IL FLUSSO EMIGRATORIO ITALIANO VERSO GLI STATI UNITI D’AMERICA Studi e opinioni a confronto di Cristina Guccione

1.- Approccio storiografico e sociologico

Più fonti rivelano che la letteratura sull’emigrazione transatlantica dall’Italia, negli anni tra il XIX e il XX secolo, è condotta con varie metodologie di studio e caratterizzata da diversi approcci. È noto, come fino agli anni ‘70 dello scorso secolo la sociologia italiana abbia prestato al fenomeno poca attenzione limitandosi ad una raccolta numerica che classificava gli emigranti per regione, età, sesso...etc.

La scienza sociale, convinta che l’emigrazione, già spiegata e interpretata dagli storici, non potesse offrire altri spunti importanti per la propria analisi, ha colto solo più tardi quanto potesse dare lo studio del rapporto tra emigrazione e struttura economica e sociale e, quindi, l’importante ruolo dell’emigrazione nei processi di modernizzazione.

Da qualche decennio a questa parte gli studi sul fenomeno migratorio presentano un approccio micro-analitico che, attraverso l’osservazione diretta e l’uso delle fonti locali, permette l’analisi di un’area o di una comunità particolare. Esso è, limitato, nella sua applicazione, all’emigrazione più recente ma grandi problemi sorgono quando si guarda all’emigrazione più remota del post unificazione. Tale periodo si presta piuttosto ad un approccio macro-analitico, in particolare quando si considera il Sud dove il fenomeno assunse le forme più diverse.

Volendo focalizzare i diversi approcci alla storia dell’emigrazione italiana in America si possono distinguere tre tendenze principali:(1)

- la tendenza storica

- la tendenza strutturale

- la tendenza socio-antropologica

a) - La tendenza storica

Il primo approccio efficace al fenomeno in questione è quello storico i cui studi vertono sulla situazione di fatto, politica ed economica dell’emigrazione negli anni che seguirono l’unificazione italiana. Gli storici, in particolare, sottolineano l’impatto che un’"unificazione rapida e burrascosa" ebbe nel meridione dove gravavano i problemi irrisolti del latifondo ed esplodevano quelli provocati dal fenomeno della piemontesizzazione. Alla ribellione contro i proprietari terrieri (che si espresse nel brigantaggio) seguì un movimento migratorio, segno di protesta e della sfiducia dei contadini per il nuovo governo. Successivamente la sinistra al potere, ricorrendo a pesanti dazi doganali, favorì lo sviluppo industriale del Nord danneggiando ulteriormente l’economia del Sud(2) .Cosicché l’emigrazione del Sud caratterizzata da miseria e disperazione si presentò molto diversa da quella del Nord i cui attori si recavano all’estero per utilizzare le proprie capacità e la propria competenza per poi tornare in patria. Altro aspetto riscontrato nel fenomeno dal filone storico riguarda i vantaggi che derivarono dalla migrazione di massa: l’allentamento della pressione demografica, il miglioramento delle condizioni di vita degli agricoltori rimasti.

b) - La tendenza strutturale

Tale tendenza si esprime negli studi che mettono in relazione il fenomeno migratorio con le strutture in generale e con la struttura economica in particolare. Questo tipo di analisi la cui impronta è di tipo marxista e gramsciano, vede nello sviluppo del capitalismo in campagna la creazione di un proletariato su un sistema feudale esistente. I contadini violentemente tagliati fuori dal processo produttivo nazionale sono costretti ad emigrare(3).

Altra struttura, oggetto di studio, è quella demografica. Analizzando la connessione tra agricoltura, struttura sociale e tasso di natalità, Delille(4) fa rilevare come l’emigrazione abbia diminuito il tasso di natalità, che se combinato con un aumento della produttività, eleva le condizioni di vita. Gli altri studiosi sono più o meno d’accordo con la posizione di Delille. Tuttavia bisogna sottolineare che l’approccio strutturale ha reso lo studio del fenomeno più sociologico ed esplicativo.

c) - La tendenza socio-antropologica

La tendenza socio-antropologica è quella che, basandosi sul metodo micro-analitico, ha ricostruito la storia sociale dell’emigrazione avvalendosi delle fonti più svariate, tra le quali anche l’osservazione diretta. L’emigrazione, vista qui da due prospettive diverse, viene diagnosticata nelle sue dimensioni reali e nelle sue caratteristiche locali. I modelli di riferimento sono le analisi delle condizioni socioculturali di alcuni comuni in cui si è riscontrata un’emigrazione più forte, dovuta spesso all’identificazione tra miglioramento economico ed interessi della famiglia. Studi come quelli di F. Piselli nel suo libro Parentela ed emigrazione (Einaudi, Torino 1891) rilevano il carattere antropologico dell’emigrazione. Il tipo di struttura familiare si manifesta strettamente collegato al tipo di economia e alla mobilità interna di molte comunità del meridione. Altri studiosi, come Emilio Franzina, raccolgono e studiano lettere di contadini veneti emigrati in America. Da qui, subito si riscontra come ai legami affettivi dei primi tempi si sostituiscono poi interessi e preoccupazioni più materiali (eredità, crediti, sussidi...)(5).

Altro romanzo da ricordare è L’emigrazione in Friuli di Caterina Percoto, un manoscritto incompiuto, rielaborato da Rosanna Caira Lumetti. Si tratta di un progetto letterario in cui la scrittrice da una parte analizza criticamente la drammatica trasformazione delle campagne friulane, dove la crisi della società patriarcale preoccupava i ceti possidenti; dall’altra, denuncia i disinganni di un America vista come un paradiso terrestre, le speranze e le aspettative di chi scriveva le lettere, "le disillusioni e le contraddizioni di chi in America era andato a star male"(6). C’è chi nei suoi studi utilizza la testimonianza orale, tra questi Jerre Mangione che ha ricostruito la vita di una famiglia di emigrati siciliani nel loro adattamento e integrazione nella società americana.

Nessun metodo, di se stesso, si è manifestato e si manifesta esauriente. Un indagine complessa, come quella sull’emigrazione, richiede l’adozione di più metodi a secondo dell’aspetto da esaminare. Ciò, ovviamente, non toglie che ce ne possa essere uno prevalente, che è quello proprio che lo studioso per la sua formazione o per gli obiettivi in programma ritiene essere più efficace.

2. L’emigrazione intellettuale

La prima tappa dell’emigrazione italiana negli Stati uniti va dalla fondazione della Repubblica americana nel 1783 al 1861 data dell’Unificazione dell’Italia. Molti di quelli che sono considerati i Pionieri erano per lo più intellettuali ovvero appartenenti alle categorie professionali tipiche italiane. Giunti nel nuovo continente si concentrarono soprattutto nel Nord-Est e nella bassa valle del Mississippi. Le loro intenzioni furono subito quelle di rimanere, continuando le attività proprie di commercianti, artisti, musicisti ed insegnanti. Tutte professioni che avevano già svolto in Italia e che permisero loro di affermarsi nel paese ospite guadagnando una benevole tolleranza. L’America, più di ogni altro paese necessitava delle competenze professionali e delle abilità artistiche dell’Europa. Fu così che si affermarono i fratelli Piccirilli scultori e scalpellisti e il pittore Costantino Brumidi considerato il "Michelangelo del Campidoglio degli Stati Uniti". Altro italiano di spicco fu Luigi Palma, direttore del MOMA, fece del museo newyorchese il centro propulsore dell’arte italiana attirando scultori e architetti italiani chiamati in America per far fronte alle esigenze edilizie del grande sviluppo urbanistico americano.

Oltre che nel campo artistico, il contributo italiano riscosse successo nel campo scientifico e musicale. Il Presidente Jefferson fu un grande ammiratore dei musicisti italiani al punto tale da far reclutare alcuni di loro per formare nell’ambito delle forze armate la prima banda musicale americana, dalla quale nacque in seguito la famosa banda della marina degli Stati Uniti.

Tra gli intellettuali immigrati bisogna poi ricordare i rifugiati politici arrivati nel 1849 in seguito ai moti mazziniani del 1848. Gli USA furono per loro un rifugio sicuro da cui continuare ad osservare la situazione politica della madre patria, talvolta anche organizzandosi con l’intento di ritornarvi e lottare per l’unificazione(7). All’inizio tali gruppi politici non furono ben accolti dagli americani che videro considerare il loro paese come un luogo cui deportare persone indesiderate altrove e dalle attività sovversive. La stessa chiesa americana non condivise l’ospitalità data ad anticattolici, sostenitori di Mazzini e Garibaldi.

Alla seppur "benevola tolleranza" si aggiunse, poi, un’ infelice integrazione degli intellettuali italiani nella cultura e società americana. Condizionamenti e pregiudizi caratterizzarono il comportamento di questi immigrati creando loro non poche difficoltà. Una di queste fu l’apprendimento della lingua inglese, tanto per gli analfabeti quanto per gli intellettuali. Essi continuarono a svolgere le loro attività come continuarono a parlare la lingua madre o le lingue morte. Bisognerà aspettare fino agli anni venti dello scorso secolo affinché intellettuali, figli di immigrati, rivestano ruoli di prestigio e svolgano professioni come quella di avvocato o magistrato, per le quali la padronanza della lingua inglese era necessaria.

Tra i Pionieri le fonti ricordano Joseph Sirica che occupò dopo gli anni venti le massime cariche della magistratura e Peter Giannini fondatore della più grande banca americana(8). Altre categorie di professionisti vennero richieste per sopperire ai bisogni delle comunità italiane cui necessitavano dottori che parlassero in italiano. Paradossalmente, la conoscenza della lingua inglese sembrava non essere necessaria!

Intorno alla seconda metà del XIX secolo, il movimento migratorio assunse la consistenza di un vero e proprio fenomeno di massa. Nonostante soltanto nel 1876 si cominciasse a rilevare l’emigrazione con regolarità, tuttavia tra il 1869 e 1875 si registra una media annua di 123.000 persone che lasciano l’Italia per raggiungere altri lidi quali l’America. Nei primi venti anni Argentina e Brasile assorbono la maggior parte dell’emigrazione transoceanica, ma dal 1887 favorevoli condizioni del mercato del lavoro nel Nord America fanno raddoppiare la media annua complessiva di immigrati italiani negli USA(9).

Dapprincipio, ad emigrare sono soprattutto gli abitanti delle regioni settentrionali. Le liste di bordo(10), in cui veniva registrato il comune di provenienza di ciascun passeggero, permettono di quantificare statisticamente il contributo che ciascuna regione ha dato al fenomeno migratorio verso le Americhe.

Lo storico Ercole Sori, 1979, parla a questo proposito di una "marcatissima specializzazione regionale dei flussi migratori per paesi di destinazione"(11). Dalle statistiche più o meno attendibili si evince che nelle regioni meridionali il fenomeno fu per lungo tempo poco rilevante. Causa di ciò erano sicuramente l’isolamento e l’attaccamento di queste popolazioni ad una vita esclusivamente basata sull’agricoltura e sui legami patriarcali della famiglia.

Nella tavola sotto, riporto la distribuzione dei connazionali sbarcati negli Stati Uniti tra il 1880 e 1897 per regione di provenienza secondo i dati del Balch Institute di Philadelphia, 1985:

Alcuni decenni dopo l’Unità d’Italia, tra il 1880 e il 1897, il rapporto emigratorio tra regioni settentrionali e meridionali si invertì. Per cause tra le più svariate, quali povertà dilaganti e delusioni politiche, le regioni del vecchio stato borbonico si spopolarono progressivamente fino alla prima guerra mondiale. Solo la Puglia rivela una bassa propensione dei suoi abitanti ad emigrare mentre la Campania al contrario presenta la quota di emigrazione più elevata.

Per quel che concerne gli scali nazionali da cui gli italiani partirono verso la rotta degli Stati Uniti d’America i porti più importanti del periodo erano Genova, per gli emigranti delle regioni centro-settentrionali, e Palermo raggiunto soprattutto dai siciliani. Non mancavano, certamente, altri scali, ma si trattava, per lo più, di situazioni in cui i piroscafi prima di prendere la rotta per la destinazione finale, toccavano anche altri porti italiani, tra i quali quelli di Napoli, Trieste e Messina. Vi erano anche gli approdi esteri che però vennero sfruttati dal 7,0% di connazionali per ragioni incerte, forse precedente emigrazione o convenienza economica. Secondo quanto afferma il Sori(12) nel 1885 un biglietto per traversare da Amburgo a New York costava solo 8 dollari. Una somma molto bassa anche rispetto a quella necessaria che permetteva il trasporto via terra dal centro Europa a un suo porto atlantico.

Le spese degli emigranti, naturalmente, non si risolvevano solo nel biglietto. Svariati erano i modi in cui i viaggi potevano essere sovvenzionati. I piccoli proprietari terrieri, solitamente, vendevano tutto quello che avevano, mentre i contadini usufruivano di un sistema creditizio che, spesso, finiva per assoggettarli "all’odiosa trama dell’indebitamento" usuraio(13). Altri godevano dei vantaggi generati dal flusso migratorio stesso. Amici e parenti mandavano a chiamare gli aspiranti emigranti inviando loro i risparmi o i cosiddetti prepaids, dei biglietti di viaggio prepagati a un costo minore, che vennero soprattutto sfruttati nel mezzogiorno. Apparentemente il costo minore dei prepaids avrà coinvolto un gran numero di persone, soprattutto quelle più sprovviste nelle capacità organizzative, ma i vantaggi delle loro vendite andavano tutti alle compagnie di navigazione che riservavano ai clienti in questione le peggiori condizioni di viaggio.

"Le compagnie ricavavano dai prepaids sia un flusso di entrate nei periodi morti che intervallavano le fisiologiche punte stagionali di espatrio, sia la possibilità di dislocare nel tempo la partenza del prepagante in funzione dell’esigenza di raggiungere il pieno carico dei bastimenti"(14).

3. Le partenze dal Sud

Secondo i dati del Balch Institute di Philadelphia, i connazionali sbarcati in America entro 1897 furono 56.268; si tratta di un campione pari a circa il 10% della totale emigrazione italiana verso gli Stati Uniti, per cui è stato possibile individuare l’anno di sbarco, i dati anagrafici, il comune di provenienza, l’occupazione, l’analfabetismo, il tipo di viaggio affrontato. Sempre riferendoci all’intervallo 1880-1897 è, infatti, opportuno sottolineare che solo il 14,3% degli emigrati italiani si dirigeva verso l’America mentre la maggior parte dell’emigrazione italiana verteva preferibilmente verso i paesi europei e del bacino mediterraneo.

Tenendo conto del flusso migratorio verso gli USA, i primi a partire furono uomini, soprattutto giovani che si muovevano individualmente; un altro gruppo riguardava, invece, i nuclei familiari che potevano emigrare in una sola soluzione o, come spesso accadeva, in più fasi successive. Inutile sottolineare che la prevalenza di partenze maschili in età adulte è riconducibile a molteplici motivazioni tanto economiche quanto sociali. Una tale discriminazione del sesso si riscontra anche nelle fasce d’età tra i zero e quattro anni e, soprattutto, per le età anziane.

Le donne furono quelle che più piansero le conseguenze della prima emigrazione. Affrante dalle separazioni familiari, quasi entravano in lutto percependo l’America "come una terra maledetta dove i loro mariti, figli e fidanzati erano alla mercé di un’atmosfera infetta che faceva loro dimenticare il passato italiano"(15). "Per le donne con il marito in America, il trauma della separazione era aggravato dal problema di come mantenere se stesse e i bambini. I soldi inviati dall’America erano spesso insufficienti a sostenere la famiglia".(16)

In mancanza di altro l’unica alternativa alla fame era per loro effettuare lavori agricoli da sempre considerati faticosi. Se, nel frattempo, la moglie riceveva una lettera del marito che le chiedeva di raggiungerlo, l’invito era interpretato come un segno d’amore, significativo del fatto che nessuna donna si era frapposta tra loro, ma ciò creava una serie di problemi che la donna di solito non era abituata ad affrontare. Avrebbe dovuto, in breve tempo, procurarsi i documenti necessari per lei e i figli, vendere tutti i beni e fare qualsiasi cosa fosse necessaria per il viaggio.

Non tutte le donne erano, pertanto, disponibili a raggiungere i mariti; era frequente che alcune di loro inventassero scuse ripetute per rimandare la partenza, fino a far perdere la pazienza al marito che minacciava l’abbandono. Quest’ultimo fu "uno degli aspetti più cupi della storia degli emigrati". Le più sfortunate, a riguardo, furono le donne giovani lasciate dal marito, senza più notizie, dopo la nascita del primo figlio. Ma gli effetti della massiccia emigrazione maschile si ripercossero anche tra le nubili; l’obbligo della dote per il matrimonio e l’assenza protratta del padre o di un fratello maggiore condannò molte ragazze allo zitellaggio.

Molte di queste vicende andarono a sostegno di coloro che ritenevano che l’emigrazione mettesse a rischio l’integrità morale delle popolazioni meridionali. L’assenza di capi famiglia maschi e di figli adulti faceva venire meno il dovere tradizionale di questi a vigilare sull’onestà delle sorelle nubili.

Fino al 1870, periodo in cui si invertì il rapporto tra emigrazione del Nord ed emigrazione del Sud, opinione comune era che i meridionali fossero irrimediabilmente attaccati alla loro terra e al proprio sistema di vita. Ma alla proclamazione dell’Unificazione già i dati parlavano chiaro: gli italiani cominciavano a lasciare il paese in numero consistente, non più e non solo alla ricerca della ricchezza ma anche e soprattutto per sopravvivenza. Le camere di commercio del Nord e del Sud chiedevano si bloccasse qualsiasi emigrazione: le campagne erano sempre più deserte e necessitava più manodopera. "La promessa di un viaggio per mare pagato e di un lavoro garantito all’arrivo erano incentivi sufficientemente forti a superare l’istintivo timore del lavoratore di lasciare il paese natale per una terra sconosciuta"(17).

La stampa di sinistra vide nell’emigrazione la conseguenza della rivoluzione sociale. La nuova entità politica dell’Italia come nazione evidenziava l’esistenza di due civiltà, quella del Nord e quella del Sud, tra loro diverse e pur racchiuse in un "unico corpo statale". La classe politica italiana adottò, a tal riguardo, la politica del laissez faire, considerando il fenomeno quasi alla stessa stregua di una valvola di sfogo per i disagi che il Sud del paese comportava al nuovo stato. Le sole preoccupazioni del parlamento erano, allora, gli interessi settentrionali contro un meridione che poneva resistenza alle nuove leggi e fatto di scansafatiche, incompetenti e criminali.

Dal punto di vista dei contadini il nuovo regime aveva solo reso i vecchi e nuovi proprietari terrieri più avidi. Secondo ragguardevoli storici, tra i quali il siciliano Francesco Renda, a scatenare l’esodo dal Sud fu la ferocia con cui il governo italiano reprimette il movimento popolare di cooperazione dei Fasci Siciliani. Come afferma Jerre Mangione, che, per molti aspetti, si rifà allo stesso Renda, l’Unificazione italiana per i siciliani "iniziò con una rinascita della speranza contro la fame e finì con un esodo di massa". L’interruzione dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 e la conseguente depressione dell’economia siciliana rese i poveri sempre più radicali e pronti a ribellarsi in virtù delle loro aspirazioni.

La rivolta dei fasci rese per la prima volta i lavoratori siciliani consapevoli della loro forza collettiva ma segnò anche l’inizio della loro rovina. Non furono capaci di affrontare efficacemente l’opposizione e la situazione sfuggì, presto, loro di mano. L’appello della piccola nobiltà, spaventata a che i fasci fossero aboliti e l’intervento dello stato prima moderato e poi radicale si risolvette nella dura repressione del movimento con lo stadio di assedio dell’isola cui seguirono arresti di massa e deportazioni nelle colonie penali(18). In poche parole, la mancata promessa di Garibaldi di dare un avvenire migliore ai contadini siciliani, il disinteresse crescente del nuovo governo e la sconsiderata repressione dei fasci uniti ai disastri naturali (siccità, eruzioni vulcaniche e terremoti, epidemie di colera)(19) lasciarono al popolo siciliano una sola speranza: l’America.

Nello stesso periodo (1861-1880) in America, nello stato della Lousiana, l’abolizione della schiavitù nel 1861 e, quindi, l’emancipazione dei negri aveva comportato l’abbandono di numerose piantagioni e soprattutto una forte carenza di manodopera lavorativa. I padroni delle piantagioni cercarono di rimediare importando manodopera dalla Cina e dalla Scandinavia ma le condizioni di clima dello stato americano privarono di successo questo primo tentativo. Un altro esperimento fu fatto importando lavoratori dalla Spagna e dal Portogallo ma presto i governi spagnolo e portoghese fermarono l’emigrazione dei loro Sudditi denunciando le inaccettabili condizioni del clima, la mancanza di igiene e la miserevole retribuzione di 75 centesimi al giorno. Un altro tentativo fu così rivolto all’Italia. Tutti i giornali italiani pubblicizzarono l’inaugurazione di compagnie navali tra New Orleans ed il Sud della penisola che avrebbero permesso di raggiungere l’America con appena 40 dollari a persona.

Al principio dell’ultimo decennio del secolo XIX, dopo i fasci siciliani, più di tre navi ogni mese lasciavano le coste siciliane con destinazione New Orleans. Immagino che anche allora, sebbene in un clima di maggiore legalità e di controllo, sia accaduto ciò cui oggi assistiamo di fronte alle masse migratorie che si spostano dai paesi orientali verso il ricco occidente. Tra le une e le altre la sostanziale differenza sta nella distanza, in quanto attraversare terre ferme o mari chiusi, come l’Adriatico, è cosa ben diversa dall’affrontare l’Oceano.

Alcuni emigrati trovarono lavoro direttamente a New Orleans mentre un gran numero venne reclutato per lavorare nelle piantagioni da zucchero. Le condizioni di lavoro nelle piantagioni erano realmente misere, anche per gli stessi contadini siciliani scappati alla fame. Secondo quanto, più dettagliatamente, afferma Mangione si lavorava dall’alba al tramonto guadagnando una miseria(20). Le condizioni di vita erano primitive e, tuttavia, i lavoratori, incoraggiati dai padroni, mandavano a chiamare mogli e figli. Presto i siciliani scoprirono che, rompendo le tradizioni del vecchio mondo e portando nei campi le donne a lavorare fianco a fianco, avrebbero potuto muoversi oltre le barriere della vita di sussistenza(21). E anche per intere masse di isolani fu una svolta decisiva di civiltà.

NOTE

1 Cfr. W. Salomone, Una rilettura dell’emigrazione, in AA.VV. Le Società in transizione: italiani e italoamericani negli anni ottanta, Atti del convegno (Balch Institute, Philadelphia, USA 11-12 ottobre 1985), Ministero degli Affari Esteri, Roma, s.d. p.33.

2 Cfr. A. Colletti, La questione meridionale, Torino SEI,1977

3 Cfr. E. Sereni, Capitalismo nelle campagne, Torino Einaudi,1947, p.368ss

4 Delille, Agricoltura e demografia nel regno di Napoli nei secoli XVIII e XIX, Napoli, Guida, 1977, p.123

5 Cfr. E. Franzina, Merica! Merica!..., Milano, Feltrinelli, 1974, p.220

6 Cit. E. Franzina, Dall’Arcadia in America, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1996, p.70.

Pertanto, sebbene studi recenti abbiano colmato qualche lacuna, in realtà in Italia è mancata una vera e propria letteratura verista sull’emigrazione dagli anni 1890-1930, sembra quasi che il paese subisse la questione migratoria senza conoscerla da vicino, mentre la letteratura straniera, attraverso la descrizione degli emigranti italiani, mostrava i caratteri del fenomeno attribuendogli una valenza sicuramente negativa. Da alcuni romanzi russi, per esempio, si evince un immagine etnico-somatica degli italiani, quali cafoni meridionali, i cui tratti comuni sono: melodia nel parlare, linguaggio sconosciuto, indolenza.

7 Alcuni tra i rifugiati più giovani si unirono alla guardia italiana, un corpo militare di New Yosk che si addestrava per tornare in Italia e partecipare alla lotta per l’unificazione. Cfr. J. Mangione B. Morreale, La storia, Torino, Società Editrice Internazionale, 1996,p.17

8 cfr. D. Salvatori, Tu vuò fa l’americano, Napoli, Tullio Pironti Editore,1995,p.16

Peter Giannini ha fondato all’inizio del secolo scorso la Bank of Italy (in seguito Bank of America), che già negli anni venti era fra le più quotate in assoluto.

9 Dal 1887 al 1900 si registrano 269.000 unità annue a causa dell’aumentata offerta di lavoro del mercato americano.

10 Tali liste di sbarco sono, oggi, conservate nel National Archives del Balch Institute di Philadelfia che ha fornito i dati necessari allo studio generale del fenomeno migratorio, considerato nella sua globalità e dell’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti ad opera di Luigi Di Comite ed Ira Glazier, 1984.

11 E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1979, p.294.

12 E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna Il Mulino, 1979.

13 Ivi, p. 296.

14 Ivi, p. 297.

15 J. Mangione B. Morreale, La storia, Torino, Società Editrice Internazionale, 1996, p.94.

16 Ibidem.

17 Ivi, p. 73.

18 A tal proposito cfr.anche F.Renda, L’emigrazione in Sicilia, Palermo, Ed. Sicilia al lavoro, 1963, p.37, laddove si legge che: "Disattese le speranze di un ordinamento autonomistico isolano, prese corpo e sostanza, infatti, quella politica esasperatamente centralizzata e autoritaria dei governi militari luogotenenziali, che era un modo singolare di applicare alla rovescia il principio di decentramento politico ed amministrativo rivendicato dalla maggior parte dei siciliani. A Torino si credette che non vi fosse altro mezzo di governare l’isola se non quello degli stati di assedio, dei tribunali straordinari, dei provvedimenti punitivi indiscriminati, delle leggi speciali di pubblica sicurezza. Persino le leggi amministrative, finanziarie ed economiche del vecchio Piemonte furono estese alla Sicilia quasi con la convinzione che i siciliani non fossero abbastanza evoluti per saperne apprezzare tutti i benefici che ne avrebbero potuto ricavare....Fu nel contesto di questo grave travaglio che l’emigrazione cominciò a svilupparsi nelle forme sociali oggi note".

19 Tra il 1884-87 vi furono in tutto il meridione una serie di epidemie di colera, cui si aggiunsero le eruzioni vulcaniche del Vesuvio e dell’Etna e nel 1908 il terremoto e maremoto che coinvolse la provincia di Messina e la Calabria.

20 J. Mangione B. Morreale, La storia, Torino, Società Editrice Internazionale, 1996, p.188. Gli uomini guadagnavano in media un dollaro al giorno, mentre vecchi, donne e bambini tra i 25 e i 50 centesimi.

21 Ibidem.