PRIMI SAGGI IL BREVIARIO DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI NARO di Amelia Pantano

Il breviario è un libro liturgico che contiene l'ufficio divino secondo il rito della Chiesa romana, "l'invenzione del breviario non è dovuta al clero secolare bensì è una creazione monastica derivante dalla necessità di ridurre la quantità di libri d'uso corale per celebrare l'Ufficio nei monasteri…"(1).
Anticamente l'ufficio divino veniva recitato con diversi libri, fondamentalmente un collettario, un lezionario e un antifonario, ma quando divenne obbligatorio recitare l'Ufficio, non solo in chiesa ma anche privatamente, si sentì l'esigenza di riunire tutti i libri in un volume unico che, proprio perché abbreviava l'ufficio, fu chiamato Breviarium.
Il più famoso Breviario nacque nel XII secolo con il nome di Breviarium secundum consuetudinem Romanae curiae(2) e diffuso ad opera dei Frati Minori conventuali che lo adottarono ufficialmente nel 1123(3). Nel XV secolo si tentò di trasformare il breviario dal punto di vista della latinità, utilizzando un latino usuale.
Dopo pochi anni Papa Clemente VII affidò l'incarico di riformare il breviario al Cardinale Quignorez per "ricondurre le Ore canoniche, per quanto è possibile alla loro forma antica, di sopprimere i punti più difficili di maniera che i chierici non avessero più motivo di trasgredire il dovere della preghiera canonica…"(4); il breviario pubblicato nel 1535 fu accolto con molto entusiasmo ma suscitò anche una violenta opposizione negli ambiti conservatori che lo ritenevano pericoloso soprattutto per l'abbondante lettura della Bibbia.
Nel 1556 il testo così riformato fu soppresso da Paolo IV e sostituito dall'antico Breviario della Curia romana(5).
Oggi gli elementi costitutivi dell'Ufficio sono: il Salterio, le letture e le orazioni.
Il manoscritto di Naro, mutilo di principio e fine, contiene soltanto la parte riguardante il Salterio, raccolta di 150 Salmi, composti per ispirazione divina da David e da altri scrittori ebrei, da utilizzare come formule di preghiera sia nell'uso liturgico che nella devozione privata(6).
Il codice membranaceo è composto da 158 carte, mm. 315x240x41, scritto in gotica libraria o calligrafica, è acefalo ed incompleto in fine. La scrittura è disposta su due colonne di 33 linee divise da un bastone fitomorfo.
È rilegato esternamente con un cartoncino pergamenato arricchito da una iscrizione a penna: "Breviarium in typis ghoticis, pergamena carta".
I titoli sono rubricati, i capoversi sono tutti in azzurro e rosso, 18 carte miniate in oro e colori si presentano istoriate da elementi fitomorfi o figurate in rapporto al contenuto del testo, mentre altre ad inizio dei capitoli sono pregevolmente istoriate con elementi zoomorfi, antropomorfi e fregi fitomorfi. I quattro margini della pagina e l'intercolumnio sono anch'essi ornati da un filetto frondoso arricchito da animali e figurine umane di gusto naturalistico di estrazione gotica. I colori principalmente usati sono l'azzurro, l'oro, il rosa, il verde e il rosso. Le iniziali presentano prolungamenti che denotano la tendenza ad allargare l'ornamentazione a tutta la pagina.
Non si conosce la data esatta della compilazione ma si ipotizza un'età corrispondente alla prima metà del sec. XIV per la presenza, all'interno del Breviario, del nome di S. Tommaso D'Aquino canonizzato nel 1323(7).
La decorazione del Salterio si articola in modo tradizionale, le grandi iniziali sono miniate in fondo oro e colori in campi quadrangolari spesso fregiate di foglie e steli.
Il breviario probabilmente fu acquistato dal Priore dei Minori Conventuali Francescani per arricchire la biblioteca del Convento(8), dalla lettura del manoscritto di Frate Cappuccino del XIX secolo si viene a conoscenza che il Priore Melchiorre Milazzo dell'ordine dei Minori Conventuali Francescani e fondatore, nel XVII secolo, della Biblioteca comunale di Naro, comprò dei libri a Roma "…con altre opere singolari fatte venire di Francia in Roma per nolo e con trasporto per terra da Roma in Naro"(9), probabilmente tra questi acquisti era il detto manoscritto.
Sicuramente il manoscritto è molto legato alla devozione del Santo fondatore, come attesta l'illustrazione alla c. 36. v.(10) della C del capoverso: "cantate Domino…", in cui sei francescani vestiti col saio sono rappresentati nell'atto di cantare lodi al Signore davanti ad un leggio. Tale raffigurazione è molto comune nei salterii in cui "spesso si raffigurano ecclesiastici…usualmente nelle vesti dell'Ordine cui è legata la committenza" (11). Altro esempio è alla c. 129. v. l'iniziale S di "sacerdos in eternum…" con l'elevazione dell'Ostia, anche in questo caso il sacerdote potrebbe essere un francescano con la testa rasata anche se bisogna ricordare come spesso i frati di più ordini portavano i capelli con la chierica.
Non tutte le miniature del codice sono state ideate e realizzate da un unico artista, infatti alcune carte presentano raffigurazioni su fondi colorati ed ornati da piccole decorazioni, mentre altre su pannelli aurei, mostrano una maggior rigidità nei personaggi, nei manti e l'utilizzo di decorazioni più rozze e meno ricercate.
Anche lo scritto è di più mani, quindi è probabile che per la realizzazione del manoscritto siano state occupate più persone. Il testo scritto in due colonne è diviso da un bastone fitomorfo che si sviluppa sino ad incorniciare tutta la pagina. Proprio questo utilizzo di cornice piena, altro elemento di datazione dell'opera, deriva dai prolungamenti delle iniziali, modo riscontrabile nei manoscritti d'oltralpe del XIII secolo(12).
La cornice è arricchita da tondini, elementi geometrici di derivazione islamica e da motivi fitomorfi che, nell'andamento dei racemi con fogliame terminante, derivano dall'arte federiciana e presenti in tutta la produzione artistica coeva ad esempio nel mosaico della volta della Sala di Ruggero nel Palazzo Reale di Palermo(13) oppure nel soffitto ligneo della navata centrale della Cattedrale di Cefalù, risalente al 1263(14) . Lungo l'asse inferiore e superiore della cornice, da racemi a spirale, nascono piccole foglioline policrome e spesso testine umane con copricapi tipici del periodo o mezzi busti di uomini armati con cotte di maglia ed elmi medievali rappresentati nell'atto di combattere.
Elemento di antica origine bizantina sono alcune foglie che sporgono dalla cornice(15), fiori a tre petali con il mediano allungato presenti anche nei mosaici di Monreale(16).
Le decorazioni delle cornici e delle iniziali riprendono motivi ornamentali di età sveva(17) ma anche motivi ornamentali e figurativi che rimandano alle composizioni armoniose ed alle eleganti decorazioni di Jean Pucelle(18), massimo rappresentante della scuola parigina della prima metà del XIV secolo(19), "…la cui fantasia si esprime liberamente nella originale impaginazione dei fogli circondati da un filetto frondoso, nella rinuncia ai fondi dorati e nella nuova preoccupazione plastica che anima composizioni e figure."(20).
La Daneu Lattanzi ha osservato nell'opera una compresenza di elementi tipici della scrittura gotica italiana della metà del XIV secolo, capilettera filigranati ed elementi francesi, filettature rosse e blu; per tal motivo la studiosa ha pensato che l'opera sia stata realizzata in Francia o da un miniatore francese di passaggio in Italia(21) che ha probabilmente visionato i mosaici di Monreale e studiato l'arte siciliana del periodo.
Il ricorrere ad uno scrittorio straniero non era un fatto nuovo nell'isola, durante il XIV secolo, probabilmente per una crisi dell'arte del minio o almeno per una carenza di scrittorii dovuta al periodo di decadimento politico e sociale in cui versava la Sicilia(22).
L'opera,infatti, presenta in abbondanza caratteri compositivi ed ornamentali del periodo naturalistico del gotico francese, nell'animazione e caratterizzazione intensa dei personaggi, nella linea compositiva, nella profusione dell'utilizzo dell'oro di cui gli italiani invece erano più parchi, nell'estrosità dell'ornamentazione, droleries, animali fantastici, aguzzi spigoli a spina, scene di lotta, nella raffinatezza calligrafica del disegno, nella delicata realizzazione dei volti dei personaggi, nei panneggi degli abiti a pieghe multiple e dolci(23), nel colorismo vivo, libero e prezioso, tutti motivi facilmente riscontrabili in altre opere coeve della stessa area geografica, (il Brèviaire de Belleville(24) decorato da J. Pucelle, l'Evangèliaire de la Sainte - Chapelle(25)) oltreché presenti nelle coeve opere scultoree(26).
Ma durante il lavoro l'autore probabilmente ebbe anche presente le opere del maestro delle Bibbie manfrediane, come denota la vicinanza stilistica ed ornamentativa con la Bibbia di Parigi del XIII(27) e la Bibbia Sveva di Palermo(28) dove i motivi ornamentali s'innestano nella lunga tradizione dell'isola in cui si mescolano elementi di origine araba ed elementi di età sveva.
Passando alla specifica osservazione delle carte miniate del codice non solo dal punto di vista stilistico, ma anche da quello iconografico e iconologico il testo risulta mutilo in principio e fine e comincia direttamente dal XXVII salmo con una parola maiuscola "in lacum".
Il breviario nella C. 9.v. presenta un fregio che corre lungo i margini della pagina e fra le due colonne, ornato da foglie trilobate appuntite e aguzzi spigoli di chiara matrice francese arricchiti da piccoli globi d'oro.
Nel margine in alto al centro è raffigurato il mezzobusto dell'Eterno che, con un cappello d'oro a pagoda e che con le braccia distese mantiene unito il bastone fitomorfo. La figura è realizzata con molta cura del particolare, il colore delle ali è così finemente sfumato da dare l'idea di grande leggerezza. Il margine in basso è arricchito da droleries : da racemi a spirale fioriscono testine umane, da un groviglio da cui scaturisce il mezzobusto di un uomo armato di una lunga spada mentre combatte contro un drago dalla testa umana, drolerie diffusa nella miniatura di età sveva(29) come figura ambivalente tra l'umano e l'animalesco, tra il bene e il male.
Nell'incontro del fregio del margine basso con quello destro nasce una testa di una probabile evoluzione del pellicano, figura molto utilizzata da Johensis, famoso maestro di Bibbie manfrediane(30); altra droleries si trova nel bastone fitomorfo dell'intecolumnio che, spezzato in due parti, è ricollegato da due coppie di braccia umane che, nascenti dal bastone, si tengono per mano.
Iniziale D (Dominus illuminatio mea…) in azzurro decorata da crocette in bianco, sul fondo rosa decorato come una vetrata di una cattedrale gotica, stessa decorazione del soffitto della Saint- Chapelle di Bourges, é miniata una figura umana che, con una veste rossa quasi coperta da un mantello, color terra di Siena, con un dito indica la propria testa e nell'altra mano tiene un libro verde.
La studiosa Daneu Lattanzi vi ha riconosciuto il re David con il capo cinto dalla corona(31). Una similare rappresentazione la si può osservare nella c. 184. v del salterio della Bibbia di Manfredi della Biblioteca vaticana in cui è rappresentato un giovane che in questo caso però indica il suo occhio sinistro, probabilmente tale particolare rappresentazione figurata fa presumere uno stretto rapporto con il contenuto del testo.
Stilisticamente la figura, nella lumeggiatura delle vesti, nella particolare acconciatura dei capelli, nella realizzazione dei lineamenti del volto, riprende modi degli alluminatori della miniatura francese coeva(32) e dei Paesi Bassi come nel caso della Bibbia del Museo Meermanno - Westreenianum à La Haie(33). La posizione anatomica e le pieghe della veste che cedono così dritte e rigide denunciano una grande vicinanza con la coeva scultura francese.
Alla 13.v il fregio similare al precedente è decorato con figure grottesche, grovigli fitomorfi e, nel margine inferiore, figurine a mezzobusto di uomini che, armati di lance e scudi, lottano probabilmente rappresentando la lotta tra il bene e il male di cui salvezza di redenzione dell'umanità è S. Francesco alla cui persona è legata la realizzazione dell'opera.
L'iniziale D ("Dixi custodiam vias meas") è in rosa su fondo azzurro decorato ai quattro angoli con fregi geometrici di stampo islamico. Nel campo dell'iniziale su un fondo oro ritorna la figura di David che, in ginocchio, con veste bianca, con un dito indica la bocca e con l'altra mano regge un libro rosa. In questo caso si può fare un più preciso raffronto con la già citata Bibbia di Manfredi che alla c. 187. R. presenta un giovane che indica la sua lingua(34), si può così ribadire il concetto che tale tipo di rappresentazione aveva un determinato significato connesso al contenuto morale del testo.
La figura di David in questo caso sembra essere più curata nei particolari: la barbetta quasi accennata, l'accurata lumeggiatura della veste e la corona ornata da piccoli tondini e decorazioni bianche.
Alla c. 18. v. un fregio corre lungo i margini e tra le due colonne, arricchito lungo il margine inferiore da due grovigli fitomorfi affiancati da cui fuoriescono testine umane e nel margine superiore da testine umane con particolari copricapi e grottesche di animali, il tutto decorato da piccoli globi d'oro.
L'iniziale D (" Dixit insipiens in corde suo…") azzurra decorata da vari tondini bianchi, per evidenziarne la convessità, su di un fondo rosa, con decori simili a quelli delle vetrate gotiche francesi presenta l'usuale figura del Salmo 52 dell'Insipiente o Stolto presentato con la testa calva, con una veste bruna mentre tiene in una mano un globo che accosta alla bocca e nell'altra una grossa clava. L'idea di tridimensionalità viene data da un movimento ancheggiante della figura verso destra e il contrario protendere della gamba col piede quasi al di fuori della iniziale.
La raffigurazione ha sempre destato la curiosità degli studiosi, secondo Gifford "il fool con mantello, bastone e disco, sembra poter alludere ad un'immagine caricaturale di un imperatore, con scettro e globo…"(35). Lo stolto, comunque, non è un pazzo o un malato ma un uomo degradato che allontanatosi dalla legge divina è dedito al male.
La raffigurazione riprende i canoni tipici dell' Insipiens durante il XIV secolo: la calvizie come simbolo del peccato, il globo simbolo del mondo che avidamente divora e il bastone come netta contrapposizione allo scettro regale(36).
Alla c. 23. v il fregio riprende i caratteri delle altre pagine del manoscritto; una particolare droleries presenta un mezzobusto umano che fuoriesce dal bastone dell'intercolumnio, in una mano tiene un globo d'oro con cornice bianca che avvicina alla bocca e con l'altra tiene unito il fregio fitomorfo attraverso un prolungamento del particolare copricapo. Lungo il margine superiore ritorna la testa di un pellicano.
La figura potrebbe essere un giullare o buffone di corte sia per il particolare copricapo sia per il disco che tiene in mano che si potrebbe assimilare al pane o alla pietra della pazzia con cui spesso erano raffigurati i folli(37). Probabile allegoria della insania del mondo che allontanatosi dalla giustizia divina viene riportato nella via della rettitudine da S. Francesco e dall'ordine che porta il suo nome a cui il manoscritto è legato da committenza.
L'iniziale S (" Salvum me fac deus…") in rosa con quadrangolatura in azzurro e fondo oro è divisa su due piani, in alto il mezzobusto del Cristo Pantocrator con una mano benedice e con l'altra regge il globo terrestre, in basso David, nudo, che sul capo porta la corona regale ed è coperto dall'acqua sino alle spalle, tutta la figurazione costituisce una ricorrente iconografia raffrontabile con altri manoscritti del periodo.
Il miniatore conosceva bene i mosaici siciliani che prende a modello per la realizzazione del mezzobusto del Cristo, ma le somiglianze si fermano quando si osserva il piano in basso con la figura di David in cui la rappresentazione dell'acqua con strisce verdognole supera i modelli bizantini con la caratteristica impostazione ad onde parallele e anche il corpo nudo, realizzato in modo libero e naturale, manca della stilizzazione di età bizantina presente nel De Balneis Puteolorum di Pietro da Eboli(38).
Alla c. 30. v il fregio lungo i margini e l'intercolumnio è arricchito da fantasiose droleries antropomorfiche ed elementi fitomorfi. Il margine inferiore ospita le ormai consuete scene di lotta tra figurine armate, ma in questo caso sono presenti anche figurine non armate che sembrano, con l'espressione del volto e il movimento delle braccia, scongiurare la pace in nome di Dio.
Nell'iniziale E (" Exultate Deo") in azzurro racchiusa in una quadrangolatura oro con cornice in rosso, all'interno, su fondo rosa e con decori gotici già osservati in altre iniziali, è rappresentato il re David con veste ocra e mantello rosso dalla fodera bianca e calzari a reticolo, seduto su uno scanno mentre suona con dei martelletti un particolare strumento a tre campanelle.
La rappresentazione si allontana dall'usuale iconografia riguardante tale Salmo che vede David suonare un'arpa, anche se si possono ugualmente trovare confronti con altri manoscritti: Manoscritto di Padova(39), La Bibbia Sveva di Palermo(40). La particolare posizione del corpo così libera dagli schemi riprende quella del Salterio conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e attribuito ad un miniatore della Scuola di Parigi alla quale è sicuramente legato anche il nostro alluminatore(41).
Alla c. 36.v il fregio corre lungo i margini e tra le due colonne. Particolari droleries si osservano lungo tutto il margine inferiore, nell'incontro tra il listello della colonna sinistra e il margine inferiore dove, da un groviglio fitomorfo, nasce un mezzobusto di una figurina umana armata di una grossa clava; nell'incontro tra il listello della colonna destra con il margine inferiore, da un altro groviglio, spunta un'altra figurina armata di una lancia.
Al centro del margine inferiore la scena di lotta è al culmine, un mezzobusto di uomo con un forcone sta uccidendo un serpente gigante dalla lingua biforcuta chiaro simbolo biblico del male contro il quale, a difesa della fede, si ergono questi mezzibusti fantasiosi. Similare rappresentazione si trova nel Breviario dei Frati minori della Osservanza della Biblioteca Comunale di Palermo(42).
L'iniziale C (" Cantate Domino"), in azzurro con quadrangolatura con cornice rossa e fondo oro, presenta nel campo l'usuale iconografia tipica di molti manoscritti(43), di ecclesiastici in atto di cantare. Il coro, composto da sette monaci vestiti con il saio francescano, è raffigurato nell'atto di cantare davanti ad un leggio sul quale è un libro aperto.
I volti quasi "caricaturali" dei frati e la semplicità delle vesti riprendono il Manoscritto attribuito a Clemente da Padova della Biblioteca Ambrosiana(44).
Alla C. 43.r. (fig. 1) il fregio corre lungo i margini e le colonne continuando gli ormai consueti motivi ornamentali.
Particolare drolerie si trova sul margine superiore dove, da due racemi che si intrecciano, fuoriescono due testine umane con probabili orecchie d'asino, a simboleggiare l'ignoranza dell'uomo, o di coniglio a simboleggiare la paura, la debolezza umana probabilmente nella sua incapacità ad allontanarsi da sola dal peccato.
Il margine inferiore ospita una scena di lotta tra le più vive ed animate, due figurine una vicinissima all'altra, si scagliano contro armate di lunghe spade, sopra la scena due uccellini l'uno di fronte all'altro a simboleggiare la vittoria del bene sul male e, al tempo stesso, esempio di quella rappresentazione naturalistica della realtà tipica del gotico francese.
L'iniziale D (" Dixit dominus domino meo…") in rosa su fondo oro con cornice in azzurro, presenta il Cristo benedicente che seduto su di uno scanno in veste arancione e manto azzurro, con un gesto solenne leva entrambe le mani benedicendo con una e sollevando con l'altra il globo. La quadrangolatura s'innesta con la cornice attraverso una testa di cane che, nascendo dal bastone fitomorfo, addenta l'iniziale, riprendendo un tema figurativo dell'arte sveva presente sia nella Bibbia di Manfredi che nella Bibbia sveva di Palermo(45). L'impostazione della figura nella sua rigidità e fissità riprende quella di una placchetta della Galleria regionale di Palermo risalente al secondo quarto del XIII secolo(46).
Il Cristo benedicente, pur riprendendone lo schema compositivo è ormai libero dalla rigidità del Cristo bizantino della Cappella Palatina e si presenta con movimenti più naturali ed eleganti.
Alla C. 57. r. il fregio corre lungo i margini e l'intercolumnio arricchito dalle consuete grottesche e droleries.
L'iniziale C (" Conditor alme syderum") è in rosa su fondo oro con cornice in azzurro è decorata da racemi fitomorfi e sovracornice in oro. Nel campo dell'iniziale, in alto, si affaccia il mezzobusto del Redentore che, su un fondo azzurro con stelline bianche stilizzate, con una mano benedice e con l'altra tiene il globo. La figurazione riprende l'antica iconografia del Cristo Pantocrator di chiara matrice francese pur avendo maggior libertà e grazia nel movimento. In basso, su fondo oro, un personaggio con veste arancio e manto azzurro ed in testa uno strano cappello, legge un rotolo spiegato.
La C. 70 r, mutila nella parte inferiore, presenta miniature di mano italiana del XIV secolo differenti dalle altre carte, infatti i colori sono meno lucenti e più sfumati, quasi acquerellati, più tenui rispetto ai colori vivi ed accesi delle precedenti carte di matrice francese.
È meno utilizzato il colore oro e sempre sfumato, il disegno del fregio non è delineato da un contorno nero, quasi a dare l'idea di vago ed indefinito.
Il fregio è costituito da mezze foglie d'acanto appuntite, di matrice sveva, che si vanno assottigliando man mano sino a diventare sottili steli terminanti con fiori trilobi d'oro e nastri che si vanno intrecciando in vario modo. Tutta la pagina è decorata da tondini d'oro bordati di nero e raggiati, elemento tipico della miniatura italiana(47). Il margine alto ospita al centro un riquadro a losanga che, su fondo azzurro, presenta un giglio d'oro.
Il fregio è arricchito da uccelli di vario genere e colore che col lungo becco aperto e il fare minaccioso, sembrano scontrarsi con un drago che avanza contro di loro.
La decorazione del fregio riprende quella della Bibbia della collezione Glazier dei primi anni del XIV secolo(48). Tale carta è l'esempio lampante della validità dell'ipotesi di una collaborazione tra Francia, miniatori probabilmente provenienti dalla scuola di Parigi, ed Italia per la decorazione del testo.
Si può ipotizzare che tale carta così diversa dalle altre sia stata aggiunta in un secondo tempo probabilmente per sostituire la originale pagina del manoscritto in qualche modo danneggiatasi.
Alla C. 71 r II coll. Il fregio corre lungo i margini e tra le colonne mantenendo le solite caratteristiche. La pagina è stata miniata da un altro alluminatore dalla tecnica piuttosto mediocre, il fregio pur continuando gli stessi motivi delle carte precedenti presenta una decorazione più rozza e meno delicata; i visi delle figurine umane sono più approssimati ed elementari, i colori si fanno più cupi e più grezzi, sono stesi sulla superficie pergamenacea quasi senza sfumature e le decorazioni così appaiono piatte e senza vitalità.
Con molta probabilità a questa mano sono dovuti i fregi delle pagine successive.
L'iniziale D (Deus qui hodierna die) in azzurro, con una perfilatura e tondini bianchi per dare l'idea di convessità e su quadrangolatura d'oro, il campo è decorato da girali di racemi alle cui estremità nascono piccole foglioline trilobe.
Alla C. 32. v. nell'angolo in basso a destra c'è l'unico caso di un segno di richiamo con la ripetizione della prima parola della pagina seguente.
Alla C. 82 r II coll. L'iniziale A ("Apocalips") senza figure è in rosa su fondo azzurro e cornice in oro. Il fregio corre lungo i margini superiore ed inferiore e nell'intercolumnio. Il lato sinistro delle due colonne di scritto è decorato da filettature in rosso e blu.
Alla C. 87. r. il fregio corre lungo i margini e tra le colonne. Dall'incontro tra il bastone fitomorfo del margine sinistro e quello del margine inferiore fuoriesce il mezzobusto di una figurina vestita come un crociato con una cotta di maglia metallica, un elmo, uno scudo crociato ed una lunga lancia, nell'atto di difendere la Chiesa, ma di fronte a lui ormai non c'è più nessuno, la lotta tra bene e male ormai si è conclusa grazie alla mediazione di S. Francesco. Le testine che fuoriescono dai grovigli fitomorfi del bastone sono frati francescani dalla tipica acconciatura o incappucciati che rappresentano proprio la vittoria contro il male.
L'iniziale E ("Et cum aperuisset sigillum…"), in azzurro su fondo oro, presenta nel campo S. Giovanni nimbato con una veste bianca coperta da un manto arancio, con le mani congiunte e gli occhi protesi verso l'angolo in alto della quadrangolatura da cui fuoriesce un angelo che gli porge un libro, probabilmente il Vangelo del Santo.
Il prolungamento terminale dell'iniziale presenta una infiorescenza a piccolo aquilone riconducibile alla miniaturistica di età sveva in Sicilia e ai codici francesi della città di Palermo del XIII secolo(49).
Alla C. 91. v. ( De epistula Jacobi) il fregio corre lungo i margini e tra le colonne con grottesche e testine.
La seconda colonna è decorata oltre che dal bastone fitomorfo dell'intercolumnio anche da una filettatura rossa e blu tipicamente francese(50).
L'iniziale J ("Jacobus…"), in azzurro decorata da cerchietti bianchi lungo l'asta dell'iniziale e da una cornice d'oro , presenta dei prolungamenti come piccoli fiocchi terminali con efflorescenze e fogliette trilobe. Nel campo dell'iniziale il fondo è arancio quadrettato da linee diagonali e cerchietti bianchi, " la scena composta su fondi e pavimenti a disegni geometrici, quadratini o losanghe d'oro e di colore è una caratteristica francese…"(51).
Sul fondo così ornato è la figura di un re inginocchiato che, con le mani giunte, la veste bianca con decorazioni in azzurro, coperta da un manto verde, guarda Gesù che, in piedi, con una mano sembra benedire e con l'altra regge un libro, che potrebbe essere lo stesso Breviario offerto a Dio, iconografia molto diffusa nella miniaturistica ed anche nell'arte musiva(52).
Alla C. 95. v. II col. (De epistula Johansis) il fregio corre lungo i margini e l'intercolumnio, decorato con testine umane ed uccellini.
Una strana drolerie, un uccello con testa di uomo barbuto poggia sul bastone fitomorfo ed è una probabile reminiscenza del mito delle arpie, mostro a metà tra umano e animale che ha fatto parte degli elementi decorativi della scultura romanica ed é presente anche nei capitelli scolpiti del chiostro del Duomo di Monreale.
L'iniziale Q ("Quod fuit ab initio…") in azzurro, con quadrangolatura in oro e cornicetta rossa, si sviluppa dal corpo di un drago alato che nasce dal bastone fitomorfo dell'intercolumnio.
Sul campo una figura nimbata con veste verde ed un manto avvolto alla vita verde scuro, regge tra le mani un libro che poggia al petto, probabilmente tale figura barbuta è S. Giovanni.
Alla C. 98. r. (Atti degli Apostoli) il fregio riprende i caratteri delle carte precedenti.
L'iniziale C (" Concede quesumus…") è di piccole dimensioni rispetto alle altre e sul campo presenta una figura stilizzata con veste ocra, manto arancio, capelli lunghi e barba, seduta su uno scanno mentre regge un rotolo spiegato, in testa porta uno strano copricapo con un pinnacolo laterale.
L'iniziale P (" Primum quidem…") è in rosa su fondo azzurro con decorazione a crocette e tondini e cornice in oro.
Nel campo è la rappresentazione dell'Ascensione del Cristo, in basso è rappresentata una folla di astanti su fondo oro ed in alto i piedi del Signore e parte della sua veste che sporgono da un lembo di cielo realizzato ad onde.
Le figure in primo piano sono la Vergine con ai lati S. Pietro e S. Francesco con in mano la regola dell'Ordine Francescano.
La rappresentazione riprende un'iconografia comune presente in altri manoscritti, come nel caso del Salterio descritto da M. Manion(53).
Alla C. 113 v. (Libro dei re) l'iniziale F ("Fuit vir…"), in azzurro e rosa con fondo oro, reca nel campo il mezzobusto di Elcana barbuto che con veste verde e manto arancio, regge un rotolo spiegato.
Il fregio, come anche l'iniziale sono stati probabilmente realizzati da un'altra mano, i colori sono più grezzi, le figurazioni più grandi ed elementari.
Alla C. 129 v. il fregio corre lungo i margini e tra le colonne, arricchito da grottesche, figurine umane ed elementi fitomorfi.
L'iniziale S ("Sacerdos in eternum…") è in rosa con cornice oro e sovracornice in azzurro (fig. 2); nel campo, su fondo azzurro decorato da raffinati piccoli grappoli di palline bianche, un Sacerdote, con veste bianca ornata ai bordi e un manto colore oro, è rappresentato dinanzi all'altare sul quale è una croce d'oro con i bracci trilobati, dietro di lui un chierico con una mano tiene il manto del sacerdote e con l'altra regge un lungo cero acceso.
La ricercatezza nei particolari della figurazione, il drappeggio ridondante e movimentato della veste del Sacerdote, lo studio minuzioso delle bordature della veste, la delicatezza dei volti e dei movimenti denotano un lavoro dell'alluminatore minuzioso e raffinato a differenza delle ultime carte che presentano decorazioni più semplici e stilizzate. L'impostazione della figurazione, che riprende la comune iconografia della Elevazione dell'Ostia, è molto similare al Messale di Perugia(54).
Alla C. 138 v. II col. (Dominica II post pentecostem) il fregio corre lungo i margini e tra le colonne, lungo il margine inferiore una drolerie, un mezzobusto di una figurina che prega.
I colori del fregio diventano sempre più cupi e grezzi, anche l'oro sembra meno lucente.
L'iniziale S, non figurata, in azzurro su fondo oro, si collega al bastone fitomorfo dell'intercolumnio con un prolungamento formando un piccolo aquilone. L'iniziale è decorata da tralci con foglie trilobe.
Alla C. 158 v., II col. il testo è troncato e il libro rimane mutilo al II Maccabei, VII, 13.


NOTE

1) Liturgia delle Ore, Tempo e rito, Atti della XXII settimana di studio dell' Associazione Professori di Liturgia, settembre 1993, Roma, 1994, p. 125
2) Enciclopedia Cattolica, vol. VI, Firenze 1949, p. 80
3) Dizionario di Liturgia, Autori vari, Torino 2001, p. 1016
4) M. Righetti, Manuale di storia liturgica, vol. II, L'anno liturgico, il Breviario, Milano 1969, p.. 667
5) Dizionario di…, cit., p. 126
6) M. Righetti, Manuale di…, cit., pag. 698 - 699
7) Rosa Fabrica, Il Codice miniato della Biblioteca Comunale di Naro, tesi di laurea, Università degli studi di Palermo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Anno Accademico 1970 - 1971, Relatore prof. P. Collura
8) A. Daneu Lattanzi, I manoscritti ed incunaboli miniati della Sicilia, Palermo 1984, p. 16
9) Storia manoscritta di Naro, manoscritto di Frate Saverio Cappuccino, XIX secolo, foglio 260
10) Carta 36 verso…
11) R. Semizzi, Un Breviario francescano tardoduecentesco in Il codice miniato, rapporti tra codice, testo e figurazione, Atti del III congresso di storia della miniatura, Firenze 1992, p. 131
12) A. Daneu Lattanzi, Lineamenti di storia della miniatura, Firenze 1968, pp. 56 - 57
13) M. Andaloro, Federico e la Sicilia fra continuità e discontinuità in Federico e La Sicilia, dalla terra alla corona, Palermo 1995, p. 15, fig. 16
14) M. Andaloro, op. cit. , pp. 20 - 21
15) A. Daneu Lattanzi, op. cit., fig.10
16) A Daneu Lattanzi, op. cit. , p. 22
17) M. C. Di Natale, La Miniatura di età normanna e sveva in Sicilia, in Federico e la Sicilia. Le arti figurative e le arti suntuarie in Federico e la Sicilia dalla terra alla corona, Palermo 1995, pp. 385 - 412; 18) A. Daneu Lattanzi, op. cit. , pp. 35 - 64
A. Daneu Lattanzi, op. cit., pag. 17
19) M. Rotili, Miniatura francese a Napoli, Roma 1968, p. 1968; Enciclopedia Universale dell'arte, Vol. IX, coll. 381
20) Capolavori nei secoli, 1961- 1964, vol. IV, p. 134
21) A. Daneu Lattanzi, I Manoscritti…, op. cit., p. 17
22) A. Daneu Lattanzi, Lineamenti…, op. cit., p. 81
23) Capolavori nei secoli, vol. IV, op. cit., p. 136
24) A. Le Coy de Marche, Les manuscripts et la miniature, Paris, pp. 165 - 192; Henry Martin La miniature francaise du XII au XV siècle, Bruxelles 1924
25) A. La Coy de Marche, Les Manuscripts…, op. cit., fig. XLVII
26) Capolavori nei secoli, Dall'arte Carolingia al gotico, vol. IV, p. 134
27) 1 A. La Coy de Marche, Le Manuscripts…, op. cit., fig. VI
28) A. Daneu Lattanzi, Lineamenti …, op. cit., fig. 49 - 50
29) M. C. Di Natale, La miniatura…, op. cit., p. 410
30) M. C. Di Natale, La Miniatura…, op. cit., p. 393
31) A. Daneu Lattanzi, Manoscritti…, op. cit. p. 17
32) Enciclopedia universale…, cit., Vol. IX, tav. 183
33) A. W. Bivanck, La miniature dans le Pays - Bas septentrionaux, Paris MCMXXXVII
34) M. C. Di Natale, La Miniatura…, cit., p. 399
35) M. Assirelli, L'immagine dello stolto nel salmo 52 in Il codice miniato, rapporto tra codice, testo e figurazione, Firenze 1992 , p. 23
36) M. Assirelli, L'immagine dello…, op. cit., pp. 19 - 37
37) M. Assirelli, L' immagine dello…, cit., p. 29
38) A. Daneu Lattanzi, Lineamenti…, cit., fig. 47 - 48
39) H. Buchthal, Miniature painting in the latin kingdom of Jerusalem, Oxford 1957, plate 60a
40) M. C. Di Natale, La miniatura…, cit., p. 408
41) M. Rotili, Miniatura…, op. cit., tav. XVI a
42) M. C. Di Natale, Un codice francescano del quattrocento e la miniatura in Sicilia, Palermo 1985, fig. 12
43) Il codice miniato, rapporti tra il codice, testo e figurazione, Atti del III congresso di storia della miniatura, R. Semizzi Un Breviario…, op. cit., Firenze 1992, p. 131
44) La miniatura italiana tra gotico e rinascimento, Atti del II congresso di storia della miniatura italiana, Firenze 1982, p. 95, fig. 9
45) M. C. Di Natale, La miniatura…, cit., pp. 397 - 412
46) Federico e …, op. cit., scheda n. 56, p. 230
47) M. C. Di Natale, Il Breviario…, cit., p. 104
48) A. Daneu Lattanzi, Lineamenti…, op. cit.,fig. 74 - 79
49) M. C. Di Natale, La miniatura…, cit., p. 438
50) A. Daneu Lattanzi, Manoscritti…, cit., pag. 17
51) F. Pottino, Un libro d'ore miniato franco - fiammingo del XIV secolo nel Museo nazionale di Palermo, Palermo 1929, p. 13
52) B. Rocco La Martorana di Palermo, chiave ermeneutica, BCA, Anno III, 1,2,3,4, 1982, pp. 27 - 29
53) M. Manion, Italian manuscripts in Australian Collections, in La miniatura italiana…, cit., p. 184
54) H. Buchthal, Miniature…, cit., plate 59 a