzionari anziani e che era particolarmente necessaria in quei frangenti critici della ricostruzione, sia tenendo presente che la quasi totalità degli italiani, specialmente degli impiegati statali, aveva aderito al fascismo, soprattutto nel periodo del grande consenso generale che andò dal '35 al '38. Per le stesse ragioni si riabilitarono, quasi immediatamente, i grandi protagonisti dei settori privati dell'economia, come per esempio Valletta, direttore generale della FIAT che, nel 1945, non solo aveva rischiato di essere epurato, ma addirittura di essere giustiziato sommariamente per la sua collaborazione con il governo di Salò.
Anche i prefetti, i sindaci, i presidenti delle province, i questori, e le altre pubbliche autorità nominate dai CLN, o dagli stessi occupanti anglo-americani, subito dopo la liberazione dai nazisti, furono senza grandi clamori e gradualmente sostituiti con funzionari di carriera. Tali sostituzioni possono essere paragonati anche alla liquidazione dell'esercito garibaldino voluta da Cavour e dalla classe dirigente piemontese all'indomani della battaglia del Volturno, ma bisogna pure tener conto che la maggior parte di quei funzionari erano stati nominati sull'onda dell'emozione e dell'entusiasmo del momento. Molti erano stati scelti solo per meriti antifascisti, magari acquisiti furbescamente all'ultimo minuto, e in Sicilia molti erano stati reclutati fra le file della mafia o del separatismo.
Si rimproverò a De Gasperi e, soprattutto, al suo ministro degli Interni Scelba, ignorando la richiesta comunista di immettere nella polizia ex partigiani, di aver creato una vera e propria polizia di stato, ricorrendo spesso ad elementi che avevano prestato i loro servigi nella Repubblica di Salò. Bisogna riconoscere, tuttavia, al di là delle personali convinzioni politiche, che in quel momento erano molto meno pericolosi, per la neonata democrazia italiana, i funzionari ex fascisti, rispetto agli ex partigiani, molti dei quali, soprattutto i comunisti, avevano rifiutato di consegnare le armi allo Stato e detenevano pericolosi e segreti arsenali che sarebbero stati determinanti in una eventuale sommossa. La storia avrebbe dimostrato che i timori di De Gasperi e Scelba non erano infondati, viste le stragi che si verificarono nel cosiddetto 'triangolo della morte', in Emilia, e le armi che spuntarono come per incanto alla notizia dell'attentato contro Togliatti che, solo con la sua saggezza e il suo carisma evitò il rischio di una vera e propria rivoluzione. Dunque, il fattore K, cioè il pericolo di un'insurrezione comunista, che non si sarebbe mai verificata perché né Togliatti, né Stalin l'avrebbero permessa, costretti com'erano a rimanere ligi alla spartizione dell'Europa sancita a Jalta, se non volevano scatenare una nuova guerra, era per la DC uno strumento di propaganda politica, ma certamente reali erano i timori di De Gasperi e di Scelba sul pericolo rappresentato dalle armi ancora in possesso dei partigiani comunisti. Peraltro, il Presidente del Consiglio e il suo fidato ministro degli Interni non avevano dimenticato che erano stati proprio il disordine e il caos del dopoguerra ad aprire la strada al fascismo e sarebbe stato sciocco, con una gestione dell'ordine pubblico troppo buonista, correre nuovamente lo stesso rischio.
Il trionfo di De Gasperi su Togliatti e la definitiva separazione dei loro destini politici, sarebbe stata sancita dai risultati elettorali del 18 aprile 1948 che avrebbero dato alla DC la maggioranza assoluta alla Camera ed una maggioranza, se non assoluta, certamente molto consistente, al Senato. Vero è che in quell'occasione il partito di De Gasperi fu spudoratamente aiutato dagli USA (pacchi regalo inviati agli elettori italiani dai loro parenti emigrati in America con la raccomandazione di votare DC, grandi quantità di dollari per finanziare la campagna elettorale democristiana, presenza minacciosa di navi da guerra americane nei principali porti italiani) e dalla Chiesa (scomunica ai comunisti e ai loro sostenitori, comitati civici di Gedda, manifestazioni a metà tra il politico e il religioso come le processioni della Madonna Pellegrina e i comizi infiammanti di coinvolgenti oratori cappuccini), ma si trattò anche di una scelta cosciente del popolo italiano fra la libertà e il progresso assicurati dalle democrazie occidentali, prima fra tutte l'America e il totalitarismo e la schiavitù rappresentati dall'URSS e dai suoi satelliti. D'altra parte, anche Togliatti, fedele al suo principio di 'democrazia progressiva'e realisticamente legato dal trattato di Jalta, forse sperava proprio nella sconfitta, per evitare complicazioni di carattere internazionale che non si sapeva dove avrebbero condotto.
La maggior parte della storiografia, e fra questi il nostro autore Giuseppe Carlo Marino, considera un grande merito dello statista trentino, quello di aver rinunziato ad un governo monocolore che avrebbe benissimo potuto costituire, seppure al Senato col sostegno dei liberali. Tale rinunzia consentì di rendere lo Stato più laico, meno dipendente dal Vaticano, di evitare l'avvio di un regime di tipo salazariano o franchista, o, come dicono i più, fu fatta, probabilmente, per un insopprimibile rispetto, da parte di De Gasperi, dei principi democratici che sarebbero stati pienamente riconosciuti con il coinvolgimento, nella coalizione governativa, degli alleati minori.
Personalmente ritengo che si trattò di un errore di cui lo stesso De Gasperi si sarebbe reso conto qualche anno dopo, quando, introducendo una riforma elettorale ispirata al premio di maggioranza, cercò, senza riuscirci, di creare in parlamento uno schieramento di maggioranza monolitico comprendente i due terzi degli eletti che avrebbe permesso di governare senza subire ricatti e condizionamenti, di emendare la Costituzione secondo le vere esigenze del popolo italiano e di sconfiggere per sempre la patologia trasformistica.
Perché allora De Gasperi non fece il monocolore nel 1948 avviando il sistema italiano verso un parlamentarismo bipolare fisiologicamente corretto? Per mancanza di coraggio o perché condizionato dai poteri forti che avevano la loro base politica nei partiti minori come il PRI e il PLI o perché pressato dall'America a coinvolgere nel governo quei socialisti saragattiani che, con la scissione di Palazzo Barberini, l'anno prima, avevano minato la compattezza del Fronte Popolare? Non lo sapremo mai! La conseguenza fu, tuttavia, il permanere di quell'anomalia italiana, costituita dall'esistenza di un centro cangiante, 'la palude' come lo definiva Mussolini, incapace di dare alla nazione la politica dell'alternanza, fondamento indiscusso di una vera e sana democrazia. Si diede vita, invece, a quella politica che sarebbe stata definita, dallo spregiudicato Andreotti, 'politica dei due forni', cioè politica aperta a più soluzioni, indipendentemente dalle scelte della maggioranza degli elettori. Per dirla in poche parole la politica del trionfo del trasformismo: "Basti osservare, in linea generale, che l'intero corso della storia del potere in Italia ha visto alternarsi in un cinquantennio degli assetti di governo definito ora di centro-sinistra, ora di centro-destra. E, mai, di destra o di sinistra, con consapevole e netta distinzione. Il che la dice lunga non tanto sul peso decisivo della componente moderata negli equilibri della politica[…] quanto piuttosto sulla tendenza del sistema italiano ad evitare il più possibile delle nette distinzioni tra maggioranze e opposizioni. In ogni caso è indice di costume opportunistico che suggerisce la prudenza di 'scegliere per non scegliere' o scegliendo il meno possibile, si decida di volta, in volta di stare a sinistra o a destra[…] collocazione che lascia sempre la porta aperta e offre larghi margini di manovra, all'occorrenza per cambiare posto con il minimo scandalo. Ovviamente per un costume del genere, quel che risulta più consigliabile, e in genere più gradito, è restare, finché si può, soltanto al centro. E' quella di centro la posizione migliore per le oscillazioni e per i funambolismi più spericolati. Da lì si va e si viene e, nel caso di un troppo deciso allontanamento, lì è sempre piuttosto facile ritornare" (p. 200)