Salvatore Riccobono accademico d’ITALIA Nella testimonianza del nipote di Salvatore Riccobono jr.

Nato a San Giuseppe Jato, il 31 gennaio 1864, da Francesco e Maria Ajello. Presso il Seminario di Monreale frequentò i corsi del ginnasio inferiore e superiore, avendo la guida di ottimi docenti del campo degli studi umanistici, secondo la felice tradizione di quel tempo: i professori Vaglica, Polizzi, Fiorenza, Marotta, Giordano. Gli fu anche vigile e affettuoso custode lo zio sacerdote, Padre Salvatore Riccobono, fratello del suo genitore, solitamente chiamato Padri Turi, ovvero Padre Vicario, venuto a mancare in San Giuseppe Jato il 14 maggio 1931 presso l’Istituto di Suore del Boccone del Povero, di fronte la Chiesa Madre: tale Istituto era stato realizzato dal Sacerdote Padre Pasquale Riccobono, mentre l’altro Istituto, detto delle Orfanelle, con annesso Ospedale, retto dalle Suore di San Vincenzo, era stato voluto e costruito per opera di Padre Francesco Riccobono. Due istituzioni, queste, che da oltre un secolo si sono rivelate preziose per le esigenze religiose, etiche, culturali, sociali della popolazione jatina, e permangono ancora oggi vitali. A vent’anni il giovane Salvatore Riccobono prestò servizio militare nell’arma di Artiglieria e col grado di sottotenente fu in forza nella Caserma del 22° Reggimento di Artiglieria da campagna, sita in Corso Calatafimi, a Palermo (il 22° Reggimento rimase sino alla fine del secondo conflitto mondiale). Del periodo trascorso sotto le armi il Riccobono trasse preziosi ammaestramenti di esperienza, di disciplina, di vita severa. Conseguì la laurea in giurisprudenza nella Università di Palermo nel 1889, discutendo una tesi sull’istituto del Possesso, tesi preparata in una casa rurale presso l’odierno Poggio San Francesco, vicina a Portella della Paglia (contrada Strasatto). E dopo la laurea seguì il consiglio lungimirante del prof. Giuseppe Gugino, suo docente di diritto romano a Palermo, di andare in Germania per continuare a perfezionare gli studi giuridici. Fu così che il Riccobono si recò in Germania, ove rimase ininterrottamente per quattro anni, ascoltando Maestri insigni nelle Università di Monaco di Baviera, Lipsia, Berlino, Strasburgo. La lunga permanenza in Germania fu per il Riccobono come la scoperta di un nuovo mondo, onde soleva egli ripetere che la Germania era stata la sua seconda patria. Difatti la Germania del secolo XIX poteva vantare le migliori Università e Centri di studio e di ricerca tra tutte le nazioni d’Europa e del mondo. La formazione scientifica del Riccobono avvenne con l’ascolto di grandi Maestri, come Ernst Eck, Heinrich Dernburg, Lewin Goldschmidt, Alfred Pernice, Otto Lenel, Otto Gradewitz, Bernard Windscheid. E fu proprio il Windscheid, che si incise più profondamente nella mente e nell’animo del Riccobono, durante il corso di pandette alla Università di Lipsia (1890-91), e che fu decisivo per la scelta della sua carriera futura. Il Windscheid, autore del progetto del Codice Civile tedesco, entrato in vigore in Germania all’alba del 1900, rilasciò il 31 luglio 1891 un attestato al discepolo Riccobono, ove dichiarava di non avere mai incontrato durante la sua lunga esperienza universitaria un giovane così attento, capace come il Dr. Riccobono, di cui previde la luminosa carriera scientifica. Tornato in Italia nel 1893, il Riccobono ebbe la ventura di incontrare a Roma un altro grande maestro, Vittorio Scialoja, che lo avrebbe in breve tempo portato alla cattedra. Divenuto professore nella Università di Camerino (18965-96), dal febbraio professore ordinario nella università di Sassari, il Riccobono si trasferì nell’ottobre dello stesso anno 1897 alla cattedra di istituzioni di Diritto Romano a Palermo, ove rimase sino alla fine del 1931, per oltre trent’anni. A Palermo rivestì la carica di Rettore dell’università nel triennio 1908 - 1911; di Preside della Facoltà di Giurisprudenza dal 1921 al 1931. Fu Pro-Sindaco della città di Palermo nel 1917-18; Presidente della Provincia di Palermo dal 1928 al 1929. Fece parte di vari pubblici uffici nel lungo periodo di permanenza nel capoluogo della Sicilia. Chiamato a Roma, dopo il ritiro del Maestro Vittorio Scialoja, nel 1932, insegnò alla Facoltà della Sapienza la materia a lui congeniale: Esegesi delle Fonti del diritto romano. E dal 1932 tenne anche l’insegnamento di Storia del diritto e di Esegesi presso l’Istituto pontificio Apollinare, che poi divenne il pontificio Ateneo Lateranense, ove rimase ad insegnare sino alla fine del 1955. All’Ateneo del Laterano il Riccobono fece dono della parte migliore della sua biblioteca (1939).

Socio di numerose Accademie italiane e straniere, il 29 maggio 1932 entrò a far parte della Reale Accademia d’Italia. Nel 1924 tenne un corso di conferenze alla Università di Londra ed una lezione alla Università di Oxford, ove venne insignito del titolo di Doctor honoris causa of Civil Law. Nel 1929 fu a Washington per un corso di lezioni nella Catholic University of America, ove fu fondato il Riccobono Seminar of Roman Law ed egli nominato Magister ad vitam.

Ma la vera vocazione del Riccobono per tutta la vita fu l’insegnamento, che rese prestigioso nel mondo il Seminario di diritto romano della Università di Palermo, una Scuola viva, un vero vivaio di germogli, che ancora oggi fiorisce. Dalle lezioni di Esegesi delle Fonti del diritto romano, tenute nel Seminario che ora porta il suo nome, ebbero origine le opere di Riccobono, scritte durante il silenzio della notte tra le ore 22 della sera e le ore 2 o 3 del mattino. E viva resta ancora oggi la figura di Salvatore Riccobono, scomparso a Roma il 5 aprile 1958 a causa della naturale fragilità umana, ma non scomparso dal cuore e dall’effetto di chi lo conobbe e le ebbe guida, amico, vero Maestro. Uomo semplice, sobrio nel vitto, parsimonioso in ossequio alle avite consuetudini della civiltà contadina, il Riccobono rimase sempre legato alla sua terra natia, al suo paesello, alla campagna paterna dei Mortilli, alla quale soleva tornare ogni anno per sostare all’ombra degli alberi di ulivo o di pergola di zibibbo, di cui era ghiotto, che circondavano la sua fanciullezza, l’affetto verso il padre, la particolare sensibilità e intuizione della madre, che presentì l’affermazione del figlio Turi nel campo degli studi, l’affetto verso la numerosa famiglia, cui venne sempre incontro secondo le sue possibilità. Fu l’amore verso la campagna, che rese Turi forte per tutta la vita: ogni giorno, in condizioni di tempo buono o cattivo, percorreva con passo regolare e cadenzato non meno di otto o dieci chilometri a piedi, ma durante la vacanza ne faceva molti di più. Così, in estate, era solito percorrere a Palermo dalla casa di Corso Calatafimi, 777 (presso Villa Tasca) i cinque chilometri sino alla Marina per godere i mirabili tramonti sul mare e la visione di Monte Pellegrino; e a Roma andava dalla casa di via Carlo Tavolacci, 5 (Viale Trastevere, presso il Ministro della Pubblica Istruzione) sino al Pincio, ove sostava nella splendida casa Valadier, in vista della Cupola di S. Pietro. Così era solito ricordare con nostalgia i suoi giovanili vagabondaggi in Germania, da una città all’altra, da un villaggio all’altro attraverso foreste pianure e colline, sempre instancabile, alla scoperta di nuovi panorami e di nuovi pensieri. E soleva spesso ripetere: "U sceccu zoppu si godi la vita", valendo con ciò significare che oggi con le macchine veloci ci si privasse della contemplazione di orizzonti sconfinati, della interiore meditazione dello spirito. Tutto questo costituì il segreto della sua giovanile longevità, della sua ferrea salute, fisica e intellettuale, della sua ininterrotta attività scientifica. Mens sana in corpore sano. Nutrì sempre una particolare tenerezza vero i bambini, soffrendo del fatto di non averne avuto di propri. Gli si illuminavano gli occhi cerulei, quando ascoltava il cinguettio dei più piccoli e osservava il misterioso, progressivo sviluppo della loro intelligenza, il loro aprirsi al mondo, la ingenua spontaneità delle prime parole, dei primi "Perché?" Novantenne visse ore deliziose e felici con i piccoli pronipoti nella casa romana. Una ulteriore prova dell’attaccamento di Salvatore Riccobono alla sua terra si ritrova nella lunga, appassionata relazione tenuta a Palermo, in occasione del Congresso Agrario Siciliano nel Settembre 1918, sul tema: "la colonizzazione interna della Sicilia e la viabilità rurale", congresso che vide riuniti uomini di fede e sensibilità profonde, tra i quali Luigi Sturzo, mentre stava per chiudersi la tragedia della prima guerra mondiale (1914 - 1918) e bisognava preoccuparsi ad affrontare i gravi problemi del dopoguerra. Il vincolo di affettuosa devozione alla propria terra non abbandonò mai Salvatore Riccobono nel corso dei suoi 94 anni di vita. Il binomio studio - campagna costituì la poesia, l’armonia della sua vita: vita intensamente, coerentemente, nobilmente vissuta con uno stile che da della sua esistenza una mirabile opera d’arte, ispirata ad antica saggezza.