Il domani. un quindicinale democristiano ortodosso: dal caso milazzo al compromesso storico di Giuseppe Palmeri

Il 25 marzo del 1957 furono firmati a Roma tra Germania occidentale, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo i trattati istituitivi della Comunità economica europea e dell'Euratom per promuovere uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità, un'espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento accelerato del tenore di vita e più strette relazioni tra gli Stati che vi partecipano, come è indicato nell'art. 2 del trattato istitutivo della C.E.E..
Fu l'inizio concreto del processo di integrazione europea: un drastico voltare di pagina nella storia delle secolari contese militari tra le potenze firmatarie e, nello stesso tempo, la scelta solenne - tra modello economico e politico occidentale e capitalista e modello comunista e collettivista - del primo, con l'impostazione di fondo del sistema produttivo dei sei Paesi sottoscrittori secondo le regole di mercato, di libertà di impresa, concorrenza e libera circolazione di capitali, lavoro e persone. Di conseguenza, la proposta anticapitalista e statalista del comunismo apparve agli occhi degli europei ancora più scardinante e rivoluzionaria.
Dopo pochi giorni dalla firma del Trattato di Roma, il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, in risposta ad una lettera del Presidente degli USA Eisenhower, esprimeva una posizione sul Medio Oriente molto vicina alle vedute ed alle esigenze espresse dai Paesi arabi. Il Governo, presieduto da Antonio Segni, non condividendone l'indirizzo, rifiutò la controfirma. Si temeva che una apertura al mondo arabo potesse favorire l'infiltrazione del pensiero di Mosca, allora sensibile alle rivendicazioni del c.d. terzo mondo, e si pensava che quella civiltà fosse nei suoi interessi inconciliabile col mondo occidentale e soprattutto con la politica degli USA cui l'Italia doveva mostrare indiscussa adesione (allora!). D'altra parte, erano attuali le cronache dell'invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici, avvenuta il 1° novembre dell'anno precedente, e si andava manifestando un certo travaglio morale, espresso in certi casi con dimissioni, da parte di intellettuali ed uomini politici comunisti che non avevano condiviso l'atteggiamento del P.c.i. nei confronti di quella brutale repressione da parte dello Stato-guida del comunismo.
In una tale situazione di fondo, la Democrazia cristiana era più che mai convinta del proprio ruolo di baluardo insostituibile delle libertà individuali e della religione cattolica nel nostro Paese. I consensi, del resto, non le mancavano, essendo attestata intorno al 40 per cento dei voti contro una percentuale del 22 per cento di voti comunisti ed un 14 per cento di voti socialisti, mentre i governi a guida democristiana (Segni, Zola) potevano contare ancora su un consistente appoggio dei partiti di destra.
Analoga era la situazione in Sicilia, dove, alle elezioni del 1955, la Democrazia cristiana superava il 38 per cento dei voti, contro il 20 per cento del P.c.i. ed il 10 per cento dei socialisti, mentre i monarchici erano ancora forti di oltre il 13 per cento dei consensi ed il M.s.i. sfiorava il 10 per cento. Il che, nel solito caotico susseguirsi di crisi e di brevi governi, consentiva comunque alla Democrazia cristiana di essere sempre la guida fondamentale nel governo della regione.
Ciò che accadeva, invece, in Sicilia negli anni intorno al 1957, aveva una forza esplosiva al di fuori del rigido computo di voti e della contrazione di alleanze, tale da non potersi considerare e valutare con la comune logica delle segreterie politiche. Il concentramento degli interessi di multinazionali come la Gulf-oil, l'Edison, la Sir per un polo petrolchimico siciliano; la venuta di Mattei in Sicilia, con tutto l'interesse dell'Eni per lo sfruttamento del petrolio siciliano; la legislazione nazionale incentivante investimenti nel Sud; il tramonto dell'industria zolfifera con tutti i problemi di chiusura o riconversione e, quindi, la forte dialettica tra Governo nazionale e Regione circa l'effettiva titolarità della direzione politica dello sviluppo industriale della Sicilia, erano tutti temi idonei per un riaccendersi di certe rivendicazioni indipendentiste o comunque di acceso autonomismo.
In questo contesto si cominciavano a fare verifiche sull'effettività del ruolo della Regione nella difesa degli interessi siciliani; mentre nel clima che ne scaturiva, fortemente ancorato al segmento di storia in cui quella situazione si era determinata, il 9 marzo 1957 nasceva Il domani, quindicinale politico, economico, sindacale. Ne era direttore Nino Muccioli(1), esponente di spicco della Cisl, e direttore responsabile Giuseppe Maggio Valveri(2). Dal 1959 il nuovo giornale, che avrebbe avuto vita lunga, durando fino al 1986, divenne un settimanale sotto l'esclusiva direzione di Maggio Valveri, sostituendo all'aggettivo "sindacale" quello di "finanziario".
Nel "fondo" di presentazione si diceva: "Abbiamo deciso di lanciare questo foglio con la presunzione non della sua utilità, ma della sua non inutilità … Vuole essere libera palestra per tutti coloro che vogliono combattere la battaglia di una sana politica regionale in tutti i suoi settori e non vuole trascurare il problema sindacale, che sta alla base di un dignitoso e responsabile vivere". Si spiegava, poi, che "il profondo rinnovamento delle vecchie strutture del paese, auspicato dalle nuove generazioni e dagli uomini più avveduti di quelle passate, è oggi senza dubbio sulla via di essere attuato. Troppe remore, troppi interessi, troppe clientele, ritardano tuttavia questo processo di liberazione della realtà contemporanea dalla paludosa staticità delle posizioni precostituite". Circa la linea politica, si informava che "Il domani non è portavoce, né organo di alcun partito … Siamo con la povera gente della quale sentiamo anzitutto l'ansia di una sempre più giusta distribuzione redditiva, e per la quale saremo paghi se, dei più umili e più meritevoli, sapremo essere stati un portavoce disinteressato ed autentico. Siamo appunto per una più reale democrazia che, superando la retorica ottocentesca della democrazia formale, realizzi la democrazia sostanziale, che affermi nel suo senso l'inserimento autentico dei lavoratori nell'indirizzo del nostro Paese".
Come orientamento politico-ideologico, il giornale fu chiaramente democratico-cristiano e apertamente a sostegno di alcuni uomini politici siciliani della D.c.; basti vedere i numeri che precedettero le elezioni politiche del 25 maggio 1958, in cui sono riprodotte ripetutamente, sotto il titolo I nostri candidati, le foto di Bernardo Mattarella, Franco Restivo, Gullotti, Pecoraro, Muccioli, Paola Tocco Verducci, Magrì e Gioia(3); tutti candidati, appunto, della Democrazia cristiana.
In una visione di fondo dei problemi siciliani dalla parte della D.c., si prospettava un'azione critica e promozionale di un ruolo meno effimero per la Regione. Maggio Valveri avrebbe chiarito così questa posizione all'inizio del terzo anno di vita del giornale: "continueremo ad appoggiare la D.c., giacché crediamo che oggi più che mai soltanto dalla Democrazia cristiana la Sicilia può attendere la propria salvezza e la propria crescita. Naturalmente, continueremo ad essere amici della D.c. non risparmiando ad essa critiche quando ci sembreranno giuste, giacché la nostra non è fiducia mitologica o aprioristica: Amicus Plato sed magis veritas diceva il vecchio filosofo. Così, anche noi siamo e saremo amici della D.c. fino a quando essa sarà vero ed efficace baluardo e strumento insieme dell'Autonomia(4)".
Commemorandosi il 15 maggio del 1957 il decennale dell'Autonomia siciliana, si notava poi che "Primo e secondo parlamento non delusero le attese e le speranze; la stessa cosa sinceramente non si può dire del terzo: troppi equivoci si addensano sulla sua attività. Un certo provincialismo, un certo indulgere a perniciose accademie, una certa permanente atmosfera da congiura di palazzo [pareva già presagirsi quello che sarebbe successo con il secondo governo La Loggia e oltre]; una certa forma di deteriore machiavellismo che coglie uomini e partiti non possono non riverberarsi sulla vita stessa della Regione, sulla sua azione e sull'efficacia di questa azione… È l'ora di svegliarsi e di riprendere il cammino; altrimenti l'Autonomia fallirà"(5).
Data la stabilità del quadro politico cui pareva potersi fare, malgrado tutto, affidamento, era come se il giornale volesse svolgere un ruolo di incentivo per un migliore utilizzo degli strumenti disponibili e, visibilmente, di quelli offerti dalle partecipazioni statali nelle imprese. Visibile era una certa attenzione alla politica dell'ENI. Ma l'episodio che presto avrebbe rilevato ancora meglio la linea ortodossamente democristiana del giornale ed, insieme, una sorta di fede convinta nell'inevitabilità che fosse solo con l'intervento di questo partito che certe azioni politiche utili alla Sicilia si sarebbero potute sviluppare, fu quello della ribellione di Silvio Milazzo e dei suoi seguaci al partito cattolico.
Il caso era esploso già il 4 agosto 1958 con la bocciatura in Assemblea regionale, in sede di voto a scrutinio segreto, del bilancio della Regione. Questo fatto, contenente già in sé il chiaro disfavore da parte di molti democristiani per il capo del governo che aveva presentato il documento finanziario, portò, dopo un duro braccio di ferro, alle dimissioni di La Loggia (3 ottobre). Il giornale commentò molto severamente ed aspramente l'accaduto, parlando di proditorio attacco e paragonando i voti contrari, segretamente espressi dai membri della maggioranza, alle "lupare" che, questa volta, dalle contrade dell'interno dell'Isola si erano trasferite a Sala d'Ercole: "Stavolta hanno sparato sulla Sicilia! Hanno sparato non per colpire un uomo, ma un programma, un indirizzo di politica economica e sociale, il progresso della Sicilia, il rinnovamento delle sue vecchie e logore strutture, la riscossa dei lavoratori. Per questo hanno sparato in agguato, dietro le siepi e con la maschera sul volto: se La Loggia doveva essere rovesciato per un indirizzo politico, perché aveva sbagliato, perché si dovevano raggiungere fini confessabili, si sarebbe dovuto fare il processo nella sua sede competente: il Parlamento regionale, ed i voti sarebbero stati espliciti e conseguenti ad una onesta e dignitosa dichiarazione"(6).
Quindi, come è noto, la ribellione (o "spaccatura") dei deputati democristiani di Sala d'Ercole continuò quando, dopo le dimissioni del governo presieduto da La Loggia, al candidato ufficiale della Democrazia cristiana, Barbaro Lo Giudice, vennero a mancare in sede di elezione del nuovo presidente della Regione (23 ottobre) ben 16 voti democristiani, mentre risultò eletto con i voti di parte dei democristiani, dei socialisti, dei comunisti, dei missini e dei monarchici Silvio Milazzo, deputato della Democrazia cristiana. Milazzo, chiamato immediatamente a Roma e caldamente invitato ed allettato con serie promesse da Rumor e dai capi del partito a dimettersi, non si dimise, dando invece luogo, il 30 ottobre, ad un governo di unità siciliana, cui parteciparono deputati democristiani dissidenti, socialisti, un indipendente di sinistra eletto nelle liste comuniste, missini e monarchici. Solo alla vigilia delle elezioni regionali del 1959 sarebbe nata, come secondo partito cattolico, l'Unione siciliana cristiano-sociale, di cui fu segretario politico Francesco Pignatone. Ciò, per l'iniziativa di Ludovico Corrao e di Pignatone, ma con una certa riluttanza da parte di Milazzo.
Molte sono state, in sede di analisi storica, le interpretazioni della Operazione Milazzo e del convergere intorno a lui dei consensi di sinistra e di destra(7). Per lo più si è ritenuto però fondamentalmente che il governo Milazzo era sorto come l'epilogo di un diffuso sentimento di ribellione al centralismo fanfaniano di Roma che, facendosi interprete dei grandi industriali del Nord, tendeva ad ostacolare le nuove spinte autonomistiche che, attraverso la società finanziaria a capitale pubblico Sofis, pareva potessero staccare la Sicilia dalle linee generali del Governo nazionale e della Confindustria, in fatto di interventi nell'economia del Sud e, particolarmente, nell'impostazione del sistema di sfruttamento dei promettenti giacimenti petroliferi scoperti in Sicilia. E ciò con grandi prospettive di sviluppo per la Sicilia. Tra la Confindustria e la sua sezione di Palermo, la Sicindustria presieduta dall'ingegnere La Cavera, si era determinata, del resto, una seria spaccatura.
Sulla base di questa interpretazione dei fatti che vedono nell'operazione Milazzo l'ultimo conato di indipendentismo della Sicilia, Milazzo fu moralmente sostenuto, popolarmente, da quanti vivevano in un clima di rivalsa sicilianista, di illusoria euforia per la scoperta del petrolio e di speranza, finalmente, di un possibile ribaltamento della condizione "meridionale" della Sicilia, data una certa fiducia in una Regione che potesse mostrarsi veramente autonoma da Roma. In sede politica, Milazzo fu sostenuto da quanti avevano visto in La Loggia un uomo legato ai grandi monopoli del nord ed alla corrente fanfaniana: donde la diffidenza per una politica che avrebbe potuto sfuggire dalle sedi siciliane ed un certo ostruzionismo verso le sue proposte in Assemblea regionale, e le conseguenti critiche alla staticità del suo governo. Tutte tali condizioni, che i socialcomunisti avevano colto al volo nella loro strategia di scalata del potere, avevano portato alla bocciatura a scrutinio segreto (con il tradimento di molti franchi tiratori democristiani) del bilancio della Regione per l'anno finanziario 1958-'59, presentato appunto dalla Giunta La Loggia.
Né erano mancate, naturalmente, le ragioni personali dell'uomo politico Milazzo il quale aveva visto convergere sul suo nome l'attenzione delle opposizioni altre volte. Già nel 1955, egli era stato eletto presidente della Regione con i voti dell'opposizione, ma si era dimesso e, in occasione del primo governo La Loggia, sebbene non proposto dalla maggioranza ufficiale, era stato eletto ugualmente come assessore; ma questa volta non si dimise: fu solo relegato in un Assessorato secondario. Ma queste ultime ragioni furono soltanto una condizione favorevole, il brodo di coltura di un fenomeno destinato comunque a verificarsi, a compimento d'una certa storia ormai svoltasi e nella quale la condizione di Milazzo era stata probabilmente attentamente studiata da chi sognava la rivolta anti D.c.
Ricordàti brevemente i fatti, sui quali vi è un'ampia critica storica, va detto che Il domani non ebbe esitazioni a condannare immediatamente l'operazione. Già nell'edizione dell'1 novembre si definiva re travicello il nuovo presidente della Regione e si avvertiva che egli nient'altro sarebbe stato se non un comodo sgabello per i socialcomunisti: "I partiti di sinistra sperano di veder collaudata ancora una volta la politica togliattiana del tanto peggio-tanto meglio". Ed ancora: "Si qualifichi perciò questo governo come coalizione sostenuta dai comunisti al solo e dichiarato scopo di combattere la Democrazia cristiana; si qualifichino gli assessori come complici coscienti o involontari del gioco comunista; si qualifichi quella che si vuol gabellare per una radiosa aurora come l'estremo tentativo di avvalersi di alcuni errori della D.c. per tentare di arrestare il cammino di rinnovamento della Sicilia"; ed addirittura: "Lotta ad oltranza contro il mito Milazzo(8) … e gli uscocchi(9)".
Innumerevoli furono gli articoli di critica sull'inconcludenza ideologica e programmatica e sulla pericolosità dell'operazione. A riassumerne lo spirito potrebbero servire da sole le vignette di Franco Nicastro e specialmente quella che il giornale pubblicò nel numero del 15 novembre 1958, in cui si vede Milazzo al suo scrittoio sotto i ritratti di Kruscev, Mussolini ed Umberto II: sintesi di pensieri inconciliabili.
Inconciliabile con la dichiarata permanenza di Milazzo nell'area cattolica sembrava la presenza incombente, nell'operazione, di Emanuele Macaluso, leader regionale del P.c.i., il cui attaccamento al comunismo sovietico si manifestava proprio in quei giorni: "L'onorevole Macaluso va a Mosca al XXI congresso del Partito comunista russo - informava l'editoriale del 2 gennaio 1959 - è una notizia che dovrebbe far meditare in Sicilia l'on. Milazzo… nel rigido mondo comunista infatti un viaggio a Mosca, in una occasione simile, costituisce un premio che viene attribuito in base ai meriti e all'importanza del personaggio invitato: è una specie di consacrazione ufficiale che si riceve ad limina in riconoscimento dei servizi prestati. E l'on. Macaluso, guida effettiva del comunismo siciliano, ha reso un grosso servizio al comunismo italiano: è riuscito infatti a dimostrare che, malgrado tutte le tragiche esperienze a cui il comunismo, fin dal suo sorgere, ha sottoposto l'umanità, esistono ancora all'interno del mondo occidentale i cosiddetti utili idioti, disposti a credere che col comunismo sia possibile scendere a patti, percorrere strade insieme, servire scopi che siano diversi da quelli che in quel determinato momento sono utili per il Partito comunista …".
In questo tono il giornale proseguì fino alle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea regionale, svoltesi il 12 giugno 1959, per le quali l'U.s.c.s., il partito di Silvio Milazzo, si presentò col simbolo della croce latina sul profilo della Sicila. I risultati confermarono "l'insostituibile funzione della Democrazia cristiana", come annunziò il giornale(10). In effetti. La D.c. aveva "tenuto" ma i cristiano-sociali avevano conseguito oltre il 10 per cento dei voti, erodendo l'elettorato di destra.
Si presentò dunque una "situazione nebulosa"(11) per la formazione del nuovo governo, perché "l'atteggiamento dei partiti di destra è stato almeno in sede di segreterie nazionali drastico e chiaramente preclusivo ad ogni ulteriore collaborazione in sede di governo regionale con i comunisti, comunque camuffati … ma non abbiamo ancora il parere degli onorevoli Grammatico, Occhipinti, Mangano, Marullo, Pivetti circa le prospettive di formazione del prossimo governo".
Il citato onorevole Grammatico, protagonista di quei fatti in quanto deputato, allora, del M.s.i. e poi storico degli stessi fatti, assicura ora che il suo partito non aveva un patto con la D.c. per la conclusione dell'operazione, prima delle elezioni; ma che l'impraticabilità del suo proseguimento scaturì dalla volontà del P.c.i. di partecipare direttamente alla giunta(12), il che, sebbene nei fatti non sia avvenuto, segnò uno spostamento verso sinistra delle intenzioni di Milazzo e soprattutto dei suoi più stretti collaboratori: specialmente di Corrao. Da qui, ancora una giunta presieduta da Milazzo dal 20 agosto al 17 dicembre 1959, eletta con l'appoggio dei comunisti ma senza una solida maggioranza, in un'Aula dimezzata, sebbene fosse stata tentata prima una maggioranza U.s.c.s. - D.c.
In vista di un tale sbocco, il giornale, divenuto possibilista, aveva spiegato: "Il dilemma che si offre alla D.c. è: collaborare con Milazzo o passare all'opposizione (…) e non è esatto che si tratterebbe di collaborare con il P.c.i., dato che l'U.s.c.s. si è dichiarata disposta a formare un governo con la D.c., cui partecipino rappresentanti del P.l.i. e del P.d.i. (49 voti): rappresenterebbe una soluzione democratica del problema"(13). Ma, come ora si sa, la storia correva verso l'esaurimento delle ragioni e delle energie che avevano determinato quell'esperimento.
L'8 dicembre, con una edizione straordinaria e titolo a caratteri enormi su nove colonne, il giornale annunziava: "Finalmente. L'on.le Silvio Milazzo ha rassegnato le dimissioni dal governo regionale", e spiegava: "È caduto perché ha tramutato l'obiettivo autonomistico con il quale si era sforzato di accreditarsi dinanzi alla Sicilia con l'opportunistico pericoloso obiettivo del fronte popolare". Altro titolo diceva: "La nostra Sicilia riprende il cammino della rinascita". In effetti, il motivo "tecnico" delle dimissioni era stato, come per la caduta del governo La Loggia, la bocciatura a scrutinio segreto del bilancio.
Ma l'euforia durò poco: il numero del 18 dicembre annunziava, nuovamente su nove colonne: "Milazzo rieletto Presidente della Regione: riesumato il cadavere del Fronte popolare". Quindi il clima confusionale che porterà appena due mesi dopo all'affaire Corrao-Santalco, ossia al tentativo di corruzione, svoltosi all'albergo delle Palme, per l'acquisto del voto mancante alla ex maggioranza (avendo, Benedetto Majorana della Nicchara, lasciato la coalizione milazzista) e quindi alla chiusura definitiva della c.d. Operazione Milazzo. Era, secondo il giornale, il "naturale rigurgito di un movimento di affarismo e corruzione"(14); mentre la fine di Ludovico Corrao, l'odiato artefice di tutte le più spericolate ed oscure trame anti-D.c., veniva commentata con particolare rigore, con sarcasmo e perfino con disprezzo. Eloquentemente, una tale sconfitta personale, era descritta puntualmente nella vignetta di Franco Nicastro, con Corrao in abiti da Napoleone che, in un triste tramonto, cavalcando un somaro, si avviava alla sua S. Elena, la natia Alcamo. E tutto ciò perché Silvio Milazzo aveva respinto l'accordo con la D.c., "solo perché la D.c. non volle fare da madrina al battesimo democratico del Partito comunista, che lo stesso Milazzo intendeva pregiudizialmente celebrare". Aveva rifiutato un'alleanza con la D.c., una larga maggioranza ed un programma sinceramente autonomistico "perché più importanti per lui erano le suscettibilità dei ventidue deputati comunisti"(15).
Quello che dell'operazione Milazzo è messo in evidenza dal giornale, come pericolo per le sorti del nostro Paese, è soprattutto l'intento comunista di servirsi di essa per accreditarsi come partito di governo perfettamente democratico e, comunque, per conquistare il potere in qualsiasi modo.
Analogo pericolo, ma questa volta su basi di violenza, il giornale vedeva nelle manifestazioni comuniste di piazza, con annessi scontri con le forze dell'ordine, esplose in molte città d'Italia, dichiaratamente contro l'intenzione del M.s.i. di tenere il proprio congresso nazionale a Genova il 2 luglio del 1960, ma sostanzialmente contro il governo presieduto da Tambroni, reggentesi col voto determinante del M.s.i.
In Sicilia, nel corso delle manifestazioni di Licata (5 luglio) e di Palermo (8 luglio), si registrarono due morti e diverse decine di feriti. Il domani commentava, sotto il titolo "Le grandi manovre del colpo di Stato": "I comunisti si trovano oggi in una tipica situazione di isolamento, poiché i socialisti non sono più legati a filo doppio con loro come una volta: sicché è logico che tentino disperatamente di conquistare il favore delle masse popolari con tutti i mezzi e con ogni sistema, cercando quindi di partecipare prima e di guidare poi qualsiasi manifestazione di protesta. Approfittando del congresso che incautamente i neofascisti volevano tenere a Genova, i comunisti hanno esasperato le dimostrazioni di protesta, non tanto in qualità di vergini vestali dell'antifascismo ma solo con lo scopo fin troppo apparente di colpire il governo Tambroni pesantemente appoggiato a destra… Sono state e saranno organizzate squadre, anzi squadracce di ragazzini, i quali accettano con entusiasmo il compito di prendere a sassate i poliziotti, sicuri di avere alle spalle dei validi difensori che, le loro intemperanze e le loro violenze, chiameranno sempre manifestazioni di protesta (…) nella speranza di pescare nel torbido e di ricreare un clima da 1922, dal quale dovrebbero essere loro, questa volta, ad uscire vittoriosi"(16): perché, come titolava il numero successivo, "hanno il fez nel cassetto"(17).
Quel clima, la cui conseguenza era stata il Fascismo conclusosi appena quindici anni prima, poteva tutto sommato riaccendersi, dato il perdurante ed accanito massimalismo antioccidentale ed anticapitalista che caratterizzava ancora la base comunista, specialmente nel nord d'Italia, e quindi non potrebbe dirsi ora azzardato il commento del giornale.
Conclusosi, comunque, il periodo del milazzismo e postosi fine al governo Tambroni, tornava a rafforzarsi l'interesse del giornale per la politica industriale ed economica del governo regionale, alla cui testa la D.c. era tornata definitivamente (ossia per durare fino agli inizi degli anni Novanta, quando questo partito cesserà di esistere). Si poteva così annunziare con autentico entusiasmo che, alla presenza di Enrico Mattei, si erano presentati i primi impianti di raffinazione del petrolio estratto nella Sicilia meridionale: "Con l'inaugurazione del complesso petrolchimico di Gela è nata per la Sicilia una nuova speranza". Le lunghe e dettagliate cronache parlavano del "Texas dell'Europa" e della "fase d'una poderosa trasformazione economica"(18).
Del resto, con i governi di centro-sinistra presieduti da Giuseppe D'Angelo, si era raggiunta una certa stabilità nella composizione delle maggioranze, ormai di centro-sinistra, essendosi definitivamente conquistato all'area, sicuramente democratica e moderata, il Partito socialista italiano di Pietro Nenni. L'8 settembre 1961 il giornale aveva annunziato: "Eletto D'Angelo. Il centro-sinistra formula necessaria per l'avvenire della Regione. Destra e comunisti posti ai margini del gioco" e spiegava come ormai il P.s.i. avesse imboccato la via della democraticità staccandosi sempre più dal modello più ortodossamente marxista ed antioccidentale del P.c.i. Della quale spiegazione vi era certamente bisogno per i lettori, perché l'atteggiamento culturale di tutti quelli che non avevano fatto una scelta anticapitalista era sempre quello che i socialisti fossero marxisti, legati al P.c.i. e quindi a Mosca. Gli Stati Uniti, d'altra parte, guardavano con sospetto alla riconversione del partito di Nenni verso la socialdemocrazia ed ai governi di centro sinistra, temendo che obiettivo di tali operazioni, da parte del P.s.i., potesse essere la creazione di un grande fronte sotto il controllo dei comunisti(19).
Mentre la partecipazione dei socialisti ai governi regionali, appunto di centro-sinistra, è sostenuta dal giornale come idonea forma di reggimento della cosa pubblica in quel segmento di storia, salvo polemizzare con i singoli responsabili socialisti per i loro giochi tattici per la conquista di piccole fette di potere, in occasione delle lunghe e frequenti crisi avutesi sul finire degli anni Sessanta(20), con i comunisti la posizione di netta chiusura restava quella pregiudiziale dell'inconciliabilità ideologica di fondo.
Proprio nell'autunno del 1968 si era avuta, del resto, l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia che il giornale commentava così: "Un'altra tragedia si è compiuta nel cuore dell'Europa: ed essa non riguarda solo i cecoslovacchi, ma ci coinvolge tutti ed avrà ripercussioni sul destino di tutti (…). I comunisti italiani hanno condannato l'intervento russo come un errore degli attuali dirigenti sovietici: un errore che può essere corretto. Essi sanno però che non si tratta tanto di un calcolo sbagliato dei dirigenti russi quanto del corollario inevitabile della concezione comunista della lotta politica. Certo è evento notevole il fatto che il P.c.i., almeno pubblicamente, rinneghi il concetto dello Stato-guida: ma non è sufficiente a far sì che il P.c.i. possa essere assimilato ad un partito democratico. Il nodo è costituito dal leninismo: dal concetto di partito-guida e non da quello di Stato-guida. Ed è un nodo che il P.c.i. deve ancora affrontare; e gli altri partiti aiuteranno il P.c.i. a sciogliere questo nodo non con dialoghi improvvisati ma ponendo come condizione preliminare al P.c.i. il rinnegamento di quegli schemi ideologici e operativi che inevitabilmente portano ad eventi come quelli ceki di questa settimana(21)".
Quando, in mezzo alle ricorrenti crisi governative alla Regione, accadde nel 1968 il terremoto del Belice, con oltre trecento morti ed interi paesi da ricostruire ed assistere, parve al giornale che i comunisti volessero sfruttare l'occasione per una loro avanzata verso il quadro governativo e commentò così: "La pertinacia con la quale i comunisti, ad ogni occasione, rispolverano la proposta di una formula unitaria di governo è veramente degna di miglior causa. Tutte le occasioni sono buone: ultima, quella del terremoto. Già da qualche giorno il quotidiano paracomunista palermitano, nei commenti al disastro, suggeriva la formazione di un governo che comprendesse i comunisti: adesso ha reso più esplicita la proposta suggerendo o facendo suggerire, da una serie di sindaci, la costituzione di un governo di unità siciliana (…). Non varrebbe, forse, neanche la pena di fermarsi a commentare queste proposte, se esse non rivelassero, a prima vista, il loro reale contenuto: che è quello di utilizzare ogni occasione, compresa quella tragica del terremoto, per perseguire un fine che con i terremotati e con la Sicilia non ha altro rapporto che quello strumentale, tipico dei comunisti. E' auspicabile che anche coloro che incautamente, seppur con le migliori intenzioni del mondo, si prestano al gioco dei comunisti si rendano conto che un governo di unità, cosiddetta popolare, sarebbe (e noi siciliani ne abbiamo esperienza) un effetto del terremoto: e invece che ad accelerare servirebbe a ritardare la ricostruzione e la rinascita della Sicilia occidentale. Sarebbe cioè un rimedio che, piuttosto che guarirli, aggraverebbe i mali antichi e recenti(22)".
Malgrado tutto ciò, il giornale pare volesse essere la spinta occorrente alla Democrazia cristiana per un uso quanto più utile del potere. Si parlava così della necessità d'una profonda riforma burocratica, come del resto si è sempre fatto in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.
Gli impiegati statali erano circa un milione e mezzo; più di tanto i pensionati; per cui si informava che una tale situazione "ingoia(va) più della metà dei fondi disponibili dello Stato"; conseguentemente, perdurando una tale condizione, "lo Stato dovrà accontentarsi di fare le funzioni dello sportello-cassa, anzi di semplice passamano: incassare tasse e tributi e pagare impiegati e funzionari. Non ha altro da fare, non ha altre possibilità"; quindi si avvertiva che "l'Italia si trova oggi nell'impellente necessità di scegliere senza perdere tempo e senza possibilità di scappatoie: o fa la riforma dell'amministrazione, cominciando col disboscare la selva burocratica di una parte dei dipendenti, riducendo il numero di questi ultimi all'indispensabile, oppure si appresta a lasciarsi asfissiare sul suo letto burocratico assieme alla sua economia(23)".
E si parlava anche della programmazione economica: c'era in vigore allora il Piano verde per l'agricoltura; lo Stato preparava il Piano nazionale di sviluppo; nelle scuole di pubblica amministrazione si studiava programmazione economica e sociale ed anche l'Assemblea regionale discuteva un piano (1966-1970) perché, come diceva Il domani, "il futuro della Sicilia è nella programmazione" e "adesso la programmazione procede spedita" perché "in ogni caso l'attività politica della Regione sarà influenzata dal piano(24)". Si combatteva perciò l'uso smodato delle leggine che piovevano a dirotto ad ogni conclusione di legislatura, appesantendo ed ipotecando i bilanci della Regione per molti anni futuri, soltanto per fini clientelari. Il 16 marzo del 1967, poco prima delle elezioni regionali del giugno successivo, il giornale comunicava: "All'Assemblea regionale siciliana si sta smobilitando: è tempo di leggine!", e commentava quanto sarebbe stato utile viceversa procedere "globalmente" ad una revisione della legislazione vigente onde depurarla di fonti di spese inutili ed addirittura dannose per lo sviluppo reale della Sicilia.
La quale Sicilia era vista, oltre che nell'ottica d'una utile azione politica della Regione, anche nel contesto della Questione meridionale(25). Erano, del resto, i tempi in cui si poneva particolare attenzione, nelle sedi scientifiche soprattutto, alla fragilità del tessuto sociale del Mezzogiorno d'Italia ed al sistema di energie che in tale area operava ancora fuori dal quadro di uno Stato moderno. Erano ancora i tempi di Danilo Dolci e della sua Inchiesta a Palermo (1956), delle opere di Rocco Scotellaro e di riviste come Nord e Sud, Cronache meridionali, Prospettive meridionali, ecc.
Eppure, nella consapevolezza che la Sicilia era parte della "questione meridionale", Il domani criticò severamente Danilo Dolci e i suoi progetti esprimendo un certo orgoglio sicilianista, forte forse del suo alto livello - siciliano - di vedere le cose. Non tutti i mali della nostra terra erano una esclusività siciliana: "Quante non se ne sono dette e scritte sulla Sicilia. Sono state tirate in ballo la società retrograda siciliana, la mentalità semi-civilizzata dei siciliani, l'innata tendenza dei siciliani a delinquere, o nella migliore ipotesi all'omertà, la loro asocialità congenita, le eredità ancestrali, l'ignoranza, la depressione economica, l'abbrutimento sociale, le collusioni tra mafiosi e politici, e non sappiamo più quante altre cose ancora. A forza di sentircene dire di tutti i colori, abbiamo finito col farci un complesso, col convincerci che noi siciliani siamo una maledetta razza a parte, che siamo nati tutti con la mafia nel sangue. E in tutta Italia siamo guardati come bestie di altra specie, e tutto quello che facciamo porta l'impronta indelebile della natura mafiosa. Ricordiamo che una quindicina di anni fa, o giù di lì, fu eletta Miss Italia una siciliana. Ebbene fu detto e scritto, anche da giornaloni seri e a tiratura nazionale, che in quell'elezione c'era lo zampino della mafia. Perché? ma perché l'eletta era una siciliana, che diamine! Se però ci proviamo a parlare di una delle centinaia di situazioni di mafia che prosperano in Italia, allora lì la razza particolarmente dotata non c'entra più, non si parla più di inclinazioni particolari, non si scrivono più trattati, non si fanno più films, non ci sono inviati speciali, non ci sono casi Genco-Russo, né commissioni Pafundi, né mobilitazioni di polizia e di magistratura, né motivi di legittima suspicione"(26).
Con gli occhi di oggi e considerando le accuse di filomafiosità che negli anni Ottanta saranno rivolte a personaggi della D.c., spesso dai comunisti e talvolta anche dall'interno della stessa D.c., è chiaro che questi articoli toccavano incautamente un tasto pericoloso. Ora sarebbero spiegati come indizi di quel disimpegno che gli antidemocristiani hanno spesso rimproverato al partito che per oltre mezzo secolo ha avuto la responsabilità di governare il nostro Paese. Qualche scusante, tuttavia, potrebbe derivare da una considerazione storicistica del tempo in cui furono scritti, non essendo ancora esploso negli anni Sessanta l'attacco frontale delle cosche mafiose contro lo Stato e permanendo una certa diffusa e superficiale cultura secondo cui l'onorata società era nient'altro che l'inevitabile, marginale aspetto malavitoso e perfino pittoresco della Sicilia, come in molte altre città del mondo, come la guapperia delle canzoni napoletane ed il romantico brigantaggio della Barbagia.
Saranno però, poi, la sinistra, la società laica ed un certo mondo cattolico e del volontariato (che per questo si sarebbe allontanato, agli inizi degli anni Settanta, dall'ortodossia democristiana), a pretendere una qualificazione antimafia decisa ed espressa in ogni azione politica. Il domani, dopo l'uccisione del giudice Terranova, del suo collaboratore Lenin Mancuso, del capo della squadra mobile Boris Giuliano, del segretario provinciale di Palermo della D.c. Michele Reina, in uno sfondo di decine di persone uccise a Palermo per varie cause, nel 1979, commentava che "ormai a Palermo non si salva più nessuno: L'escalation della violenza e del sangue non ha avuto soste in questi mesi", ed osservava che "gli attuali mezzi di prevenzione e di repressione sono del tutto inefficaci di fronte al crimine organizzato e al terrorismo mafioso"; ma non si spingeva fino a chiedersi se la crescita della delinquenza organizzata fosse anche il frutto di commistioni nell'amministrazione pubblica di poco limpidi interessi affaristici di organizzazioni delinquenziali. Si chiedeva, invece, se fosse veramente attuale parlare di morte della prima Repubblica, come facevano sociologi ed economisti come Ardigò, Scoppola, Pedrazzi, che il giornale indicava criticamente come "i cattolicissimi del nord" ed ai quali contestava che, sebbene formatisi nel pensiero sociale cristiano, con i loro progetti di rivoluzionarie riforme sociali, facessero tutto sommato il gioco dei comunisti: "vogliono una società cattolica-marxista"(27).
Ma il malessere che colpiva la polis, costruita dopo la guerra con tanta fiducia nella democrazia e nella guida dei cattolici italiani, pervadeva sul finire degli anni Settanta proprio la coscienza sociale ed era avvertita finanche dai poeti. Mario Luzi scriveva:

Muore ignominiosamente la Repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli…

Ed Il domani non poteva non registrare una tale situazione, sebbene a malincuore, alla fine del 1980; tale era lo stato di malessere a livello sociale: "Questo 1980 che se ne sta andando sarà annoverato certamente come uno degli anni peggiori; se non il peggiore dal dopoguerra ad ora. E se questo è vero in campo internazionale, è certamente indiscutibile per l'Italia".
Citava due crisi di governo, il terrorismo (strage della stazione di Bologna; uccisione di Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, Vittorio Bachelet, Walter Tobagi, di diversi magistrati e funzionari pubblici); il terremoto in Campania e Basilicata con circa seimila morti; l'aereo DC-9 precipitato a Ustica; l'accentuazione dell'inflazione; l'esplosione della questione morale; ed osservava: "In questi ultimi mesi, poi, la cadenza degli eventi infausti ha assunto un ritmo settimanale e non accenna a finire. Ultimissima notizia, l'aumento del prezzo del petrolio deciso a Bali dall'OPEC (…)". Occorreva affrontare la questione morale "e questo è compito che spetta in gran parte alla D.c.; essa deve rinnovarsi dall'interno, sciogliendo davvero e finalmente le correnti che sono all'origine del suo malessere", perché la Democrazia cristiana non era un partito politico, sia pure il più forte, ma era la vera guida del Paese e pareva che questo ruolo non potesse avere alternative; per cui ogni riforma che si potesse suggerire al Paese, prima occorreva chiederla alla Democrazia cristiana ed il problema che essa dovesse rinnovarsi, ricomponendo la propria unitaria e morale autorevolezza, cominciò ad essere il problema non solo di questo partito, ma di tutta la nazione ed il termine rinnovamento fu il vessillo ostentato dagli uomini politici democristiani fino a quando, tentando vanamente di essere un nuovo partito, per una nuova politica, per una nuova Italia, la D.c., nel 1993, cesserà di esistere.
Ma forse Il domani, oltre che nel rinnovamento della D.c. ed in alcune necessarie riforme, non credeva tanto in possibili rivoluzioni né in profondi mutamenti politico-sociali e, constatando una certa inamovibilità della Democrazia cristiana dal governo del Paese (ma chi credette seriamente al contrario negli anni Settanta?), auspicava e studiava il possibile.
Oltre che richiedere una riforma dell'Amministrazione, nel suo aspetto di riorganizzazione degli uffici e del personale, il giornale avrebbe col tempo maturato anche il convincimento che, per un'efficace azione pubblica, occorresse una riforma più profonda: quella di tutto l'apparato regionale, dei suoi uffici periferici, dei suoi enti, dei Comuni e delle Province. E ciò decentrando soprattutto verso questi ultimi competenze e mezzi finanziari; cosicché nel corso della crisi tra il governo Bonfiglio ed il primo governo Mattarella (febbraio 1978) il giornale notava che, prima di ogni riforma cosiddetta di struttura e prima di ogni intervento nel settore economico, occorresse riformare l'amministrazione centrale, quella periferica e quella degli enti locali perché "la Sicilia autonomistica è stata costruita male: una testa gigantesca su arti deboli (…); si vitalizzino le articolazioni periferiche dell'apparato pubblico oppure la paralisi, la lentezza e le occasioni sprecate si andranno moltiplicando".
Eppure il governo presieduto da Piersanti Mattarella (marzo 1978), che volle la prima seria legge di decentramento, in favore di comuni e province, di significativi settori delle competenze regionali (legge regionale 2 gennaio 1979, n. 1), non fu accolto con favore dal giornale. Mattarella, infatti, aveva accettato la disponibilità del P.c.i. per un cambiamento di equilibri nell'assetto dei poteri, in modo soprattutto da riscattare la Sicilia da certi condizionamenti locali, ormai consolidati e soprattutto da quelli di certi potentati affaristici e perfino mafiosi(28).
Il giornale faceva pesare il suo meditato anticomunismo rilevando l'inefficienza del governo Mattarella, consentito appunto dal P.c.i. mediante la partecipazione alla relativa maggioranza, sebbene non partecipando ufficialmente alla relativa compagine governativa. I titoli del giornale sono eloquenti: "Contestato al neo-eletto il suo voltafaccia sulla linea politica ufficiale della D.c."(29); "Varato il governo Mattarella con l'ausilio del P.c.i.: dopo 90 giorni (di crisi) hanno fatto il colpo"(30); "Permane l'immobilismo alla Regione: i comunisti minacciano il governo Mattarella"(31); "Alla Regione, in vista della ripresa (dopo la pausa estiva) parole, parole … Piersanti Mattarella a caccia di farfalle"(32), ed il 15 febbraio del 1979 titolava: "Alla Regione c'è un governo pieno di nebbia" e "Non passa giorno che non salti sù qualcuno a denunziare l'immobilismo e le inadempienze del governo regionale, il quale però rimane là, fermo immobile, tanto da potere apparire tranquillo. Primeggiano in queste denunce i comunisti i quali, almeno dall'autunno dello scorso anno, sottopongono il governo regionale alla pratica delle docce scozzesi (…). Il rappresentante del P.c.i. ha cominciato con l'affermare d'avere l'impressione che la maggioranza cominci a girare a vuoto".
In marzo si parlò già di "crisi latente", il cui motore era ovviamente il P.c.i. "con le sue dichiarazioni, interviste, documenti che hanno messo sotto accusa il Presidente della Regione ed il governo da lui presieduto", in attesa di ricevere da Roma l'incoraggiamento ad una collaborazione con la D.c., mediante la formazione di un governo La Malfa con astensione comunista. Ma l'incoraggiamento da Roma non giunse perché La Malfa rinunziò all'incarico, dato il rifiuto della D.c. ad un diretta partecipazione dei comunisti al governo, mediante la nomina di due ministri della sinistra indipendente (Altiero Spinelli e Silvio Spaventa). Da qui la crisi in Sicilia del governo Mattarella.
La contrapposizione del giornale al P.c.i. e alle sue proposte di un "compromesso storico" restò sempre netta, tanto che il 26 aprile poteva comunicare con soddisfazione: "Un logico No al governo con il P.c.i.: questa è la conclusione alla quale è arrivato, sia pure faticosamente, il Consiglio nazionale della Democrazia cristiana". Conseguentemente, si accentuava il disfavore per le aperture a sinistra di Mattarella. Forse il giornale contribuiva così - seppure inconsciamente - a determinare quello stato di isolamento nella coscienza popolare in cui Mattarella cadrà presto e che favorirà la sua uccisione per mano di mafia il 6 gennaio 1980.
Ma il giornale, attentissimo ai temi tecnici dello sviluppo possibile della Sicilia, fino a produrre serie indagini sui problemi dell'industrializzazione, dei rapporti tra la Sicilia e l'Eni, degli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, del ruolo dei due grandi istituti di credito siciliani, dell'azione degli enti economici regionali e del progressivo incidere della politica comunitaria sugli interessi della Sicilia, non fu forse estremamente attento a certi contraccolpi che la società opponeva all'immobilismo che la "democrazia bloccata" determinava. Non poté comunque esimersi, nel 1968, dal gettare uno sguardo, sia pure dalla finestra, su quello che stava succedendo nel mondo giovanile e che si andava manifestando non solo nelle piazze e nelle scuole, ma addirittura nella coscienza collettiva, per il diffondersi del verbo "contestatore" di Cohn-Bendit e del suo seguace italiano Mario Capanna.
L'atteggiamento fu quello dei borghesi benpensanti che, più che altro sbalorditi, vedevano nel fenomeno una sorta di parata fuor di luogo di velleitarismi pseudo-rivoluzionari causati dal solito malessere edipico dei figli contro i genitori(33): stranamente di figli cui, non avendo essi provato i rigori della guerra, appartenendo, per lo più, a ceti borghesi benestanti e non avendo ancora provato i problemi del lavoro, sembrava addirsi quella che Montanelli definiva una "colossale sbornia provocata da un cocktail ideologico nel quale Marx e Marcuse, Ho Ci Min e Che Guevara, Rudy Dutschke, Freud e Mao ed un operaismo fumoso si mescolavano disordinatamente"(34).
Più che altro, Il domani, abituato a considerare i problemi delle nette contrapposizioni delle ideologie storicamente consolidatesi (socialismo, fascismo, liberismo, marxismo, socialità cristiana, ecc.) e delle tradizionali classi sociali (operai, proprietari, media borghesia, disoccupati, ecc.) si limitò a rilevare le illogicità dello strano trambusto recato da quei giovani ad una società che, a fatica, stava affrontando problemi più gravi.
Solo alla fine dell'anno, dunque, il giornale si espresse così: "La contestazione comincia a darci il voltastomaco e, dei contestatori, cominciamo ad avere piene le tasche, non tanto perché essi turbano i nostri tranquilli (?) sonni borghesi, ma più perché cominciamo a sentirci presi per il fondo dei pantaloni. Abbiamo lo stesso sentimento che si prova quando, al cinema, ci si accorge di avere buttato via i quattrini per vedere una solenne bidonata (…). Questi figli di papà, viziati, sazi e stufi di tutto, recitano a soggetto, si fanno un sacco di pubblicità gratuita, si pagano tutte le tournées che vogliono e vanno a spasso allegramente nella Costa Smeralda o al lido di Venezia, a braccetto col fior fiore della società dei consumi, come sarebbero dive e divette del cinema, miliardarie celebri ed altri specimen della bella vita e del dolce far niente(35)". E siccome il tempo della contestazione fu anche il tempo in cui si rifletteva più che mai sull'opportunità che gli U.S.A. continuassero a spendere vite umane e a far pesare la propria forza militare in difesa del Vietnam del sud, problema di geopolitica estraneo agli americani, la contestazione aveva assorbito tra i propri interessi anche quello di … opporsi agli U.S.A. nella guerra del Vietnam. Il domani, osservando gli scioperi nelle scuole ed i cortei di studenti che, anche a Palermo, tifavano con passione per Ho Ci Min e contro l'America imperialista, esponeva così il proprio pensiero: "… la cosa comincia a diventare irritante quando queste grida di Viva il Vetnam vengono lanciate di rimando ad operai che protestano perché nel palermitano si sta male. Questi giovincelli forse ignorano che il nostro Vietnam noi lo abbiamo, appena fuori di Palermo, a Roccamena, a Montevago, a Salaparuta, a Villalba, a Leonforte: in cento paesi di questa Sicilia irrimediabilmente depressa (…). Questi allegri studenti che si rovinano i polmoni per un Paese dopotutto lontanissimo, che ostentano formazioni culturali avanzatissime, con conoscenze approfondite di Marcuse, che considerano ogni loro atto una contestazione, che criticano con tanta sicumera la civiltà dei consumi, ignorano la realtà più vicina, che non è meno tragica delle altre… ma la lotta per il Vietnam non costa altro che chiacchiere e carnevalate; la lotta per questo nostro Vietnam comporta impegno, partecipazione, attività. Nel Vietnam vero nessuno andrà a lasciarci la pelle; nel Vietnam siciliano, chi vuole andare a dare una mano deve fare sacrifici e metterci del suo(36)".
Più tardi, alla ripresa contestativa del 1977, quando si svilupperà quel certo modo di parlare da rivoluzionari, ma insieme elegante e ricercatamente moderno, fatto di parole-chiave e di classicizzate espressioni convenzionali, tale da aver creato, dentro la lingua italiana, un vero nuovo gergo, detto ironicamente "sinistrese", Il domani osservava, con la stessa decisa avversione: "Giorgio Bocca, che di sinistrismo si intende, per esserci dentro da sempre, così ha definito il sinistrese: un'invenzione borghese, un prodotto delle scuole medie e dell'università, messo insieme con i cascami degli studi borghesi su Marx, sulle rivoluzioni asiatiche e sudamericane e con un pout-pouri d'opere figliate o aborrite dalla scuola di Francoforte o da quella di Lukács. L'analisi è quanto mai precisa, ma non completa. Ad essa bisogna aggiungere che tutto questo fumo di parole che significano tutto o niente, questa insalata di termini marciti, rubacchiati qua e là senza nesso e ripetuti nei collettivi, nelle assemblee, nei salotti radical-chic, con monotonia ossessionante, è assortita d'una abbondante dose di manicheismo, per cui il rivoluzionario che parla sinistrese, per questo solo motivo, è il solo detentore della verità e il solo conoscitore del bene e del male. È grazie al sinistrese che, per esempio, la tortura fa male nel Cile mentre è carezzevole nell'U.R.S.S., che chi spara ad un non-comunista fa opera di giustizia mentre chi spara ad un comunista commette assassinio(37)".
Ma la psicosi giovanile della ribellione e della lotta non si fermava nell'ambito dei contestatori e degli ambienti radical-chic; perché "a Palermo la destra cominciava a svegliarsi", come titolava Il domani nel luglio del 1969. Iniziava infatti a farsi sentire la "tensione degli opposti estremismi", per cui ad ogni azione giovanile di sinistra corrispondeva un'azione di destra e viceversa. Si trattò ovviamente di organizzazioni delle ali estreme delle due parti; tali, comunque, da determinare negli anni Settanta vere stragi di giovani, dell'una e dell'atra parte.
E il giornale evidenziava l'alba del fenomeno fornendo la mappa palermitana dei gruppi ribellistici di destra, commentando che "la destra dei manganelli germina e prolifica ogni volta che l'insipienza della sinistra fornisce l'occasione ai benpensanti di invocare aiuto per la patria in pericolo e li induce a guardare con fiducia agli uomini di azione, che scendono in lizza per ristabilire l'ordine e salvare gli istituti democratici…". Questo atteggiamento tradiva forse il disappunto per il mancato abbandono di certo massimalismo da parte dei socialcomunisti ai fini di una possibile più utile collaborazione col mondo cattolico; mentre la storia avrebbe dimostrato, poi, che il fenomeno delle azioni degli extra-parlamentari sarebbe stato molto grave nel nostro Paese, fra trame dei servizi segreti deviati, tentativi di golpe, violenze di estrema destra, Brigate rosse, ecc., fin dalla strage di Milano alla Banca dell'agricoltura del 12 dicembre 1969 e per tutto il decennio successivo, non per nulla passato alla storia come il tempo degli "anni di piombo". La storia avrebbe dimostrato anche che la mafia non era né questione trascurabile né aspetto del costume, né un'esagerazione dei comunisti o dei nostri concittadini del nord.
I collaboratori de Il domani furono molti, anche perché il giornale, avendo avuto vita lunga, consentì ampi ricambi, sebbene sempre sotto la direzione di Giuseppe Maggio Valveri, autore assiduo degli editoriali di quasi ogni numero. Tra i più assidui autori, vanno ricordati Francesco Cammarata, scrittore e, poi, dirigente dell'ufficio stampa della Presidenza della Regione, i giornalisti Tonino Zito, Nicola Ravidà, Mario Obole, Salvatore Tomasino, Mario Palumbo, Giancarlo Licata, Riccardo Sgroi, Franco Colombo, Agostino Mulè, Mauro Turrisi Grifeo, Michele Russotto, Vito Vaiarelli, ed inoltre: Giuseppe Mannino, Ferdinando Russo, Alberto Vinci, Alfredo Daidone, Antonio Falcone, Giulio Santoro, Maresti Savona, Antonino Saracino, Alfio Mangiameli, l'architetto Rodo Santoro, Franca Colonna Romano, Eugenio Guccione, professore di storia delle dottrine politiche, l'etnologo Aurelio Rigoli, Anna Barbera, autrice di interessanti pezzi sulle tradizioni popolari di Palermo, lo storico delle Madonie Antonio Mogavero Fina, il saggista di economia Pietro Cellino, il giurista Eugenio Di Carlo, Salvatore Crucillà, Francesco Giunta, Manlio Valli, Harriet Fahrig Emmer, Domenico Pulejo, Girolamo Leto, Giuseppe Gebbia. Ma, oltre agli articoli dei redattori e collaboratori, il nostro giornale conteneva spesso anche interventi di uomini politici di primo piano su questioni di fondo nella dialettica tra i vari orientamenti.
Intervenivano così Vincenzo Carollo, Mario Fasino, Graziano Verzotto, Paolo Bonomi, Mario D'Acquisto, Angelo Bonfiglio, Nino Muccioli, Rosario Nicoletti, ecc., realizzandosi nelle pagine del giornale una specie di tribuna semi-ufficiale per il dibattito e la diffusione delle idee dei vari opinion leader del partito di maggioranza e l'espressione di posizioni ufficiali : un po' come accade oggi con la partecipazione ai vari talk-show della televisione pubblica e dei canali privati locali. Il domani, del resto, fu un giornale d'ampia diffusione ed appare di solide basi economiche, come è dato dedurre dalla costanza, per un trentennio, di approfonditi servizi, di una eccellente impaginazione, di ricca documentazione fotografica, di numeri speciali di molte pagine e dalla presenza di pagine intere di pubblicità pagate da enti economici nazionali e regionali, banche ed industrie nazionali di primario livello (per es.: Shell, Rasiom-Esso, Sochimisi, IMI, Stet, Cassa di Risparmio, Banco di Sicilia, Enel, Fiat, ecc.).
Non secondario, anzi particolarmente curato, fu l'aspetto culturale del giornale. Nei primi anni vi comparvero, settimanalmente, come saggi di cultura contemporanea slava, racconti di Emiliano Stanov, Krum Grigorov, Dimitri Tavel, Vassili Papou; successivamente anche scritti letterari di Alberto Bevilacqua, Castrenze Civello, Tonino Zito e Massimo Bontempelli; note dell'etnologo Antonino Uccello e poesie di Antonio Osnato. Costanti furono la critica cinematografica di Gregorio Napoli e le recensioni di spettacoli musicali, teatrali e televisivi di Egle Palazzolo, le cronache e le critiche d'arte di Antonina Di Bianca Greco, i saggi culturali di Salvatore Orilia e le note di storia di Vladimiro Agnesi: fino a potersene auspicare ora delle interessanti antologie.
Va infine ricordato che la robustezza organizzativa del giornale e la sua lungimiranza nel cosiddetto campo dei media fu tale che, nel volgere degli anni Settanta, esso ebbe come proprio completamento un canale televisivo, Telesicilia, con studi a Palermo e buone collaborazioni giornalistiche. Morto, nel 1985, Giuseppe Maggio Valveri, il giornale proseguì per alcuni mesi, ma nel corso dell'anno successivo concluse la propria pubblicazione.


NOTE

1) * Nino Muccioli, siciliano, è nato a Milano il 2 marzo 1912. Laureatosi in lettere, si dedicò agli studi sulla storia e le tradizioni popolari della Sicilia. Fu contemporaneamente sindacalista, divenendo segretario regionale della Cisl; quindi deputato regionale della Democrazia cristiana ed assessore per la pubblica istruzione. Successivamente fu nominato presidente dell'IRFIS. Oltre ad avere fondato il periodico Il domani, pubblicò una serie di volumi di poesie e di studi di etnostoria. È morto nel 1998.
2) Giuseppe Maggio Valveri è nato nel 1924 ed è morto a Palermo nel 1985. Fu giornalista ed editore. Oltre ad aver fondato e diretto per circa trent'anni Il domani, fondò anche il periodico sportivo e di attualità Giorni di Sicilia e l'emittente televisiva Telesicilia cui collaborò anche il fratello Vito, più noto come giornalista sportivo. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Telesicilia fu tra i più vivaci e seguiti canali televisivi tra quelli privati siciliani, sia per l'organizzazione tecnica di alto livello che per la sua attenzione ai problemi della politica e della crescita civile della Regione. L'attività di giornalista di Maggio Valveri è documentata soprattutto dalle centinaia di editoriali contenuti ogni settimana e per tanti anni ne Il domani, articoli che oggi costituiscono una continua e profonda interpretazione della storia politica di quegli anni: soprattutto nella ricostruzione storica del caso Milazzo e dell'avvento del Partito socialista tra le forze di governo della Regione siciliana.
3) Il domani, nn. 16,19-20,21-22 del 1958.
4) G. Maggio Valveri, Il domani, n. 1 del 9/1/1959.
5) Il domani, n. 5 del 17/5/1957.
6) Il domani, n. 16 del 24/5/1958.
7) Per inquadrare storicamente gli articoli de Il domani circa la c.d. operazione Milazzo, si suggeriscono le seguenti opere: Renda F., Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo 1987, vol. III; Grammatico D., La rivolta siciliana del 1958, Palermo, 1996; Chilanti F., Ma chi è questo Milazzo?, Firenze 1959: Hamel P., Da Nazione a Regione, Caltanissetta, 1984, pp. 64-76; Di Fresco A.M., Sicilia, trent'anni di Regione, Palermo 1976, pp. 46-55; Menighetti R. - Nicastro F., Storia della Sicilia autonoma, Caltanissetta 1998, pp. 97-122; Brancati S., Enrico Mattei? Un pescatore di trote, Palermo 1997, pag. 192; Spampinato A., Operazione Milazzo, Palermo 1979. Santalco C.; Quel 15 febbraio a Sala d'Ercole, Palermo 1993.
8) Il domani, n. 2 del 16/1/1959.
9) Così vennero chiamati dispregiativamente gli aderenti all'U.S.C.S., partito fondato da Milazzo, paragonandosi i suoi seguaci ai guerrieri slavi che, dopo la conquista turca dei Balcani del 1526, iniziarono una tenace lotta contro i nuovi dominatori, praticando la pirateria ed il brigantaggio. Uskok in serbo-croato significa transfuga o fuoruscito. L'appellativo per i cristiano-sociali siciliani nacque proprio nelle pagine de Il domani. Vedi, per es., Il domani, n. 9 del 15/5/1959: Gli uscocchi al crepuscolo.
10) Il domani, n. 23 del 12 giugno 1959.
11) Il domani, n. 24 del 19/6/1959.
12) Grammatico D., La rivolta siciliana, cit., pag. 103.
13) Il domani, n. 30 del 31/7/1959.
14) Il domani, n. 7 del 19/2/1960. Nel racconto di Santalco ( cfr. op. cit.), i fatti sono sostanzialmente quelli descritti dal giornale ed è confermata la circostanza, riferita da Renda (op.cit.), della particolare attenzione prestata dalla Questura di Palermo in corso di operazione.
15) Il domani, n. 49 del 13/12/1959.
16) Il domani, n. 27 dell'8/7/1960.
17) Il domani, n. 28 del 15/7/1960.
18) Il domani, n. 25 del 24/7/1960.
19) Cfr. Mieli P., Le storie, la Storia, Milano 2000, pag. 330.
20) Cfr. Il domani del 3/8/1967, n. 32 (crisi di governo antecedente al monocolore di emergenza "Giummarra"): "I socialisti vogliono anche il braccio" e "Chi ha fatto saltare il centro sinistra: il P.s.u."; n. 36 del 21/9/1967: "Centrosinistra. Non basta la formula, occorre anche la volontà politica". Si ricordi che proprio in piena era di centrosinistra, nei quattro anni decorsi tra il 1967 ed il 1971, si ebbero ben sei governi, con oltre trecento giorni di crisi. La legislatura era iniziata con un monocolore democristiano capeggiato da Vincenzo Giummarra, durato 35 giorni. A Giummarra successe il primo governo Carollo (180 giorni) che cadde l'11 aprile 1968. Dopo 15 giorni di crisi, Carollo fu rieletto e durerà fino al 17 dicembre dello stesso anno. Ai due governi Carollo successero quindi i tre governi Fasino: il primo ebbe la fiducia il 13 marzo del 1969 e cadde il 20 gennaio del 1970, a causa dell'uscita dei socialisti; il secondo ebbe la fiducia il 14 maggio del 1970 e si dimise il 3 dicembre del 1970; il terzo ebbe la fiducia il 26 febbraio del 1971 e si concluse con la chiusura della legislatura, il 3 aprile del 1971. Cfr. i commenti di Di Fresco A.M., Sicilia, trent'anni di Regione, cit. pag. 73.
21) Il domani, n. 33 del 5/9/1968.
22)Il domani, n. 5 dell'1/2/1968.
23)Il domani, n. 12 del 23 marzo 1967.
24) Il domani, n. 18 del 4/5/1967 e n. 22 del 25/5/1967. In effetti, il travaglio normativo della Regione per giungere ad una disciplina legislativa d'una politica di piano durerà fino al maggio del 1988, quando verrà promulgata la legge regionale 19 maggio 1988, n. 6, concernente: Attuazione della programmazione in Sicilia ed istituzione del Consiglio regionale dell'economia e del lavoro; legge approvata sotto la spinta del P.c.i. in una delle intese cosiddette consociativistiche che assicuravano una certa tranquillità a sinistra per i governi regionali, immancabilmente a guida democristiana. Ma già in quegli anni, il mito della programmazione entrava in disgrazia, contrastato dai nuovi principi-cardine di provenienza comunitaria come libera iniziativa, economia di mercato, produttività, concorrenzialità, per cui declinava la fiducia in ogni intento dirigistico o assistenziale, nel concetto di welfare state e nell'idea stessa (ma nell'idea soltanto) di ingerenza della pubblica amministrazione nel campo delle imprese e delle produzioni, soprattutto se attuata mediante l'azione di enti pubblici economici e la partecipazione pubblica nei capitali di certe imprese.
25) Il domani, n. 16 del 18/4/1968.
26) Il domani, n. 43 del 9/11/1967: Riabilitazione della mafia. Il caso "Genco Russo" è consistito nel fatto che il 4.2.1964 questo personaggio, esponente democristiano di Mussomeli ed "uomo ascoltato" in tutta la vallata del Platani, era stato condannato dal tribunale di Caltanissetta a cinque anni di soggiorno obbligato a Lovere (BR) perché ritenuto un capomafia. Nella storia della Sicilia, Giuseppe Genco Russo lo si incontra anche tra le persone della vecchia mafia che interposero i loro buoni uffici tra la popolazione e le forze americane di invasione, nel 1943. Cfr. Renda F. Storia della Sicilia, cit., pag. 28.
27) Il domani, n. 37 del 18/10/1977.
28) Cfr. Menighetti R. - Nicastro F., Storia della Sicilia autonoma, cit. pag. 181.
29) Il domani, n. 7 del 6/2/1978.
30) Il domani, n. 12 del 23/3/1978.
31) Il domani, n. 26 del 22/6/1978.
32) Il domani, n. 32 del 7/9/1978.
33) Cfr. Colarizi S., Storia del novecento italiano, Milano 2000, pag. 390.
34) Montanelli I. - Cervi M., L'Italia degli anni di piombo, Milano 1991, pag. 65.
35) Il domani, n. 34 del 12/9/1968.
36) Il domani, n. 41 del 31/10/1968.
37) Il domani, n. 33 del 10/9/1978.