Un’autobiografia intellettuale: SALVATORE COSTANZA, L’ASTUCCIO SICULO*. di Gabriella Portalone

Salvatore Costanza, già redattore e corsivista de L’Ora, quindi docente universitario di Storia ed Ecostoria, attualmente presidente dell’ISRI di Trapani ed Ispettore onorario della Regione siciliana per i Beni bibliografici, dall’alto di una lunga esperienza di studi, pubblicazioni, insegnamento ed impegno politico, ha voluto ripercorrere, in questa sua ultima fatica letteraria, il suo itinerario intellettuale, dai primi interessi giovanili fino al disincanto della maturità; itinerario che è anche un percorso di vita vissuta nella quale ha sempre coinciso l’impegno culturale con le esigenze della lotta politica.

Al socialismo liberale e, in un certo senso, romantico era stato iniziato dal padre, di cui ricorda l’utopia che coinvolgeva sentimenti e razionalità, l’orgoglio per la fede libertaria mescolata ad una sorta di evangelismo che trovava il suo strumento di persuasione nei comportamenti ispirati ad un profondo senso morale e all’etica del dovere .

D’altronde negli anni tra il ’48 e il ’53, gli anni del centrismo, in cui la DC e la Chiesa apparivano i novelli demiurghi della ricostruzione italiana, imponendo il loro potere anche ai più restii, pronti, poi, una volta fiutata la direzione del vento a " rivoltarsi la giacchetta" per " galleggiare comunque come il sughero", i giovani intellettuali aderirono al marxismo che, attraverso iniziative varie, cineclub, spettacoli d’avanguardia, circoli letterari, cercava di mobilitare gli ambienti più sensibili verso la cultura di sinistra che appariva, peraltro, l’unica capace di costruire un collegamento con la realtà sociale circostante. Infatti fu proprio quello della civiltà contadina il mito vagheggiato in quel periodo dagli intellettuali marxisti.

Lo storico trapanese rivisita pubblicamente le tappe fondamentali della sua vita intellettuale e politica rileggendole alla luce della razionalità data dagli anni e dall’esperienza, nonché all’ombra delle delusioni e della sfiducia determinate dalla cosiddetta caduta delle ideologie che, per i più pessimisti, coinciderebbe con la fine della storia.

Queste pagine, scritte con una penna intinta nell’amarezza delle illusioni perdute, ma anche nella dolce malinconia dei ricordi nostalgici, ci danno il ritratto di un intellettuale laico fedele fino alla fine ad un socialismo liberale, in nome del quale si sottrasse sempre alle lusinghe e alle pressioni di un partito comunista che, ligio alla lezione di Gramsci, quasi un novello Principe, fin dalla fine degli anni ’50, avrebbe voluto dominare tutte le espressioni culturali della sinistra intellettuale italiana.

L’Astuccio siculo nasce come premessa alla Storia di una città mediterranea, da Costanza recentemente pubblicata, premessa che avrebbe avuto la funzione di spiegare al lettore come sarebbe stato difficile svincolare l’opera dalla storia personale dell’autore, essendo essa frutto di un continuo intrecciarsi di esperienze e di idee ed essendo stata segnata dai condizionamenti politici, particolarmente sensibili nella vita pubblica siciliana dell’ultimo cinquantennio.

Una tale spiegazione, tuttavia, occupava tanto spazio che apparve opportuno pubblicarla come un saggio a se stante che è diventato, peraltro, un’autobiografia intellettuale, impreziosita dai disegni di Giovanni Valfrè, che Simone Gatto ha argutamente definito " un artista più propenso a interrogare se stesso che a rivolgersi all’interlocutore".

L’autore denunzia i condizionamenti che alla cultura furono imposti dagli ideologi marx/leninisti, pronti a censurare ogni forma di rivisitazione storica di temi particolarmente cari al partito, come per esempio le problematiche sul movimento contadino, analizzato alla luce delle nuove teorie sociologiche tanto invise allo storicismo marxista.

Fu la violenta repressione sovietica di Budapest a determinare, soprattutto nei più giovani, una forte crisi ideale che spinse alcuni ad abbandonare la sinistra ed altri, fra cui lo stesso autore, a trovare una nuova idea della storia attraverso i dubbi e le incertezze che il dogmatismo marxista aveva determinato.

A tale disordine intellettuale, causato da fatti di portata internazionale, si aggiunse la difficoltà a dover mediare tra l’acceso patriottismo ridestatosi con le celebrazioni del centenario dell’Unità, tra il ’60 e il ’61, la nuova ondata di imponente sicilianismo portata dall’esperienza milazzista in Sicilia e l’analisi, in chiave revisionista e dissacratoria, del Risorgimento, fatta dal grande Maestro Virgilio Titone nel Congresso di Studi celebrato a Palermo nel 1960.

L’autore, in un articolo su L’Ora, intitolato significativamente Le coppole di Garibaldi, mediava fra le opposte interpretazioni del Risorgimento in Sicilia, rifacendosi anche al realismo di Rosario Romeo e, dopo aver prosaicizzato l’epopea risorgimentale, mettendo in evidenza il netto divario tra realtà e aspettative per il popolo siciliano, sottolineava altresì, l’importanza che in quell’occasione ebbe, comunque, la partecipazione popolare: "(...) Sono stati i fattori coincidenti del genio militare di Garibaldi e del favore popolare che permisero alla spedizione partita da Quarto il 5 maggio 1860, di non subire la stessa malaugurata sorte toccata a Carlo Pisacane."(p. 35)

.Anche riguardo alla mafia Costanza enunciò una sua interpretazione che si staccava dagli stereotipi storiografici correnti e che più si avvicinava all’acuta analisi del socialista Simone Gatto. La mafia, secondo tale interpretazione, non era qualcosa di atavico e di genericamente connaturato nel DNA siciliano, era bensì determinata da fattori che "(...) risultano in gran parte contrassegnati dalla mediazione attuata dalla mafia all’interno dei rapporti di proprietà e del sistema di potere instaurato in Sicilia con l’avvento dello Stato unitario.

Appare in tal modo acquisita alla conoscenza del fenomeno mafioso un’interpretazione non arbitraria, di tipo meramente sociologico o, peggio, folcloristico, ma storica e politica, che in Simone si accompagna ad una chiara enucleazione, in chiave dorsiana, del problema meridionale, alla luce del quale va individuato il ruolo della classe dominante" ( p. 38).

La profonda amicizia e devozione che lo legava al socialista Gatto, non impedì tuttavia che il Costanza, proprio per la sua mai sopita indipendenza intellettuale, si trovasse con lui in disaccordo circa l’apertura dei socialisti ai cattolici che riteneva portatori di una sorta di trasformismo, quasi innato alla loro formazione politica.

La fine degli anni cinquanta portò in Sicilia una violenta ventata di novità e di rivalutazione dell’autonomismo, anche se in chiave sicilianista, con l’Operazione Milazzo. Proprio del ruolo assunto dal PCI in tale operazione, Costanza dà un giudizio schietto quanto tagliente, sostenendo che la partecipazione comunista al governo di dissidenti democristiani, missini e monarchici, non fu certo dovuta alla necessità di condividere le stesse cose pur da barricate opposte, come aveva dichiarato Togliatti in un famoso comizio palermitano, bensì ad un’abile strategia politica mirante e ritardare l’accordo tra DC e socialisti che avrebbe portato, con la formula di centrosinistra, all’emarginazione del PCI.

Il fallimento del tentativo di Milazzo e il varo in Sicilia del centrosinistra, secondo le direttive imposte da piazza del Gesù e via del Corso, suscitò polemiche e dibattiti alcuni dei quali si concretizzarono in veri e propri convegni di studi, come quello convocato nel ventennale dello statuto regionale: Incontro degli autonomisti siciliani. In tale occasione l’autore assistette allo scontro tra due uomini della sinistra siciliana, Paolo D’Antoni ispirato al regionalismo sicilianista di Nunzio Nasi e Simone Gatto assertore di un autonomismo che si inserisse nella prospettiva più generale della redenzione economico - sociale del mezzogiorno: "(...) I due uomini politici, da posizioni diverse, rappresentavano la "coscienza critica" di una Sinistra laica e radicale al tramonto. Seguendo i lavori di quel Convegno mi resi conto, infatti, che il bilancio da loro tracciato aveva piuttosto il tono di un epicedio, poiché era ben chiara la consapevolezza che, se la breve stagione milazzista aveva chiuso il periodo delle "consorterie" sicilianiste, ne aveva aperto un altro dei compromessi di palazzo".(p.43)

Il fallito tentativo milazziano di dare maggior vigore all’autonomia, comportò il disincanto di molti intellettuali che in essa avevano creduto e l’esodo degli stessi dall’isola. All’emigrazione operaia e proletaria si accompagnava, dunque, l’emigrazione intellettuale.

Furono quelli gli anni della pubblicazione del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, già stroncato dalla critica marxista, che diede la stura ad una serie di dibattiti e di scritti contro le mistificazioni storiografiche del Risorgimento siciliano, fra cui il saggio di Sciascia Cavalcata di un secolo per la Sicilia letteraria, saggio violentemente polemico, conformemente alla vulgata marxista - leninista, nei confronti dell’interpretazione di Gentile sul Tramonto della cultura siciliana, come conseguenza dell’Unità.

A Sciascia, che sosteneva la tesi del persistere nella storia di un’anima culturale siciliana, Costanza, distanziandosi dalla linea culturale larvatamente sicilianista assunta dal PCI, ribatteva:

"(...) Un dato di fatto da cui non si può certo prescindere, e che dovrebbe almeno indurre all’abbandono di una certa compiaciuta insistenza nel concetto di "nazione siciliana", è nella considerazione della profonda differenza tra una concezione "aristocratica" della vita, propria degli intellettuali siciliani della prima metà dell’Ottocento, e gli altissimi valori umani che esplodono nella stagione letteraria dei Verga e dei Pirandello (...); né si riesce a capire come l’anima della Sicilia sia passata incontaminata attraverso il crogiolo degli anni, laddove è invece evidente riscontrare per essa, e proprio a partire dall’Unificazione, gravi cesure e profonde lacerazioni. In verità un "tramonto" di un certo tipo di cultura, che esprimeva un sentire rimasto estraneo al flusso delle idee e delle aspirazioni degli strati sociali inferiori, indubbiamente ci fu e senza speranza di nuove aurore"(pp. 45-46).

Travolto dall’euforia che negli ambienti di sinistra avevano determinato gli "sconvolgimenti" del ’68, l’autore si fece coinvolgere in un circolo di giovani intellettuali, provenienti anche da esperienze politiche diverse, allo scopo di occuparsi, alla luce dei recenti eventi e delle nuove idee, della politica cittadina. Il gruppo diede vita ad una rivista "Cronache di Sicilia" che immediatamente, tuttavia, incontrò il disappunto di coloro su cui gli intellettuali trapanesi maggiormente contavano per una svolta politica e culturale del comprensorio: i comunisti. Un funzionario di partito bocciò il contenuto di un articolo in cui si stigmatizzava la classe politica siciliana, senza ricordare l’apporto rivoluzionario che in Assemblea avrebbe dato il partito. Le continue critiche dell’apparato comunista convinsero ben presto, anche i più ingenui, di quanto fosse inutile tentare una qualsiasi iniziativa culturale svincolata dalle logiche di partito.

Nel libro passano le immagini vivide di grandi politici ed intellettuali del passato che con Costanza furono spesso a contatto per il comune sentimento ideologico e che ci dimostrano come sempre più raramente in Italia l’onestà intellettuale possa coniugarsi con l’attività politica. Ricordando uno dei suoi maestri, Lelio Basso, la cui scomparsa aveva acuito vieppiù la sua solitudine e lo smarrimento ideologico, l’autore ricorda le sue confidenze sulle lotte da lui sostenute all’interno del partito per svincolarsi da ogni condizionamento: "(...) Tu sai che per anni, imperante lo stalinismo, sono stato costretto quasi completamente al silenzio (scrivevo in riviste straniere) e a tal segno additato all’odio del Partito che persino gli stessi compagni deputati non osavano neppure salutarmi." Ma nonostante tali umiliazioni si diceva sempre pronto a ricominciare la lotta politica anche se, in un paese come l’Italia, essa assumeva la valenza di una vera e propria "tela di Penelope". (p.64)

Dai ricordi balza anche la figura, simile a "un fauno sbalzato dalle cave di Cusa", di Carlo Levi incredibilmente attratto da quella civiltà contadina che avrebbe immortalato nel più famoso dei suoi libri Cristo si è fermato ad Eboli, civiltà da lui considerata come "la forza intatta e prodigiosa di un mondo primitivo che, nella disgregazione sociale della realtà meridionale, ne costituiva l’unica istanza di coesione morale"(p. 66)

Il contatto con Levi e con Luigi Russo, noto critico letterario siciliano, profondo conoscitore della produzione manzoniana, candidatosi al Senato nel ‘48 nel collegio di Trapani nelle file del Fronte Popolare, fece comprendere a Costanza quanto deludenti fossero per la massa i comizi di tali intellettuali, comizi ai quali i più partecipavano esclusivamente per il prestigio del nome. Russo, fortemente raccomandato da Togliatti e piazzato nel collegio di Trapani che, per il tradizionale laicismo della popolazione, appariva pressocchè sicuro, malgrado fosse il rappresentante della cultura umanistica, dello spirito laico e libertario ed apparisse come un crociano discolo e un eretico del marxismo, venne sonoramente sconfitto dal responso delle urne.

Tali intellettuali, infatti, si mantenevano elevati in un mondo fatto di sogni, ideali e poesia, tanto da esprimersi in maniera talmente astratta da apparire agli occhi del popolo, attirato solo dalla concretezza e dall’idea di progresso coniugata con quella di sviluppo economico , quasi dei veri bestemmiatori.

Così avvenne a Bronte, quando Carlo Levi scandalizzò l’uditorio affermando, paradossalmente, che le autostrade "servivano a chiudere in enormi riserve i contadini del Sud, e per questo rassomigliavano un po’ alle muraglie cinesi, costruite però per difendere il popolo della pace celeste dalle incursioni dei mongoli. Un milanese che voglia venire a Catania percorrendo l’autostrada non entrerà mai veramente nella vita e nel tempo delle nostre comunità contadine, perchè nessun rapporto di interesse, nessuna occasione di viaggio lo legherà ad esse" ( p. 69).

Dai ricordi nostalgici del suo percorso politico e del suo impegno sociale, emerge possente anche la figura di Giovanni Falcone con cui forti legami ideali erano nati durante l’attività da quest’ultimo svolta alla Procura di Trapani nella metà degli anni ’70. Di lui l’autore ricorda non solo il comune sentire e il condiviso impegno antimafia, ma la discrezione e la delicatezza dimostrate nel non voler dare l’impressione di usare le conoscenze storiche e locali dell’amico per avvalersene nella sua attività di giudice.

Amareggiato da un mondo che dà sempre meno peso agli ideali ed è sempre più condizionato dalle apparenze, Costanza decide di trovare rifugio e conforto nei suoi studi come gli umanisti trovavano esempio e ragione di vita nella lettura dei classici.

Sprezzante, ma quanto mai rispondente alla realtà, la sua definizione dei club service, impalcature di ipocrita solidarietà sociale che mascherano profondi desideri di rivalsa o di settarismo "curiose ‘accademie d’onore’ formate da professionisti, magistrati, uomini politici e proprietari terrieri, i quali si fregiano di una nomenclatura dai frigidi richiami anglosassoni. Un associazionismo americano e fordista di maniera, consorte ed unanimistico, dissuasivo ed ammiccante, che ha soppiantato i casini dei civili dove conveniva in passato il fior fiore della borghesia paesana. Poiché oggi le rendite non vengono più sugli scudi della nobiltà, ecco che i nuovi civili si adeguano ai bisogni del sottobosco politico disponendosi strategicamente vicino alle fonti da cui emana il potere, nella ricerca del successo o del guadagno, o anche soltanto di uno sterile quietismo ammantato di zelo beneficatorio" (p.147).

Il leit motiv del lavoro di Salvatore Costanza è, a parer mio, la solitudine, solitudine non in senso metafisico e collettivo come in Sciascia che con il suo termine sicilitudine mirava a dipingere l’immagine di tutto un popolo incatenato ai fantasmi del passato e incapace ad adeguarsi al presente. In Costanza la solitudine è il sentimento di isolamento proprio dell’intellettuale che vuole rimanere coerente ai suoi ideali senza subire contaminazioni di carattere politico o compromissioni di qualsiasi genere. Un uomo di tal fatta, dopo aver percorso una vita segnata dalla lotta per imporre la propria libertà, decide, ormai stanco, deluso e sfiduciato, di trovare la sua strada e il suo conforto nello studio di un passato comune a tutti da cui non sempre gli uomini traggono insegnamenti per il presente.

NOTE:

* Un percorso intellettuale tra politica e storia, Società Trapanese per la storia Patria, Trapani, 2001.