RIFLESSIONI SUL PERCORSO CULTURALE E POLITICO DEL NAZIONALISMO ITALIANO E SUI RAPPORTI FRA ANI E FASCISMO - Maurizio Scaglione

Il nazionalismo nella critica storiografica

Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, tre nuovi soggetti politici, nuovi per contenuti e per la stessa forma "partito" che s’erano dati, si affacciarono nel panorama politico italiano. Di questi nuovi soggetti - il socialista, il cattolico e il nazionalista - quest’ultimo è quello che ha ricevuto, indubbiamente, le minori attenzioni da parte della storiografia(1). Questo dato è, d’altronde, facilmente comprensibile se si pensa alle vicende politiche del nostro paese, soprattutto nella seconda metà del Novecento, vicende che ponevano l’esigenza primaria, per gli storici, di contribuire a ricercare le origini e a delineare i percorsi del centro cattolico e della sinistra social-comunista, mentre le analisi sulla destra italiana si focalizzavano, quasi necessariamente, intorno al fascismo.

A far scendere l’oblio sul nazionalismo, poi, contribuirono non poco le impostazioni storiografiche del Salvatorelli(2) e del Croce(3). Il Salvatorelli, con la sua nozione di nazionalfascismo, aveva, infatti, conglobato nazionalismo e fascismo in un’unica nebulosa, sostenendo la captazione del fascismo nel nazionalismo. La concezione crociana del fascismo, poi, come "malattia", come fenomeno sostanzialmente estraneo al percorso culturale, civile e politico nazionale (dal filosofo identificato con i valori e gli istituti dell’Italia liberale), collocava anche il nazionalismo, oltre che il fascismo, in quella "parentesi" chiusasi definitivamente con l’esito drammatico del secondo conflitto mondiale. Il risultato incrociato delle due tesi era quello di rendere impossibile e infruttuosa ogni analisi storica del nazionalismo, posto che dalle tesi del Salvatorelli e del Croce discendevano l’inconsistenza di qualsiasi rapporto fra nazionalismo e Risorgimento, la concezione del nazionalismo italiano come derivazione di quello francese e la compressione delle diversità, culturali e politiche, fra nazionalismo e fascismo. Questa impostazione per molto tempo, almeno fino al Molinelli(4), accettata quasi unanimemente dalla critica storiografica, fu superata grazie agli studi di Franco Gaeta(5) e Francesco Perfetti(6) i quali, con lucide ed approfondite analisi, hanno dimostrato l’insostenibilità delle citate vecchie tesi interpretative, consentendo l’avvio di valutazioni e riflessioni più articolate sul nazionalismo italiano.

Il superamento della tesi crociana sul fascismo come "parentesi" o "malattia" ha consentito a Franco Gaeta un’attenta ricostruzione dell’idea di Nazione(7)nella storia europea ed italiana. Dopo aver riconosciuto che l’idea di Nazione nasce dalla rivoluzione francese ("Nazione aveva assunto rilievo politico ed ideale come termine che designava una contrapposizione al vecchio Stato patrimoniale dei monarchi assoluti"(8)) e dopo aver indicato in Rousseau "il creatore moderno del concetto di nazione"(9), Gaeta segue lo sviluppo di quest’idea negli anni fra il Congresso di Vienna ed il 1870, anni in cui si completa, in Europa, con l’unificazione italiana e tedesca, il processo della formazione degli Stati nazionali. È dopo il 1870 che avviene la trasformazione del nazionalitarismo, come lo definisce il nostro Autore, in nazionalismo: una volta completata la costituzione degli Stati nazionali, infatti, il problema diveniva quello di potenziarli. "Questo potenziamento - conclude Gaeta - significava sviluppo economico, raggiungimento di una sicurezza militare, conseguimento di una certa autonomia e sufficienza economica"(10). L’ampia ricostruzione del Gaeta, in tal modo, riusciva a ricollocare il nazionalismo nel quadro delle dinamiche della storia italiana ed europea, cioè in quella dimensione che Croce gli aveva negato e che fino al Molinelli si continuava a negare sulla base della semplice constatazione che gli stessi nazionalisti "non amasse(ro) riallacciarsi al Risorgimento quale (loro) progenitore", ma aggiungendo "con la sola eccezione del Crispi"(11), elemento su cui torneremo a riflettere più avanti. Ben più solide, tuttavia, appaiono le tesi di Gaeta, riprese e rilanciate anche da Perfetti il quale sottolinea che tutti, tranne Croce, hanno individuato "una qual certa relazione" fra risorgimento e nazionalismo(12). Dopo aver sostenuto, infatti, che i nazionalisti non criticavano il risorgimento, ma "un tipo di politica - quella portata avanti dalla sinistra parlamentare salita al governo nel 1876 - che sembra loro incarnare l’antirisorgimento", Perfetti conclude che "il rapporto con il risorgimento, in effetti, esiste, ed è un rapporto di continuità"(13). Anche sul problema della presunta filiazione del nazionalismo italiano da quello francese, sia Gaeta(14) che Perfetti(15) dimostrano l’inconsistenza di tale tesi e, con analisi approfondite, sottolineano la natura polemica e antistorica di tale presunta filiazione.

Il nazionalismo italiano fra destra storica e sinistra crispina

Una volta reinserito il nazionalismo nella storia nazionale, una volta, cioè, ricollocato nelle dinamiche sociali, culturali e politiche italiane, il problema che si pone è quello di delinearne con precisione i suoi legami con il risorgimento e con la storia italiana post-unitaria. Come Gaeta e Perfetti hanno sostenuto, esiste certamente un rapporto di continuità fra nazionalismo e destra storica(16), così come un rapporto fra nazionalismo e destra nazional-liberale degli ultimi decenni dell’Ottocento. Fu in questi ambienti che si levò una crescente contestazione contro il "declino" delle istituzioni e dei valori seguito all’ascesa della sinistra al potere nel 1876. La degenerazione parlamentare prodotta dal trasformismo, il ruolo sempre più sfocato della monarchia, una classe politica ritenuta inadeguata alle esigenze del paese, la nascita e lo sviluppo di un movimento socialista antinazionale e sovversivo, fino alla crisi di fine secolo, crearono le condizioni per il sorgere di un’ideale nazionalista. Non si sarebbe trattato di un nazionalismo "reazionario", come vorrebbero i critici marxisti, ma di un nazionalismo conservatore-riformista che si poneva il compito, di fronte alla mediocrità della classe politica di fine Ottocento e, poi, di inizio Novecento, dinnanzi alla crescente degenerazione parlamentaristica e affaristica, di fronte al pericolo costituito dal terrorismo anarchico e dall’ondata socialista, di riaffermare l’autorità di uno Stato che sembrava abdicare dinnanzi all’avanzata delle forze sovversive, di ridare animo ad una borghesia che sembrava accettare passivamente il proprio declino, di rilanciare il ruolo della monarchia come simbolo dell’unità e dell’integrità della patria. In questo caso, si dovrebbe far riferimento a quel variegato fronte che va da uomini come Bertrando Spaventa(17), Alfredo Oriani ed Edoardo Scarfoglio, fino a Salandra, Sonnino, a Giovanni Borrelli ed ai Giovani Liberali(18).

Ma riscontrare nel nazionalismo italiano semplicemente un collegamento con la destra storica o con l’opposizione nazional-liberale, ci sembra, tuttavia, riduttivo. Senza dubbio è individuabile, infatti, anche un’altra componente che confluirà nel nazionalismo, una componente che aveva origini ben diverse, una componente proveniente dalla sinistra storica. Contro il sistema di potere instauratosi negli anni del trasformismo operarono anche coloro che, da sinistra, avevano inteso il raggiungimento dell’unità territoriale come uno strumento per la creazione di una Italia nazionale e popolare, entro cui, la Nazione, tutta la Nazione italiana, avrebbe dovuto trovare le condizioni politiche per la propria elevazione culturale e sociale. Ci riferiamo ad uomini come Crispi, eredi della tradizione del mazzinianesimo e del garibaldinismo che, pur avevano accettato l’istituzione monarchica, non meno dei primi, disprezzavano, il decadimento morale e politico dell’Italia post-risorgimentale. Intorno alla figura di Crispi nacque e si andò delineando un nuovo, un altro, "nazionalismo", un nazionalismo democratico, anticlericale, riformatore. La stessa vicenda che condusse alla caduta dello statista siciliano avrebbe contribuito a forgiare questo filone del nazionalismo italiano. Vi contribuirono, infatti, alla pari, sia Adua(19), causa apparente della sua sconfitta politica (in quanto egli sarebbe rimasto nella memoria collettiva come l’unico politico italiano che aveva tentato di dare all’Italia un ruolo ed un prestigio internazionali), sia le riforme sociali e strutturali del paese di cui fu autore e, non ultima, quella riforma agraria destinata a smembrare il vecchio latifondo meridionale, a dirottare verso il Sud ingenti risorse fino ad allora destinate a sostenere l’imprenditoria settentrionale che, inoltrata dal suo governo al Parlamento, sarebbe stata la causa reale del declino dello statista riberese, perché attraverso la sua azione riformatrice Crispi si era posto come tutore degli interessi e dei sentimenti delle nuove classi medie del paese in aperto conflitto con i "poteri forti", dall’imprenditoria settentrionale al latifondismo feudale meridionale(20). Queste due correnti di pensiero e di azione politica, che avevano origini così diverse e lontane, dopo Adua si incontrarono. Non è di poco rilievo il fatto che i sostenitori di Crispi, ormai orfani del loro leader, si volgessero a sostenere un riformatore conservatore come Sonnino nel tentativo di ostacolare l’ascesa politica di Giolitti, nella speranza che Sonnino avrebbe tutelato i valori ideali del nazionalismo crispino e gli interessi delle classi medie ed intellettuali e dei ceti riformatori meridionali che da Crispi avevano ottenuto tutela politica.

Il "vario" nazionalismo del primo Novecento

Non solo nella destra storica, ma anche nella sinistra, quindi, è possibile individuare le origini del nazionalismo italiano. Ma non ci fu solo questo nel nazionalismo italiano del primo Novecento. Per comprendere le caratteristiche intorno alle quali esso maturò, bisogna necessariamente rifarsi alla nozione di vario nazionalismo di cui parla Gioacchino Volpe. Come vario nazionalismo il Volpe intende, innanzitutto, un "sentimento" che si andò diffondendo in Italia nel primo Novecento, come reazione al degrado della vita pubblica italiana. In tale sentimento riecheggia il tema ricorrente delRisorgimento tradito, mentre l’opposizione al trasformismo diventa cosciente ostilità al giolittismo. Questo vario nazionalismo si nutriva del diffuso disprezzo per gli ambienti e interessi affaristici che, appunto nel trasformismo e nel giolittismo, avevano trovato crescente terreno di coltura, e che si riteneva opprimessero la vita pubblica, allontanando da essa gli strati popolari e i ceti medi, creando una condizione in cui il parlamento finiva per apparire come una camera di compensazione di svariati e non sempre leciti interessi e i leader dell’Italia cosiddetta "liberale", da Depretis a Giolitti, personaggi in grado, pur di perpetuare il proprio potere personale, di garantirsi ampie maggioranze parlamentari attraverso un utilizzo ben dosato di pressioni e di concessioni e la copertura e la tutela dei vari "caporali" del potere locale.

Questo "sentimento", si andò man mano colorando sempre più di puntuali connotazioni culturali e politiche. Ed è in quest’ottica che bisogna rileggere le pagine di Gioacchino Volpe, dedicate a questo tema in Italia in cammino e, soprattutto, in Italia moderna, che, sopravvissute alle suggestioni del Salvatorelli e del Croce, tornano a mostrare la loro intrinseca, ed ancora per molti versi insuperata, forza di analisi. Nell’Italia in cammino, Volpe, dopo aver ricordato la deriva parlamentare del partito socialista, lasciatosi anch’esso catturare nella ragnatela del parlamentarismo giolittiano, analizza la psicologia di quei giovani che, nei primi anni del nuovo secolo, "disertavano il socialismo, sentivano il fascino di nuovi ideali e seguivano altre bandiere che qua e là accennavano a spiegarsi. Non è senza significato, anche il grande diffondersi dello sport, in quegli anni. (…) Amore del rischio, dell’avventura, della gara, esercizio di volontà, addestramento di membra, organizzazione di sforzi collettivi. Bizzarre correnti investigavano la letteratura e l’arte; disprezzo dei metri consuetudinari e di regole del disegno; disprezzo di erudizione e di musei. Si voleva poetare, dipingere, raccontare in libertà, muoversi senza rispetto di vincoli tradizionali. E’ lecito avvertire qualche lontana parentela fra questo futurismo poetico e pittorico e le dottrine filosofico-letterarie che negavano i generi letterari e vedevano solo l’artista e l’opera d’arte? Fra esso e, in altro campo, il disdegno per i partiti politici e le loro formule, a cui si voleva sostituire i problemi concreti, uno per uno? Tutto questo non era politica: ma la politica vi era vicina, a volte implicita e latente, e dava a quei moti sportivi e culturali qualche stimolo e coloritura"(21). E, poi, ancora, in L’Italia Moderna: "Da qualche anno il mondo era come si ingrandisse e il suo orizzonte si allargasse (…). Accanto alla lotta di classe, altre lotte: anzi, quella quasi si scoloriva al confronto. Si era combattuta la guerra cino-giapponese (…) e subito dopo, serrata gara delle grandi potenze europee per accaparrarsi territori, basi navali, porti, concessioni ferroviarie e minerarie, mentre in Occidente correvano (…) discorsi e progetti di spartizione delle colonie portoghesi d’Africa e dell’Impero ottomano. (…) Si avvertiva (…) che certi miti della democrazia si facevano sempre più inoperosi nel campo della politica internazionale, che i rapporti fra i popoli si andavano mettendo sopra una ben visibile base di forza"(22).

Nel calderone del vario nazionalismo, quindi, oltre agli umori, alle passioni, alle concezioni politiche e sociali provenienti dagli ambienti della destra storica e della sinistra "crispina", troviamo gli umori, le passioni, le concezioni politiche e sociali provenienti da altri filoni politico-culturali figli del primo Novecento. E non mancarono, inoltre, contributi provenienti da ambienti del sindacalismo rivoluzionario, così come non mancarono quelli provenienti dalle fila dell’irredentismo(23). Alcuni sindacalisti sorelliani si avvicinavano al nazionalismo come reazione all’egemonia che, nella sinistra, andava assumendo l’ala marxista. L’irredentismo, nei primi anni del secolo, dal canto suo, andava perdendo i caratteri di movimento repubblicano, antimilitarista, francofilo, e si andava trasformando in quel "nuovo" irredentismo "credente non tanto nel "diritto di nazionalità" quanto nel diritto della nazione italiana di assicurarsi le frontiere ed aprirsi una via verso l’Oriente"(24). Ed in questo processo giocarono un ruolo non secondario associazioni come la Dante Alighieri, la Sursum corda con i suoi Battaglioni studenteschi, la Trento e Trieste e la Corda Fratres. Un ulteriore ed interessante filone che ritroviamo nelvario nazionalismo è, poi, quello che proviene da qualificati ambienti cattolici. A cavallo del 1910, si assistette, in più parti d’Italia, ad un "esodo di parecchi giovani cattolici, di famiglie di buone tradizioni guelfe o addirittura legittimiste, che contribuirono a formare i primi gruppi nazionalisti"(25). Fra il 1911 ed il 1912, prima e durante l’impresa tripolina, il nazionalismo cattolico(26) fu un elemento caratteristico e pregnante del palcoscenico politico nazionale, né è da sottovalutarne la portata politica. Lungi dal dover essere considerato come un momento di esaltazione patriottica o da poter essere liquidato come portato di alcuni interessi di gruppi finanziari cattolici in terra di Libia(27), il nazionalismo cattolico rappresenta un momento importante nello sdoganamento delle forze cattolico-moderate in vista del loro rientro nella vita politica nazionale, in un momento in cui ancora era lontana la prospettiva del partito unico dei cattolici. In quest’ottica le forze cattolico-moderate potevano guardare con interesse ad una alleanza con quelle dell’opposizione costituzionale liberal-nazionaliste, senza risentire delle posizioni degli esponenti della sinistra catto-sindacalista.

Dal vario nazionalismo al nazionalismo-partito

Se leggiamo con attenzione i resoconti del convegno che, a Firenze, nel dicembre del 1910, avrebbe dato vita all’Associazione Nazionalista Italiana, troviamo uomini appartenenti un po’ a tutte queste anime del vario nazionalismo. Ma proprio la convocazione del convegno, la fondazione dell’Associazione e, poi, i dibattiti, le polemiche, gli abbandoni che ne accompagnarono la vita fino al convegno di Roma del 1912 ed a quello di Milano del 1914, dimostrano quanto sia stato complesso il passaggio dal vario nazionalismo al nazionalismo-partito politico. Per comprendere il senso profondo di quelle lacerazioni, dibattiti, scontri, che partendo dal campo politico si estendevano a quello culturale e che erano destinati a lasciare tracce profonde, nei decenni successivi, si deve partire dalla considerazione che il quarantennio che comprende gli ultimi due decenni dell’800 ed i primi due del ‘900 rappresenta, o almeno fu vissuto dai suoi protagonisti, come un momento epocale della storia universale, perché in quei quattro decenni scomparve un mondo e ne nacque uno nuovo. Se il positivismo, con la sua fiducia nel potere liberatorio della scienza, col suo culto del progresso, infatti, aveva rappresentato l’ideologia della vecchia borghesia ottocentesca, ora le nuove generazioni di studiosi, letterati, artisti, lo abbandonano perché lo sentono insufficiente innanzi all’incombente sorgere di una nuova società, di una nuova umanità, e cioè della nuova società, della nuova umanità nella quale sarebbero entrate, da protagoniste, quelle masse popolari fino allora rimaste mute, escluse dalla storia e dalla politica.

Giungono, pertanto, anche da noi e si diffondono rapidamente i motivi del neoromanticismo e del decadentismo europeo, francese e tedesco in particolare, dell’irrazionalismo, del vitalismo, riprende vigore l’idealismo hegeliano, si diffonde il relativismo, l’intuizionismo del Bergson, la scoperta dell’inconscio di Freud e, sull’onda delle note di Wagner, Nietzsche, che immagina un nuovo "tipo" di uomo, il Superuomo, come protagonista e soggetto della nuova umanità nascente. Nell’arte, l’impressionismo, il simbolismo, le avanguardie, inaugurano una nuova stagione, superando le obsolete rappresentazioni classiche e classicheggianti.

In una condizione nella quale, quindi, da un lato la borghesia appariva decadente ed incapace ad opporsi all’avvento della nuova classe ed il proletariato, sull’onda delle teorie marxiste, sembrava pronto, non solo e non tanto, a candidarsi come nuova classe dirigente, ma, soprattutto, ad essere strumento della demolizione della cultura europea, con la sua storia secolare, il suo pensiero filosofico, sociologico, la sua arte, la sua letteratura, in una parola la sua civiltà, bollata, tout court, come "borghese" e, quindi, destinata ad essere cancellata dall’incombente sorgere del Sole dell’avvenire, si poneva a quegli uomini l’arduo compito di individuare strade e percorsi originali in grado di risolvere quella crisi epocale, in un quadro che affrontasse e risolvesse il problema sociale, ch’era un problema reale, e contemporaneamente immettesse il proletariato nella tradizione culturale europea.

La dialettica fra la classe borghese e quella proletaria dev’essere vagliata e verificata, anche, alla luce della lezione di Mosca e Pareto che, criticando la tripartizione aristotelica delle società politiche (monarchie, oligarchie e democrazie) avevano dimostrato che tutte le società politiche sono sempre state rette da gruppi dirigenti qualificati e trainanti, cioè da élite. Lo scontro tra classi, scontro reale sulla base dei contrapposti interessi economici, nascondeva, pertanto, uno scontro politico fra élite antagoniste. Ciò è evidente anche negli esiti della rilettura del marxismo da parte di un Bernstein, di un Sorel, fino a quella di Lenin: l’avvento delle classi popolari al potere non sarebbe avvenuto, si disse, come sostenuto da Marx, per una spontanea rivolta del proletariato, ma attraverso delle avanguardie rivoluzionarie chiamate a guidare la rivoluzione proletaria.

Nell’Italia degli albori del nuovo secolo troviamo, quindi, la giovane cultura italiana unanimemente impegnata nella demolizione del vecchio mondo positivista, realista, "passatista", dei Verga, dei De Amicis, dei Rapisardi, dei De Sanctis, e con il D’Annunzio de Il Piacere, dove viene tratteggiato l’eroe raffinato, aristocratico, così diverso dalla vecchia umanità "borghese", con Pascoli, con Pirandello, con Borgese fino a Marinetti e, in filosofia, con Gentile e Croce, largamente impegnata nell’elaborazione dei tratti e dei contenuti di quella nuova società, di quella nuova umanità novecentista. E in quegli anni, questa nuova cultura che si forma intorno alle riviste, dal Regno alla Voce, si agita, attacca, critica, e infine demolisce il vecchio mondo del positivismo, del verismo, della democrazia, del socialismo materialista.

Ma il problema, a questo punto, era quello di passare dal negativo (superamento della vecchia cultura liberal-borghese ottocentesca; rifiuto del socialismo materialista), alla individuazione positiva di obiettivi, metodi, strumenti. E qui, appunto, la convocazione del congresso di Firenze e la nascita dell’ANI hanno l’effetto di un detonatore che innesca una serie di esplosioni a catena che sembrano dover disintegrare l’unità dell’élite intellettuale italiana novecentista, d’altronde in fieri. Scriverà il Garin: "il 1911 (…) costituisce una data (…) oltre la quale non solo scompaiono molti accostamenti equivoci, ma salde unità si spezzano, divergenze appena sospettate vengono alla luce, ed esplodono moti incomposti fino allora celati"(28). Ed ecco le polemiche di Anton Giuseppe Borgese contro D’Annunzio e Croce, quella, successiva, di Papini contro Croce e contro Prezzolini "crociano" e così via fino a quella, tutta interna all’idealismo hegeliano, ma con grandi refluenze sul dibattito politico nazionale, fra Gentile e Croce. "La Voce - ricorderà poi Papini - sorta come luogo di convegno di spiriti differenti in vista di fini comuni di cultura e moralità (...) accennò a un certo momento a volere essere qualcosa di più: cioè un primo gruppo d’intelligenze organiche per la preparazione di un mondo spirituale nuovo, di una civiltà coerente fondata su valori veramente logici e umani. Ma in seguito a crisi interne, a dissidi e abbandoni di uomini, la Voce è tornata ad essere quel che fu in principio: un organo di controllo severo e d’informazione spregiudicata dove possono ritrovarsi intelletti opposti fra loro"(29).

Fra queste polemiche, ai fini del nostro studio, è particolarmente importante quella che impegnò da un lato Prezzolini e Papini, e dall’altro Corradini e i nazionalisti dell’Idea Nazionale, una polemica incentrata, apparentemente, sul problema della "paternità" del nazionalismo. Il volume Vecchio e nuovo nazionalismo di Prezzolini e Papini(30), infatti, in realtà, ci evidenzia le ragioni profonde di un dibattito che, incentrato, allora, sui temi della natura e dei contenuti del nazionalismo prebellico, ci spiega, in prospettiva, le motivazioni reali del dissidio, talvolta velato, tal’altra evidente, fra nazionalismo e fascismo mussoliniano.

Per Corradini, come per i nazionalisti del nazionalismo-partito, e soprattutto quelli che si ritrovarono dal 1911 intorno al giornale L’Idea Nazionale, cioè i Federzoni, i Maraviglia, i Coppola, i Forges Davanzati, cui si aggiungerà, nel 1914, Alfredo Rocco, posto come presupposto lo scontro fra élite alternative, considerata la forza e l’energia delle élite proletarie (per altro, si noti, costituite in massima parte da elementi borghesi o addirittura di provenienza aristocratica), cui faceva riscontro la decadenza delle élite borghesi e l’infiacchimento dell’intera classe borghese, il compito politico primario appariva quello di sostituire alle vecchie élite borghesi decadenti (in Italia, l’élite che si ritrovava intorno al trasformismo giolittiano), nuove élite borghesi "rigenerate", in grado di opporsi fieramente all’avanzata delle avanguardie proletarie marxiste. Per operare tale "rigenerazione", la borghesia avrebbe dovuto, conseguentemente, dimostrarsi in grado di agire, non più in difesa dei suoi interessi di classe, ma come elemento di punta dell’intera collettività nazionale, come classe dirigente la Nazione. Il problema sociale di cui era portatore il proletariato, pertanto, doveva essere risolto grazie all’azione della nuova borghesia "nazionale" utilizzando le armi dell’espansionismo coloniale e dell’imperialismo: l’acquisizione di nuovi "spazi" avrebbe determinato le condizioni per la crescita economica di un proletariato liberato dalla "menzogna" marxista. Da questa impostazione derivavano sia la supremazia della politica estera sulla politica interna, sia il bisogno di uno Stato forte, disciplinato, che trovava i suoi simboli unificanti nella monarchia e nell’esercito.

Le ricadute ideali e politiche di questa impostazione non erano di poco conto. La definizione dell’apparato ideologico del partito, condusse i nazionalisti del nazionalismo-partito, a superare sia il semplice patriottismo che lo stesso irredentismo, ad abbandonare, poi, vecchi baluardi del Risorgimento come l’anticlericalismo, per sbarazzarsi, infine, del liberismo economico, ritenuto prodotto dell’individualismo, figlio, quindi, della stessa pianta da cui nasceva il socialismo. In secondo luogo, ma nello stesso tempo, l’Associazione, nata nel 1910 come casa comune del vario nazionalismo, sentì l’esigenza di trasformarsi in un vero e proprio partito politico, con una sua struttura centrale e periferica, e di darsi una più precisa strategia ed una tattica politica ben delineate e fortemente perseguite. Questo partito, organizzato e con una chiara dottrina politica ed economica, saldamente schierato alla destra del panorama politico italiano, mirò quindi alla costituzione ed al rinsaldamento di un fronte composto da nazionalisti, da liberal-nazionali salandrini e da cattolici moderati, un fronte in grado, da un lato, di disarticolare il sistema trasformistico giolittiano, il sistema bloccardo, e, dall’altro, di opporre un argine solido all’avanzata delle forze della sinistra, cioè, se vogliamo, utilizzando l’attuale terminologia politica, potremmo dire che l’ANI si voleva fare promotore di quello che oggi chiameremmo un "polo di centrodestra".

Su questa strada avrebbe perduto, fra la fine del 1911 e l’inizio del 1912, Sighele che contestava il ruolo, sempre più sbiadito che, all’interno della dottrina nazionalista, si voleva assegnare all’irredentismo. Su questa strada, perse anche Arcari, Rivalta, Valli e tutti coloro che, soprattutto in coincidenza col secondo convegno di Roma del dicembre 1912, si opposero all’abbandono dell’anticlericalismo, alla trasformazione dell’associazione in vero e proprio partito politico, ad una strategia che aveva come cardine il rapporto con la destra salandrina e clerico-moderata in netta opposizione ai gruppi radicali e democratici. Su questa strada, nel 1914, perderà, infine, gli elementi ancora legati alla vecchia tradizione liberale e liberista. In ogni modo questa definizione ideologica e questa strategia politica consentiranno all’ANI, soprattutto nel periodo prebellico, di ottenere qualche successo, sia alle elezioni generali del 1913, sia nelle elezioni amministrative del 1914, mentre incontrerà non pochi ostacoli nel dopoguerra soprattutto in seguito alla nascita del partito unico dei cattolici, che priverà il "polo di centro-destra" dell’importante apporto dei cattolici moderati.

Le vicende del partito nazionalista dal 1910 al 1914 dimostrano quanto complesso sia stato il passaggio da quel vario nazionalismo che aveva agitato il primo Novecento italiano e che si era ritrovato a Firenze al nazionalismo maturo e definito del 1914. Ma, è anche vero, che, perseguendo per questa strada, il nazionalismo italiano potrà vantarsi, già nel 1914, di avere prodotto una dottrina politica compiuta e coerente e di aver sviluppato una sua strategia politica che, passando per la campagna pro Tripoli italiana, l’aveva condotto ad inviare, nel 1913, una sua prima pattuglia di deputati a Montecitorio divenendo un soggetto importante nel gioco politico così come dimostrerà la battaglia interventista del 1914-15(31).

Nazionalismo e fascismo

La storiografia non ha mai fornito un’interpretazione veramente esaustiva sul tema dei rapporti tra nazionalismo e fascismo. Perfetti non ne parla. La ricostruzione del Gaeta(32) è, sfortunatamente, viziata da una diffusa incomprensione del significato politico e culturale del fascismo e della stessa personalità, della formazione culturale e dei fini e degli strumenti d’azione politica di Mussolini. De Felice dedica al tema poche pagine(33) nella monumentale bibliografia di Mussolini, nelle quali, tuttavia, riconosce che "i rapporti tra fascismo e nazionalismo non erano mai stati (…) molto buoni, ma, al contrario, erano pervasi da diffidenze, insofferenze e da un marcato spirito di concorrenza"(34). Le frizioni, le polemiche, addirittura gli scontri in piazza, che caratterizzarono i rapporti fra i due movimenti negli anni e nei mesi che precedettero e che seguirono l’ascesa di Mussolini al potere, e la mai del tutto sopita ostilità fra fascisti ed ex-nazionalisti per tutto il Ventennio, vengono, quindi, genericamente spiegati come una forma di "antagonismo" fra forze sostanzialmente affini, collocate nello stesso ambito della "destra nazionale". E’ da ritenersi, tuttavia, che alla base della forte contrapposizione che caratterizzò, nella realtà, i rapporti fra i due schieramenti, stiano ragioni più profonde del semplice antagonismo, ragioni che, a nostro avviso, possono essere spiegate sulla base delle diverse connotazioni, culturali e filosofiche, ancor prima che politiche, che separavano il fascismo dal nazionalismo. Tali divergenze non possono chiarirsi se non si comprende che il fascismo, in realtà, fu un fenomeno politico di massa fortemente inserito nella realtà culturale, sociale e politica dell’Italia del primo novecento. Tali divergenze non possono, inoltre, chiarirsi fin quando non si coglie l’essenza della politica mussoliniana e si continua a dipingere il romagnolo quasi come un mostro mosso unicamente da inarrestabili smanie di potere. In realtà il fascismo, così come Mussolini lo concepiva, era erede del dibattito culturale novecentista e, per quanto concerne il nazionalismo, ereditò i temi della polemica vociana al nazionalismo corradiniano e federzoniano dell’anteguerra, polemiche che, ricorda Prezzolini, "furono feroci, personali, violente, fino alle colluttazioni per strada"(35).

Prezzolini e Papini, in una prospettiva d’altro canto condivisa da buona parte del mondo culturale italiano, compreso Giovanni Gentile, e sulla cui scia si andò ad incanalare sempre più Mussolini, guardavano al problema della decadenza europea e dei suoi portati da un’ottica ben diversa da quella sulla quale i nazionalisti avevano costruito il loro apparato ideologico. Anche in questo caso l’analisi partiva dal riconoscimento della decadenza della vecchia società borghese ottocentesca ed era sostanziata, seguendo Mosca e Pareto, dalla verifica dell’esistenza di una contrapposizione fra classi, ma, soprattutto, fra élite antagoniste. Ma in Papini e Prezzolini, Gentile e Mussolini, lo scontro fra élite borghesi ed élite proletarie, andava risolto, non nello scontro decisivo fra la "tesi" e l’"antitesi", ma hegelianamente, ricercando una sintesi che superasse la contrapposizione stessa e la risolvesse in un’unità nuova e più avanzata. "Ora noi appunto - affermava Papini -, fra la prepotenza proletaria e l’incoscienza borghese vorremmo portare non una parola di pace, che non sarebbe degna di noi, ma una parola di sorpassamento(36). Vorremmo cioè che cessi l’una e l’altra, e che le classi siano sorpassate colle loro miserie per giungere alla patria. Vorremmo essere insomma non degli uomini di partito, non degli uomini di classe, ma degli uomini di nazione e di razza"(37). E Prezzolini, sulla stessa lunghezza d’onda, sottolineava le tre ragioni di dissenso con i nazionalisti: il "poco affidamento" che riponeva nella persona del Corradini, una "divergente struttura mentale"(38) (consistente nell’accettazione o nel rifiuto dell’hegelismo), ed il "profondo rivolgimento di idee, che ci spinse a considerare i valori etici e ideali assai più importanti per la vita degli italiani del brutale successo della forza, il miglioramento interno come più urgente di ogni ricerca di conquista esterna, il moto socialista e democratico con un senso di maggiore ed equanime storicità"(39).

Oltre, naturalmente, all’antipatia personale nei confronti del Corradini, che, qui, naturalmente, poco ci interessa, la prospettiva indicata da Prezzolini e Papini, mirava quindi alla creazione ad una élite nuova che fosse espressione di tutte le classi e che considerasse la Nazione l’elemento unificante di tutte le sue componenti sociali che, appunto nella Nazione, e non nella classe, avrebbero potuto trovare la soluzione dei propri problemi ed il riconoscimento del proprio ruolo. La nuova società, la nuova umanità che nasceva dalla dissoluzione del vecchio mondo dell’Ottocento non sarebbe stata né una società borghese né un’umanità borghese, ma neanche una società proletaria né una umanità proletaria, bensì il nuovo secolo avrebbe visto il sorgere e l’affermarsi della nuova società nazionale, della nuova umanità nazionale. Il "nazionalismo" doveva essere, conseguentemente, l’ideale per una rinascita dell’intera compagine, dell’intero corpo sociale, né era possibile riconoscere, in questo quadro, alla borghesia, in quanto "classe", quel ruolo-guida che i nazionalisti intendevano ancora riservarle.

Ne derivava ancora, come riflesso politico, che il nazionalismo avrebbe dovuto essere, non un partito, ma un elemento per risvegliare l’intera compagine sociale superando, sinteticamente, la contrapposizione sociale. Alla formazione della nuova élite nazionale avrebbe dovuto partecipare tutto il variegato mondo dell’"Italia giovane" del nuovo secolo. Prezzolini, a tal proposito, scriverà: "Ci voleva ora qualche cosa che passasse i nostri individui e toccasse la società e, in un certo senso, s’innestasse nella storia. Chi lo sapeva? Forse modernisti, sindacalisti, leonardiani, crociani, ricercatori di nuovi doveri nella scuola, socialisti stanchi del marxismo, repubblicani annoiati dal mazzinianesimo, monarchici che ambivano a una attività sociale e politica più viva del grande istituto ereditario rappresentante la nazione, minoranze di tutte le maggioranze soddisfatte e stanche, non avrebbero potuto riunirsi e dire e dare all’Italia una parola e un’azione?"(40).

Gentile, riflettendo, qualche anno dopo la Marcia su Roma, sulle divergenze fra nazionalismo e fascismo, a sua volta scriveva: "Tutti i nazionalisti hanno della nazione quella concezione grettamente naturalistica che al dire d’un arguto e brillante scrittore, fa dell’uomo bestia bizzarra legata a una catena, una specie di canis nationalis; il quale se esistesse veramente, significherebbe (come è stato ben detto) la fine d’ogni cultura e d’ogni vita del pensiero: che non può avere valore spirituale, se non è universale". Gentile, rammentandosi evidentemente della dottrina della circolazione delle idee del suo maestro Bertrando Spaventa, respingeva la "nazione" dei nazionalisti: "un fatto naturale, antropologico e etnografico", "formazione storica, ma formazione già esistente in virtù d’un processo che venga egualmente presupposto". "Orbene una nazione determinata da certi caratteri della struttura cranica, o della lingua o della religione o dal complesso della tradizione storica propria d’un popolo è qualche cosa (…) priva affatto d’ogni valore. (…) La storia non si presuppone; e non si può presupporre, come qualcosa di bello e fatto, quasi patrimonio ereditato dai padri e da noi ricevuto come sostanza della nostra nazione. La nazione non c’è, se non in quanto si fa; ed è quella che la facciamo noi col nostro serio lavoro, coi nostri sforzi e non credendo mai che essa ci sia già, anzi pensando che essa non è mai, ed è sempre da creare"(41). Per Gentile, sul piano politico, il nazionalismo del nazionalismo-partito non era stato che un liberalismo ritonificato. Il punto di contatto tra nazionalismo e fascismo, concludeva il filosofo, era esclusivamente il concetto di Stato nazionale(42), elemento che consentirà, nel 1923, la fusione. Ma diversa era l’"idea" di Nazione: un fatto preesistente per i nazionalisti, una costruzione spirituale per i fascisti.

Quindi una impostazione ed una prospettiva diversissimi fra fascismo e nazionalismo: il fascismo fu una elaborazione originale ed irripetibile di quella generazione di italiani che era nata negli anni della crisi di fine Ottocento, che si era formata culturalmente nel clima del primo Novecento, che era cresciuta umanamente nelle trincee e, politicamente, negli anni del biennio rosso, dove il nazionalismo intendeva rimanere fermo nella sua azione concepita in termini di reazione all’avvento delle sinistre ed alla minaccia rivoluzionaria social-comunista. Conseguentemente, per Mussolini la battaglia politica, sia nelle piazze che in parlamento, doveva servire come atto rivoluzionario in vista della conquista del potere da parte di una nuova élite che avviasse una nuova era nella vita dell’intera compagine nazionale, sia contrastando la sovversione social-comunista sia scalzando la vecchia leadership liberale, mentre i nazionalisti rimanevano legati all’ottica del "polo" di centro-destra in grado di far quadrato intorno alla monarchia e all’esercito a tutela dello Stato nazionale. Questa impostazione crediamo spieghi meglio del semplice "antagonismo" fra forze sostanzialmente affini i rapporti fra fascismo e nazionalismo.

Lo scontro politico fra ANI e PNF

Alla prospettiva indicata da Prezzolini e Papini, Benito Mussolini si sarebbe avvicinato per gradi. Partendo dall’originario sindacalismo rivoluzionario di matrice sorelliana, il romagnolo aveva potuto rendersi conto di quanto illusorio fosse il mito dell’unità della classe proletaria durante le amare giornate che conclusero ingloriosamente la Settimana rossa. Alla luce delle esperienze maturate durante i mesi della polemica interventista, prima, e gli anni del conflitto, poi, Mussolini finirà per sostituire all’illusione dell’unità di classe, il concetto di Nazione, finendo, appunto, per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda di un Prezzolini, di un Papini, ma anche di un Gentile e di un Pareto.

Pur essendosi trovato, fra il 1914 ed il 1915, insieme coi nazionalisti, sulla stessa barricata interventista, tuttavia, enorme rimaneva lo iato fra il concetto mussoliniano di guerra rivoluzionaria e quello nazionalista di guerra imperialista. Ancora nel primo dopoguerra, i Fasci di combattimento mantenevano i caratteri di movimento figlio dell’interventismo di sinistra. Di un vero e proprio problema di rapporti fra fascismo e nazionalismo, pertanto, si può parlare solo dal 1921, quando anche il Gaeta riconosce che i tali rapporti furono caratterizzati da "acuta tensione"(43).

Nel 1921, infatti, il movimento mussoliniano è, ormai, fortemente in crescita, e si è affermato come l’unico soggetto in grado di fermare, nelle piazze e nelle strade italiane, l’avanzata delle forze sovversive che avrebbero voluto importare in Italia la rivoluzione bolscevica russa. E il problema, infine, divenne di attualità politica fra il maggio del 1921, con le elezioni che porteranno in Parlamento 35 deputati fascisti eletti nei Blocchi nazionali, ed il congresso fascista dell’Augusteo, del novembre 1921, che certifica la definitiva "svolta a destra" del fascismo.

A porre per primo il problema, nei termini addirittura di una possibile fusione fra i due movimenti, fu, com’è noto, il fascista "di destra" e filonazionalista De Vecchi, nel corso di un’intervista rilasciata all’Idea nazionale, il 16 novembre 1921(44). L’ipotesi, tuttavia, era destinata a non sollevare grandi entusiasmi nei gruppi dirigenti di entrambi gli schieramenti. Il comitato centrale dell’ANI, ad esempio, sostenne che "la stessa crisi del fascismo è contrassegnata fondamentalmente da questo: che il fascismo, per uscire dalla confusione dell’interventismo democratico e pseudo rivoluzionario da cui è nato, non può non continuare quel processo di eliminazione iniziato con l’avvicinarsi alla dottrina nazionalista"(45). Federzoni, dal canto suo sottolineò: "primo, che i nazionalisti erano "fermamente monarchici" e i fascisti "agnostici"; secondo, che nonostante le sue "straordinarie benemerenze" il fascismo non aveva ancora acquistato "vera consistenza e organicità di partito politico" e "non potrà farlo che identificandosi col nazionalismo"(46).

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con maggiore forza d’analisi, su questo tema, ritornerà, con un importante articolo, il dirigente nazionalista siciliano, prof. Francesco Ercole, che, in un lungo articolo pubblicato sull’Idea Nazionale, il 20 dicembre 1921, dal titolo Contro un’affrettata fusione, rimarcava i "pericoli" e gli "equivoci che si annidano nella proposta di una previa e completa fusione", in quanto "mentre il nazionalismo muove da una dottrina, che ha già una propria tradizione di sviluppo e di autodeterminazione, il fascismo muove da uno stato d’animo, che non ha ancora superato la prima fase di assestamento e di autochiarificazione". Il fascismo, per il professore siciliano, non aveva ancora "una concezione etica e integrale della vita", ma "origini e caratteri prettamente sentimentali" dove "la sua stessa pugnace e irrompente combattività si risolve assai più nella negazione violenta di errori e di arbitrii altrui, che nella affermazione coerente e sicura di una verità e di un programma propri". "Nessuna fusione", concludeva Ercole, ma "alleanza sempre più intima e cordiale". "La fusione avrebbe ragion d’essere, soltanto quando tutti i fascisti fossero diventati nazionalisti".

Da parte fascista, il 2 febbraio 1922, in un articolo sul Popolo d’Italia intitolato Per intenderci, a Federzoni ed Ercole rispondeva Grandi, capovolgendone le tesi: non era il fascismo che doveva identificarsi col nazionalismo, ma, al contrario, era questo che doveva modificarsi e venire sulle posizioni del fascismo: "Mentre il Nazionalismo è nato dalla elaborazione dottrinaria per giungere alla negazione pratica, si potrebbe quasi dire che il fascismo è nato dalla negazione dottrinaria, per giungere all’elaborazione pratica. In un periodo storico che afferma l’incontrastato dominio delle grandi correnti popolari, ieri assenti, ed oggi quanto mai volitive, presenti e chiamate ad operare entro i partiti, il Fascismo altro non può essere se non l’espressione di questa grande realtà storica. Mentre il Nazionalismo, facendo eco alla moribonda dottrina liberale, che i suoi teorici negano, dice di volere la restaurazione dello Stato, identificando quest’ultimo in un imperativo di forza e cioè nel semplice concetto machiavellico e gerarchico di autorità – il Fascismo che si sostituisce allo Stato laddove lo Stato è inesistente o incapace, dimostra che lo Stato non è, ma si fa, e si fa soltanto attraverso l’adesione e l’azione di masse volitive, che procedono da una Idea-madre, non predicata a freddo, ma rivissuta ora per ora"(47).

Quanto all’atteggiamento di Mussolini nei confronti dell’ANI questo non muterà né prima né dopo la "svolta a destra" del ’21. Mussolini non aveva seguito i nazionalisti sulla strada della guerra mutilata, né su Fiume e D’annunzio, né sul trattato di Rapallo e, dopo le elezioni del ’21, non perse occasione di disegnare una strategia politica autonoma e, spesso, antitetica. Come si spiegherebbero, diversamente, l’abbandono di Giolitti nel dopo elezioni del ’21, le dichiarazioni sulla tendenzialità repubblicana del fascismo, il patto di pacificazione, la trasformazione del fascismo in partito, il voto favorevole alla mozione di sfiducia dei fascisti al primo governo Facta, i presunti rapporti Mussolini-D’Annunzio-Nitti dell’estate ‘22? D’altronde, il 4 aprile 1922, parlando al consiglio nazionale del PNF, aveva detto: "Ma io comincio a diffidare energicamente delle attestazioni di simpatia dei nazionalisti. Non vorrei che essi fossero i pescicani del fascismo; che ci sfruttassero e si arricchissero alle nostre spalle. Intanto non faremo più il loro gioco parlamentare, che consiste nel farci fare le parti di forza"(48). Ed ancora il 30 luglio, sempre del ’22, nel corso di un intervista concessa a Il Mondo di Roma, alla domanda "Voi fascisti, non vi sentite un po’ a disagio a destra insieme ai nazionalisti e ai conservatori?", rispondeva: "Io avevo scelto come nostro posto a Montecitorio la montagna del centro, ma poi i popolari erano così numerosi che non avremmo trovato ove sedere"(49).

La svolta a destra del fascismo fu niente più che una svolta tattica determinata dalla necessità di pervenire alla conquista del potere da parte dell’élitedella Nuova Italia nata da Vittorio Veneto, che imponeva a Mussolini di ritagliarsi, anche all’interno della "destra nazionale", spazi autonomi di agibilità politica, in vista dell’azione rivoluzionaria del ’22. Certamente nazionalisti e salandrini cercarono di inglobare il fascismo nella loro strategia volta alla ricomposizione di un blocco conservatore in alternativa alle sinistra, ma bisogna avere il coraggio, gettando definitivamente alle ortiche la tesi della presunta "cattura" del fascismo nel nazionalismo, di rendersi conto che le cose andarono altrimenti e che, alla fine, il vincitore della partita fu Mussolini e non i nazionalisti.

E non si dimentichi, d’altro canto, che i nazionalisti rappresentarono l’ultima roccaforte che tentò di opporsi all’ascesa di Mussolini e del fascismo. Federzoni, parlando al Lirico di Milano, ancora il 15 ottobre 1922, ribadì l’importanza della difesa della monarchia, la necessità di un governo di destra, dove, per destra, si doveva intender "in una parola, reazione", e osteggiava, con toni rudi, ogni forma di collaborazionismo filosocialista condannando persino il sindacalismo nazionale di Rossoni. Lo stesso giorno, sempre a Milano, con tempismo non casuale, si teneva una riunione dei Sempre pronti di Bologna, Torino, Genova e Milano sull’atteggiamento da tenere se i fascisti fossero passati all’azione(50). Di simili riunioni se ne erano svolte certamente altre, come quella che, a metà settembre, in Sicilia, a San Cataldo, era servita per organizzare la resistenza nazionalista dinnanzi all’ascesa del fascismo nell’estremo lembo del paese(51). Senza contare gli incidenti di piazza, ove talvolta si scontravano squadristi e Sempre pronti, come quelli di Taranto del 17 settembre, di Riomaggiore (La Spezia) del 23 ottobre del 1922, con morti e feriti. Iniziata la Marcia su Roma, poi, 4.000 Sempre pronti furono schierati a fianco dell’esercito che difendeva Roma dall’avanzata fascista. Per non dimenticare, infine, il ruolo svolto da Federzoni ed i nazionalisti, in quelle ore drammatiche, con il tentativo di fermare l’ascesa di Mussolini al potere attraverso la costituzione di un governo Salandra di cui il Duce sarebbe dovuto essere solo il "secondo".

Non quindi "concorrenza" fra forze affini, appartenenti alla stessa area politica, ma due concezioni alternative sul piano culturale, politico e strategico. Così si spiega che "Federzoni, davanti al tramonto inglorioso della prospettiva Salandra, piangendo, dichiarava che s’andava verso l’ignoto"(52). E così meglio si comprende l’editoriale del Secolo del 28 ottobre 1922, quando, nelle ore drammatiche della Marcia e del tramonto del vecchio stato liberale scriveva: "Si ripete, in piena crisi extraparlamentare, il giuoco invano tentato mesi fa dalla Destra nazionalista e salandrina, inteso ad imprigionare i fascisti con la scusa di voler proteggere i fascisti dalle persecuzioni di un ministero di Sinistra. In quell’occasione l’on. Mussolini ebbe un’intuizione felicissima, quando, fra la sorpresa dei suoi stessi amici, piantò in asso Salandra e i deputati della Destra, per votare contro il Ministero Facta. (…) Oggi il giuoco si è fatto più serrato e più obliquo. L’on. Riccio, che è l’uomo più astuto della Camera, non rappresentò mai al governo i fascisti: rappresentò, piuttosto, gli elementi più tipicamente conservatori della destra, legati al nazionalismo, e, più ancora, alle austere clientele meridionali" (53).

Di "fusione" fra nazionalismo e fascismo si ricominciò a parlare, quindi, solo dopo, nel nuovo quadro politico determinato dall’ascesa di Mussolini al potere. Anche qui la storiografia, finendo per riallacciarsi al vecchio discorso del Salvatorelli sul nazionalfascismo, sostanzialmente sostiene la tesi che il nazionalismo, con la fusione, avrebbe "assorbito" il fascismo, imputando al crescente ruolo di esponenti nazionalisti nel fascismo la riforma elettorale del ’24, la nascita dello Stato totalitario, il corporativismo. È, invece, da ritenersi come più logica la tesi, forse più banale ma più consequenziale e documentabile, che sia stato il nazionalismo ad essere assorbito dal fascismo. La fusione, infatti, si fece, ma si fece solo quando volle Mussolini e comevolle Mussolini. Una volta raggiunto il primo obiettivo della conquista della responsabilità di governo del paese, il problema che Mussolini si trovò a dover affrontare era quello di creare quell’èlite in grado di rendere inoffensiva la vecchia macchina politico-burocratica giolittiana e veteroliberale e di avviare la nascita di una nuova stagione politica. In questo quadro gli fu utile assorbire parte dei quadri provenienti dal nazionalismo, così come fece peraltro anche nei confronti di altri schieramenti di centro e di sinistra e ciò in una prospettiva in base alla quale il fascismo si poneva come la forza di governo scaturita dall’Italia giovane di Vittorio Veneto, entro la quale, presupposto il nuovo ruolo di super partes, di equilibratore e di propulsore che il duce si riservava, sarebbero potute ben maturare una destra "nazionale, accanto ad un centro "nazionale" e ad una sinistra "nazionale"(54). Mussolini, poi, doveva affrontare il problema del Mezzogiorno, dove il fascismo era per lo più inesistente. Soprattutto nel Sud i nazionalisti poterono fornire al fascismo "molte delle "competenze" necessarie"(55), spezzando, nello stesso tempo, quel circolo vizioso che aveva visto sorgere, dopo la Marcia, in tutto il meridione una miriade di sezioni nazionaliste o fasciste dove transitarono elementi di tutti gli schieramenti, di tutte le consorterie locali, di ogni tipologia umana e morale.

Ma, dicevano, la fusione, nel 1923, fu completata anche "come" voleva Mussolini. Nel primo governo Mussolini, Federzoni non ottenne il ministero degli esteri a cui aspirava. "Non solo il leader nazionalista non riuscì ad averlo, ma quasi certamente nella prima lista il suo nome non doveva neppure essere stato preso in considerazione (…). Non è da escludere che se, alla fine, Mussolini assunse l’interim degli Esteri fu proprio per non darlo a Federzoni"(56). Poi, le proposte avanzate da Rocco, che miravano a mantenere, nel PNF, un’organizzazione autonoma dell’ANI, nonché una riserva di posti per gli ex nazionalisti negli organi dirigenti del partito fascista e la separazione dei Sempre pronti dalla Milizia fascista, vennero ripetutamente bocciate da Mussolini(57), tanto che Gaeta afferma che "l’atto di fusione fu molto generico: i fascisti non concessero gran che sul piano organizzativo e su quello delle dichiarazioni di principio(58)" e conclude parlando di "tramonto, invero inglorioso" del nazionalismo(59).

In nazionalismo, quindi, concludeva, nel 1923, la sua parabola ideale e politica e si inseriva nel più ampio mare del fascismo. Aveva concluso la sua funzione di "reazione" all’avanzata delle forze sovversive della sinistra, iniziata nell’anteguerra con una strategia mirante alla costituzione di blocchi fra nazionalisti, liberali salandrini e cattolici moderati, condotta nel dopoguerra tra mille insidie e difficoltà, soprattutto dopo la nascita del partito unico dei cattolici. Dal 1923 in poi, i nazionalisti confluiti nel PNF avrebbero costituito una, ed una sola, delle componenti ideali che nel fascismo si ritrovarono, ed uno dei termini della dialettica interna del movimento fascista, fino alla crisi finale. Con la caduta di Mussolini e la nascita del governo Badoglio, infine, una parte dei quadri ex-nazionalisti, soprattutto meridionali, finirono per ricompattarsi attorno la figura di Vittorio Emanuele, riacquisendo, potremmo quasi dire, la propria autonomia, anche se, è pur vero, non mancarono importanti eccezioni.