Recensioni

S. Vecchio, La terra del sole, con introduzione e prefazione dell’Autore, Caltanissetta, Terzo millennio editore, voll. 1 e 2, pp. 725

"La terra del sole", opera in due volumi di Salvatore Vecchio, costituita da un testo antologico della cultura siciliana, viene a colmare una lacuna in quanto offre una panoramica, sia pure sintetica, dei fatti, degli avvenimenti, dei personaggi e, soprattutto, degli autori più importanti che hanno caratterizzato ed illustrato la staria della Sicilia.

La metodologia seguita nell’elaborazione di poi ne fa un manuale agevole nella consultazione, puntuale negli approfondimenti, con periodi storici ben scanditi. In altri termini un manuale utile agli addetti ai lavori, ai lettori comuni, alle stesse scolaresche.

Il primo volume va dalle Origini ai Borboni e si articola attraverso i capitoli: Le origini, La Sicilia greca, La denoinazione romana, Il periodo barbaro-bizantino, La Sicilia araba e normanna, Gli Svevi, Dalla Sicilia angioina agli Aragonesi, La Sicilia spagnola, Sabaudi, austriaci e borboni in Sicilia.

Quel che aggiunse interesse all’opera è la elencazione di modi di dire e di proverbi, a conclusione di ciascun capitolo, nonchè la esposizione della derivazione dei vari termini usati.

Il secondo volume continua l’impostazione del primo e va dal Risrgimento ai nostri giorni. I vari capitoli sono: La Sicilia dal Risorgimento alla sfiducia nello stato unitario, La Sicilia della I metà del Secolo. L’autonomia, La II metà del Noveceno. La Sicili dei nostri giorni.

Un aspetto importante è l’inserimento di racconti e di canti popolari.

Naturalmente è facile notare-specie per quanto riguarda gli autori - delle essenze oppure un un rilievo limitato riservato a personalità quali Giovanni Gentile, Giuseppe Lombardo Radice, Vittorio Emanuele Orlando, Giuseppe Pitrè, Biagio Pace e altri. Ma in raccolte antologiche, che peraltro devono tenere conto degli spazi a disposizione, è ineluttabile che avvenga. Comunque assenze vistose non se ne notano, anzi vengono posti alla ribalta anche autori po conosciuti.

L’opera, che è curata anche nella vese tipografica, si conclude con un prospetto sinottico-cronologico comparato, con una bibliografia essenziale e con gli indici dei nomi e delle illustrazioni.

Al di là degli aspetti formali, delle linee metodiche, è lo spirito di sicilianità che traspare non solo nelle valutazioni degli avvenimenti e degli autori, ma anche nella scelta dei testi. Va reso perciò grande merito a Salvatore Vecchio per averci dato un’opera che sostanzialmente inaugura un filone nuovo, che apre le porte ad una più puntuale interpretazione.

Dino D’Erice

 


S. MASTELLONE, La democrazia etica di Mazzini (1837-1847), Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Biblioteca Scientifica, Serie II: Memorie, vol. XLV, Archivio Guido Izzi, 2000, pp. 185.

Il libro di Salvo Mastellone è il primo studio sugli Thoughts upon Democracy (1846-1847) di Mazzini in lingua inglese, senza i rimaneggiamenti a cui egli stesso ricorse dopo il 1848.

Mazzini giunse in Inghilterra nel 1837 dopo aver fondato a Marsiglia la "Giovine Italia" (1831) e a Berna la "Giovine Europa" (1834). Erano gli anni in cui il dibattito sulla democrazia era intenso e guidato dall'Unionism dei lavoratori, all'origine del movimento cartista. Fu allora che Mazzini, nel marzo del 1840, ritenne opportuno creare, sul modello inglese, una democratica Unione degli Operai Italiani e dare vita a un giornale "Apostolato Popolare" le cui pubblicazioni iniziarono il 10 novembre 1840 (p. 18) e furono sospese nel 1843 per mancanza di fondi (p. 154).

Mazzini era convinto che i problemi sociali dovessero essere seguiti da vicino e che non si potessero ignorare i diritti del lavoro (p. 15). Egli riteneva che le condizioni di vita degli operai italiani fossero le peggiori poiché in Italia "non v’è Unità nazionale, e quindi non v’è Patria, fratellanza, non legge comune" (p. 18); non vi erano associazioni di operai che, al contrario, erano ormai radicate in Inghilterra o in Francia.

La fama di Mazzini, però, si diffuse solo quando la stampa inglese rese nota la vicenda "the letter-opening affair": lettere indirizzate all’esule che, per ordine del Segretario di Stato, James Graham, venivano aperte.

Il 3 gennaio 1844 Mazzini aveva preparato un dettagliato Piano per un moto insurrezionale in Italia ritenendo ormai maturi i tempi per l’insurrezione, ma il piano finì nelle mani delle autorità austriache (p. 25). Tra aprile e maggio 1844 cominciò a diffondersi la notizia che il governo di Vienna era stato informato dal governo inglese dei progetti rivoluzionari tramati a Londra da Mazzini. Graham fece sospendere l’ordine di aprire la posta, ma l’esule italiano, che aveva capito cosa si stesse tramando, fece presentare una interpellanza alla Camera dei Comuni dall’esponente dell’opposizione, Thomas Ducombe (p. 28).

Il 13 febbraio 1845 Mazzini pubblicò su "Morning Chronicle" una lettera con la quale accusava il governo di Londra di grave responsabilità nell’uccisione dei fratelli Bandiera e di altri sette cittadini del napoletano (p. 39). A questa lettera ne seguirono altre con le quali Mazzini polemizzò contro la politica estera del Gabinetto inglese richiamandolo alla sua tradizione di libertà, sia per i singoli che per le nazioni (p. 45).

The letter-opening affair si chiuse nell’aprile del 1845 con una dichiarazione che sottolineava le doti intellettuali e morali di Mazzini.

Tra luglio e settembre 1845, il giornale cartista "The Northen Star", pubblicò in otto puntate il volumetto di Mazzini Italy, Austria and the Pope; tutti i brani furono favorevolmente commentati (p. 55) a testimonianza della stima verso l’esule italiano (p. 71).

Il 22 settembre 1844 Karl Schapper, in ricordo dello scrittore comunista Weitling, organizzò un meeting durante il quale si affermò il proposito dei comunisti tedeschi di dar vita a una rivoluzione sociale per ricostruire la società. Tali affermazioni furono raccolte in un opuscolo dal titolo Young Germany. An Account of the Rise, Progress, and Present Position of German Communism. In esso veniva specificato, tra l’altro, che la "Giovane Germania" a differenza della "Giovine Italia" di Mazzini proclamava i principi del comunismo e si batteva a favore dell’emancipazione della classe dei lavoratori, emancipazione che sarebbe giunta attraverso una rivoluzione sociale.

A Londra coesistevano due scuole per operai emigrati: la German School for Instruction e Scuola elementare italiana gratuita aperta da Mazzini (p. 75). Questi, osserva l’autore, per contrastare l’azione ideologica della Young Germany s’impegnò ancor più nell’attività della sua scuola nell’intento di istruire i membri dell’Unione degli operai italiani (p. 72). Egli decise anche di costituire un Fondo per l’Azione Nazionale al fine di rendere efficace l’attività del partito della Giovine Italia. Dinanzi alla forza ideologica della Young Germany Mazzini pensò di "ristrutturare" la Giovine Italia come partito nazionale d’azione. Egli avvertì l'esigenza di "elaborare una dottrina politica ben chiara, precisando i principi sociali ed i criteri associativi, ed anche presentare un programma di governo sul modo di reggere la cosa pubblica" (p. 74).

Nel 1845 il condirettore de "The Northen Star", d'intesa con lo stesso Schapper, diede vita a una società cosmopolita Fraternal Democrats che, a poco a poco, andò configurando una nuova Giovane Europa diversa da quella mazziniana.

Nel dicembre del 1845, si ebbe notizia a Londra di agitazioni in Polonia. Ma il comando austriaco sciolse la guardia nazionale e si ritirò in attesa di rinforzi. A seguito dell'insurrezione di Cracovia, sottomessa all'Austria, il governo provvisorio polacco emanò il Manifesto di Cracovia (22 febbraio 1846) che venne tradotto in tedesco, e pubblicato in lingua inglese su "The Northen Star" (p. 81). Il manifesto creò una spaccatura tra democratici repubblicani (desiderosi di dar vita a una repubblica fondata sul suffragio universale) e democratici comunisti (che auspicavano l’avvento della classe operaia al potere e la conseguente eliminazione delle classi privilegiate). Questi ultimi chiarirono il loro pensiero attraverso un Address, pubblicato sul giornale cartista e firmato da Marx ed Engels. Essi "pensavano, con l'aiuto dei Fraternal Democrats […], e con l'appoggio di Feargus O'Connor, eletto a grande maggioranza dai Cartisti come loro rappresentante, di poter insistere sulla lotta di classe e sui diritti del proletariato, andando oltre il repubblicanesimo alla francese di Lamennais e di Leroux, ed anche di Cooper e di Mazzini" (p. 94).

Una settimana dopo la pubblicazione dell'Address - titolo completo Address of the German Democratic Communists of Brussels to Mr. Feargus O'Connor - Mazzini chiese al direttore del "People’s Journal" di pubblicare una serie di articoli, Thoughts upon Democracy in Europe, con l’intento di rivolgersi ai lettori inglesi e ai sostenitori del movimento democratico per definire la democrazia (p. 103).

L’oggetto della democrazia mazziniana, sottolinea magistralmente Salvo Mastellone, è di carattere etico, è un problema educativo che esclude la violenza e l’uso della forza fisica. Tale finalità etica distingue la democrazia dal sistema comunista nel quale, secondo Mazzini, prevalgono gli intellettuali di partito che nell’esercizio del loro potere, assumeranno "the dictatorship" (p. IX). L’autore rileva che tale termine fu usato da Mazzini prima di Marx per affermare che "con la formazione di un sistema comunista si formerà una casta politica che imporrà la dittatura sulla massa del proletariato" (ivi). La democrazia ha il merito di fare uscire l'uomo dalla solitudine individuale "moltiplicando i nessi con la società nella quale egli vive" (p. 109); e Mazzini "traccia l'ipotesi di una democrazia morale che, educando alla vita civile, migliori, con il rispetto delle libertà, le condizioni di tutti nelle istituzioni comunali, nazionali ed europee" (ivi). Al contrario, egli accusa il comunismo di essere privo di una concezione etica della vita che finisce per negare "la libertà, il progresso e lo sviluppo morale della persona" (p. 133). Mazzini è convinto che solo un'etica altruistica "consapevole dei doveri, possa permettere di superare l'individualismo ed elevare moralmente l'uomo e la società" (p. 119).

Il testo in lingua inglese dei Thoughts, ignorato dagli studiosi prima di Salvo Mastellone, presenta l'esule genovese come uno scrittore politico europeo. L’autore, procedendo attraverso un attento esame a fronte, tra il Das Kommunistische Manifest di Marx ed Engels e i Thoughts di Mazzini, dimostra l’affascinante tesi - già da lui sostenuta nella traduzione in italiano dei Thoughts upon Democracy pubblicati dall'Editrice Feltrinelli - che il Manifesto rappresenta, almeno in parte, una risposta alle accuse mosse al comunismo da Mazzini. Infatti, il secondo capitolo del Manifesto e il sesto articolo dei Thoughts rappresentano, rispettivamente, le risposte di Marx alle domande poste dall’esule genovese nei Thoughts (pp. 168-171).

I Thoughts costituiscono la proposta di democrazia progressista formulata da Mazzini e mostrano il suo progetto di vedere l’Italia libera e unita con un decentramento amministrativo imperniato sui comuni. Il soggiorno in Inghilterra gli aveva dato la possibilità di comprendere l’importanza dell’autonomia locale inglese che consentiva al cittadino – rispetto all’accentramento statale francese – di godere della libertà individuale e dell’uguaglianza civile. Mazzini "si era reso conto – scrive Mastellone – che la vita comunale della nuova Inghilterra, elogiata da Tocqueville, risaliva alla tradizione comunale della vecchia Inghilterra" (p. 50). Ed egli aveva sostenuto che il sistema repubblicano unitario era conciliabile con le libertà comunali e municipali (p. 61).

Mazzini, assertore, a Marsiglia e in Svizzera, della repubblica - come forma di governo adatta a perfezionare la civiltà - subisce in Inghilterra un ripensamento dottrinale: egli pensa alla democrazia come forma di governo: "eguaglianza - osserva l'autore - significa democrazia, ma anche le libertà individuali sono elementi essenziali della democrazia: popolo significa democrazia, ma un popolo non può imporre la propria autorità sugli altri popoli; la repubblica è una forma democratica di governo, ma anche un governo repubblicano deve rispettare nell'esercizio del potere i principi democratici" (p. 102).

I Thoughts dovevano diventare, a suo avviso, il supporto dottrinale della People's of International League perché la nuova Europa doveva essere democratica: "popoli liberi democraticamente governati dai migliori" (p. 180); era questa, osserva Mastellone, la soluzione politica mazziniana che poteva risolvere i conflitti sociali tra classi all’interno di ogni singolo stato e permettere il progressivo perfezionamento della società e dell’individuo.

Claudia Giurintano

 


AA.VV., Volti e pagine di Sicilia (da Serafino Amabile Guastella a Lara Cardella), presentazione di Nicolò Mineo, a cura di Simona Noto, ritratti di Tina Lo Re, Catania, Prova d'Autore, 2001, pp. 345.

Con questo volume, come ricorda il Presidente Francesco Musotto all'inizio del libro, la Provincia Regionale di Palermo ha voluto rinnovare la propria attenzione alle "espressioni letterarie" siciliane, rivisitando quelle personalità che hanno dato lustro all'Isola.

Si tratta di schede biografiche e passi scelti di critica accompagnati da ritratti disegnati da Tina Lo Re che offrono "un mosaico composito" - come scrive nel suo saluto l'Assessore alla Pubblica Istruzione Tommaso Romano - che non pretende di essere completo ma che ha il merito di far uscire dall'oblio autori isolani accomunati, al di là delle diversità, dalla libertà "che può simbolicamente raffigurarsi in un disegno ricco di sfaccetture eppure molto facilmente identificabile" (p. VIII).

Il procedimento di selezione dei nomi presenti nella raccolta è stato quello di inserire autori che avevano avuto consensi critici non occasionali e che avevano pubblicato su volumi o organi di stampa a diffusione nazionale.

Volti e pagine di Sicilia è diviso in due sezioni: nella prima dal titolo Elisio (dimora eterna di eroi e poeti giusti presso gli antichi greci) sono inseriti ottantadue scrittori ormai scomparsi tra i quali ricordiamo Borgese, Brancati, Bufalino, Buttitta, Capuana, De Roberto, A. Damiani Lanza, Pirandello, Quasimodo, Rosso di San Secondo, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Verga e Vittorini.

La seconda sezione ha il significativo titolo di Lavori in corso poiché raccoglie cinquantasei "operai della parola" - da Alaimo a Camilleri, da Consolo a Perriera, da Quatriglio a Zinna - che ogni giorno, con i loro contributi, testimoniano la grande creatività di scrittori. Le due sezioni, scrive nell’interessante presentazione Nicolò Mineo, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, rappresentano un continuum, in cui l’accostamento dei vivi ai morti dà il senso della durata piuttosto che della precarietà (p. 16). Mineo si pone il problema della "sicilianità" della letteratura nell’Isola giungendo alla conclusione che non c’è [...] una possibilità di individuare un tema o uno stile o una tendenza o una mentalità costanti e comuni nel tempo; egli individua, piuttosto, una costante storica ai livelli intellettuali più alti: la tensione ad adeguarsi alle realtà culturali e letterarie italiane ed europee più avanzate, per riprodurle e, a volte, per realizzarle a un grado più significativo (p. 17).

Volti e pagine di Sicilia, pertanto, ha il pregio di offrire al lettore il mezzo per ripensare la Sicilia attraverso i suoi scrittori; una terra patria di miti e di archetipi, percorsa da presenze di popoli e civiltà, al centro tra Europa e Africa dove il passato ha radici profondamente scavate ma anche sempre verdi e attuali.

Claudia Giurintano

 


N. BEDDIA, E Dio salì sul mio treno, Napoli, Grafitalica, 2000, pp. 191.

A lettura terminata viene spontaneo domandarsi: cos'è questo libro di Nunzio Beddia? un romanzo? un dialogo tra due amici? una lettera ad un amico sconosciuto? una relazione? una storia autobiografica? un diario?... E già queste domande pongono l'accento sulla sua dimensione tra inquietante e provocatoria, certamente originale nel suo ritmo intrigante. A pensarci bene, questo interiore viaggio dell'anima è un fitto dialogo con un lettore un po' stravagante, dalla faccia sconosciuta, chiamato continuamente in causa con vocativi pieni di affetto; un dialogo dove questo lettore probabile e sempre più interessato alla vicenda appare nelle vesti di confessore e lui, l'autore, in quella umile del penitente.

Appare subito evidente un elemento che lo caratterizza con un assillo autoritario e pungente: il libro è animato da un forte e risentito spirito critico che morde le cose e gli eventi ma soprattutto il tessuto intimo della storia. E' come una crudele discesa agli inferi dentro un passato ribollente e accattivante alla luce dei sensi, ma colmo di struggente malinconia scortato da immagini di rara bellezza come certi scorci di paesaggi, ricordi di città, di paesi, di campagne e di spiagge.

Il viaggio tortuoso di quel treno interiore che più volte sfiora l'abisso, passa dall'esistenza del reale, per il quale la vicenda sembra avere una lunga predilezione e dal quale l'autore vorrebbe staccarsi, comportandosi con l'istinto di un animale braccato con scarsi frammenti di poco valore. L'intimo dell'io narrante corre tra violenze di desideri, propositi buoni e compromessi con Dio, tra l'adesione verbale alla legge e la forza della trasgressione, mentre è attratto misteriosamente dalla sofferenza ma deciso a non ammettere d'essere malato, dentro, per una mescolanza di perversione e di virtù.

La vita diventa, così, una "gabbia di matti, un ingarbuglio contorto, costellato di nodi e di groppi" mentre la testa si "ubriaca di lussuria" e il cuore gli appare "pieno del desiderio di perdersi".

Murato dentro la sua storia, chi avrebbe potuto aiutarlo? - si chiede con angoscia l'autore ed intanto si fa strada l'idea del viaggio: "Io ero fatto per viaggiare, partire"; avrebbe potuto essere forse un "viaggio del cuore dentro il cuore", un percorso della mente per vincere la ragione, ma diviene presto desiderio di fuga, sogno di "romantiche rivoluzioni sociali" ma anche d'arte e di filosofia.

Ed ecco che la storia comincia a virare di bordo per diventare, quasi senza che l'autore se ne avveda, una continua ricerca dell'anima ed infine la scelta, debolissima all'inizio, del cosiddetto "cammino". La ricerca parte in realtà da una domanda chiave e tuttavia esitante e colma di speranze smarrite: "Perché non rinnegavo la mia vita così ingarbugliata e priva di luce e non scendevo dal mio tremo per salire sul treno di Dio?"

Da qui trova inizio una "via dolorosa punteggiata da dubbi, incertezze, pianti, rivolte, adulteri" ma finalmente la vita imbocca un nuovo sentiero. Nunzio Beddia diventa soggetto dell'incredibile evento del richiamo del male ma assiste stupito alla scomparsa della tentazione, per divenire spettatore di un miracolo che è il dono della vita interiore e la conversione del cuore, l'unica strada di accesso per dialogare con Dio. E' come se il cuore avesse finalmente capito e avesse impresso al treno l'unica direzione possibile: passare "dalla scienza del piacere terreno alla scienza dell'alleanza con Dio".

Il libro ha un andamento ondulatorio, quasi a rispecchiare il percorso non lineare, fatto di ripensamenti e di ardori, di slanci e di pause di riflessione e lo stesso autore lo conferma quando si rammarica dell'espressione che potrebbe apparire poco lineare: "non sempre riesco a seguire il discorso sino alla fine". Ma le interruzioni e le digressioni sono la confessione di uno stato d'animo insidiato dall'incertezza e dell'irrisolutezza fino alla solare certezza di Dio.

Osservazioni sul potere, sulla musica, sulla poesia, sulla filosofia attraversano continuamente il racconto-confessione, rivelando una cultura ricca e aggiornata che Beddia chiama umilmente "la mia vana cultura" e che invece costituisce l'esito di letture appassionate specie quelle filosofiche e quelle sui poeti francesi decadenti che ora trovano posto in un libro dallo stile compatto e talvolta angosciato ma sempre proteso ad osservare il suo itinerarium in Deum e perciò dominato da una notevole capacità e sicurezza di scrittura.

Enzo Lauretta

 

 

F. e S. GIARRIZZO, Valguarnera Caropepe all’epoca dei cavalieri e dei podestà, Assoro, NovaGraf, 2001.

Questo libro si colloca a pieno titolo nel filone della storiografia locale, su cui, da un quarantennio a questa parte, converge sempre più l’attenzione di studiosi italiani e stranieri. Tale produzione, tanto diffusa, quanto suggestiva, sembra procedere, sebbene in senso inverso, con una fioritura analoga a quella dell’antica e fortunata stagione greca e romana, quando l’attenzione degli storici poteva essere esclusivamente rivolta al territorio in cui essi vivevano e operavano. Allora, come oggi, fare storia locale significava cura del dettaglio, conoscenza vasta e approfondita della realtà o del fatto a cui la ricerca si riferiva. Esiste, tuttavia, una sostanziale divergenza tra le due narrazioni: la prima, in mancanza di una storia generale, era necessariamente circoscritta, limitata, non coordinata ad altre narrazioni; la seconda, invece, come una tessera di un grande mosaico, è integrativa, complementare alla storia universale, anzi assurge spesso al ruolo di verifica di quest’ultima.

La storia locale, oggi, è più "storia nostra" di qualunque altra storia, nel senso che essa rappresenta il primo cerchio – quello più vicino al centro - di una serie di cerchi concentrici. Tale sentimento, tale constatazione ci danno una prima dimensione del suo valore: ci convincono della sua alta carica pedagogica e ci fanno fortemente avvertire l’esigenza di un suo inserimento nei programmi scolastici per una più completa formazione dei nostri ragazzi, per una loro più consapevole collocazione nella comunità d’appartenenza. Certo, tutto ciò richiede che l’elaborazione dei risultati della ricerca sia conforme ai comuni criteri storiografici. È necessario, in altri termini, che la trattazione risponda in pieno ai canoni dell’obbiettività, della chiarezza e dell’organicità. E che, di conseguenza, sia ben documentata e avulsa da spirito di campanile.

Ebbene, a me pare che questa ricerca di Francesco e Silvia Giarrizzo, Valguarnera Caropepe all’epoca dei cavalieri e dei podestà, abbia le carte in regola per essere ufficialmente inserita nella storiografia locale, quella, per intenderci, che ci fa conoscere la nostra terra, ci fa scoprire la nostra identità e ci consente di comprendere meglio la storia nazionale e internazionale.

Il dott. Francesco Giarrizzo non è nuovo a lavori del genere, perché è stato ed è meritoriamente impegnato in un cospicuo programma di ricerca con l’obiettivo di recuperare gran parte della memoria storica di Valguarnera. A tal riguardo sono pregevoli le sue recenti pubblicazioni su Mons. Giacomo Magno: il sacerdote, l’educatore, lo storico; su Valguarnera Caropepe, risonanze del travaglio ideologico del paese sugli eventi politici comunali; e su La formazione ideologica e il messaggio etico-politico di Francesco Lanza.

L’autore - nell’ultimo suo lavoro, Valguarnera Caropepe all’epoca dei cavalieri e dei podestà - si è avvalso della collaborazione della figlia Silvia, dottoressa in lingue e letteratura straniere e moderne, la quale, promossa in campo coautrice, confessa, giovane com’è, d’essersi appassionata all’avvincente microstoria "paesana" via via che andava scoprendo le radici e il patrimonio storico-culturale del suo paese.

L’opera - che, per taluni aspetti, si propone di integrare con riferimenti archivistici le Memorie storiche scritte nel 1928 da mons. Giacomo Magno – riguarda il periodo che va dal 25 dicembre 1893 al 2 giugno 1946, ossia dalla sommossa popolare provocata a Valguarnera, nell’ambito del movimento dei Fasci, da Michelangelo Di Dio, soprannominato "u cuttunari", un vero e proprio Masaniello locale, sino allo svolgimento in Italia del referendum istituzionale che provoca la caduta della Monarchia e la nascita della Repubblica.

Il libro, a mo’ di una movimentata sequenza cinematografica, focalizza fatti e personaggi che, nel corso di 53 anni, hanno occupato lo scenario valguarnerese. I Giarrizzo, attenti a puntare i riflettori sull’intera comunità locale, riportano con pari evidenza gli eventi di cui - direttamente o indirettamente, nel bene come nel male - sono stati protagonisti i poveri e i ricchi, i deboli e i potenti, gli ignoti e i notabili. Ne viene fuori la storia di un popolo, la storia una società che, nelle sue alterne vicende e nel traumatico passaggio da un’amministrazione comunale gestita dai cavalieri all’altra ipotecata dai podestà, appare partecipe al processo politico ed economico nazionale.

Siffatta impostazione dà al libro la valenza di storia strettamente sociologica, che, fra l’altro, non manca delle dovute comparazioni tra una categoria sociale e l’altra, non è priva di pagine statistiche di tipo esplicativo o di tipo riepilogativo, non è carente di documentazione. Anzi, è corredata da una serie di preziose fotografie d’epoca, volte nell’intenzione degli autori a tradurre in immagini il testo scritto.

L’opera, nel suo complesso, rivela l’adozione di un metodo proprio dello storico che, come Francesco Giarrizzo, ha molta familiarità con la Pubblica Amministrazione. L’autore, infatti, non solo predilige - come principali fonti della sua ricerca – le delibere comunali, che, indubbiamente, sono fonti storiche di tutto rispetto, ma, qua e là, dimostra anche di saperle interpretare riportandole nello spirito e nel clima della loro elaborazione o deducendo dalle stesse carte ipotesi e considerazioni difficilmente concepibili dai non addetti ai lavori. A ciò va aggiunto che alcune pagine di questa storia su Valguarnera, andando oltre i limiti cronologici impostisi, assumono un valore di testimonianza diretta perché gli autori – molto di più Francesco che Silvia – finiscono per identificarsi nella comunità da loro analizzata.

Intendo, per esempio, riferirmi alle pagine dedicate alla situazione economica locale trattata sino alle recenti vicende delle miniere di Grottacalda, Floristella e Gallizzi e alla grave crisi agricola degli ultimi decenni con la conseguente ripresa del flusso emigratorio verso il Nord-Italia e verso l’Estero. Di fronte a questi fenomeni i Giarrizzo, marcando il carattere sociologico della loro narrazione, passano dalla storia, quale racconto del passato, alla proposta, quale suggerimento per il presente e per il futuro. E sollecitano gli organi amministrativi locali, anche sull’esempio della florida ditta "Giudice Confezioni" conosciuta in Italia e all’Estero, a "trovare il modo di incentivare le iniziative giovanili per la creazione di cooperative di servizi, nonché di nuove imprese artigianali, specialmente in quei settori di produzione che possono determinare una situazione di reciproco vantaggio per le nuove aziende e per gli stabilimenti industriali esistenti" (p. 172). E ancora gli autori, pensando a un possibile sbocco turistico, fanno opportunamente auspici per "l’istituzione di un Antiquarium in cui poter conservare i reperti archeologici rinvenuti nelle vicine contrade, ove sono stati localizzati i resti di insediamenti greco-ellenistici (Rossomanno) e romani (Dolei e Rocca del Leone) e la presenza di una civiltà del periodo neolitico (contrada Marcato-Sottoconvento)" (p. 175).

Ma questa opera, come ogni storia autentica e autorevole, degna della polibiana definizione di magistra vitae, ci porta alla conoscenza di notizie su fatti e personaggi inediti o sottratti all’oblio del tempo, tramite la cui descrizione c’è sempre molto da apprendere. È un notevole contributo alla nostra erudizione, che, al vaglio del senso critico, si traduce in un sicuro apporto alla nostra cultura anche per l’accennata complementarietà tra le ricerche di storia locale e quelle di storia generale, in cui, appunto, le prime sono in funzione delle seconde o, se si vuole, servono a esercitare un riscontro su quest’ultime.

Per il lettore valguarnerese (ma anche per i comuni lettori) è istruttiva, per esempio, la scoperta di figure come Francesco Lanza e Giacomo Magno. Sul primo, pubblicista di razza, i Giarrizzo giustamente scrivono che "l’élite paesana dell’epoca non capì a quale geniale artista Valguarnera avesse dato i natali; (essa) non comprese l’artista come non comprese l’uomo, che forse disprezzò, non perdonandogli le pagine di satira, letteralmente stupende, sui costumi e sugli atteggiamenti dell’alta borghesia locale" (p.191), mentre del secondo, ‘u patri vicariu, gli autori si soffermano a tratteggiare la poliedrica personalità di educatore, poeta, letterato, musicologo e storico, nonché la sua alta dignità di sacerdote che non scese mai a compromessi con i politici locali, tanto da rifiutarsi, nella Pasqua del 1961, rompendo un’antica tradizione, di accedere con l’Ostensorio nella sede del Comune, allora gestito dai comunisti.

Il sacerdote Giacomo Magno - collega di Angelo Roncalli (il futuro Pontefice Giovanni XXIII) e, successivamente, vice Rettore del seminario, Padre Spirituale, Prefetto degli studi, segretario particolare e Vicario foraneo del Vescovo, mons. Mario Sturzo fratello di Don Luigi - sarebbe stato sicuramente eletto anch’egli Vescovo, se il suo curriculum vitae, negli anni giovanili, non fosse stato offuscato da un episodio di indiscutibile "carità cristiana", ma "considerato e classificato come un atto di tradimento della patria". Niente di tanto grave, in effetti, poiché Giacomo Magno, nel 1916 in servizio militare di leva, si era reso solo responsabile del reato di avere celebrato una messa, e di avere invitato i commilitoni a parteciparvi, in suffragio dell’anima di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria, ritenuto - anche dopo la morte - nemico dell’Italia. Il prete valguarnerese "provocò per questo – si legge nel libro dei Giarrizzo – l’indignazione dei superiori, i quali interruppero il sacro rito e punirono il coscritto, riprovando l’iniziativa e segnalandola all’autorità governativa". La conseguente annotazione di un così "deplorevole" gesto nel foglio matricolare della recluta Giacomo Magno avrebbe comportato il mancato assenso da parte governativa alla sua elezione a Vescovo.

Nell’opera dei Giarrizzo si incontrano molte altre figure secondarie, ma, certamente, non meno efficaci di Lanza e di Magno nel contesto valguarnerese. Evitando di fare un lungo elenco, ne ricordiamo tre per tutti, senza, con ciò, intendere sottovalutare i rimanenti: Sebastiano Arena, fondatore nel 1882 dell’Ospedale Civico e considerato "un grande benefattore del popolo" (p. 41) ; Salvatore Dell’Aria, proprietario di un mulino e del pastificio "San Giuseppe", il quale, sensibile ai problemi delle classi umili e filosocialista, intuì sin dal 1890 "le trasformazioni industriali in atto nell’Italia del Nord, verso cui anche il Meridione si sarebbe dovuto indirizzare" (p.133); Domenico Minolfi Scovazzo, deputato nazionale e presidente del Consiglio Provinciale di Caltanissetta, esponente della Destra siciliana, sul cui conto – nonostante il Consiglio Comunale avesse esplicitamente deliberato in data 1° marzo 1898, per onorarne la memoria, di porre un busto nella sala consiliare del palazzo municipale, tuttavia perdura, ancora oggi, il giallo della contrastata e mai avvenuta collocazione del monumento (pp. 36-37).

Francesco e Silvia Giarrizzo, fra l’altro, ci informano su tutta una serie di notizie che, andando oltre la forma e il contenuto delle comuni curiosità, ci confermano lo spessore culturale di Valguarnera. E, così, si apprende che il quotidiano "La Sicilia" ha la sua genesi nella coraggiosa imprenditoria del valguarnerese Agostino Serra. Questi, popolare di matrice radicale, dopo avere fondato e finanziato il "Corriere di Catania", cedette la testata a Domenico Sanfilippo, che, a sua volta, ne cambiò la denominazione in quella attuale de "La Sicilia". Si apprende che Valguarnera godette, grazie anche alla sua posizione geografica, della diretta influenza di intellettuali e di politici del calibro del castrogiovannese Napoleone Colajanni, dal quale Francesco Lanza dovette essere certamente indirizzato allo studio del pensiero politico ed economico-sociale di Pierre Proudhon, e del calibro dei calatini Luigi e Mario Sturzo, l’uno politico e politologo di fama internazionale e l’altro filosofo di vaglia, teorico del neo-sintetismo, molto apprezzato da Benedetto Croce.

E, ancora, si scopre che il 1° dicembre 1941 il re Vittorio Emanuele III, dovendo recarsi a Piazza Armerina e a Gela, volle attraversare in autovettura le strade principali di Valguarnera. "Il passaggio avvenne – scrivono gli autori - nelle primissime ore del mattino, ma lungo il percorso si trovarono ugualmente due fitte ali di cittadini festanti i quali riuscirono appena a scorgere la figura del Re, in quanto il corteo reale fu fatto accelerare per il timore suscitato da un gesto del parroco Umberto Longo, la cui massiccia mole - oscura per via dell'abito talare indossato - d'impeto si fece largo tra la folla per lanciare dentro l’autovettura di Vittorio Emanuele III un plico contenente una supplica al sovrano" (p.199).

Nel libro è colto bene dagli autori il processo di maturazione sociale e democratica del popolo di Valguarnera attraverso l’interessante e significativo fenomeno dell’associazionismo, ricordato sia nella sua triplice matrice socialista, cristiana e laica, sia nel suo assetto regionale e nazionale dell’Italia tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX. Tale fenomeno occupa giustamente una posizione di rilevanza in tutta l’opera, tanto da apparire agli occhi del lettore come una storia parallela delle associazioni e delle società locali all’interno della stessa storia di Valguarnera.

Sicché si viene a conoscenza dell’esistenza e dell’attività a Valguarnera, tra il 1887 e il 1907, di associazioni contadine e operaie come: la "Società agricola", una vera e propria affittanza collettiva, ispirata ai principi del socialismo e "con il programma di lavorare insieme una terra presa a fitto e dividere il prodotto tra i soci" (p. 12); la "Società Cooperativa di consumo", anch’essa sensibile alla propaganda socialista, il cui primo presidente fu quel Michelangelo Di Dio divenuto famoso per avere capeggiato la rivolta popolare del Natale del ’93; la "Società Rurale Democratica Cristiana", di chiara matrice sturziana essendo sorta, per volontà del parroco Giuseppe Lomonaco, sulla scia della Rerum novarum come società di mutuo soccorso con una cassa di depositi e prestiti a vantaggio dei contadini e dei braccianti agricoli : suo proposito era quello di eliminare i gabelloti, chiamati da Sturzo "vampiri" perché incalliti strozzini, che lucravano soprattutto sui contratti agrari; la "La Società Operaia San Giuseppe", nella stessa area e con gli stessi scopi della precedente, ma formata esclusivamente da artigiani, ossia da mastri e da apprendisti.

Si trattava, ovviamente, di cooperative non condivise e spesso contrastate da un altro tipo di vita associata che si svolgeva, in pari tempo, all’interno di altre società, come "La Cerere" e "La Previdenza", in mano ai grossi proprietari terrieri del luogo, o come il "Circolo di Compagnia", le cui dorate porte si aprivano soltanto ai cosiddetti galantuomini o civili, che erano soliti trascorrere "le loro giornate giocando a carte, parlando di affari, di donne o di politica" (p.16).

Ebbene - rispetto a tali sodalizi conservatori o ricreativi - l’associazionismo d’ispirazione socialista e d’ispirazione democratica cristiana, operante in forma cooperativistica tra la fine del secolo XIX e il primo ventennio del XX, ha, a mio parere, il grande merito storico di essere stato palestra di democrazia per centinaia di migliaia di contadini e di operai italiani che, sino al 1912, erano rimasti esclusi dalla vita civile e politica della Nazione. Costoro, pur non avendo diritto al voto e pur valendo nulla nell’Italia legale, erano tutto all’interno di quelle associazioni, laddove, per statuto, si autogestivano, partecipavano alle assemblee, discutevano, votavano, e deliberavano su varie materie e, in particolare, sull’indirizzo da dare alla loro attività sociale. Si trattò, insomma, di un valido esercizio, che, oltre a consentire a quei soci di portare avanti le prime rivendicazioni economiche e di avere presto un peso politico, li abituò alla vita associativa che fu praticamente abitudine alla democrazia. Da tali premesse, a Valguarnera e nel resto d’Italia, si pervenne – subito dopo la prima Guerra mondiale – allo sviluppo e all’immediata affermazione dei partiti di massa, del Partito Socialista e del Partito Popolare Italiano. E non può essere capita la ripresa della grande tradizione partitica e democratica italiana, conseguente alla tragica parentesi fascista, se non ci si collega alle lontane radici dell’attività associazionistica dei socialisti e dei cattolici.

Ma proprio al riguardo sento, anche nella mia qualità di studioso di tali specifici problemi, di esprimere il mio personale compiacimento nei confronti di Francesco e Silvia Giarrizzo, perché il loro volume giunge a conferma dei risultati conseguiti dalla storiografia accademica. Anzi questa loro recente opera su Valguarnera, frutto di una dettagliata ricerca su una realtà periferica, è la prova provata di come una seria e pregiata storia locale possa essere un’efficace verifica e un’utile integrazione di molti e fondamentali aspetti della storia generale.

Eugenio Guccione

 


S. BECUCCI - M.MASSARI, Mafie nostre, Mafie loro. Criminalità organizzata italiana e straniera nel Centro Nord, Torino, Edizione di Comunità, 2001, pp. 204

Questo volume traccia in modo esaustivo il pericolo incombente che la mafia tradizionale e quella di più recente formazione rappresentano per il mercato legale e la democrazia.

Desta pertanto preoccupazione l’infiltrazione e l’intersecarsi delle diverse organizzazioni criminali nel mercato internazionale in un contesto di globalizzazione.

È a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta che la presenza mafiosa in regioni non colpite da manifestazioni criminali di una certa entità suscita attenzione da parte dell’opinione pubblica.

L’insediamento di Cosa nostra in Lombardia, ed in particolare nella zona di Milano, minacciava sin dagli anni 50 la Regione, che i boss avevano scelto per meglio gestire mercati redditizi quali il traffico internazionale dei preziosi e il contrabbando di stupefacenti nel nord-Europa.

Negli anni Settanta nella zona di Torino e di Bardonecchia una grossa fetta di operai, provenienti dal Mezzogiorno, veniva soffocata dall’intervento spesso violento di intermediari nella mano d’opera, che da un lato sottraevano congrue percentuali dalle buste – paga dei lavoratori, dall’altro, in cambio di un compenso, consentivano ai datori di lavoro un guadagno attraverso l’evasione dei contributi previdenziali.

La mafia trapiantata nel Nord – Italia sembrava privilegiare, oltre all’intermediazione ricattatoria nell’assunzione della mano d’opera, altri aspetti delinquenziali, quali la gestione del mercato ortofrutticolo e il traffico di stupefacenti.

Tra le cause che spinsero l’emigrazione mafiosa al Nord vi sono state una maggiore facilità di mimetizzazione, l’assenza di strumenti di difesa sociale, caratteristiche delle nuove sedi di approdo, e anche la possibilità di sottrarsi a faide familiari.

Accanto a questa idea di progetto strategico di espansione si è formulata un’altra ipotesi: i soggiorni obbligati, la detenzione di soggetti strettamente legati alla criminalità e l’alterazione nella composizione demografica legata ai flussi migratori lascerebbero pensare a conseguenze più casuali nella diffusione della criminalità nel centro nord. La debolezza dell’autorità giudiziaria attraverso l’impiego del soggiorno obbligato, come misura di prevenzione, viene infatti considerata una delle più importanti cause di espansione della mafia nelle regioni centro – settentrionali.

La creazione di associazioni facenti capo alla medesima organizzazione o a sodalizi differenti è stata realizzata per un duplice scopo: l’esigenza di stabilire un forte dominio sul territorio e l’importanza di gestire traffici di notevoli proporzioni.

In questo contesto la ndrangheta ha tenuto una posizione di monopolio nell’importazione di cocaina in Italia attraverso una chiara individuazione di canali di ingresso e la capacità di stabilire ampi accordi con partner Italiani e stranieri. Si vennero presto a costituire sodalizi tra le mafie tradizionali e infiltrazioni nelle pubbliche amministrazioni.

Suscita vivo interesse a questo punto della trattazione delineare il carattere transnazionale delle mafie attraverso un’attenta osservazione delle dinamiche di sviluppo delle più recenti organizzazioni criminali.

Sia la Puglia che l’Albania occupano una posizione strategica per i traffici illeciti di armi, droga e prostituzione, che dall’area balcanica muovono verso l’Europa.

Non soltanto la criminalità albanese ha rivolto lo sguardo all’immigrazione dei propri connazionali, ma si è distinta soprattutto per la sua capacità nel porsi come agenzia di servizi per conto di altre organizzazioni criminali come quella turca.

La professionalità degli Albanesi nel conoscere i canali di insediamento per i clandestini condusse ad instaurare collegamenti con organizzazioni mafiose cinesi interessate all’immigrazione di cinesi, con la mafia turca interessata all’immigrazione kurda e con quella russa.

Le organizzazioni albanesi si caratterizzano per l’intensa coesione dei diversi clan costituiti su base familiare, vicine pertanto alla prassi seguita dalle consorterie nostrane. La pericolosità di questa organizzazione va ricercata nella ridotta capacità di controllo del territorio da parte della "Sacra corona unita", infiacchita dagli interventi giudiziari, nell’espansione degli spazi liberi nel territorio pugliese e dal consolidamento di organizzazioni locali attraverso alleanze con la criminalità albanese e con altri gruppi che operano nei mercati nazionali.

Una grave minaccia è inoltre costituita dalla gestione monopolistica della prostituzione in alcune regioni del nord – Italia.

Nel corso di una recente indagine svolta dalla Direzione antimafia sono stati arrestati in Emilia Romagna appartenenti ad una organizzazione interamente albanese, che sfruttava donne di diverse nazionalità dell’Est europeo, donne ridotte in schiavitù, che conoscevano ciò a cui andavano incontro, che non si ribellavano al gioco, pur di inviare una piccola somma di denaro alla madre, al padre, ai figli che risiedevano in patria.

Sarebbe importante, pertanto, avvicinarsi a tutte quelle donne che, fiduciose nelle istituzioni, trovano il coraggio di denunciare i loro sfruttatori, donne deboli perché hanno subito una violenza e perché si trovano isolate, a causa di una denuncia, dalla loro stessa comunità etnica.

Gli Autori nella seconda parte del volume raccolgono alcuni tratti tipici della mafia cinese d’oltremare seguendo il percorso storico.

Nell’ambito dell’ampio ventaglio della criminalità cinese si possono individuare tre figure: le Triadi, i Tong e le gang.

Fanno capo al primo gruppo quelle organizzazioni che si riconducono all’associazionismo segreto. Furono i colonialisti inglesi dell’Ottocento che diedero questa denominazione alle logge segrete contrassegnate da un triangolo equilatero raffigurante le tre forze dell’universo: l’uomo, la terra e il cielo. Tali associazioni garantivano protezione e soccorso a coloro che vi aderivano e colmavano una sorta di sfiducia che abbracciava le classi sociali più povere e di insicurezza nei confronti di un potere imperiale autoritario incapace di mantenere l’ordine in un così vasto territorio. Un proverbio cinese recita: "I funzionari derivano il proprio potere dalla legge, il popolo dalle società segrete".

Nella storia cinese l’associazionismo segreto ebbe grande rilevanza sino al 1949, data della proclamazione della Repubblica comunista di Mao –Zedong.

Durante la guerra civile che vide contrapporsi il partito comunista e il Guomindang, comandato da Cheang Kai Shek, quasi la totalità delle società segrete cinesi si schierò a favore di quest’ultimo. In seguito alla sconfitta del Guomindang, le società segrete si allontanarono dalla Cina, stabilendosi nelle zone vicine: Taiwan, Macao, Hong – Kong. Le società segrete, forti del vincolo che legava i propri affiliati, si spinsero verso attività illecite.

Un altro attore criminale cinese è rappresentato dai Tong, il cui termine significa associazione. I Tong nelle Chinatown americane, che raccolgono circa due milioni di cinesi, hanno rappresentato la prima forma di autogoverno delle nascenti comunità, che cominciarono a costituirsi fin dall’Ottocento. La caratteristica dei Tong è quella di presentarsi come associazioni legali, con proprie sedi, elenchi degli aderenti, ma, ahimè, al loro interno si nascondono elementi criminali. I Tong si legano alle gang, alle quali spesso affidano azioni finalizzate a regolamenti di conti, offrendo loro non soltanto luoghi dove rifugiarsi, ma anche una sorta di impunità nei confronti della legge.

Oggi il traffico di eroina delle rinnovate associazioni segrete cinesi fornisce una grande risorsa economica e, di contro, un investimento massiccio in attività lecite e comprende anche la corruzione degli apparati di contrasto. (Arlacchi 1988).

In Italia, più che al traffico di eroina, che dal Sud – Est asiatico si spinge verso New York, la criminalità cinese si occupa del traffico dei clandestini e delle estorsioni.

Nelle Chinatown americane le estorsioni hanno raggiunto notevoli proporzioni e comprendono taglieggiamenti ai danni di esercizi commerciali, obbligo del negoziante di acquistare prodotti ad un prezzo superiore al valore di mercato, e estorsioni in cambio di protezione.

Il traffico dei clandestini in Italia è organizzato da referenti che operano nella madre patria ed è da considerarsi minaccioso per la nostra società.

I luoghi di insediamento dei clandestini cinesi sono prevalentemente Roma, Milano e la Toscana, sedi nelle quali svolgono diversificate attività manifestando una spiccata duttilità professionale.

Per i cinesi la famiglia rappresenta un punto di riferimento e anche centro propulsore nelle attività economiche. I valori, quali la buona reputazione, la solidarietà tra gli individui che provengono dalla medesima città e l’autorevolezza dei più anziani all’interno del gruppo familiare sono alcuni caratteri della cultura cinese.

Per coloro che volessero emigrare, in vista di un sogno che raramente riusciranno a realizzare, intervengono le organizzazioni criminali. Gli organizzatori riscuotono un terzo o la metà del costo del viaggio, che si aggira intorno ai 30 milioni. Quando il clandestino arriverà a destinazione un referente della organizzazione lo tratterrà in luoghi sicuri finché un parente o un amico non estinguerà il debito.

Talvolta accade che qualcosa vada storto: il parente o l’amico si è reso irreperibile; in tal caso il clandestino viene ancora trattenuto.

I clandestini vengono riscattati da parenti o garanti, ma, se costoro non pagheranno la somma stabilita, potranno essere venduti da una organizzazione ad un’altra come se fossero merce.

Quando il clandestino viene riscattato, il garante che pagherà secondo un principio opportunistico, che caratterizza la cultura cinese, vanterà un credito nei confronti di quest’ultimo, che sarà costretto a lavorare senza ricevere alcuna paga fino a quando non avrà estinto il debito.

Parecchio si è discusso se il fenomeno criminale cinese possa accostarsi più a forme gangsteristiche che mafiose, ma, attraverso alcune indagini, si è più propensi a pensare che la criminalità cinese abbia la connotazione di mafia.

L’associazione criminale cinese nei tempi più recenti sta accrescendo la sua pericolosità con la possibilità che si instaurino collegamenti con la criminalità organizzata italiana.

Donne cinesi, giovanissime e molto belle, vengono infatti avviate nel mercato della prostituzione, ed è impossibile che questo accada senza che ci sia un collegamento con altre mafie, albanese, slava o italiana.

Contrariamente alle nostre mafie che operano principalmente nel traffico degli stupefacenti e che non si sono mai dedicate al traffico dei clandestini, perché prive di questa "cultura", il collegamento con la nostra realtà criminale si è basato fino ad ora su contatti saltuari e di poca rilevanza, come la collocazione dei clandestini nella zona di Firenze, attraverso il rilascio di falsi atti amministrativi, altamente retribuiti.

Ma il pericolo di uno stretto legame con le nostre organizzazioni criminali si fa ogni giorno più incombente.

Concludendo, ritengo importante specificare il carattere transnazionale della criminalità organizzata, che non significa che un’associazione criminale sorta in un determinato paese si proietti dal punto di vista operativo in altri contesti geografici oppure che la criminalità organizzata trasferisca beni, come la droga, in altri stati, bensì questo termine vuole significare che diverse etnie cooperano tra di loro, al fine di perseguire i propri interessi.

Assistiamo, pertanto, ad un paradosso: mentre le diversità collegate alle religioni o all’orientamento politico determinano dei conflitti (come il conflitto tra serbi, kosovari, albanesi), nel mercato dell’illecito tutto sembra ricomporsi.

Inoltre gli Autori sottolineano come sia importante che la magistratura e gli apparati di contrasto accolgano contributi di carattere culturale, storico, sociologico, affinché si possa creare una sinergia fra esperienze diverse, per meglio combattere il complesso fenomeno della immigrazione.

Sergio Figlioli