Federico III ad Enna, urbs inExpugnabilis: risvolti storici, politici, economici di Anna Maria Corradini

Il regno di Federico d’Aragona segna una svolta fondamentale nella storia siciliana. Enna ricopre un ruolo di grande importanza in questo lasso di tempo, durante il quale l’isola sognò l’indipendenza e si profilò un chiaro segnale di rinnovamento dopo il Vespro.

Vincenzo Littara, storico netino del secolo XVI, racconta nella sua "Historia Hennensis" che Federico era solito "estivare" ad Enna, alloggiando nel famoso Castello che si ergeva maestoso sulla rocca. Si tratta del Castello di Lombardia. Egli continua dicendo che Federico si sentiva al sicuro dentro quella città in posizione fortificata, equidistante dalle coste siciliane; da qui infatti si poteva raggiungere facilmente ogni punto della costa, senza dover percorrere lunghissimi tragitti e dominare nello stesso tempo per lungo raggio tutte le valli circostanti.

Quando Federico viene incoronato re di Sicilia a Palermo il 25 marzo del 1296, Paolo Vetri storico ennese del secolo scorso, riferisce di un’usanza che forse risale proprio a quel tempo. Questa costumanza si giustifica anche per il fatto che Enna in inverno, data l’altitudine, è spesso coperta di neve, e il clima rigido di montagna invita a trascorrere le serate di freddo e di gelo in casa. Scrive testualmente:

"La classe del popolo, quasi immediata creatura della gleba, la quale vive col lavoro agricolo in un ambiente tutto proprio, quando infuriano i venti, e piogge si scaricano a catinelle, quando i campi sono coperti di neve ed è costretta al riposo, nelle sere di quei giorni di costernazione per confortarsi nella comune miseria, per distrurre le prime ore di quelle notti lunghe e noiose, si riunisce in qualche suo umile e famigliare ritrovo e tratta dei giuochi, i quali chiudonsi con quello che si dice "Santo Papa". Uno della comitiva, parato pontificalmente, si asside in un seggiolone, i convenuti a vicenda vi si accostano sommessi e riverenti; gli fanno ogni rimostranza di rispetto, lo incensano con polvere tratta dai focolari, gli baciano il piede, gli esplodono i bisogni e ne invocano grazie e favori. Il finto papa, maestosamente atteggiato, seriamente cupo, ascolta, non risponde indi sfiora sulle labbra un riso, così gli adoratori, accorgendosi che di lor non cura, lo mettono bruscamente giù dal soglio, gli strappano la tiara, e con espansiva allegria si applaude. Il papa, beffeggiato, da tutti respinto, fugge per nascondersi, e la rustica compagnia si scioglie".

Il riferimento al papa Bonifacio VIII è chiara, ed il sarcasmo dello scherzo scenografico è un modo di farsi beffe dell’autorità papale in barba agli ammonimenti da parte dei più potenti, quale poteva essere la Chiesa. Questo dimostra come il popolo siciliano in quel momento fosse vicino al re e cosciente di difendere fino al sacrificio l’indipendenza di una piccola monarchia costituzionale, ma esempio di illuminata autogestione.

I momenti più significativi in cui Enna viene esplicitamente nominata da storici, documenti del tempo, proclami, sono molti.

Federico dopo la sconfitta di Capo d’Orlando, per prudenza, nel luglio del 1299, si ritirò ad Enna, da dove poteva controllare la situazione generale, poiché qui, come testimonia Nicolò Speciale nella sua "Historia Sicula", vi era ricchezza di acque, e la fortezza era considerata inespugnabile. Da lì si poteva raggiungere abbastanza presto qualsiasi parte dell’isola, in caso il nemico si facesse vivo.

Il 2 ottobre di quell’anno Federico si trovava appunto là (secondo un privilegio ristampato da cui attingono sia il Littara, sia Speciale).

Quando Carlo II nonostante il parere contrario del papa, decise di assalire il Val di Mazara, ad Enna si tenne un consiglio di guerra per prendere rapidissime decisioni, e si stabilì che il re a capo dell’esercito avrebbe affrontato il nemico a Trapani. Ad Enna rimase di guardia Guglielmo Calcerando con poche forze. Da lì, come testimonia anche Miche Amari, Federico si mosse con tutto il grosso dell’esercito di cui facevano parte molti ennesi, e la popolazione uscì dalla città per accompagnare il re. Nella pianura di Falconaria fra Trapani e Marsala, avvenne una battaglia decisiva da cui i siciliani, nonostante Federico rimanesse ferito, riportarono una grande vittoria.

Il Fazello, storico del cinquecento, nella sua Storia di Sicilia, riporta l’entrata trionfale del re ad Enna, dove fu accolto con "somma allegrezza", come afferma Littara.

La città fu sempre fedele a Federico; un altro momento molto importante per l’apporto dell’aiuto degli ennesi, si presentò quando fu allestita la flotta da inviare nel golfo di Napoli per cercare di fermare il nemico ed evitare un’altra invasione delle coste siciliane. Il 14 giugno del 1300 la flotta siciliana subì una triste sconfitta nelle acque vicino l’isola di Ponza, con gravi perdite di uomini e di navi.

Nell’agosto del 1300 Assoro e Realgiovanni, nella valle dell’ennese, si ribellarono, ma Federico, che si trovava ad Enna, come ogni estate, riuscì a domare la rivolta.

Gli Angioini cercavano di forzare il fronte ed espugnare la fortezza ennese, attraverso tradimenti trasversali, e di impadronirsi dei feudi attorno al territorio, così si impossessarono, tramite corruzione, di un castello vicino Leonforte, chiamato Taba. Questi tentativi riusciti parzialmente, non piegarono mai la fedeltà al re di Sicilia degli abitanti di Enna. L’aiuto della città fu di fondamentale importanza nel corso di tutto il periodo di guerra che ha preceduto la pace di Caltabellotta.

Un aiuto sostanziale da parte di Enna fu dato alla città di Messina assediata da Ruggero Lauria nell’estate del 1301. Non avendo un’entroterra fertile, difficile per la presenza di sentieri di montagna disagiati, la carestia aveva raggiunto proporzioni incredibili, per cui Federico, da Enna portò viveri e vettovaglie, e da Messina guidò la popolazione in un esodo verso le zone del centro per cercare di salvare quanta più gente possibile.

La pace di Caltabellotta segnò un momento fondamentale di tregua per tutta l’isola. Passeranno ben dieci anni durante i quali anche Enna godrà di grossi vantaggi. Federico sposerà Eleonora, figlia di Carlo II d’Angiò, nel maggio del 1303.

Inizia così un periodo di relativa calma e di ripresa economica, anche nel campo dell’edilizia religiosa. Eleonora promuove la costruzione del Duomo di Enna, la città si arricchisce di costruzioni, di torri.

Il primo problema che si presentò fu la smobilitazione delle forze militari. Infatti pose grossi problemi la presenza di molti soldati mercenari, che rimasero senza possibilità di lavoro. Una guerra contro i Turchi che minacciavano l’impero sul fronte orientale, permise di inviare all’imperatore bizantino Andronico II tutti i mercenari, che in seguito formarono la famosa Compagnia catalana, efficentissima militarmente, ma anche autrice di efferate crudeltà, conquistatrice a favore di Federico del ducato di Atene e di Neopatria.

La Sicilia divenne una confederazione di città e di signorie feudali sotto la reggenza del re. Le città avevano un’autonomia governativa composta da magistrati elettivi, con un proprio bilancio e truppe per resistere in caso di attacco. Enna, per la sua importanza strategica e militare aveva un presidio ben equipaggiato, anche per la ripetuta presenza della famiglia reale, che era solita alloggiare nel Castello arroccato in alto e munito di un grande numero di torri fortificate. L’impianto medievale ben si adattava alla città posta su un altopiano e scoscesa. Una rete di torri militari e di avvistamento circondava tutto l’abitato. Molte di queste sono state inglobate successivamente nelle chiese a mo’ di campanile, ma molte di esse sono riconoscibili per la struttura stessa architettonica e per la posizione. Enna era ricca di acque, di boschi, di cereali (non bisogna dimenticare che la città fin dalla notte dei tempi fu la sede del culto di Demetra-Cerere, dea delle messi). La pastorizia era largamente praticata, con il vantaggio della ricca produzione di latte e derivati (cacio, ricotta), nonché la lana, le pelli, la carne. Il pane, la "pagnotta", era uno degli alimenti base, realizzata con farina di frumento o anche di segale, di cereali misti; i legumi, quali lenticchie ceci, fave, erano molto diffusi. La minestra d’orzo o di farro, di cavoli, o verdure in genere, era uno dei cibi base di tutte le famiglie. La carne rimane l’alimento più importante per il nutrimento di tutta la popolazione. Ad Enna, era comune trovare cinghiali, pesci d’acqua dolce, per la presenza del famoso lago di Pergusa, ma anche di torrenti e corsi d’acqua, e del fiume Salso.Le case erano fatte anche di mattoni misti a copertura di paglia specialmente negli agglomerati agricoli, nelle aree a valle della città.Le grotte, di cui Enna è ricca, furono ampiamente abitate anche in periodo medievale, e servivano per alloggiare anche gli animali.

L’agiatezza, la circolazione monetaria, l’importazione e l’esportazione dei prodotti locali, incluso il legame, permisero anche un maggiore benessere nei ceti medi e contadini.Si indossavano abiti realizzati con lane importate colorate, e non più ruvidi indumenti monocolori di orbace, un tessuto fatto di lana poco lavorata, rustica, pesante ed impermeabilizzata per le intemperie invernali. Si portavano ornamenti costosi, alle feste, agli spettacoli, negli incontri mondani. Le vie di comunicazione erano costituite da sentieri polverosi, percorsi a dorso di mulo e di animali da soma, che trasportavano derrate alimentari, merci, prodotti vari. Il mare era la via di comunicazione più seguita. Il Salso che era stato una strada di transito attraverso cui si esportava il grano verso i porti caricatori fino al periodo tardo-bizantino, era poco battuto, forse perché la presenza delle masserie accanto ai castelli, che spesso si trovavano lungo il percorso dall’entroterra alle coste, permetteva soste ai viaggiatori che preferivano ai fiumi, le strade, e le mulattiere, più frequentate, avendo così modo di fermarsi per rifocillare animali ed uomini.

La presenza degli Aragonesi ad Enna è largamente attestata dai ritrovamenti di ceramica medievale. Al Castello di Lombardia, durante tre campagne di scavo seguite da me, di saggi di scavo nei vari cortili interni, e durante l’apertura di uno degli ingressi che dall’esterno conduceva direttamente alla parte centrale dell’intero complesso, in mezzo alla enorme quantità di terreno di riporto estratto, sono state ritrovate moltissimi resti ceramici del periodo aragonese.Si tratta di ceramica raffinata, dipinta, con la presenza dello scudo crociato, sono vasi frantumati di varie dimensioni, piatti a vernice lucida con disegni a strisce su fondi bianchi, gialli, grigi, molti di essi con motivi ornamentali pregevoli, di spirali, volute, che comunque lasciano larghi spazi tra un decoro e l’altro.

Le monete ritrovate sono in bronzo, sottili, di fattura non perfetta per il conio impreciso, con lo scudo crociato su una faccia, mentre sull’altra si intravvede o la testa regale o il re seduto.

Di recente, meno di un anno fa, durante i lavori di restauro del Castello da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali di Enna, sono state ritrovate una torre interrata, mura di fortificazione risalenti al XIV secolo, alcune delle quali del periodo aragonese.

A metà costa, nel centro urbano, ai margini dell’abitato in pieno centro storico, sotto la chiesetta di S.Paolo del ‘500, abbandonata da moltissimi anni, è stata rinvenuta una grande cisterna interamente riempita di pregevolissima ceramica normanna, aragonese, e tardo medievale, che fa comprendere come la città godesse del favore del ceto elevato, della corte stessa, che spesso abitava in loco, così come testimoniano gli storici. La ricchezza, e la magnifica fattura dei piatti, dei vasi, delle suppellettili, fa supporre che molto ancora c’è da scoprire della città medievale, che però è interamente inglobata nella città odierna.

Federico si fermava spesso adEnna nel Castello detto di Lombardia, con la moglie e i figli. Ma la situazione di stallo non sarebbe durata a lungo. La discesa in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, con il quale Federico si allea per cercare di mantenere per sè e i suoi discendenti la Sicilia, e non consegnarla alla sua morte agli Angioini, secondo gli accordi di Caltabellotta, poco servì alla causa siciliana.La morte di Enrico, cambiava tutto: Roberto d’Angiò riacquistava potere: Federico, riunito il parlamento a Messina nel giugno del 1314, otteneva la proclamazione del figlio Pietro quale erede, ed assumeva il titolo di re di Sicilia. Da Enna il 9 agosto dello stesso anno indirizzava una lettera a Palermo dove esortava i siciliani a resistere, esordendo così: "Fridericus, Dei gratia, rex Siciliae..." questo era l’appellativo di cui si fregiava il re. Era salito intanto al soglio di Pietro, Pietro Giacomo di Cahors, che prendeva il nome di Giovanni XXII, il quale sostenne le parti di Roberto. Per tre anni si stipulò una pace precaria ad opera del papa. Federico, fu costretto a toccare le rendite ecclesiastiche, per motivi di necessità, per la difesa del regno, viste le pessime condizioni delle finanze. Questo fu molto sgradito al papa che nel 1321 colpì la Sicilia con l’interdetto che sarebbe stato revocato nel 1334.

Nel 1324, riunito il parlamento ad Enna, emanava, quei capitoli che prevedevano pene severe per i banditi, regolavano i diritti e i doveri dei poteri feudali, segregavano gli Ebrei dalla comunità cristiana.

Nel 1334 venne revocato l’interdetto da parte di papa Giovanni XXII, per l’occasione furono celebrate m olte solennità in tutta la Sicilia ed in particolare ad Enna: tutte le cerimonie vengono descritte in un inno in latino incolto: "Audiant cuncti, et letentur novum factum, et mirentur quod evenit nunc cristicolis, generaliter et siculis...".

In un diploma del 28 settembre 1336 (ricordato in un altro del 1350), Federico si trovava ad Enna, già afflitto dalla gotta, e pieno di malanni.

Il 25 giugno del 1337 egli spirava all’età di 65 anni e veniva sepolto nella cattedrale di Catania.

Scrive Nicola Speciale: "...È venuto il giorno della mestizia, il tempo del lutto,...lo scudo della vostra difesa è infranto... Il vostro sole s’oscurò nell’eclissi, e la vostra terra s’è ravvolta nelle tenebre".

Egli fu come una stella cadente, che lasciò però nel passaggio un grande solco luminoso.