DEMOGRAFIA: IERI E OGGI di Gino Solitro

Sulla grande stampa da qualche decennio con cadenza annuale é quasi rituale lanciare l’allarme per l’esplosione, più o meno imminente, della cosiddetta "bomba demografica". In occasione della svolta epocale che ha segnato veramente la chiusura del XX secolo e l’inizio del terzo millennio, sul "Corriere", sono apparsi, a 15 giorni di distanza l’uno dall’altro, due fondi del prof. Giovanni Sartori. Con il primo (31 dic. 2000) sollecitava la scoperta di una pillola antifollia, per arrestare la crescita esponenziale della popolazione mondiale onde evitare la fine del "regno dell’uomo" prevista (dal Sartori) per il 2100; con il secondo (14 gennaio 2001) poneva sotto accusa - oltre la sovrappopolazione - anche la tecnologia che "ci consente di vivere e di sopravvivere in modo innaturale".

Le argomentazioni del prof. Sartori hanno richiamato alla mia memoria la clandestina lettura adolescenziale di un libro di Alfredo Cucco, Amplexus interruptus, che riuscivo, quando era possibile, a sottrarre dalla scrivania di Gaetano Gionfrida, vice federale di Trapani, della cui segreteria facevo parte nel 1941 come avanguardista volontario. Non era il ponderoso volume ad attrarmi, ma il titolo per ciò che faceva presagire. In effetti nella trattazione medico-scientifica della varie sindromi contraccettive c’era poco di scabroso; se non mi fossi soffermato sulla demografia dell’antichità e sulla descrizione della teoria di Malthus, che precedevano la stessa trattazione, non avrei certamente conservato per 60 anni gli appunti sulle parti che più mi piacquero e forse non avrei avuto mai alcuna inclinazione per i problemi demografici.

Ma torniamo al prof. Sartori. Egli afferma che i disastri già in atto nel mondo - che vanno dalla distruzione delle foreste al buco dell’ozono, dalla desertificazione alla progressiva scomparsa delle risorse alimentari e dell’acqua potabile - sono causati in massima parte dalla sovrappopolazione la cui crescita esponenziale é favorita dal progredire della scienza applicata. Questa convinzione lo induce a ritenere più drammatico il fatto che ogni giorno la popolazione del Mondo cresce di più di 230 mila persone e meno tragica la morte di malattie curabili di 30 mila bambini al giorno denunciata dall’Unicef. Questo cinismo lo avvicina all’economista inglese T.R. Malthus, chepur essendo un uomo di chiesa, per frenare la crescita della popolazione proponeva "di sopprimere l’assistenza ai poveri perché incorreggibili procreatori di figli e di miseria". Però mi sembra più stretto il legame con Beniamino Franklin, (illustre scrittore, politologo, scienziato americano inventore del parafulmine) il quale, due secoli e mezzo prima del prof. Sartori, cioé nel 1751, aveva prospettato gli stessi suoi timori circa l’esaurirsi delle risorse disponibili che avrebbero "inabissato gli Stati Uniti d’America non appena avessero oltrepassato un milione di abitanti". Adesso quel milione risulta moltiplicato per 265 volte e gli Usa sono diventati la massima potenza mondiale.

Il dibattito sui problemi demografici non é comunque recente, forse é vecchio quanto il mondo; a parere di molti studiosi il problema della regolamentazione delle nascite é sempre esistito in natura. Dalle lontane epoche del Paleolitico (40 mila anni fa) fino alla IV età del ferro e poi fino a Pasteur, la specie umana aveva avuto una prassi biologica mediante la quale la sua crescita veniva regolata dall’alta mortalità infantile e dalla breve vita adulta, la cui durata media nel Paleolitico, si ritiene non raggiungesse i 30 anni, mentre la mortalità infantile ghermiva 60 bambini su 100 nati vivi. Si possono configurare, come forme di autoregolamentazione consapevole, l’infanticidio rituale e tabuistico, mentre esercitavano, per loro conto, una sorta di freno all’aumento della popolazione le epidemie, le guerre continue,gli incidenti di caccia e di pesca, frequentissimi e mortali, malgrado il genere umano avesse in quelle epoche maggiori poteri di difesa biochimica e umorale ed una maggiore resistenza alle ferite, ai traumi vari e allo sforzo.

Anche nell’antichità si alternarono comportamenti contrastanti, intesi sia ad ostacolare la procreazione, sia ad incentivarla. Per frenarla, pare essersi adoperato un personaggio mitico come re Minosse, che avrebbe autorizzato l’uso di un anticoncezionale per ridurre la popolazione di Cnosso. Il meccanismo innescato, divenuto irreversibile, pare abbia determinato la scomparsa della civiltà cretese. Sodoma, secondo la Bibbia (Genesi 19,24), a causa del vizio contro natura praticato dai suoi abitanti, fu distrutta da una pioggia di fuoco insieme con Gomorra ed altre città della Palestina meridionale. Babilonia che alcuni anni prima della nascita di Cristo contava 2 milioni di abitanti, si spopolò e decadde per le pratiche contraccetive, abortive ed omosessuali. Dal papiro di Leida si apprende che anche la decadenza dell’Egitto é da imputare al venir meno dei figli. Pure in Grecia le città si svuotarono e i campi rimasero incolti perché furono adottate sapienti limitazioni delle nascite.

Polibio, a proposito del declino di Roma, scrive che non furono le armi nemiche a condurre l’Impero allo sfacelo e alla decadenza, ma certe sapienti limitazioni della prole che fecero mancare, al momento giusto, le necessarie braccia romane per impedire le invasioni barbariche. Roma pur essendo portatrice di una cultura superiore dovette soccombere di fronte alle prolifiche tribù nomadi del nord-est europeo che ne cancellarono la civiltà, le città, le strade, la cultura, le tecniche produttive fondamentali, l’agricoltura.

La mitologia antica é tutta un inno alla natalità. Nella nostra antichissima Sicilia si onoravano due divinità: Demetra dea della fecondità e Kora dea della riproduzione. Nella ricorrenza delle loro festività si mangiavano focacce di sesamo impastate con il miele in forme che raffiguravano i genitali umani. In alcuni ancestrali riti siculi si inseminava la terra e contemporaneamente si deponeva il seme umano nel grembo delle future madri.

Nel continente asiatico che oggi é il più popoloso del nostro Pianeta, si dovettero promuovere processi di ripopolamento. In India, prima dell’avvento dell’epoca buddista, la decadenza per l’insufficienza di nascite venne fronteggiata con politiche di incremento demografico rurale cui fecero ricorso - dopo migliaia di anni - ma con scarso successo (come vedremo in seguito) Mussolini in Italia e Stalin in Russia. Anche in Cina, dopo Buddha, si adottarono incentivi per popolare e per redimere dal deserto quell’immenso territorio che nel 1650 contava 100 milioni di abitanti e duecento anni dopo (1850) 420 milioni. Oggi i Cinesi sono oltre 1 miliardo e 320 milioni.

I testi sacri delle grandi religioni, quali la Bibbia, i Vangeli, il Coraro, i Veda, il Canto del Signore (meglio conosciuto come Bhagavad-gita), esaltano la procreazione ed esprimono profondi e maestosi concetti sulle sante felicità della vita. Nei Paesi musulmani, le donne sterili sono facilmente ripudiate dai loro mariti (lo scià di Persia vi ricorse ai nostri giorni con la regina Soraya). Ricordiamoci che le donne bibliche subivano come condanna divina l’impossibilità di concepire. Accadde alla bellissima Sara che, sterile, diede al marito Abramo come concubina la propria schiava Agar perché gli generasse un figlio di cui Sara sarebbe stata madre legale (Genesi 16). Accadde a Rachele che grida a Giacobbe: "Dammi dei figli, altrimenti sono morta!". Non potendoli ottenere nonostante la buona volontà di Giacobbe, fu costretta ad accogliere con gioia i figli che il marito generò con la serva Bilha.

Per assicurare la continuità della famiglia, tra gli Israeliti antichi il fratello superstite doveva sposare la cognata.

E il Cristianesimo non ha come legge fondamentale il comandamento del Creatore: "Siate prolifici, moltiplicatevi e popolate la terra"?

La teologia induista (che trae la sua essenza dal Mahabbarata, un poema epico lungo tre volte la Bibbia), é pervasa da una filosofia che magnifica l’eterno fluire della vita: spezzarne una qualsiasi forma é già delitto perché essa é una nascere e un rinascere ininterrotto che percorre avanti e indietro un arco ideale, passando dal vegetale all’animale, dall’animale all’uomo, da un corpo umano all’altro. Spegnendola in un qualsiasi suo stadio significa negare ad ogni essere vivente il ricongiungersi a Dio.

Nelle legislazioni dell’antico Occidente troviamo che Licurgo fu il primo ad escludere i celibi dai pubblici uffici. A Sparta la sposa del marito sterile doveva accettare la permuta, ossia doveva congiungersi con un estraneo ai fini della procreazione. A Roma Furio Camillo costrinse gli scapoli ad unirsi in matrimonio alle vedove dei caduti: Cesare promulgò una legge che esonerava dal pagamento delle imposte i genitori con più di 3 figli. Le donne che superavano 45 anni senza marito né figli non potevano più ornarsi di gioielli e andare in lettiga. Insomma, tutta la legislazione romana é di incoraggiamento alla natalità. Si arrivò al punto di concedere la grazia ai detenuti che pur avendo commesso gravi delitti avevano numerose prole. Ma le culle rimasero vuote lo stesso: Roma decadde perché mancarono sufficienti braccia romane per difenderne i confini; il ricorso a quelle mercenarie ne accellerò la fine.

La cultura umanistica e rinascimentale allontanandosi dalla morale medievale di rinuncia e di mortificazione, "creatrice di gente musone e sempre timorosa di cadere in fallo", celebra il ritorno gioioso alla natura che schiude orizzonti nuovi, dona vita serena, offre generosa quanto di buono e di bello il Mondo custodisce.

Per la prima volta nella storia sono pensate norme per regolamentare le nascite: avviene agli albori della scienza moderna. Sulla scia di Platone, Tommaso Campanella nella "Città del sole" anticipa il mito nascente della "ragione di stato" e sprona ad amare "la parte più che il tutto". Afferma che eliminando gli oziosi parassiti e gli schiavi, si assicura una razionale divisione del lavoro che permette di produrre il necessario con sole 4 ore lavorative al giorno, detta norme per una procreazione rigorosamente controllata in base alla quale, le donne appartenenti alla comunità, possono prolificare dopo aver compiuto 19 anni, mentre agli uomini é consentito dal 20° al 53° anno; un intervallo di 4 anni, tra una nascita e l’altra, doveva permettere alle donne di assolvere tutti i doveri della maternità compreso quello del primo avviamento educativo della prole.

All’epoca dei Lumi, alcuni celebri fisiocratici quali Montesquieu, Quesnai, Condorcet e Godwin, anticipavano per intuizione quella che divenne più tardi la celebre teoria di Tommaso Malthus, pubblicata nel 1798 - quando la popolazione mondiale era di 978 milioni di abitanti - sotto il titolo "saggio sul principio della popolazione", che suscitò discussioni e polemiche a mai finire.

Malthus, affermava la necessità di controllare la crescita della popolazione al fine di evitare una miseria crescente. Nel suo "Saggio sul principio della popolazione", contestando, come abbiamo visto, l’opportunità di una politica di assistenza ai poveri, aveva formulato una legge secondo la quale quando la popolazione non incontra ostacoli cresce con progressione geometrica, (1,2,4,8,16,32) raddoppiandosi oggi 25 anni, mentre i mezzi di sussistenza, in condizioni normali, aumentano con progressione aritmetica (1,2,3,4,5). Essendo insufficienti i freni repressivi naturali (guerre, epidemie, esodi, genocidi e simili), per prevenire il sovraffollamento del nostro pianeta, raccomandava alcune restrizioni morali: ritardare i tempi del matrimonio in modo che la coppia vi arrivi ben fornita economicamente; contenere consensualmente la procreazione mediante l’assoluta castità pre e post matrimoniale; limitare la prole alle disponibilità economiche della famiglia..

In realtà l’accrescimento della popolazione, specialmente nei paesi ricchi, mostrava un andamento diverso da quello che Malthus aveva prospettato. Se le sue previsioni fossero risultate esatte saremmo stati 256 miliardi a festeggiare il terzo millennio. Invece eravamo "soltanto" 6 miliardi. Questo deve indurci all’ottimismo perché vuol dire che la crescita del livello dei redditi, il progressivo abbandono delle campagne, i processi culturali sempre più estesi influiscono ad abbassare il tasso di crescita della popolazione mondiale. Anche dal punto di vista economico il progresso tecnologico e lo sviluppo industriale hanno garantito una sempre maggiore disponibilità di beni smentendo le catastrofiche previsioni di Malthus.

Ma non significa che il problema non esista: solo che bisogna affrontarlo con maggiore freddezza e senza farsi cogliere dal panico come fa chi teme di perdere parte della sua ricchezza cedendone qualcosa ai nuovi arrivati.

Intanto vediamo qual é stato l’andamento demografico negli ultimi 20 secoli in Europa e nel mondo e come é ricomparso ai nostri giorni il problema del sovraffollamento del pianeta.

"E’ sempre difficile fare calcoli demografici per i millenni passati - scriveva Umberto Eco sul Corriere del 16 maggio 1999 - secondo alcuni l’Europa si era ridotta nel VII secolo d.C. a 14 milioni e mezzo di abitanti, e altri parlano di 17 milioni per l’VIII secolo. Poca gente che coltivava poca terra, poca terra coltivata che nutriva poca gente. Però quando ci appressiamo al millennio, le cifre cambiano, e alcuni parlano di 22 milioni e mezzo nel 950 e altri di 42 milioni nel Mille. Nel XIV secolo la popolazione Europea oscilla ormai tra i 60 e i 70 milioni. In ogni caso, anche se le cifre discordano, su qualcosa tutti sono d’accordo: nel giro di 5 secoli la popolazione raddoppia o triplica e l’ascesa inizia dopo il Mille".

Le radici e le premesse di questa ascesa si trovano nella rinascita dell’agricoltura che, un poco alla volta, si manifesta in tutta l’Europa medievale. Si tratta dell’agricoltura che nasce da un incontro sinergico tra quella intensiva di matrice maditerranea e quella di matrica germanica legata all’allevamento e all’utilizzazione dei terreni incolti. Si afferma così l’equazione: più innovazioni tecniche più specializzazioni produttive = crescita demografica.

E’ impossibile stabilire prima della scoperta dell’America e dell’Oceania il numero, anche approssimativo, degli abitanti della Terra. Soltanto verso la metà del secolo XVIII si riesce a contare il numero degli uomini (ormai presenti in tutti i continenti, ad eccezione dell’Antartide) che era al di sotto di un miliardo (978 milioni) alla fine del 1900. Poi le scoperte della medicina che permisero di debellare le grandi epidemie (vaiolo, peste, colera, ecc.) fecero volgere più rapidamente all’insù il diagramma che rappresenta l’andamento demografico mondiale nel tempo.

Così nel 1927, mio anno di nascita, eravamo 2 miliardi; 3 nel 1960; 4 nel 1974; 5 nel 1987; 6 miliardi nel 2000.

Se si mantiene al 2%, qual’é oggi il tasso di accrescimento, la popolazione mondiale ogni anno si arricchirà (con gioia di papa Wojtyla) o si appesantirà (con costernazione del prof. Sartori) di circa 84 milioni di nuovi individui. All’indice di accrescimento é legato il tempo di raddoppio; se si mantiene stabile l’indice del 2%, il tempo di raddoppio di tutta l’umanità intera sarà di 35 anni. Cosicché nel 2035 dovrebbero esserci sulla Terra 12 miliardi di persone. Se il suddetto indice scenderà dello 0,4/ 0,5% (e questa pare sia la tendenza) il tempo di raddoppio aumenterà a 50 anni; ma secondo l’Onu le nascite diminuiranno più in fretta del previsto: nel 2050 la popolazione della Terra non dovrebbe superare i 9 miliardi.

Gli ultimi dati Eurostat dicono che l’Europa, con i tassi attuali impiegherebbe 120 anni per raddoppiare. Dai 780 milioni di oggi si passerebbe nel 2050 a 810 milioni. Gli aumenti più sostenuti si avrebbero: in Africa che dagli attuali 720 milioni andrebbero oltre il raddoppio (fra 50 anni) a 1 miliardo 530 mila; in Cina che da 1 miliardo 320 milioni passerebbero a 1 miliardo 710 milioni.

Sul finire degli anni sessanta, quando la popolazione si era ormai triplicata, la visione globale dei problemi economici e sociali é tornata al centro di interessi e ricerche: una valutazione delle risorse disponibili, delle potenzialità dello sviluppo tecnico, del grado di inquinamento connesso alla produzione della ricchezza ecc., ha proposto anche la necessità di un controllo della crescita demografica. Secondo Bill Ryan, dirigente del "Population fund" che é un organismo dell’Onu per ridurre le nascite bisogna anche intervenire sul piano dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente e del lavoro fornendo agli abitanti dei paesi più poveri le conoscenze e i mezzi per una loro crescita sostenibile in sintonia con le risorse naturali. Ma soprattutto, sostiene Ryan, per una crescita moderata e armonica della popolazione globale, occorrerà elaborare il modello ottimale dei consumi. Il 20 per cento più ricco del Mondo non può continuare a consumare 66 volte tanto le risorse consumate dal 20 per cento più povero. Fra 30 anni, continua Ryan, 5 miliardi di persone vivranno in agglomerati urbani e circa 40 città avranno 10 milioni di abitanti ciascuna. Nel 2050 il 25 per cento dell’umanità "soffrirà di scarsità cronica di acqua potabile", ed é probabile che compaiano nuove epidemie non meno letali dell’Aids "che in 29 stati africani ha già abbassato di 7 anni la durata media della vita che é ora di 18 anni". Tuttavia, Bill Ryan conclude ottimisticamente la sua analisi: nel 2050 le nascite saranno diminuite di due terzi rispetto alle attuali e la crescita annua di 33 milioni di anime sarà sopportabile se i governi sapranno gestire con razionalità i problemi demografici. In ben 61 stati la popolazione dovrebbe continuare a diminuire perché le nascite sono al di sotto della percentuale di sostituzione che é del 2 per cento.

Tuttavia il problema della crescita della popolazione, in rapporto alle risorse alimentari, idriche ed energetiche disponibili, rimane e desta forti preoccupazioni nelle zone più popolose del mondo che sono alle prese con tale crescita, mentre problemi di altra natura affiorano nei Paesi dove, invece, la popolazione diminuisce ed arretra per effetto della denatalità come in Europa in genere e da noi in particolare.

Essendo l’Italia compresa tra i paesi a rapido declino demografico, mi sembra opportuno concludere queste note riassumendo l’andamento demografico italiano dall’unità ad oggi. Nel 1860 la popolazione racchiusa nei confini del Regno sabaudo, era di 22 milioni 122 mila abitanti (corrispondenti a 26 milioni 328 mila entro i confini dell’attuale Repubblica). Nel 1881 aumentava a 30 milioni. Nel quadriennio ‘81-’85 - con 38 nati ogni 1000 abitanti - registrava il massimo coefficiente di natalità, ma al tempo stesso cominciava una discesa lenta e continua. Nel 1900 contava 33 milioni e settecentomila anime; nel 1920 l’indice di natalità si alzava al 31,8 per mille, ma nel 1927, in pieno regime fascista, cominciava il movimento regressivo che segnava il quoziente di 26,9 nati per mille; nel 1928 nascevano 11 mila bambini in meno nei confronti dell’anno prima, con l’aggravante che il crollo si verifica nelle province dell’Italia meridionale da sempre considerate il vivaio demografico della Nazione. La popolazione italiana dal massimo di accrescimento del 15,2 per cento toccato nel 1915, scendeva al 13 nel 1920 e al 9 per cento nel 1929 per ridursi al 4 per cento nel decennio 1932/41. Mussolini preoccupato adotta provvedimenti per il rilancio demografico: tassa il celibato; premia con 700 lire dell’epoca gli operai che si sposano prima dei 25 anni; istituisce in ogni comune la casa della madre e del bambino e l’associazione delle famiglie numerose nella quale si entra con almeno 5 figli per ricevere cospicui aiuti economici; a 2600 coppie che si impegnano di mettere al mondo altrettanti futuri balilla, offre a spese dello Stato il viaggio di nozze gratuito a Roma; elargisce personalmente a Palazzo Venezia la notevole somma di 5 mila lire (si pensi che lo stipendio di 1000 lire mensili faceva sognare in quei tempi anche in termini canori) alle prime cento madri prolifiche che con 14 parti a testa davano all’Italia 1400 figli della lupa.

Proprio nello stesso periodo, 1936, - lo ricordo per inciso - Stalin in Russia, dopo aver fatto assassinare decine di milioni di contadini, concepisce una pianificazione demografica trentacinquennale per fare della Russia sovietica un popolo di 600 milioni al fine di comunistizzare il mondo intero. Alla lunga il piano fallisce: Breznev nel febbraio del 1980 ne confessa il fallimento e lamenta il crollo delle natalità in tutta l’Unione sovietica che in quell’anno aveva appena raggiunto 271 milioni di abitanti.

Nel 1936 l’Italia oltrepassa i 42 milioni di abitanti; la campagna demografica non ha avuto molto successo, il tasso di accrescimento non si discosta dal 4 per cento annuo, anzi dal 1941, anche a causa della guerra, si dimezza. A sei anni dalla fine del conflitto, nel 1951, si contano 47 milioni e 500 italiani che diventano con il censimento del 1961 50 milioni 600. Gli anni sessanta, che coincidono con il boom economico, sono gli ultimi in cui si registra una crescita demografica al di sopra del 9 per cento: con il censimento del 1976 viene raggiunta la cifra di 56.324.722. Nei primi anni ‘80 con 57 milioni di abitanti giunge la crescita zero a cui siamo tuttora fermi, ma con tendenza a decrescere. Se può esserci di conforto diciamo pure che esistono italiani più prolifici: secondo il TG di Rai 3 del 26/1/2001, ore 14,30, ce ne sono 80 milioni sparsi per i vari paesi del Mondo dalle ondate migratorie protrattesi dal 1876 al 1971.

Quando nel 1980 si registrò la sostanziale parità anagrafica tra natalità e mortalità, a Roma si tenne un convegno sul tema: Crisi economica e declino della natalità dove si sostenne che il calo della natalità é provvidenziale per la risoluzione dei più gravi problemi dei paesi industrializzati: disoccupazione, crisi energetica, inquinamento dell’ambiente, tensioni sociali - si disse - rappresentano lo scotto che il mondo paga per il numero esorbitante dei suoi abitanti. Questa tesi di area progressista fu vivacemente contrastata soprattutto dai tradizionalisti cattolici, allarmati per la crescita zero (definita peste bianca) causata dalle pratiche abortive, dall’uso della pillola e dagli altri mezzi anticoncezionali. Altri sostennero invece, cifre alla mano, che l’Italia con i suoi 188 abitanti per Kmq ha una densità di popolazione che é quasi doppia di quella della Cina (105) e che in 57 milioni procuriamo un danno ecologico equivalente all’insieme dei Cinesi e degli Indiani (oltre 2 miliardi). In quell’occasione, il prof. De Marchi disse che le radici della nostra perdurante criasi socio-economica andavano ricercate proprio nel pauroso squilibrio tra popolazione e risorse del territorio e per ristabilire questo equilibrio suggerì alle coppie italiane di mettere al mondo, magari per una sola generazione, un solo figlio. Per trovare lavoro ai 2 milioni di disoccupati del tempo, l’economista Francesco Forte, allora ministro socialista molto autorevole, insistette pure lui sulla positività della deflazione demografica, ma fu incapace di prevedere la negatività del progressivo invecchiamento della popolazione residua che avrebbe reso insicuro per le generazioni successive il sistema pensionistico. E nessuno fece il minimo cenno alle porte che si sarebbero spalancate all’immigrazione più o meno selvaggia degli anni successivi.

Noi siamo un Paese colpito, come si dice oggi, dalla fertility reduction che probabilmente nel 2050, per eccesso strutturale delle morti sulle nascite, si troverà con una popolazione di 20 milioni di persone, per lo più anziane. La stirpe italica fra cento anni potrà diventare una sorta di riserva indiana. Appena 30 anni fa eravamo un Paese di emigranti, oggi con una rapidità incredibile lo siamo diventati di immigrati provenienti dal Sud e dall’Est del Mondo, quest’ultimi attratti soprattutto dalla nostra TV che pubblicizza realtà inesistenti. Ce ne sono già 2 milioni, di cui 500 mila clandestini che creano infiniti problemi. Inutile chiederne (a volte per giustificati motivi) l’allontanamento, essi sono ormai indispensabili per la nostra economia: fanno innanzi tutto lavori rifiutati dai nostri disoccupati locali; spesso hanno inventiva e spirito di iniziativa: parecchi sono diventati piccoli e medi imprenditori. I dati Infocamere aggiornati a luglio 2000 rilevano 122.400 aziende guidate da extracomunitari che occupano tutti gli spazi produttivi che noi lasciamo liberi e i loro contributi alla lunga serviranno per pagare le nostre pensioni. E poi diciamolo senza finzione: nella nostra Penisola c’é stanchezza, anche fisiologica. L’on. Nicola Cristalli, presidente dell’ARS, in un convegno palermitano disse: "I buoni innesti spesso ringiovaniscono i vecchi organismi e li rendono più vivaci. Noi (Siciliani) che di innesti conserviamo positiva memoria genetica, abbiamo vissuto e conviviamo senza paure e pregiudizi con etnie diverse: impariamo presto a conoscerle, ad apprezzarle, ad integrarle e ad integrarci culturalmente" (Mazzara del Vallo, Piana degli Albanesi). Gli Stati Uniti, per i quali é prevista una ulteriore espansione demografica, sono poi la dimostrazione più significativa della vitalità delle società multietniche soprattutto sotto l’aspetto economico e culturale.

Il problema dell’immigrazione non va quindi eccessivamente drammatizzato, ma affrontato con pragmatismo come fanno il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, la stessa Svizzera che ospita 1 milione e mezzo di stranieri, la Germania Occidentale, l’Austria e il Belgio che nelle fasi di forte espansione economica, non hanno avuto mai problemi per colmare i vuoti determinati dalla mancanza delle nascite perché hanno aperto le porte all’immigrazione che ha funzionato e funziona come valvola di scarico per i paesi economicamente sottosviluppati che quasi sempre sono anche sovraffollati.I suddetti Paesi dove si registrano fenomeni decrescenti di popolazione sono disposti alla cooperazione pacifica tra residenti ed immigrati allogeni, tant’é che viene favorita l’integrazione culturale, e non impedita quella razziale.

Noi che abitiamo l’emisfero nord della Terra abbiamo avuto la fortuna di essere stati favoriti dalla tecnologia che - dice il prof. Sartori - "ci consente di vivere e di sopravvivere in modo innaturale" (MA ABBASTANZA BENE n.d.r.) perché dovremmo fermarla? Perché negare a quelli dell’emisfero sud igiene, sieroprofilassi, antibiotici, antisepsi, geriatria, diminuzione della mortalità infantile, progressi della medicina e della chirurgia, stabilità di rifornimento alimentari e di sicurezza individuale e collettiva? Per non farli vivere come noi oltre i 75 anni? Perché il numero dei nati morti superi sempre quello dei nati vivi? Il prof. Sartori che é uno scienziato, o quasi, dovrebbe essere meno egoista ed avere più fiducia nella scienza, (che ha già scoperto il genoma del riso, presto sarà la volta del grano, con possibilità nutrizionali impensabili) che avrà la capacità di rendere compatibile alle risorse disponibili l’incremento globale della popolazione modiale nel rispetto assoluto delle norme morali e dei principi religiosi di ciascun popolo.