Recensioni

F. Pillitteri, Credito, ricostruzione e sviluppo nella Sicilia del dopoguerra (1940-1965), Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore, 2000, pp.295.

Sono numerose le opere che, per il periodo che va dal 1940 al 1965, riguardano la Sicilia sotto il profilo economico-politico. Per citarne alcune, basta ricordare: La storia dell’industria in Sicilia (Bari, Laterza, 1995) di Orazio Cancila, Sicilia Oggi (Torino, Einaudi, 1987) di Giuseppe Giarrizzo, Anni roventi (Palermo, 1967) di Salvo Di Matteo, Il credito rurale in Sicilia (in Banche e banchieri in Sicilia, Palermo 1982) di Maurice Aymard, Danni di guerra e ricostruzione edilizia in Sicilia (in "Bollettino" mensile dell’Osservatorio economico del Banco di Sicilia, Palermo, 1947) di Luigi Arcuri Di Marco.

Questa di Francesco Pillitteri, Credito, ricostruzione e sviluppo nella Sicilia del dopoguerra (1940-1965), pubblicata da Salvatore Sciascia editore (Caltanissetta-Roma, 2000), non solo si aggiunge ma offre un contributo nuovo ed importante alla storiografia di quel tempo in quanto presenta una ricerca seria sul credito in Sicilia visto nella sua globalità e svolta con riferimento specifico alla ricostruzione, allo sviluppo economico e all’andamento della politica regionale. Ed è merito di non poco conto averla affrontata con la competenza dell’esperto, che ha al suo attivo la pubblicazione di opere qualificate riguardanti il credito e l’esperienza diretta del bancario. Il volume inizia con alcune considerazioni di ordine generale, per passare subito ad un primo giudizio sul sistema bancario anteguerra dell’Isola. Scrive il Pillitteri "La Sicilia... sino alla fine dell’ultima guerra, continuava a disporre di un sistema bancario fragile ed antiquato, attrezzato soltanto per il credito a breve e per quello agrario e minerario...". Ed aggiunge che esso era travagliato nella gestione e, per di più, caratterizzato: "dalla carenza di adeguati risparmi, fattore che rappresentò per l’economia siciliana un dato abbastanza negativo".

Il giudizio riflette una realtà obiettiva, perché è del tutto vero che le banche siciliane fino all’avvento della seconda guerra mondiale erano gestite in forma piuttosto artigianale e, comunque, sconoscevano la pratica del credito legato allo sviluppo economico, così come è altrettanto vero che i siciliani al risparmio bancario preferivano l’acquisto di titoli di Stato e di beni immobili. Peraltro anche l’immediato dopoguerra non ammodernerà di molto il sistema. E ciò non solo perché un’effettiva politica di ammodernamento non si ebbe neppure in campo nazionale, ma anche perché la Regione, dotata di entrate finanziarie proprie che riversava nelle principali banche isolane: Banco di Sicilia e Cassa centrale di risparmio per le province siciliane, non riuscendo ad esprimere chiare linee di sviluppo, finiva con l’alimentare anche le banche, sia pure indirettamente, la politica del guadagno attraverso l’acquisto di Titoli di Stato. Ebbene, Pillitteri ben evidenzia questo aspetto che in seguito, quando lo Stato imporrà la tesoreria unica anche per le Regioni a statuto speciale, darà luogo in modo determinante alla crisi delle due maggiori banche isolane. Comunque con il 1947, sia pure con estrema cautela, il Banco di Sicilia inizia la politica del finanziamento di qualche nuova industria, mentre un risveglio del credito indirizzato allo sviluppo si avrà con la presidenza di Ignazio Capuano al Banco di Sicilia e di Lauro Chiazzese alla Cassa centrale di risparmio. Un impulso ad un credito maggiormente finalizzato verrà dalla Regione, anche se mancherà una effettiva programmazione dello sviluppo in campo industriale e in quello agricolo. Un dato che il Pillitteri particolarmente evidenzia è il rapporto tra la politica regionale e il credito non trascurando di mettere in luce ora le carenze dell’Istituto regionale ora quelle del sistema bancario. Anche il conflitto tra industria pubblica e industria privata che si scatena nell’Isola a seguito della scoperta del petrolio è oggetto di un serio approfondimento. E così dicasi per il forte conflitto Stato e Regione. Scrive Pillitteri: "La realtà degli anni ‘60 fu invece una continua conflittualità fra Stato e Regione, che non nasceva solo da contrasti operativi, ma da motivazioni sostanziali. Lo Stato, infatti, mentre nel Nord si faceva carico delle sollecitazioni dei gruppi economici dominanti, acquisendo in proprio industrie private in difficoltà, divenendo così imprenditore, non interveniva per aiutare le industrie meridionali e condannava come "lesiva del retto intervento dello Stato" ogni nuova iniziativa pubblica tendente ad annullare l’arretratezza delle regioni, come la Sicilia, nelle quali lo stato di povertà delle masse impediva il miglioramento delle condizioni economiche e l’accelerazione dell’inserimento nel processo produttivo di schiere di forze umane senza lavoro".

Il passo citato, tra l’altro, dimostra che, sia pure a flash, l’analisi spesso si estende dalla Sicilia a tutto il Meridione. Uno spettacolo pertanto, quello colto dal Pillitteri, in cui dalla Sicilia emerge il dramma, purtroppo ancora vivo, del Mezzogiorno d’Italia.

L’opera è preceduta da una dotta introduzione di Giano Accame di particolare interesse. L’autore di Una storia della Repubblica (Milano, Rizzoli, 2000) in cui finalmente fatti, avvenimenti e situazioni vengono colti nella giusta luce e i vuoti delle tante omissioni trovano puntuale copertura, ne prende spunto per una disamina, sia pure del tutto sintetica, della realtà bancaria nazionale del dopoguerra. Fa anche di più: ne approfitta per denunziare i tanti sprechi di risorse nel campo del credito (e non solo) da parte degli enti pubblici verificatisi in Sicilia e nella Penisola, soprattutto con l’avvento del centro sinistra, concludendo che dalla ricerca del Pillitteri, in ordine alle occasioni mancate nel campo dello sviluppo economico, traspare tanta amarezza e tanta accoratezza per le speranze deluse.

Ed è così. Credito, ricostruzione e sviluppo nella Sicilia del dopoguerra sono visti dal Pillitteri con trepidante sentimento alle cui radici c’è il profondo attaccamento che egli ha per la nostra terra.

Dino Grammatico

E. GUCCIONE, Gioacchino Ventura. Alle radici della democrazia cristiana, Palermo, Centro siciliano Sturzo 2000, pp. 335; S. PRIVITERA, Francesco Orestano. Persona, società e valori, Palermo, Centro siciliano Sturzo, 2000, pp. 209.

La nuova collana di studi "Cattolicesimo di Sicilia" del Centro Siciliano Sturzo, diretta da Cataldo Naro, si accresce di due volumi dedicati, rispettivamente, a Gioacchino Ventura (Palermo 1792 - Versailles 1861) e a Francesco Orestano (Alia 1873 - Roma 1945).

Il primo lavoro è curato da Eugenio Guccione il quale coglie gli influssi lamennaisiani sul pensiero politico venturiano, procedendo ad un attento studio delle opere filosofiche e apologetiche e mettendo in evidenza come Ventura rappresenti "la pietra miliare della corrente liberale e democratica cristiana del movimento cattolico italiano e, in particolare, del gruppo propagatosi dalla Sicilia tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX" (Ivi, p. 66). L’autore ricorda a tal proposito la diretta influenza esercitata dal teatino sull’orientamento di molti cattolici siciliani, primo fra tutti Luigi Sturzo che, più volte, sollecitò i suoi collaboratori, tra cui Igino Giordani e Gabriele De Rosa, ad approfondire il pensiero politico del sacerdote palermitano. Completa il volume un’ampia raccolta antologica comprendente l’Epilogo e conclusione dell’opera rimasta inedita sino al 1998 Dello spirito della rivoluzione e dei mezzi di farla terminare (1833); le edizioni integrali dell’Elogio funebre di Daniel O’Connell (1847); del Discorso funebre pei morti di Vienna (1848); della Memoria pel riconoscimento della Sicilia come Stato sovrano e indipendente (1848). Tali scritti offrono - al lettore che sino ad ora non si è accostato allo studio del pensiero venturiano - un quadro completo delle tematiche che avevano interessato il teatino. Tra esse ricordiamo la politica come mezzo di realizzazione del bene comune; la democraticità del potere garantita dall’originario riconoscimento del popolo e dalla sua continua attribuzione di consenso; la critica all’accentramento statale e conseguente fiducia nel decentramento amministrativo; la soluzione federalista o confederalista della questione italiana; l’intuizione del principio di sussidiarietà; l’anticipazione, nell’opera Dello spirito della rivoluzione…, delle origini del liberalismo di ispirazione cristiana in Italia; la legittimità delle rivoluzioni - come quella siciliana del 1848 - e, dunque, la liceità del ricorso alla resistenza attiva quando il principe antepone i propri interessi a quelli della collettività calpestando il diritto di libertà in tutte le sue espressioni.

Guccione sottolinea come il pensiero politico di Ventura sia imperniato sugli ideali di Chiesa, popolo e libertà e fondato sul tradizionalismo mitigato che "se da un lato ritiene limitate le capacità della ragione per la scoperta delle verità soprannaturali e delle verità naturali d’ordine religioso e morale, dall’altro ammette la facoltà della stessa ragione, non appena questa recepisce quelle verità dalla rivelazione o dall’insegnamento sociale" (Ivi, p. 39). Un tradizionalismo mitigato che, pertanto, puntava sulla restaurazione del realismo filosofico della scolastica e soprattutto del tomismo, concedendo, al tempo stesso, spazio alle teorie sociali che, aggiornate, sarebbero sfociate nel riconoscimento di una democrazia in senso cristiano.

L’altro volume della collana, curato da Salvatore Privitera, è su Francesco Orestano "filosofo, eticista, fenomenologo", autore paradossalmente sconosciuto a quasi tutti i manuali di Storia della filosofia contemporanea. Privitera, sin dall’inizio del suo interessante lavoro, non manca di cogliere le "luci e le ombre" di questo personaggio che, a causa dei suoi rapporti con il fascismo, subì il duro giudizio della critica filosofica. Dagli scritti orestani emerge il desiderio di "vedere la società governata da una morale universale" ma anche la convinzione "di doversi adoperare in quella situazione per conseguire quanto di positivo poteva essere conseguito" (Ivi, p. 5). La condizione di totale povertà in cui egli morì è indice, secondo Privitera, della sua profonda coerenza interiore e della sua onestà morale e intellettuale. E "l’uomo" Orestano si rivela non solo quando viene presa in considerazione la sua vita di fede ma anche quando "i lineamenti dell’uomo vengono considerati come lineamenti di colui che allo studio, alla riflessione scientifica, all’insegnamento ed alla trasmissione della verità ha dedicato tutta quanta la sua esistenza" (Ivi, p. 16). Soffermandosi sull’insegnamento l’autore osserva come per Orestano il compito del docente non fosse quello di inculcare nozioni o ideologie ma di fare si "che il discente [venisse] messo nelle condizioni di pensare con la propria testa, di ragionare con la propria intelligenza, di filosofare autonomamente" (Ivi, p. 19).

La sezione dedicata ai testi permette l’approfondimento del pensiero teoretico, morale, politico e religioso del filosofo aliese. Dagli scritti riportati nel volume risalta la sua religiosità "profonda e genuina"; la visione filosofica sempre inscindibile dalla sua prospettiva religiosa; il desiderio di pervenire al superamento del concetto di scienza in termini aristotelico-kantiani "adeguando il pensiero riflesso alle esperienze e ricorrendo per tale adeguazione al simbolismo della "matematica, capace di assumere i più diversi significati e valori e per ciò stesso atto ad esprimere nelle sue formule la fenomenologia dell’accadere senza intromissioni di portata ontologica" (Ivi, p. 27); il valore "vita" concepito e presentato come valore-fine ma anche come valore-mezzo cioè come strumento per perseguire altri valori; la priorità nel fatto morale della persona umana in quanto soggetto morale.

Claudia Giurintano

R. MENIGHETTI - F. NICASTRO, L’Eresia di Milazzo, Salvatore Sciascia Editore, Studi del centro "A. Cammarata", Caltanissetta 2000, pp.215

Gli autori, ambedue giornalisti, da anni si occupano, anche se uno solo di loro è siciliano di nascita, di problemi legati all’autonomia siciliana, analizzati con dovizia di particolari e di documentazione nel loro primo libro scritto a quattro mani Storia della Sicilia autonoma. 1947-1996, Caltanissetta -Roma 1998.

In questa nuova opera, fresca di stampa, viene esaminato in maniera di certo più dettagliata che in passato, un episodio, ancora per molti lati oscuro, della storia della Sicilia contemporanea: l’operazione Milazzo.

Sull’operazione Milazzo, infatti, è stato steso un pietoso velo d’oblio, per volere dei vari protagonisti che vi parteciparono, sia a livello i singoli, che a livello di formazioni politiche.

La DC preferisce non rivangare un doloroso episodio della sua storia che la vide per la prima volta confinata all’opposizione e che mise allo scoperto le poco cristiane macchinazioni politiche e i gretti personalismi di cui traboccava il partito cattolico. Il PCI preferì rimuovere il ricordo di un periodo politico che lo aveva visto collaborare con i nemici di sempre: i post-fascisti dell’MSI, il quale, a sua volta, non considera opportuno rievocare quei mesi caratterizzati dalla sua partecipazione ad un’ammucchiata politica generale.

Quell’episodio politico controverso, anche se poi sfruttato dai vari partiti secondo i loro interessi di bottega, rappresenta l’ultimo singulto di orgoglio autonomistico da parte di una classe dirigente e di un popolo che non ebbero la capacità di sfruttare appieno lo strumento statutario allo scopo di assicurare alla Sicilia un progresso costante, inserito nel contesto peculiare delle sue condizioni economiche, sociali, geografiche.

Il milazzismo, nato come protesta sicilianista e ribellione anti partitocratica, fuggito al controllo dei suoi stessi autori, presentò all’opinione pubblica il vero aspetto di un personaggio, fino a quel momento, secondario, Silvio Milazzo, appunto, di cui nessuno, tanto meno il suo protettore di sempre, Luigi Sturzo, si sarebbe aspettato la tenacia e il pragmatismo che invece dimostrò.

Tenacia nel perseguire nella scelta fatta, quello che lui chiamava il malo passo, malgrado le lusinghe e le minacce; pragmatismo nel mettere il primo piano le esigenze e i bisogni della sua terra, la necessità imprescindibile di difendere le prerogative autonomistiche, ormai quasi completamente soffocate dal centralismo politico-amministrativo, supinamente accettato pure dal suo partito e nel considerare l’alleanza con le sinistre, limitata al campo essenzialmente amministrativo, come il male minore per salvare la Sicilia dal pericolo di sciupare l’ultima occasione per affermare la sua diversità e la sua legittima secolare aspirazione ad autogovernarsi: la Sicilia, gravata da montagne di miseria - affermava - non si può permettere il lusso dell’anticomunismo. (p.11)

In questa coraggiosa scelta, che, peraltro non rispondeva affatto alle sue convinzioni ideologiche, Milazzo dovette scontrarsi con il forte apparato ecclesiastico sia siciliano che nazionale. Il clero, in quegli anni di guerra fredda, con l’immagine costantemente presente delle "chiese del silenzio" di quella parte del mondo dominata da regimi filo sovietici, vede nel comunismo il suo principale nemico contro cui deve battersi, per la sopravvivenza della compagine ecclesiale, con ogni mezzo e in ogni campo.

Così, pur se eminenti rappresentanti della Chiesa siciliana come Ruffini e Peruzzo, avevano inizialmente espresso un prudente gradimento sulla formazione di un secondo partito cattolico che tenesse alta la bandiera dell’autonomia, quando questo partito nacque con un’impostazione politica favorevole alla svolta a sinistra, furono costretti a manifestare tutto il loro dissenso, incoraggiati e, in parte, anche costretti, dalle direttive emanate dal Vaticano.

Il fanfanismo, teso all’occupazione integralista, attraverso il partito, di tutte le leve di potere esistenti all’interno dell’apparato politico statale, aveva messo in evidenza, soprattutto in Sicilia come, superata la fase critica della ricostruzione, fossero tornate a prevalere le più grette e detestabili pratiche politiche fondate sui personalismi, sulle vendette trasversali, sulla concessione di privilegi, sul clientelismo più becero e immorale. La classe dirigente siciliana, abbagliata dalle promesse del leader aretino, solleticata nelle ambizioni carrieristiche, sembrava pronta a svendere la preziosa conquista autonomistica per il raggiungimento di traguardi e successi politici di interesse personale. Perciò l’operazione Milazzo, come ribellione a tutto ciò, come tentativo di catarsi della vita politica regionale, fu visto, in un primo momento, con grande simpatia sia dalla popolazione che dalla stessa Chiesa isolana.

Secondo gli autori ciò che Milazzo non capì, o non volle capire, fu la strumentalizzazione che di tale rivolta sicilianista venne fatta dal partito comunista, che la considerò un’occasione da sfruttare, tramite la sua perfetta macchina propagandistica, per rientrare nell’arca governativa nazionale, dopo l’allontanamento subito nel 1947 e per neutralizzare la manovra fanfaniana mirante alla creazione di una maggioranza di centro-sinistra, con lo scopo effettivo, non solo di rafforzare l’esecutivo, ma soprattutto di isolare il PCI dal resto dello schieramento di sinistra, confinandolo in un ghetto da cui difficilmente sarebbe potuto uscire negli anni a venire.

Menighetti e Nicastro sottolineano, con un’accurata documentazione, ciò che finora è generalmente passato sotto silenzio, il sostegno cioè, nella prima fase, di gran parte dell’apparato democristiano, con in prima linea Sturzo, Scelba, Aldisio e Alessi che avrebbe dovuto essere il manovratore prescelto, ma che nel momento in cui la direzione della rivolta venne assunta dal "mite" Milazzo, incapace di un gesto di disobbedienza, o addirittura di insubordinazione, ai suoi autorevoli dante causa (p.38), preferì assumere il ruolo di attivo spettatore trasformato poi, in quello di strenuo oppositore, quando si prospettò l’alleanza tra il partito nato dalla ribellione e i socialcomunisti.

Gli autori sostengono che Milazzo non fu una vittima delle circostanze, accettò l’alleanza con le sinistre, incompatibile con il cattolicesimo a lui continuamente sbandierato, per ambizione e per calcoli personali, respingendo la tesi secondo cui sarebbe stato trascinato dalla sua debolezza e dalla sua ingenuità, nonché dal profondo amore per l’autonomismo, a cedere su principi che aveva sempre considerato irrinunciabili.

Grande sconcerto suscitò nell’opinione pubblica moderata, che fino a quel momento aveva con entusiasmo sostenuto la particolare operazione politica, la notizia, riportata dal corrispondente italiano a Berlino del quotidiano Il Tempo, il giornalista siciliano Sandro Paternostro, dell’incontro tra Corrao e Goetting, segretario del Partito Cristiano democratico e fedele fantoccio del comunista Ulbricht. Il braccio destro di Milazzo e vero ideologo del movimento cristiano sociale, nato dalla scissione con la DC, si era recato nella capitale tedesca, come rappresentante del governo regionale siciliano, ufficialmente per trattare con gruppi imprenditoriali tedeschi la possibilità di ottenere investimenti in Sicilia, ma, di fatto, per avere un colloquio politico nella zona est della città con un prestigioso esponente filosovietico.

L’episodio, secondo gli autori, confermerebbe che Milazzo, che non poteva sapere, si sarebbe piegato alle inusitate scelte politiche del suo braccio destro, non per ideali autonomistici, ma per calcoli e ambizioni personali.

Peraltro, lo stesso episodio potrebbe essere interpretato in senso diametralmente opposto; esso potrebbe dimostrare, invece, l’incapacità politica del calatino di dominare la situazione, passata ormai sotto il controllo di altri e votata al raggiungimento di scopi a lui certamente estranei.

A prescindere dalle polemiche sull’idealismo o sull’arrivismo di Milazzo, gli autori si domandano nell’epilogo quale ruolo ebbe tale operazione nel condizionare i futuri sviluppi politici del Paese.

Certo quella collaborazione tra cattocomunisti che aveva fatto gridare allo scandalo e aveva addirittura provocato l’emanazione di un decreto del Sant’Uffizio, con cui si scomunicavano gli "eretici", divenne pochi anni dopo pratica corrente.

La divisione politica dei cattolici in partiti militanti in schieramenti ideologicamente contrastanti, dopo la caduta del muro di Berlino, venne accettata con grande serenità anche dal Vaticano senza produrre particolari preoccupazioni.

Fu Milazzo l’apripista di tali future alleanze conducenti al completo ribaltamento degli assetti politici nazionali?

"Il futuro potrà, poi, meglio dire quanto l’eresia milazziana abbia influito sull’evoluzione dei rapporti delle istituzioni politiche ed autonomistiche regionali con i poteri centrali. Certo è che oggi le forze politiche siciliane vivono in totale dipendenza dalle gerarchie romane, che hanno portato alle estreme conseguenze il tasso di personalizzazione del sistema e che nella dialettica tra le parti investono sempre più risorse finaziarie ed estetiche, ma nessun principio autentico" (p.204)

Gabriella Portalone

L. E. LONGO, L’attività degli addetti militari italiani all’estero fra le due guerre mondiali (1919-1939), Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1999, pp. 1-763.

L’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito continua la pubblicazione di numerosi volumi di ricerca storica e archivistica che valorizzano i documenti presenti in quell’Archivio militare e soprattutto integrano le conoscenze che possono derivare dallo studio dei documenti militari con ricerche effettuate nell’Archivio Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri.

Il volume sugli addetti militari italiani all’estero fra le due guerre mondiali è un pregevole studio di ricerca storica e di sistemazione organica di un materiale archivistico suddiviso attualmente in vari Inventari, indubbiamente dettagliati, ma che non hanno avuto ancora il supporto di una catalogazione per soggetto. Questo è un punto di grande importanza per quanto riguarda soprattutto l’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: si tratta infatti di un archivio molto ricco di documentazione, non tutta studiata e soprattutto a volte di complessa consultazione, proprio per il sistema di archiviazione dei documenti e per le vicende belliche del secondo conflitto mondiale, che hanno reso frammentaria la pur amplissima consistenza della documentazione. Lo sforzo scientifico dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito è proprio quello di riorganizzare sistematicamente i documenti e allo stesso tempo renderli noti e studiarli a fondo, come importante complemento nello studio della storia delle relazioni internazionali. Nella maggior parte dei volumi che vengono pubblicati si rileva questo meritorio indirizzo dell’attività editoriale, che vuole coniugare ricerca storica e sistemazione organica.

Solo una parte ristretta e mentalmente chiusa dell’accademia universitaria, che non frequenta tali archivi, ritenendoli di scarso interesse storico, può con arroganza criticare l’impostazione scientifica di questi volumi, non conoscendo e non desiderando conoscere le realtà storiche da scoprire in questi validi archivi. Nello studio sistematico e scientifico di queste carte documentali, si tratta soprattutto di mettere in rilievo, rispetto a fonti già note, quanto di nuovo o di diverso si recepisce dalle relazioni d’epoca, nell’ottica della specificità tecnica del soggetto scrivente, ma rendendo altresì queste nozioni tecniche accessibili al comune lettore, senza peraltro l’aggravio di corpose bibliografie, ove già pubblicate, pur con il rigore scientifico della precisa indicazione della segnatura archivistica del documento studiato.

Il volume di Longo tratta appunto per la prima volta in forma organica, l’operato degli addetti militari italiani fra le due guerre mondiali. Infatti, nonostante la figura dell’addetto militare nelle rappresentanze diplomatiche all’estero sia stata istituita con Regio Decreto n. 6090 del 29 novembre 1870, una trattazione organica per paesi o per periodi storici non era stata ancora fatta: alcune ricerche sono state già pubblicate, sempre a cura dell’Ufficio Storico SME, ma hanno riguardato singoli personaggi o missioni particolari.

Durante la prima guerra mondiale e subito dopo la fine degli eventi bellici, molti ufficiali furono inviati all’estero con funzioni di collegamento presso gli alti comandi dell’Intesa e in seno alle varie strutture create nell’ambito della Conferenza della Pace e nelle missioni di controllo interalleato o di definizione di confini. E’ evidente che questi ufficiali non sono stati degli addetti militari, nel senso giuridico e funzionale dell’incarico, ma furono importanti per gli interessi italiani in alcune aree e fruirono spesso di maggiore libertà di movimento, rispetto al rappresentante diplomatico in loco, conseguendo spesso maggiori possibilità di cognizione di fatti. Le loro relazioni aggiungono molti dettagli che consentono di valutare meglio lo sviluppo e la definizione di alcuni accordi diplomatici di contenuto tecnico-militare o semplicemente diplomatico e sono anch’esse di notevole interesse nel quadro della valutazione generale dell’operato degli ufficiali italiani in missione all’estero.

E’ interessante anche conoscere la dipendenza gerarchica degli addetti militari, una volta raggiunta la sede all’estero: dal 1919 al 1921 dipesero dall’Ufficio Esteri del Reparto Operazioni del Comando Supremo, che divenne in seguito Stato Maggiore del Regio Esercito. Nel corso del 1921 la dipendenza fu attribuita definitivamente all’Ufficio Informazioni, sempre in ambito Stato Maggiore. Nel 1919 le sedi previste erano 8 principali e 15 secondarie. Successivamente le sedi furono variate e furono chiariti meglio i rapporti di dipendenza gerarchica e funzionale con i Capi Missione diplomatici. Nelle pagine introduttive Longo cura con approfondimenti la storia degli addetti militari, con numerosi riferimenti normativi e bibliografici, aggiungendo ulteriori dettagli agli studi in merito di A. Biagini e A. Giuffrida.

L’Autore ha fatto molte ricerche sia nell’Archivio dell’Ufficio Storico SME, sia presso l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri. Sono diciannove le nazioni europee, africane e asiatiche che sono state prese in considerazione: Albania, Austria, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Cina, Etiopia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Jugoslavia, Polonia, Romania, Svizzera, Turchia, Ungheria, Urss. Precede l’analisi del lavoro svolto dal singolo addetto militare un inquadramento storico dello stato in cui l’ufficiale era accreditato, ovviamente per il periodo considerato 1919-1939. Alcuni documenti (sedici) sono riportati in originale negli allegati e in appendice è stato elaborato un quadro riepilogativo degli addetti accreditati presso le nazioni considerate e nel periodo in esame e lo specchio della presenza degli ufficiali italiani in qualità di addetti militari al 31.12.1939. Alcune cartine, schizzi e fotografie completano la documentazione del volume.

E’ evidente che i rapporti bilaterali italiani con i singoli paesi sono considerati, in questo contesto, attraverso le percezioni e il lavoro svolto da quegli ufficiali, che quasi sempre erano in stretta collaborazione con la Missione diplomatica. A volte diplomatici e militari divergevano nelle considerazioni globali, in quanto questi ultimi guardavano con un’ottica particolare le possibili risorse economiche e militari della nazione considerata: le divergenze di opinione servirono spesso a diversificare e approfondire le conoscenze e servono attualmente agli studiosi per una migliore valutazione critica degli avvenimenti osservati.

Come ha rilevato chi scrive nel volume relativo al Levante, Vicino e Medio oriente (v. qs. Rivista, n. 7, pp. 207-209), un elemento che emerge dallo studio dei rapporti degli addetti militari è la lucidità con la quale gli ufficiali riescono ad interpretare, nella maggioranza dei casi, gli avvenimenti politici nel paese di accreditamento. In particolare, nel periodo considerato, seguono con attenzione le correnti, più o meno occulte, del traffico di armi tra le varie nazioni, controllandone giacenze, consistenze, provenienze, destinazioni, eventuali intermediazioni, e "triangolazioni", implicazioni finanziarie. Molto spesso riportano impressioni, giudizi, valutazioni di circoli influenti, diplomatici e militari, stranieri rispetto ad alcune iniziative internazionali italiane, quali quelle in Africa Orientale, ad esempio. E’ stata questa una tradizione degli addetti militari il cercare analisi e valutazioni della politica italiana, anche in ambienti giornalistici: molto spesso la loro diligenza nel riportare commenti stampa (accludendo numerosissimi ritagli di giornali) e la loro intelligenza nel commentarli ha fatto vedere come, al di là di una storiografia nazionale d’epoca a senso unico, in realtà non in tutti i circoli i commenti sulle iniziative italiane erano ossessivamente denigratori. Già nel secolo precedente gli ufficiali italiani inviati quali osservatori al seguito della spedizione anglo-egiziana in Sudan, riportavano le impressioni e i giudizi di Lord Kitchener sulle imprese italiane in Abissinia e in Eritrea e quelli che erano stati incaricati di costruire una fabbrica d’armi a Fez fornivano interessanti notazioni sulla disposizione delle altre Potenze nei riguardi dell’Italia, che cercava il suo spazio nel "concerto europeo". L’interlocutore privilegiato, dal 1919 al 1939, e il più diretto fruitore dell’attività degli addetti militari fu il Servizio Informazioni, che era stato riorganizzato sempre nell’ambito del Comando Supremo, a due anni dalla fine della prima guerra mondiale e ristrutturato, dal 1925, in Servizio Informazioni Militari (S.I.M.). Dal loro osservatorio privilegiato gli addetti militari fornirono un buon contributo informativo, facendo quanto era nelle loro possibilità, anche se l’apparato militare italiano, soprattutto nel periodo tra le due guerre mondiali, a giudizio dell’A., era privo di una centrale d’intelligence degna di questo nome.

Molto spesso i rapporti degli ufficiali dimostrano una viva capacità di osservazione associata ad una non comune sensibilità percettiva nei confronti di situazioni e di ambienti complessi rilevando, di essi, elementi significativi e contrassegnati da una specifica valenza psicosociale: volentieri chi scrive si associa a questa valutazione di Longo. Lo studio accurato di quei documenti infatti fa risaltare la preparazione e l’accurato lavoro svolto dalla maggior parte degli ufficiali accreditati. E’ peraltro evidente che vi furono individui meglio preparati ed equipaggiati mentalmente ed altri che non riuscirono bene nella loro funzione, ma in complesso la funzione svolta dagli addetti militari merita veramente un’attenzione storiografica maggiore di quella che ha avuto finora. Il lavoro editoriale svolto dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito va in questa direzione e in questo senso validi studiosi e ricercatori collaborano con questo Ufficio, per presentare ad un pubblico di addetti ai lavori e di lettori interessati alle problematiche militari concreti risultati di approfondite ricerche.

Maria Gabriella Pasqualini

U. BALISTRERI, Pirriere e pirriatori nel Bagherese, ISSPE, Palermo, 2000, pp. 89.

In un momento storico in cui si sente sempre più parlare di new economy e di lavori legati all’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche sembra quasi provocatorio e anacronistico l’ultimo lavoro di Umberto Balistreri Pirriere e Pirriatori nel Bagherese edito dall’Istituto Siciliano Studi Economici e Politici.

In realtà quello che può sembrare un doveroso riconoscimento ad un settore lavorativo che sino a qualche anno fa muoveva l’economia di una striscia di costa della provincia di Palermo, si rivela ad un’osservazione più meditata un grande affresco etno-antropologico volto all’analisi di una sedimentazione culturale che ha eletto a modo di vita la resistenza, la semplicità, la crudezza che sono proprie della pietra d’Aspra e che metonimicamente si sono trasferite da essa ai suoi "pirriatori" e alle loro famiglie. "Le pietre della Sicilia sono la nostra storia" afferma non a caso Balistreri.

Quella dello studioso palermitano è un’indagine scrupolosa, arricchita con un essenziale corredo fotografico, di quella che è stata sino a qualche anno fa la realtà delle pirriere (le cave di pietra d’Aspra) e dei pirriatori. Balistreri si è servito non solo di sopralluoghi accurati ma anche delle testimonianze orali di vecchi pirriatori. Completano il corredo iconografico anche pregiate tavole di vari artisti che in qualche modo si sentono vicini alla realtà delle pirriere.

Ecco allora che la storia affascinante di questa pietra d’Aspra che per la sua peculiarità (resistenza all’azione del tempo perché si induriva al contatto con l’aria) ha dominato l’attività edilizia almeno sino alla diffusione capillare dell’uso del cemento armato.

Addirittura risale già al periodo greco la conoscenza e l’uso della pietra d’Aspra, come testimonierebbero i resti archeologici di Solunto, uso che venne continuato da altri popoli dominatori della Sicilia, particolarmente gli Arabi e i Normanni.

Anche in epoche più recenti la pietra d’Aspra è stata utilizzata per la costruzione di importanti e lussuose ville del bagherese e del palermitano ma anche del Teatro Massimo di Palermo.

Con l’utilizzo massiccio del cemento armato, lamenta Balistreri, la fiorente attività dell’estrazione della pietra d’Aspra e del suo indotto commerciale cominciarono a venire meno, facendo scomparire un mondo e una cultura che oggi può rivivere soltanto grazie al sapiente lavoro di chi come l’autore ama quel mondo e cerca di sottrarlo all’oblio della memoria, ma anche di quei poeti che hanno fatto vibrare le corde della loro musicalità guardando a quell’affascinante e un pò (ormai) esotico mondo delle Pirriere e che trovano ospitalità nell’appendice del libro di Umberto Balistreri.

Giovanni Taibi

S. CORSELLO, La politica tra natura e artificio. L’antropologia positiva di B. Spinoza, prefazione di Giuseppe Barbaccia, Palermo - São Paulo, Ila Palma, 1999, pp. 198.

Il volume di Sabrina Corsello - frutto di anni di ricerche e di studio iniziati a Pisa con un dottorato - fa parte della collana "Costellazioni" diretta da Giuseppe Barbaccia e Pietro Violante che occupa un posto di rilievo nel panorama delle Scienze politiche.

L’autrice è stata mossa dalla duplice esigenza, "interiore e scientifica", di approfondire il pensiero di Baruch Spinoza (1632 - 1677) per meglio comprendere l’uomo come "essere armonico e unitario"; l’antropologia, dunque, come punto di partenza dell’indagine filosofica. Affrontando lo studio della filosofia politica spinoziana, Corsello non può prescindere dalle premesse metafisiche poiché il filosofo olandese procede seguendo una linea speculativa che va dal problema della conoscenza a quello della morale. L’attenzione di Spinoza è costantemente rivolta alla comprensione della condotta umana tenendo in considerazione persino le stoltezze e i vizi umani. Comprendere tutto ciò significa liberarsi dalle passioni e conquistare la felicità. L’uomo è un dato della natura che ritrova nella sua potenza - concetto distinto da quello di potere - la causa naturale di tutti i suoi comportamenti. La natura ha posto l’uomo in modo da non potere eliminare il "patimento" ma vi sono tre vie per porre fine a tale sofferenza attraverso l’uso della ragione: la consapevolezza di aver compiuto il proprio dovere; il senso del limite della propria potenza che non poteva arrivare ad evitarli; la conoscenza dell’ordine della natura e la consapevolezza di esserne parte.

Corsello opera un’attenta comparazione del pensiero spinoziano con quello hobbesiano dimostrando l’autonomia del primo dal secondo. Rispetto al coevo Hobbes, il filosofo olandese non ha avuto la stessa diffusione forse per il difficile modo di esprimersi, forse per "l’apparente marginalità del tema politico" nelle sue opere. Entrambi i pensatori sono accomunati dal tema cardine della filosofia politica del XVII, lo stato di natura, che costituisce il punto di partenza del modello contrattualistico; ma essi si differenziano in tema di legge, di diritto, di forza, di alienazione dei diritti nel passaggio dallo stato di natura alla società civile. Essi affrontano gli stessi problemi ma muovono da prospettive antitetiche che li faranno approdare l’uno ad un’antropologia "negativa", l’altro ad un antropologia che l’autrice definisce "positiva" prendendo, in tal modo, le distanze da tutti gli studiosi che avevano definito pessimistica la visione spinoziana che aveva fatto della natura il dominio della logica dell’istinto, "dove il pesce più grande mangia il pesce più piccolo", e in questa naturalità della vita, non c’era nulla di ingiusto. L’autrice ritiene che, anche se emerge il carattere deterministico della natura che porta gli uomini alla sofferenza, tale caratteristica non esclude il valore positivo della antropologia di Spinoza "grazie al modo in cui essa supera e risolve il difficile rapporto tra ciò che dell’uomo può esser detto natura e ciò che di contro può esser detto artificio" (ivi, p. 17). E quando il filosofo olandese afferma che gli uomini in natura sono nemici non vuole dire che essi sono "necessariamente tali" per natura ma che lo sono "nella misura in cui possono essere soggetti unicamente alle passioni" (ivi, p. 105). L’antropologia non va interpretata in termini pessimistici poiché le passioni non si oppongono alla ragione ma, anzi, esse diventano indispensabili per la costituzione della ragione universale. Se per Spinoza il diritto di natura ha un carattere "regolativo e necessario", per Hobbes esso diventa "a-regolativo" definendone l’ambito di applicazione nella contingenza: "il diritto naturale spinoziano si afferma sulla base di una ragione insita nella natura, […], il diritto naturale hobbesiano si afferma al contrario sullo sfondo di una natura che è pur dotata di leggi sue proprie ma queste tuttavia non assumono alcun carattere regolativo" (ivi, p. 76).

Anche in tema di libertà i due filosofi sembrano divergere: per Hobbes la libertà è vista solo in termini negativi; per Spinoza lo Stato rafforza e accresce la libertà individuale affermando che l’uomo è più libero nello Stato che nella solitudine. Il fine dello Stato, osserva Corsello, non si risolve nel perseguimento della sicurezza e la vis coactiva viene giustificata solo per raggiungimento del vero fine: la libertà. Libertà individuale e sicurezza sociale sono elementi che, insieme, contribuiscono al potenziamento razionale della natura "ai fini della libertà e della conservazione individuale" (ivi, p. 126). Spinoza, dunque, precursore del pensiero liberale moderno e, anche per questo, collocabile agli antipodi di Hobbes.

La vera libertà spinoziana si identifica con la libertà "della mente" rispetto alla quale lo Stato non ha alcun potere. Ecco perché il filosofo olandese ridefinisce "l’assoluto" commisurandolo all’estensione del consenso. E la stessa libertà politica diventa così partecipazione consapevole all’esercizio del potere: ogni stato civile - monarchico, aristocratico o democratico - per durare nel tempo e costituirsi legittimamente deve essere "determinato dalla potenza della moltitudine, che in esso individua l’unica via per il conseguimento del bene comune" (ivi, p. 161). Ma l’unica vera forma di organizzazione sociale naturale è la democrazia poiché solo in essa la libertà trova la sua massima espressione e viene garantita l’uguaglianza. La democrazia, più di ogni altra forma di governo, realizza l’essenza della società politica poiché fa coincidere l’utile di chi detiene il potere con l’utile della maggioranza. Il potere sovrano, a differenza di Hobbes, non si contrappone alla totalità dei cittadini; il sommo potere non può mai sfuggire alla paura di essere contestato e rifiutato dai cittadini: l’uomo non si sottomette interamente alla volontà altrui poiché non è disposto a far cessare la sua facoltà di giudicare e di pensare. L’assolutismo spinoziano, pertanto, non è inteso come ab-solutus ma va interpretato in positivo: "in base all’estensione dell’esercizio concreto del potere e non in senso negativo dall’assenza di impedimenti" (ivi, p. 179). L’autrice sottolinea come l’insopprimibile tendenza naturale alla vita razionale trova compimento solo all’interno di uno Stato che assicura il libero esercizio delle funzioni umane.

Dal lavoro di Corsello emerge che la filosofia politica spinoziana si propone come antropologia politica "come uno dei modi […] in cui il rapporto tra morale e politica può pensarsi positivamente" (ivi, p. 21). E tale studio è affrontato considerando lo stretto rapporto tra diritto naturale e potenza, e la distinzione tra potenza e potere. L’elaborazione teorica di Spinoza viene così rivalutata come possibilità alternativa di concepire il rapporto tra il singolo e la politica. In questa dimensione - e in ciò si coglie uno degli aspetti ancora oggi validi - il compito dello Stato diventa non solo quello di proteggere e assistere l’uomo ma anche di creare le condizioni di una promozione individuale.

Il merito di Sabrina Corsello, pertanto, non è solo quello di far parte di quella schiera di studiosi che hanno reso giustizia al pensiero spinoziano ma, soprattutto, di averne ricostruito, organicamente e analiticamente, il pensiero politico partendo dai suoi fondamenti ontologici rivendicando l’autonomia del suo pensiero dal contemporaneo Hobbes.

Claudia Giurintano

F. Lo Jacono Battaglia, Solunto, Bagheria 2000.

Da una consapevole ed orgogliosa condizione di storico-locale - che per lui non è stata mai riduttiva - di storico puntiglioso, tenace, Francesco Lo Jacono Battaglia ha condotto un'esemplare operazione di ricognizione e di rilettura del passato soluntino attingendo attentamente e criticamente alle fonti classiche - che, in parte, ripropone in appendice - ma anche a Paolo Diacono, Tommaso Fazello, Vincenzo Mortilllaro, Gregorio Ugdulena, Antonio Salinas, Luigi Pareti, M. Finley, Biagio Pace, Vincenzo Tusa. Ricognizione e rilettura che si ammantano, però, di una significativa originalità e di un indubbio acume interpretativo, specialmente quando illustra l'itinerario religioso soluntino: dai primitivi culti, alla promiscuità etnico-religiosa dei più antichi popoli stanziatisi nel territorio, ai miti di Ercole e del gigante Solunto, al trionfo del Cristianesimo. E con un'accurata descrizione degli edifici sacri, del tobhet con i Betili, della necropoli.

Tale analisi del sacro, viene affrontata metodicamente, seguendo un procedimento rigoroso, che analizza il comportamento dello uomo religioso dell'antichità. Lo Jacono, perciò, si riferisce brevemente, ma incisivamente, all'homo symbolicus e all'homo religiosus. Il primo considerato nei suoi rituali, nel suo linguaggio, nei suoi miti, l'uomo, per dirla con Mircea Eliade, con le sue "ierofanie", cioé con le realtà che permettono la manifestazione visibile della trascendenza, l'altro nella certezza dell'esistenza di una realtà che supera questo mondo.

E sul doppio binario dell'historia loci particolareggiata, ricca di riferimenti completi, e della storia "mediterranea" soprattutto quando si riferisce alla vicenda dell'imperium romano, Lo Jacono Battaglia costruisce con un'avvincente dettato narrativo, pagina dopo pagina, un validissimo progetto storiografico che consente al lettore di avere anche un preciso quadro sinottico degli avvenimenti. Il tutto con un linguaggio scarno, sobrio, senza sbavature, non paludato, e però coinvolgente ed appassionante. Lo Jacono Battaglia non proviene dalla cultura accademica, cattedratica, da una cultura canonizzata, istituzionalizzata o, peggio ancora, da quella etichettata, funzionalizzata, ma dalla cultura militante e da una storiografica volta a "destare idee-forza", a ristabilire anche una una continuità rispetto agli ideali, ai simboli e alle vocazioni di una più alta umanità. E per questo la sua "piccola storia" è calata nella realtà, nella tradizione socio-culturale, nella rappresentata storica di una comunità e di un territorio, nel quale l'Autore è profondamente radicato e per la cui promozione culturale ha lungamente e positivamente operato.

L'epopea di Solunto - la greca Soloeis, la romana Soluntum - fondata dai Fenici che ne fecero un importante emporio, viene analizzata, nel suo svolgersi: dall'avversione alla prepotenza ed allo espansionismo greco all'egemonia di Cartagine, che esercita un ruolo attivo nei confronti di Solunto, che diventa caposaldo dell'"epigrazia" punica, alla devastante conquista romana, con il pesante carico di vessazioni e corruttele della gestione verrina e con la conseguente perdita dell'identità politica e la trasformazione in città "decumana", con la fine dell'autonomia politico-amministrativa goduta con i cartaginesi, quando Solunto fu città-stato, svincolata, pertanto, da controlli da parte della città egemone, ai cui indirizzi si uniformava soltanto in materia di politica estera e di difesa. Particolarmente valide le puntualizzazioni sulla zecca soluntina, sulla circolazione monetaria dal pericolo fenicio-punico sino a quello romano, sulla Solunto arcaica, sulla Solunto "tucididiana". Lo Jacono in merito avanza l'ipotesi della stretta dipendenza fra la prima, la Solunto arcaica, e gli insediamenti di Monte Porcara, veri e propri villaggi fortificati.

L'Autore, poi, contesta con una lucida analisi la tesi dell'abbandono della città all'inizio del III secolo, che essa rimane ancora attiva ben oltre ed è più appropriato semmai riferirsi ad un lento spopolamento verificatosi nel corso di alcuni secoli, considerato anche che è Paolo Diacono a riferire della sua distruzione da parte degli Arabi.

Un'attenta disamina concerne l'attività economica, in testa agricoltura e pesca, doppia vocazione nel territorio che Lo Jacono Battaglia riconduce alla diversa composizione etnica degli abitanti dell'antica Solunto: i Sicano-Elimi pastori e contadini, i Fenicio-Punici marinai, commercianti e pescatori, dualità tramandatasi sino ad oggi. Le attività legate alla pesca, poi, e centinaia di anfore recuperate lungo la costa e di fronte a Porticello, alle Formiche, vero e proprio cimitero di navi onerarie, ricordano le conserve ittiche, tra cui il ta rixos, pesce salato - allora, come oggi, l'attività conserviera era importante - salse di pesce, di tonno e di pasce spada - come il ga rum, di origine fenicia - che venivano largamente commercializzate.

Singolare il ritrovamento di ami, fiocine, aghi per tessere le reti, molto simili a quelli in uso ancora presso i pescatori di Porticello e S. Elia. Attività, queste che caratterizzano l'attività di buona parte della comunità flavese o, se si preferisce, "soluntina".

Una storia, dunque, che si legge d'un fiato, pervasa dal senso vasto e profondo della comunità e che si affida all'attenzione del lettore nella convinzione che esso possa ritrovare nell'insegnamento della "piccola storia" tracciata da Francesco Lo Jacono Battaglia stimoli per riscoprire le vicende e le tradizioni dei propri padri.

Umberto Balistreri

 

Pubblicazione realizzata con il contributo dell’Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali e della Pubblica Istruzione della Regione Siciliana