L’ontologismo rivoluzionario nella Logica di Benedetto D’Acquisto di Antonio Fundarò

Introduzione

Benedetto D’Acquisto(1), monrealese illustre, manifestò, da giovanissimo, grande passione per lo studio; ancora sedicenne entrò, a Palermo, nell’Ordine dei Frati Minori riformati, dove compì, prima, gli studi superiori di Filosofia e Teologia e poi, divenne insegnante nello stesso convento.

Laureatosi in Filosofia a Palermo, insegnò, tale disciplina, al Collegio San Rocco, di questa Città.

La grande ambizione, l’amore profondo per gli studi, la voglia di farsi conoscere, di farsi apprezzare e, principalmente, di dare un contributo all’ analisi dei nuovi rapporti nella scienza, portò il monrealese D’Acquisto a cimentarsi al pubblico concorso quando si rese vacante la Cattedra di Filosofia, nel 1833, presso la Regia Università degli Studi Di Palermo.

Assieme a lui si presentarono Salvatore Mancino, che fu poi vincitore, e Vincenzo Tedeschi Paternò Castello.

In quell’occasione il D’Acquisto pubblicò la prima parte degli Elementi di filosofia fondamentale, contenente l’esposizione della psicologia come "analisi dello spirito umano"; grazie anche al giudizio che espresse la commissione esaminatrice di Napoli, ebbe modo di farsi ammirare ed apprezzare, anche se la scelta della Commissione cadde sul Mancino.

"Dall’esame maturo e coscienzioso degli scritti risulta essere il D’Acquisto il filosofo, il Mancino, invece, il professore" scriveva la Commissione.

In effetti, il D’Acquisto fornì prova, cosa che si può riscontrare in tutte le opere che ha lasciato, di ricorrere a concetti ed a svilupparli, in maniera tutta propria, senza necessariamente dovere ricorrere a perfezionismi stilistici, spesso formali e assai poco sostanziali(2).

Seguì, come appare evidente da una lettura delle opere pervenute, l’indirizzo eclettico, sviluppando i princìpi della Scuola di Monreale cui si riallaccia idealmente, con frequenti risonanze cartesiane e della scuola francescana.

La carica umana e filosofica del D’Acquisto ritornò con più forza in occasione del concorso, poi da lui vinto, nel 1836, per la Cattedra d’Etica e di Diritto Naturale della Regia Università degli Studi di Palermo.

Mantenne la cattedra fino al 1858, anno in cui venne eletto arcivescovo; ad essa dedicò tutto se stesso, le sue migliori energie intellettuali che gli valsero anche di essere chiamato alla vice presidenza dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo dal 1850 al 1858.

Anche in quell’occasione, ci riferiamo al superamento del Concorso a Cattedra, la memoria estemporanea presentata, Diritto e Dovere del nostro perfezionamento, mostrò alla Commissione ed al mondo scientifico, la profondità filosofica del D’Acquisto, e gli apprezzamenti furono unanimi.

Docente, Arcivescovo della diocesi di Monreale dal 1859 (primo monrealese nella storia della Città), erudito contemplativo, riuscì a dare apporti notevoli alla speculazione filosofica, risultando, peraltro, originale, innovativo e pieno d’attenzione per il concetto di "Uomo"; concetto che ebbe la cura di analizzare, non solo sotto l’aspetto filosofico – speculativo, ma anche sotto quello psicologico, tanto da fargli meritare la fama di "antesignano" di quella psicologia moderna che fu, poi, elaborata nel corso del diciannovesimo secolo.

Egli fu un ontologista ed ebbe posizioni che richiamarono molto Miceli e Gioberti.

La filosofia del D’Acquisto, procede per tappe, e queste sono riscontrabili valutando in profondità le parti in cui egli compie gli "Elementi di Filosofia fondamentale", composti dai due volumi di "Psicologia o Analisi delle Facoltà dello Spirito Umano", editi nel 1835, dal volume della "ideologia o Trattato delle Idee", pubblicato nel 1837 e dal quarto volume "Organo dello scibile umano o Logica", lasciato inedito dall’autore, poi messo alla luce nel 1871 (stampa presso la Tipografia e Ligatoria di Francesco Roberti) per cura dei nipoti, i fratelli Filippo e Matteo Lorico(3).

Il punto di partenza speculativo, da cui prese le mosse il filosofo, è di carattere psicologico, anche se l’obiettivo cui mirava era l’identificazione del problema psicologico col problema ontologico.

Egli è l’autore di una concezione che si caratterizza, filosoficamente, in una posizione a carattere prettamente ontologistico.

Egli pone, nella conoscenza, il fondamento teorico della conoscenza scientifica e per quanto riguarda l’origine delle idee esse sono divise in sensibili, concernenti il mondo materiale, intellettuali, relative al proprio essere, e in necessarie, che riguardano Dio, pur essendo però, sempre, coesistenti simultaneamente nello spirito umano.

A queste, D’Acquisto aggiunge le idee di rapporto, che analizzeremo oltre, le quali forniscono la possibilità di formulare giudizi e ragionamenti.

Egli considera, dunque, il processo conoscitivo, in cui la coscienza riconosce la propria esistenza, nella sua concretezza dell’atto unitario della percezione sensibile e nell’universalità dell’unità consapevole dell’atto cosciente, approdando, in ultima analisi, ad una concezione speculativa qualificabile come "onnicentrismo", in base alla quale tutta la nostra conoscenza vive nella coscienza per la circolarità dell’intelligenza, che comprende tutta l’esperienza sensibile nell’atto cosciente, in equilibrio tra i due poli dell’individualità e dell’universalità.

Il percorso speculativo del filosofo si completa nella "Logica", che rappresenta l’opera principale attraverso la quale il D’Acquisto porta a fondamento il principio cardine su cui costruirà tutto il "Sistema della scienza universale".

Ci riferiamo al principio ontologico dello "Assoluto Creante" che è ragione del conoscere; cosicché, per esso, l’atto logico "ha una capacità universale, ed una forza comprensiva che si estende ed abbraccia tutto che è"(4); e di più perché, in ogni percezione, raziocinio, giudizio, si trova la "è" potenziale, la "è" attraverso la quale il D’Acquisto porta a cognizione i tre elementi, cioè: "l’elemento psicologico della potenza intelligente; l’elemento ontologico dell’obbietto inteso e l’elemento logico nella forza che li connette e nella sua unità li riassume e li rappresenta"(5).

Quest’atto logico che riesce a tenere stretti assieme, nella sua unità, il soggetto e l’oggetto, è da individuarsi come fondamento reale della cognizione, riuscendo, così, a schivare l’idealismo ed il vuoto nominalismo di certi sistemi filosofici.

A rendere importante questo quarto volome degli "Elementi di filosofia Fondamentale", dedicato alla logica, basterebbe sola la teoria della genesi e della natura della ragione umana trattata nel Capitolo uno, che è, pur sempre, una conferma del principio ontologico, la vera ragione dell’induzione non volgare, ma scientifica, quale pare essere stata nell’intendimento d’Aristotele e poi di Galilei.

Nella teoria ipotizzata dal D’Acquisto, "i fatti, le leggi, ossia i principi e l’assoluto formano i tre elementi dell’umano pensiero, ed insieme i tre gradi successivi della sua empirica manifestazione; ed ogni idea, ogni concetto umano, come del pari ogni oggetto, li contiene tutti, e li rappresenta.

La legge è la ragione del fatto, e l’assoluto è la ragione della legge, né il fatto, né la legge sono i termini del pensiero, ma è l’assoluto per via del fatto e della legge"(6).

Questa è la filosofia della logica di D’Acquisto, sulla quale vanno ordinate le altre verità logiche che fanno la così detta Arte Logica, o, meglio dialettica.

Al fine di agevolare l’intelligibilità e la fruibilità della ricerca abbiamo diviso il lavoro in cinque parti coincidenti con la struttura data dal Nostro Filosofo alla sua speculazione.

Nella prima parte, "I Principi preliminari alla logica", abbiamo analizzato le quattordici nozioni che il D’Acquisto ha ritenuto fondamentali e predittivi al lavoro stesso.

Nella seconda parte, "Della induzione", abbiamo esaminato i concetti di induzione, di giudizio, di legge e l’idea di genere e di specie.

Nel terzo capitolo, "Della deduzione", abbiamo posto l’accento sul principio di raziocinio, della sua materia, della sua forma, dell’identità materiale e formale.

Nel quarto capitolo, "Della Argomentazione e delle diverse sui generi", abbiamo esaminato lo studio del raziocinio orale e scritto: ossia l’argomentazione ed i suoi diversi modi e forme (sillogismo, entimema, epicherema, sorite, dilemma, esempio, analogia).

Nell’ultima parte del presente lavoro, il quinto capitolo, "Del metodo", abbiamo trattato i diversi tipi di metodo analizzati dal D’Acquisto: analitico, sintetico, scolastico.

In conclusione abbiamo voluto inserire un piccolo excursus sulla storiografia contemporanea che si è occupata del nostro filosofo.

Cercheremo di dimostrare la grandezza dell’opera di D’Acquisto, che oggi, a buon ragione, è considerato uno dei più grandi e benemeriti studiosi siciliani del Risorgimento che, prendendo le mosse dalla metafisica del suo Maestro Miceli, la supera ingrandendola e raggiungendo uno sviluppo del tutto personale, accostandosi con forme proprie all’ontologismo, molto in voga ai suoi tempi.

Infatti, il D’Acquisto tende a dare importanza determinante all’ontologismo, che è la più famosa delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio.

1. La logica e i principi preliminari

L’Introduzione della Logica del D’Acquisto, benché sembri non uscire dalle vie segnate alla logica di Aristotele e degli Scolastici, trova quanto, oggi, si richiede ad un Trattato che voglia rispettarsi, quando si dice "La logica vi è scritto, ha la sua derivazione dal greco logoV che in latino si traduce in "verbum", cioè parola, discorso, perché essa nella sua essenza non è che l’atto vivo che prorompe dalla virtù ragionevole dello spirito umano, che con la sua unità abbraccia e trascorre dalla quale emana all’obietto che lo fa nascere; essa primamente distingue ed unisce questi due termini, i quali possono considerarsi come due sillabe fondamentali che connette l’atto logico"(7).

Il primo Capitolo dell’opera, "Nozioni preliminari attinenti alla logica", è composto da 14 capoversi contenenti i principi fondamentali che sottostanno alla logica e che permettono una migliore comprensione dell’opera del D’Acquisto.

Il Filosofo, partendo da un’elencazione numerica, che ora riporteremo fedelmente, delle nozioni preliminari alla logica, tratta poi, analiticamente ed in maniera sintetica, le stesse, indicando, di volta in volta, le eventuali perplessità o le analogie con le teorie elaborate dai suoi predecessori.

In queste nozioni preliminari, come in tutta l’opera, il D’Acquisto dà un’impostazione onnicentrica del problema gnoseologico, attribuendo un significato legittimo e, in altre parole ontologico, all’identità dell’io individuale con l’io trascendentale, con la conseguente unità reale d’intuizione sensibile e d’intelletto.

Quest’intuito intelligente contempla per il D’Acquisto la creazione divina, presente in atto nella sensazione, anche la più elementare, che contiene in un nesso ontologico indissolubile "tutta l’umana vitalità e tutte le verità i germe", unite nell’individuo senziente coll’intuito dell’azione creatrice dell’Essere assoluto.

In ciò il D’Acquisto accoglie in buona sostanza i principi ispiratori delle filosofie spiritualistiche di Antonio Rosmini e di Vincenzo Gioberti(8).

E’ evidente l’influenza dell’insegnamento del Rosmini per quanto riguarda, anche, la teoria del "Sentimento Fondamentale", elemento essenziale della personalità umana capace di consentirle di trascendere la sensibilità per le modificazioni apportate dai sentimenti particolari(9).

In tutta la sua opera il D’Acquisto pone nella coscienza le ragioni della certezza della conoscenza; per lui, la coscienza, a differenza dei sensisti e dei psicologisti, è il sapere ed "essenza del sapere, considerato nel suo profondo e vero concetto, è il raddoppiare se è tutto ciò che sa raddoppiando se stesso; perciò la coscienza non crea ma vede ciò che riflette, sa ciò che raddoppia sapendo se stessa"(10).

In tutta la sua opera il D’Acquisto ricerca il soggetto e le ragioni della certezza della conoscenza umana, la natura, l’origine e la distinzione dei sentimenti e delle Idee, lo strumento di queste, in altre parole il linguaggio, ed infine, la causa degli errori.

Nel classificare le nozioni preliminari alla logica pone come prima la seguente: "L’è necessario e primitivo, che si manifesta nel sentimento fondamentale dell’esistenza dell’uomo, contiene implicitamente in se i germi delle prime verità universali"(11).

La forza logica manifesta la sua operosità nell’atto radicale e vivo "è", "in cui si trovano complicati la potenza, l’obietto ed il nesso, che unisce la potenza all’obietto"(12). Infatti, la potenza non può dire "è" senza intuire l’obiettivo e l’obiettivo, per suo canto, non può essere intuito se esso non è.

Questa è, per Benedetto D’Acquisto, la base della logica, che rappresenta, com’egli stesso la definisce, un principio supremo ed evidente nella sua universalità.

E’ "subiettivo" in quanto viene ad esprimere "la infallibile veduta della potenza intelligente; ma esso non potrebbe avere esistenza nella stessa potenza senza l’obietto"(13) sia esso reale che supposto.

La seconda nozione recita così: "L’affermazione "è" contiene in sé tre identità ed essa è la suprema astrazione di tutto ciò che è".

Questo principio è l’espressione naturale e genuina della verità e perciò infallibile. Per il D’Acquisto questo principio ha la sua prima radice nell’è trascendente, contenuto nel sentimento fondamentale, che è comprensivo delle due identità, quell’assoluta e quella condizionale, di cui la prima è semplice ed identica "perché risulta da due estremi semplicissimi ed identici riuniti in un sol atto logico qual è quello della potenza che nella sua veggente identità contiene forse le sue identità dalle quali risulta"(14).

Quest’atto universale afferma nella sua forza l’obiettivo è, la potenza è, l’atto è; e nell’obiettivo forma tutti gli obiettivi possibili, in modo che nulla può stare fuori di questo principio.

Non meno importante appare la cementazione del filosofo monrealese sul terzo principio, ossia sul "Primitivo esercizio della forza logica e sua vera origine".

La logica divina può considerarsi, secondo il D’Acquisto, come atto creativo di tutto l’universo, che si bipartisce, dando origine a due prodotti "la potenza intelligente, ed il mondo con cui la potenza ha un nesso reale e contingente. Or l’Io che riunisce in unità di sintesi reale tutti questi elementi ed i loro nessi e ne forma una sintesi riflessa ed umana; in questo atto … consiste la logica e la sua vitale funzione"(15).

L’atto di cui parla il filosofo che è l’operatore logico identico e comprensivo si comprende il principio ed il germe di tutta la astrazione della funzione della logica riflessa, naturale e scientifica, ed in esso si contengono le cagioni di tutte le distinzioni reali e logiche.

"Come lo spirito viene in conoscenza dell’essere in genere cioè della verità" è il quarto principio analizzato, al Capo uno.

Per il D’Acquisto la suprema azione nello stato umano è il riflesso della massima e suprema realtà "della quale è astrazione intuitiva dalla intelligenza umana nel fondo del suo essere"(16).

Questa suprema astrazione, rispondente all’intuizione della suprema realtà, è il piano universale dove la forza logica con la sua vitale funzione disegna l’albero enciclopedico che dalla terra s’innalza sino al cielo "donde esso ha la radice reale e concreta"(17).

Da questa realtà comincia l’immensa verità degli esseri umani nell’universo, ed in ogni essere si trova la stessa identica azione producente.

Si ha, per il filosofo, una sintesi tra i due atti, quello del creatore e quello, identico, dello spirito umano che riflette tutti gli esseri dello stesso universo. Quest’atto trova in se stesso tutti i germi dello scibile umano.

"Non si dà sviluppo senza disposizione" è la quinta nozione preliminare attenente alla logica. Per il D’Acquisto la funzione della logica permette di passare da una verità nota ad un’altra ignota perché "la è connessa, a formare idee generali che divengono tipi di altre verità, e da queste dedurre altre verità particolari"(18).

La logica è un mediatore che ci permette di sviluppare, estendere ed applicare la verità per la conoscenza di altre verità.

L’identità è lo strumento, di cui si serve la logica in tutte le operazioni, tanto nella formazione dei princìpi, quanto nel dedurre, dagli stessi, principii; è il criterio e la norma assoluta di qualunque operazione logica.

Questo è quanto sinteticamente asserisce il Nostro in "Si dà un principio supremo cioè dell’identità,(…), sotto questo criterio la forza logica si separa in tre modi inventando, inducendo, deducendo"(19).

Per il D’Acquisto la forza logica sviluppa tre operazioni: "la prima si dà quando da un attributo conosciuto passa ad un incognito; la seconda quando da un individuo a più individui passa ad un concetto grande; la terza quando dal genere passa al particolare" (20).

Da quanto detto appare chiaro come il raziocinio, ossia il ragionare, debba risultare, inventivo, induttivo, deduttivo.

"Generazione dei primi principi" è la settima nozione sulla quale si sofferma in fase preliminare il D’Acquisto nel suo Quarto Libro.

"Quando lo spirito umano dice è in esso si trovano virtualmente compresi il principio d’identità come espressione di verità, il principio di contraddizione come eliminazione dell’errore, il principio di sostanza come sostegno di consolidità come produttivo dei suoi effetti, talchè l’è esprime l’atto che intuisce e contiene in se questi principi fusi ed uniti dalla sua esistenza"(21).

La logica, quindi, non produce questi principi, perché non ha la forza di creare, ma li intuisce nella profondità dell’essere e li sviluppa.

La radice prima e suprema di questi principi la vede, con l’intensità del suo sguardo, nell’azione assoluta per la quale essa, intelligenza, esiste, ad intuendola, la intuisce essere assoluto ed immenso, verità assoluta che ripugna l’errore, assoluta causalità di tutti gli esseri e di tutti i loro modi possibili.

In definitiva, per il filosofo, la prima radice di questi principi razionali è la risposta nell’azione assoluta producente.

"I primi principi sono necessari ed assoluti come il principio d’identità dal quale sono generati" afferma D’Acquisto, perché sussistono ed emanano dall’essere assoluto e necessario. Essi sono coordinati e dipendenti l’uno dall’altro, giacché, come afferma il filosofo, "l’essere è ciò che è"(22), l’essere sostiene i modi con i quali è legato; l’essere col suo modo è principio produttivo dei suoi effetti con i quali è connesso.

"Or questi principi sono le basi su cui poggiano tutti i ritrovati, le induzioni e tutte le deduzioni possibili; sono gli strumenti necessari per i quali la logica esegue indi tutte le sue svariatissime operazioni al trovamento della verità in tutte le sue diverse trasformazioni ed apparizioni"(23).

"I Primi principi risultano da una doppia identità" una soggettiva, l’altra oggettiva: la prima è intuente, la seconda intuita.

Queste due identità, secondo il D’Acquisto, divengono una sola identità nell’atto vivo dell’identità intuente, la quale forma con la sua forza il principio universale "è", il quale nella sua estensione ha il supremo grado di evidenza e di generalità, perché è espressione diretta della verità.

Il filosofo si chiede, però, "in virtù di Che?"

In virtù della stessa identità; "né può essere altro il mezzo di passaggio a conoscere e trovare la verità; poiché l’identico non può agire, né può ordinamento passare che mediante l’identità, cioè in conformità alla identità concreta ed assoluta causa identica di tutte le identità moltiplici in fondo delle quali trovasi lo stesso identico che a tutte partecipa senza dividersi"(24).

Dalla identità concreta ed assoluta si originano tutte quelle che il filosofo chiama identità condizionali, cioè gli esseri ed i fatti reali, e dalla identità intuente si riassumono tutti i fatti e si riducono alla identità astratta, cioè alla cognizione astratta della identità intuita.

"D’onde viene alla forza logica la virtù di generalizzare" è il decimo principio analizzato, in premessa a tutta la sua opera sulla Logica, dal filosofo di Monreale.

Singolare appare la definizione che Egli dà di infinito. Lo definisce, infatti, come l’obiettivo concreto e presente della essenza della potenza, anteponendolo al finito, che è la potenza che fa l’astrazione.

Ma, affinché la potenza possa fare l’astrazione, bisogna che ci sia l’intuizione attuale dell’obiettivo; intuizione che rende lo sviluppo della potenza indefinito.

"Ma la potenza non può produrre quest’atto che in presenza di una realtà qualunque, dalla quale levando la individualità aggiunge alla idea astratta della realità l’intenzione della generalità e la rende universale"(25).

"Come la logica in fatto generalizza" è l’undicesimo caposaldo della logica di Benedetto D’Acquisto.

Egli stavolta prende il via dal concetto di individuazione che, nella potenza intelligente dello spirito umano, è tolta dall’oggetto infinito che intuisce. Questo, appagando tutta la capacità, la rende indefinita in atto.

D’Acquisto parla di atto, in quanto la pura intelligenza, ovvero, in seconda battuta, la ragione umana, essendo un concetto della infinita sapienza, come in una sorta di riflessione, è indefinito in se stesso, e perciò la capacità è indefinita.

Questo riflesso forma la massima e suprema astrazione che costituisce l’idea dell’essere puro; essere puro che è necessario, assoluto ed universale, che comprende ed è, il fondamento di tutte le idee generali, specifiche ed individuali.

"I Principi generali sono astratti ed universali, e su di essi convengono tutti gli uomini"; questi principi, assoluti, necessari, immutabili, prendono la loro intrinseca forza e radice dal principio supremo, massima astrazione dello stesso essere, della identità; spetta all’uomo applicarli nella vita, anche se di essi non ha una conoscenza chiara.

"Cagione ultima per cui esiste nello spirito umano la disposizione a generalizzare" i fatti individuali e particolari, afferma il filosofo, sono i fatti stessi, poiché essi non sono perfettamente e totalmente staccati da una causa unica e universale, ma sono ad essa legati e da essa essenzialmente dipendenti.

I fatti, sostiene il D’Acquisto, contengono la causa unica ed universale nella profondità della loro essenza, "la quale è il mezzo empirico per cui essa apparisce e si rende manifesta, e per ciò stesso la ragione umana conoscendo i fatti, in essi e per essi apparisce la cagione, l’essere, il vero universale, quindi nell’umana ragione convergono e si accentrano due induzioni una soggettiva, l’altra oggettiva della stessa e medisima verità"(26).

"I principi sono razionali e sperimentali". Essi possono distinguersi, secondo il filosofo D’Acquisto in necessari , assoluti, razionali ed incondizionati, relativi ed empirici.

I primi prescindono dalla condizione che fa apparire esplicitamente il principio supremo; nei secondi, il principio supremo si considera connesso alla identità condizionale.

Alla prima classe appartengono tutti gli assiomi, alla seconda le idee di genere, di specie e delle legge generali.

2. "Della Induzione"

L’uomo, essere vivente formato di anima e corpo, dal momento stesso in cui comincia a vivere incomincia ad avvertire la vita sensitiva; sentimento, questo, irriflesso, del quale l’uomo non ha coscienza .

Per D’Acquisto, questo sentimento, è il sentimento fondamentale, determinato nella sua essenza, indeterminato nel suo sviluppo.

Lo sviluppo, afferma il filosofo, ha inizio quando la natura esteriore comincia con le sue impressioni a dargli istruzioni.

In quel momento, il sentimento assume tante forme particolari e speciali, quanti e quali sono gli oggetti che lo modificano e lo informano; ognuna di esse è una idea particolare che risponde all’oggetto modificante.

"Come si moltiplicano le idee, afferma il filosofo, si sviluppa il sentimento fondamentale, e lo spirito comincia a mettere in esercizio le sue facoltà, ed avere consapevolezza delle sue operazioni"(27).

Le facoltà che si sviluppano nell’uomo, per il rapporto dello spirito col corpo e per questo col mondo, non sono che individuali e personali; l’atto sostanziale e vitale dello spirito che si interpone tra lo spirito ed il mondo, è circoscritto perché limitati sono gli estremi fra i quali si tramezza, cioè lo spirito ed il mondo.

Queste facoltà, per il monrealese, sono vivificate ed informate dall’atto trascendente che, nella sostanza, è lo stesso, cioè l’atto intelligente dello spirito cosciente del rapporto che esiste tra sé e la sua causa e che sviluppa una facoltà ed un atto perenne senza limiti marcabili; una capacità di appagamento indefinita.

Questa capacità è per il filosofo la ragione umana che, di volta in volta, informa e somministra all’atto sensibile e alla facoltà, un lume che è il primo germe della generalità e della universalità.

Attraverso questo lume, lo spirito vede, nella sua sostanza individuale ed in quella del mondo esterno, la ragione di essere e di esistere; ragione che non ha limiti.

Gli atti dell’umana facoltà ed ogni azione del mondo esterno costituiscono tante idee per lo spirito, ed ogni idea contiene un elemento individuale finito (base e ragione di diversità), ed un elemento universale (generale, senza limiti, principio e fondamento di unità ed identità assoluta e di assoluta universalità).

Per D’Acquisto, seguendo Platone e Sant’Agostino, e i due lumi della scolastica italiana San Tommaso e San Bonaventura, le idee sono immutabili ed eterne; e spiega che esse sono "nel senso che l’idea è l’espressione e l’immagine di un concetto, che comprende una determinata combinazione dè principi: questo concetto è contenuto nella intelligenza infinita che lo concepisce; e siccome eterna è l’intelligenza ed immutabile nel suo concepimento, così lo sono i concetti, di cui le idee sono l’espressione" (§ 450).

Per quanto detto appare evidente che ciascun oggetto, ogni idea, ogni elemento, contengono sia la sostanza, sia il carattere della individualità, che è poi il limite che lo circoscrive, sia il germe della universalità che è assoluto.

Per questo germe, quello della universalità, sostiene il D’Acquisto, esiste "la possibilità della riunione, e per il limite la possibilità della separazione; o in altri termini la possibilità della induzione e della deduzione"(28).

Se si prende in considerazione lo stato riflesso dell’uomo, personale, si possono riscontrare una moltitudine indefinita di idee che passano attraverso il nostro spirito.

Ognuna di queste idee, attestate in maniera incontrastabile dalla coscienza, è singolare ed individuale.

Ma se queste idee sono singolari ed individuali, come possono divenire generali? Come e su quali basi lo spirito generalizza? Per quale motivo?

A queste domande il Nostro risponde affermando che questo è "ciò di che devesi occupare ragionevolmente la logica"(29).

L’idea generale, per il D’Acquisto, si ottiene per mezzo della induzione, quella induzione (epagwmh) che per Aristotele è il procedimento in virtù del quale si attribuisce un estremo al medio, mediante (dia) l’altro estremo; è l’ascesa dal particolare all’universale(30).

Essa risulta da due elementi che prescindono all’azione dello spirito per la quale è eseguita l’induzione stessa: un elemento senza limiti ed un elemento limitato.

Per il filosofo, queste idee non si ricevono per comunicazione fatta alla nostra mente, ma sono formate dal nostro spirito, il quale lavora sopra i sentimenti; e siccome è la materia di questi sentimenti a dare le combinazioni di cui sono capaci i principi metafisici, già compresi dalla sapienza infinita, i tipi sono gli stessi e la potenza che li conosce è diversa, e secondo la diversità della potenza, differisce la natura delle idee.

In questa maniera, il D’Acquisto intende conciliare le opposte scuole, rispondendo la psicologia alla ontologia, non negando l’universale ante rem come i nominalisti, né facendo dell’universale in re l’essenza del particolare a modo dei realisti, bensì tenendo ferma, da un lato, l’opera della nostra mente, dall’altro la ragione obiettiva di queste idee; "concetti umani subbiettivi, rispondenze ontologiche, e modelli eterni della intelligenza divina nello stesso tempo"(31).

Per il D’Acquisto, lo spirito umano, anche se finito nella sua capacità di agire, non trova limiti, perché può, sempre replicare la stessa azione, senza nulla togliere al suo essere.

Ciò è vero, solo se esiste una condizione che lo determini, un oggetto limitato di cui possa dire è e sopra cui possa agire.

Un elemento, dunque, afferma il filosofo, senza limite ed un elemento limitato danno per risultato l’è in fatto, in altre parole l’atto dello spirito.

L’oggetto che lo determina può essere intrinseco ed estrinseco, cioè può essere lo spirito e se stesso, oppure un oggetto esterno.

Nel momento in cui l’oggetto determina l’atto dello spirito, l’idea forma il principio della identità, in altre parole l’è dell’è, cioè l’affermazione riflessa della affermazione spontanea; e come nell’è spontaneo si contiene l’assoluto, nell’è riflesso si conosce in maniera riflessa lo stesso assoluto.

Noi, dunque, possiamo applicare il principio d’identità sopra qualunque oggetto.

In ogni idea, dunque, in ogni atto dello spirito, in ogni è, coesistono necessariamente tre elementi: il soggetto, l’oggetto e l’assoluto intimo; e tutti e tre formano la integrità e la certezza dell’è.

L’idea si rende, quindi, generale, astratta, non per il limite che rende possibili le repliche, ma perché la sostanza dell’oggetto si identifica con l’elemento che le sta sotto, cioè con l’elemento illimitato.

Ma allo spirito per formare l’idea generale, non bastano "le concezioni delle repliche e le loro sole possibilità, bisognano le repliche delle idee già formate rispondenti ai fatti reali, o dei rapporti reali"(32), serve conoscere l’atto dello spirito che si chiama giudizio.

Il giudizio non esprime altro, per il filosofo, che l’atto vivente, identico e comprensivo, dello spirito, l’atto per il quale è possibile "che l’uno si proporzioni all’altro"(33) , cioè alla copula.

Anche per il giudizio Benedetto D’Acquisto fa una bipartizione, dividendolo in affermativo, rapporto d’identità fra due oggetti identici, e negativo, rapporto di diversità e prevedendo per esso una accurata distinzione della materia (idee), della forma (affermazione o negazione), del motivo (convenienza e disconvenienza delle idee o degli oggetti) e della ragione, in altre parole della possibilità del motivo (visione diretta ed immediata delle idee).

Il giudizio è, in definitiva, un atto morale, costituito unicamente dalla intelligenza e dalla volontà, senza l’elemento sensibile che da morale lo rende giuridico.

In altri termini l’azione determinata dall’attività intelligente dello spirito, può restare dentro di essa senza una esterna manifestazione e diventare con ciò atto imperato e giuridico.

Le relazioni tra il pensiero e la volontà sono reciproche e continue e si risolvono in ultima analisi in una sola attività libera.

Nell’autocoscienza della ragione, la legge morale, per il D’Acquisto, assume la forma di "comando supremo", assoluto, che impone alla libertà umana di conformarsi alla natura, alla ragione e alla azione divina, in cui si ha la sintesi del dover essere naturale o "imperativo producente" con il dover essere spirituale o "imperativo dirigente".

La condizione per conoscere la legge è però il fatto, afferma il monrealese D’Acquisto, come la condizione per conoscere l’assoluto è la legge; quindi sebbene "l’assoluto preesista e sia la possibilità della legge, come la legge la possibilità del fatto, pure per conoscere empiricamente e la legge e l’assoluto, bisogna la osservazione del fatto"(34) ; bisogna l’osservazione, per la formazione delle leggi e dei principi nella conoscenza dell’uomo.

Il particolare il D’Acquisto sostiene: "L’osservazione metodica dei fatti conduce alla esistenza delle leggi, e la conoscenza delle leggi ci mena all’assoluto"(35).

Ma sopra tutto, egli osserva ancora, leggi comprese, stanno gli assiomi, che danno "lume e forza a tutti gli altri princìpi, ed essi si risolvono in ultimo nell’assoluto principio e leggi del tutto… Tutti gli assiomi non sono che l’espressione della verità concreta, questa è l’apparizione dell’assoluto alla umana intelligenza, tanto in se stessa, quanto in tutti gli altri oggetti dell’universo"(36).

Tra l’altro per la conoscenza di questi assiomi, di queste leggi necessarie, c’è bisogno della esperienza e della osservazione.

Infatti quando noi paragoniamo due idee, due oggetti, siamo indotti a dedurre; per il D’Acquisto la prima deduzione è la verità.

La verità, astratta e speculativa, non è generale in se stessa, ma è generale in quanto lo spirito risolve queste conoscenze particolari, queste vedute di identità, queste apparizioni di verità; infatti, lo spirito, non vedendo limiti o confini alla sua conoscenza, per questa veduta ampia, eleva limiti e confini alla sua conoscenza, e la verità diviene oggettivamente e soggettivamente generale.

Questa verità è dunque a priori; diventerà a posteriori ed empirica "per riguardo ai confronti da cui risulta"(37), poiché devono prima esistere gli elementi individuali del confronto, quindi il confronto, ed, infine, la conoscenza sperimentale e l’identità empirica.

Tornerà ad essere a priori, dice il D’Acquisto, dopo che, replicati i fatti e moltiplicate le relazioni di identità, la verità acquista il carattere di generalità empirica e riflessa.

Questa sarà una verità a priori relativamente alla sua applicazione e al suo uso.

Le prime verità, i primi principi, sono, quindi, gli assiomi, per la forza di questi si formano tutte le altre idee generali, di legge, di genere (anteriore al particolare perché prima dell’esperienza), di specie.

Tutte queste verità non appaiono all’uomo senza la ragione, né la ragione dell’uomo potrebbe concepire senza i sensi, come i sensi non potrebbero percepire umanamente, poiché nell’uomo non è scomparsa la sensibilità della ragione, che è l’occhio penetrante della ragione stessa.

Nel generale, predomina, quindi, la verità; è la ragione, sostiene il D’Acquisto, che inviluppa l’elemento sensibile.

"Il mio essere ha la sua causa, questa verità è particolare; ogni essere ha la sua causa, questa è generale, di queste due verità una dipende dall’altra perché una implica l’altra"(38).

La generalità delle idee è da considerarsi relativamente al soggetto, non è assoluta ed ammette gradi di generalità secondo la natura degli estremi che determinano il rapporto.

L’idea di esistenza, per esempio, per il filosofo, è generalissima, se a questa si unisce l’idea di sostanza, l’idea di esistenza sussistente diviene meno generale, perché viene a comporsi anche dall’idea di modo.

Altro aspetto analizzato dal D’Acquisto, riguarda le leggi.

Queste esistono a priori, cioè prima dei fatti: i fatti non sono possibili che per le leggi, di cui essi sono la manifestazione empirica.

Di conseguenza se è vero che i fatti sono la manifestazione della legge, questa non può conoscersi senza la conoscenza dei fatti.

La legge è lo spirito, è la risposta della realtà dello stesso fatto; di una realtà alla quale non si da né spazio, né tempo (estrinseche relazioni).

E’ vero che le leggi esistono a priori, noi non le conosciamo se non dopo l’esperienza; è dunque l’esperienza che le rende empiriche.

Si conosce, dunque, una legge, se ci riferiamo al già analizzato concetto di fatto; quando si scopre la connessione reale tra il secondo col primo fatto presi in esame, e si scopre questa connessione; quando, per mezzo dei giudizi identici, si conosce l’identità tra l’uno e l’altro fatto.

Da quanto detto, si potrà concludere che, essendo il fenomeno identico alla legge e la legge identica all’essere, la legge durerà tanto quanto l’essere, considerato come tale.

La generalità di questa legge starà nella estensione che sarà in grado di avere, ossia nel numero di esseri costituiti dalla stessa natura.

A questo punto, il filosofo, elenca una procedura necessaria per conoscere una legge:

1. Esperienza costante e successione di molti fenomeni identici;

2. Successione non interrotta da interposizione di altri fenomeni;

3. Una serie di giudizi identici, l’ultimo dei quali porti il carattere del principio di Identità.

Da quanto asserito dal D’Acquisto, non sembra difficile potere conoscere le leggi che governano i fatti e stabilire altrettanti principi di previdenza e di ragionamento.

Si potranno conoscere tante leggi e si potranno formare tanti rami di scienza, quanti saranno le esperienze identiche sopra i fenomeni e i fatti identici legati da giudizi identici.

Questi principi si estendono, secondo il monrealese, a tutti gli oggetti ed a tutti i fenomeni della natura, di qualunque genere essi siano, ed a qualunque classe possano appartenere.

Ogni genere ed ogni specie ha la sua legge, generica e specifica, la quale risponde perfettamente alla comprensione del genere e della specie.

Sebbene le leggi naturali siano di tutti i tempi e di tutti i luoghi, pur tuttavia esse possono avere maggiore o minore universalità, secondo la maggiore o minore "massa di proprietà di cui si oppongono i fatti identici che costituiscono il genere, la specie o la classe"(39).

Da quanto analizzato, possiamo affermare che le idee generali sono di due ordini: alcune sono necessarie (prodotto immediato della ragione), altre sono contingenti (vengono dall’esercizio delle facoltà); le prime sono tutti gli assiomi, le altre le idee di genere e di specie, e delle leggi naturali.

L’oggetto delle prime è l’assoluto, di cui sono la manifestazione, delle seconde è l’essere contingente e le sue proprietà essenziali.

Di questi oggetti si hanno idee; quando essi si mettono in rapporto con la nostra intelligenza si formano le idee corrispondenti.

Gli oggetti non sono né generali né universali, tranne l’assoluto, essi sono individuali e singolari, la loro azione arriva allo spirito senza metodo; è lo spirito che, in forza della induzione, eleva queste idee individuali ai concetti generali e le rapporta ai loro tipi originali, e lo strumento di tale induzione è il principio della identità.

Formate le idee generali, per mezzo della induzione, lo spirito possiede, afferma il D’Acquisto, le basi e i principi del sapere e della deduzione.

3. Della deduzione

Nei primi due Capi del suo Organo dello scibile umano o Logica, il D’Acquisto fa il punto, non solo del perché della logica, ma anche e principalmente del concetto di idee.

Abbiamo visto che esse, quando sono generali, sono o verità necessarie, quali ad esempio gli assiomi, che risolvono tutto al principio di identità, o verità contingenti, quali sono le idee di genere, di specie, di classe e le idee generali delle leggi naturali.

Ogni genere, ogni specie ha la sua legge a cui sono subordinati; il genere, però, non esprime che l’identico delle specie e la specie ciò che di identico hanno gli individui.

Per quanto detto, l’identità delle proprietà riunisce gli individui nella specie, e la specie nel genere:

Da ciò le leggi naturali che governano i generi e le specie, che si concretano e realizzano, in ultimo, negli individui.

Intanto necessita che ciò si elevi al carattere scientifico. Perché ciò avvenga, bisogna che si combini l’idea contingente con quella necessaria, in un processo, che vede la necessaria, comunicare alla contingente la sua necessità, e la contingente, comunicare alla necessaria la sua empiricità e la sua concretezza.

Solo in questa maniera le conoscenze acquistano il carattere della verità e della evidenza. Le verità necessarie non sono altro, dunque, che i mezzi di trasformazione.

Fatto presente ciò, e riferendoci al caso particolare delle idee, essendo tutte le proposizioni di una scienza altrettante facce dell’idea fondamentale, in ogni proposizione giace la stessa idea con un peculiare rapporto.

Questo rapporto induce una trasformazione nella idea fondamentale, e come questa idea ha la sua legge, la trasfusione di questa legge evidente, costituisce la certezza di tutte le forme dell’idea principale e, per conseguenza, di tutta la scienza.

Il passaggio da una idea all’altra, con l’ausilio del rapporto di identità, costituisce quella operazione che il D’Acquisto chiama raziocinio modo di dedurre.

La forza che il rapporto d’identità comunica al raziocinio non ha limiti, la sua efficacia non è circoscritta, non è, cioè, limitata nello spazio e nel tempo; la sua generalità non ha confini.

Quando questo principio feconda un fatto individuale, lo eleva, gli dà una estensione che prima non aveva, e lo spirito acquista una conoscenza senza limiti.

Ragionare, per quanto detto, significa passare da un giudizio noto ad un altro identico, ignoto; significa vedere in una idea una circostanza di spazio e di forma, nella idea di genere e di specie; significa vedere una idea di tempo nelle leggi naturali, di individuo o di realtà nelle idee necessarie.

Così in un genere, si vede la circostanza che lo specifica, in una specie, la circostanza che la individualizza, in una legge, la circostanza che la manifesta, in un assioma, la circostanza che lo applica.

Le circostanze, per il filosofo, servono, dunque, a tradurre l’identità e a trasformarla, e siccome ogni circostanza ha il suo termine, da cui prende la forma ed il nome d’identità, così ogni deduzione ha bisogno di termini per ridursi alla identità.

"Il ragionare dunque non consiste che nell’applicare l’identità indeterminata alla stessa identità determinata da un rapporto"(40).

L’identità, di conseguenza, si può distinguere in totale e parziale; totale, che consiste nell’esprimere in due modi la stessa idea; parziale, che esiste tra il genere e la specie e tra la specie e l’individuo.

Nel raziocinio a paragonarsi non sono due idee diverse, ma la stessa idea avente due rapporti diversi che fanno comparire due idee e, per effetto del paragone, le fanno apparire diverse.

La natura del raziocinio consiste nella identità; le proposizioni che lo compongono devono essere identiche, perché se non fosse così, il raziocinio sarebbe falso e non dimostrerebbe niente.

L’identità, come già accennato, è, per D’Acquisto, di due specie: cioè totale e parziale.

Per acquistare nuove cognizioni, per conoscere nuovi rapporti, è necessario conservare l’identità dell’idea e vederla sotto diversi punti di vista, poiché la cognizione dei diversi rapporti è una vera conoscenza.

Considerato ciò, asserisce D’Acquisto, il canone del raziocinio è l’identità dell’idea, la diversità dei rapporti e, perciò, di espressione; l’identità è il criterio che fa conoscere la verità e la falsità del raziocinio.

Tutta la forza del raziocinio consiste nello sviluppare una idea, e svilupparla significa mostrare tutti i suoi rapporti possibili con questa legge.

Quando si osserva rigorosamente questa legge "una scienza si percorre tutta con facilità"(41); ma se questo ordine si interrompe, allora, è necessario provare, ossia, stabilire la continuità nella successione dei giudizi.

Il raziocinio, quindi, analizza il pensiero.

Analizzare, significa per D’Acquisto, rendere distinte e successive le idee parziali, le quali, riunite in una idea complessa, si riabbracciano in un solo atto dello spirito.

Quando noi confrontiamo due idee, e fra di esse vediamo immediatamente il rapporto, noi emettiamo e costruiamo un giudizio.

Spesso, però, accade che questo giudizio non si scorge immediatamente, allora, abbiamo bisogno di una idea terza, che, essendo frapposta alle due, si chiama media; idea con la quale confrontiamo le altre due.

Tutta la meccanica del raziocinio è condensata nel seguente assioma "quae conveniunt uni tertio conveniunt inter se"(42), se l’assioma è identico.

Si tratta della identità triforme, in altre parole di quella replicata nelle tre idee; ogni idea, infatti, è identica a se stessa.

Queste tre identità, per il filosofo, sono fuse, dall’atto logico, in una solo identità, chiamato assioma, ed il raziocinio, che su di esso si appoggia, ha per sua legge l’identità.

Ma di che natura devono essere queste idee medie?

Per D’Acquisto, le idee medie devono essere idee identiche ed evidenti nella loro identità.

Si tratta, insomma, di tutte le idee generali, necessarie e contingenti, ossia degli assiomi, delle idee generali di genere e di specie, delle idee delle leggi naturali.

Tutte queste idee, sostiene il filosofo, possono stabilirsi come principii di raziocinio; esse sono identiche o perché formate sul principio d’identità per l’induzione rigorosa, come sono le idee generali; o perché riconosciute per la stessa induzione, mediante il principio della identità; o perché contenenti il principio della identità sotto forme meno generali, quali sono tutti gli assiomi; o perché contenenti lo stesso principio e perciò evidenti in se stesse.

Una intelligenza senza limiti vedrebbe tutto in un istante, senza bisogno di confronti, di giudizi, di raziocini.

Il nostro spirito, allorché passa dallo stato trascendente all’empirico spontaneo, conosce intuitivamente senza formare le prime verità; da qui sorgono le prime credenze naturali.

Nello stato riflesso, egli, per giudicare, ha bisogno di confrontare, e se il rapporto tra le idee che confronta non si scorge immediatamente, allora, basta, per avere conoscenza, l’atto del giudizio.

"Si paragono l’idea di circolo e di rotondità, di tutto e di parti prese assieme, si scorge immediatamente il rapporto d’identità per cui l’una rappresenta ed è identica all’altra, e lo spirito pronuncia il suo assenso, egli fa un giudizio"(43).

Ma se le idee che si paragonano sono complesse, allora, lo spirito resterebbe in uno stato di incertezza. Una incertezza che produce uno stato di violenza, per liberarsi della quale, egli usa, dice D’Acquisto, un certo artifizio, al fine di conoscere il rapporto che va cercando.

Questo artifizio consiste nell’interporre un’idea media alle due paragonate, e per mezzo di questa scorgere il rapporto tra le due.

La conoscenza di tale rapporto non è immediata, ma mediata dall’idea media stessa.

Il trovare questa idea media è difficile, perché, asserisce il filosofo, qualunque sia l’idea, per l’esperienza comparata, e per la interposizione delle verità identiche, non è isolata; essa appartiene già ad una classe; essa è contenuta in una idea identica generale che la contiene nella sua identità.

Si tratta, ripetiamo, della idea media ossia del termine di paragone.

Questa idea, per effetto della sua identità, è rappresentativa di tutte quelle che sono sulla sua comprensiva identità.

Ridotte le idee, che vogliamo confrontare, alla più semplice espressione, allora si conoscerà se è identica alla terza, e così facendo, scopriremo e troveremo i rapporti d’ identità.

Ma chi esegue il raziocinio? Per il D’Acquisto, ad eseguire questa operazione è lo spirito, il quale necessita del concorso di tre giudizi, l’ultimo dei quali ha il carattere della certezza e della evidenza, necessari per il confronto delle due idee, di cui si ignora il rapporto.

Questi tre giudizi possono così essere classificati:

1. Il primo giudizio si assume come principio;

2. Il secondo giudizio è quello di paragone;

3. Il terzo giudizio è quello che è destinato a fare conoscere o dichiarare l’identità totale o parziale tra i soggetti di due giudizi che si paragonano, o tra i predicati, o tra il soggetto del primo ed il predicato del secondo, tra il predicato del primo ed il soggetto del secondo; è quello, che in definitiva, dichiari e riduca alla stessa espressione, l’espressione diversa dalla stessa idea.

Appare, quindi, evidente la necessità, per il D’Acquisto, della esistenza di questi tre giudizi: principio, dichiarante o riduttivo e illazione.

Ma com’esistono, in ogni raziocinio i tre giudizi, così devono distinguersi la materia e la forma.

La materia consiste nei tre giudizi componenti il raziocinio, la forma, invece, è il rapporto di connessione dei tre giudizi, ossia l’identità che deve esistere nel raziocinio.

Da questa distinzione si conosce il motivo per cui un raziocinio può essere vero nella materia, falso nella forma e viceversa.

E’ vero nella materia quando sono veri i tre giudizi; è vero nella forma quando sono vere le connessioni tra i tre giudizi. Lo stesso dicasi invertendo forma e materia e vero e falso.

I giudizi, di cui sopra, possono essere o puri o empirici.

Se i giudizi sono puri, il raziocinio è puro; se i giudizi sono empirici il raziocinio è empirico.

Se i giudizi puri ed empirici si combinano avremo un raziocinio misto.

I raziocini puri servono alle matematiche pure; gli empirici agli usi umani; i misti alle scienze naturali.

Gli empirici, a detta del filosofo, non possono fondare scienza, perché mancano di necessità e di generalità.

4. Della argomentazione e delle diverse sue specie

Il capitolo quarto "Della argomentazione e delle diverse sue specie" è dedicato al raziocinio espresso con parole o per iscritto, ovvero alla argomentazione.

Il raziocinio, per quanto premesso, non differisce dall’argomentazione nella sostanza, essendo essa la manifestazione esterna dell’operazione dello spirito; operazione attraverso la quale lo spirito deduce un’illazione da due premesse che le sono presenti.

L’argomentazione può avere diversi modi e forme: quali sono: il sillogismo, l’entimema, l’epicherema, il prosillogismo, il dilemma e l’analogia.

4.1. Il Sillogismo

Il sillogismo, dal greco sullogismoV, è quella specie d’argomentazione in cui le premesse e l’illazione sono espresse con altrettante proposizioni.

Il filosofo parte dalla radice del termine e chiarisce l’origine greca della stessa: sillogismo deriva, infatti, da sun, che significa insieme, e logoV che vuol dire discorso, quello che i latini chiamarono collectio, cioè calcolo; si tratta, infatti, di una specie di computo che, con l’aggiungere e sottrarre, raccoglie la somma ed il resto.

Dal momento che il raziocinio consta di due giudizi, ed ogni giudizio consta di due idee, anche se esiste la terza che, di solito, è chiamata in causa, il sillogismo, che è l’espressione esterna del raziocinio, consta di tre proposizioni, che è l’espressione delle tre idee del raziocinio.

Si tratta del termine minore, che esprime il soggetto dell’illazione, il termine maggiore, che esprime il predicato della stessa illazione, ed il termine medio, in altre parole l’idea che lega le due idee e i due termini.

La proposizione che nel sillogismo consta del termine maggiore e del medio, si dice maggiore; quella che è formata dal medio e dal minore, si dice minore; la preposizione che lega il termine maggiore col minore, si dice conseguenza.

In questa maniera, ogni sostanza pensante è spirituale ed essendo l’anima umana sostanza pensante, l’anima umana è spirituale; l’anima umana è il termine minore, sostanza spirituale, il termine maggiore, sostanza pensante, il termine medio.

Per quanto detto, il filosofo, conclude ammettendo che:

• Il sillogismo consta di tre soli termini;

• I termini maggiore e minore non devono essere più "universali nella conseguenza che nelle premesse, poiché allora vi sarebbero quattro termini, ed il sillogismo sarebbe inconcludente"(44);

• Il termine medio non deve entrare nella conclusione;

• Il termine medio non può prendersi due volte;

• Non si può partire da due idee negative;

• Da due premesse affermative non può dedursi una conseguenza negativa;

• Non si può avere conclusione partendo da due premesse particolari;

• La conseguenza deve seguire la parte più debole delle premesse.

Queste regole, per D’Acquisto, non sono altro che lo sviluppo del meccanicismo del sillogismo.

4.2. L’Entimema

L’entimema, dal greco enqumhma, è un’argomentazione che si compone di due proposizioni, delle quali, una è antecedente, l’altra, conseguente.

Entimema è una voce derivante dalle parole greche en e qumoV che vale pensiero, concetto.

L’entimema è un sillogismo compiuto nella mente di chi ragiona, è incompleto nell’espressione, in quanto manca di una premessa, chiara ed ovvia.

L’entimema è la più semplice, elegante e precisa argomentazione che uno usa senza attendere alla rigorosa forma sillogistica.

Qui, il filosofo, si rifà, per certi versi alla sentenza entimematica d’Aristotele, quando diceva: "Mortale non conservare un odio immortale". L’entimema, in questo caso sarebbe: " tu sei mortale, dunque non devi conservare un odio immortale"(45).

La preposizione che si sottintende, però, deve essere vera per potersi avere la verità dell’intero entimema.

4.3. L’epicherema

L’epicherema è un sillogismo in cui all’una e all’altra delle premesse, ed anche a tutte e due, si unisce la rispettiva prova; prova che, in ultima analisi, contiene la stessa idea della proposizione della qual è prova.

Anche questo termine trova la sua radice in un tema greco, ossia epiceirhma che in latino prende la forma di aggressio, cioè di argomentazione.

4.4. Il Sorite

Il sorite è una argomentazione in cui le proposizioni sono legate in modo che il predicato della prima diviene soggetto della seconda; il predicato della seconda soggetto della terza, e così di seguito, finché, il predicato dell’ultima si congiunge col soggetto della prima.

Il sorite, fu inventato da Crisippo, secondo Diogene Laerzio, e fu in uso tra gli antichi stoici, ed in speciale modo da Zenone.

Deriva dal greco swroV, cumulo, che risponde al latino acervus, per cui si ha la swreithV, che significa appunto sillogismo, in massa o con proposizioni.

4.5. Il Dilemma

Il dilemma è un’argomentazione che si compone di due o tre proposizioni contrarie, ognuna delle quali sorprende l’avversario.

E’ detto anche "argomento cornuto, perché le sue parti sono disposte in modo che se si evita l’una, si incorre nell’altra"(46).

Il dilemma è una voce greca, dilhmma, in latino sumptio; si tratta di un’argomentazione che muove da premesse disgiuntive per inferire da ciascuna una conclusione che abbatte il giudizio avversario.

"Perché il dilemma possa esserci bisogna che fra le parti non vi sia mezzo, anche se i membri della proposizione disgiuntiva fossero tre o quattro"(47).

4.6. L’esempio

L’esempio può considerarsi come un’altra argomentazione, in cui da uno e dall’altro fatto se ne deduce un altro per la somiglianza che intercorre tra essi.

La forza di quest’argomentazione si desume dall’identità o similitudine che esiste tra un fatto e l’altro, e dall’esperienza sulla quale poggia.

L’esempio è molto utile nelle discipline, dice D’Acquisto, che riguardano la morale e la politica.

4.7. L’Analogia

L’analogia è un modo di argomentare in cui da effetti, leggi, fenomeni, deduciamo altro; "così dalla struttura dei sensi, dal moto spontaneo che osserviamo negli uomini e né bruti argomentiamo che sì negli uomini come negli altri si danno sensibilità e sensazioni"(48).

L’analogia può essere perfetta ed imperfetta; la prima produce una certezza fisica; la seconda solamente probabilità.

Per D’Acquisto, tutta la forza dell’analogia sta nella semplicità della natura e nella sostanza ed uniformità delle sue leggi.

5. Del Metodo

Il capitolo quinto "Del Metodo" è dedicato alle diverse forme di metodo e alle regole che lo governano.

Per il D’Acquisto, come abbiamo già sottolineato, l’atto logico dell’è è il legame universale di tutte le conoscenze umane; esso, dicevamo, comincia la sua operosità vitale dal giudizio, nel quale lega il predicato al soggetto, e forma la prima conoscenza.

Il filosofo suppone, nella Logica, che quest’atto, legando più giudizi, forma un sistema, si avanza ulteriormente, lega più sistemi, e non si arresta che quando arriva al sistema generale, dove la svariata molteplicità, mette termine all’unità.

Questo procedere regolare è chiamato, dal filosofo, metodo. Il metodo, dunque, consiste nel modo in cui procede lo spirito nella congiunzione di vari raziocini per la completa conoscenza di un oggetto.

Per avere una conoscenza completa di un oggetto, qualunque esso sia, è necessario cominciare dall’osservazione dell’oggetto, decomporlo in tutti i suoi elementi, acquistare una cognizione precisa di ognuno di essi, osservare meglio i rapporti che lo legavano, e ricomporlo; oppure osservarlo e formare dalla riunione di questi elementi l’oggetto intero.

Il primo modo di procedere è chiamato, dal D’Acquisto, metodo analitico, il secondo, invece, metodo sintetico.

Il filosofo indica alcuni suggerimenti per evitare errori nella progressione. Li indichiamo per correttezza di procedura:

• Non ammettere mai alcuna proposizione per vera;

• Controllare che la connessione della proposizione antecedente con la seguente sia sempre certa ed evidente.

A queste regole di procedura n’aggiunge delle altre distinte per singolo metodo:

1. Metodo analitico

• Intendere chiaramente lo stato della questione da analizzare ed il suo oggetto;

• Decomporre l’oggetto immediatamente e fissare i rapporti che legavano le varie parti;

• Conoscere le relazioni (per relazioni, il filosofo intende, i punti di comunicazione e di passaggio da ciò che si conosce a ciò che è ignoto);

• Non prendere in considerazione tutto ciò che non è utile alla ricerca;

• Cominciare dalle idee più semplici.

2. Metodo Sintetico

• Non assumere alcuna cosa che prima non sia stata definita;

• Non procedere ad alcuna dimostrazione se non ci si appoggia a principi certi o assiomi;

• Provare in maniera dimostrativa tutte le conseguenze per mezzo di proposizioni già concordate e convenute.

In entrambi i metodi il passaggio dal composto al semplice, e dal semplice al composto, deve effettuarsi per mezzo dell’identità, affinché, questo passaggio, sia immediato e senza salti bruschi.

Ultimo metodo analizzato dal nostro è il metodo scolastico, così detto perché utilizzato dai filosofi scolastici e dai teologi.

Questo metodo ha il carattere analitico: in esso le prove, le difficoltà e le risposte si propongono con precisione, senza alcun ornamento di figure.

La tesi principale si sviluppa in maniera graduale, si spoglia di tutte quelle circostanze che non hanno attinenza e si riduce alla sua semplicità nativa e nel suo aspetto preciso.

Con queste considerazioni il D’Acquisto completa il suo Trattato, consegnando alla storia della filosofia una prova evidente della sua grandezza speculativa; consegnando una materia che rappresenta il fondamento del suo successivo trattato, "Sistema della scienza universale"(49), opera nella quale "il D’Acquisto ha lasciato un bel monumento della filosofia in Sicilia a metà del secolo XIX"(50).

Concludendo con Nicola Giordano, potremmo anche noi dire: "Questo fu Benedetto D’Acquisto come uomo e come filosofo.

Monreale dovrebbe essere superba della rinomanza che accompagna il nome di questo suo figlio presso i filosofi italiani e stranieri; dovrebbe essere orgogliosa che in Esso la Sicilia abbia avuto un metafisico non inferiore ai grandi filosofi di Francia e di Germania"(51).

6. Conclusione

A margine ed in conclusione del presente lavoro vorremmo dedicare una breve riflessione sugli autori che hanno dissertato sul nostro filosofo monrealese, dando questi la possibilità di elevarsi sugli altari della filosofia contemporanea.

Il D’Acquisto rappresenta un pezzo fondamentale della nostra tradizione filosofica contemporanea, costituisce l’avvio della filosofia della "Nuova Italia" (avrebbe detto Benedetto Croce) che si determina intorno alla metà del secolo Diciannovesimo.

Il D’Acquisto, per la storiografia contemporanea, rappresenta un tassello del ricco ed interessante mosaico della filosofia italiana che costituisce la radice della nostra tradizione.

Il Nostro vive l’esaltante momento del Risorgimento Italiano in Sicilia ed è il tramite della scuola monrealese avviata nel 1700 dal, già citato, Professore Miceli.

Del filosofo D’Acquisto non molti hanno parlato, ma sicuramente quei pochi che ne lo hanno fatto, hanno dato un esaltante giudizio del nostro monrealese.

Tra i maggiori: E. Di Carlo con "Una lettera inedita di P. Galluppi a Benedetto D’Acquisto", in Giornale critico della Filosofia Italiana, XX (1939), alle pagine 366-368.

In questa lettera il Di Carlo fa riferimento, al terzo capoverso, proprio al concetto di Logica che il D’Acquisto aveva più volte trattato.

Si legge: " La logica è un mediatore che ci permette di sviluppare, estendere ed applicare la verità per la conoscenza di altre verità.

L’identità è lo strumento, di cui si serve la logica in tutte le operazioni, tanto nella formazione dei princìpi, quanto nel dedurre, dagli stessi, principii; è il criterio e la norma assoluta di qualunque operazione logica"(52).

Altro intervento sul D’Acquisto lo si deve al Di Giovanni in più di una sua opera: con "D’Acquisto e la filosofia della creazione in Sicilia", Firenze 1868; con "Benedetto D’Acquisto e le sue opere. Discorso", pubblicato a Palermo nel 1869; ed infine in "Storia della Filosofia in Sicilia da’ tempi antichi al secolo XIX", II, pubblicato a Palermo nel 1873, alle pagine 214 – 289.

Al Di Giovanni si deve forse il maggior intervento sull’opera del filosofo monrealese.

Fu proprio lo storico della filosofia in Sicilia a riportare sugli altari la figura del d’Acquisto.

Scriveva Di Giovanni: "Egli è l’autore di una concezione che si caratterizza, filosoficamente, in una posizione a carattere prettamente ontologistico.

Egli pone, nella conoscenza, il fondamento teorico della conoscenza scientifica e per quanto riguarda l’origine delle idee esse sono divise in sensibili, concernenti il mondo materiale, intellettuali, relative al proprio essere, e in necessarie, che riguardano Dio, pur essendo però, sempre, coesistenti simultaneamente nello spirito umano.

A queste, D’Acquisto aggiunge le idee di rapporto, che analizzeremo oltre, le quali forniscono la possibilità di formulare giudizi e ragionamenti"(53).

Non meno importante per la comprensione del ruolo svolto dal D’Acquisto nella Storia della Filosofia siciliana dell’Ottocento, fu l’intervento del Di Pietro, in "Illustrazione dei più conosciuti scrittori contemporanei siciliani dal 1830 a quasi tutto il 1876", Palermo 1878, pagine 17 – 23.

Il suo intervento, puntuale e preciso, è stato fondamentale per la ricostruzione della vita del D’Acquisto e dei rapporti che questi intrattenne con i filosofi siciliani suoi contemporanei.

Si deve a Di Pietro la prima biografia ragionata del D’Acquisto.

Altro storiografo del D’Acquisto fu E. E. Filippi, con la sua opera "Benedetto D’Acquisto: l’uomo ed il pensatore, in Celebrazioni siciliane", I, pubblicato in Urbino 1940, alle pagine 85 – 117.

Egli così scriveva del D’Acquisto: " In tutta la sua opera il D’Acquisto ricerca il soggetto e le ragioni della certezza della conoscenza umana, la natura, l’origine e la distinzione dei sentimenti e delle Idee, lo strumento di queste, in altre parole il linguaggio, ed infine, la causa degli errori"(54).

Altro contributo fu dato da E. Garin, in "Storia della Filosofia italiana", III, pubblicato in Torino 1978, alle pp. 1179 – 1256.

Infine, ricordiamo il contributo dato dal monrealese Nicola Giordano nella sua brillante rassegna intitolata "Monrealesi illustri", Pubblica in Palermo nel 1964, alle pp. 147 – 163 e in "Sul preteso incontro tra Benedetto D’Acquisto e Garibaldi", in Risorgimento in Sicilia", IV (1968).

Sul D’Acquisto egli scrive: "il D’Acquisto ha lasciato un bel monumento della filosofia in Sicilia a metà del secolo XIX"(55).

Concludendo con Nicola Giordano, potremmo anche noi dire: "Questo fu Benedetto D’Acquisto come uomo e come filosofo.

Monreale dovrebbe essere superba della rinomanza che accompagna il nome di questo suo figlio presso i filosofi italiani e stranieri; dovrebbe essere orgogliosa che in Esso la Sicilia abbia avuto un metafisico non inferiore ai grandi filosofi di Francia e di Germania"(56)

Ad occuparsi dl D’Acquisto troviamo anche. Iovine, in "De vita et Operibus Benedetto D’Acquisto philosophi O.F.M. archiepiscopi Montisregalis (1790 – 1867)", in Antonianum I (1926), alle pagine 413 – 448; F. Lorico, con "Vita di Benedetto D’Acquisto", pubblicato a Palermo nel 1899; Vincenzo Mangano con "Benedetto D’Acquisto filosofo monrealese", pubblicato in Palermo nel 1890;ancora Vincenzo Mangano, in "La filosofia sociale di monsignor Benedetto D’Acquisto", pubblicato in Palermo nel 1900; G. Millunzi, in "Storia del seminario arcivescovile di Monreale", pubblicato a Siena nel 1895; G.M. Puglia, con "L’arresto del monsignor Benedetto D’Acquisto, arcivescovo di Monreale", pubblicato a Palermo nel 1931; ed infine S. Scimè, in "Indagini sul pensiero del Risorgimento. Il trionfo dell’ontologismo in Sicilia", pubblicato a Mazara del Vallo nel 1949, alle pp. 40 – 42.

Quest’ultimo ha dato una svolta allo studio del D’Acquisto.

Egli così scrive sul filosofo monrealese: " il D’Acquisto con le sue opere di "Elementi di filosofia fondamentale. Analisi delle facoltà dello spirito umano o psicologia" (Vol. I, Palermo 1835, Vol. II, Palermo 1936), "Trattato delle idee o ideologia" (Vol. III, Palermo 1857), "Organo dello scibile umano o Logica" (Vol. IV, Palermo 1871), ha consegnato alla storia della filosofia una prova evidente della sua grandezza speculativa; consegnando, altresì, una materia che rappresenta il fondamento del suo successivo trattato, "Sistema della scienza universale", opera nella quale il D’Acquisto ha lasciato un bel esempio di speculazione filosofica"(57).

Bibliografia

Opere di Benedetto D’Acquisto

Elementi di filosofia fondamentale. Analisi delle facoltà dello spirito umano o psicologia, Vol. I, Palermo 1835, Vol. II, Palermo 1836.

Trattato delle idee o ideologia, Vol. III, Palermo 1857.

Organo dello scibile umano o Logica, Vol. IV, Palermo 1871.

Saggio sulla legge fondamentale del commercio fra l’anima ed il corpo e di altre verità che vi hanno rapporto, Palermo 1837.

Prolusione alle lezioni di diritto naturale nell’Università di Palermo, Palermo 1843.

Memoria estemporanea sul diritto e dovere del proprio perfezionamento, Palermo 1844.

Pel concorso alla cattedra di diritto naturale ed etica nella Regia Università degli studi di Palermo, Palermo 1844.

Discorso preliminare alle lezioni di diritto naturale ed etica nella Regia Università degli studi di Palermo, Palermo 1844.

Sistema della scienza universale, Palermo 1851.

Corso di filosofia morale, Palermo 1851.

Corso di Diritto naturale o filosofia del diritto, Palermo 1852.

Saggio sulla necessità dell’autorità e della legge, Palermo 1856.

Saggio sulla genesi e natura del diritto di proprietà e sulla legittimità della proprietà giuridica, Palermo 1857.

Teologia dogmatica e razionale, Palermo 1862.

Opere su Benedetto D’Acquisto

AA. VV., Dizionario dei Siciliani illustri, Palermo 1939, ad vocem.

E. Di Carlo, Una lettera inedita di P. Galluppi a Benedetto D’Acquisto, in Giornale critico della Filosofia Italiana, XX (1939), pp. 366-368.

V. Di Giovanni, D’Acquisto e la filosofia della creazione in Sicilia, Firenze 1868.

V. Di Giovanni, Benedetto D’Acquisto e le sue opere. Discorso, Palermo 1869.

Vincenzo Di Giovanni, Storia della Filosofia in Sicilia, Volume II, Cappelli, Bologna 1985, con appendice di aggiornamento di G.M. Sciacca.

G. Di Pietro, Illustrazione dei più conosciuti scrittori contemporanei siciliani dal 1830 a quasi tutto il 1876, Palermo 1878, pagine 17 – 23.

E. E. Filippi, Benedetto D’Acquisto: l’uomo ed il pensatore, in Celebrazioni siciliane, I, Urbino 1940, pp. 85 – 117.

E. Garin, Storia della Filosofia italiana, III, Torino 1978, pp. 1179 – 1256.

N. Giordano, Monrealesi illustri, Palermo 1964, pp. 147 – 163.

N. Giordano, Sul preteso incontro tra Benedetto D’Acquisto e Garibaldi, in Risorgimento in Sicilia, IV (1968).

I. Iovine, De vita et Operibus Benedetto D’Acquisto philosophi O.F.M. archiepiscopi Montisregalis (1790 – 1867), in Antonianum I (1926), pagine 413 – 448.

F. Lorico, Vita di Benedetto D’Acquisto, Palermo 1899.

Vincenzo Mangano, Benedetto D’Acquisto filosofo monrealese, Palermo 1890.

Vincenzo Mangano, La filosofia sociale di monsignor Benedetto D’Acquisto, Palermo 1900.

G. Millunzi, Storia del seminario arcivescovile di Monreale, Siena 1895.

G.M. Puglia, L’arresto del monsignor Benedetto D’Acquisto, arcivescovo di Monreale, Palermo 1931.

NOTE:

(1) Al secolo Raffaele, D’Acquisto nasce a Monreale il I° Febbraio del 1790, da Niccolò, calzolaio, e da Maria Di Meo. Muore a Palermo il 7 agosto del 1867. Fu seppellito in una tomba provvisoria donde, poi, le sue ceneri furono traslate, nel 1900, nel duomo di Monreale con solenni onoranze.

(2) Benedetto D’Acquisto nell’Introduzione al Sistema della Scienza Universale così scriveva: " … ed ho volentieri sacrificato la precisione dello stile alla facilità dell’intendimento, appunto come la forma deve spesso sacrificarsi alla sostanza".

(3) Dando una lettura attenta all’opera e al titolo della stessa, è possibile notare che questo trattato di Logica era già pronto prima che il D’Acquisto venisse nominato Arcivescovo di Monreale e comunque durante la sua docenza alla Università Regia di Palermo.

(4) Cfr. B. D’Acquisto, Organo dello scibile umano o Logica, Tipografia e Ligatoria di Francesco Roberti, Palermo 1871, p. 12.

(5) Ivi, pp. 18- 19.

(6) Ivi, p. 40.

(7) Ivi, p. 28.

(8) Cfr. S. Caramella, La Filosofia di Benedetto D’Acquisto, in Atti della Accademia di Scienze lettere e arti di Palermo, s.4 XXVII (1966-67), 2, Lettere, pp. 39-51.

(9) Cfr. I. Iovine, De vita et operibus Benedetto D’Acquisto philosophi O.F.M.. archiepiscopi Montisregalis (1790-1867), in Antonianum, I (1926), pp. 413-448.

(10) Cfr. B. D’Acquisto, Organo dello scibile umano o Logica", op. cit. , p. 12.

(11) Ivi, p. 1.

(12) Ivi, p. 2.

(13) Ibidem

(14) Ivi, p. 3.

(15) Ivi, p. 6.

(16) Ivi, p. 7.

(17) Ibidem

(18) Ivi, p. 8.

(19) Ivi, pp. 8-9.

(20) Ivi., p. 9.

(21) Ivi, p. 11.

(22) Ivi, p. 12.

(23) Ivi, p. 15.

(24) Ivi, p. 16.

(25) Ivi, pp. 19 e 20.

(26) Ivi, p. 23.

(27) Cfr. B. D’Acquisto, Organo dello scibile umano o Logica", op. cit., p. 25.

(28) Ivi, p. 26.

(29) Ivi, p. 27.

(30) Cfr. G. Calogero, I fondamenti, della logica aristotelica, Firenze 1968.

(31) Vedi V. Di Giovanni, Storia della Filosofia in Sicilia, Volume II, Cappelli, Bologna 1985, con appendice di aggiornamento di G.M. Sciacca, pag. 214.

(32) Ivi, p. 30.

(33) Ivi, p. 31.

(34) Ivi, p. 31.

(35) Ivi, p. 41,.

(36) Ivi, p. 42.

(37) Ivi, p. 44.

(38) Ivi, p. 53.

(39) Ivi., p. 75.

(40) Cfr. B. D’Acquisto, Organo dello scibile umano o Logica, op. cit. , p. 83.

(41) Ibidem.

(42) Ivi, p. 86.

(43) Ivi, p. 89.

(44) Cfr. B. D’Acquisto, Organo dello Scibile Umano o Logica , op. cit., p. 107.

(45) Ivi, p. 108.

(46) Ivi, p. 109.

(47) Ibidem.

(48) Ivi, p. 110.

(49) Cfr. B. D’Acquisto, Sistema della scienza universale, Palermo 1850, pp. 365.

(50) Cfr. V. Di Giovanni, Sullo stato attuale e su’ bisogni degli studi filosofici in Sicilia, Palermo 1854, p. 52.

(51) Vedi N. Giordano, Monrealesi Illustri, Palermo 1964, p. 163

(52) E. Di Carlo con "Una lettera inedita di P. Galluppi a Benedetto D’Acquisto", in Giornale critico della Filosofia Italiana, XX (1939), alle pp. 366-368

(53) V. Di Giovanni, "D’Acquisto e la filosofia della creazione in Sicilia", Firenze 1868, p. 49.

(54) E. E. Filippi, con la sua opera "Benedetto D’Acquisto: l’uomo ed il pensatore, in Celebrazioni siciliane", I, pubblicato in Urbino 1940, alle pagine 85 – 117.

(55) Cfr. V. Di Giovanni, Sullo stato attuale e su’ bisogni degli studi filosofici in Sicilia, Palermo.

(56) Vedi N. Giordano, Monrealesi Illustri, Palermo 1964, p. 163

(57) S. Scimè, in "Indagini sul pensiero del Risorgimento. Il trionfo dell’ontologismo in Sicilia", pubblicato a Mazara del Vallo nel 1949, alle pp. 40 – 42.