L'intervento pubblico nell'agricoltura siciliana e la fine del mondo contadino di Giuseppe Palmeri

Ogni riflessione sull'attuale momento in cui versa l'attività agricola in Sicilia non può non avere come presupposto di conoscenza una profonda considerazione di quello che un tale impegno dell'uomo ha rappresentato per millenni. Tali riflessioni dovrebbero avere, poi, come base anche la constatazione di ciò che, nella storia e fino a pochi decenni fa, ha costituito il mondo contadino, con le sue pratiche, le sue credenze, i suoi pregiudizi ed, in sostanza, con la sua particolare cultura, tramandatasi in una società del tutto particolare; spesso comunicante per tradizione oltre gli stessi confini delle nazioni ma, nell'ambito di ogni paese, assai ben distinta dalla società complessiva in cui quella parte sociale era collocata. Si trattava, comunque, di una cultura tale da far considerare ai nostri etnografi (Pitrè, Guastella ecc.) un mondo a parte quello rurale e l'agricoltura tutt'altro che una semplice attività economica, fungibile con le altre.
Riflessioni del genere non possono che essere svolte a completamento della considerazione che l'interesse pubblico per l'attività agricola è sorto e si è sviluppato parallelamente e proporzionalmente col formarsi degli stati moderni; mentre, con attenzione alla Sicilia, non può prescindersi dalla storica questione della distribuzione della terra tra i soggetti che, da braccianti o coloni, erano interessati alla sua coltivazione, ossia da quello che fu il problema dello smembramento del latifondo; problema delineatosi concretamente e sotto l'aspetto delle attuali conseguenze, nell'ultimo secolo. Ma poiché, dovendo affrontare un discorso, è sempre bene porre dei limiti temporali e oggettivi ad esso, supposti tutti tali argomenti come basi di comune conoscenza, conviene dire che la riflessione che segue intende muoversi nella interazione di due fattori caratterizzanti la storia dell'agricoltura in Sicilia negli ultimi decenni: l'intervento dei poteri pubblici nel processo di svolgimento sempre più intenso dello sviluppo della produttività della terra ed il drastico ed epocale coevo mutamento che il mondo rurale ha irreversibilmente subìto negli stessi decenni.
Nel libro "Il Secolo breve" Eric. J. Hobsbawm, esaminando i mutamenti sociali verificatisi nel corso del ventesimo secolo, al suo compimento, osserva che "il mutamento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo del passato, è la morte della classe contadina." Questo storico riflette che tale fenomeno, certo non dovuto unicamente alla migliorata produttività della terra ed alla politica di riduzione degli addetti all'agricoltura, è fenomeno irreversibile perché quella che è finita non è la cura dei campi per produrre generi alimentari, ma una concezione morale ed un rapporto sociale tra l'uomo e la terra del tutto speciali, durati millenni. Furono atteggiamenti fatti di conoscenze, usi e tradizioni economiche descriventi dei sistemi di vita ben distinti. Quella tradizione millenaria ora viene meno, per cause varie, in tutte le regioni della Terra, povere o ricche che siano(1).
In Sicilia, nel corso del secolo ventesimo o, meglio, negli ultimi settant'anni di esso, mentre, senza che ci accorgessimo del profondo mutamento di cui parla Hobsbawm, così come avveniva del resto in tutto il pianeta, può dirsi che si sia realizzata la maggiore attenzione ai problemi del mondo rurale. E' in questo periodo che le espressioni riforma agraria e bonifica sono state assunte e classicizzate come parametri della politica agricola: l'una nel senso di azioni di modificazione e trasformazione, secondo il senso letterale delle parole, e specificamente come riorganizzazione del sistema produttivo agricolo attraverso interventi legislativi dello Stato nell'economia privata per la redistribuzione del fattore terra; l'altra come complesso di interventi pubblici di risanamento con opere edili ed agrarie di zone povere, prosciugamento di terreni paludosi, aridi o malsani per renderli adatti alle coltivazioni ed agli insediamenti abitativi. Tali espressioni saranno sostituite negli anni sessanta con quella di sviluppo, ossia di accrescimento progressivo e potenziamento in senso produttivo di un patrimonio ormai ritenuto effettivamente distribuito razionalmente tra i cittadini o, comunque, distribuito secondo le regole di tutti gli altri beni produttivi.
I risultati di tali processi di intervento, se possono offrire importanti occasioni di valutazione all'economista, al sociologo o al politico, meritano forse qualche attenzione anche da parte dei cultori di storia, al fine di registrarne alcuni dati e fatti d'ordine regionale.
Negli anni venti, l'Italia viveva l'avventura della forte e dirigistica politica del fascismo. Tale politica, riguardo all'agricoltura ed agli aspetti sociali del mondo rurale, se la si voglia indicare per il suo connotante aspetto più evidente, la si può definire "politica di colonizzazione e di sbracciantizzazione". L'intenzione era quella di modificare il sistema fondiario favorendo le piccole e medie proprietà (i poderi), incidendo sul lavoro e sulle strutture agricole del Paese ed assumendo la figura del colono e della mezzadria come modelli ideali del ruralismo fascista. Ciò pare abbia portato effettivamente ad una forte diminuzione del numero dei braccianti (giornalieri) e ad un aumento delle forme di conduzione mista, come la colonìa, la mezzadria e l'affitto; mentre controverso resta il giudizio sull'evoluzione della piccola proprietà contadina nel ventennio. Insieme ad una crisi, verificatasi nella seconda metà degli anni venti, dovuta a fattori di oscillazione dei prezzi mondiali, si suole rilevare anche una espansione quantitativa delle produzioni, parallela alla grande avanzata dell'affitto e della colonìa, come sistemi razionali di conduzione dei fondi. Nel complesso, la politica della "sbracciantizzazione" favorì l'aumento delle forme di compartecipazione e di conduzione in proprio, sebbene difficili restassero le condizioni per il rafforzamento e la reale autonomia delle nuove microimprese e ardua (probabilmente perché contro la Storia marciante, come visto, in senso diverso) la via dell'arresto del fenomeno dell'inurbamento, con la fuga dalle campagne e della riaffezione delle masse rurali alla vita nei borghi ed a contatto continuo con la terra, come era auspicato dal fascismo ed incentivato con misure di vario genere.
Questo tipo di attenzione ai vecchi problemi della campagna ed, in particolare, di quella meridionale, derivava dalla cultura socialista di Mussolini e dei primi fascisti e si inserì logicamente nella politica di autarchia(2).
Il problema del latifondo siciliano era già stato posto, del resto, prima dell'avvento al potere del P.N.F. nel programma agrario di questo partito, approvato nel congresso dell'Augusteo, nel 1921, ed era stato poi ridiscusso nel corso del congresso del partito, svoltosi a Napoli nell'ottobre del 1922, proprio alla vigilia della "Marcia su Roma", nell'ambito di una considerazione più ampia che, mentre non riteneva ancora proficuo lo smembramento del latifondo, ravvisava la necessità di un generale piano di bonifica comprendente costruzioni di strade, captazioni di acque, costruzioni di acquedotti e colonizzazioni, cioè di un vasto sistema d'interventi infrastrutturali che potessero porre le basi per l'estensione delle aree coltivabili e fosse premessa per un futuro accesso dei contadini alla proprietà della terra, al fine di migliorare le condizioni di vita di questi ultimi(3). Il problema di una frantumazione generale del latifondo non fu comunque assunto subito nella politica del fascismo, dato che, sebbene questo partito mostrasse un interesse forte per la trasformazione dell'economia agricola e per i problemi sociali degli addetti, volle essere anche, dopo le lotte contadine e del proletariato in genere, portate avanti dalla parte socialista e marxista nei primi decenni del secolo, rassicurante nei confronti dei proprietari col rispetto, in via di principio, del diritto di proprietà.
In una visione, comunque, di profonda riforma, già nel 1923 fu approvato il testo unico delle leggi sulla bonifica che, sebbene fosse ancora un'operazione di coordinamento legislativo delle norme già esistenti, apriva la via a quella che sarebbe stata una generale ed incisiva ridisciplina normativa delle attività rurali. Nell'anno successivo, sarebbe stato emanato, infatti, il decreto-legge 18 maggio 1924, n. 753 sulle trasformazioni fondiarie di pubblico interesse, che assumeva il problema del latifondo al centro delle proprie disposizioni.
In Sicilia la storia della disciplina normativa degli interventi sistematici dello Stato e delle altre pubbliche amministrazioni, al fine di determinare un cambiamento ed un serio ammodernamento della vita nelle campagne, per fini di maggiore produttività e quindi di elevazione sociale delle relative popolazioni, può dirsi che inizi con la fondazione -per promozione del Banco di Sicilia, allora istituto di diritto pubblico- dell'Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia. Il regio decreto legislativo 19 novembre 1925, n. 2110 con cui tale istituto venne creato prefiggeva come compito del nuovo ente quello di "promuovere, assistere ed integrare in Sicilia, ai fini del bonificamento, con particolare riguardo alle trasformazioni fondiarie, l'attività di privati, singoli e associati, condizionandola con quella dello Stato".
L'azione di tale istituto, che cominciò ad operare effettivamente nel 1930, si svolse in varie direzioni: promozione di consorzi, redazione di progetti di bonifica e direzione dei relativi lavori per conto di consorzi; finanziamenti agevolati; ricerche idro-geologiche; diffusione delle più moderne tecnologie. Per potere, poi, conferire all'insieme di tali pratiche la visiva concretezza della loro utilità ai fini d'una più elevata remunerazione del fattore lavoro, l'Istituto fondò l'azienda sperimentale dimostrativa Sparacia, nella Valle del Tumarrano al centro della Sicilia, ove tipico era l'ambiente vocato alla granicoltura estensiva. Successivamente, di questa azienda sarebbe stata affidata la conduzione alla Facoltà di agraria dell'Università di Palermo(4).
L'attività dell'Istituto "Vittorio Emanuele III" si inserì presto nell'ambito di una visione complessiva di quella che doveva essere la politica dello Stato e del "Regime" nell'agricoltura; politica che si andava rivelando con una legislazione sistematica che inevitabilmente avrebbe portato alla trasformazione del latifondo. Ciò accadeva mediante l'agevolazione della creazione di piccole proprietà contadine, la fondazione di borghi rurali, la bonifica dei territori coltivabili e tutta una disciplina normativa mirante all'elevazione del reddito agricolo come presupposto per una serie di azioni intese all'evoluzione sociale delle popolazioni rurali.
Notevole fu anche, in un tale complessivo orientamento normativo del "Regime", la revisione della disciplina agevolativa del credito agrario, nelle due forme di credito di esercizio e credito di miglioramento; con il riordino anche degli istituti bancari incaricati di coordinare l'azione creditizia in favore degli agricoltori e l'istituzione delle "casse comunali di credito agrario"(5).
Fu così che, in base al rivelarsi di tutto un sistema di esigenze per il potenziamento del tessuto produttivo rurale, anche sulla spinta degli studi e delle teorie espressi dal sottosegretario all'agricoltura del tempo, Arrigo Serpieri(6), si dette inizio nel 1928 alla c.d. Bonifica integrale, le cui azioni furono disciplinate da una legge di fondo che potremmo dire di carattere ideologico, mediante le quali si interveniva per il risanamento delle zone paludose, prime tra tutte le Paludi Pontine; si imponeva ai privati di rendere coltivabili i terreni di loro proprietà e si poneva in essere tutta una serie di altri interventi al fine di estendere la complessiva superficie coltivabile(7).
Molto importante, ed in sistema con la detta legge, fu il regio decreto 13 febbraio 1933, n. 215 che darà all'intento della politica fascista di bonifica, mediante un testo sistematico di 121 articoli, una disciplina completa, distinguendo gli interventi di competenza dei privati, sebbene con sussidi dello Stato, dagli interventi di competenza dello Stato, esplicantisi soprattutto nel compimento diretto delle opere strutturali necessarie all'attuazione del piano generale di bonifica, e destinando a tali azioni notevoli risorse finanziarie.
Della particolare intenzione di trasformazione dell'ambiente rurale (in questo caso onde favorire la pastorizia), è testimonianza anche la normativa a carattere generale per l'assetto dei tratturi della Puglia e delle trazzere della Sicilia, dettata dal R.D. 30 dicembre 1923, n. 3244(8).
Ma gli anni venti furono anche il tempo della Battaglia del grano, di cui si ebbe in Sicilia una profonda eco, data la particolare vocazione del suo territorio alla coltivazione del grano e specialmente del grano duro, particolarmente adatto alla produzione di pasta alimentare.
La Battaglia del grano, annunziata da Mussolini il 14 giugno 1925, nasceva dalla constatazione che in quel tempo le importazioni di cereali nel nostro paese si aggiravano ogni anno intorno ai 25 milioni di quintali ed incidevano pesantemente sulla bilancia commerciale, già sfavorevole per l'Italia a causa della sua nota generale povertà di materie prime (ferro, carbone, petrolio ecc.). D'altra parte, l'obiettivo d'una autosufficienza almeno per un prodotto primario ed emblematico nei minimi di esigenza per il vivere comune (il pane) fu visto, ove lo si potesse raggiungere, come indicatore d'un certo prestigio per la Nazione.
La propaganda d'una tale "battaglia" fu molto efficace e capillare, al fine di sfruttare convenientemente tutte le aree dedicate alla coltura dei cereali ed estenderne la consistenza, tanto che nel 1931 poté annunziarsi la "vittoria del grano", registrandosi una produzione nazionale di 81 milioni di quintali.
Il raggiungimento di un tale traguardo, naturalmente, è visto ora con interpretazioni critiche di vario contenuto, tra cui, per esempio, quella basata sulla considerazione che l'incremento a tutti i costi della produzione del grano incise a discapito di altre colture, anche se tipiche in alcune zone, o quella che ritenne non proficua, nei tempi lunghi, l'utilizzazione anche di terreni, in effetti, poco vocati alla cerealicoltura. Ma tali considerazioni, forse esulanti dai fini immediati del nostro discorso, come ogni valutazione storica, vanno probabilmente viste in funzione di quello che il grano e il pane rappresentavano negli anni venti per una popolazione non ancora entrata, nel suo complesso, nel modo di vivere d'una società industrializzata ed urbanizzata né tanto meno tra i protagonisti del grande mercato internazionale.
Fu comunque nello spirito della Battaglia del grano che, con regio decreto 12 agosto 1925, n. 2034, fu costituito il consorzio per la fondazione ed il funzionamento della Stazione sperimentale di granicoltura "Benito Mussolini" per la Sicilia. Il consorzio venne costituito - con personalità giuridica - tra lo Stato, il Banco di Sicilia, le province siciliane, il comune di Caltagirone, le camere di commercio di Catania, Agrigento, Siracusa, Trapani e Caltanissetta e l'Istituto Siciliano Valdisavoia.
Scopo della Stazione sperimentale di granicoltura era quello di "risolvere i problemi della coltivazione di pieno campo in clima caldo-arido, con particolare riguardo alla cerealicoltura, coordinando la propria azione con quella degli istituti sperimentali allora esistenti ed articolando le proprie ricerche in studi pedologici, sull'uso dei mezzi di fertilizzazione, sulla biologia, l'ecologia e la patologia del grano e sulla sua genetica"(9). Già nel 1932, la Stazione sperimentale avrebbe pubblicato una circostanziata relazione sulla sua attività in cui si riferivano i risultati raggiunti per le coltivazioni foraggere nei campi sperimentali "in pieno latifondo della provincia di Palermo" ed "in un'oasi di vegetazione in mezzo all'estesa zona incolta della piana paludosa ubicata alle porte di Catania"(10).
Nell'ambito d'una tale generale politica intesa a potenziare le attività agricole mediante l'applicazione ai processi produttivi dei più moderni sussidi scientifici e tecnici, favorendosi la sperimentazione ed il progresso degli stessi, nasceva a Palermo, alla fine degli anni venti, la Stazione zooprofilattica sperimentale della Sicilia, con il compito della difesa sanitaria del patrimonio zootecnico, attraverso servizi diagnostici, sperimentazioni e somministrazioni di sieri e vaccini, per la volontà della Società degli allevatori e sotto il patronato del Ministero dell'interno(11). Degli anni venti sono anche altri istituti per il miglioramento delle produzioni, come il Deposito dei cavalli stalloni di Catania, poi Istituto per l'incremento ippico(12).
Ma, tornando alla riforma generale dell'agricoltura siciliana ed all'importanza che tale disegno rivestiva nella politica italiana del Regime fascista, va registrato che con legge 2 gennaio 1940, n. 1, intitolata "Colonizzazione del latifondo siciliano", veniva istituito l'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, posto alle dipendenze del Ministero dell'agricoltura e delle foreste, con il compito di assistere, tecnicamente e finanziariamente, i proprietari nell'opera di trasformazione del sistema agricolo produttivo e di procedere direttamente alla colonizzazione delle terre delle quali l'ente acquistasse la proprietà o il temporaneo possesso. L'ente assorbiva, per espressa disposizione della legge istitutiva, l'Istituto per il bonificamento della Sicilia e gli succedeva nei diritti patrimoniali ed in ogni rapporto giuridico attivo e passivo(13). Non era ancora iniziata l'operazione generale di scorporo del latifondo e di assegnazione di lotti ai coltivatori diretti, ma la tendenza a favorire la nascita di piccoli poderi autosufficienti, sebbene con mezzi che volevano essere ancora non traumatici per i proprietari, diventava più decisa.
Nell'ambito del grande disegno di perseguimento della formazione di poderi autosufficienti, dotati di case coloniche, si inseriva anche quello della costruzione di borghi rurali che potessero attirare famiglie di contadini anche in aree che, sebbene fertili o rese tali dall'opera di bonifica, restassero tuttavia poco accettabili per la lontananza dai centri urbani o dalle aggregazioni di case già esistenti e, quindi, prive dei più elementari servizi.
I borghi rurali erano concepiti come dei piccoli villaggi in una versione architettonica moderna, dotati dei principali servizi (scuola, chiesa, ufficio postale, bevai, stazione dei carabinieri, locali per le opere della G.I.L., dell'opera nazionale dopolavoro, ecc.); in molti casi erano realizzati su progetti di noti architetti, tanto che ora se ne cominciano a studiare le linee estetiche ed i valori di collegamento con la più generale architettura italiana degli anni trenta.
Tutto sommato, introducevano nel latifondo e nel tipico panorama siciliano, in cui le case erano sempre quelle classiche ad un piano, con due spioventi coperti da tegole di creta, elementi di evidente modernità ed indizi di progresso tecnico, in modo da rendere competitiva la vita nelle campagne rispetto a quella dei vecchi paesi, dove prevalentemente hanno sempre preferito abitare i contadini siciliani, e fossero perfino tali da attrarre coloni dal nord, dove la vita nei campi era già più confortevole di quella nel latifondo meridionale(14).
Questo progetto del governo fascista, che ebbe una serie di realizzazioni e che era certamente legato ad una predilezione per una società in cui il mondo rurale ricevesse la sua parte del progresso conseguito dalla Nazione, ma restasse riserva importante di forza morale, cultura tradizionale e pilastro dell'economia italiana, non poté che scontrarsi tuttavia con quelli che Tricoli, cui conviene rinviare per una analisi completa del fenomeno(15), chiama "gli ambienti più retrivi e parassitari, cui faceva eco certo vecchio monutengolismo culturale e politico riemergente dal passato pre-fascista", che intravedevano con apprensione il prevedibile sbocco dell'assalto al latifondo e dell'espropriazione di parte degli ex fondi.
Era, del resto, tutto il nuovo modo di presentarsi, anche visivamente, delle campagne in via di bonificamento o già bonificate che appariva ai ceti che avevano dominato per generazioni nel latifondo, rivoluzionario e certamente pericoloso, vedendosi minacciate le "dovute" distanze sociali, attestate da modi diversi ed immutabili del vivere. Ebbe perciò anche i suoi critici, espressi talvolta con la superiorità dell'ironia; per cui troviamo nella stampa quotidiana del tempo articoli che spiegavano il senso di quelle opere edili complesse in aree che apparivano sperdute e desolate(16).
Sia pure faticosamente, comunque, la progressiva riduzione della grande proprietà, aiutata in vari modi, fu un fatto che faceva intendere la linea politica che il Regime fascista andava sviluppando. Socialmente, come osserva uno studioso dell'argomento, Maurizio Scaglione, che ha approfondito la questione(17), "la reazione degli agrari non si fece attendere", come è indizio l'opuscolo pubblicato nel 1942 (evidentemente, in aperta polemica con la linea ufficiale del Governo) da Lucio Tasca Bordonaro ("Elogio del latifondo siciliano") in cui si tentava di provare come la proprietà latifondistica fosse in effetti fonte di ricchezza e di prosperità e quindi un errore il cosiddetto "assalto al latifondo", con cui si indicava la politica del fascismo. Era la spia del nuovo atteggiamento che gli agrari, in ciò alleati dei maggiori gruppi mafiosi, andava assumendo nei confronti del fascismo; atteggiamento che si sarebbe rivelato come aperto antifascismo con l'occupazione della Sicilia da parte degli anglo-americani, quando, caduto il fascismo, si poté avere anche la sensazione che cadesse il potere dello Stato e vi potesse essere posto per un conato di sicilianismo, spingendosi fino al separatismo. Ma, di questi aspetti della questione conviene rinviare al citato autore Giuseppe Tricoli, volendosi qui semplicemente tratteggiare i mutamenti che nell'evoluzione politica di attenzione ai fini di uno sviluppo economico dell'attività agricola e di miglioramento delle condizioni delle popolazioni rurali si andavano realizzando proprio in quello che costituiva l'oggetto della politica: il rapporto tra la terra e i contadini.
In tutti gli anni quaranta si consolidava, comunque, sempre più la convinzione che per un assetto razionale del patrimonio "suolo" o, se si preferisce, del fattore di produzione "terra", per fini d'una equilibrata economia, e di una maggiore giustizia sociale, fosse necessaria la creazione d'un diffuso sistema di piccole e medie proprietà contadine delle dimensioni di quelle che una famiglia poteva coltivare e che poteva dare ad essa i fondamentali mezzi di sostentamento. Del resto, anche la politica agricola del secondo dopoguerra, chiaramente delineata e portata avanti con una certa coerenza dai vari Governi che si succedettero in almeno trent'anni e dalla Democrazia Cristiana, partito-guida della Nazione per mezzo secolo, fu una politica intesa alla creazione della "piccola proprietà contadina", in funzione della quale sarebbero stati distribuiti in Italia 800 mila ettari di terra.
Solo con una riconsiderazione storica sappiamo ora che tutti quegli sforzi non portarono effettivamente al rafforzamento del tessuto agricolo italiano, visto almeno in un'ottica di macroeconomia, e non impedirono la fuga dalle campagne; fenomeno che sarebbe stato evidente negli anni cinquanta e sessanta quando, malgrado ogni sforzo di bonifica e di distribuzione delle terre, molte aree, ossia molti poderi che avevano dato lavoro ad intere famiglie, si rivelarono, nel volgere di breve tempo, "terreni marginali" e quindi non sufficientemente produttivi. Malgrado ciò, tuttavia, proprio perché certe valutazioni possono farsi solo col metodo storico, non può non considerarsi che nei primi decenni del dopoguerra, la proprietà della terra era ciò che centinaia di migliaia di braccianti chiedeva e che l'ideale di un fondo da coltivare sembrò ancora, per molto tempo, ad enormi masse di lavoratori, la soluzione dei propri problemi di sussistenza.
Negli anni quaranta e cinquanta, del resto, molte furono le manifestazioni di braccianti agricoli siciliani che, rientrati dalla guerra e dalla prigionia, chiedevano la distribuzione della terra dei latifondi. Già nell'ottobre del 1944, il Governo di Salerno, presieduto da Ivanoe Bonomi, aveva emanato, su proposta del ministro per l'agricoltura Fausto Gullo (comunista), un decreto che ridefiniva le quote di riparto nei contratti di mezzadria e prevedeva la concessione a gruppi di contadini associati in cooperative delle terre incolte o sequestrate a fascisti. Era l'inizio della più generale riforma agraria mediante gli "scorpori".
Nel luglio del 1945 si svolse in Sicilia una vasta agitazione di contadini e braccianti contro la grande proprietà latifondista e per l'applicazione del decreto Gullo. Successivamente continuarono gli scioperi e le occupazioni in tutto il meridione, con interventi decisi della polizia e talvolta anche con incidenti e morti, come accadde pure nell'ottobre del 1949 in Puglia ed in Calabria.
La concezione più generale dell'attività agricola era, del resto, sia nella considerazione economica che in quelle sociale e politica che nelle aspirazioni di chi viveva in campagna, ancora quella della coltivazione diretta e familiare di un proprio podere e l'agricoltore che si presentava realmente ed idealmente come il potenziale produttore era il contadino; come è facile dedurre dalla stessa terminologia rivelatrice di alcune leggi, fino agli anni sessanta. In esse si parla di proprietà contadina e di assegnazione di terreni ai contadini(18); termini lessicali che descrivono, insieme, la cura della terra con le proprie braccia e l'abitazione del lavoratore e della sua famiglia nel contado.
Per la Sicilia, comunque, quel passaggio "storico" dal latifondo e dal bracciantato alla piccola proprietà contadina e, quindi, all'azienda di piccole o medie dimensioni; nonché quello della trasformazione strutturale ed infrastrutturale dell'agricoltura si presentarono subito, dopo la fine della guerra, in un assetto normativo ed istituzionale del tutto nuovo.
Essendo stata istituita, nel 1946, la Regione siciliana ed avendo attribuito ad essa, il relativo Statuto, competenze esclusive nella materia dell'agricoltura, erano affidate alle scelte legislative dell'Assemblea regionale, "nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato e senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano", le materie dell'agricoltura e foreste, della bonifica, degli usi civici, dell'incremento della produzione agricola (insieme a quella industriale) e della valorizzazione, distribuzione e difesa dei prodotti agricoli (come pure di quelli industriali). E ciò attraverso le attività commerciali, altra materia attribuita all'esclusiva competenza della Regione.
La visione dell'intervento pubblico nel campo dell'agricoltura assumeva, in sostanza, un disegno sempre più sistematico, andandosi considerando l'attività agricola nel contesto, non solo delle coltivazioni e delle condizioni dei contadini, ma anche delle fasi delle trasformazioni industriali, della commercializzazione e della valorizzazione e difesa dei prodotti nei mercati: essendo in tal senso mutato tutto l'orizzonte economico del collocamento dei prodotti agricoli.
E' interessante, ai fini d'una considerazione storica dell'evolversi del problema, che, con indicazione specifica e distintamente, sia citata nello Statuto della Regione la materia della "bonifica". E ciò, in continuità col processo che si è visto essere in atto sin dalla fondazione, nel 1925, dell'Istituto Vittorio Emanuele per il "bonificamento" della Sicilia e dalla legge del periodo fascista n. 3134 del 1928 sulla bonifica integrale.
La materia della bonifica nell'ambito delle azioni specifiche del legislatore e della pubblica amministrazione regionali, per favorire la preliminare coltivabilità di territori marginali, in verità non era stata contenuta nel progetto elaborato dalla Commissione speciale, presieduta da Giovanni Salemi, l'insigne giurista ammistrativista che, in seno alla Consulta che elaborò lo Statuto di autonomia, aveva proposto il testo che sarebbe stato poi posto a base per l'esame da parte dei consultori. Essa era indicata, viceversa, in altri testi propedeutici, ma nel corso del dibattito in seduta plenaria, su proposta del consultore Li Causi, fu approvata con specifico emendamento, divenendo così la materia di quella che sarebbe stata poi la lettera b dell'articolo 14 dello Statuto(19): ossia la voce "bonifica". Si confermava così come, in quegli anni, forte fosse ancora l'esigenza che la pubblica amministrazione riducesse ampi territori a possibilità di colture economicamente convenienti, con la rimozione delle più profonde cause che li rendevano infruttiferi mediante il compimento di massicce opere pubbliche infrastrutturali.
Immediatamente, a differenza che per altre materie attribuite dallo Statuto di autonomia alla competenza della Regione, come quelle dei beni culturali, del lavoro o dell'ambiente, per le quali occorse attendere anche gli anni settanta e ottanta, le attribuzioni del Ministero dell'agricoltura e foreste furono, subito dopo l'istituzione della Regione, trasferite alla Sicilia con le opportune norme di attuazione dello Statuto(20) ed il passaggio alla Regione degli uffici periferici dello Stato.
In Sicilia, comunque, la riforma agraria, nelle sue due componenti, di scorpori dei latifondi con assegnazioni e di assistenza tecnica agli agricoltori, fu gestita fondamentalmente dall'Assessorato regionale dell'agricoltura e delle foreste che si avvalse, nei primissimi anni dell'Autonomia, dell'Ente per la colonizzazione del latifondo siciliano, che successivamnte, nel 1950, assunse la denominazione di Ente per la riforma agraria in Sicilia (ERAS),e dei consorzi di bonifica già esistenti.
La fondamentale legge regionale 27 dicembre 1950, n.104, intitolata Riforma agraria in Sicilia ed atto di nascita dell'ERAS, dispose: "La proprietà terriera compresa nel territorio della Regione è sottoposta agli obblighi ed ai limiti stabiliti dalla presente legge"; quindi, sul solco della legislazione d'anteguerra, prevedeva obblighi di trasformazione agraria e fondiaria per i proprietari dei fondi ed obblighi di buona coltivazione; mentre introduceva norme complete per il conferimento da parte dei latifondisti e l'assegnazione a coltivatori diretti dei terreni eccedenti certe estensioni. Si trattò effettivamente d'una legislazione rivoluzionaria, d'un vero attacco contro la proprietà privata onde risolvere, come era nelle sue intenzioni, l'antico problema siciliano della equa distribuzione della terra. Per anni, questa legge sconvolse l'antico assetto proprietario della terra, determinando seri problemi per gli antichi feudatari.
La stessa legge ordinava i compiti amministrativi della riforma distribuendoli, tra funzioni di governo, funzioni di coordinamento e funzioni esecutive, secondo il seguente sistema: "All'attuazione della riforma agraria sovrintende l'Assessorato dell'agricoltura e delle foreste, presso il quale è istituito un ufficio regionale per la riforma avente il compito di indirizzare, vigilare e coordinare l'attività degli enti ed organi preposti all'esecuzione della presente legge, anche a mezzo dell'Ispettorato agrario compartimentale, che assume la denominazione di Ispettorato agrario regionale". " Disponeva, poi, come l'Assessorato si dovesse avvalere per gli stessi compiti dell'ERAS e dei consorzi di bonifica.
All'ERAS, che succedeva all'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, era assegnato, in particolare il compito di "assistere gli assegnatari di terreni nella progettazione ed esecuzione delle opere di miglioramento fondiario" e di "promuovere ed organizzare l'attuazione delle provvidenze, anche di natura sociale, intese a migliorare le condizioni di vita degli assegnatari e ad incrementare la produzione, curando in special modo lo sviluppo della meccanizzazione, della industrializzazione e della cooperazione negli acquisti, vendita e trasformazione dei prodotti, ecc.".
Per la Regione siciliana, dotata allora di mezzi finanziari proporzionalmente più ingenti di quelli di oggi e che si avvaleva del concorso finanziario aggiuntivo dello Stato per quanto riguarda il pagamento delle terre espropriate, si trattò d'un forte impianto di mezzi e di opere in favore dell'agricoltura. Tra le opere va detto che si continuò il disegno di costruzione dei borghi rurali, delle case coloniche, degli acquedotti e bevai e degli invasi collinari, con ciò continuandosi l'opera dell'Ente di colonizzazione ed, idealmente, la linea seguita dal fascismo, al fine di rendere, oltre che economicamente efficace, anche confortevole la vita degli agricoltori nelle campagne(21).
La necessità di promuovere produzioni di dimensioni e caratteri industriali, studi per il miglioramento delle piante, penetrazione nei mercati, specializzazioni dei relativi addetti in un settore nel quale la Sicilia è sempre sembrata particolarmente vocata, determinava pure nel 1950 l'istituzione dell'ente pubblico regionale Istituto regionale della vite e del vino(22).
Intanto, nel 1957, come è noto, Italia, Belgio, Francia, Germania Federale, Lussemburgo e Paesi Bassi fondavano, con i trattati sottoscritti a Roma il 25 marzo di quell'anno, la Comunità Economica Europea, nell'ambito del cui ordinamento, al fine di instaurare un regime di libera circolazione delle merci e delle persone, fu prevista tra l'altro una speciale, e tendenzialmente completa, disciplina del settore delle produzioni agricole, instaurandosi anche una Politica agricola comune (PAC).
Una tale politica "comune", che significava l'abbattimento delle barriere doganali tra i sei Paesi membri, un'unica tariffa per esportazioni ed importazioni dei prodotti agricoli nei riguardi dei Paesi terzi, tutto un sistema di regole e procedure per la disciplina di mercato di ogni prodotto, con la fissazione dei prezzi ed il sostegno di essi nonché, correlativamente, di divieti all'introduzione ed al mantenimento di misure di aiuto ad imprese ed alle produzioni, tali da poter falsare una libera concorrenza, costituì un elemento destinato a limitare sul piano normativo lo "spessore" delle effettive prerogative della Regione nella sua responsabilità esclusiva sull'andamento del settore agricolo. Ciò, soprattutto, nell'interferenza con le competenze "esclusive" indicate dallo Statuto di autonomia mediante le espressioni "incremento della produzione agricola" e "valorizzazione, distribuzione e difesa dei prodotti"; dato che, per ogni prodotto, si andavano imponendo via via, dalla Comunità, "discipline complete di mercato", non tolleranti, proprio giuridicamente, discipline particolari degli Stati membri.
In Sicilia una tale limitazione non si avvertì subito, recependosi invece gli effetti benefici di un regime di prezzi, generalmente alti e tali da assicurare la remunerazione delle produzioni; nonché i benefici della collocazione, comunque, di certi prodotti, mediante l'istituto del "ritiro" e delle integrazioni del prezzo.
Il sostegno dei prezzi e delle produzioni, entro certi limiti, rispondeva all'esigenza di rispetto delle peculiarità delle attività rurali e del "mondo agricolo", ossia della società in cui esse si svolgevano. Attività e società che non avrebbero potuto essere abbandonati di colpo ad un regime di concorrenza ed a regole di stretta economia senza determinare gravi scompensi sociali. Lo stesso Trattato comunitario dispone, del resto, che "nell'elaborazione della politica agricola comune e dei metodi speciali che questa può implicare, si dovrà considerare il carattere particolare dell'attività agricola che deriva dalla struttura sociale dell'agricoltura e dalle disparità strutturali e naturali fra le diverse regioni agricole"(23).
Il riferimento alla "struttura sociale" è emblematico per dimostrare come, quando fu redatto il Trattato di Roma, non si era infatti compiuto ancora quel grande mutamento sociale che, con la "fine del mondo contadino" (parametro che inquesto testo è assunto per valutare il mutare della politica agricola) avrebbe segnato il ventesimo secolo e come si sia imposta, negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo, una filosofia della politica agricola comunitaria che, sia pure in una prospettiva di mercato, dovesse comunque evitare ogni drastico e traumatico ridimensionamento della società rurale.
Insieme agli effetti della politica comunitaria dei prezzi, negli anni sessanta si cominciarono ad avvertire anche i divieti comunitari a certi interventi agevolativi del legislatore regionale(24). Se, infatti, la Comunità si intestava la titolarità della politica dei prezzi agricoli e della disciplina completa di un sempre maggior numero di prodotti (dalla loro coltivazione fino all'offerta sul mercato), accollandosene i costi aggiuntivi, era conseguentemente necessario che Bruxelles vigilasse, sempre con maggior rigore, perché interventi agevolativi degli Stati membri non finissero col determinare squilibri nei costi effettivi di produzione, così refluendo sulla formazione dei prezzi, falsando conseguentemente l'obiettivo della competitività intracomunitaria e determinando eccedenze di produzioni. La qualcosa, secondo la politica agricola comune, avrebbe finito col gravare inutilmente sulla stessa Comunità.
Di questa nuova politica e delle relative limitazioni, può dirsi che la Sicilia conservi storicamente la documentazione nel proprio ambiente, essendo stato, in modo appariscente, lo stesso paesaggio a mutare, in funzione delle coltivazioni che, valutate in un'ottica di mercato allargato, ricevettero o no il sostegno Comunitario, sulla base di scelte ormai europee. Un settore che fu visibilmente colpito, con risultati di trasformazione della tradizionale campagna siciliana fu, per esempio, quello delle coltivazioni degli agrumi (che tanto avevano colpito Goethe nel suo viaggio in Sicilia); coltivazioni che dovettero subire la concorrenza di altri paesi della Comunità e di paesi extracomunitari con cui la CEE era andata stipulando trattati commerciali di favore.
Ma mentre una tale politica comunitaria di sostegno, detta "di garanzia", sembrò il necessario costo d'una operazione storica affinchè quel necessario passaggio dal "mondo contadino" all'impresa agricola, come s'è visto essere stato registrato suggestivamente da Hobsbawm, si potesse svolgere nella maniera meno traumatica possibile e si potesse realizzare in maniera altrettanto indolore la riduzione degli addetti al lavoro agricolo, in modo da riportarne la percentuale sulla popolazione ai valori europei, anche la Sicilia ha avuto modo di considerare presto ed accettare le linee della prevalenza d'una politica strutturale comunitaria; ossia la concezione dell'intervento pubblico volto a trasformare le basi d'impianto dell'attività, dotando le imprese e le aree di interesse agricolo di strutture e di infrastrutture moderne, e modificare l'intero atteggiamento degli addetti. E ciò, dovendosi comunque considerare, come è pure detto nel Trattato, "il fatto che negli Stati membri l'agricoltura costituisce un settore intimamente connesso all'insieme dell'economia"(25). Si trattava, in sostanza, del prendere atto del progressivo passaggio dall'agricoltura contadina a quella di impresa. La norma conteneva, appunto, l'avvertimento di quello che sarebbe stato il punto finale della politica agricola transitoria della Comunità.
In una di quelle successioni che nella storia non possono mai dirsi casuali, dopo otto anni dall'entrata in vigore del Trattato comunitario e, quindi, in diretta presa di coscienza da parte della Sicilia degli ulteriori cambiamenti che nel settore dell'agricoltura si andavano realizzando, l'ERAS veniva trasformata in Ente di sviluppo agricolo (ESA)(26).
Elemento qualificante della nuova disciplina legislativa fu quello di considerare il nuovo ente come organo di programmazione regionale, in quanto è stato suo compito precipuo quello di curare la redazione di un piano di sviluppo dell'intera superficie agricola siciliana, articolato in piani zonali "nel quadro del Piano regionale per lo sviluppo economico e sociale della Sicilia", secondo la politica di pianificazione, cara in quei tempi alla sinistra politica ed in genere ai partiti riformisti e secondo la stessa politica comunitaria precedente per progetti integrati.
Il nuovo ente continuava intanto nei compiti dell'ERAS, di riforma del latifondo e di costruzione di strade, trasformazione in rotabili delle trazzere, adduzione di acque, assistenza tecnica agli agricoltori, costruzione di bacini, dighe, condotte, impianti elettrici e strutture commerciali, ma … veniva meno la fede nelle case coloniche e nei borghi rurali.
Alla fine del 2000 (indifferente essendo la definizione successiva di qualche pratica ritardataria) il conferimento di terreni scorporati per l'assegnazione a coltivatori diretti poteva riassumersi in 112 mila ettari circa, suddivisi in circa 25 mila lotti mentre i terreni effettivamente assegnati sono stati della consistenza di circa 100 mila ettari(27).
Ma … il mondo contadino è finito lo stesso e si parla ora di riaccorpamento dei fondi ai fini di creare aziende di dimensioni tali da poter conseguire "economie di scala". E se la politica comunitaria intravede ora azioni per la valorizzazione delle produzioni tipiche e per la protezione di prodotti particolari (specialmente frutta) che, nella guerra dei mercati e dei prezzi, sono risultati soccombenti e rischiano quindi di scomparire, deve pur sempre dirsi che ciò è possibile in una visione correttiva di un andamento che ha avuto a base esclusivamente le leggi del mercato; mentre non vi è dubbio che ormai anche l'agricoltura siciliana nel suo stato complessivo, è entrata in quella condizione che il Trattato comunitario definisce, come abbiamo visto, dell'intima connessione con l'insieme dell'economia; per cui sono ora le imprese agricole ad aver rilievo: come le imprese industriali.
Degli enti, cui è stato commesso il bonificamento, la riforma e l'assistenza allo sviluppo, si progetta ormai la soppressione o la trasformazione in agenzie per la ricerca e la fornitura dei servizi, come del resto è già avvenuto in altre regioni italiane per gli enti omologhi (ma non dalla complessa storia di quelli siciliani)(28). Si è così compiuta quella che si suol definire una fase storica, sì che tutto ciò che ha guidato e riguardato le accennate trasformazioni è ora pronto per investigazioni e valutazioni di tipo storico. Gli archivi dell'Istituto per il bonificamento della Sicilia, dell'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, dell'Ente per la riforma agraria in Sicilia e dell'Ente per lo sviluppo agricolo siciliano, custodendo la storia di importati momenti dell'evoluzione del mondo rurale nel ventesimo secolo, non sono più gli archivi amministrativi degli uffici pubblici che li detengono; perciò, come per tutti quelli riguardanti l'Autonomia regionale, è auspicio sentito che la Regione siciliana li recuperi e li ordini secondo le regole proprie degli archivi storici(29).

NOTE

(1) Hobsbawm, Il Secolo breve, Rizzoli ed., Milano 2000, pag. 341.
(2) Per la formazione socialista di Mussolini, cfr. Portalone G., Mussolini nel 1914: Il passaggio dalla calasse alla Nazione, in Rassegna Siciliana di Storia e Cultura, Palermo 2002, n. 14.
(3) Cfr. De Felice R., Mussolini il fascista, Einaudi ed., 1966, vol. I, pag. 736.
(4) Cfr. L'Istituto V.E. III per il bonificamento della Sicilia, in Sviluppo agricolo, mensile dell'Ente di sviluppo agricolo, nov. - dic. 1992, pag. 6.
(5) V. 29 luglio 1927, n. 1509, disciplinante il credito agrario nel Regno.
(6) Arrigo Serpieri (n. a Bologna nel 1877 e m. a Firenze nel 1960) fu professore d'economia e contabilità agraria negli istituti agrari superiori di Perugia, Milano e Firenze. Fu, inoltre, presidente dell'Associazione nazionale dei consorzi di bonifica, deputato al Parlamento, sottosegretario all'agricoltura (1923 - 24) e alla bonifica integrale (1929 - 35), della quale fu l'ideatore, ed ha lasciato una grande mole di opere scientifiche dalle quali emerge un pensiero globalistico dei fatti economici, teso a coordinare l'economia rurale, cui dette dignità di disciplina scientifica, con l'economia politica ed a mettere in rilievo i caratteri peculiari, sia economici che sociali, del mondo agricolo.
(7) Cfr. legge 24 dicembre 1928, n. 3134.
(8) I nomi "tratturi" e trazzere", apparentemente simili, hanno diverse etimologie: tratturo deriva dal latino tractoria, privilegio concesso ad alcuni cittadini di usare una via di comunicazione pubblica; trazzere viene dal termine traccia o dal termine francese antico dreciere, come segno di linea di comunicazione primitiva o antica. Per la normativa del tempo, v. anche art. 53 del R.D. 29 dicembre 1927, n. 2801 ("Approvazione del regolamento per l'assetto definitivo dei tratturi di Puglia e delle trazzere di Sicilia").
(9) Con legge regionale 1 agosto 1974, n. 33, la Regione siciliana è subentrata allo Stato, con effetti dal 1969, nella Stazione, mentre ne veniva trasferita la sede da Catania a Caltagirone.
(10) Cfr., Stazione sperimentale di granicoltura di Catania, Relazione sull'attività 1931 - 1932 (presso la stessa Stazione).
(11) La Stazione sperimentale zooprofilattica della Sicilia (poi Istituto sperimentale ecc.) ha avuto origine dalla Stazione sperimentale per la lotta contro le malattie infettive del bestiame, sorta nel 1920 per iniziativa della Società degli agricoltori siciliani, con l'appoggio del Ministero dell'Interno. Con legge 23 giugno 1970, n. 503, gli I.Z.S. furono ridisciplinati come enti sanitari dotati di personalità giuridica di diritto pubblico.
(12) Vedi R.D. 4 maggio 1924, n. 996 e R.D. 18 febbraio 1932, n. 166.
(13) Cfr. anche, R.D. 26 febbraio 1940, n. 247, recante l'ordinamento dell'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, e la legge 15 aprile 1942. N. 515, contenente norme per la colonizzazione del latifondo siciliano e per la preparazione tecnica dei dirigenti e delle maestranze agricole nei comprensori di bonifica.
(14) Nel disegno di avvicinamento della campagna ai servizi delle città, si possono ricomprendere forse anche i carri di Tespi, ossia quelle istituzioni teatrali viaggianti, create nell'ambito dell'Opera nazionale dopo lavoro, per portare spettacoli teatrali di prosa e di lirica nei luoghi sprovvisti di sale teatrali e comunque meno raggiungibili. Cfr. Aquila N. - Piscolo L., Il teatro di prosa a Palermo, Guida ed., Palermo 2001, pag. 192.
(15) Tricoli G., Bonifica integrale e colonizzazione del latifondo in Sicilia, quaderno n. 5-6 dell'Istituto siciliano di studi politici ed economici, Palermo 1983, p. 11.
(16) Spinello Perticone S., Il villaggio agricolo come base della colonizzazione, in L'Ora, 31 dicembre 1942.
(17) Scaglione M., Bonifica integrale e assalto al latifondo in Sicilia: problemi e realizzazioni, in quaderno 5-6 dell'Istituto siciliano di studi politici ed economici, Palermo 1983, p. 45.
(18) V., per es., l'art. 3 della legge regionale 10 agosto 1965, n. 21.
(19) Cfr. art. 14, lettere a, b, c, e, l dello Statuto della Regione siciliana. V. anche Atti della Consulta regionale siciliana, edizioni della R.S., vol. III, sessione quinta, pagg. 93 e 256 e ss.. Girolamo Li Causi, uomo politico siciliano (1896-1977), fu un illustre esponente del Partito socialista anteriormente all'ascesa al potere del fascismo; quindi aderì al Partito comunista svolgendo una intensa attività organizzativa e giornalistica nel nord d'Italia. Dopo il 1944 guidò in Sicilia la politica comunista. Membro dell'Assemblea costituente, della Consulta per lo Statuto regionale, deputato dell'Assemblea regionale e del Parlamento della Repubblica, svolse, tra l'altro, una intensa azione di denunzia dei problemi delle popolazioni rurali, del banditismo e della mafia.
(20) D.l.vo 7 maggio 1948, n. 789, successivamente modificato con D.p.r. 24 marzo 1981, n. 218.
(21) I Borghi costruiti in Sicilia dall'Ente di colonizzazione del latifondo prima del 1940 sono i seguenti: Bonsignore (Ribera); Gattuso (Caltanissetta); Cascino (Enna); Fazio (Trapani); S. Giuliano (Messina); Lupo (Mineo); Rizza (Carlentini); Schirò (Monreale). Dopo la guerra furono completati i seguenti altri borghi: Baccarato (Aidone); Badìa (Buseto Palizzolo); Bassi (Ummari-Trapani); Binuara (Trapani); Borzellino (Monreale); Bruca (Buseto Palizzolo); Callea (Cammarata); Capparini (Monreale); Castagnola (Contessa Entellina); Guttadauro (Butera); La Loggia (Agrigento); Libertinia (Ramacca); Livio Bassi (Trapani); Filaga (Prizzi); Gurgazzi (Butera); Manfria (Gela); Manganaro (Vicari); Pasquale (Cammarata); Petilia (Caltanissetta); Piano Cavaliere (Contessa Entellina); Piano Torre (Morfia - Francavilla di Sicilia); Pizzillo (Contessa Entellina); Portella della Croce (Prizzi); Runza (Mazara del Vallo); Roccella (Contessa Entellina); S. Giovanni (Francavilla di Sicilia); Schisina (Francavilla di Sicilia); Ventimiglia (Caltagirone); Vicaretto (Castellana Sicula).
(22) L'Istituto regionale per la vite e il vino è stato istituito con la legge regionale 18 luglio 1950, n. 64.
(23) Art. 39, par. 2 del Trattato CEE, nel testo originario.
(24) I divieti risultavano dai procedimenti di controllo comunitario sugli interventi pubblici introducenti "aiuti", ai sensi degli artt. 92 e 93 del Trattato (nel testo originario).
(25) Art. 39, par. 2 del Trattato cit.
(26) Cfr. l.r. 10 agosto 1965, n. 21.
(27) I dati della riforma agraria relativi alla "colonizzazione" degli ex latifondi possono essere espressi analiticamente così: terreni conferiti alla riforma agraria Ha 112.822.11.12; ditte soggette a conferimento dei terreni Ha 960; terreni assegnati Ha 99.421.09.11; terreni vincolati alla R.A. ancora in possesso dei conferenti Ha 12.500.00.00; terreni in fase di trasferimento Azienda foreste Ha 992.00.00; terreni riscattati e affrancati Ha 39.490.00.00; terreni suscettibili d'intervento da parte dell'ESA Ha 73.332.00.00; terreni nella disponibilità ESA Ha 4.868.14.48. I dati relativi alle superfici assegnate, aggregati per province, danno il seguente quadro: Palermo lotti 3578, ettari 16.885.74.46; Catania lotti 2688, Ha 10.659.75.27; Messina lotti 1899, Ha 8.400.19.83; Siracusa lotti 3250, Ha 12.143.34.23; Ragusa lotti 906, Ha 3.390.36.18; Agrigento lotti 3300, Ha 12.612.75.16; Trapani lotti 1690, Ha 6.465.76.55; Caltanissetta lotti 5009, Ha 17.638.02.62; Enna lotti 2636, Ha 11.125.14.80. Il tutto per un totale di 24.956 lotti e di Ha 99.421.09.11 assegnati. (Cfr., Sviluppo agricolo, cit., nov.-dic. 1992).
(28) Vedi, per es., l.r. Umbria 26 ottobre 1994, n. 35; l.r. Lombardia 12 gennaio 2002, n. 12; l.r. Friuli Venezia Giulia 1 ottobre 2002, n. 24; l.r. Lazio 10 gennaio 1995, n. 2.
(29) Il materiale archivistico riguardante l'ERAS e l'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano e, quindi le azioni svolte da tali enti anche oltre mezzo secolo fa si trova attualmente accatastato in una casa di Borgo Portella della Croce, in territorio di Prizzi; ed è in via di riordino sotto la sorveglianza della Sovrintendenza Archivistica, opera, a sua volta, di bonifica e documento architettonico interessante come prototipo di tali tipi di realizzazioni.