Gabriella Portalone DALL’ITALIA LIBERALE ALL’ITALIA FASCISTA,_NELL’ANALISI DI G. B. FURIOZZI

Questo lavoro di Gian Biagio Furiozzi, rappresenta una continuazione ideale di quello precedente da titolo Dal Risorgimento all’Italia Liberale, pubblicato nella stessa Collana nel 1997. Come il precendente è composto da una serie di saggi, originati da diverse occasioni, che spaziano su tutto il periodo storico che, partendo da Crispi, giunge alla crisi del liberalismo e all’avvento del fascismo. Per la varietà stessa dei temi trattati, oltre che per l’originalità e il carattere innovativo di alcune questioni affrontate, il volume offre una ricca serie di spunti e di riflessioni, su momenti e figure, anche minori, di tale periodo storico nettamente dominato dalla nascita e dall’evoluzione del movimento operaio italiano, in seguito allo sviluppo dell’industrializzazione e alla diffusione nella penisola delle dottrine marxiste ed anarchiche.

La trattazione di un periodo che va dagli anni immediatamente post-unitari al primo dopoguerra, non poteva prescindere dal tema del regionalismo, poiché fu proprio la politica accentatrice di stampo francese, scelta dalla destra storica, o meglio ad essa imposta dagli eventi, a condizionare il futuro italiano, sia con fenomeni come il brigantaggio, sia con l’aggravarsi progressivo del divario tra nord e sud, sia, infine, con il mancato conseguimento della vera fusione di più popoli in un’unica nazione.

Cavour - sottolinea Furiozzi - con il suo ineguagliabile fiuto politico, comprese subito che il nuovo Stato, accantonato per motivi politici il modello federale, non poteva non fondarsi su un forte decentramento che rispettasse le caratteristiche socio-economiche delle regioni che avevano formato stati indipendenti nell’immediato passato della penisola, senza, però, dare ad esse una rappresentanza elettiva esercitante un potere legislativo autonomo dallo Stato, per timore che ciò potesse determinare tendenze disgregatrici dell’unità nazionale. Egli propendeva per delegare molti poteri ai comuni più che alle regioni. L’incarico di preparare un disegno di legge sul decentramento amministrativo, basato sulla suddivisione regionale, fu affidato al ministro dell’interno Farini e la circolare che ne derivò, ispirata alla volontà di Cavour, suscitò vaste polemiche soprattutto fra i sostenitori del federalismo come, per esempio, Cattaneo e Montanelli che rilevarono l’ambiguità del progetto, privo di una reale volontà autonomistica.

Esso, tuttavia, anche se orientato esclusivamente verso una moderata forma di decentramento amministrativo, allarmava anche coloro che vedevano in esso un attentato all’unità politica e morale alla nazione o una restaurazione degli antichi potentati locali, come La Farina o il toscano Giorgini.

Fra i regionalisti si schierò stranamente lo stesso Mazzini che, in un articolo del 1870, pur respingendo il federalismo in nome dell’unità, si dichiarava propenso ad una forma di decentramento fondata sul Comune e sulla Regione, com’ente intermedio tra municipio e nazione, che avesse poteri deliberanti e che conciliasse il concetto d’associazione con quello di libertà.

Il secondo saggio, sull’inorientamento dell’Austria, dimostra la validità dell’intuizione balbiana che sarebbe rimasta un pilastro della politica estera italiana fino al primo dopoguerra.

Cesare Balbo aveva compreso, nella sua famosa opera del 1844, Le speranze d’Italia, che il mantenimento dell’impero asburgico era importante sia per l’equilibrio e la pace europei, sia per la sicurezza dell’Italia, cui sarebbe stata utile un’espansione dell’Austria verso Oriente con la conseguente cessione del Trentino e del Friuli - Venezia Giulia alla madrepatria italiana. Tale tesi appariva quantomeno egoistica agli idealisti mazziniani, che non comprendevano come in politica estera debbano essere sacrificati i sentimentalismi sull’altare del pragmatismo e della convenienza militare, politica ed economica dei singoli stati.

Nonostante la tesi balbiana si scontrasse con la netta avversione da parte di Vienna di cedere all’Italia Trento e Trieste, non solo per il valore intrinseco e per la posizione strategica dei territori contesi, ma anche per non creare alcun precedente nei confronti delle altre nazionalità che componevano l’impero, che avrebbe così rischiato una futura completa disgregazione, essa avrebbe continuato ad avere un seguito sempre maggiore negli anni seguenti l’avvenuta unificazione, conquistando anche ex mazziniani, combattenti del Risorgimento ed ex cospiratori, come lo stesso Crispi. Pur essendo un irriducibile irredentista (Crispi e l’irredentismo), quest’ultimo si persuase della convenienza di un’alleanza con la tradizionale nemica Austria, considerandola, soprattutto dopo la clausola imposta dal ministro De Robilant, nell’atto di rinnovare la Triplice nel 1887, come l’unico modo per ottenere pacificamente le terre irredente, che sarebbero state cedute come compensi all’Italia, in caso d’espansione asburgica verso est e ritenendo altresì indispensabile la conservazione dell’impero per la sicurezza italiana: "L’impero austro-ungarico è una necessità per noi. Quell’impero e la Confederazione elvetica ci tengono a giusta distanza da altre nazioni che noi vogliamo amiche [...] ma il cui territorio è bene che non si trovi in immediato contatto con l’Italia" (p.28).

Anche dopo il completamento dell’unificazione nell’immediato dopo guerra, le teorie balbiane riportarono un nuovo successo. La stessa rivista nazionalista Politica, auspicava un ritorno degli Asburgo ed un ampliamento, a spese dei paesi slavi, dell’Austria, che se prima era ritenuta il baluardo contro la diffusione dell’Islam in Europa, adesso veniva vista come un argine contro l’espandersi del boscelvismo in occidente.

Furiozzi assume, riguardo a Crispi e alla sua politica, una posizione inconsueta per uno storico di matrice socialista. Egli non vede nello statista siciliano il simbolo di tutti i mali del paese, ma ne giustifica le scelte e anche i cambiamenti repentini di posizione sulla logica della ragion di stato e del pragmatismo politico e, giudicando eccesivo il giudizio su di lui dato da Guglielmo Ferrero, vero beniamino per tanto tempo della storiografia italiana di sinistra, auspica "un’attenzione più equilibrata verso la sua opera (di Crispi) complessiva di ammodernamento dello Stato italiano" (p. 105).

Nel saggio Carlo Pisacane precursore di Sorel, l’autore riprende una tesi avanzata da Nello Rosselli che nel testamento del Pisacane vedeva un ripudio del determinismo marxista e una scelta di tipo volontaristico fondata sull’azione diretta, rivoluzionaria e violenta, di un’élite ristretta, ma ardita, esercitata nell’interesse delle masse. Dagli scritti del rivoluzionario ottocentesco Rosselli deduceva ulteriori parallelismi con il pensiero soreliano, come, ad esempio, il rifiuto del suffragio unversale, il disprezzo verso gli intellettuali di professione e, infine, l’importanza del mito nell’educazione delle masse: "[...] in Pisacane le rivoluzioni non sono conseguenza delle dottrine e dei ragionamenti, ma del "tumulto delle passioni"; anzi appena la ragione prevale e le passioni si smorzano, la rivoluzione cessa" (p. 53).

Lo studioso perugino profondo conoscitore di Carlo Rosselli, ma anche studioso attento del socialismo italiano ed europeo insieme, dedica uno dei suoi saggi alle origini di quel socialismo liberale che si sarebbe incarnato nel movimento Giustizia e Libertà. Dopo aver passato in rassegna le tesi storiografiche più autorevoli sull’argomento, individua in un socialista minore, Luigi Panciani, un esule umbro quasi sconosciuto, il primo teorico, fin dal 1854, della necessità del connubio tra socialismo ed individualismo: "[...] il rapporto dell’individuo con la collettività, ecco il problema da risolvere. Dalla sua soluzione sorgerà probabilmente un’era nuova il cui principio sarà la comunità". (p. 57). Ma il problema del socialismo liberale e delle sue differenziazioni con la socialdemocrazia saragattiana, viene ripreso in un altro saggio intitolato, appunto, Rosselli e Saragat. Rosselli - secondo l’autore - nel teorizzare il socialismo liberale, come l’incontro degli interessi individuali con quelli collettivi, finisce per ripudiare Marx e aderire a quella schiera di revisionisti che da Bernstein a Merlino, avevano ribaltato, alla luce dell’esperienza, molti dei dogmi marxisti. In Rosselli c’è, tuttavia, molto del romanticismo e del solidarismo mazziniano, del pragmatismo di Cattaneo, del volontarismo soreliano, nonché del gradualismo inglese, ma in lui ogni teoria viene trasfigurata dalla fede assoluta nel concetto di libertà: "[...] La libertà - afferma - non è un bene di classe e non è neppure un valore relativo [...] E’ un valore morale, prima ancor che politico, che trascende i confini di classe" (p.199). In Saragat, pur se troviamo delle perfette coincidenze con il pensiero rosselliano - la necessità del liberalismo e del rispetto della democrazia nell’etica socialista, per esempio, - permane fortissimo il legame con Marx. Per Saragat "[...] la democrazia non va intesa come vuota e astratta uguaglianza giuridica, bensì come la condizione politica più favorevole per la formazione della coscienza di classe del proletariato e per la realizzazione integrale della democrazia socialista" (p.203).

Ciò che effettivamente differenzia i due sta, non solo, nell’aspetto etico del marxismo che Rosselli nega e che Saragat esalta, ma nella diversa concezione della società futura che per il primo è una società interclassista e per il secondo una società senza classi.

Il tema del socialismo viene ripreso nel saggio Il modello inglese nel primo socialismo italiano, in cui Furiozzi mette magistralmente in evidenza come il laburismo e il tradunionismo, seppur verbalmente disprezzati dalla maggior parte dei socialisti italiani, furono, in fin dei conti, il vero punto di riferimento per i riformisti come Gnocchi Viani, Rigola, Cabrini, il repubblicano Graziadei, Maffeo Pantaleoni e non ultimo, sorprendentemente, l’ex anarchico Costa, primo deputato socialista eletto al Parlamento italiano. L’autore riporta brani di articoli di Turati, di Olivetti e di Olindo Malagodi che, pur respingendo il gradualismo inglese per il suo eccessivo economicismo e per la mancanza di grandi ideali e di veri aneliti rivoluzionari, non possono esimersi dal valutarne i meriti pratici per l’elevazione del tenore di vita della classe operaia.

Molto interessante appare il saggio dedicato ai sindacalisti italiani e alla loro reazione alla rivoluzione russa del febbraio 1917. Entusiasta ne fu Arturo Labriola, pur avendo avvertito subito una profonda sfiducia in Lenin. Egli vedeva nella rivoluzione russa la realizzazione del programma soreliano e, nella prosecuzione della guerra, alla maniera di Trotsky, la possibilità di diffonderla in tutta l’Europa. La rivoluzione di febbraio aveva dimostrato ai socialisti pacifisti di Turati e Serrati che la ragione stava dalla parte dei sindacalisti interventisti, i quali avevano previsto che la guerra esterna avrebbe scatenato le rivoluzioni all’interno dei singoli stati. La violenza dell’evento bellico avrebbe svegliato il proletariato dal secolare torpore. Sulla stessa posizione si pone anche De Ambris, ma il suo giudizio sulla successiva rivoluzione bolscevica dell’ottobre, promossa da Lenin, è assolutamente negativo come negativo sarà quello degli altri sindacalisti che tanto avevano plaudito agli eventi del febbraio precedente. De Ambris dalle pagine della sua rivista Il Rinnovamento, condanna il ritiro dalla guerra da parte dei bolscevichi russi come atto di vigliaccheria e di tradimento; in tal modo, infatti, essi avevano annegato la rivoluzione nel pacifismo e avevano rinunziato a portare il verbo della violenza rivoluzionaria agli altri popoli oppressi d’Europa. Olivetti rifiuta la rivoluzione bolscevica come modello da seguire per i socialisti europei, classificandola come rivoluzione prettamente borghese: "[...] Nulla di nuovo dunque, nulla di rivoluzionario. Possono essere tagliate dieci milioni di teste e con ciò non si fa ancora una rivoluzione".

Diverso il giudizio di quelli fra i socialisti che, di lì a poco, avrebbero dato luogo alla scissione di Livorno e alla conseguente costituzione del Partito Comunista Italiano. Di Vittorio inneggia alla Russia dei Soviet e la stessa cosa fa Longobardi, rivelando l’esistenza, ormai, di due anime essenzialmente diverse all’interno dello schieramento di sinistra dei socialisti italiani.

Furiozzi riprende alcune figure pressochè sconosciute del socialismo italiano come, per esempio, Fausto Pagliaro cui attribuisce il merito di essersi accorto del fatto che i socialisti trascuravano la classe impiegatizia, non comprendendo l’importanza della burocrazia nell’assetto istituzionale di ciascuno stato.

Originale ci appare il saggio in cui l’autore analizza parallelismi e differenze tra due intellettuali che tanta influenza ebbero sulla politica europea del primo Novecento: Sorel e D’Annunzio. Se Sorel, passato incredibilmente, dopo la parentesi del socialismo ttato dalla storiografia, è il saggio su La fondazione del P.P.I. nel giudizio della stampa protestante italiana.

Dopo aver messo in evidenza l’anima generalmente socialisteggiante dei protestanti italiani, l’autore passa ad esaminare la reazione effettiva degli intellettuali valdesi, evangelici e battisti, alla costituzione del partito dei cattolici di cui Sturzo si affannava a rilevare la laicità. Il battista Guglielmo Quadrotta, pur apprezzando l’accettazione da parte del partito di Sturzo della più completa libertà religiosa, sottolineava la diversa posizione delle alte gerarchie vaticane e della stampa cattolica, mentre Giuseppe Donati dava, contemporaneamente, un giudizio poco lusinghiero del partito e dei suoi fondatori, giudicandoli tutti personaggi legati "ai compromessi giolittiani", per i quali sarebbe stato ben difficili rompere col proprio passato e liberarsi dalla dipendenza vaticana. Il battista Tosatti aveva quasi immediatamente intuito le diverse anime del partito che andavano dal sindacalismo di Miglioli al moderatismo conciliatorista di Meda. Tali differenze avrebbero finito per far si che il partito restasse nel contesto della vita politica italiana soltanto come una forza di inerzia e non cancellava l’impressione che in esso fossero presenti "[...] due classi sociali con interessi addirittura antagonistici, con mentalità opposte, che stanno insieme soltanto perché tutte e due devono difendere interessi ecclesiastici" (p. 137).

L’organo ufficiale valdese La Luce fu, invece, ben più drastico nel suo giudizio sul P.P.I., definito un omnibus politico religioso e un amalgama di tutto, chiedendosi che potesse chiamarsi laico un partito avente per segretario politico un sacerdote. (138).

Sulle ragioni dell’avvento del fascismo, Fiuriozzi abbraccia la tesi della paura suscitata sull’opinione pubblica dai recenti fatti rivoluzionari russi e dal programma massimalista varato dal XVI congresso del PSI nel 1919. Tutto ciò fece si che i poteri forti trovassero la naturale alleanza della media e piccola borghesia, degli agrari e dei piccoli proprietari della val padana, nonché il sostegno della corte, dell’esercito e delle istituzioni. Tale complessa ed eterogenea alleanza, vide il fascismo come il male minore e la naturale difesa al dilagare del bolscevismo.

Fuiriozzi porta all’attenzione degli studiosi una rivista, ben poco conosciuta al grande pubblico, nata nel 1925, in pieno periodo fascista, diretta e fondata da Ezio Garibaldi nipote dell’eroe del Risorgimento italiano. Scopo principale di tale rivista era quello di mettere in rilievo il legame tra Risorgimento e fascismo, considerando il secondo la logica e naturale continuazione del primo. D’altra parte nello stesso periodo Ezio Garibaldi avrebbe dato alle stampe un libro dall’inequivocabile titolo Fascismo garibaldino.

L’ultimo saggio è dedicato al ruolo degli intellettuali nella vita politica, dal primo novecento al fascismo. L’autore mette in evidenza che la paternità del termine intellettuale, inteso come sostantivo, generalmente attribuiva ad Emile Zola nel 1898, risale invece ad un autore protestante inglese della metà del Seicento e, per quanto riguarda l’Italia, ad Antonio Labriola che lo usò fin dal 1897. Rivela, inoltre, il ruolo svolto da molti intellettuali, a cominciare da De Amicis, nella nascita e nello sviluppo del socialismo italiano, mentre riviste come La Voce, Leonardo e Il Regno con i loro fondatori, Prezzolini, Papini, Corradini, furono le avanguardie delle nuove mode politiche ed artistiche.

Sul versante socialista non si può dimenticare il ruolo esercitato da Arturo Labriola con la sua rivista Avanguardia Socialista o di Roberto Michels, passato poi dal socialismo al fascismo. Determinante fu per l’adesione della gioventù studentesca alla guerra, la posizione interventista di alcuni fra i più famosi intellettuali dell’epoca, seppur di schieramenti diversi. Pascoli, D’Annunzio, Marinetti, Labriola, Gramsci, Togliatti, ecc.

Il fascismo si rese conto dell’importanza di reclutare nel partito i grandi intellettuali e scienziati del tempo per attuare la più efficace opera propagandistica. Nelle sue fila reclutò dunque uomini come Pirandello, Gentile, Rocco, Bottai, Volpe, Federzoni, Panunzio, Michels, Olivetti, Murri e lo stesso Marconi, nominato presidente dell’Accademia d’Italia. Nei confronti degli intellettuali che aderirono al fascismo, Gramsci non diede un giudizio più sferzante di quello espresso nei confronti di chi si rifugiò, per tutto il ventennio, nell’attendismo o nella neutralità, come Prezzolini o Croce, salvo, poi, - l’intellettuale comunista non avrebbe potuto assistere a tale fenomeno, svegliarsi quando le sorti del fascismo cominciavano a traballare per passare "arditamente" dalla parte dei vincitori.