La mattoneria a vapore del cav. Giuseppe Puleo di Marcello Messina

Dopo l'unità italiana la notevole crescita demografica di Palermo e il conseguente sviluppo urbanistico della città favorirono la formazione di numerose fornaci di laterizi(1), che sorsero non solo nelle aree tradizionali, ma anche nella borgata di Acqua dei Corsari, dove era facilmente reperibile l'argilla(2).
In quest'area il cav. Giuseppe Puleo (1839-1918) costituì nel 1878(3) una nuova fabbrica dotata di moderne attrezzature(4), dove impiegò 90 operai, provenienti per la maggior parte dalle province di Milano e Chieti(5). La mattoneria, che ottenne medaglie ed onorificenze(6), produceva tegole(7), tavelloni e mattoni pieni, forati e stagnati(8), ma anche pannelli decorativi per cantoniere(9), oggetti ornamentali(10), e vasellame vario(11), fra cui comuni vasi da fiori e vasi antropomorfi(12).
Gli inventari rogati dal notaio Emanuele Provenzale tra il 20 dicembre 1918 e il 30 agosto 1919 in seguito alla morte di G. Puleo(13) e le testimonianze raccolte consentono di ricostruire le varie fasi di lavorazione all'interno della fabbrica(14).
L'argilla veniva cavata nel terreno di Villa Amanda, o popolarmente Villa Manna, concesso in enfiteusi perpetua a G. Puleo da Giuseppina Giovanna Amanda Favier(15), e trasportata con carretti nello stabilimento che si trovava nel fronte opposto della strada. Nel corso della fase successiva, detta prelavorazione, la materia prima veniva sottoposta ad una serie di operazioni, che con l'ausilio di mulini e macchine a vapore la rendevano adatta alla formatura del prodotto. Quest'ultima fase si differenziava in base al prodotto che si voleva ottenere. I mattoni forati si realizzavano con apposite macchine, mentre per il resto si usavano stampi di legno, forme di gesso, torni e in alcuni casi si modellava a mano, come testimonia la presenza di un tavolo per scultore(16). Dopo l'essiccazione seguiva la cottura, che avveniva in due forni a fuoco continuo, a cisterna Hoffmann(17). Questi forni, assolutamente rivoluzionari per l'epoca, consentivano una drastica riduzione dei consumi termici, ma richiedevano l'assistenza perenne degli operai e degli impiegati, che spesso non riuscivano ad ascoltare la Santa Messa per la distanza e la ristrettezza dell'unica chiesetta, che trovasi all'Acqua dei Corsari(18). L'industriale, per questa ragione, indirizzò il 9 febbraio 1886 una lettera all'Arcivescovo, dove chiese ed ottenne di poter erigere nel proprio stabilimento una cappella(19). Dopo la cottura i pezzi difettosi venivano gettati a mare, mentre il resto della produzione era messo in commercio presso il punto vendita della Cala.
La fornace produceva oltre ad oggetti ornamentali e vasellame, di cui non si è reperito alcun esemplare, anche mattoni da pavimento, che oltre all'usuale forma quadrata in alcuni casi avevano forma esagonale e decori floreali. Queste informazioni, che trovano solo parziale conferma dall'analisi dei sei mattoni individuati (solo 6 contro i 17.413 censiti!), si ricavano dall'inventario, dove leggiamo della presenza di un piano ghisa per mattoni esagonali, di una cornicetta di legno contenente mattoni stagnati fiorati e di quattro album cartoline a fiori per mattoni stagnati(20), che evidentemente dovevano servire da modello. Quadrati con lato compreso fra i 190 e i 230 mm e tutti di spessore di 20 mm tranne uno di 23, i mattoni sono stati realizzati con tre tipi di argilla diversi. La prima, di colore rosso e con numerose piccole impurità, si riferisce ad un esemplare smaltato in azzurro senza alcun decoro, che per i numerosi piccoli difetti e la grossolanità dell'esecuzione deve ritenersi il più antico(21). L'altro tipo di argilla, che si riscontra in tre mattoni, è rossiccia tendente al giallo. Nella decorazione del primo mattone, che per alcuni difetti si avvicina al precedente pur essendo di qualità migliore, è adoperata la tecnica del marmorizzato, effetto ottenuto con smalto bianco ceruleo dalla superficie a buccia d'arancia e con tocchi di pennello in azzurro(22). L'altro, che va riferito alla produzione aulica, è decorato interamente a mano e mostra un mazzetto di fiori lilla e foglioline verdi annodati con un abbondante nastro ocra. Le foglioline e il nastro verde, che serpeggia nella parte inferiore della composizione, creano un sapiente gioco di specchi, che conferisce compiutezza al tutto(23). Un mattone prodotto dalla ditta napoletana Raimondo Di Natale, che è stato rinvenuto nello stesso pavimento (composto da circa 80 unità), verosimilmente fu il modello di questo decoro e, sfuggito, è stato erroneamente venduto insieme al resto della produzione(24). Il terzo mattone mostra una croce di s. Andrea verde con braccia a freccia eseguita a mascherina, e un decoro a spruzzo azzurro su fondo bianco(26). L'ultimo tipo di argilla, individuata in due casi, è migliore rispetto alle precedenti, essendo omogenea e compatta. Il colore, giallo paglierino, è tipico delle argille provenienti da cave prossime al mare e verosimilmente è stata cavata da Villa Amanda. Il primo dei due mattoni, che pertanto sono da ritenersi posteriori al 1911, presenta come il precedente una croce di s. Andrea, ma in blu anziché in verde(27). L'altro propone il ripetersi modulare di un soggetto fitomorfo stilizzato eseguito in azzurro con mascherina(28).
Nei mattoni s'individuano tre tipi di marchi. Il primo è rettangolare, misura 85 mm per 55 ed è illeggibile. L'altro è circolare con diametro di 80 mm, mostra la figura della Trinacria e attorno si legge la legenda "G. Puleo & Co Palermo". L'uso contestuale di questi due marchi è testimoniato dalla loro presenza in un solo mattone, quello ritenuto il più antico. Il terzo marchio, presente solo nell'ultimo mattone, è rettangolare, misura 80 mm per 55 e si legge la legenda "Gius PULEO & C PALERMO". Nel verso dei primi tre mattoni analizzati si osservano, inoltre, una serie di tasselli quadrati dal lato di 10 mm, geometricamente ordinati, che servivano a favorire l'adesione della malta al mattone.
La crisi causata dalla prima guerra mondiale provocò la chiusura dello stabilimento, che rimase inattivo dal 30 novembre 1915(29). Dopo tre anni, il 20 settembre 1918, morì il cav. G. Puleo, che lasciò in eredità il suo cospicuo patrimonio ai sei figli(30). Tre di questi, ovvero Grazia, Maria e Roberto, il 5 maggio 1921 vendettero la propria quota della fabbrica, di Villa Amanda e del punto vendita della Cala ai fratelli Gioacchino, Giuseppe, Salvatore, Cosimo, Luigi e Agostino Di Fazio(31).
I fratelli Di Fazio appartenevano ad una famiglia impegnata nella fabbricazione di laterizi da almeno 3 generazioni ed era gente volenterosa, d'ingegno ma anche irascibile, un difetto che costò la vita al nonno Gioacchino, che possedeva un paio di fabbriche allo Stazzone(32). Alcuni briganti gli tesero un agguato al bivio di Monreale, donde ritornava con la figlia Vincenza, che era educanda dalle suore. All'intimazione o la borsa o la vita fu accecato dall'ira e malgrado la minaccia degli schioppi reagì menando frustate contro i malfattori. Morì centrato in fronte da una pallottola, come si poteva osservare sino a qualche anno fa alle catacombe dei Cappuccini, dove il suo corpo era esposto.
Il padre Simone, che si distinse in famiglia per pigrizia e svogliatezza, sposò la monrealese Dorotea Fontana, che, dovendo provvedere da sola alla numerosa famiglia, spinse energicamente la prole a trovare presto lavoro. Le esortazioni materne andarono a buon fine e così i figli costituirono una fabbrica a Ponte Ammiraglio, comprarono quella ad Acqua dei Corsari e un'altra a S. Agata Militello(33) e costruirono con i laterizi delle proprie fornaci anche tre palazzi. Durante la costruzione dei primi due, che sorsero nel 1902 in via Oreto, perse tragicamente la vita il fratello Antonino appena diciottenne, che audacemente salvò un operaio dal crollo di un muro. Nel 1934 fu costruito il palazzo in via Libertà ad angolo con via D'Annunzio, dove attraverso l'ampio uso di mattoni s'intese creare un'esposizione permanente della produzione(34).
La ditta, che ottenne il diploma d'oro e la medaglia d'oro alla Fiera campionaria di Tripoli del 1939, produceva, secondo un listino prezzi degli anni '60, numerosi tipi di laterizi con lavorazione sia a macchina, che a mano e vasi da fiori comuni e artistici(35). Nello stabilimento ad Acqua dei Corsari, che era stato dotato di forni per calce(36), si fabbricavano dal 1962 anche mattoni in cemento e segati di marmo.
La fabbrica chiuse nel 1975. La cava di Villa Amanda era ormai esaurita e l'argilla, per breve tempo, fu estratta a Vicari, ma il costo del trasporto, la necessità di sostituire i macchinari ormai obsoleti, il disinteresse di molti dei numerosi eredi causarono la sospensione dell'attività.
Il complesso, oggi gravemente degradato, è stato incluso fra i beni isolati del Piano territoriale paesistico regionale, premessa per l'elaborazione di un'adeguata strategia mirata alla sua tutela e valorizzazione(37). Speriamo, tuttavia, che questa non inquieti il fantasma, che molti operai, secondo Salvatore Di Fazio, avrebbero visto aggirarsi per la fabbrica ed ormai in solitudine da oltre cinque lustri.
A conclusione vorrei avanzare, sia pur per celia, un'ipotesi sull'identità dello spettro. Ai tempi di Piddu Puleo, secondo un testimone, un operaio fu assassinato da un collega, che fu assicurato alla giustizia con un espediente: il commissario intervenuto ordinò che tutti gli operai si disponessero in fila e, avendoli osservati attentamente uno ad uno, affermò: io so chi è l'omicida, perché la sua camicia è ancora sporca di sangue! Uno di questi, ingenuamente, si chinò per guardarsi, dichiarando così la propria colpevolezza(38).
Forse il pover uomo, trapassato violentemente dalla vita alla morte, non si è riuscito a distaccare dal luogo, dove ha trascorso gli ultimi momenti della propria esistenza, rimanendovi indissolubilmente legato.

*Si ringraziano: Salvatore Di Fazio, Giuseppe Emanuele, Valeria Ferrante, Rosaria Giordano, Mario Lo Coco, Silvana Prof. Rao, Maria Dott. Reginella, Salvatore Prof. Rizzuti, Paolo Avv. Seminara, Giovanni Dott. Travagliato.


NOTE

1) O. Cancila, Storia dell'industria in Sicilia, Bari, 1995, p. 185.
2) S. Dalia, Scoprire Palermo, Guida alla città moderna, Ottocento - Novecento, Savona, 1999, p. 267.
3) La fondazione della fabbrica avvenne per tradizione della famiglia Di Fazio in questa data.
4) Si fornisce una descrizione della fabbrica tratta dall'inventario della stessa (Archivio Distrettuale Notarile Palermo, d'ora in poi A.D.N.P., Emanuele Provenzale, 30/08/1919, n. del rep. 969): …l'intero stabilimento per uso di produzione di tegole, mattoni ed oggetti ornamentali in ceramica con due forni a fuoco continuo a cisterna Hoffmann con tutte le macchine, mulini, presse, cilindri, torni, caldaie, motori, gazometro, scaffali, annessi, connessi e pertinenze necessarie.
5) O. Cancila, op. cit., p. 186.
6) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 27/08/1919, n. del rep. 963. "Quattro quadri con medaglie ed onorificenze della ditta Puleo".
7) Si veda nota 4. Si segnala, inoltre, che nella collezione dell'autore è presente una tegola di tipo marsigliese con marchio: "GIUS PULEO & C/ PALERMO".
8) Gli inventari del magazzino (A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 27/08/1919, n. del rep. 963) e dello stabilimento (A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 30/08/1919, n. del rep. 969) forniscono un elenco delle giacenze di produzione. Nel primo sono censiti: "numero ottocento tavelloni/ numero diciassettemilaquattrocentotredici mattoni stagnati/ numero seimila mattoni forati/ numero tremila mattoni pieni/ numero centosettanta pezzi di vasellame vario", nell'altro: "numero cinquemila tavelloni/ numero quarantaduemilacinquecento mattoni forati/ numero duemila mattoni pieni/ numero quattrocentonovanta vasellame vario".
9) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 27/08/1919, n. del rep. 963. "trentasette quadri per cantoniere mattoni stagnati da esporre".
10) Cfr. nota 4.
11) Si veda nota 8.
12) Testimonianza di Rosaria Giordano abitante della borgata di Acqua dei Corsari.
13) A.N.D.P. Emanuele Provenzale, nn. del rep. 728, 801, 803, 893, 963, 969.
14) Le testimonianze sono di Salvatore Di Fazio, comproprietario dello stabilimento, e di Giuseppe Emanuele ex operaio della fabbrica e abitante della borgata di Acqua dei Corsari.
15) A.D.N.P. Salvatore Spinoso, 8 febbraio 1911, n. del rep. 11536.
16) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 30/08/1919, n. del rep. 969.
17) Si veda nota 4.
18) Archivio Storico dell'Arcidiocesi Palermo. Busta 1483. Lettera di Giuseppe Puleo del 9/02/1886.
19) Ibidem.
20) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 27/08/1919, n. del rep. 963.
21) Il mattone proviene dalla collezione dell'autore.
22) Cfr. nota 21.
23) Il mattone proviene dalla collezione di Mario Lo Coco.
24) Cfr. nota 21.
26) Ibidem
27) Ibidem
28) Ibidem
29) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 30/08/1919, n. del rep. 969.
30) A.D.N.P. Emanuele Provenzale, 25/9/1918, n. del rep. 34
31) A.N.D.P. Emanuele Provenzale, 5 maggio 1921, n. del rep. 1606.
32) Tutte le informazioni sulla famiglia Di Fazio sono state fornite da Salvatore Di Fazio.
33) La fabbrica di S. Agata Militello era stata acquistata di nascosto da Giuseppe e Cosimo con l'intenzione di garantire un futuro ai propri figli, ma, scoperti, furono costretti a cederla anche agli altri fratelli, con i quali costituivano una società a nome collettivo e, pertanto, non avrebbero potevano aprire altre attività in concorrenza. La fabbrica chiuse negli anni '80, espropriata dalla Autostrade s.p.a. per realizzare lo svincolo di S. Agata.
34) Testimonianza di Giuseppe Emanuele.
35) Il listino è presente nella biblioteca dell'autore.
36) L'informazione si ricava dal listino.
37) Regione Siciliana, Piano territoriale paesistico regionale, Palermo, 1999.
38) Il testimone, Giuseppe Emanuele, ebbe notizia del fatto dal padre Gaetano.