Battaglioni Fascisti a Bir el-Gobi Giovinezza in armi di Francesco Paolo Calvaruso

"La Nazione è poesia" R. Brasillach

Da Padova al Sahara

Lunedì 10 giugno 1940. Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annuncia ad una folla oceanica, fiduciosa in chi in quegli anni ha innalzato l’Italia a grande potenza, la dichiarazione di guerra contro Francia e Gran Bretagna. I megafoni di tutte le piazze rilanciano la secca e metallica parola d’ordine appena dichiarata. Essa "trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano indiano, categorica ed impegnativa per tutti": Vincere! Gli indugi sono sciolti, la funambolica formula della "non belligeranza" è gettata al Tevere. Un regime che per vent’anni ha basato la propria pedagogia politica sulla mitizzazione del combattimento, dello scontro risolutore, che proclama ed esalta l’ardore, la passione per l’azione e il cui capo incarna un certo romanticismo politico (1), non può starsene a guardare le evoluzioni di una tale prova storica. La Nazione, si dice, scende in campo contro le demoplutocrazie occidentali, in un duello fra l’Italia proletaria e fascista contro le consorterie dell’oro e della finanza mondiale, che in ogni modo hanno cercato di umiliare l’irrefrenabile voglia di vita e di potenza dell’Italia. é l’ora della verità, "L’ora – dice Mussolini – delle decisioni irrevocabili".

Il discorso del Duce così si conclude: "Popolo italiano, corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!". Un solo pensiero scuote in questi momenti molti ragazzi cresciuti in quel clima, allevati dalla lupa del littorio: arruolarsi volontari per vincere o morir, questo (É) l’avvenir della più gagliarda gioventù, secondo un ritornello in voga. Così, al segnale d’adunata, i ragazzi della GIL rispondono prontamente all’appello marziale. In loro arde la serena volontà di percorrere i campi di battaglia, dove farsi onore.

Nata dalla fusione dei Fasci Giovanili di Combattimento (FF.GG.C.) e dell’Opra Nazionale Balilla (O.N.B.), ai sensi del R.D. n. 1839 del 27 ottobre 1937, la G.I.L. (2) (Gioventù Italiana del Littorio), organizzazione istituita dal regime e direttamente sottoposta al Segretario del Partito Nazionale Fascista (P.N.F.), aveva lo scopo d’inquadrare e forgiare, dopo adesione volontaria, le giovani leve d’Italiani (sia maschi che femmine dai 6 ai 21 anni) nell’ideale del fascismo, e il cui motto era "Credere, Obbedire, Combattere". Allo scopo di dare a tale organizzazione un aspetto paramilitare gli iscritti erano inquadrati in squadre, manipoli, centurie, coorti e legioni, ricalcando così le unità militari dei cesari. Inoltre, secondo dell’età, i ragazzi erano suddivisi in: a) Figli della lupa, dai 4 agli 8 anni; b) Balilla, dagli 8 ai 14; c) Avanguardisti, dai 14 ai 17; d) Giovani Fascisti, dai 18 ai 21. Esistevano poi anche altri tipi d’organizzazioni giovanili sotto il fascismo, come i Gruppi Universitari Fascisti (G.U.F.), dotati, tuttavia, di una loro particolare autonomia, che includevano gli universitari dai 18 fino ai 28 anni (potevano farvi parte anche i diciottenni iscritti all’ultimo anno di scuola media superiore e i laureati fino ai 28 anni) e il Servizio Premilitare, dai 18 ai 21 anni, che assumeva il chiaro compito di preparare al servizio di leva da svolgersi non appena maggiorenni.

Ma partire come volontario, seppur iscritto alla GIL, non era cosa semplice. Tutt’altro. Prima di tutto occorreva essere spinti dalla propria volontà di servire in armi la Patria col calcolato rischio di immolarsi per essa, poi era indispensabile l’idoneità fisica (non facilmente ottenibile) e ovviamente (nel caso in cui non si fosse ancora compiuto il 21° anno) l’autorizzazione del padre. E così, molti seguendo le dovute tappe dell’arruolamento, che avveniva a carattere regionale, partono come volontari, altri vi aderiscono ugualmente persino falsificando la firma del genitore o partendo in ogni caso. Fra questi giovani volontari vi è anche Antonino Calvaruso, palermitano, classe 1922, uno di quei ragazzi che sul campo saprà dimostrare il suo valore(3).

Dunque, si diceva dei ragazzi che volontariamente andarono a costituire i Battaglioni Volontari della GIL. Ettore Muti, vero eroico combattente, trenta volte decorato al valore militare, allo scoppio della guerra segretario del PNF, dunque capo della GIL, volle che questi giovanissimi volontari fossero posti fra le fila dell’Esercito. Ma quest’idea non trovò sin da subito il parere favorevole dello Stato Maggiore dell’Esercito, giacché il timore d’inquinamenti politici frenava proposte di tal fatta. Esisteva già la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale(4) (M.V.S.N.), istituita con R.D.L. 14 febbraio 1923 n. 31, un vero e proprio esercito in camicia nera alle dipendenze del Partito, perciò l’inserire delle unità formate esclusivamente da Giovani Fascisti fra i ranghi del Regio Esercito costituiva agli occhi delle gerarchie di quest’Arma un punto da rigettare. Troppo compromettente e pericoloso per la sua autonomia. Inoltre, occorre dire che anche il PNF vedeva non troppo favorevolmente la costituzione di un piccolo esercito di giovani, seppur formati sotto l’ala onnipresente del fascismo, proprio perché in quegli anni le schiere giovanili stavano diventando troppo irrequiete. Le nuove leve, però, spingevano per avere spazio. Volevano di più: o una seconda ondata rivoluzionaria o una guerra che desse nuova linfa ad un certo fascismo di sinistra avverso alla conservazione e all’irrigidimento borghese alle dipendenze del capitale. Quest’onda d’urto dei giovani sarà una delle cause dello sfacelo fascista di lì a poco. Ma prima che tutto degenerasse, lo stesso Mussolini parlerà della naturale veemenza dei più giovani e dell’ovvio rinnovamento generazionale, del passaggio del testimone. "Noi siamo - disse Mussolini - la generazione che tramonta, i giovani sono l’alba che sorge. Che cos’è una generazione? E quanto dura? Ve lo dico subito. Vent’anni. Il tempo sufficiente perché l’uomo generi figli. E i figli, generalmente, vengono a contrasto coi padri. La storia ha sempre dimostrato la fatalità di questa lotta. Come fare, allora, per trasmettere una fede alla nuova generazione, per ottenere anzi la saldatura? Bisogna passare il comando ai giovani. Subito."(5). Non si dimentichi poi che già fra i GUF forti venti di critica aperta, di revisionismo serrato, se non d’opposizione interna, soffiavano nella completa cecità di chi incartapecorì il primo fascismo rivoluzionario. Insomma, per vari motivi d’opportunità politica e di mera facciata questi giovani fascisti volontari erano davvero un pericolo per tutti.

Più volte, prima di Bir el-Gobi, quei diciottenni della GIL si vedranno fastidiosamente dislocati da un capo all’altro. E quanti gesti e parole di sufficienza prima del battesimo del fuoco, quante stupide battute prima dell’ora del cimento, quanta spavalda ilarità, se non sarcasmo, al loro indirizzo prima del momento della serietà. Avranno modo questi giovani di ergersi eroicamente su tutti, splendidamente avvolti dall’aurea naturale che fa del volto d’ogni ragazzo la primavera della vita.

Furono costituiti così ventiquattro Battaglioni di Volontari della GIL. Ogni Battaglione (Btg.) era composto di tre compagnie fucilieri e un plotone comando; ogni Btg. era dunque composto di circa 1.000 ragazzi, con circa 21 ufficiali. L’arma individuale era il moschetto ’91 ed un pugnale-baionetta.

In questo stato di perplessità sulle sorti di questi Volontari, l’Esercito temporeggia. Il problema è serio. Che fare di questi irrequieti ragazzi? Come distoglierli dal combattimento, dalla vera battaglia? Non è un gioco la guerra, altro che cose da diciottenni, si mormora. Ma tutti dovranno ricredersi.

Così, fu ideata la "Marcia della Giovinezza": ben 450 Km a piedi in pieno assetto di guerra che avrebbe impegnato questi giovani volontari in venti tappe dalla Liguria fino a Padova. Tutto questo, ovviamente, cantando a squarciagola gli inni della Giovinezza(6).

L’idea di questa "Marcia", che interessò anche le colonne della fertile rivista di Bottai(7), rispose non solo a motivazioni meramente propagandistiche, ma a molti parve anche un ottimo metodo per prendere tempo sul da farsi e un modo sicuro di applicare la selezione naturale fra le fila di quei ragazzi classe ’22. Quanti avrebbero resistito ad una simile estenuante prova? Quasi tutti! Sfidare nel vigore fisico i ragazzi è come superare in saggezza un lucido vegliardo!

Si pensa di frenare in questi ragazzi lo sfrenato e pericoloso desiderio della guerra. Nulla, però, li distoglie, nemmeno l’affettuosa presenza di tanti civili lungo la marcia; ciò che vogliono è ben altro. "Ma tutto ciò, - racconta uno di loro – esclusa la spontanea accoglienza popolare, ci dà ai nervi, urta maledettamente con il nostro carattere. Non ci capiscono, nelle alte sfere politiche e militari, o non vogliono capire, che la nostra meta è il combattimento; tutto il resto non ci interessa. Preferiremmo riservare le rappresentazioni teatrali alla fine della guerra, dopo aver combattuto, dopo aver conquistato la vittoria"(8).

Di lì da chi decise per questa sfilata di gioventù per le strade d’Italia, cosa spingeva tanti ragazzi ad arruolarsi volontari in così giovane età a rischio della vita e a voler partire così entusiasticamente per il fronte? L’educazione politica e militare del tempo e la figura carismatica del Duce di sicuro li ammaliava. Era una vera attrazione fatale. Il fascismo era riuscito in sostanza a convogliare la forza dirompente dei giovani, il loro desiderio di muoversi, di fare, di agire, di distruggere anche, nei regolamenti della disciplina militare. Una miscela davvero esplosiva, che vedeva dei ragazzi un po’ anarchici per motivi anagrafici inquadrati in plotoni. E poi, non era Giovinezza l’inno del fascismo? Non erano rivolte verso la gioventù gran parte delle attenzioni del regime?(9) é innegabile che tanti ragazzi erano affascinati da un uomo dall’oratoria coinvolgente, che aveva dato a tutti una divisa, li aveva esaltati come la più bella e fiera espressione del futuro, li aveva forgiati nella comunione dello spirito nazionale, li aveva curati in ogni settore della loro vita, dalla culla alla pugna, li aveva educati e chiamati i sabati a radunarsi nelle piazze, a maneggiare un’arma, e che li aveva portati al mare, in montagna, ai "campi Dux", all’estero. Insomma, un regime che coccolava, diciamo così, seppur interessatamente, la giovinezza non poteva che esaltarne la fervida immaginazione. Chi è giovane sa cosa voglia dire avere uno straccio d’ideale politico per cui sgolarsi, manifestare la propria adesione, anche a costo di imbattersi duramente in avversari che la pensano esattamente all’opposto. Quasi fisiologico in chi sceglie di impegnarsi in prima persona per realizzare un progetto comune. E chi è stato giovane davvero, dentro, sa bene che a quell’età non è tanto la speculazione dell’iperuranio che avvince i più, ma l’azione, la sublime vanità del nulla, la ricerca dell’infinito nel finito, lo stimolo tendenzialmente ribelle, il voler vivere spericolatamente; tensioni che si confanno al vigore di chi cova nell’intimo un vulcano ribollente, pronto a rigettare il suo fertile vomito devastatore, magma giovanile.

Il primo impiego dei Btg. Vol. della GIL doveva vederli impegnati sul fronte occidentale contro la Francia. Ma furono frenati. Si diceva: "Sono ragazzi, la guerra è cosa da persone serie".

Un’autentica folla entusiasta e plaudente festeggia così il 26 agosto l’inizio della "Marcia della Giovinezza" fra canti, lacrime, sorrisi e tanta commozione nel vedere quei ragazzi che anziché le cure famigliari hanno scelto volontariamente di servire in divisa la Patria. Il vigore e l’incoscienza stupenda della giovinezza al servizio di un’idea antica e nobile come quella della madre Patria li rendeva davvero bellissimi, superbi.

Dopo un’estenuante ed estetica sfilata di giovinezza per le strade dell’Italia settentrionale (Genova, Piacenza, Cremona, Mantova) il 1¡ e 2¡ Raggruppamento incontrano per strada l’altra colonna del 3¡ Raggruppamento Volontari della GIL, provenienti da Fano lungo il litorale adriatico. L’incontro avviene proprio alle soglie di Padova, ove insieme giungono marciando il 16 settembre 1940. "Si entra in Padova – racconta Mugnone – e, fra una trionfale accoglienza del popolo, che accalca i marciapiedi della città universitaria, termina la Marcia della Giovinezza"(10).I ragazzi, stanchi ma soddisfatti, sono così accasermati alla Fiera e presso il 58° Rgt. di Fanteria. Altri a Vicenza.

Nel frattempo, il 13 dello stesso mese, il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, succeduto al defunto pari grado Italo Balbo al comando delle truppe italiane in Africa Settentrionale (A.S.), riceve ed esegue, anche se con un po’ di riluttanza, l’ordine di passare il confine libico-egiziano.

10 ottobre 1940, "giornata memorabile nella storia del volontarismo italiano", sottolinea il Volontario Mugnone(11). Il Duce assiste dal palco in Corso del Popolo, in località Prato della Valle, alla sfilata delle varie rappresentanze giovanili in armi. Tra di esse quelle di Germania, Spagna, Ungheria, Romania, Bulgaria. In fine, dinanzi ai suoi occhi attenti e severi, passano le schiere dei suoi Giovani Fascisti. Tutti felici e fieri di aver partecipato ad una simile parata, prima per le strade d’Italia e poi proprio davanti a colui che essi ammiravano tanto, il loro faro, il loro Duce. Terminata la sfilata si rientra nelle caserme. Luigi Barzini così scrive in quell’occasione sul "Popolo d’Italia" di questi ragazzi: "Sorprende di vedere questi soldati adolescenti sorpassare in altezza una gran parte dei loro ufficiali. Aitanti, seri, marziali, con delle facce intelligenti, l’occhio vivo e attento, i volontari del littorio, ancora quasi fanciulli, hanno già un’aria guerriera"(12).

Passata la festa cominciano i doveri per i Volontari della GIL. L’indomani Ettore Muti telegrafa con piacere ai Comandi dei Btg. Volontari GIL comunicando che ben presto saranno inquadrati fra le varie unità combattenti. Del resto Mussolini glielo aveva promesso: "Il fascismo non vi promette né onori né cariche n ldeggiato in un telegramma a Mussolini lo stesso Muti(13).

Ben presto, però, una notizia fredda i Volontari alla Fiera di Padova. La miccia fra le fila dei ragazzi in armi scoppia quando qualcuno di loro legge sulla seconda pagina del "Popolo d’Italia" un articolo, nientemeno che del gen. Ottavio Zoppi, già fondatore degli Arditi durante la Grande guerra. Che c’era di così grave in quelle righe, forse persino lusinghiere nelle pubbliche intenzioni? L’autore definiva nel suo articolo, intitolato Gagliardetto vivente, i Volontari della GIL come "Premilitari", paragonandoli a quei ragazzi che nella prima guerra mondiale avevano fatto la guardia alle linee ferroviarie (14). Un’onta! Potevano tollerare quei Volontari una tale squalifica a semplici truppe da rincalzo, insomma, delle pericolose riserve da ultima spiaggia? Inoltre, a rendere l’aria di Padova ancora più tesa giunge la notizia che il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio ha ufficialmente chiesto a Mussolini di smobilitare tutti i Btg. della GIL. Tale richiesta, occorre ricordare, non trovava assolutamente d’accordo Muti che ancora con più forza insisteva per impiegare i ragazzi, così come promesso e com’essi stessi ardentemente desideravano. Ma come, pensò Muti e altri come lui, prima li esortiamo allo slancio senza condizioni, alla battaglia, gli diciamo a lettere cubitali che "bisogna agire, muoversi e, se occorre, morire", li spingiamo ad amare la Patria sopra ogni cosa materiale, e poi li deludiamo mandandoli a casa, come dei bambini da strapazzare? Mussolini deve prendere una decisione. Dopo tentennamenti accetta l’idea di Badoglio, soprattutto per non inimicarsi le alte sfere dell’Esercito. Anzi, il Capo del Governo va oltre ed esautora in novembre il pluridecorato Muti dalla carica di Segretario del PNF. L’opportunismo, in politica, spesso non va in sincrono con ciò che il senso comune definisce come retta condotta morale.

Giunse dunque l’ordine di sciogliere i vari Btg. GIL, "per cui i volontari dovevano ritornare alle loro case e riprendere gli studi ed il lavoro, mentre si sarebbero costituiti uno al massimo due Battaglioni speciali" (15). Dopo anni di formazione militare, sfilate, bei discorsi sul valore intrinseco della giovinezza, sul futuro che gli appartiene, ora tutti a casa? Mai! (16) é così che scoppia una vera e propria rivolta alla Fiera Campionaria di Padova. I ragazzi della GIL non vogliono proprio sentire di tornarsene a casa a fare i figli di famiglia. Loro vogliono solo diventare uomini, facendo la loro parte in un momento così importante, per l’onore e il prestigio dell’Italia, con le armi in mano. Ma la loro era davvero una situazione anomala. Per tutti sono un bel problema: per l’Esercito, per il PNF, per Mussolini stesso. Una vera mina vagante. Che accadrebbe, si pensa, se questi ragazzi inquinassero i ranghi dell’Esercito con idee ovviamente fasciste, anzi ultra-fasciste? Che ne sarebbe dell’immagine del regime se così tanti ragazzi, il fiore all’occhiello della gioventù forgiata all’ombra del littorio, perissero su qualche fronte? Che direbbero i loro genitori e il Paese intero, che "il Duce manda i ragazzini a fermare le demoplutocrazie occidentali"? Quale la considerazione internazionale agli occhi delle potenze nemiche in caso d’annientamento di una simile imberbe unità? E poi, nel dopoguerra (che si pensava sarebbe stato solo vincente) che sarebbe accaduto al regime se una simile massa di giovani ribelli avesse espanso le proprie idee rivoluzionarie (come quelle di tutti i giovani di tutti i tempi), come frenarle se fuse con quelle degli intellettuali dei GUF? Sarebbe stato in grado il Partito di trattenere una simile ondata dagli esiti tutt’altro che facilmente controllabili? Non ci sarebbe stata un’altra rivoluzione super-fascista, intesa come superamento verso derive più o meno ignote, ma sicuramente non reazionarie? Insomma la presenza di quelle migliaia di giovani volontari era un pericolo per tutti.

Scoppiata la rivolta la Fiera diviene luogo di sfogo e di distruzione. I ragazzi non vogliono affatto retrocedere dalle loro intenzioni. E così, ad un certo punto, si giunge alle maniere forti per farli andare via. Ma non è opera facile. Tanti di loro riescono a sfuggire all’operazione di sgombero che i vari ras locali sono incaricati di eseguire con l’ausilio delle CC.NN. Molti dei Volontari trovano un nascondiglio ed altri in un secondo tempo faranno ritorno alla base o si aggregheranno giungendo da varie località.

Padova ricomincia così a pullulare di giovani irremovibili, chiusi alla Fiera nell’attesa di chissà quale evento che li possa nuovamente riportare sulla via del cimento. Gli irriducibili non hanno accettato di retrocedere da eroici volontari a bambini da bastonare. A questo punto il problema si ripresenta in tutto il suo peso: che fare di questi cocciuti ragazzacci? Un Maggiore dei Granatieri è così inviato a trattare con i Volontari rinchiusi fra le mura della Fiera. Fulvio Balisti, vero ufficiale e gentiluomo dalla stoffa d’altri tempi, grazie alla sua capacità oratoria e la sua propensione al dialogo con i giovani (non è cosa comune saper sospendere la distanza anagrafica in un colloquio con i più giovani, tanto più arduo è poi riuscire a conquistarne la causa), riesce a farsi dire cosa davvero vogliano questi riottosi alla smobilitazione (17). Ben presto fra i giovani e Balisti si trova un punto d’incontro, un momento di potentissimo coagulo: l’idea di Patria.

Dopo essersi chiariti reciprocamente, il 15 novembre 1940 alle 5 del mattino il Magg. Balisti si presenta ai cancelli della Fiera-Caserma dei Volontari e li conduce ordinatamente di persona alla stazione. Alcuni scendono a Montebello, vicino Montecchio Maggiore, altri, circa settecento, invece, sono accampati ad Arzignano. Ma il fatto straordinario è che ad ogni ora svariati ragazzi, sfuggiti ai loro mastini, fanno entusiastico ritorno fra le fila dei Volontari. "Il nostro posto - dicono – è qui".

I Volontari sono dunque inquadrati insieme a 14 ufficiali nel I Btg. speciale Volontari della GIL (18). Viene costituito anche un II Btg. e si pensa pure all’eventuale III Btg. speciale per i ritardatari.

Nonostante il desiderio di servire dei Volontari non incontrasse molti consensi e, cosa più importante, non fosse ancora pervenuto l’imprimatur da parte delle autorità competenti alla ricostituzione di tali unità, non pochi esponenti del mondo politico e militare non celano le loro simpatie per quelle giovani pesti che vogliono divisa e moschetto a tutti i costi. Fra gli estimatori anche Buonamici, vice segretario della GIL e il pluridecorato Col. Fernando Nannini Tanucci. Quest’ultimo ne diverrà, anzi, presto il Comandante.

I capovolgimenti politici e militari sopravvenuti nel frattempo mutano tuttavia la strana situazione dei due Btg. Badoglio si dimette e gli subentra Ugo Cavallero. Non perdendo la ghiotta occasione gli ammiratori dei giovani volontari, affascinati da tanto intrepido ardimento, ottengono l’autorizzazione ufficiale per costituire tre Btg. speciali. Viene così costituito ufficialmente il Gruppo Battaglioni speciali Giovani Fascisti, con al comando il Col. Tanucci, aiutante maggiore il Ten. Mario Niccolini. Il Gruppo speciale GG.FF. è suddiviso in 2 Btg., il I al comando del Magg. Balisti e il II alle dipendenze del Magg. Benedetti, bersagliere come Tanucci.

Ma un dubbio ancora attanaglia la truppa: "Che siamo? Esercito o Milizia?".

La sera del 14 dicembre il Gruppo GG.FF. parte in treno da Tavernelle direzione Formia, vicino Gaeta, ove giungeranno all’alba del 16.

Si decide quindi di innalzare ancor più lo spirito di corpo adottando per ogni Btg. un proprio motto da inscrivere sui propri gagliardetti (19). I quali, pur non essendo vessilli ufficiali, ricoprono, soprattutto fra i giovani, un significato simbolico molto alto. Il motto del I Btg. è "Mi scaglio a ruina", quello del II Btg. "Abbi fede" (20). Parole secche e calzanti viste le imprese cui andranno incontro queste ardenti anime romantiche. A Formia, località dove s’erano già addestrate la Legione CC.NN. "XXVIII Ottobre" e il Btg. "S. Marco", si decide per motivi logistici di ricomporre nuovamente in un unico Btg. le unità speciali. Alcuni GG.FF. vengono inviati a addestrarsi, oltre che a Formia, a Gaeta e a Scauri.

Durante i mesi trascorsi a prepararsi per l’impiego in linea il Col. Tanucci e il Magg. Balisti fanno la spola fra Formia e Roma per dare giusta forma a quella particolare creatura bellica fatta di ragazzi irrequieti che premeva per il giusto riconoscimento. Ma spesso i palazzi di Roma si mostrarono avidi di complimenti per quell’unità così speciale. Serena, Segretario del PNF succeduto a Muti, non ha remore a bollare seccamente i GG.FF. come "nient’altro che Premilitari", e lo stesso Starace, allora capo della M.V.S.N., condivide la scarsa fiducia considerando altrettanto negativamente i due Btg. Ma dopo la tempesta un raggio di sole irradia i ragazzi impossibili. Durante un’ispezione al Gruppo, il Gen. Taddeo Orlando esprime parere decisamente positivo per il grado di preparazione militare raggiunto dai Volontari. Al che finalmente Starace fa marcia indietro e si convince a dare il suo assenso affinché venga costituita "l’effimera" 301" Legione CC.NN. d’assalto. Effimera, giacché dopo essere stata ufficialmente costituita il 14 aprile 1941, appena quattro giorni dopo i Volontari saranno costretti a riporre la camicia nera. Nei ragazzi monta l’idea di essere confusi con degli indossatori e non dei soldati. Ma, così, finalmente e in modo definitivo il calvario finisce. I volontari divengono a tutti gli effetti, ai sensi della Disposizione n. 49840 del Ministero della Guerra del 18 aprile 1941, membri del Regio Esercito, con la denominazione di Gruppo Battaglioni Giovani Fascisti. I Volontari, insomma, diventano veri fanti. Persino la scelta sulla loro uniforme crea polemiche (21). La divisa consegnata ai GG.FF. è color grigio-verde (come ogni reparto dell’Esercito), con le stellette, le fiamme cremisi bordate di giallo (i colori di Roma e della GIL) e il fez nero come gli Arditi. I ragazzi ribelli e quasi fuori legge di Padova, ormai poco più di duemila, adesso sono soldati a tutti gli effetti.

Alle 22.30 del 4 maggio arriva l’ordine di partire per Napoli. L’indomani i Battaglioni sono quindi spostati nel capoluogo campano, dove risiederanno presso l’Albergo dei poveri per più di due mesi per altre estenuanti esercitazioni. Ma la pur amena accoglienza della città partenopea non attenua affatto il malcontento serpeggiante fra i Volontari. Per un momento pare si vada in Russia, ma anche questo è solo un fuoco di paglia. Loro vogliono l’incendio. Lo scontento per l’inattività sul campo arriva a livelli talmente alti che i GG.FF. rendono pubblico persino un manifesto in cui appaiono tendenze al limite della rivolta (22). Qualcosa deve accadere, e la scossa è stata così forte che il 18 luglio la notizia tanto attesa finalmente giunge: si parte per l’Africa. Il 19 da Napoli si va per Taranto. Il 23, alle ore 14, a bordo delle navi Neptunia e Oceania il Gruppo Btg. GG.FF. parte alla volta di quei lidi che D’Annunzio aveva definito come la nostra "quarta sponda". L’avventura tanto voluta e il combattimento mai rinnegato, anzi cercato, è ad un braccio di mare. A poche miglia.

Solcando quel mare nostrum, i nostri festeggiano con allegre musiche il loro viaggio verso il deserto da difendere. Ma nell’intimo la nostalgia della nostra terra che odora di ulivi e frutteti, dei nostri porti pieni di vita, dei nostri lidi dolcemente accarezzati dal vento mite, il ricordo delle 100 città e dei tanti bei paeselli da cui ci si è distaccati, li fa crescere, li fa divenire grandi. In ogni senso.

Qual è la nostra situazione militare in Africa Settentrionale al momento dell’arrivo dei GG.FF.? Dal giugno 1940 al luglio 1941 in realtà si sono svolte una serie di attacchi e contrattacchi che faranno definire quello scontro come la "battaglia del pendolo". Primi a muovere all’attacco con Graziani fino a Sidi el Barrani (100 Km oltre il confine con l’Egitto), gli Italiani poi ripiegheranno a causa del durissimo contrattacco inglese: "Il 9 dicembre gli Inglesi, aggirata e travolta la linea italiana a Sidi el Barrani, sferrarono una poderosa offensiva, penetrando in profondità nel cuore della Cirenaica e conquistarono Bardia, Tobruk, Derna e Bengasi, per raggiungere ai primi di febbraio il golfo della Sirte. La decima armata italiana venne travolta. Le perdite furono ingenti: 5.000 morti, 130.000 prigionieri, 400 carri armati e 1.200 cannoni distrutti" (23). Un disastro per la conduzione autonoma della nostra guerra in A.S. Mussolini, dunque, costretto, deve rimediare e nel gennaio 1941, si rivolge all’alleato tedesco, che invia in Libia uno dei suoi migliori generali, il vincitore della campagna di Francia, il già notissimo Erwin Rommel e con lui un intero corpo di spedizione chiamato Deutsche Afrika Korps (D.A.K.) (24). I biondi soldati di Germania sbarcano in massa a Tripoli il 13 febbraio 1941. Dopo una sfilata per le vie della capitale della colonia, in cui armi potenti e adatte alle particolari esigenze del deserto fanno presumere ben altre sorti ai nostri affondi, Rommel non vuol perdere tempo e presentatosi per assumere le consegne dal suo Comandante diretto per le operazioni in A.S. (almeno nominalmente), il Gen. Gariboldi (succeduto al deposto Graziani dopo l’attacco e lo scacco subito in Cirenaica), si dirige alla testa della sua Armata italo-tedesca ad est, incontro al nemico. Il 24 marzo gli Italo-tedeschi espugnano el-Agheila, il 4 aprile Bengasi e agli Inglesi non rimane che indietreggiare di vari chilometri. Ma Tobruk, nodo importantissimo per lo scacchiere nord africano, seppur accerchiata dalle forze dell’Asse, resiste accanitamente. é la base navale più importante della Cirenaica, al confine fra la Libia e l’Egitto. Possederla vuol dire avere in pugno l’area cruciale degli scontri in zona. L’assedio italo-tedesco è forte e serrato, nessuno riuscirà per molti mesi a sfuggire da questo cerchio strettissimo e martellante.

Altri campi di battaglia s’aprono in questa guerra, che si espande sempre più: l’U.R.S.S. viene attaccata dai Tedeschi il 22 giugno 1941. L’operazione faraonica denominata "Barbarossa" ha inizio. Il III Reich assale il bolscevismo in cerca del proprio Lebensraum, a est. Il conflitto assume davvero sempre più i connotati di una guerra mondiale, una guerra totale. Ormai lo scontro non è solo politico-militare ma anche e più apertamente politico-ideologico: l’U.R.S.S. è il comunismo, abbatterlo vorrebbe dire averne ragione. Ma questo allargarsi del conflitto a nuovi fronti sfilaccia, di fatto, le forze dell’Asse, impegnate ormai su troppi versanti. I costi in forze umane e materiali saranno enormi. Questo il prezzo del vortice della volontà di potenza che tutto avviluppa. Se innescato, difficilmente esso lascia il tempo di ragionare sul cosa sia davvero meglio. Quando la diplomazia non riesce ad andare oltre, la parola passa alle armi, e nello scontro bellico solo una cosa conta: vincere!

Il 17 aprile 1941 una brutta notizia giunge in Italia dal corno d’Africa: l’Impero d’Etiopia è perso. Gli Inglesi ci hanno sopraffatti per ovvie motivazioni logistiche, nonostante che le nostre armi abbiano attaccato per prime vittoriosamente in Sudan e occupato la Somalia inglese e francese. Ma difendersi in un simile scacchiere, lontani dalle vie di rifornimento della madrepatria, era un’impresa. La resistenza fu sostenuta fino all’ultima cartuccia sull’Amba Alagi. Lì, però, il duca Amedeo d’Aosta dovette, ormai senza viveri né munizioni, completamente accerchiato, arrendersi a chi di professione per secoli ha sottomesso alla Union Jack mezzo mondo e che sfacciatamente accusava l’Italia d’invasione, di colonialismo. Ipocrisia britannica.

Un nostro adirato volantino rivolto agli Inglesi diceva: "Ritorneremo". Ma ciò non fu più possibile.

Gariboldi viene trasferito a Roma, sia perché incaricato di guidare il Corpo di spedizione italiano in Russia (poi ARMIR), sia per le sempre più pressanti lamentele di Rommel. é quindi nominato Comandante in capo delle Forze Armate italo-tedesche e governatore della Libia il Gen. Ettore Bastico (25). Ma è superfluo ricordare che Rommel godeva di un’autonomia talmente ampia che la sua inferiorità gerarchica, nelle operazioni di combattimento, era del tutto formale.

Nel giugno 1941 gli Inglesi, però, non stanno lì ad aspettare che gl stiera. Da qui il nome a questo ennesimo scontro, la battaglia della Marmarica.

Ma torniamo ai GG.FF. All’arrivo in Tripoli il sarcasmo intorno a quei Battaglioni di ragazzi si spreca. Dicono, rivolgendosi a loro: "Ah, ma che ci hanno mandato i Balilla?". Le prime considerazioni del Gen. Bastico sono durissime per il temperamento dei Volontari: "Non saranno mai impiegati in prima linea i GG.FF.". Quest’aria di snobismo li urtava parecchio, ma la naturale strafottenza giovanile è ottimo antidoto per certi avventati giudizi.

Alla sostituzione dei vertici italiani segue anche un riordino dell’intero schieramento tattico delle FF.AA. dell’Asse in A.S.: "Nell’agosto le forze italo-tedesche furono riordinate, alle dipendenze del Comando Superiore Africa Settentrionale comprendevano: il Corpo d’Armata di manovra (C.A.M.) comandato dal gen. Gambara (27) e costituito dalla Divisione corazzata Ariete, dalla Divisione di fanteria motorizzata Trieste e dal Raggruppamento esplorante; il Corpo tedesco d’Africa (C.T.A.) su 15 e 21 Divisione corazzata, Divisione di fanteria Savona e Divisione tedesca per i compiti particolari (Z.b.V.); XXI Corpo d’Armata, comandato dal gen. Navarrini, costituito dalle Divisioni di fanteria Bologna, Pavia, Brescia e delle superstiti aliquote della Sabratha. Al generale Rommel fu, inoltre, riconosciuto il comando diretto delle forze italiane schierate ad est di Ain el-Gazala" (28).

Ottenuto il parco macchine (29) e alcuni pezzi anticarro 47/32 (soprannominati "elefantino") del 1935, armi datate ma di cui i GG.FF. faranno un uso eccellente, i Volontari s’incamminano per le vie del deserto. Inizialmente anche i fanti della Div. Trieste si mostrano molto diffidenti nei loro confronti (30): "Che siete? – chiedono - Milizia o cosa?". Il solito ritornello. Era come se quei giovani soldati non avessero identità, né forma né sostanza. Ma questa strana creatura militare si concretizzerà grandemente.

Il 2 settembre in marcia verso est.

Il 7 ottobre il Gruppo GG.FF. viene assegnato al Recam (Raggruppamento esplorante del corpo d’Armata di manovra) del C.A.M., comandato dal Gen. Gambara.

Ma questo periodo d’attesa è stressante. Sballottati da un capo all’altro del deserto libico l’azione vera non arriva mai. I GG.FF. covano sempre un solo pensiero, smanioso: "Eravamo ansiosi di andare a combattere, desideravamo conoscere quando sarebbe stata sferrata l’offensiva" (31). Non vogliono più parole e bivacchi africani, ma lo scontro aperto col nemico.

Durante i vari accampamenti, ancora ignari della loro destinazione effettiva, anche una tempesta d’acqua e sabbia s’abbatté sui GG.FF. la notte del 17 novembre. "E poi – ricorda Calvaruso - dicono che in Africa non piove! Restammo lì bagnati fradici e il Col. Tanucci, passata la tempesta s’infuriò con noi perché non avevamo correttamente predisposto i dovuti accorgimenti per riparare le armi. Duro, ma un vero soldato quel Tanucci. Ci ammonì facendoci notare che se in quel momento fossero arrivati gli Inglesi non avremmo avuto modo di rispondere al fuoco in alcun modo. Altro che farsi onore! Che avrebbero detto di noi? Fermati da un po’ d’acqua? Questo non lo voleva nessuno!". E a riprova dei giusti timori del C.te giunge la notizia che i Britannici si apprestano a dar battaglia. é il momento tanto atteso dai GG.FF. Eroismo o incoscienza di diciottenni?

Attorno a Tobruk intanto le nostre forze continuano a stringere in una morsa asfissiante gli assediati. Questo il nostro schieramento: "Dalla costa a ovest di Tobruk le divisioni si succedevano secondo un dislocamento a ferro di cavallo: la Brescia, la Trento, la Pavia, un battaglione della Bologna, la tedesca Afrika, un battaglione della ricostituenda Sabratha e infine, sulla costa a est della piazzaforte, un altro battaglione della Bologna.

La divisione corazzata Ariete era attesa a Bir el-Gobi, nell’interno, la Trieste a Bir Hacheim, mentre la Savona presidiava i capisaldi nella zona di frontiera, fra Sidi Omar e la ridotta Capuzzo.A Bardia erano di guarnigione i tedeschi della Z.b.W., reparti italiani tenevano invece i capisaldi di Halfaya, Faltembarcher e Sollum, a nord della ridotta. Le divisioni corazzate tedesche – la 15" e la 21" - erano stanziate nella zona di Gambut, fra Tobruk e Bardia, mentre i loro raggruppamenti esploranti perlustravano la zona centrale compresa tra le piste di Capuzzo ed el-Abd" (32).

Approfittando dell’uragano che ha investito i nostri soldati, il C.do inglese ordina di sferrare l’attacco. Fra la notte del 17 e la mattina del 18 novembre 1941 Cunningham dà così il via all’operazione "Crusader", con lo scopo di prendere contatto con Rommel, previo aggiramento del grosso delle forze italo-tedesche. Lo scontro frontale in realtà, in quest’occasione, fra le due Armate non vi sarà, giacché lo stratega tedesco non s’è accorto che l’Inglese lo sta cercando direttamente.

La Div. Ariete, come detto, presidia Bir el-Gobi. Ma cos’era questa località? Una città, un piccolo accampamento, una ridotta, una caserma? Niente di tutto questo. Bir el-Gobi è soltanto un pozzo d’acqua salmastra, con una piccola casetta in legno. é un luogo desolato in mezzo a tanta sabbia. Ma ciò che in questo luogo conta più dell’amenità è la strategica posizione del sito, una vera e propria cerniera a ridosso delle truppe dell’Asse impegnate sulla costa. Tenere quel caposaldo vuol dire non permettere agli Inglesi di aggirare il grosso delle nostre truppe a nord verso il confine libico-egiziano.

Rommel non ha ancora intuito le reali intenzioni degli Inglesi e rimane fermo sulla necessità prioritaria di assalire Tobruk. In conseguenza di ciò, trasferisce la Div. corazzata Ariete da Bir el-Gobi sino a Gueret an-Nandura, trovando tuttavia poco persuaso il C.te della stessa unità. Rispettosamente, questi fa notare al superiore che, a parer suo, è proprio a Bir el-Gobi che il nemico si appresta in poche ore a lanciare un’azione decisiva. Di fatti, il 19 novembre, gli Inglesi attaccano proprio in quella zona e dopo un duro scontro fra carri armati il pericolo dell’aggiramento viene evitato. Ma gli Inglesi torneranno risolutamente all’assalto.

Al che, il 21, per esigenze tattiche il Gruppo GG.FF. viene diviso, non trovando però favorevoli i diretti interessati. "Come – dicono quelli del I Btg. - il II Btg. va al fronte, e noi?". Il C.te Tanucci, eseguendo gli ordini, si dirige con il suo Comando e il II Btg. più a nord verso Barce, a rinforzo della zona di Bir el Cheersan, sulla linea di difesa di Ain el-Gazala. Questa separazione getta il malumore fra i ragazzi del I Btg., che reputano tale fatto come un declassamento. Anche il Magg. Balisti non ne è affatto entusiasta. Ma il dovere innanzitutto.

Nel pomeriggio del 22 il I Btg. GG.FF. giunge ad Agedabia, dove stanziano dei Bersaglieri. Ennesimo chiarimento fra i fanti piumati e i giovani col fez nero, scambiati per militi della MVSN (33).

Anche fra le fila nemiche le sostituzioni ai vertici si susseguono con urgenza. E così Auchinleck, dopo la controffensiva di Rommel, sostituisce Cunningham con il Gen. Neil Ritchie.

Durante una delle soste del I Btg. GG.FF. un aereo inglese miete la prima vittima fra i giovani Volontari. Cade così, falciato dalla mitragliatrice nemica, il catanese Giuseppe Vitale. A questo giovane patriota che, restato orfano di padre, nonostante potesse, non avanzò mai domanda di rimpatrio, la gioventù etnea formulò una toccante poesia alla sua memoria (34). Per la prima volta i GG.FF. hanno visto che cosa voglia dire morire per la Patria. Non sempre il sommo sacrificio in guerra è accompagnato da scenari grandiosi all’ombra delle bandiere. La morte può arrivare in ogni attimo, da ogni dove. Trafitto dalla mitraglia nemica egli suggella la sua presenza nel deserto libico offrendosi per l’Italia.

Ordini e contrordini nel frattempo s’inseguono con rapidità spiazzante. Non si va più ad Agedabia. é oramai inutile, si è più utili altrove. Trasferimento immediato in Marmarica anche per il I Btg.

Durante il viaggio il I Btg. GG.FF. s’imbatte in un’autocolonna carica di feriti. Il dolore è forte, gli occhi sono sgranati, il silenzio è d’obbligo, lo sgomento per i camerati doloranti e straziati dalle ferite infonde in tutti un brivido paralizzante. La scena è degna d’attenzione: da un lato una fila di soldati feriti o prossimi alla morte che chiedono solo di essere assistiti dopo aver fatto il loro meglio, dall’altro un intero Btg. di diciottenni che non desidera altro che imbattersi nel nemico per la comune Patria, per lo "spazio vitale", per "la libertà", per il "mare nostrum". Questa scena non fa che aumentare nei GG.FF. la volontà di misurarsi con gli odiati Inglesi.

Il 29 novembre verso le prime luci dell’alba la colonna del I Btg. GG.FF. giunge vicino Um er-Zem, ove il Gen. Bastico ha posto, ben mimetizzato, il Supercomando A.S. L" il Magg. Balisti riceve nuove consegne: pattugliare ben 20 Km di fronte. Ma Balisti fa notare: "Sono venti chilometri. Un Battaglione che ci fa su venti chilometri?" (35). Bastico è perentorio, e piuttosto urtato rinnova gli ordini. Si disponga quanto stabilito.

La stessa mattina la colonna raggiunge i posti assegnatigli, nei pressi di Ain el-Gazala. Così ricorda quel giorno il Volontario Pagin: "Ci si arrestò ai margini dell’estremo lembo nord occidentale del tavolato marmarico. Dal deserto soffiava un vento gelido. Indossammo le divise di panno grigio-verde, dopodiché venimmo disseminati lungo un sistema di fortini e trincee appena abbozzato. Si sarebbe dovuto scavare, specie per approfondire le seconde, ma non si trovavano i picconi. Sicché rimanemmo lì, per ore, inoperosi, a farci schiaffeggiare dalle folate di sabbia. I picconi arrivarono ma nessuno ci ordinò di usarli. Eccitatissimi ascoltavamo il rombo del cannone che giungeva da Tobruk. La guerra, quella vera, stava laggiù. E la desideravamo come il pane e l’acqua. Eravamo mendicanti di gloria" (36). Il cannone tuonava, ma il cuore era in tumulto, più forte del primo.

La battaglia

Lunedì" 1° dicembre 1941. Il Gen. Gioda consegna all’euforico Magg. Balisti l’ordine di dirigersi a Tobruk, per mettersi a disposizione del XXI Corpo d’Armata. "Impaziente e incredulo Balisti strappò di mano il messaggio al vecchio generale e ora andava divorando il contenuto. Che forse questa è davvero la volta buona commentò, e corse via a perdifiato, quasi temesse di ricevere il contrordine. Saltò sulla carretta SPA con l’abilità di un giovincello e, raggiunti i capisaldi, ordinò al trombettiere di chiamargli gli ufficiali a rapporto.

Si va a combattere, esordì" con voce squillante; era euforico. Persuadete i ragazzi che si fa sul serio: la Patria ha bisogno di vittorie. Il trasferimento sarebbe stato effettuato su cinque autocarri, che i volontari vi prendessero posto con armi e bagagli. Egli avrebbe raggiunto immediatamente il quartier generale del XXI corpo d’armata per conoscere la precisa destinazione al fronte. Perché il XXI corpo d’armata?. Sono gli ordini" (37). Si va. Ma nel pomeriggio, appena il Maggiore si distacca dal Btg., lontano, in cerca del C.do del XXI C. d’Arm., un ennesimo contrordine dello stesso alto ufficiale perentoriamente descrive la nuova consegna, date le evoluzioni tattiche delle ultime ore: "Devesi – dice il messaggio – necessariamente e con prudenza presidiare Bir el-Gobi, località isolata a sud dello schieramento italo-tedesco. Zona particolarmente delicata, che potrebbe diventare calda, rovente. I volontari cessano contemporaneamente di dipendere dal Reco e si costituiscono in due capisaldi nella zona di Bir el-Gobi. Il compito è arduo, i volontari sono al primo combattimento, sono giovani, lo so, ma la fiducia in loro è piena. Il colonnello di stato maggiore Scaglia fornirà i dettagli. Il I Battaglione raggiungerà la zona accompagnato da un ufficiale dello stato maggiore del mio comando" (38). E Balisti? Appena giunto al C.do del XXI C. d’Arm. un’ennesima direttiva lo informa della nuova destinazione dei suoi GG.FF.: Bir el-Gobi. Strada sprecata. Ma che fare? Nuovamente in marcia, verso i propri soldati, incontro al nemico e alla battaglia.

All’alba del 2 dicembre il Capitano Cielo conduce personalmente il Magg. Balisti dai suoi. Incontrati questi ultimi per caso lungo la strada, non rimane dunque che la consegna: il I Btg. GG.FF. deve presidiare l’area di Bir el-Gobi. Ma anche questo ufficiale non può fare a meno di strabuzzare gli occhi alla vista dell’età media dei giovani dinanzi a sé, e dice: "Ma sono tutti ragazzini Mai stati in linea!". é il solito ritornello, ma ormai i Volontari hanno fatto l’abitudine a certe manifestazioni di meraviglia. Quello che conta è la fiducia di Balisti e di tutti i loro ufficiali. Il resto non è rilevante.

Grande è lo stupore del I Btg. appena giunti sul posto da difendere. Deserto, nient’altro che deserto. Ecco cos’è la località di Bir el-Gobi, col caldo afoso, il Ghibli, le mosche e sabbia, tanta sabbia. Questo è lo snodo strategico da tenere ad ogni costo. Alcuni soldati della Ariete, reduci dagli scontri di novembre, si trovano ancora fra le poche postazioni esistenti e un piccolo ospedale da campo, a poca distanza dal caposaldo, che ricorda chiaramente l’effettivo pericolo. Ad ogni modo, ai ragazzi non resta che scendere dai mezzi e trasformare quella landa desertica in un munito caposaldo militare.

I Volontari iniziano così a predisporre quanto necessario; ma le operazioni sono accompagnate dalle domande di rito dei soldati dell’Ariete, che si rivolgono loro col solito tono diffidente. Al di là dell’età media dei GG.FF., che stupiva un po’ tutti, è necessario ricordare che il soldato di leva non ha mai visto di buon grado chi volontariamente va incontro alla guerra. é altrettanto chiaro, però, che non tutti hanno le stesse idealità e prospettive della vita. Se il quieto vivere per tante persone è il massimo delle aspirazioni, la panacea delle loro piccole nevrosi personali, se il placido lasciarsi vivere, sani e belli, è la comoda regola della loro condotta, è pur necessario ammettere che c’è pure chi, curando un’idea forte, nei momenti cupi, quando le nuvole s’addensano presagendo burrasca, non fugge ma affronta il pericolo. Per un ideale in cui si crede profondamente si può decidere di rischiare tutto. Oggi ci può sembrare quasi superato, ma queste righe non pretendono di rivolgersi a chiunque.

Balisti ordina di appostarsi a forma di stella d’Italia, ma il risultato è una sorta di cerchio imperfetto. L’importante è, ad ogni modo, coprire tutti gli angoli del caposaldo e garantire un ottimo tiro d’artiglieria da ogni punto del campo contro chiunque o qualsiasi cosa osi avvicinarsi con intenzioni ostili a Bir el-Gobi. Di l" non si deve passare.

Mentre fervono i lavori di rafforzamento del campo, del tutto inaspettatamente arriva sul posto il Col. Tanucci con il C.do di Gruppo e l’intero II Btg. Senza perdere tempo il Colonnello assume il comando diretto dei due Btg. e predispone quanto segue: 1) il II Btg. si posizioni su due caposaldi a Quota 184 e Quota 188, a lato della pista el-Adem – Bir el-Gobi, a circa quattro miglia a nord-ovest della postazione del I Btg.; 2) il I Btg. rimanga sul posto, a Q. 174; 3) riordinare le postazioni e le buche di difesa in modo che vi sia più distanza fra l’una e l’altra, così da poter coprire col proprio tiro più metri quadrati possibili. Quest’ultimo ordine vede contrario il Magg. Balisti, il quale fa notare al suo diretto superiore che per riordinare le buche occorre, però, riuscire allo scoperto pericolosamente. Tanucci non cambia idea, ma l’obiezione di Balisti si dimostrerà assai saggia.

Ma cosa accade nell’intera zona marmarica? Da due settimane Inglesi e Italo-tedeschi si danno aspra battaglia intorno a Tobruk. Rommel attacca, ma in quell’occasione la "Volpe del deserto" ha un’errata visione d’insieme dell’andamento della battaglia. Gambara fa notare all’alto ufficiale tedesco che la zona a più alto rischio, alla sera del 2 dicembre, è proprio la linea Bir el-Gobi – Gabr Saleh. Il pericolo, come poi effettivamente risulterà, viene da sud; un punto dello scacchiere marmarico che se sfondato potrebbe mettere in scacco tutte le operazioni italo-tedesche in zona nord-ovest direzione est. te ufficiale riprende il deserto verso nord. I GG.FF. vigilano.

La sete e il caldo si fanno sentire. é dicembre, ma il deserto pare non se ne avveda. Tutti i Volontari sono nelle buche, qualcuno è ancora intento a scavare nel durissimo suolo calcareo per trovare una posizione che gli consenta di colpire senza esporsi troppo. Tutto nuoce e rende quel posto monotono e sfibrante, il sudore, il caldo e le bibliche mosche nordafricane che non danno mai tregua. Ma c’è pure chi, sforzandosi, trova il modo di scherzare. L’età fa sentire l’irrefrenabile desiderio di ilarità fra i giovani, e forse tutto ciò non è male. Di lì a poco, infatti, molti di loro non potranno più spalancare al mondo le loro bianche dentature, non potranno più squarciare con chiassose risate o sonore scazzottate fra commilitoni il silenzio sinistro del deserto, non potranno più amare e chiuderanno per sempre i loro occhi pieni di sogni rilucenti di futuro. Fra poco si scatenerà l’inferno!

Ore 12. Una tempesta di colpi d’artiglieria nemica s’abbatte sul caposaldo. Le bombe piovono come a dirotto. Le forti esplosioni in un primo momento fanno sbigottire i giovani soldati. Ecco la guerra che tanto cercavano. I tragici scenari iniziano a profilarsi fra le schiere degli assediati. Primo fra i caduti il Volontario istriano Pribaz, cui salta letteralmente in aria la testa, colpito in pieno da una grossa scheggia di granata. La tristezza s’impadronisce dei camerati vicini, ma non c’è tempo per troppe cerimonie funebri. Lo sgomento è cacciato via, aumenta la concentrazione: ne va della vita. "Tutti ai posti di combattimento! - gridano gli ufficiali – Pronti a respingere l’attacco!". Si spara come dannati, ma le loro bordate ci sovrastano in potenza. Ben 32 minuti di proiettili di grosso calibro s’abbattono sui GG.FF., e fra primi feriti gravi c’è anche il valoroso Magg. Balisti, che affida il suo Btg. al Capitano Tarantelli. Trasportato all’ospedale da campo, date le serie ferite, dovranno poi amputargli una gamba. Grosso colpo per il morale dei ragazzi rimasti comunque al loro posto. Ma, seppur tristi per i commilitoni feriti o già morti, adesso ciò che più inquieta gli Italiani e l’assenza della fanteria avversaria. Che aspettano?

Tanucci chiama subito a rapporto i suoi ufficiali e ordina di prepararsi all’onda d’urto delle fanterie che di lì a poco sarebbero piombate sulle linee di difesa. In effetti, come ammise il C.te., Balisti aveva ragione; il risistemare le buche avrebbe significato esporsi al nemico in caso di attacco. Ma la razionalizzazione delle difese era pur necessaria, soprattutto in vista di un attacco frontale come questo. Indi, il Colonnello premurosamente informa il C.do del C.A.M. sui fatti in corso. Il Gen. Gambara risponde: "Agganciate il nemico, resistete e caso mai ripiegate". Compito assai arduo in realtà. Tanto più che contro i circa 1.500 Volontari vi è uno schieramento davvero ragguardevole, composto da numerosi elementi del 21° South African Field Battery, 2 Squadroni autoblindo delle King’s Dragon Guards e il 1° South African Anti-Tank Regiment. Una forza di tutto rispetto.

Gli Inglesi, in seguito ad una perlustrazione svoltasi nella stessa mattina(39), credono di imbattersi in un caposaldo assai poco munito. Al massimo pensano d’incontrare solo poche unità in movimento verso nord-ovest. Ma nei fatti non è questa l’effettiva situazione.

Allo zittirsi dei cannoni britannici, tutti i Volontari si chiamano per nome vicendevolmente, per accertarsi dei camerati ancora vivi. Le voci di tutti si rincorrono fra le buche, ma è chiaro che il peggio deve ancora venire. La tensione è altissima. Fra i tanti uno dei ragazzi, in un momento di perplessità, chiede ad un ufficiale il perché della loro presenza in Libia. Quesito tanto semplice quanto legittimo. "La Libia – disse il Ten. Ferrari – si affaccia sul Mediterraneo, questo mare è il cordone ombelicale attraverso cui gli inglesi succhiano il petrolio dei giacimenti del vicino Oriente e ricevono le restanti materie prime dall’Asia e dall’Australia, senza contare il materiale umano, i soldati. Il possesso dell’Africa del Nord consentirebbe loro di proteggere questa arteria vitale e di portare, nel contempo, la guerra in Italia. Da parte nostra, cercando di spingerci fino a Suez intendiamo recidere, appunto, questa via di rifornimento e impedire agli inglesi di servirsi del Nord Africa come di un trampolino sull’Europa. Chiaro?"(40). Chiarissimo. Evidentemente il giovane ufficiale aveva ben appreso il respiro a lunga scadenza dei piani strategici italiani, anche dal punto di vista politico. Lo stesso Mussolini, infatti, qualche giorno più tardi dirà al direttorio del Partito: "Per me è sempre stato più importante occupare l’Egitto che occupare l’Inghilterra. Quando si è occupata l’Inghilterra non si è risolto il problema. Ma quando si fosse occupata quella cerniera di tre continenti che è l’Egitto, scendendo verso il mare Indiano e prendendo contatti con i Giapponesi, noi avremo spezzato la spina dorsale dell’imperialismo britannico"(41).

Gli Inglesi, nel frattempo, si apprestano a muoversi. I comandi britannici dispongono che, prima di poter spostare l’intero XXX Corps britannico, il Generale Brigadiere Anderson vada all’assalto della postazione italiana di Bir el-Gobi muovendo da Bir el-Duedar, diciotto chilometri a sud-est. Per questa avanzata il Brigadiere inglese, al diretto comando della 11" Indian Brigade, ha a disposizione tre Battaglioni, fra cui il 2° Mahratta (fanteria leggera indiana), il 1° Rajputana Rifles (fucilieri indiani) e il 2° Cameron (scozzesi), più gli artiglieri del 7° Medium Regiment Artillery (batterie di cannoni da campagna) e uno squadrone di carri armati dell’8° Royal Tanks. Anche un’altra grossa unità corazzata britannica, posta fra Bir el-Gobi e Hagfet Guetnat, la 4°" Armoured Brigade, garantisce sicuro appoggio all’avanzata della 11°" Indian Brigade. Ed ancora, in zona è operante anche il 7° Suppot Group e la 1°" South African fra Bir el-Gobi, el-Adem e Acroma. La 22°" Guards Brigade rimane cautamente di riserva nella zona di el-Duedar. Un Corpo d’Armata a tutti gli effetti, ben armato, corazzato e rifornito contro poco più di millecinquecento giovani diciottenni! "A Bir el-Gobi gli Italiani non sono in grado di opporre eccessiva resistenza", si dice fra gli Inglesi prima dell’attacco. Avranno modo di ricredersi, amaramente. Ma intanto avanzano.

Nella notte sul 4 quasi nessuno dei Volontari riesce a dormire. L’attesa e la preoccupazione serpeggia fra le buche; ma il logorante "lusso" di pensare il peggio dura assai poco. Uno sferragliare di cingoli ed un rumore di motori di carri a basso regime fa intuire cosa sta per accadere. Arrivano! "Porco mondo – scrive Pagin – c’era di che rimanere senza fiato! Mi stropicciai gli occhi e adesso li sgranavo, impietrito, la bocca spalancata, stentando a credere quanto vedevo. Erano tutti lì che manovravano attorno al caposaldo in un polveroso e rombante carosello: carri armati, autoblindo, carriers, cannoni, autocarri e camionette!"(42). Il nemico prende posizione, non senza aver prima accerchiato e preso l’ospedale da campo n. 45, catturato i nostri mezzi, fatti prigionieri autieri, cucinieri e magazzinieri(43). Ora non si attende altro che l’attacco abbia luogo. "ciò che più ci colpiva – ricorda Calvaruso – era l’assurda spavalderia che mettevano in mostra le fanterie britanniche avanzanti. Sembrava quasi che andassero a farsi una passeggiata. Come se nulla si apprestasse a compiersi, come se noi non fossimo lì, pronti a tutto. Questo aumentava in noi l’avversione per un simile nemico. Non avemmo scrupoli nel difenderci spazzando con le nostre mitragliatrici decine di quegli spocchiosi che ci venivano incontro, alcuni ridendo!".

Quel poderoso schieramento di forze che stava assediando il caposaldo dimostrava quanto importante fosse il possesso di quel punto per entrambi gli schieramenti. I ragazzi di Bir el-Gobi si trovano, insomma, nel bel mezzo di una grande operazione militare nemica. Il loro Comandante cerca di rincuorare tutti, dicendo che la loro posizione è nota ai comandi superiori e che non resteranno senza rinforzi a lungo. Ma le cose non stanno proprio così. Solo il Gen. Gambara, e non l’intera formazione italo-tedesca, sa che i GG.FF. si trovano là. Lo stesso Rommel aveva detto di ritirarli. Ma quella mezza bugia aveva l’ovvio scopo di far sembrare meno cupa la situazione.

Il Brigadiere Anderson, a questo punto, sin d’alba di giovedì" 4, scruta attentamente le postazioni nemiche che ha di fronte, che adesso non sembrano affatto indifese. Dopo accurata perlustrazione, quindi, compiuta anche con mezzi aerei, l’alto ufficiale britannico chiede all’uopo altri rinforzi per l’assalto risolutore. Ma gli vengono negati. "Troppi – gli rispondono - per una semplice operazione di pulizia". Al che Anderson emana gli ordini del giorno: 1) 13 carri Valentine affiancati dai fanti Maharattas muovano all’attacco di Q.182(44); 2) 3 Valentine, qualche Matilda e Crusader si dirigano contro Q.174(45). "Sarà sufficiente – si confortano gli Inglesi fra loro – una salva d’artiglieria per farli sloggiare da lì"(46). Erano convinti che tutto si sarebbe risolto in una scaramuccia e che gli Italiani, circondati, senza rifornimenti e collegamenti, si sarebbero arresi ai primi colpi. Invece.

Finita la "pulizia", secondo i progetti nemici, l’8" Armata avrebbe avuto così via libera per penetrare su el-Adem e poi puntare sulla costa libica per tagliare in due il grosso delle truppe dell’Asse. Ma la loro smania da faccende domestiche, come se ogni angolo di mondo fosse loro, come se stessero spazzando le vie di Londra da esseri intrusi, verrà umiliata da chi li sovrasterà in resistenza, magnificamente!

Sono le 7 del mattino. Inizia il tiro d’artiglieria inglese. Al segnale del loro comandante, compatte, le prime formazioni d’assalto nemiche, costituite soprattutto dai Camerons, si gettano contro le postazioni del I Btg GG.FF. Lo scenario è terrificante per chi si trova nelle buche più avanzate: carri armati, autoblindo e migliaia di fanti che si spingono sulle loro postazioni. Ma gli ufficiali italiani ordinano a tutti di non aprire il fuoco fino a quando sia i mezzi che i fanti non siano facile bersaglio. A 400 metri di distanza un grido secco ordina: "Fuoco!". Come all’unisono tutte le nostre forze si riversano sugli avanzanti. Ogni buca si produce in un fitto fuoco di sbarramento che falcia tanti Scozzesi e i nostri cannoni anticarro 47/32 fanno di tutto per perforare le spesse corazze dei carri nemici, mirando soprattutto ai loro punti più deboli. Gli attacchi si susseguono a ondate sempre più massicce, ma i GG.FF. tengono duro. "Venivano avanti – dice Calvaruso – come invasati. Senza tanto preoccuparsi che erano esposti al nostro tiro come facili bersagli al poligono di tiro. E noi lì a resistere contro quelle folte schiere con ogni mezzo. Una delle scene che in quei momenti mi colpì fu vedere un commilitone della nostra buca folgorato da una pallottola, trapassato da tempia a tempia, immobile nel gesto di puntare col proprio moschetto. Un lungo fiotto di sangue, attraversato il viso e il corpo tutto, irrorò la postazione. Lo guardai attonito per un attimo, ripensando alle nostre lunghe chiacchierate e alle libere uscite a cercare la compagnia di graziose ragazze, ma poi mi rimisi prontamente a sparare. La tristezza del momento lasciò poi lo spazio alla foga bellica. Ne feci cadere parecchi di quelli O loro o noi!". Ogni tanto un tiro di carro armato centra in pieno le nostre postazioni e i corpi dei ragazzi preposti a difesa vengono lanciati a brandelli per aria. Scene raccapriccianti, scene di guerra.

Anche il II Btg. GG.FF., a circa 9 Km più a nord, al comando del Magg. Benedetti, subisce l’attacco nemico in forze sia a Q.188 (difesa dalla 4°" compagnia) sia a Q.184 (difesa dalla 5°" e 6°" compagnia). Gli muovono incontro diversi carri armati Valentine e numerosissime schiere di fanti Indiani. Anche qui lo scontro è durissimo e molti dei Giovani Fascisti mostrano una temerarietà davvero leonina. Gli atti d’eroismo si sprecano. "Tra gli episodi poi lungamente rievocati – scrive Pagin - emergerà il duello fra i 47/32 diretto da Marzetto Giovannetti e un Valentine ch’era partito lanciatissimo contro la postazione, per fermarsi poi di botto a quindici metri dalla piazzola. A questo punto, il cannone del carro e l’elefantino cominciarono a scambiarsi una lunga serie di colpi sparati praticamente a zero. Nel breve spazio che li separava, tre cacciatori erano rimasti intrappolati nella buca che minacciava di franare sotto il peso del massiccio scafo del Valentine. Uno di loro, il caporale Walter Benecchi, a causa del frastornante fuoco serrato che si faceva d’ambo le parti, n’era uscito con un timpano rotto sicché, non potendone più, brandì" una bomba e si lanciò fuori dalla buca, col proposito di cacciarla nella bocca del cannone del carro. Ma gli altri due, lesti, lo avevano già afferrato per i piedi e trascinato in buca. Sei mica matto?. Non è da matti restare qui dentro? Replicò Benecchi. Nel frattempo, l’elefantino era riuscito a piazzare un colpo fortunato tra gli elementi di un cingolo del Valentine, il cui equipaggio ritenne giunto il momento di sgattaiolare fuori dal cassone, per darsela a gambe"(47).

Il primo affondo, sul versante del I Btg., viene respinto. Il nemico indietreggia duramente provato. Ma il caposaldo di Q.174, così come le postazioni del II Btg., è del tutto accerchiato I Britannici hanno stretto in una morsa d’acciaio l’intera zona di Bir el-Gobi. A tale scenario si aggiunga poi la gravissima situazione di munizioni ed acqua. Servono rinforzi al più presto, prima che il caposaldo dia segni di cedimento. Il Ten. Fazi vuole fare qualcosa e tenta coraggiosamente di andare a cercare aiuto, visto che le radio ormai tacciono.

Un nuovo, aspro attacco viene portato alle posizioni di Q.184. Ma anche questo, dopo accanita resistenza, viene rigettato sistematicamente. Gli Inglesi ora cominciano a ricredersi sulla facilità con cui avrebbero dovuto spazzare via le nostre difese in loco.

Durante la spericolata corsa il Ten. Fazi, accompagnato dal Vol. Claudio Salvini, per strada, s’imbatte in tre carri armati italiani con relativi equipaggi. L’ufficiale ordina al Giovane fascista di condurre i carristi verso Bir el-Gobi e decide di proseguire da solo nella ricerca di altri rinforzi.

Appena giunti nei pressi di Q.184, i tre carri di rinforzo si inseriscono nella battaglia che infuria, facendo quanto possibile per contrastare i loro ben più possenti mezzi corazzati. Due dei nostri vengono presto posti fuori combattimento, mentre il terzo cerca ancora di combattere pur con l’equipaggio ferito. D’impeto, allora, i GG.FF. La Bella e Luzzetti, senza aver mai pilotato prima un carro armato, escono dalle loro buche, si gettano nell’inferno di proiettili, prendono possesso del mezzo corazzato ed ingaggiano un violento e ravvicinato scontro con i Valentine.

Anderson, dal suo binocolo, sbigottisce nell’osservare le evoluzioni della battaglia e si rende conto della tempra dei GG.FF. Decide perciò che per il terzo attacco occorrono più carri. Ma il registro non muta. Le perdite inglesi aumentano ad ogni assalto. Lo stato psicologico dei diciottenni con le stellette oscilla dal realistico timore d’essere sopraffatti all’eccitazione più galvanizzante per i successi già ottenuti. Sangue e sudore rendono granitico lo spirito cameratesco.

Alle 11 vige un po’ di pausa. Ma pochi minuti non fanno una vera tregua. Ricomincia il martellamento d’artiglieria inglese. Macabra musica monostrumentale, devastante come l’uragano che tutto avvolge e scompagina. Le fanterie, però, questa volta non avanzano. é l’ora del rancio, per loro.

Cinque minuti dopo le 14 le bocche da fuoco britanniche ricominciano ad inondare le postazioni italiane."Fu come assistere – dice Calvaruso – all’ira di Dio! Innumerevoli proiettili ci piombavano addosso devastando tutto. Sabbia e fumo si disperdevano nell’aria afosa, e tenere gli occhi ben aperti diventava un’impresa. Tutto questo sotto il sole della Marmarica!". Al tacere dei cannoni, secondo i classici schemi, le fanterie vengono fuori all’attacco per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta sono decimate. Morti e feriti ormai non si contano più, soprattutto fra le loro fila. "La visione del terreno – scrive Mugnone – era impressionante: giovani maciullati in raccapriccianti posizioni e armi schiacciate" (48). Molti Volontari, nei rari momenti di calma apparente, cercano i propri commilitoni feriti. Ma il prestare aiuto è cosa assai difficile in simili circostanze. Seppur straziati dai lamenti dei camerati colpiti, pochi possono uscire dalle buche per dare soccorso. Non raramente il dolce suono della parola "mamma" (49), come un’invocazione che tutto sana, che attenua le lacrime e il dolore, pare sopisca persino le ferite più terribili; essa sgorga fra le labbra dei laceri doloranti donando per un attimo un certo sollievo; pronunziare quella parola riporta alla mente forti sensazioni d’umanità, di quando, piccini, nulla con lei accanto pareva impossibile. Tempi d’oro, tempi di non lontana infanzia.

In serata, verso le 20, l’eccessiva pressione su Q.188 sortisce i suoi effetti. Dopo essersi battuti fieramente con ogni mezzo, anche all’arma bianca, il rimanente della 4°" compagnia del II Btg. GG.FF. è costretto ad abbandonare la postazione, ripiegando su Q.184.

Giunti a quell’ora il Gen. Norrie, C.te del XXX Corps britannico, ormai spazientito, vuole sapere l’esatta situazione delle vicende in corso a Bir el-Gobi. "Resistenza accanita", questo è il rapporto dei subalterni; unica conquista il caposaldo di Q.188 da parte dei Maharattas.

All’imbrunire nuovo fitto cannoneggiamento. Il turbine nemico non dà alcun segno di placarsi. La posta in palio è molto alta. E la lotta si fa talmente dura che anche i Volontari della compagnia Comando, riposte le carte da fureria, imbracciano i fucili e impugnano le bombe. Tutti in prima linea.

Nessun contatto radio con il Recam né col C.A.M. riesce purtroppo a realizzarsi. Si è del tutto isolati, circondati da un intero Corpo d’Armata nemico. Senza viveri, né acqua e poche munizioni anticarro. Persino i contatti fra i due Battaglioni GG.FF. non sono assicurati. Solo in lontananza si intravedono dei bagliori, ma nulla più. Unica scelta: difendersi ad oltranza sul posto. Una simile circostanza avrebbe scoraggiato ben più esperti soldati di più campagne, ma questi giovani fanti al loro battesimo del fuoco sono, nonostante tutto, convinti e saldi su di un punto: nessuna resa. Ricorda uno di loro: "La possibilità di una resa non era stata neppure presa in considerazione " (50). Ciò che tra l’altro rende il nemico ancor più detestabile è il fatto che hanno di che mangiare, mentre i GG.FF. sono presto costretti persino a bere la propria urina (!). Loro al bivacco, durante le soste, come ad una scampagnata e noi a sorvegliare, affamati, assetati e isolati.

Quando la luna giganteggia fra le stelle nell’oscurità della notte, divenendo l’unica cosa bella da guardare serenamente, fissa e pallida sulle loro teste, tutto ripiomba in una falsa quiete.

Quella stessa notte il Ten. Ferri, dopo essere stato preso dagli Inglesi, riesce a sfuggire insieme a don Sbaizero (il cappellano dei GG.FF.) ai suoi carcerieri ed a raggiungere il caposaldo con poco più che mezzo litro d’acqua e qualche galletta. Data l’estrema esiguità del prezioso liquido, si decide unanimemente di far sorseggiare qualche ferito. Ma Balisti, che fine ha fatto? Prigioniero insieme con altri feriti ha osservato, pur dolorante ma con fierezza, l’evoluzione dello scontro da una barella. Gran valoroso quell’ufficiale. I GG.FF. ne serberanno per sempre uno splendido ricordo.

I crampi allo stomaco e la sete sono fortissimi. La situazione è molto pesante, ma nessuno trova il tempo per penarci troppo. La notte scorre insonne per quasi tutti, e i turni di guardia non sono rispettati nel loro corretto cadenzarsi. Del resto, come chiudere occhio? I carri nemici muovono attorno alle postazioni e il tiro solitario di alcuni cecchini rende tesissima l’aria notturna. In più, già da ore non ci sono più contatti con i nostri Comandi. Solo dopo, il C.do italiano in Marmarica riesce ad intercettare una comunicazione, indirettamente quanto mai lusinghiera per i GG.FF., tenutasi fra le truppe britanniche che così cercano di spiegare ai loro superiori come mai ancora non si avanzi di un metro a Bir el-Gobi: "Il presidio di Bir el-Gobi resiste ancora accanitamente. Nemici indemoniati, attacchiamo senza risultato. Perdite nostre gravi" (51). "Indemoniati", la parola esatta.

Lo stupore di Gambara e Bastico è grande. Com’è possibile, si chiedono, che l’intero XXX Corps britannico è inchiodato a Bir el-Gobi da quelle "quattro brutte facce"? Anche Rommel resta di stucco alla notizia giunta nel pomeriggio. Non c’è tempo da perdere, l’alto ufficiale germanico interrompe l’avanzata ad est e, afferrando solo adesso l’effettivo pericolo in corso, ripiega celermente con diverse unità in direzione di Bir el-Gobi. Questi gli ordini diramati: 1) trasferire subito l’Ariete e la Trieste a Hag fet el-Gueitinat, a 7 Km nord ovest di Bir el-Gobi; 2) la 15°" e la 21°" Panzer si mettano in marcia e si posizionino a 7 Km nord-est di Bir el-Gobi. Quello che Rommel cerca, adesso, al di là dei rinforzi al caposaldo, è lo scontro diretto col XXX Corps di Norrie.

Il Brigadiere Anderson, pur soddisfatto per l’avvenuta espugnazione di Q.188, non può fare a meno di costatare che tutto, invece, pare vano contro Q. 174. La battaglia continua. La partita è troppo importante perché gli Inglesi demordano. Occorre insistere.

Le ore della notte intanto scorrono, ma molti si mostrano particolarmente preoccupati per lo scenario che si va profilando dopo due giorni di aspro combattimento. Alcuni Bersaglieri sono talmente provati che, rivolgendosi agli ufficiali dei GG.FF., domandano se non sia più saggio mollare. La risposta è assolutamente negativa. Di colpo, quei fanti piumati, esperti e più anziani, cedono, mostrando una vena di pur umana paura ma che li tramuta, agli occhi dei GG.FF., da simboli a fiacchi rinunciatari. Qui nessuno ritorna indietro, pensano i ragazzi.

é l’alba di venerdì 5 dicembre. Uno dei Volontari, vedendo venire avanti nuovamente i Britannici, in preda ad uno scatto d’ira, emulando il ragazzo di Portoria(52), scaglia un sasso contro il nemico. Riconoscendo in quel lancio un nobile gesto di disprezzo per chi soverchiante solo nel numero avanza coperto dai carri armati, quasi a compiere un atto liberatorio e provocatorio al contempo, decine di altri GG.FF. escono dalle buche tirando anche loro innumerevoli sassi in preda a slanci irrefrenabili(53).

Per trequarti d’ora è il solito violentissimo tiro d’artiglieria. I carri avanzano e l’assedio riprende corpo. Fra le unità avversarie si distinguono i Rajputanas, mentre i Camerons e i Maharattas, pur validi, mostrano palesemente d’aver appreso dai precedenti attacchi la reale fibra dei GG.FF. L’avanzata è posta comunque in atto in massa. I nemici sono decisi a tutto.

Nel trambusto della battaglia una tromba squilla fortissima dando l’allarme generale, richiamando l’attenzione di tutti i Volontari: tre carri Valentine e un Crusader sono penetrati, da sinistra, per la prima volta all’interno di Q.174. Molti, a quel punto, accerchiati e col caposaldo espugnato, avrebbero ipotizzato la resa, ma non loro. I giovani italiani, invece, puntano prontamente con tutte le loro armi i carri nemici e li inondano di ogni proiettile. Un fuoco incrociato così veemente che i corazzati nemici sono costretti a fuggire. Uno dei Valentine è così inchiodato e i suoi uomini catturati(54). La lotta continua furibonda. Poi, una breve pausa. Ma mentre gli assalitori si riorganizzano velocemente e trovano anche il tempo di rifocillarsi alla meglio, la fame, la sete e l’insonnia di tre giorni minano seriamente le residue energie vitali dei nostri.

Alle 12 ricomincia la battaglia. Per due ore di fila, artiglieria ed aviazione britannica, colpiscono le sabbiose postazioni di difesa. Dopo la devastazione, ecco le fanterie ritornare cocciutamente avanti con le armi spianate. Scontri a fuoco su tutta la linea si susseguono con violenza, e nel trambusto generale altri cinque carri armati riescono nuovamente ad entrare nel caposaldo. Ma vengono fatti oggetto dei tiri dei nostri 47/32 e dei fuciloni Soluthurn. Gli atti d’eroismo si susseguono ormai senza freno. Svariati cacciatori, impugnate le bombe Passaglia, sbucano dai ripari fronteggiando gli enormi mostri d’acciaio. Fra loro uno s’immola meritandosi alla memoria la medaglia d’oro al valor militare, il caporalmaggiore Ippolito Niccolini. La motivazione ufficiale così recita: "Nonostante che il Valentine aveva tutta l’intenzione di piombargli addosso, egli si scostò da un lato e, impugnata la pistola, esplose alcuni colpi all’interno del carro attraverso una feritoia frontale. Raggiunto al petto da un proiettile di mitragliatrice, Niccolini sussultò ma fece in tempo a sorreggersi afferrando l’antenna radio del Valentine con ambedue le mani, quindi saltò nella buca delle munizioni per agguantare una Passaglia. Levò una mano e la scagliò. La pesante pera volteggiò oltre la torretta andando a scivolare sulla piastra posteriore del carro armato, senza esplodere. Il caporalmaggiore ne lanciò una seconda. Anche questa rimase muta. Allora brandì" ancora una volta la pistola, uscì allo scoperto e, in un estremo anelito di impotente furore, scaricò gli ultimi innocui colpi all’indirizzo del Valentine. La mitragliatrice del carro crepitò una raffica su Ippolito Niccolini, freddandolo"(55).

La battaglia sta ormai perdendo l’aspetto di uno scontro leale per assumere sempre più la fisionomia di una strage, ferocissima. L’acuirsi della lotta, la paura di restare schiacciati fra i cingoli nemici o dilaniati da qualche colpo di cannone, induce molti Volontari rimasti disarmati e disperati ad imitare Niccolini con cieca passione. Il delirio bellico li spinge ormai ad andare incontro al nemico anche con badili e picconi, con ogni cosa possa essere contundente. "Eroi? Pazzi? Forse pazzi, si, ma comunque degni della miglior causa"(56). Ad onor del vero bisogna ricordare che anche i Camerons ed altri reparti nemici venivano fieramente all’assalto. Anche se, però, occorre aggiungere, molti Volontari poi diranno del cattivo odore di whisky che esalava dai corpi dei caduti britannici. "Quando venivano all’attacco – ricorda Calvaruso – spesso molti di loro parevano ubriachi. Non usavano accortezze nel venirci addosso alla baionetta negli ultimi metri. A frotte si gettavano nella mischia, pensando di intimorirci con le loro urla. Inutile. Ma quella nostra impressione che gli Scozzesi e gli Indiani ci venissero incontro un po’ alticci si rafforzò quando un forte odore di alcol si levò fra i cadaveri nemici rimasti sul campo. Del resto è comprensibile, pur essendo nettamente superiori sul piano numerico e ben dotati di mezzi corazzati d’appoggio, dopo i primi assalti, avevano compreso con chi avevano a che fare: non soldati di leva fiacchi e demotivati, ma diciottenni volontari con tanta voglia di vivere e con una sola idea in testa per cui sacrificarsi, l’onore della Patria".

Nonostante la battaglia abbia raggiunto il suo massimo di violenza fra le 14 e le 14.30, il caposaldo tiene ancora. E tanti sono coloro che indomiti si espongono senza freno a difendere il presidio. Fra loro anche Calvaruso, che nell’atto di difendere la sua postazione è gravemente ferito. "Al mitragliere palermitano Antonio Calvaruso s’era inceppata l’arma di fronte alle fanterie avanzanti. Egli sbloccò la Breda e riprese a sparare. La mitragliatrice s’inceppò nuovamente e lui daccapo a rimetterla in sesto, in tutta tranquillità, come si fosse trovato in un poligono. Raggiunto da una raffica, ebbe un sussulto, emise un gemito soffocato, un fiotto di sangue gli sgorgò dalla gola squarciata; infine cadde bocconi sull’arma, ancora una volta bloccata. Si raddrizzò, grondante come un salasso, e tornò ad armeggiare affannosamente sulla mitragliatrice finché non fu in grado di consegnarla in perfetta efficienza al volontario venuto a sostituirlo. Soltanto allora si permise il lusso di perdere conoscenza"(57). Questo fatto d’arme gli è valsa la citazione in svariati testi sulla battaglia e la medaglia d’argento al valore militare sul campo.

La situazione fra le fila del I Btg. alle 15 del 5 dicembre è davvero critica: più di 40 morti, innumerevoli feriti, cibo e acqua ormai finiti da due giorni, munizioni assai scarse.

Alle 17 il fuoco nemico si concentra a nord-est ed a nord-ovest del nostro caposaldo. Cosa accade? Uno scontro fra mezzi pesanti è in corso. All’orizzonte, infatti, c’è un fitto polverone di sabbia e fumo di colpi di grosso calibro che lascia intuire un gran movimento di truppe e mezzi. Di chi si tratta? Rinforzi nostri o cos’altro? Sono i Panzer tedeschi della 15°" e 21°" Divisione corazzata del D.A.K., che hanno già ricacciato via i Maharattas da Q.188 e che si stanno dirigendo presso Bir el-Gobi per riunirsi alle nostre Divisioni Ariete e Trieste, che però mancano. Gli scontri fra carri armati sono intensi e durano fino a tarda serata. A questo punto la situazione per gli Inglesi appare abbastanza grave, i loro piani sono messi in serio pericolo: "Se occorre, gettare nella mischia altri reparti".

Giunge il buio. Durante la notte il Col. Tanucci decide di ispezionare le trincee dei suoi ragazzi, anche per saggiarne il morale dopo prove così cruenti e le forti privazioni di quei giorni. Ma una bomba esplode proprio vicino al Comandante, lacerandogli gravemente il bassoventre. Stramazzato al suolo, viene prontamente soccorso dal già più volte ferito Ten. medico Vablais. Il C.do del Gruppo Btg. GG.FF., quindi, passa al Ten. Mario Niccolini, fratello del caduto Ippolito, mentre il Cap. Tarantelli assume la responsabilità del caposaldo.

Anche Q.184 tiene duro.

Dopo tanto errare il Ten. Fazi, andato a cercare rinforzi, s’è imbattuto in un avamposto della Div. Pavia. Il Col. De Meo così si rivolge al Tenente: "Che fine hanno fatto i due Btg. GG.FF.?". Fazi trasecola e dice: "Come, non sanno dove siamo?". Rinforzi, questo serve e con estrema urgenza. Ottenuti, questi arriveranno, però, soltanto il giorno dopo.

Nella notte fra il 5 e 6 dicembre tanti razzi luminosi colorano il tetro cielo notturno di Bir el-Gobi. Appartengono ai Tedeschi o sono i segni dell’ultimo (e forse mortale) colpo da abbattere sui GG.FF.? Quel sinistro gioco d’artificio offerto fra le dune del Sahara continua, ad intermittenza, per più ore.

é l’alba di un sabato di guerra. Giungono alcuni carristi della 15" Panzer, ma poche sono le scene di festa. Sono tutti esausti. Il vero gaudio trova sfogo solo all’arrivo di un po’ di cibo e di preziosissima acqua. Che gioia quel parco rancio!

Arriva Rommel(58). Recentemente sfuggito ad un commando inglese con l’incarico di rapirlo o ucciderlo(59), la "Volpe del deserto" incarna agli occhi di quei ragazzi, per indiscusse capacità militari e per il suo modo tutto particolare di condurre la battaglia fra le dune, sempre in prima linea con la truppa, per quel suo tipico abbigliamento un po’ fuori ordinanza, per i suoi modi cortesi e decisi allo stesso tempo, una vera leggenda. Un mito per dei così giovani combattenti, così assetati di figure di riferimento. Tutti i ragazzi di Bir el-Gobi non possono che guardarlo con meraviglia. La sua fama militare lo precede ormai ovunque.

Radunati alla meglio i GG.FF. Rommel pronuncia un breve discorso elogiando lo stupefacente valore dei giovani Battaglioni. Ma non c’è tempo da perdere, bisogna agire, subito. C’è qualcosa, però, che turba il generale, rendendolo furioso: dove sono l’Ariete e la Trieste?

Nella zona del II Btg. c’è ancora qualche scontro. La tempesta non s’è affatto placata. Questo lo schieramento nemico attorno agli Italo-tedeschi: " a nord ovest si levava il polverone sollevato dalle autoblindo del 6° South African Cars. Presto vi si sarebbe aggiunto il carosello giostrato da quelle dell’11° Hussar e del 1° Dragoon Guards. A est si profilava, più minacciosa che mai, la lucente e compatta massa della 4°" Armoured Brigade di Gatehouse. Da sud ovest erano schierate la 1°" South African e la 7°" Indian Brigade . Sempre da quella parte si scorgevano il quartier generale della 7°" Armoured Division e la 2°", 4°" e 5°" Indian Brigade. Non lontano da lì erano piazzate le batterie da 25 pounds del 51° Field Regiment e quelle da 4/5 pollici del 7° Medium Regiment Royal Artillery. Più a sud la 9°" Rifle e una colonna di ricognizione della 5°" Indian Brigade"(60). Quanta gente intorno.

I carri armati tedeschi e inglesi si danno battaglia dinanzi agli occhi dei GG.FF., che osservandoli si chiedono cosa fare, quale ruolo assumere in questa battaglia di giganti. Di certo un nuovo attacco in forze, pensano, sarebbe fatale, soprattutto alla luce della nuova penuria di munizioni ed acqua registrata a mezzogiorno Finché, dopo alcuni scontri a fuoco, alle 13 circa il contatto radio con i nostri comandi viene ristabilito. Questo l’orgoglioso e sintetico radiogramma al Gen. Gambara: "Posizione salda nostre mani. Sette violenti attacchi forza circa una divisione respinti giorni 4, 5, 6. Sei carri armati pesanti, sei leggeri et circa cinquanta automezzi vari inchiodati davanti alla nostra linea. Sei carri colpiti nostro tiro rimorchiati nemico sue linee. Da informazioni prigionieri et nostra ricognizione campo battaglia perdite nemico ingentissime. Nostre perdite oltre trenta morti et settanta feriti. Sei ufficiali feriti fra cui colonnello Tanucci gravemente colpito bacino et femore. Comportamento ufficiali et volontari tutti sotto attacchi artiglieria carri fanteria con mortai et aviazione superbo et superiore ogni elogio. Carri armati due volte penetrati linee due volte respinti. Volontari fermi loro armi fino all’ultimo schiacciati da carro. Truppa da tre giorni senza acqua né viveri. Munizioni quasi esaurite. Autocarreggio quasi interamente distrutto con materiale. Collegamento per via ordinaria con Recam non ristabilito. Telefoni et radio distrutti. Altra radio inefficiente. Morale più alto di prima. Attendiamo ordini. Cap. Ernesto Tarantelli"(61).

Condotti i feriti alla nostra 21" sezione di Sanità militare di el-Adem, alle ore 15 l’intera 15°" e 21°" Panzer del Gen. Nehring, con annesse fanterie, si dirigono su Bir el-Gobi. Lo scontro riprende con foga, ma il pozzo è ormai saldamente in mano alle truppe germaniche, che lo pattugliano. I carri britannici indietreggiano, ma non si ritirano. Anche contro le linee dei GG.FF. per 20 minuti il nemico ritenta un attacco, che tuttavia viene nuovamente respinto.

Una cattiva notizia, calatosi il silenzio "tragico ed eloquente", arriva da Tobruk rendendo più buia la notte: gli Inglesi hanno spezzato l’accerchiamento.

é l’alba di domenica 7 dicembre 1941. Al caposaldo giunge la cattiva notizia che prima di gennaio i rinforzi dall’Italia non potranno arrivare. Non è una bella nuova. Tanto più che a tre chilometri dai GG.FF. lo scontro fra carri armati italo-tedeschi e britannici si riaccende violentemente. Ma a migliaia di chilometri più lontano, ben altro evento storico si compie nelle acque del Pacifico: l’attacco di Pearl Harbour. Quest’azione, felice sul piano militare per i nipponici, segna l’inizio di quella che Churchill definirà come "La svolta fatale"(62).

Il primo pomeriggio è ugualmente terribile. Le infernali macchine da guerra cingolate non si danno tregua e lo scambio di cannonate è sempre più serrato. Ma a spezzare il contatto è non tanto l’indietreggiare a 5 miglia sud-est delle unità corazzate nemiche, quanto il messaggio pervenuto tramite una staffetta dei Bersaglieri che annuncia l’avanzata delle rimanenti truppe britanniche in zona, proprio verso Bir el-Gobi(63). L’ordine per tutte le unità italo-tedesche è chiaro: ritirarsi ad ovest, verso el-Adem. Zaino in spalla e armi in pugno, a piedi, i GG.FF. lasciano Bir el-Gobi e i cadaveri dei tanti caduti, ma consapevoli di avere compiuto un fatto militare degno delle più alte onorificenze.

Se quella fu una ritirata strategica e non una rotta, lo si dovette proprio all’eccezionale resistenza militare dei Btg. Giovani Fascisti.

E in Patria? Già dal 5 dicembre le imprese dei GG.FF. s’erano diffuse velocemente tramite a radio ed i bollettini di guerra del nostro Quartier generale pubblicati in prima pagina su tutti i quotidiani(64). Fra questi, il bollettino n. 553 consacrerà i GG.FF. agli occhi di tutti gli Italiani per il loro valore e sacrificio: "I combattimenti in Marmarica sono continuati sul fronte di Tobruk e sul terreno a sud della piazza, fra el-Adem e Bir el-Gobi, dove reiterati attacchi sferrati dall’avversario con nuove forze sono stati validamente contenuti e respinti dalle truppe dell’Asse. In tali circostanze anche alcuni reparti dei Giovani Fascisti hanno lottato con esemplare tenacia e valore."(65). L’intera Nazione si commosse orgogliosamente a tale notizia. La fiducia dei genitori dei GG.FF. fu ripagata(66). L’entusiasmo fu così grande che anche quei pochi che solo per timore del peggio non avevano approvato il gesto del figlio partito volontario di colpo perdonarono quello slancio disubbidiente, comprendendone poi l’invincibile motivazione. Anche il Segretario del PNF, Serena, si dovette cospargere il capo di cenere e manifestare pubblicamente la sua compiaciuta meraviglia per l’innegabile impresa(67). Il Gen. Bastico premierà di lì a pochi giorni alcuni dei GG.FF. distintisi in battaglia, appuntando sul petto i segni del valore. Lo stesso Mussolini, poi, il 31 maggio 1942 consegnerà solennemente ad altri di loro le medaglie al merito presso lo stadio dei Marmi in Roma.

Le sorti della guerra prenderanno, com’è noto, nonostante questo ed altri eroici avvenimenti consimili, ben altra piega per le nostre armi, ma di sicuro l’epopea dei Giovani Fascisti s’era ormai onorevolmente compiuta.

Una settimana prima della battaglia di Bir el-Gobi, in un giornaletto redatto dagli stessi Volontari, uno di loro scriveva: "La guerra che noi combattiamo è la guerra dei giovani, di noi giovani in armi che, dalle officine ai campi di battaglia, dalla scuola al cannone, dalla casa alla tenda, abbiamo portato e portiamo una fiaccola luminosa: quella della fede"(68). Chi avrebbe potuto fermarli?

Dei suoi Volontari il Col. Tanucci scrisse in una lettera ad uno di loro, ricordandone il valore collettivo: "Fra loro nessuno fu primo, perché nessuno fu secondo". Tutti eroi, eroi romantici(69).

*

La battaglia in cui dei gagliardi minorenni sfidarono tutti, stupefacendo, si conclude non senza che anche l’avversario ne riconosca gli innegabili meriti. Desmond Young, generale inglese, autore di un libro su Rommel, scrisse a proposito: "La ritirata [italo-tedesca] non si trasformò mai in rotta. Grazie agli Italiani che difesero con sorprendente valore le posizioni di Bir el-Gobi, l’arretramento si svolse per fasi regolari e tra continui combattimenti"(70). Il Gen. Michael Carver, nel suo Tobruk, inoltre, scrive: "Quantunque Norrie disponesse di una schiacciante superiorità in ogni branca nel settore di Bir el-Gobi, il fatto di non averla saputa sfruttare, concentrandola in un sol punto e coordinando nei dettagli l’azione di ogni specialità, aveva permesso a un solo battaglione italiano [in realtà due, come visto] di frustrare l’azione del suo intero Corpo d’armata e di infliggere gravi perdite a una brigata"(71). Ma non era stata sempre questa la considerazione inglese, dato che Radio Londra aveva ironizzato con britannica superficialità sui GG.FF., definendoli "Mussolini’s boys". Resta il fatto che circa millecinquecento ragazzi, "indemoniati", come loro stessi ammisero, avevano tenuto in scacco una preponderante forza d’urto, nella più grande offensiva militare sferrata fino ad allora in nord Africa, l’operazione Crusader.

I reduci(72) dei Battaglioni Giovani Fascisti si ritrovano regolarmente a Ponti sul Mincio (MN) presso la "Piccola Caprera" (la villa che Balisti nel 1959 donò loro), per ricordare assieme gli anni in grigioverde. In questo sito, che nella sua amenità custodisce i cimeli e le testimonianze di quelle fiamme giallo-cremisi che s’imposero valorosamente nel deserto, tutti gli Italiani sono ben accetti. I cancelli della memoria sono sempre spalancati per chi lo desidera

Nonostante il colpevole mutismo di chi tace volontariamente un simile fatto(73), queste pagine hanno inteso squarciare tale silenzio, riconsegnando all’attenzione di chi legge le gesta di quei ragazzi che s’offrirono volontariamente, ancorché minorenni, per la Patria con sincero ardore, con quella passione tipica di chi non ancora nemmeno ventenne, oltre ogni cosa desidera solo l’azione, il bel gesto.

NOTE:

(1) -Cfr. quanto scrive Adriano Tilgher di Mussolini su La Stampa del 1° aprile 1928: "Con lui il Romanticismo sale al Governo. E dopo d’allora egli s’adopera a costruire a quest’anima romantica la forma definita precisa classica, in cui potrà finalmente posare quieta". Lo stesso filosofo in Ricognizioni, Roma, 1924, p. 21 aveva già detto: "Il Fascismo se dovessi definirlo lo direi: il romanticismo garibaldino arroventato al fuoco del superumanesimo e dinamico di cui è pregna tutta la civiltà contemporanea". Entrambe le citazioni sono tratte da E. Garin, Cronache di filosofia italiana, vol. II, ed. ec. Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. 289-290. Ed ancora sulla matrice culturale romantica del fascismo cfr. P. Serant, Romanticismo fascista, Ed. Sugar, Milano, 1961, p. 6. Ivi: " era difficile – scrive l’A. – essere fascisti senz’essere in qualche modo romantici. Il carattere romantico del fascismo è stato del resto sottolineato tanto da certi suoi partigiani quanto dai suoi avversari: è Drieu [La Rochelle] che, nel 1944, definirà il fascismo come il camuffamento meravigliosamente efficace d’una grande spinta sociale della piccola borghesia (furiosamente romantica, come ciò che è promanato e promana ancora oggi dalla piccola borghesia, in quanto non è morta)".

(2) -Obiettivo principale della GIL era quello di avvicinare il più possibile i giovani dell’Italia di domani al fascismo, curandone l’educazione in ogni settore sin dalla tenera età. In particolar modo, come sottolineato in L’era fascista. La Gioventù Italiana del Littorio, VHS a cura della Hobby & Work italiana editrice, Milano, 1995: " Lo scopo dell’inquadramento dei Balilla, degli Avanguardisti e dei Giovani Fascisti era quello di creare specialisti da avviare nelle Forze Armate con una specifica preparazione settoriale e con una forte carica di spirito di corpo". Tuttavia, al di là dell’indottrinamento ideologico cui questa enorme macchina mirava, è innegabile che la GIL fu un potentissimo mezzo di socializzazione nazionale che è difficile rigettare pretestuosamente; cfr. a tal proposito J. Charnitzky, Fascismo e Scuola, La Nuova Italia, 1996, pp. 392-393, ove l’A. scrive: "Per la generazione del Littorio l’appartenenza ai gruppi della GIL rappresentò indubbiamente una esperienza decisiva di socializzazione che anche dopo la caduta del regime e fino ai nostri giorni, con tutta la distanza critica, continua a suscitare ricordi anche nostalgici fra gli interessati, e non solo da parte neofascista. Nell’esperienza collettiva dei giovani organizzati nella GIL, appartenenti a tutti i ceti sociali, il carattere strumentale della politica giovanile del regime passava in secondo piano, in special modo per quanto riguarda i gruppi di età inferiore, rispetto a privilegi e libertà goduti per la prima volta, come viaggi, soggiorni di cura, colonie, assistenza medica, borse di studio, rappresentazioni teatrali o cinematografiche".

"La GIL – si legge nella Treccani - contava all’inizio dell’anno XVI (29 ottobre 1937) 2.514.742 Balilla, 960.118 Avanguardisti, 1.163.363 Giovani Fascisti, 2.164.530 Piccole Italiane, 483.145 Giovani Italiane e 256.085 Giovani Fasciste. In totale la forza della GIL assommava a quella data a 7.541.983 iscritti"; v. in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed arti dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, fondata da Giovanni Treccani, Roma, ed. Istituto Poligrafico dello Stato, 1950, Appendice I, p. 573.

(3) -Nelle fila della GIL, Calvaruso prende parte alla "Marcia della Giovinezza". Fra quelli che non vogliono smobilitare, è inquadrato poi nel I Btg. GG.FF. Partecipa alla battaglia di Bir el-Gobi, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ferito gravemente viene portato in un ospedale da campo. Ripresosi, lungo la marcia nel deserto è colto dalla malaria, che lo costringe a lungo nuovamente in ospedale. Finita la guerra si è dedicato allo sport professionale, che già praticava sin da ragazzo. Atleta di qualità, ha praticato la lotta greco-romana, conseguendo svariate medaglie, coppe e riconoscimenti in più parti del mondo. Dopo aver dato tanto alla lotta, convogliando sull’agonismo sportivo tutte le sue energie d’uomo d’azione, dopo aver insegnato i segreti della sua disciplina a tanti ragazzi con la stessa passione, dopo aver fondato due Associazioni sportive, dopo aver allenato la squadra nazionale sordo muti, dopo aver ricevuto dalla Regione siciliana riconoscimenti per il suo impegno agonistico, ora vive la meritata pensione. Chi scrive, non senza una punta d’orgoglio familiare, ne riconosce forza di volontà, sentimento patriottico, valorizzazione dell’azione ed amore per la vita.

(4) -Cfr. G. Rosignoli, MVSN. Storia organizzazione uniformi e distintivi, Ermanno Albertelli Editore, Parma. Sui rapporti fra R. Esercito e MVSN cfr. D. Ferrari, Il Regio Esercito e la M.V.S.N.: 1923-1943, in Studi Storico Militari, Ufficio Storico dello S.M.E., Roma, 1985, pp. 125-147.

(5) -Da un colloquio svoltosi a Palazzo Venezia il 28 dicembre 1941 tra Mussolini e Carlo Ravasio, vicesegretario del PNF, in Mussolini. Il manuale delle guardie nere, Antares editrice, 1995, Palermo, p. 26.

(6) -Questo era l’Inno dei Giovani Fascisti (Blanc): "Fuoco di Vesta che forte il tempio irrompe/come le fiamme la Giovinezza va/fiaccole ardenti sul mare e sulle tombe/noi siamo le colonne della nuova età.

Duce, Duce, chi non saprà morir /il giuramento chi mai rinnegherà/nuda è la spada quando tu la vuoi/gagliardetti al vento/Duce verremo a Te/Armi e bandiere degli antichi eroi/per l’Italia, oh Duce/falle vibrare al sol.

Va la vita va / con se ci porta e ci promette l’avvenir / una maschia gioventù / con romana volontà, combatterà / verrà, quel dì verrà / che la gran Madre degli eroi ci chiamerà / Per il Duce, oh Patria, per il Re / a Noi, ti darem

Gloria e Impero in oltremar".

(7)- Cfr. La Marcia della Giovinezza, in Critica Fascista. Rivista quindicinale del Fascismo, 15 ottobre 1940.

(8) -G. Mugnone, I Millecinquecento di Bir el Gobi, Edizione dell’I.N.C.F., Vicenza, marzo 1945, p. 10.

(9) -Persino Palmiro Togliatti dichiarò il 7 marzo 1941 al Comintern in U.R.S.S.: "Il fascismo non è solo violenza. Ha aiutato i lavoratori e i giovani"; cfr. D. Caraf˜li, Togliatti nel ’41: Mussolini aveva ragione, in il Giornale, venerdì" 29 settembre 2000, anno XXVII n. 231, p. 33.

(10) G. Mugnone, I Millecinquecento, cit., p. 10.

(11) Cfr. Ib., p. 12.

(12) A. Pagin, I ragazzi di Mussolini, Mursia, Milano, 1990, pp. 26-27.

(13) Cfr. G. Mugnone, I Millecinquecento, cit., p. 6.

(14) -Cfr. l’intero articolo in A. Cioci, Il Reggimento "Giovani Fascisti" nella campagna dell’Africa settentrionale 1940-1943, Ermanno Albertelli ed., Parma, 1998, p. 280.

(15) G. Mugnone, I Millecinquecento, cit., p. 15.

(16) -Ib.: "Così, quasi 25 mila giovani, inquadrati in 24 battaglioni, con valorosi Ufficiali e Sottufficiali, anelanti il combattimento, pronti all’appello della Patria, riceviamo, premio della nostra spontanea offerta, l’ordine di ritornare alle nostre case, portando sui petti la medaglia del valore per avere fatto circa 500 chilometri a piedi! Che buffonata!".

(17) -Stupisce non poco, pensando alle ubertose fila dei renitenti alla leva di tutti i tempi, alle folte schiere di tanti tattici imboscati o alle frotte di tanti sedicenti "obiettori di coscienza", che ci siano stati ragazzi che al contrario siano corsi ad imbracciare un’arma dati i tempi, tempi di guerra!

(18) -La momentanea denominazione ricalcava una direttiva del Segretario del PNF che, per rabbonire quelli di Padova, subdolamente disponeva che i 25.000 fossero smobilitati e in 48 ore riorganizzati solo su due Btg. Volontari speciali. La mossa di Serena era solo un contentino infattibile. Come pensare di inquadrare quella massa di giovani in strutture così esigue, espellendone così tanti, senza causare sollevamenti in così accesi animi in poche ore? Ma è proprio giocando su questa disposizione sui Btg. speciali che intanto Balisti ed i suoi si autocostitutiscono come sedicente I Btg. speciale Volontari della GIL.

(19) -A. Brisone, Il gagliardetto 1919-1943, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1997. Nello stesso testo è riportata in copertina la seguente frase di Mussolini: "Un gagliardetto non è un semplice pezzo di stoffa, un gagliardetto è un’anima, un gagliardetto è un ideale". I GG.FF. non avranno mai la bandiera di guerra, per vari motivi. Ma quei gagliardetti furono comunque validissimo simbolo.

(20) -Il III Btg., costituito ufficialmente nel maggio 1942, pur se di breve durata, avrà il vessillo "A ferro freddo".

(21) Cfr. G. Mugnone, Op. cit., p. 32-33.

(22) -Cfr. Ib., pp. 43-45. I GG.FF. sono stufi di venire traslocati da una località all’altra, colmi solo di promesse. Non c’è più tempo per tacere, ora gridano: "(É) Volontari! Fino ad oggi siamo stati chiusi in questa morsa alla quale potrebbe benissimo adottarsi il nome di morsa burocratica e noi stessi abbiamo forniti agli interessati la possibilità di chiuderla con la chiave della nostra fede. Ma il gioco è smascherato, la fede è nostra e il lucchetto si è aperto! Ora possiamo gridare sicuri con una voce sola: metteteci alla prova! Qualunque sia ritorneremo vincitori o tutti morti. Questo nostro messaggio di fede rivoluzionaria giunga alle orecchie di tutti, apra le porte alla burocrazia militare, pulisca i timpani ai sordi, sia la luce ai ciechi e porti il guanto di sfida nel caso che qualcuno l’abbia così interpretato ed ancora non si è degnato di raccoglierlo".

(23) -L’era fascista, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1995, p. 104.

(24) -Cfr. Afrikakorps, a cura di Time-Life Books, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1993.

(25) -Breve profilo del Gen. E. Bastico: "(1876-1972). Sottotenente dei Bersaglieri nel 1896, frequentò la Scuola di Guerra dal 1902 al 1905 e prese parte da Capitano alla guerra libica. Durante la grande guerra assolse incarichi di comando e di Stato Maggiore. Insegnante di arte militare terrestre presso l’accademia della Marina dal 1919 al 1923 scrisse i tre volumi L’evoluzione dell’arte della guerra, opera di notevole valore. Comandante del 9¡ Bersaglieri dal 1923 al 1927, diresse la Rivista Militare e comandò la Scuola Militare di Educazione Fisica. Promosso Generale comandò la XIV Brigata di Fanteria, la 1°" Divisione celere e la Divisione militare di Bologna. Durante il conflitto italo-etiopico comandò la 1°" Divisione CC.NN. e poi, promosso Generale di Corpo d’Armata, il III Corpo d’Armata speciale. Il 15 aprile 1937 prese il comando del C.T.V. in Spagna che lasciò lo stesso 19 ottobre dello stesso anno. Promosso Generale d’Armata ebbe il comando prima della 2°" Armata e poi di quella del Po. Senatore nel 1939, Governatore dell’Egeo dal dicembre 1940, il 10 luglio 1941 fu nominato Governatore della Libia e Comandante Superiore in Africa settentrionale. Il 12 agosto 1942 fu promosso Maresciallo d’Italia"; in O. Bovio, Storia dell’Esercito Italiano (1861-1990), Ufficio Storico dello S.M.E., Roma, 1996, p. 331, nota 1.

(26) -Reportage di guerra.1939-1945, Hobby & Work Italiana Ed., Milano, s.d., p. 453, ivi: "Noto a tutti con il nome di Auk, il Gen. Sir Claude Auchinleck era nato nel 1884; uscito da Sandhurst, fece carriera nelle fila dell’Esercito indiano. Nel 1939, Churchill lo richiamò, per assegnargli il comando del IV Corpo in Francia. Fu comandante in capo nella battaglia della Norvegia settentrionale al tempo dell’invasione tedesca del 1940; dopo la caduta della Norvegia, ritornò in estremo Oriente, come comandante in capo dell’Esercito indiano. Per le sue doti eccezionali, Auchilenleck fu nominato dai suoi superiori comandante in capo del Medio Oriente, in sostituzione di Wavell nella guerra del deserto, quando il corso degli eventi cominciava a volgersi a favore dell’irresistibile Afrika Korps. Anche a lui si pose subito il problema di Churchill, che premeva per un’immediata azione contro Rommel, tuttavia si mostrò deciso a non sferrare il contrattacco britannico, finché non gli fossero giunti sufficienti rinforzi. Sebbene Auchinleck fosse riuscito a fermare l’avanzata di Rommel nella prima battaglia di El Alamein, l’impaziente Churchill ordinò un altro cambiamento nel comando. Ritornato in India come comandante dell’Esercito fino al ’47, Sir Claude morì, da pacifico pensionato nell’81".

(27) -Breve profilo del Gen. G. Gambara: "(1890-1962). Sottotenente degli Alpini nel 1913, partecipò alla 1°" guerra mondiale. Capitano nel 1918, fu trasferito nel 1927 nel corpo di Stato Maggiore. Colonnello nel 1937, fu capo di Stato Maggiore del C.T.V. in Spagna. Nel 1938, promosso Generale di Brigata, prese il comando del C.T.V. Promosso Generale di Divisione nel 1939 fu il primo ambasciatore italiano nella Spagna di Franco. Dal giugno 1940 al febbraio 1941 comandò il XV Corpo d’Armata, passò poi in Albania al comando dell’VIII. Promosso generale di Corpo d’Armata per merito di guerra, fu inviato in Africa settentrionale quale capo di Stato Maggiore del Comando Superiore e poi quale comandante del Corpo d’Armata di manovra [C.A.M.]. Comandò successivamente il XIX e l’XI Corpo d’Armata. (É)", in O. Bovio, Op. cit., p. 331 nota 1.

(28) -Ibidem.

(29) -Nello specifico l’autodrappello consta di: 8 autocarrette SPA, 3 autocarri Bianchi Miles, 4 autocarri Lancia 3 Ro, 3 autocarri FIAT 626/NM, 1 ambulanza, 2 autobotti, 1 vettura FIAT 1100 per il comando, 2 autocarri officina riparazioni, 2 moto Guzzi 500, 2 moto Sortum 500; cfr. A. Cioci, Il Reggimento, cit., p. 45.

(30) A. Pagin, Op. cit., 57.

(31) Ib., p. 69.

(32) Ib., p. 72.

(33) Cfr. Ib. ,p. 78.

(34) Cfr. G. Mugnone, I ragazzi di Bir el Gobi, STEDIV-AQUILA, Padova, 1973, p. 39.

(35) A. Pagin, Op. cit., p. 83.

(36) Ib., p. 84.

(37) Ib., p. 86.

(38) Ib., p. 87.

(39) -Alle prime luci del giorno un motociclista inglese era andato incontro alle postazioni italiane agitando il braccio sinistro in segno di saluto, zigzagando. I nostri, credendolo uno dei loro, non spararono. Quando capirono dell’equivoco ormai era troppo tardi. L’astuto avversario aveva già visto abbastanza e con una brusca inversione s’era già diretto dai suoi a riferire le preziose notizie sulle nostre difese.

(40) A. Pagin, Op. cit., p. 113.

(41) G. Giraudo, La guerra del Duce, Hobby & Work Italiana Editrice, Milano, 1997, p. 91.

(42) A. Pagin, Op. cit., p. 120.

(43) Cfr. G. Mugnone, I ragazzi, cit., p. 44.

(44) -Quella che nelle carte militari inglesi era Quota 182 corrispondeva in realtà a due postazioni italiane, ossia le nostre Q.188 e Q.184, occupate entrambi dalle compagnie del II Btg. GG.FF.

(45) Postazione tenuta dall’intero I Btg. GG.FF.

(46) A. Pagin, Op. cit., p. 122.

(47) Ib., pp. 135-136.

(48) G. Mugnone, I ragazzi, cit., p. 48.

(49) -Cfr. Ib., p. 68 la testimonianza del Ten. Andreatta: "La rugiada abbondante bagna il viso. La bagnano anche le lacrime che a momenti scendono silenziose dagli occhi e un nodo stringe la gola Quante cose si pensano Saprà l’Italia che dopo l’ultimo messaggio della nostra radio noi restiamo ancora, o ci riterrà sopraffatti? Ci porteranno aiuto? E le munizioni? Tutto si pensa nella notte insonne e fredda. Qualche ferito geme ed invoca la mamma".

(50) A. Pagin, Op. cit., p. 155.

(51) G. Mugnone, I ragazzi, cit., p.60.

(52) -Nel dicembre 1746, a Genova, Giovan Battista Perasso (Balilla) aveva scagliato in volto ad un austriaco un sasso, dando il via ad una storica sommossa patriottica contro l’oppressore asburgico.

(53) -A. Pagin, Op. cit., p. 163. Ivi: "Era il 5 dicembre, il giorno del Balilla di Portoria. Adesso, eravamo in molti ad imitare quel gesto. Si raccoglieva una pietra e via, come ci fossimo trovati in riva a un torrente. Un gesto retorico che fungeva da scaramanzia. (É)".

(54) Cfr. Ib., p. 165-166.

(55) -A. Pagin, Op. cit., p. 171. Anche una cartolina postale ne immortalerà l’impresa; quella di un ragazzo che, poco più che ventenne, bomba e pistola in mano affronta senza paura corazzati da 30 tonnellate. Di nobile famiglia fiorentina, classe 1916, laureato in giurisprudenza, pur gravemente offeso ad una mano, fu Volontario con la sola idea di onorare l’Italia. Fra le più fonti che ne sottolineano tale puro sentimento, le lettere inviate alla madre e alla sorella ne sono adamantina testimonianza; cfr. G. Mugnone, I ragazzi, cit., pp. 54/56.

Anche il Volontario Stefano David sarà insignito alla memoria con la Medaglia d’Oro, per il suo eroico gesto in favore dei suoi commilitoni a Quota 141 di Diez Srafi (Tunisia, 25 aprile 1943). Questa la motivazione ufficiale: "Dopo trenta mesi di dura lotta, durante un aspro attacco nemico, soverchiato da preponderanti forze, rifiutava più volte di arrendersi, finché, unico superstite di un posto avanzato che egli stesso comandava, stordito e gravemente ferito, veniva raccolto dal nemico che pensava di servirsene come schermo per penetrare di sorpresa in un nostro caposaldo. Nella notte lunare, veniva condotto presso le nostre posizioni con l’arma puntata alla schiena. Accortosi che i commilitoni gli andavano incontro giubilanti per aiutarlo, non esitava a gridare ad alta voce: Seconda Compagnia, fuoco, fuoco! Sono nemici!. Pagava così consapevolmente, con la vita la sua sublime incomparabile dedizione alla Patria"; in A. Cioci, Il Reggimento, cit., p. 459.

(56) A. Pagin, Op. cit., p. 171.

(57) Ib., p. 172.

(58) -Su questo grande soldato i riferimenti bibliografici si sprecano. Qui, a mero titolo di suggerimento, si segnala solo un testo; cfr. D. Fraser, Rommel, Mondadori, Milano, 1994.

(59) -Cfr. A. A. Michie, Prendete Rommel, vivo o morto!, in Uomini, gesta, avventure sconosciute della seconda guerra mondiale, a cura di Selezione dal Reader’s Digest, Milano, 1974, pp. 58-61.

(60) A. Pagin, Op. cit., p. 184-185.

(61) Ib., p. 187.

(62) -Cfr. W. Churchill, La seconda guerra mondiale. Il Giappone all’attacco, parte IV, Mondadori, Milano, 1951, p. 18; Ivi: "(É), la svolta fatale, poiché con essa passiamo da una serie ininterrotta di rovesci a un’altra di quasi continui successi. Per i primi sei mesi di questo periodo tutto andò male; negli ultimi sei mesi tutto andò bene. E questo piacevole mutamento continuò fino alla fine della lotta". Tuttavia pare dubbio che sia stato il semplice fato a far pendere l’ago da parte inglese, giacché è innegabile che fu l’intervento degli U.S.A. a capovolgere le sorti del conflitto. La presenza nordamericana sarà decisiva e devastante per i suoi nemici, soprattutto per il paese del Sol Levante. Il Presidente statunitense, quando lunedì 8 dicembre 1941 si presenta al Congresso per dichiarare guerra al Giappone, in preda al furore per l’avvenuta distruzione della base navale americana e l’orgoglio stelle e strisce umiliato, minaccioso dice: "Ieri 7 dicembre 1941, una data che rimarrà segnata con infamia nella storia – gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e proditoriamente attaccati da forze aeree e navali dell’Impero del Giappone. (É). Non dimenticheremo mai il carattere della selvaggia aggressione sferrata contro di noi. Quale che debba essere il tempo necessario ad avere ragione di questo proditorio attacco, il popolo americano, saldo nella sua potenza e nel suo buon diritto, combatterà fino alla vittoria totale. (É). Io chiedo al Congresso di dichiarare che da domenica 7 dicembre, dal momento del non provocato e malvagio attacco da parte del Giappone, esiste stato di guerra tra gli Stati Uniti e l’Impero giapponese.", in Messaggi di guerra di F. D. Roosevelt, Pubblicazione dei Servizi informazioni degli U.S.A., pp. 11-12. L’11 dicembre Italia e Germania, rotti gli indugi, dichiarano guerra agli U.S.A., affiancando l’alleato nipponico. Ma più dubbi sfiorano chi non è del tutto convinto del falso stupore di Washington. In un conflitto mondiale di quelle proporzioni era chiaro che in gioco c’era l’ordine mondiale per diversi anni a venire, chi avrebbe vinto avrebbe imposto al mondo la propria ricetta politica ed economica. Al di là degli innegabili vantaggi economici per chi si trova ora alleato con i vecchi nemici di ieri, non può cancellarsi a livello storico la diffusa convinzione che ebbero più Italiani dell’epoca sull’intervento statunitense nel secondo conflitto mondiale: opportunismo politico. L’attacco a Pearl Harbour e la mancata dichiarazione di guerra non pervenuta per tempo parve solo un ottimo, validissimo sul piano formale e propagandistico, motivo da casus belli per gettarsi nella mischia e mettere in campo tutto l’enorme potenziale economico-finanziario, nonché bellico, in favore del fidato alleato britannico, già foraggiato anche prima del 7 dicembre. Fra i tanti testi contemporanei ai fatti di cui andiamo dicendo, a tal proposito cfr. V. Consiglio, L’America e il Patto Tripartito, in Un anno di guerra, Palumbo editore, Palermo, giugno 1941, pp. 183-216. Ivi, tra l’altro, l’A. denunciava duramente degli U.S.A. la crescente volontà di dominio economico-finanziario, la falsa neutralità (dato l’appoggio palese all’Inghilterra, in barba alle convenzioni per i paesi neutrali), il pressoché manifesto dominio-protettorato americano steso sui paesi dell’America latina con lo sbandierato spauracchio di chissà quale ingerenza delle forze del Tripartito su quelle aree, la longa manus stesa sull’Europa (rivale e madre rinnegata), la grave responsabilità di Wilson sulla stesura del trattato ingiusto di Versailles come vera causa dell’escalation fra le due guerre. Il libro fu pubblicato nel giugno del 1941, dunque ben sei mesi prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Eppure, Consiglio pare avesse già chiare le idee sul punto; così a p. 201 egli scrive: "(É) la verità è, come non hanno mancato di avvertire anche alcuni giornali del nord America, che gli Stati Uniti non attendono ormai che un episodio, un incidente che può sempre accadere nei periodi di alta tensione, per rompere l’indugio". Poche pagine oltre, pp. 203-204, lapidario continua: "Il vero scopo degli U.S.A. è l’ingerenza nei fatti politici europei. L’oro che avanza contro la cultura millenaria".

La promessa di rivalsa americana, Revenge!, si realizzerà con un’arma così mostruosa che francamente il rapporto fra offesa (Pearl Harbour) e reazione (Hiroshima e Nagasaki) pare quanto meno sproporzionato.

(63) Cfr. A. Pagin, Op. cit., p.197.

(64) -Cfr. Combattimenti coronati da successo in Marmarica, in Giornale di Sicilia, venerdì 5 dicembre 1941, anno LXXXI n. 291, p.1; cfr. Ib. La battaglia della Marmarica; cfr. Ib. Bollettino n. 550 e Bollettino n. 551. Cfr. La ripresa dei combattimenti nella zona di Bir el-Gobi, in Giornale di Sicilia, domenica 7 dicembre 1941, anno LXXXI n. 293, p. 1; cfr. Ib. Bollettino n. 552.

(65) -Bollettino n. 553, in Giornale di Sicilia, martedì 5 dicembre 1941 anno LXXXI n. 294, p. 1. Il giornale, pur trattando ovviamente sempre in prima pagina l‘importantissimo evento dell’attacco di Pearl Harbour, dà ampio spazio ai fatti di Bir el-Gobi. In un articolo si legge: "I reparti di Giovani Fascisti, dislocati fin dall’inizio della guerra in terra libica, hanno avuto, nella dura ripresa della battaglia marmarica, il battesimo del sangue. Essi si sono comportati da autentici e provetti combattenti, meritandosi l’ambita citazione del Bollettino del Quartier Generale delle Forze Armate. (É) Ancor oggi il gesto di Balilla, degli studenti di Curtatone e di Montanara, dei picciotti di Garibaldi ritrova la sua continuità storica in quest’epica impresa dei Giovani Fascisti e dice a tutti gli uomini di buona volontà, sparsi nel mondo, di che cosa sia capace l’italiano nuovo, forgiato giorno per giorno nella fucina del dovere e del combattimento. Guerra di un popolo giovane è stata definita quella odierna come a contrassegnare le sue caratteristiche e a definire i suoi scopi. Il popolo italiano saluta la giovinezza in armi che si batte leoninamente sull’arso terreno marmarico e la saluta, col poeta germanico, nuova cavalleria dell’avvenire. Essi sono stati accontentati dando esatta misura del loro grado di preparazione, del loro addestramento, della loro perizia. Episodi come questi non vanno sciupati e sminuiti dalla retorica che è sterile esaltazione, vanno sottolineati particolarmente quando essi e non soltanto casualmente, coincidono – ed è il caso odierno – con una data che ricorda a tutti gli Italiani, ma ai Giovani Fascisti in particolar modo, il gesto del piccolo di Portoria che iniziò l’Era del riscatto e della libertà. Ieri un Impero potente, quello asburgico soffocava con il suo duro e astioso predominio tutto un popolo anelante giustizia, oggi un altro Impero che dell’insidia ha fatto la sua arma preferita e di ogni inganno il suo usbergo, tenta di stringere in un cerchio infrangibile le aspirazioni delle Nazioni sane, gagliarde, combattive. E così come ieri contro la decrepita struttura imperialistica si scagliava il sasso di Balilla ancora oggi sono i giovani, quelli inquadrati nei reparti della GIL, quelli cresciuti in un clima di passione e di sacrificio, di abnegazione e di eroismo che s’immolano coraggiosamente facendo baluardo dei loro petti e dicendo, con volontà e decisione, al nemico arrogante: di qui non si passa. (É)". Il pezzo rende giusta lode a quei ragazzi, capaci di un’impresa militare da prima pagina di un giorno di guerra.

(66) -A riprova dell’adesione di tanti genitori al patriottismo dei propri figli si legga quanto scrisse una mamma al C.te dei GG.FF., prima di Bir el-Gobi: "Io indovino in pieno la fede e la fierezza di mio figlio. Sono orgogliosa di lui, del suo amor patrio e come lui arrivo a considerare anche io che egli possa fare là in modo tangibile qualche cosa per la nostra Patria. Mi permetto di raccomandare tanto al signor Colonnello questo mio ragazzo di poche parole ma di fede sicura. Egli sarà felice di poter, con tutte le sue forze, impegnate ogni sua facoltà nell’adempimento dei vostri ordini per quanto pericolosi e arrischiati essi possano essere.", in Giornale di Sicilia, giovedì 11 dicembre 1941, anno LXXXI n. 295, p. 1.

(67) -Cfr. Un ordine del giorno del Ministro Serena alla Gioventù Fascista, in Giornale di Sicilia, mercoledì 10 dicembre 1941, anno LXXXI n. 295, p. 1.

(68) -Lo scritto è citato da un giornalista dell’Agenzia Stefani, La fede e la fierezza dei prodi Giovani Fascisti combattenti in Marmarica, in L’ora, giovedì 11 dicembre 1941, anno XLII n. 294, p.1. Sul fascismo come dottrina ed esperienza politica intesa come fede laica, cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, BUL n. 406 - Laterza, Roma-Bari, 1995. A confermare indirettamente l’esatta analisi dello storico sulla visione del fascismo come "religione laico-politica" è proprio Mussolini che, dopo aver letto un libro sulla battaglia di Bir el-Gobi e i GG.FF., annotò: "C’è qualcosa di religioso in questo esercito di Volontari"; cfr. G. Mugnone, I Millecinquecento, cit., p. V.

Sulla comunione nell’italianità dei GG.FF., al di là di censo e classe, cfr. quanto scritto in F.Balisti, Pagine d’Africa, Edito a cura dell’Ass. Naz. Vol. Bir el Gobi, Bologna, 1967, p. 38:"Ed è esempio di popolo. Erano i nostri studenti ed operai, ricchi e poveri; affratellati senza riserve mentali, solidali, non per la provenienza dei ceppi che erano dietro di loro o dei campanili che avevano lasciato partendo, ma nell’offerta che era davanti a loro come esigenza di abnegazione e di onore". Fratelli d’Italia.

(69) -Come si legge sul n. 99 de "La tradotta di Bir el Gobi" (organo ufficiale dell’Ass. Naz. Vol. di Bir el Gobi), i superstiti di quelle giornate nel deserto africano non sono che "gli ultimi romantici dell’amor di Patria". Giˆ.

(70) A. Pagin, Op. cit., p. 198.

(71) Ib., pp. 198-199.

(72) -Finita la guerra Giuseppe Mugnone organizzò nella sua Messina il 1° raduno regionale dei reduci GG.FF. Il 4 dicembre 1949 altri commilitoni toscani tennero successivamente in Firenze il 1° raduno nazionale. Nel 1952, presso il notaio fiorentino Rovai nacque ufficialmente l’Associazione Nazionale Volontari Bir el-Gobi. Morto Balisti, la "Piccola Caprera" passò alla gestione dei Volontari, che si costituirono in cooperativa. Nel 1960 sorse, dal contributo dei reduci e dei simpatizzanti, il Museo del Reggimento Giovani Fascisti. Il Comune, accogliendo poi un desiderio del generoso donatore, nel 1961 concesse la traslazione della sua salma alla villa-museo. Là, accanto alla moglie, fra le piante che tanto curò e i suoi amati ragazzacci di una volta, riposa Fulvio Balisti, uomo che nell’Italia vide sempre l’ideale cui protendere.

Sul Museo cfr. A. Cioci, Museo del Reggimento Giovani Fascisti. "Piccola Caprera", Gianni Iuculano Editore, Pavia, 2000. Ivi, a p. 29, si legge: "Se i giovani che visiteranno il Museo trarranno l’insegnamento di onorare e rispettare tutti i Caduti di ogni ideale e fede potremo essere sicuri che i Compagni d’Arma Caduti non saranno dimenticati. La Piccola Caprera è un’oasi di italianità aperta a tutti".

(73) -Non è qui il caso di polemizzare con chi, trattando di storia militare, ha volontariamente tralasciato o posto in un tono assolutamente minore l’esistenza e le gesta dei Giovani Fascisti a Bir el-Gobi o su altri fatti d’arme che li videro protagonisti (fino al maggio ’43). Evidentemente quell’aggettivo "Fascisti", pur legato al sostantivo "Giovani", ha nuociuto ipocritamente a chi sapeva, o ancor peggio ignorava, che al di là del nome dato ai due Battaglioni, quei soldati erano Italiani come gli altri combattenti, membri dello stesso R. Esercito a tutti gli effetti. Va, invece, fatta menzione di chi, con estrema onestà intellettuale, non li dimenticò e se ne interessò comunque, superando sull’argomento in tal modo le proprie visioni politiche con sereni giudizi, come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Grandi esponenti della nostra Repubblica questi, dalla statura talmente alta, al cui confronto il silenzio di alcuni si riduce miseramente a sola mala fede.