Il fenomeno emigratorio del XIX e XX secolo da Alia verso la Lousiana tra problemi sociali e linguistici di Cristina Guccione

1. - Motivazioni economiche di un espatrio di massa

È opinione comune tra gli studiosi di fenomeni sociali che Alia sia stato tra i primi paesi del Meridione d'Italia, dove abbia avuto inizio l'emigrazione verso gli Stati Uniti d'America. Si tratta di un anticipo di circa dieci anni di quello che diventerà, dopo il 1900, un eccezionale e diffuso fenomeno di massa, dal quale il grosso centro agricolo delle Pre-Madonie continuerà a essere coinvolto con pesanti perdite demografiche.
Francesco Renda, uno degli storici della Sicilia più sensibili ai problemi sociali, dopo avere dimostrato che il mondo rurale isolano fu duramente colpito dall'emigrazione, sostiene, con maggiore precisione, che Alia era tra i 35 comuni della Sicilia e dei 21 della provincia di Palermo "che accusavano una diminuzione effettiva di popolazione"(1). A registrare ciò, spiega Renda, è il Censimento della popolazione del Regno d'Italia del 10 Febbraio 1901. Da esso si evince che: "Evidentemente nelle campagne del palermitano l'emigrazione aveva già acquistato quel carattere di massa che nel decennio successivo sarebbe stato comune a tutto il movimento migratorio isolano"(2). Da allora, tranne una breve parentesi di ripresa durante il periodo fascista, ad Alia si rileva un'oscillazione demografica con tendenza decrescente, che, nel corso di un secolo e mezzo, anche a causa di altri flussi emigratori verso varie parti del mondo, come America meridionale, Canada, Australia, Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna e Italia settentrionale, ha più che dimezzato il numero dei residenti.
Dai 6.297 abitanti, censiti nel 1881, la popolazione odierna si è ridotta a poco più di tremila anime, sul quale numero grava il fenomeno dell'urbanesimo, ossia delle molte famiglie che, per svariati motivi, sono anagraficamente residenti in paese, ma, di fatto, abitano e lavorano in città. Una recente indagine promossa dal comune di Alia e condotta in collaborazione dei vicini centri di Vicari, Montemaggiore Belsito, Aliminusa, Lercara Friddi, Roccapalumba e Valledolmo, rilevando l'andamento demografico, ha indicato Alia come il comune in cui si è registrato il più alto tasso di emigrazione. È venuto fuori che, nell'ultimo trentennio 1970-2000, hanno abbandonato il paese circa 2.592 persone e gli abitanti, che nel 1970 avevano toccato la punta di 6.494, nel 2000 sono scesi a 3.872(3).
Alia, oggi, proprio a causa dell'emigrazione, è un paese fantasma, dove è altissima la percentuale delle persone superiori ai sessant'anni di età, mentre, anche a ragione della forte riduzione delle nascite nell'ultimo trentennio, è sempre di meno il numero dei giovani. In un'area di due chilometri quadrati, quant'è il suolo del centro abitato di Alia, è sproporzionato il rapporto tra il numero dei nuclei familiari e il numero delle case, nel senso che quest'ultimo è di gran lunga superiore al primo. In molte case, infatti, non c'è più vita. Le loro porte raramente vengono riaperte. Sono le antiche dimore degli emigrati, che magari speravano di potere un giorno fare ritorno, ovvero sono le abitazioni di coloro, che, permanendo per parecchi mesi all'anno in altri comuni d'Italia o del resto d'Europa, sono soliti rientrare ad Alia in occasione delle grandi festività o nel periodo estivo.
Dalla fondazione di Alia o di Lalia, come originariamente il comune era denominato, avvenuta con licentia populandi del 7 marzo 1615 concessa dal re spagnolo Filippo III al barone Don Pietro Celestri, la popolazione era stata in continua crescita. Il primo censimento del 1714 aveva appena registrato una presenza stabile di 605 individui distribuiti in 198 famiglie. Da quell'anno sino al 1881, per via di una campagna di colonizzazione nei paesi viciniori, si ebbe uno straordinario e irripetibile incremento.
"In poco più di un trentennio - si legge in una recente e documentata storia di Alia - l'evoluzione fu tangibile. A confermarla giunsero i dati dei riveli degli anni 1747 e 1748. La popolazione era aumentata, rispetto al 1714, di oltre il 400 per cento ed era passata a 2.651 anime, con 1.610 maschi e 1.041 femmine. I nuclei familiari erano saliti a 356 e ognuno di essi contava in media più di 7 membri. Basterebbe questo solo elemento per indicare l'evidente equilibrio raggiunto dalla colonizzazione. Ma si era semplicemente a una tappa di un graduale progresso, perché, appena qualche decennio dopo, e per l'esattezza nel 1798, la popolazione avrebbe raggiunto le 3.855 anime. Lalia si avviava ormai a diventare un grosso centro e a mettersi in diretta concorrenza con i paesi limitrofi"(4).
Questa la situazione in cifre nel decennio 1851-1861 ricostruita attraverso i registri dell'Ufficio Anagrafe di Alia:
Anno Nascite Matrimoni   Morti    Totale
1851     231         65               93         389
1852     240         23             128         391
1853     168         34               97         299
1854     175         30             207         412
1855     186         68             126         380
1856     205         54             188         447
1857     208         62             119         389
1858     221         54             132         407
1859     218         58             139         415
1860     207         43             181         431
1861     231         78             215         524

TOTALE 2290   569          1625       4484

In appena 50 anni, si avrà, come si è detto, un altro consistente raddoppio demografico. Dai censimenti è facile rilevare, qua e là, le prime conseguenze dell'emigrazione. A tal proposito sono abbastanza eloquenti i dati rilevati nel 1907 dal pubblicista aliese Ciro Leone Cardinale nella voce "Alia", scritta per il Dizionario illustrato dei comuni siciliani a cura di Francesco Nicotra. Tali dati riguardano, appunto, la popolazione aliese secondo i risultati dei censimenti che rilevano 5.499 abitanti nell'anno 1861, 4.566 nel 1871, 6.297 nel 1881e 6.045 nel 1901.
L'oscillazione demografica nel quarantennio 1861-1901 è evidente. Tra il 1861 e il 1871 si registra una perdita complessiva di 933 individui, mentre dal 1871 al 1881, certamente per un rimpiazzo di manodopera agricola col sistema della colonizzazione, si ha un incremento di 1.731 unità, che subiscono la flessione di 252 nel ventennio successivo. Ad attribuire all'emigrazione la causa del mancato sviluppo demografico di Alia, così come si era attestato sin dalla fondazione del comune è lo stesso Ciro Cardinale, che così scrive: "Per effetto della continua emigrazione di abitanti la popolazione decresce. L'emigrazione è per gli Stati Uniti d'America (New York, New Orleans, Pennsylvania, Colorado, California ecc.) dove dimorano più di tremila aliesi"(5). La nota di Leone Cardinale, scritta nel 1907, ha valore di testimonianza per chiunque voglia affrontare il tema dell'emigrazione di un piccolo centro rurale come Alia. Ed è impressionante quella cifra di tremila aliesi, i quali, durante il sessantennio precedente, prima singolarmente e poi in massa, presero la via degli Stati Uniti d'America. Da allora sarà una cifra in costante crescita sino a triplicare dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Rimane una dolce, svanita immagine quella che nel 1866, in un discorso ufficiale passato alla stampa, aveva dato del paese il senatore Andrea Guarneri. "La città di Alia, signori, nel brevissimo corso di due secoli, - aveva detto il parlamentare - ha saputo trasformarsi da umile casale in ricco e popolare Comune. Essa dal 1715 al 1853, cioè in 138 anni, ha elevato la sua popolazione da 605 abitanti a 4652. Essa ha reso otto volte maggiore, formando uno degli esempi eccezionali di rapidissimo accrescersi di popolazione, e ciò nonostante che non siasi emancipata dalla mano baronale, che da men che mezzo secolo"(6).
I motivi di tale e tanta emigrazione vanno ricercati nella situazione di miseria in cui viveva la stragrande maggioranza della popolazione. Leone Cardinale parla addirittura di "angherie feudali"(7), che tenevano la classe rurale assoggettata ai grossi proprietari terrieri del luogo. In effetti i contadini, nella loro condizione di braccianti o di jurnatara (giornalieri, perché erano pagati a giornata di lavoro e, per lo più, in natura) o di mezzadri (coltivatori della terra del proprietario, con il quale dividevano al cinquanta per cento i prodotti), erano succubi del padrone di turno.
Tra le persone più anziane circolano ancora ad Alia significative strofe di canzoni popolari, espressione genuina dello stato d'animo della povera gente, che affidava al canto melanconico e rassegnato il racconto delle proprie irreversibili sofferenze. Eccone uno straziante che dovette essere molto diffuso tra i jurnatara aliesi che si avventurarono sullo sconosciuto mare per raggiungere gli Stati Uniti d'America:

Madonna, quant'è àutu stu suli!
Pi carità facìtilu cuddàri!
Non lu facìti, no, pi lu patrùni,
ma pi sti puvureddi iurnatàri
ca, sìdici uri a facciabbuccùni,
li rini si li màncianu li cani...
Iddu si vivi 'u vinu all'ammucciùni
e nui vivemu l'acqua di vaddùni
unni mèttinu a moddu li liàmi!(8)

A questo canto, qualche secolo dopo, faranno eco, quasi a testimonianza di una tragica realtà vissuta da molte generazioni, i versi, anch'essi laceranti, di un poeta dialettale aliese, Pino Marchiafava, emigrato negli Stati Uniti d'America negli ultimi anni '50 e, attualmente, residente in un centro dell'Arizona. Egli appartiene a una famiglia di poeti in vernacolo siciliano. Altri due fratelli Vito e Nino, anch'essi partiti assieme ai genitori per l'America, compongono apprezzabili poesie dialettali, nelle quali prevalgono i loro sentimenti di emigrati, costretti a risiedere lontani da Alia. Riportiamo di seguito i versi di Pino Marchiafava, in cui, stavolta, a differenza di altri suoi componimenti, prevale la tendenza a esprimersi in un siciliano italianizzato:

Oh Alia, paisetto di montagna,
fusti la culla di l'infanzia mia.
Ja ti lassaiu quannu avia vint'anni,
n'aju settanta e sempri pienzu a tia.
Chiancìa quannu ti lassaiu,
comu si eri la matruzza mia.
Tuttu na la menti m'arristau
e dintra l'uocchi la fotografia.
Parlari ti putìa di tanti genti
e di li beddi amici chi tinìa.
Pittàri ti putissi cu un pennellu
e picch'issu tiegnu tanta nostalgia.
La curpa nun fu tua e mancu mia,
quannu partìu e nun ti salutaiu.
La curpa è stata di lu pussidenti,
ca a tutti quanti schiavi ci tinia.
Quannu chiù nun potti suppurtari
senza pinzari a chiddu chi facìa,
pigghiaiu lu treno e m'alluntanaiu
lassannu dietru a mia tanti ricordi
li chiù beddi di la vita mia.
[...](9).

Meno gravosa, ma non certamente prospera fu la sorte di coloro che erano riusciti ad avere qualche spezzone di terreno con il cosiddetto contratto di enfiteusi.(10) Quest'ultimo comportava lo spezzettamento dei latifondi e la concessione perpetua dei lotti a destinatari che avevano il pieno usufrutto del fondo con l'obbligo di bonificarlo e di pagare un canone annuo al proprietario. Gli spezzoni erano di varie dimensioni, ma non eccessive: giungevano, per lo più, a un massimo di cinque o sei tumuli, distribuiti in una o più contrade e, talvolta, cumulabili nelle mani di un solo enfiteuta. Il tumulo ad Alia misura circa 1.300 metri quadrati. I proprietari dei feudi nel luogo erano gli eredi dei Santacroce e, più direttamente, i Principi di Sant'Elia. Anche la chiesa locale aveva concesso in enfiteusi buona parte dei terreni che, nel tempo, le erano pervenuti in donazione.
I rapporti di enfiteusi, in certo qual modo, tamponarono l'emorragia dell'emigrazione, ma non risolsero i problemi dei contadini, i quali, sebbene sfruttassero al massimo lo spezzone di terra di cui disponevano, tuttavia erano sempre in difficoltà di fronte all'incalzare del carovita. Spesso erano anche le "male annate" con siccità, carestie, epidemie, a mettere in ginocchio o a buttare sul lastrico intere famiglie, che, di conseguenza, finivano stritolate dagli usurai, veri e propri "vampiri" come era solito chiamarli don Luigi Sturzo, attento conoscitore della zona e severissimo critico del fenomeno.
Ogni famiglia in disgrazia faceva automaticamente crescere il numero degli aspiranti a raggiungere la "lontana Merica" dalla quale cominciavano a pervenire non solo allettanti notizie sul benessere conseguito dai primi emigrati, ma anche pressanti inviti di familiari, parenti e amici, ivi ormai residenti, i quali, in lunghe e appassionate lettere (magari scritte da scrivani volontari o a pagamento), si rivolgevano ai propri cari sollecitandoli a prendere la coraggiosa decisione, dicendosi pronti a ospitarli in attesa di un lavoro e di una definitiva sistemazione e, spesso, dando la loro piena disponibilità per l'anticipazione o, addirittura, l'offerta della somma necessaria all'acquisto del biglietto.
Un ruolo di vera e propria assistenza pastorale svolse la chiesa locale a favore degli emigrati aliesi. Non fu un atteggiamento isolato, perché la parrocchia di Alia in questa attività si tenne in stretto collegamento con la Curia vescovile di appartenenza, quella di Cefalù, che, a sua volta, prendeva direttive dalla Santa Sede, allora diretta da un Pontefice particolarmente attento ai problemi degli operai, Leone XIII, il papa della Rerum novarum. In Vaticano era la Congregazione del Concilio a occuparsi della questione dell'emigrazione a tenere il coordinamento tra le Diocesi italiane(11). Il parroco spesso interveniva personalmente per assicurare una degna sistemazione a chi partiva. Ciò avveniva tenendosi in rapporto con l'Ufficio Emigrazione Diocesano ovvero, tramite corrispondenza, con coloro che avevano raggiunto l'America e che, per un motivo o l'altro, scrivevano al sacerdote per informarlo e per essere informati e, molto spesso, per raccomandare un'attenzione nei riguardi dei familiari rimasti in paese. Ciò spiega la ragione per cui la stragrande maggioranza degli aliesi ebbe come prima destinazione - per molti rimasta definitiva - la Louisiana, uno dei pochi Stati dell'Unione con prevalenza di cattolici. Gli aliesi, per affinità di provenienza e di religione, divennero un tutt'uno con la comunità cefaludese, con la quale, tuttora, le nuove generazioni continuano a mantenere ottimi rapporti. Notizie della residenza o del passaggio di emigrati siciliani e, soprattutto, aliesi si hanno in molte parrocchie della diocesi cattolica di Baton Rouge, con maggiore frequenza in quelle di Ascension, East Baton Rouge, Iberia, Iberville, Jefferson, St. Bernard, St. James, St. Mary e Tangipahoa(12).
Si deve a tale stato di cose se non trova riscontro in Alia e nei pochi emigrati aliesi rimpatriati il pur interessante dato messo in evidenza da Francesco Renda nella sua Storia della Sicilia, secondo cui gli "americani" tornati ai loro paesi d'origine, avrebbero assunto atteggiamenti di indipendenza non solo nei confronti dei proprietari terrieri, i loro antichi padroni, ma anche nei confronti della Chiesa. Egli afferma testualmente che "non pochi americani si sono convertiti al protestantesimo e, tornati in paese, si danno alla predicazione della nuova fede, conquistano adepti, aprono chiese, spesso costituite da un ambiente a pianterreno di qualche decina di metri quadrati, dove si riuniscono a celebrare i loro riti"(13). Don Antonino Disclafani, parroco da circa 30 anni della locale Chiesa madre, da noi interpellato, ha dichiarato che, a sua memoria, non si è verificato alcun caso ad Alia di quelli accennati da Renda, né esiste traccia di ciò nelle carte dell'Archivio parrocchiale relative ai secoli scorsi.

2. Le prime esperienze in terre ospitali

Giuseppe Panepinto è il primo emigrato aliese a New Orleans di cui si ha notizia ufficiale grazie alla registrazione del suo matrimonio nella locale parrocchia di Sant'Antonio. A riportare questo dato è lo statistico Albert J. Robichaux Jr. in una sua interessante raccolta di dati ricavati dai registri dell'anagrafe di Alia: "The first documented proof of a native of Alia arriving in Louisiana is found not on ship passengers' list but in the sacramental records of St. Anthony's Church in New Orleans. On March 4, 1878, Giuseppe Panepinto, age 26 years, native of Alia, married Nunzia Di Maggio, native of Contessa"(14).
Anche se non si hanno documenti sull'arrivo del giovane Panepinto in Louisiana si presume che egli, assieme ad altri aliesi, vi sia sbarcato negli anni '60 del XIX secolo. La mancanza di notizie precise è spiegata dallo stesso Robichaux, il quale, fra l'altro, scrive che "unfortunately, the passenger ship lists of the 1860s and 1870s do not provide the name of the town of birth of the immigrants; instead, the only reference cited is either Sicily or Italy". E, per quanto specificamente ci interessa "it is possible that Giuseppe Panepinto arrived in the United States through the Port of New York as his name doesn't appear on any ship lists of vessels arriving at New Orleans"(15).
I quotidiani di New Orleans dell'epoca, quali "The Daily Picayune" e il "Times Democrat" non ignoravano l'arrivo di italiani in Louisiana. "Reports of arrivals in newspapers during the decades of the 1860s and 1870s - ci informa Robichaux - were primarily interested in the goods that were exported and imported between Italy and the Port of New Orleans(16). Nei decenni successivi cronache di questo genere si faranno più frequenti e più dettagliate.
Nell'edizione pomeridiana di martedì 16 dicembre 1880, in un lungo articolo titolato Immigrants from Italy, Two Hundred and Ten Passengers from Palermo Arrive on the British Steamship Scindia, "The Daily Picayune" scrive che

The immigrants are mostly from Palermo, and vicinity. Of course the first few days at sea they were all affected with sea-sickness. Nearly at the men are stout, [illegible] fellows. The scene on the wharf when the baggage was landed for the inspection by the Custom-House officials was interesting and amusing to a spectator. Green boxes and long white canvas bags were the favorite recepticles for the goods and chattels of the immigrants. [...] The men and women all evinced their love of bright colors in the way of gay handkerchiefs, which were tied around the heads of the women and the necks of the men. The cape worn by the men were, however, of worsted knitted. Black and brown velvet jackets and trowsers with boots like the English riding boot were worn by many of the men. The ears of both sexes were adorned with rings; those of the women in some cases touching the shoulders of the wearers. The meeting between the immigrants with their friends who had preceded them to this country, was in accordance with the manners and customs of the passionate, warm-hearted people of the Southern (illegible). Bearded men clasped each other around the body and kissed like school girls, and all talked and chattered as only Italians and Spaniards can(17).

Indescrivibili le peripezie, cui, durante la traversata da Palermo a New York o a New Orleans, andavano incontro i nostri emigrati. Al riguardo "The Times Democrat" di giovedì 15 ottobre 1889, in un articolo, titolato Italian Immigrants, Over 800 arrive on One Steamship and are Warmly Greeted by Their Friends, racconta la triste sorte di un bambino siciliano nei seguenti termini: "During the voyage the finest possible weather was experienced and there was no sickness on board. When one day out of Palermo an infant who had been ill on being brought on board died and was buried at sea". Era questa, purtroppo la fine, che, in quelle navi ancora sprovviste di celle frigorifere mortuarie, per ragioni igienico sanitarie sostenute da una precisa norma del Codice della Navigazione, toccava a chi avesse avuto la disgrazia di morire durante la traversata.
Tra questi emigranti - che, provenienti "from Palermo and the vicinity" attiravano la curiosità dei quotidiani di New Orleans - è facile immaginare i giovani disoccupati e i contadini aliesi che aprivano gli occhi a una realtà interamente diversa da quella che avevano lasciato. Ebbene Giuseppe Panepinto, negli anni precedenti all'unificazione d'Italia, certamente, fu tra questi pionieri. E non solo lui. In una recente Exhibition presso il Museum Louisiana State sul fenomeno dell'immigrazione negli ultimi due secoli è stata esposta al pubblico una foto che riproduce un gruppo di sei giovani, provenienti "from Alia (Palermo)" dell'età media di 30 anni, e indicati nella didascalia come alcuni dei primi immigranti siciliani. Questi i loro nomi: Joe Ditta, Gaetano Ortolano, Gaetano Taulli, Frank Taulli, Sam Centanni, Carlo Ditta.
Nella mostra, manifestatasi di grande interesse storico e sociologico, vi sono altre foto di aliesi, tra le quali quella della coppia Gaetano e Rosalia Taulli nel giorno del loro matrimonio avvenuto nel 1900. Le foto erano state fornite agli organizzatori dell'Exhibition da Mr. John Volts, famoso avvocato, che è stato U.S. Attorney, ossia avvocato dello Stato Federale a New Orleans. Questi, poiché la madre era d'origine aliese, dispone di una ricca collezione di fotografie della fine del secolo XIX e dell'inizio del secolo XX relative all'emigrazione aliese.
Siffatti arrivi alla spicciolata, furono seguiti da un movimento di massa che portò in Louisiana numerose famiglie aliesi. "The first passengers' lists to identify Alia as the place of origin of the immigrants - scrive Albert J. Robichaux - was that of the S.S. Scandanavia which arrived from Palermo and Naples on November 6, 1882. On the 261 steerage passengers aboard the Scandanavia, 91 were from Alia"(18). Il massiccio arrivo non fu un caso isolato, perché si ripeté per tutto il periodo della "Grande Emigrazione" che, come è noto, va dal 1889 sino a tutto il 1910.
A testimonianza di ciò, vi sono anche i numerosi articoli e documenti oggi conservati all'American Italian Museum and Risearch Library (507 S.Peters Street) di New Orleans. Consultando il catalogo(19) per cognome ci si imbatte in articoli di giornale che trattano la storia di singole famiglie o in veri e propri appunti di testimonianze orali annotate qua e là da chi si è occupato della raccolta o addirittura scritti di pugno dai protagonisti delle stesse storie. Gli articoli di giornale riportano per lo più le esperienze di successo degli italo-americani soprattutto a New Orleans e nell'ambito del commercio o del turismo.
La conferma all'eccezionale flusso di aliesi nell'ex colonia francese ci perviene, anche e indirettamente, dall'esiguo numero di costoro registrato dal Center For Immigration Research Balch Institute (18 South 7th Street, Philadelphia, PA 19106) per quanto concerne i loro sbarchi nel Nord degli Stati Uniti e, quindi, nel porto di New York. In uno scambio di e-mail avuto con il direttore, Ira A. Glazier, il noto storico e sociologo dell'immigrazione americana, mi sono fatta la convinzione, per i risultati gentilmente fornitimi, che negli anni 1900 e 1901 era stato esiguo - a differenza di quanto da circa un quarantennio avveniva a New Orleans - lo sbarco di aliesi nel Porto di New York, sul traffico del quale ritengo che il Center For Immigration Research Balch Institute disponga di una ricca documentazione.
Negli anni successivi, sino al secondo dopoguerra, gli emigrati aliesi preferiranno o saranno costretti a viaggiare su navi dirette a New York, ma, per la maggioranza di loro, la destinazione immediata rimaneva sempre New Orleans, che essi da New York, per lo più, raggiungevano in treno. A dimostrazione del loro passaggio sono i numerosi nomi scolpiti, assieme a quelli di altri paesi, ai piedi della Statua della Libertà. E molti di costoro si riscontreranno in Louisiana. Per il biennio 1900-1901, in ogni modo, Ira A. Glazier ha tirato fuori dal suo schedario "15 immigrants from Alia to the U.S. in the year 1900" e "15 or 20 names for the years 1900 and 1901"(20).

3. - Insediamenti e disagi


New Orleans, per gli aliesi giunti in Louisiana, fu il centro di smistamento: "Many of the newly arrived - informa The Daily Picayune - will remain here in this city; the rest will be distributed among the plantations up and down the cost"(21). Gli aliesi, in maggioranza di origine contadina, non solo trovarono lavoro nelle piantagioni di zucchero nelle campagne a Sud e a Nord di New Orleans lungo le sponde del Mississippi, ma anche si adattarono facilmente al clima locale.
In area cattolica, per un'immediata e adeguata assistenza agli emigrati, furono istituite delle associazioni o società di mutua benevolenza tra gli oriundi di uno stesso paese o di una stessa zona. Gli aliesi, sino in tempi recenti, non ebbero una loro società. Non ne avvertirono l'esigenza, in quanto di essi, secondo alcune testimonianze per lo più orali, si prendeva prevalentemente cura la "Società di Mutua Beneficenza Cefalutana" e, in parte, anche la "Contessa Entellina Society" e la "San Bartolomeo Society". Quest'ultima raccoglieva gli immigrati provenienti dall'isola di Ustica.
Siamo in grado, grazie alle carte di cui disponiamo, di indicare gli insediamenti dei primi aliesi emigrati in Louisiana. Per un immediato esame del movimento, abbiamo ricavato dalle carte consultate il prospetto che segue:


INSEDIAMENTO DELLE PRIME FAMIGLIE ALIESI IN LOUSIANA DAL 1860

Contea di San James Parish
Nicolosi, Nasca, Barcellona, Sedita, Todaro, Chimento, Spedale, Gattuso, Lamendola, Miceli, Rotolo, Scaccia, Tripi Leone, Marchiafava, Macaluso, Dispenza.

Contea di Assuntion Parish (Napoleonville)
Puglisi (Politz), Territo, Russo, Martino, Pusateri, Guarino.

Contea di Palquemine Parish (Sud di New Orleans)
Di Carlo, Orfanello, Volpe, Falcone, Mulè

New Orleans e periferie (Marrero, Harvey, Gretna)
Di Salvo, Ditta, Federico, Vicari, Traina, Spera, Scaccia, Montagnino, Rotolo, Centanni, D'Amico, Celino, Todaro, Veninata.

Baton Rouge Metropolitan area
Macaluso, Runfola, Guccione, Alello, Marchiafava, Spedale, Granata, Panepinto, Cardinale, Miceli, D'Andrea, Gattuso, Pusateri, Biondolillo, LoSavio, Mascarella, Mazzarisi, Vicari, Viverito, La Mendola.
A queste famiglie si aggiunsero altre nel secondo dopoguerra, che si stabilirono, soprattutto, a New Orleans e nei paesi West di New Orleans quali Marrero, Harvey, Gretna. Diversi nuclei, come i Mormino, Marchiafava, Cardella, Lo Bue, Milazzo, Panepinto, Privitera, dalla Lousiana si diressero verso Chicago e da qui alcuni, come i Cardella, proseguirono per lo Stato dell'Arizona, dove il clima è molto simile a quello della Sicilia. Contemporaneamente famiglie aliesi trovarono lavoro e fissarono la loro residenza negli Stati di New York (Teresi, Concialdi), New Jersey (Lo Savio, Puglisi, Valenza), Texas (Mortellaro, Martino) e Colorado (Lo Savio, Marchiafava, Chimento, Miceli, Todaro).
Molte di queste famiglie, come si deduce dalle carte e testimonianze orali o manoscritti di storie vissute raccolti dal Museo italiano di New Orleans, hanno qualcosa da raccontare. Sono piccole storie biografiche di famiglie sradicate dalla loro comunità di appartenenza e trapiantate in una terra ignota, dove pure la lingua era un mistero. Sono anche storie d'amore e di dolore, come quella tra Giuseppe Mortillaro e Michela Martino, che nel 1887 raggiunse la Louisiana per sposare il fidanzato espatriato l'anno precedente. I due, successivamente, si trasferirono nel Texas, dove, dopo un decennio di benessere conseguito con i prodotti dei campi venduti al supermarket di San Antonio, perdettero ogni loro bene con l'alluvione del 25 marzo 1899 e dovettero ripararsi a Houston. Qui, per alcuni mesi, furono ospiti del compaesano Sam Bova, il quale fu generosissimo nei loro confronti, ma, avendo un'abitazione abbastanza piccola, poté offrire agli amici la vicina stalla, dove il 15 settembre 1900 - giorno del funesto uragano che distrusse la città di Galveston provocando ben 10mila vittime - nacque il figlio Giuseppe. Il bambino portò fortuna ai due coniugi, che presto trovarono lavoro e, con i risparmi del guadagno, comprarono 15 ettari di terra in San Filipe Road.La terra, lì per lì, consentì loro di andare avanti con minori sacrifici, ma, qualche anno dopo, divenne parte del centro della Città di Houston e fu una benedizione divina per i Mortillaro e per i loro discendenti che raggiunsero una posizione economica di piena agiatezza, tuttora conservata.
Altrettanto interessanti le vicende della famiglia Notarianni, stabilitasi nel 1900 a Hammond, in Louisiana. Una famiglia numerosa, che lavorò, comprò molta terra e costruì in solidarietà un'abitazione per ogni componente. Più di dieci case. Oggi la strada è denominata Notarianni Road. A poca distanza, altre loro residenze, costruite da Sam, figlio del capostipite Giuseppe. E, anche qui, la toponomastica richiama la presenza della numerosa famiglia Notarianni o meglio il loro paese natio: Lane Alia è la denominazione di una strada che sbocca in Notarianni Road.
Alia non fu completamente immune dal fenomeno delle "vedove bianche", cioè delle mogli dimenticate o abbandonate, le quali, per anni o per sempre, non ricevettero notizie dai mariti emigrati, magari tra abbracci e lagrime e con il "fermo proposito" di "fare soldi e tornare" o di richiamare l'intera famiglia. I casi, per l'esattezza, non furono molti, ma ci furono e con tutte le caratteristiche dell'abbandono della donna da parte dell'uomo. Talvolta si ebbe qualche recupero. E qui la chiesa locale ebbe la sua parte tramite la mediazione dei parroci protempore. A darcene testimonianza è sempre il reverendo don Antonino Disclafani, che è stato felice artefice di più recenti riconciliazioni o passivo osservatore di separazioni coniugali irreversibili.
Alla base dei casi difficili o impossibili c'erano e ci sono le drastiche prese di posizione dell'uno o dell'altro coniuge. La moglie normalmente non perdonava al marito di essere stata abbandonata "come una donnaccia", mentre questi, a sua volta, andava al contrattacco giustificando il prolungato silenzio con l'attribuire alla moglie la colpa di non essere stata disposta a raggiungerlo in America o di essersi comportata male durante la sua assenza ... così come da informazioni a lui pervenute tramite lettere anonime o da parte di persone malvagie, che, di solito, "nun si fannu i fatti propri".
Per ovvi motivi di riservatezza in cui si trincera la gente comune, è molto difficile riuscire a reperire lettere di quel tipo. In un solo caso, che, stando al testo delle missive, non sarebbe da confondere con gli altri, abbiamo avuto l'opportunità di esaminare una corrispondenza, risalente agli ultimi anni '40 e relativa a fatti avvenuti nei primi anni del secolo XX. Ma su questo caso torneremo più avanti, mentre, adesso, vogliamo fare riferimento alla lettera di un emigrato di Campofranco, la quale lettera, data la vicinanza tra questo centro e Alia, potrebbe essere considerata un'esemplare delle tante riguardanti gli italo-americani di origine aliese.
La lettera, inviata in data 10 gennaio 1916 all'arciprete don Giuseppe Randazzo, è riportata nel contesto di una relazione dallo storico Cataldo Naro al citato convegno di studi su Chiesa ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel novecento. Ebbene, al povero mittente avevano fatto sapere dal paese natìo che la moglie lo tradiva ed egli si rivolgeva al parroco affinché la riprendesse e le proponesse di raggiungerlo immediatamente negli Stati Uniti. In merito a un suo ritorno in paese "mancu a parlarni", perché, con la moglie disonorata, non sopporterebbe mai gli sguardi e le risate della gente.
La lettera si riferisce a una precedente corrispondenza in cui la moglie aveva espressamente dichiarato di non volere partire per paura dei sottomarini tedeschi che minacciavano la sicurezza delle navi dirette in America:
Rispondo - scriveva l'emigrato all'arciprete - alla sua lettera la quale mi dichiara riguardo alla infedele mia moglie che essa è pronta affare vita comune e di oggi in poi essere fedele e essa non vuole venire in America che ave troppo paura del suo passato poco onesto e chi sa io non vendicherò sopra a essa e di poi ave paura del mare, dei bastimenti che affondano causa della guerra e lei mi dice di io ritornare all'Italia e andarmi in un paese vicino abitare con essa e che essa è risoluta che non viene in America. Ora io dico che il mio pensiero è che se essa vuole venire qui io la perdono con sicurezza e non avesse paura e si vende tutto e viene. Se essa vuole ricomprare il suo onore questo solo rimedio ciè [...] questa lettera mi fà il piacere di chiamare a essa e leggirla a essa [...] questa lettera ci la deve leggere impresenza di essa e non mnnca a lei di persuaderla. Mi devi fare la gentilezza di rispondermi di quello che dice. Riguardo alla guerra oggi stesso a venuto persona di Casteltermini. Ogni giorno vengono persone e non ciè paura di quello che dicono, ci vuole la buona volontà [...] tanti saluti alla sua famiglia da me e bacio le mani ai miei genitori e mille baci ai miei fìgli e ci bacio la destra e mi segno il suo amico [...] (22).

Il caso dell'emigrato aliese, Giuseppe R. (l'anonimato e l'eliminazione dei nomi di persona di possibile identificazione sono stati richiesti da chi ci ha gentilmente fornito le lettere), si presenta in apparenza ben diverso. Giuseppe emigrò da Alia nel 1907. Dal giorno che mise piede a New York non diede più sue notizie alla famiglia. La cosa impressionò familiari, parenti e amici, sia perché mancavano i presupposti per un atteggiamento del genere, sia perché i rapporti con la moglie e i cinque figli erano stati ottimi. Si pensò, lì per lì, a qualche sorpresa, ossia a un suo immediato ritorno in patria per ragioni di disadattamento in America. Ma il tempo, intanto, passava e le preoccupazioni per la famiglia crescevano. Si temeva che l'emigrato fosse rimasto vittima anonima di qualche catastrofe, quali alluvioni e uragani, di cui, molto spesso, in Italia giungevano notizie tramite lettere e giornali.
Una delle figlie di Giuseppe non si rassegnò mai al pensiero che il padre avesse potuto soccombere in una tragedia del genere. Lei presentiva la sua esistenza, magari fatta di privazioni e di sofferenze, e non desistette mai dall'interpellare autorità italiane e americane per avere notizie del padre, dallo scrivere a parenti e amici residenti negli Stati Uniti affinché l'aiutassero nella sua ricerca, dal rivolgersi a quanti da Alia partivano per l'America pregandoli di trovarle un collegamento con qualcuno che avesse conosciuto o incontrato il padre. Per più di un quarantennio le delusioni si accumulavano e il silenzio di anno in anno diventava più fitto.
La donna, di fronte all'infrangersi di tante speranze, trovava la forza di continuare soltanto nella fede in Dio e non cessava di raccomandarsi al Cielo. E il miracolo, così lo considerarono in quella famiglia, avvenne. Era l'agosto del 1948. La figlia di Giuseppe venne a sapere da fonte sicura che il padre era ricoverato presso lo State Hospital Tewksbury, Mass., U.S.A.. Il primo pensiero fu quello di partire per l'America per raggiungerlo. Ma, dati i tempi, prudenza consigliò che, intanto, sarebbe stato più opportuno scrivergli. Egli personalmente o altri per lui avrebbero dato riscontro alla lettera.
La risposta giunse nel giro di due mesi. Trascriviamo qui di seguito i brani più significativi della lettera:

Mia carissima figlia [...],
rispondo alla tua amata e benvenuta lettera di cui solo poche righe non ne ho potuto che leggere, dato il mio pianto e la commozione al cuore. Il resto di essa l'ho sentita leggere da questo amico che ora scrive per me, ché a come vedi questo non è il mio manoscritto. Non scrivo di proprio pugno perché la mia mano è diventata alquanto instabile, specialmente ora che mi trema assiemamente al mio cuore per la commozione apportatami dall'impressione della tua quasi inaspettata lettera. Quegli che scrive per me è pure un paziente di questo Istituto il quale malgrado i suoi affanni conserva ancora la mano ferma e più spedita della mia ed a questo momento più lucidità di mente. Ma parliamo di noi. [...] Il mio lungo silenzio cara figlia, non è stato punto causato da disaffezione, bensì per la mia sfortuna di essere caduto malato e non volevo scrivervi per non affliggervi, però ora mi avvedo che ho fatto peggio, vi ho fatto soffrire nelle incertezze. Che vuoi, tale è lo stato mentale che non so nemmeno io che faccio. Durante tutto questo tempo però, non ho mai cessato di pensare a voialtri costà, mai cessato a volervi bene e pregare per voi, che al contrario di me il Signore vi avesse reso la più solida salute e fortuna. Ma tu mi assicuri di limitarti a darmi altre notizie che quelle superficiali per non disturbarmi, è segno evidente che ogni cosa non vi va tanto bene. [...] Per farti la mia triste storia in breve, volevo ripartire per l'Italia, quando caddi ammalato, per rivedere il sangue mio e quando Iddio mi avesse chiamato di morire felice, ché senza dubbio è una felicità passare all'altra vita fra il fiato di coloro che ami e sei riamato. Ma Iddio non credo che mi darà tale felicità. Il console non volle concedermi il passaporto proprio perché ero in cattivo stato di salute. La malattia s'incalzava così che dopo speso quel po' di moneta che avevo accumolata, colla speranza di guarire, ma il destino non volle così. Il destino volle che venissi a finire in una Istituzione per gli ammalati, vecchi e indigenti. Ciò non è una vergogna poiché ognuno potrebbe capitarci. E ci siamo capitati. Grazie a Dio e al Governo Americano, non ci si sta tanto male quantunque sia un simile asile, ma considera il mio morale trovarmici. [...] Ebbi uno shock che mi paralizzò mezza vita a sinistra. Col tempo e grazie alla Provvidenza Divina la paralisi mi si è sciolta bastantemente che posso camminare coll'appoggio di un bastone, però sono rimasto come si suol dire intirizzito e debole, cammino pianamente e poco, solo attorno alla mia corsia e d'estate esco a sedermi fuori su qualche banco per prendere un po' di sole ed aria. Alle volte mi assalgono dei colpi che mi fanno restare degente per pochi giorni, poi mi risento meglio come al mio normale abituale di ora. - La questione verte ora: guarirò? Stento a crederci, data la mia età. Potrei dirti una cosa per un altra per incoraggiarmi ed incoraggiarvi, ma a qual prò? Iddio ci ha destinati così e noi dobbiamo accettare il nostro destino. Parlando di religione, come tu desideri essere informata di quel che faccio. Ecco, la religione in questi giorni di tristezza è un sollievo per l'anima mia. Qui a parte di due cappellani Cattolici che girano l'ospedale tutti i giorni, ancora, abbiamo una Cappella dove vengono celebrate due messe alla domenica ed i giorni festivi, abbiamo un Frate italiano a farci visita e confessarci e comunicarci ogni primo venerdì del mese. Sei contenta dunque che io mi sono rimesso a Dio? Lo faccio con tutta la fede e non cesso mai di pregare per voi. Sembra che stiamo facendo una storia alquanto lunga, forse ti sarai annoiata di leggerci perciò rimandiamo il resto quando avrò ricevuto un'altra tua cara. Tanto, nemmeno possiamo seguitare più perché il mio pianto è continuato, perdonami figlia. Ora che abbiamo scritto tanto a te, credo superfluo di rispondere al grato biglietto della zia [...], dalle tanti baci per me dicendole che un'altra volta scriverò anche ad essa. Augurale il Buon Natale colla famiglia, lo stesso farai con [...] e famiglia. Dì a tua madre di star bene e si dasse coraggio, non dubitate di me, non vi affliggete perché c'è un Dio che tutto vede e provvede e noi dobbiamo sottostarci alla sua Divina Volontà.
Con paterni baci a tutti colla benedizione di Dio mi dico Il tuo amato padre, Giuseppe [...]

P.S. - Buon Natale e Felice Capodanno a tutti

La corrispondenza, imperniata sull'affetto e sui valori religiosi, continuò fitta e frequente per quasi un anno. Essa presto si estese a tutti i componenti della famiglia, ricordati da Giuseppe con molta nostalgia e con un profondo senso di colpa per averli lasciati soli e senza aiuto. Improvvisamente l'ultima lettera, in data 18 ottobre 1949, non più firmata da Giuseppe, ma dall'amico scrivano, che comunicava alla figlia il passaggio del padre "a miglior vita". Era una lettera che i familiari non avrebbero voluto mai ricevere, anche perché rimaneva sempre nel desiderio di tutti la speranza di potere un giorno riabbracciare il congiunto. Essa, lunga come le precedenti, conteneva, fra l'altro, il rammarico dell'amico, anch'egli gravemente ammalato, di non essere nelle condizioni fisiche di potere uscire dall'ospedale per deporre un fiore sulla tomba di Giuseppe.
"La salma del caro defunto - egli proseguiva - venne seppellita nel Camposanto della nostra Istituzione: Pine Hill Cemetery. Questo è il nome del Camposanto che dista solo un miglio da l'Ospedale. Io andai a visitare questa terra santa il primo anno che mi trasferii in questo Asile, dieci anni or sono. Rincresciosamente ed è comprensibile che ora, anzi anche da prima, non è forza mia a fare quel lungo cammino. Mi contento soltanto di potermi aggirare attorno e dentro l'Ospedale per cercare di portare una parola di conforto a quelli più infelici di me ed aiutarli a quel che posso". E il tutto anche in suffragio di "quel carissimo amico Giuseppe", il cui "soave ricordo [...] sta ancora impresso nel mio cuore per la sua bontà e per l'amore e fiducia reciproca fra noi due [...]"(23).


4. - Tradizioni e "arrangiamenti" linguistici

Il rispetto delle tradizioni del luogo di provenienza è uno degli aspetti di maggiore rilievo nella vita delle comunità italiane negli Stati Uniti d'America. Dalla ricerca effettuata personalmente a New Orleans, a Baton Rouge e in qualche altro centro della Louisiana, e da notizie raccolte, per vie diverse, ho potuto constatare che gli emigrati aliesi si sono distinti e si distinguono nel tenersi collegati al comune d'origine anche attraverso la celebrazione di particolari ricorrenze e di riti.
Si tratta, in prevalenza, di tradizioni religiose, ma non mancano quelle laiche di tipo folcloristico. Occorre rilevare che tali manifestazioni si svolgono in maniera molto fedele a quelle alle quali gli emigrati erano soliti assistere o partecipare quando ancora vivevano nel loro paese natio, laddove magari le stesse manifestazioni, a causa di una certa modernizzazione dei costumi, hanno subito modifiche o addirittura sono state ridotte o si sono vanificate. Ciò significa che, se si volesse fare un serio studio sociologico o storico sulle tradizioni locali in Italia, non si potrebbe prescindere dal condurre un'indagine sull'attuale svolgimento delle tradizioni presso le comunità italo-americane in modo da coglierne lo spirito e l'originalità.
Un valore altamente significativo riveste nelle comunità italo-americane di origine aliese la festività della Madonna delle Grazie, patrona di Alia, ricorrente il 2 luglio. La data della celebrazione, in America, non è, per lo più, osservata, in quanto motivi di lavoro costringono gli emigrati a scegliere la giornata di domenica, ma, per il resto, i festeggiamenti sono uguali a quelli che si svolgevano e, per certi aspetti, continuano a svolgersi in paese. Si pensi che ogni comunità dispone di una statua identica a quella che si venera nel Santuario della Madonna delle Grazie di Alia. Sono simulacri realizzati da scultori italiani su commissione di comitati promotori, appositamente eletti o nominati all'interno delle comunità e impegnati anche nella raccolta dei dollari necessari.
Attualmente i centri di maggiore richiamo per la festività della Patrona sono Tickfaw in Louisiana e Hackensack nel New Jersey. Suggestivo un articolo, apparso il 17 luglio 1985, a firma di Laura Deavers, sul "Catholic Commentator", il giornale della Diocesi di Baton Rouge. La giornalista racconta che, con molta devozione, partecipavano al sacro rito oriundi aliesi provenienti da tutte le parti dell'America e, in particolare, da Chicago. Numerosi fedeli, proprio come avviene ad Alia, erano a piedi scalzi per ringraziare la Madonna di qualche beneficio ottenuto o per supplicarla per la concessione di qualche grazia. Gli uomini, per la loro parte, facevano a gara per avere l'onore di portare la statua(24).
Laura Deavers riferisce anche che, durante la processione, si raccoglievano molti dollari e gioielli che venivano appesi con uno spillo su un nastro pendente dal simulacro e che tali somme sarebbero servite in parte per i bisogni della parrocchia e in parte per i preparativi della festa dell'anno successivo. La giornalista ricorda che questa festa, riallacciandosi a un'antica tradizione di Alia, ebbe origine a Tickfaw nel 1927 a opera della signora Maria La Spica, una donna aliese molto devota alla Madonna, in onore della quale essa si prodigò affinché venisse costruita una cappella(25).
I festeggiamenti ad Hackensack si svolgono alla stessa maniera. Ma quivi, da qualche decennio, esiste un Comitato permanente addetto al culto mariano. Negli ultimi anni si è anche creato un collegamento diretto con Alia. Si tratta di un vero e proprio gemellaggio che è servito a creare un rapporto con le nuove generazioni e a impegnare le rispettive parrocchie e le amministrazioni comunali. Quella di Alia, durante questi anni, ha inviato ad Hackensack, in segno di solidarietà, una propria rappresentanza in occasione delle solenni celebrazioni. Il gesto è stato particolarmente gradito, tanto che gruppi di emigrati, accompagnati da figli e nipoti nati negli Stati Uniti, hanno ricambiato, a loro volta, la visita. E ciò, ovviamente, per dimostrare la perenne validità di un legame che unisce i "padri pellegrini" aliesi e i loro discendenti, ovunque essi si trovino, con il paese d'origine. Il fatto, oltre all'aspetto religioso, ha una rilevanza culturale e sociale di grande importanza, poiché crea proficue occasioni di incontro e di conoscenze.
Ad Hackensack la statua della Madonna è costantemente esposta nel grande salone delle assemblee della sede sociale della comunità aliese. I soci considerano questo centro come la loro casa. Ecco perché hanno ritenuto opportuno metterlo sotto la protezione della Madonna delle Grazie e collocarne la sacra immagine nel luogo più bello e più frequentato. È qui che essi festeggiano le ricorrenze più importanti dell'anno e, talvolta, si riuniscono anche per i ricevimenti nuziali. Sono circostanze in cui si crea con spontaneità un clima tipicamente familiare e consente l'incontro degli anziani e dei giovani, di coloro i quali partecipano con la nostalgia del paese natio e di coloro che vorrebbero saperne di più sulle loro origini.
Nella sede sociale, attorno alla Madonna, si organizzano spesso serate ricreative e culturali. In una di queste il poeta dialettale Nino Marchiafava, oriundo da Alia e residente a Chicago, ha intrattenuto i compaesani con la recita di alcune delle sue poesie che si richiamano al paese d'origine. La manifestazione, che è stato un successo, ha avuto un'eco nelle altre comunità aliesi degli Stati Uniti, alcune delle quali hanno invitato Marchiafava a tenere un identico recital presso le loro sedi. La notizia, diffusasi ad Alia nella passata estate tramite alcuni emigrati in vacanza, è giunta anche a noi e riteniamo che sia una testimonianza da tenere in conto poiché informa sulla vita sociale di quelle comunità.
Nella serata tenuta ad Hackensack Nino Marchiafava ha esordito con i seguenti versi:

Chi gioia chista sira chi pruvaiu
a vidirvi tutti quanti ni sta sala.
Gente ca nun vidia da trentanni,
lu me cori s'allarga e si fa granni,
e l'uocchi mi sfavillanu comu du' stiddi;
abbrazzarvi vi vurria tutti quanti
pi' fari lu me cori cuntenti [...](26).

Oltre al valore artistico dell'intero componimento, molto espressiva e commovente è la finale che il poeta, a mo' di preghiera, rivolge alla Madonna:
[...]
Madunnuzza mia
bedda e amurusa,
Tu pi nuatri alisi si' ogni cosa,
si' lu suli, la luna e la stidda
e si' priziusa.
Ora Ti prigamu Madunnuzza
pi' chiddi ca cu nuatri nun su chiù,
ca sutta lu To mantu
sànnu addummisciutu,
portali cu Tia a lu paradisu
e Ti prigamu pi' nui
e pi' li figghi ca ci ài datu(27).

Festa religiosa, ricca di folclore e di sapori gastronomici, è la ricorrenza del 19 marzo, dedicata a San Giuseppe. Ad Alia e negli altri paesi siciliani non ha più la solennità e la partecipazione di una volta. Sembra essere tramontata, tanto che per la Chiesa non è festa di precetto e da qualche decennio è stata declassata a un comune giorno feriale. È questo uno dei casi, come si diceva più avanti, che, per una ricostruzione in senso sociologico o storico, occorrerebbe effettuare un'apposita ricerca in America per cogliere i valori e gli aspetti originali della tradizione.
Per gli italo-americani aliesi, in ogni modo, la festa di San Giuseppe non ha perduto niente dell'antico fascino ed è solennemente celebrata nello spirito dei padri e nel rispetto di ogni particolare religioso e mondano. Ogni anno, nelle e tra le loro comunità, si fa a gara per onorare San Giuseppe e per sottolinearne il titolo di "Padre della Provvidenza", ossia di protettore dei poveri. È d'obbligo, infatti, l'usanza di bandire grandi tavolate di vitto d'ogni genere, con diverse e varie portate, per il pranzo dei poveri, affinché anche costoro, almeno in quella santa giornata, possano essere sottratti alla fame. Si tratta della "tavolata di li virgineddi", ossia della mensa delle ragazze e dei ragazzi appartenenti a famiglie bisognose. Ovviamente, al pranzo, per non lasciare soli i "virgineddi", prendono normalmente parte anche gli organizzatori e i benefattori(28).
"Celebrated on March 19, St. Joseph's Feast Day - si legge nel quotidiano The Advocate di Baton Rouge del 13 marzo 1997 - honors St. Jospeh, the patron saint of Sicily. The day is celebrated by preparing an immense St. Joseph's Altar laden with foods to distribute to everyone in a community, rich and poor alike, in gratitude for blessings". Il giornale, ricordando che la festa fu istituita in Sicilia molti secoli addietro durante un periodo di carestia, sottolinea la devozione dei siciliani a San Giuseppe per averli salvati dalla fame(29).

In his honor, - continua - they erected an altar with three levels to present the Holy Trinity. The altar with three levels to represent the Holy Trinity. The altar was draped in white and adorned with flowers. Foods were prepared for the altar, and donations of grain, fruits, vegetables, seafood and wine were added. When erected, everyone from the community was invited to share in prayer and festivity. The custom and devotion continues to this day. Each year, St. Joseph's Altars are erected throughout South Louisiana [...](30).

La giornalista, Anne Nola, si sofferma, quindi, a descrivere con quale e quanto amore, da un anno all'altro e per parecchi giorni, viene preparata la festività di San Giuseppe, e osserva che i "participants joyously accept this work as a form of sacrifice and a labor of love" . E, poi, con evidente piacere, si diletta a illustrare i piatti che addobbano l'altare in attesa di essere messi a disposizione dei conviviali e che, tuttora, conservano un loro specifico valore simbolico. Ci troviamo dinanzi a un ricco campionario gastronomico della cucina siciliana, nella quale anche i cibi aliesi hanno un posto d'onore(31).

The wreath-shaped Cuchidati, - prosegue - large golden brown bread loaves finished with eggwash and topped with sesame seeds, symbolize the Crown of Thorns. Other breads and cookies are shaped like hearts for the Sacred Heart of Jesus and Mary; crosses for the crucifixion; a chalice for the water and wine; palmes; doves; fish; and many more. The usual cookies include biscotti, fig cakes, pignolati (pine coneshaped pastries which represent the pine cones Jesus played with as a child), coconut bars, cannoli, Bibleshaped layer cakes and sfingi (Italian-style beignets)". Una lieve differenza, rispetto alle tavolate siciliane, è data dalla presenza del pesce, che, come è noto, in Louisiana abbonda e, in questa occasione, prevale sulla carne. Ma, in compenso, "Pasta Milanese is the major entree on the altar. The pasta is topped with fried seasoned bread crumbs in place of cheese. The bread crumbs represent the sawdust of St. Joseph, the carpenter. The vegetables are often served in omelets or frittatas, and stuffed artichokes are usually featured. Green fava beans are also served in frittatas or a garlic sauce [...](32).

La pasta milanese, denominata ad Alia anche pasta incasciata, - cui accenna Nola - non ha niente a che vedere con la cucina ambrosiana. Era un piatto prettamente siciliano, sostituito in seguito dalla comune "pasta a forno". Solo che, in tempi antichi, non essendoci l'odierna facile disponibilità del forno, si provvedeva a cucinarla sui fornelli e in tegami sui cui coperchi veniva posta la brace viva, proprio per ottenere l'effetto forno.
Ma ecco, nello scenario della festa, un particolare, che non sfugge alla cronista e che ad Alia aveva una rilevante importanza: "Most churches who continue the St. Joseph's Feast Day tradition will also re-enact the Holy Family coming to dine at the St. Joseph's Altar. Children often play the roles of Jesus, Mary and Joseph. Sometimes angels or favorite saints will accompany them"(33).
Ampio resoconto sulla festività di San Giuseppe in Louisiana è fatto anche su "The Cattolic Commentator" del 12 marzo 1997 a firma di Laura B. Duhe che, fra l'altro, rileva che "the faithful also fashion altars laden with traditional foods and dedicated to a saint who according to costum has been kind to Italians " e aggiunge che "in Baton Rouge Diocese and other parts of South Louisiana the tradition of St. Joseph Altars is alive and well, having arrived with immigrants from Sicily and other parts of Italy. Several parishes and organizations continue the tradition by building the elaborate displays of foods"(34).
Gli italo-americani d'origine aliese sono tra i primi a impegnarsi per la buona riuscita della festività di San Giuseppe e per l'osservanza della tradizione nel suo duplice aspetto religioso e gastronomico. Essi si prodigano in ogni modo e non nascondono l'orgoglio di avervi contribuito. Gli aliesi, in altri termini, sono consapevoli d'avere dato un notevole impulso alla conservazione di questa e di altre tradizioni. Riconoscimenti in tal senso provengono loro da tutte le parti, come quello autorevole del rev. Anthony J. Rousso, docente di storia nelle Scuole Cattoliche e appartenente alla Curia Vescovile di Baton Rouge, il quale, dopo avere rilevato che "when the student of history, during the course of research, delves into the ancient records of different nations and peoples, he finds that their customs stand out most prominently" e dopo avere ricordato che "when the Italians came to America, they brought many of their customs with them" e che, per il suo significato storico e per la sua importanza sociale, la "Saint Joseph Tables or [...] more frequently called Saint Joseph Altars, [...] always remained most popular " indica proprio Alia come fonte primaria dell'antica tradizione siciliana(35). Egli scrive testualmente:

In the little town of Alia, Sicily, there is church named St. Joseph's. On the 19th of March, the faithful flock to it in order to pay honor to St. Joseph by hearing Mass and going to Communion. Mass having ended, the good people gather for a procession. A large statue of the Saint is placed on a platform and those taking part visit the different Altars, where food is distributed to the poor. The large loaves of bread are broken and given to those who care for it. This bread is kept in the home the same as Blessed Palm. Tradition or legend has it, that in several instances during storms, a piece of it, thrown out into the weather, calmed the winds and rains. It has been related of a pious soul that, during a severe storm, her home was in danger of collapsing. She broke a portion of this bread into four pieces, then placed a piece in each corner of the house and at once the violent trembling of the building ceased. The occupants immediately fell on their kness and gave thanks to God who protected them through His great Saint(36).

Si è voluta riportare la lunga citazione non solo perché vi si trovano ulteriori elementi in aggiunta a quelli conosciuti tramite altre testimonianze, ma anche perché Alia è considerata da Anthony J. Rousso come una delle fonti originarie della tradizione concernente la festività di San Giuseppe e non può essere ignorata dal sociologo interessato allo studio delle tradizioni o dallo storico attento alla ricostruzione del passato. Ciò, d'altra parte, spiega l'impegno degli italo-americani aliesi nel tutelare un'usanza che, in certo qual modo, li riporta in casa o, quanto meno, consente ai più anziani di loro di ricreare un clima identico a quello lasciato nel paese natio e ai più giovani di immaginarlo.
Anche in campo strettamente gastronomico alcuni piatti - e non solo quelli tradizionali della festività di San Giuseppe - ci riportano ad Alia. È significativo il fatto che la giornalista la quale cura sull' "Italian American Digest" la rubrica Cooking all'Italiana, Phyllis Ditta, sia oriunda da Alia e che, descrivendo e consigliando determinate bibite e pietanze, si richiama spesso alle ricette della nonna o della madre. E non solo. Perché, come si legge in uno dei suoi articoli di folclore, con il quale introduce la classica ricetta degli Italian Almond Macaroons, Phyllis Ditta, nonostante non abbia mai messo piede in Italia, rivendica di essere italiana(37), affermando:

On college application in the blank requesting nationality, I stated Italian! My brother corrected and informed me I was American. I questioned that, since we have always referred to ourselves as Italian. Baby, he said, you were born here. In fact, my parents were also born in the United States but we deeply rooted in the ethnic community in which we lived called Harrey, Louisiana. Our customs were those of the old country. All but one of my grandparents were from a town in Sicily, west of Palermo, called Alia". Phyllis Ditta, nel raccontare la storia della sua famiglia, che, per molti aspetti, come lei dice, è comune a quella di tanti altri emigrati, così continua : "As my brother tells the story of grandfather Ditta, his family lived next door to a macaroni factory in Alia and when a wall collapsed, killing his sibling, his mother used the funds from the settlemen as an opportunity to send her offspring to America. Great-grandmother suggested my grandfather to bring his twin sister, Sarah, to America so she could meet someone and marry and live in the new country, therefore buying one rould-trip and one-way tickets. Grandfather suggested buying three one-way tickets, taking his brother Sam, and work here to earn return passage back to Sicily. So it was, but Gramp had other intentions. He often stated, When they threw the rope disconnecting the boat from shore, I waved good-bye to Sicily, knowing I would never return to the impoverished soil of my birth(38).

La storia della famiglia Ditta continua attraverso il racconto di Phyllis, una delle sue ultime discendenti, americana di nascita e - come lei stessa ha confessato - italiana "per aspirazione". La giornalista trova immenso piacere nel fare conoscere ai lettori le vicende dei suoi genitori, dei suoi nonni e dei suoi bisnonni, la cui vita, per la verità, non è segnata da grandi fatti. Ci torna spesso, nel corso dei suoi articoli, a parlare di Alia, delle sue origini, a dare notizie sempre nuove sulla sua famiglia. E lo fa con il gusto del giornalista che ama suscitare interesse nell'opinione pubblica, e, soprattutto, con l'orgoglio di chi vuole fare sapere che le proprie radici, anche se povere, sono italiane, sono "From Italy", ossia - come era solito specificare il vecchio Teresi - la terra di Dante, di Colombo e di Mazzini.
Un discorso analogo a quello per le tradizioni presso gli italo-americani di origine siciliana lo si può fare in questa sede anche per il dialetto, che si è potuto conservare meglio che nel territorio di origine, laddove le influenze radiofoniche e televisive hanno messo in atto un vero e proprio processo di italianizzazione. La storiografia ha, per altri versi, più volte sottolineato che la lingua è stata una delle principali barriere che si sono frapposte tra i primi emigrati e la società americana, ritardandone di almeno una generazione la loro totale integrazione. A prolungare una certa forma di isolamento linguistico presso le comunità italiane furono le stesse donne che, chiuse tra le pareti domestiche, non sentivano affatto l'esigenza di imparare l'inglese. I discorsi in casa, al mercato o sul ciglio della porta, venivano svolti, per lo più, in dialetto anche perché gli italiani, mossi da vincoli di parentela o amicizia, tendevano a concentrarsi in alcune zone e svolgevano lì tutte le attività relative alla loro vita quotidiana(39).
Questi emigrati, partiti pochi anni dopo l'Unità d'Italia, non godettero di quella unificazione scolastica, che ha portato, nel tempo, le popolazioni della penisola a trascurare il loro dialetto regionale e a tentare di attenersi, nella lingua parlata e scritta, strettamente all'italiano standard. Gli emigrati aliesi, a loro volta, per quanto riguarda l'apprendimento della lingua, non ebbero un comportamento diverso dagli altri siciliani. Tuttavia, come è possibile dedurre dalle testimonianze raccolte, molti di essi, non appena sbarcati in America, si affrettarono a cambiare il loro nome e cognome nel corrispettivo inglese e a coniarne dei nuovi laddove era impossibile la traduzione. È il caso di nomi come Conjetta (Concetta), Anthony (Antonio), Pethrucio (diminutivo di Pietro), Ignace (Ignazio) e Russell (Rosolino) e di cognomi come Politz (Puglisi), Cardinal (Cardinale), Maggie (Maggio).
Chiunque, ancora oggi, dovesse imbattersi a parlare con quei pochi emigrati rimasti, che lasciarono la Sicilia nei primi anni dello scorso secolo, troverà non poche difficoltà nel decifrare sia quelle parole appartenenti ad un siciliano per noi arcaico, sia quelle appartenenti ad un americano sicilianizzato. Il loro è un vero e proprio American Italian Dialect che già, sin dagli anni venti dello scorso secolo, aveva attirato l'attenzione di alcuni linguisti come Henry Louis Mencken e, prima di lui, - come egli stesso ricorda - il francese Rémy de Gourmont ed Arthur Livingston.
Mencken scrive testualmente che il critico francese Rémy de Gourmont - come si rileva dalla sua opera su L'Estetique de la Langue Française (Paris 1889) - "was the first to call attention to the picturesqueness of the Americanized Italian spoken by italians in the United States; unlukily his appreciation of its qualities has not been shared by American Romance Scholars"(40). E più avanti specifica che l'unico ad occuparsene è stato Arthur Livingston nella sua ricerca su La Merica Senemagogna(41), laddove questi osserva che gli altri "American Philologists have curiously disdained it"(42). Mencken attribuisce a questo studioso il merito di avere raccolto un numero di interessanti esempi dalle colonne pubblicitarie di un giornale italiano edito a New York. E ciò dopo aver messo in evidenza che presso le comunità italiane "all the common objects of life tend similarly to acquire names borrowed from American English, sometimes bodily and sometimes by translation. In the main, these loan-words are given Italianized forms and inflected in a more or less correct Italian manner".
Il riferimento è a Il Progresso Italo-Americano, un giornale tra i più diffusi anche nella comunità aliese, il quale, se originariamente aveva adottato il criterio di riportare gli articoli nella forma corretta italiana, successivamente aveva abbandonato questa pratica per uniformarsi all'American-Italian Language "because poorer results were obtained from advertisements restored to the literary tongue". Come se questo linguaggio fosse più facilmente compreso dagli italiani di New York rispetto alla lingua di origine. L'autore, a conferma della stranezza della trasformazione del linguaggio, riporta alcuni termini quali: ghenga (gang), indiccio (ditch), sechenze (second-hand), grosseria (grocery), marchetto (market), pinozze (peanuts), livetta (elevated), loffari (loafers), globbo (club), ghella (girl) etc.
Alcune di tali storpiature, come ad esempio ghella sono riscontrabili nel linguaggio di aliesi tuttora residenti in America o tornati ad Alia. Ma vi è una serie di altri termini che, come ho avuto modo di constatare durante le interviste da me condotte, vengono comunemente usati presso gruppi di immigrati aliesi di seconda e terza generazione. Si tratta, per esempio, delle parole nunna nel significato di suora (dall'inglese nun) e non in quello del corrente siciliano ruffiana, oppure loffa (da loaf) per indicare la pagnotta, macina per indicare la wash-machine, e così ponti per pound, rivera per river, checche per cake, chenti per candy, carru per car, ccianza per chance, teléfùni per telephone, denssis milke per dense milk. In questo contesto si inserisce felicemente il termine muffuletta che, nel vocabolario siciliano-italiano, indica il pane "molle e spugnoso"(43), mentre in una guida universitaria di New Orleans lo si trova tra le pietanze del local menu, insieme al Gumbo e al Crawfish, e sta per "a fat sandwich of meat, cheese, and olive salad, all stuffed between big, thick buns"(44).
Il fenomeno linguistico, come è noto, è stato sinora studiato, nel maggior numero dei casi, da un punto di vista sociologico. In particolare l'apprendimento o meno dell'American-English da parte degli italiani è stato considerato come uno degli indici che permettevano di misurare l'identità culturale del gruppo etnico e la sua propensione ad integrarsi o meno nella società americana. Di conseguenza, si è spesso sottovalutato il fatto che nelle comunità italiane - eterogenee anche nel loro interno perché raccoglievano emigrati provenienti dalle varie regioni della Penisola - l'Inglese rappresentava l'unica parlata unificante tra i vari dialetti. Tra veneti e siciliani, per esempio, finì per intendersi più con termini inglesi, magari storpiati, che con quelli dialettali delle rispettive regioni di provenienza.
Ciò che scaturì da questa esigenza può essere considerato un vero e proprio "arrangiamento" dalla lingua di origine alla lingua inglese con la nascita dell'Italian-American Language, Italoamericanese, di cui, nelle loro ricerche, si sono occupati Mencken, Gourmont e Livingston. E, se si vuole riportare il di-scorso in campo sociologico, si può dire che tale linguaggio, sorto per necessità, si aggiungeva alle caratteristiche che distinguevano, per lo più, gli italiani dagli altri gruppi etnici, come l'origine contadina, la struttura familiare patriarcale, il primato della famiglia sulla comunità e la forte valutazione dei legami familiari.


NOTE
(1) F. RENDA, L'emigrazione in Sicilia, Palermo, Ed. Sicilia al Lavoro, 1963, p. 47.
(2) Ibidem
(3) Cfr.Una lenta fuga dai paesi che ha svuotato la provincia, in "L'Ora", 26 settembre, 2001. E anche: Alia, indagine del comune - Si svuotano i paesi della provincia - Negli ultimi trent'anni crollo dei residenti in sette centri, in "Giornale di Sicilia", 26 settembre, 2001.
(4) E. GUCCIONE, Storia di Alia 1615-1860, Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991, pp. 88-89.
(5) C. LEONE CARDINALE, Alia, in F. NICOTRA, Dizionario illustrato dei comuni siciliani, vol.I, Palermo, Società Editrice del Dizionario, 1907, p. 246. Cfr. anche Atti dei censimenti della popolazione del Regno negli anni 1861, 1871, 1881 e 1901, pubblicati dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Direzione Generale della Statistica, Roma.
(6) A. GUARNERI, La città di Alia e il suo territorio, Palermo, Nocera, 1866.
(7) C. LEONE CARDINALE, op. cit., p. 255.
(8) Madonna, quant'è alto questo sole! / Per carità, fatelo tramontare! / Oh, non lo fate, no, per il padrone, / ma per questi infelici giornalieri / che, sedici ore di stare a bocconi, / senton le reni azzannate dai cani... / Lui il vino se lo beve di nascosto / e noi beviamo l'acqua del torrente / dove ammolliscono vinchi per legare!
Il canto fa parte di una raccolta ancora inedita, effettuata, con un nuovo metodo d'indagine demologica applicato in ambito scolastico, dal prof. Luigi Ricotta, appassionato e profondo cultore di tradizioni popolari.
(9) Da "La Voce", 3/98, p. 17.
(10) Trattavasi, come è stato definito in campo giuridico, "di un rapporto di natura reale, in forza del quale è concesso sopra un fondo, in genere rustico, ma che può anche essere urbano, a favore di una determinata persona (detta enfiteuta, od utilista), contro un corrispettivo di carattere periodico, generalmente annuo, il diritto alienabile ed ipotecabile di utilizzazione perpetua, o temporanea (ma non inferiore ai vent'anni) del fondo stesso, del suo sottosuolo e delle accessioni, facendo propri i frutti relativi, con l'obbligo di migliorarlo", in F. MESSINEO, Manuale di diritto civile e commerciale, Milano, Giuffrè, 1952, vol.II, 1, p.1
(11) Non esiste ancora uno studio sulla Chiesa di Cefalù di fronte al fenomeno dell'emigrazione, ma per le notizie comuni a tutto il territorio siciliano e a quello più specifico di Alia, paese limitrofo alla provincia di Caltanissetta, sono abbastanza istruttivi gli atti del convegno di studi organizzato a Caltanissetta dal 2 al 5 ottobre 1986 dall'Istituto Teologico "Mons. G. Guttadauro" A tal proposito cfr. AA.VV., Chiesa ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel novecento, a cura di P. BORZOMATI, Caltanissetta, Edizioni del Seminario, 1988. Di particolare interesse è la relazione di C. NARO, Chiesa nissena ed emigrazione agli inizi del '900, ivi, pp.201-240.
(12) Dalle carte dell'Archivio Personale di Mr. Vincent Dispenza, Presidente dell'Associazione A.L.I.A., 8951 Tallyho Ave, Baton Rouge, Louisiana 70806 - 8631, U.S.A..
(13) F. RENDA, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, II, Palermo, Sellerio, 1985, pp.272-273.
(14) Cfr. A. J. ROBICHAUX, Italian - American Roots, Volume I (1851 - 1861), Civil Records of Births - Marriages - Deaths of Alia, Sicily, Rayne, Louisiana 70578, Hébert Pubblications, s.d. (probabilmente del 1995), p.XIII. Questo volume è un prezioso strumento in mano degli emigrati aliesi per la ricerca dei propri antenati. È stato questo lo spirito che ha sollecitato l'editore, autore e i collaboratori a stampare in un volume i registri dello stato civile di Alia. L'impresa, certamente, non è tra le più facili, ma l'opera è già iniziata ed è uscita la prima raccolta di 540 pagine relativa al decennio 1851-1861. Ci risulta che sono in cantiere gli altri volumi, per i quali sono impegnate, tra Baton Rouge e Alia, decine di persone.
(15) Ibidem.
(16) Ivi, pp. XIII-XIV.
(17) Italian Immigrants, Over 800 arrive on One Steamship and are Warmly Greeted by Their Friends, in "The Times Democrat", Thursday, December 16, 1880.
(18) A. J. ROBICHAUX, Italian - American Roots, Volume I (1851 - 1861), cit., p. XIII.
(19) Non si tratta di un vero e proprio catalogo ma piuttosto di un mobiletto in cui in ordine alfabetico sono inserite dei fascicoli che contengono articoli di giornali o altri documenti relativi a famiglie italo-americane residenti tuttora a New Orleans o nelle zone circostanti. A curarsi della raccolta è stato in tutti questi anni Mr. Salvatore Serio oriundo da Cefalù nonché Presidente della Società cefalutana di mutua beneficenza.
(20) E-mail del 3 agosto 2001 e del 30 agosto 2001in mio possesso.
(21) Immigrants from Italy, cit., in "The Daily Picayune", Thursday, December 16, 1880.
(22) La lettera da Trento negli Stati Uniti è conservata tra le carte personali di mons. Giuseppe Randazzo. È riportata, come è stato accennato sopra, da C. NARO, Chiesa nissena ed emigrazione agli inizi del '900, in cfr.AA.VV., Chiesa ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel novecento, cit., p. 225.
(23) Fotocopia dell'originale della lettera in mio possesso.
(24) L. DEAVERS, Tickfaw procession honers Mary, in "The Chatolic Commentator", July 17, 1985.
(25) Ibidem.
(26) N. MARCHIAFAVA, Chi gioia, in "La Voce", febbraio 1995, p. 7.
(27) Ibidem.
(28) Per la versione aliese della tradizione cfr. C. LEONE CARDINALE, Alia, in "Dizionario illustrato dei comuni siciliani", vol.I, Palermo, 1907.
(29) A. NOLA, St.Joseph's Altar represents a labor of love, in "The Advocate", Thursday, March 13, 1997, p.3G.
(30) Ibidem.
(31) Ibidem.
(32) Ibidem.
(33) Ibidem.
(34) L. B. DUHE, Italians construct traditional St. Joseph Altars as thanks giving, in "The Catholic Commentor", march 12, 1997, pp. 6-7.
(35) Trattasi di un articolo scritto da A. J. ROUSSO per l'associazione italo-americana "I nipotini d'Italia". Molto probabilmente è stato pubblicato su "The Catholic Commentator", tuttavia è possibile reperire l'articolo presso il museo italiano di New Orleans.
(36) Ibidem.
(37) PH. DITTA, Cooking all'Italiana, in"Italian American Digest ", Winter, 1998, p.12.
(38) Ibidem
(39) Quartieri come il French Quarter di New Orleans, nei primi anni del novecento, venivano chiamati "Little Italy" o addirittura "Little Palermo" proprio per l'altissima concentrazione di italiani e, in particolare, di siciliani provenienti dalla provincia di Palermo.
Cfr. MARTIN HINTZ, Passaport's Guide to Ethinic New Orleans, , Passaport Books, 1995 p. 97
(40) Cfr. H.L.MENCKEN, The American Language (an inquiry into the development of English in the United States), Jonathan Cape, Eleven Grower Street, London 1922, p.408.
(41) Senemagogna significa son of a gun.
(42) Ivi p.409.
(43) Cfr. la voce "muffuletta" in A. TRAINA, Vocabolario siciliano-italiano, Poligrafica Marotta, Napoli, 1991, p. 613. Trattasi di una ristampa anastatica dell'edizione del 1868.
(44) Cfr. Loyola Intensive English Programm, student handbook, New Orleans, 2001/2002.
E anche The American Heritage Dictionary , fourth ed. 2000, alla voce "muffuletta" dove si legge: "The New Orleans muffuletta is one of the few large American sandwiches not made with a long crusty roll. Instead, it is made with a round loaf of Italian bread. The bread's shape and the presence of the olive salad distinguishes the muffuletta from the submarine sandwich. Marian Burros of the New York Times traces the creation of the muffuletta to Salvatore Lupa's Central Grocery in New Orleans in 1910. The sandwich was a favorite lunch for Louisiana farmers on their trips into town".