HEIDEGGER E LA DIFFERENZA FRA ESSERE E LINGUAGGIO di: Gaetano Licata

Bisogna stabilire innanzitutto se parlare di differenza fra essere e linguaggio è, in termini heideggeriani, possibile. Perché se l’Unterschied cui il pensatore fa nelle sue ricerche continuo riferimento può essere compreso solo sulla base di ciò che egli chiama "differenza ontologica" allora per ragioni che ci apprestiamo ad esporre, si dovrà rinunciare a parlare della differenza come di quella relazione che distinguendo e unificando fonda la comunanza fra l’essere e il linguaggio. Nondimeno, sgombrato il campo dalla tesi che intende porre la differenza ontologica a fondamento di tale relazione, restiamo tuttavia nella necessità d’interrogarci a proposito di questo rapporto. La differenza ontologica fin dalla Premessa del 1949 a Vom Wesen des Grundes, viene intesa da Heidegger come ambito della trascendenza abissale dell’essere rispetto all’ente, dunque della distanza incolmabile che sempre sussiste fra il piano ontico e il piano ontoiogico; questa differenza precisa Heidegger, non è una semplice distinzione operata dall’atteggiamento divisivo della ratio metafisica bensi la lontananza di ciò che più è vicino esperita esistenzialmente come quel "non" che sempre sussiste fra un participio (ens) e l’infinito (esse). Questo "non" che allontanando dall’ente fa giungere nei pressi della vicinanza fra l’essere e il niente rimane ambito di un percorso di pensiero che la metafisica come storia del pensiero occidentale ha via via dimenticato:

Il niente è il "non" dell’ente, quindi l’essere esperito a partire dall’ente. La differenza ontologica è il non tra ente e essere. Ma allo stesso modo in cui l’essere come "non" relativo all’ente non è un niente nel senso del nihil negativam, cosi la differenza come "non" tra ente ed essere, non è il semplice prodotto di una distinzione dell’intelletto (ens rationis).(1)

La differenza fra essere e linguaggio, ammesso che se ne possa parlare, non può dunque essere studiata sulla base della "differenza ontologica" perché anche il linguaggio, come l’essere, non è un ente fra gli altri; non vi è cioè fra essere e linguaggio quella diversità di rango e quello sbalzo che potrebbero dare ragione di una differenza recante i tratti della differenza ontologica. Essere e linguaggio coabitano invece quella stessa regione dell’Aperto che costituisce uno dei tratti dell’ontologisch Unterschied; non vi è in tal modo, né potrebbe esservi, fra essere e linguaggio quello stesso "non" abissale in cui si attua la trascendenza che separa e però lega ogni ente all’essere perché il linguaggio, come l’essere, è quello stesso abisso da cui tutti gli enti e tutte le cose infinitamente differiscono - tanto che risulterebbe estremamente più comodo parlare di identità fra essere e linguaggio piuttosto che di differenza.

La differenza tuttavia si dice in molti sensi, anche come identità(2); e, sebbene quella ontologica costituisca la cifra fondamentate deUa Differenzephilosophie heideggeriana non vi è dubbio che i principali testi del pensatore riguardanti il linguaggio(3), facendo procedere il loro cammino, com’è naturale in Heidegger, nella contrada dell’essere e chiamando costantemente in causa la questione della differenza indichino con una certa risolutezza proprio nella differenza(4) la via che porta alla chiarificazione della relazione sussistente fra essere e linguaggio. Dice fra l’altro il pensatore:

Il linguaggio è la casa dell’essere.(5)

Fra linguaggio ed essere sussiste un legame alla luce del quale si afferma che l’uno è qualcosa dell’altro. Oltre che unire però, come si vede, questo legame distingue, distingue anzi con lo stesso movimento col quale unisce: il linguaggio non è stricto sensu l’essere, è tuttavia dell’essere qualcosa di massimamente intimo, qualcosa che il pensiero nomina come Hauss. Sussiste dunque fra essere e linguaggio, per rimanere entro la metafora, lo stesso rapporto che si configura fra abitatore e abitazione? In che senso l’essere abita il linguaggio? Che cosa significa abitare? Rispondere a questi interrogativi riguardanti la Haus, o meglio, mettersi in ascolto di quanto il Dire originario(6) esprime a questo proposito tramite il linguaggio dell’uomo può significare cogliere i tratti fondamentali di un legame che per prudenza ancora esitiamo a indicare come differenza. Dal momento che la parola Hauss infatti compare nella citazione come termine medio fra linguaggio ed essere, identificandosi anzi con questo fra, lo studio del pensiero heideggeriano sul senso di questa parola diviene fondamentale per la determinazione del cammino che abbiamo scelto d’intraprendere.

Questo cammino poi, fin dal suo progetto, non può che seguire la via che il pensatore ha nominato come Weg zur Sprache perché il linguaggio in quanto casa dell’essere e dimora dell’uomo non può non costituire il termine o il fine autentico del procedere storico dell’uomo dunque ciò rispetto a cui un cammino e qualunque cammino si dà: effettivamente sembra che in Heidegger ogni cammino sia un cammino verso casa un procedere sempre estatico e progettante che in quanto tale è comumque diretto verso il proprio compimento; secondo gli intendimenti del pensatore infatti un cammino di ricerca sussiste soltanto nell’indicazione continua della fine. Ma chi o che cosa è in cammino verso il linguaggio? Anzitutto dovremmo chiederci se sia lecito domandare "chi" o "che cosa" visto che entro questo domandare risuona quel "che cos’è" che fin dall’antichità ha rabbassato l’essere al rango di concetto e, costringendo il Fragen del pensiero all’onticità della metafisica ha velato la chiarezza e la voce dell’essere all’ascolto e allo sguardo del pensiero stesso. Nondimeno, una risposta pronunciata dallo stesso Heidegger ci dà occasione per domandare: chi e che cosa è in cammino verso il linguaggio?

L’essere, diradandosi, viene al linguaggio. Esso è sempre in cammino verso il linguaggio. A sua volta, il pensiero e-sistente, nel suo dire, porta al linguaggio questo adveniente (dieses Ankommende).(7)

Le prime due proposizioni rispondono al che cosa la terza proposizione risponde al chi. Fermiamoci innanzitutto sulle prime due. L’essere è ciò che viene, ciò che diradandosi e rischiarando(8) giunge al linguaggio: questo giungere rischiarante e illuminante è un eterno cammino verso il linguaggio, verso casa. La distanza sussistente fra l’essere, sempre in cammino, e il compimento del cammino inteso come dimora è l’ambito proprio del Lichten, dunque il cammino stesso dell’essere che rischiarando si fa parola. Di conseguenza se fra essere e linguaggio vi è un cammino la parola Weg sarà uno dei nomi da imporre al rapporto che si da fra l’uno e l’altro, a ciò che per ipotesi chiamiamo differenza. E se la differenza è un cammino, una distanza fra due estremi sempre da colmare, il portare cui in sé accenna la parola "differenza"(9) indicherà un’attività strettamente commessa a questo essere in cammino: non solo infatti, in quanto differisce, l’essere è un cammino verso il linguaggio, esso è portato al linguaggio ed è in cammino verso il linguaggio proprio in quanto portato. Giungiamo in questo modo a interrogarci sul chi. Chi porta l’essere al linguaggio?

Chi fa si che l’essere proceda nel suo cammino di rischiaramento sino a che giunga presso la propria dimora? A questa domanda risponde la terza proposizione della citazione precedente:

A sua volta, il pensiero e-sistente, nel suo dire, porta al linguaggio questo adveniente (dieses Ankommende).(10)

L’essere viene. L’essere è anzi ciò che ha da venire essendo portato al linguaggio dal pensiero dell’uomo(11). La differenza fra essere e linguaggio è ricondotta in tal modo al ruolo svolto in questa e per questa da parte dell’esserci esistente, fino quasi a suggerire l’idea che il pensiero umano sia anzi l’ambito specifico in cui questa differenza si realizza. Qualcosa di analogo era accaduto in Sein und Zeit: il problema del senso dell’essere, nella sua ripetizione, era stato immediatamente riportato all’analitica ontologica dell’esserci a causa del primato ontico-ontologico di quell’ente (l’uomo) che noi sempre siamo; il ritrovamento del senso dell’essere può avvenire solo attraverso uno studio sistematico dell’esistenza umana perché l’uomo fra tutti gli altri enti, è l’unico a porsi il problema dell’essere, l’unico ente a percepirsi come ambito della trascendenza e della differenza abissale dell’essere dall’ente(12). A vent’anni di distanza il problema della differenza torna a legarsi in modo indissolubile alle questioni dell’esistenza; non si tratta più della differenza ontologica o della pura trascendenza dell’essere dall’ente ma di quella differenza fra essere e linguaggio che solo il pensiero umano può percepire come tale. Percepire e agire, perché è proprio il pensiero esistente che fa questa differenza ponendo l’essere in cammino verso il linguaggio. Così l’uomo è pastore dell’essere perché l’essere si dispone all’uomo disponendo dell’uomo come del proprio custode.

Se il pensiero esistente è ciò che porta l’essere al linguaggio quel che Heidegger intende nella citazione precedente con pensiero non coincide perfettamente con quell’attività che ha preso storicamente il nome di filosofia. Con l’espressione "pensiero e-sistente" si dovrà intendere invece quel Sagen che secondo le tesi del Brief über den "Humanismus" rende l’uomo veramente tale, quel dire in ascolto del quale il pensiero si è fatto storicamente parola come poesia e come filosofia; tant’è che questo dire del pensiero esistente cioè storico viene detto elemento comune tanto del poetare quanto del pensare - inteso, questa volta, come pensiero realizzatosi storicamente nella filosofia:

Il poetare si muove nell’elemento del dire, né diversamente il pensare. Riflettendo sulla poesia ci troviamo, con ciò stesso, già nell’elemento in cui si muove il pensiero. [...]Oscuro rimane come si determini il loro rapporto autentico e donde quello che noi non senza pigrizia mentale chiamiamo l’autentico tragga autenticamente origine. Ma - comunque noi prendiamo a riflettere sul poetare e sul pensare - sempre già ci si è fatto presso uno stesso e unico elemento: il dire, sia che noi vi facciamo caso o no.(13)

Il Sagen si configura in tal modo come ambito specifico della distinzione e della somiglianza fra poesia e filosofia il terreno sul quale fiorisce la pianta del pensiero come già originariamente scissa nella duplice diramazione di pensiero poetico e pensiero filosofico. Nella prospettiva dello studio della differenza fra essere e linguaggio ci si fa innanzi così la necessità di considerare un’ulteriore differenza quella fra poesia e filosofia cui Heidegger da il suggestivo nome di "vicinanza":

[...] i due - per eccellenza - modi del dire, il poetare e il pensare, non sono stati investigati così come chiedevano d’esserlo, cioé nella loro vicinanza. Eppure si parla fin troppo spesso di poetare e pensare. L’espressione è divenuta una formula vuota e pappagallesca. Forse nell’espressione "poetare e pensare" la "e" acquista pienezza e determinazione, se entriamo nell’idea che quella "e" possa significare la vicinanza tra poetare e pensare.[...] Come la parola stessa dice, vicino è uno che abita in prossimità a un altro e con un altro [...] La vicinanza è quindi una relazione risultante dal fatto che uno si porta nella prossimità di un altro.(14)

Se il dire del pensiero esistente costituisce così quell’uno su cui si fonda la dualità di filosofia e poesia, quel fondamento che alimenta la comunanza e la distinzione fra linguaggio poetico e linguaggio filosofico, la vicinanza fra poetare e pensare sarà appartenenza reciproca, riferimento di un livello in cui sussiste la scissione ad un altro, più basso e più originario, in cui la scissione non sussiste. In quest’idea di vicinanza o meglio di "vicinato" fra poesia e filosofia viene coinvolto inoltre il tema dell’abitare. Non a caso. Il modo dello stare in serenità, dunque dell’attardarsi presso la propria dimora non è che il ritrovarsi dell’uomo, poeta e pensatore, nella perfezione del linguaggio, nella contentezza di un dire in cui la chiarezza dell’essere riluce infine pienamente. È nella regione del linguaggio intesa come autentico dispiegamento dell’essere che poeti e pensatori si stabiliscono, l’uno di fronte all’altro, intrattenendo rapporti di vicinato.

Lo studio della differenza dunque del cammino sussistente fra essere e linguaggio implica immediatamente lo studio del pensiero e-sistente inteso come attività che porta l’essere al linguaggio mettendo in atto questa differenza. A sua volta il pensiero e-sistente, in questo portare, si realizza via via come linguaggio originariamente differenziato in linguaggio poetico e linguaggio filosofico. È per questo che Heidegger afferma:

Il pensiero porta a compimento il riferimento (Bezug) dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essere soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere viene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono.(15)

La differenza fra essere e linguaggio è quel cammino che poeti e pensatori percorrono per condurre al linguaggio e fare del linguaggio la chiarezza dell’essere. L’agire del pensiero è un costruire il linguaggio come casa per l’essere, un vegliare e un custodire la casa e l’essere nel linguaggio come nella sua dimora. Il cammino dell’essere verso il linguaggio e così il duplice e contrario percorso della filosofia e della poesia. La prima differenza accenna di per sé alla seconda. Sul terreno della distinzione unificante di essere e linguaggio fiorisce già dall’origine la vicinanza fra poesia e filosofia. Per studiare tuttavia la differenza fra il linguaggio della poesia e il linguaggio della filosofia converrà fermarsi sull’uno e sull’altro analizzandoli singolarmente. Vista la vicinanza in cui il pensatore pone i due linguaggi rispetto all’indeterminatezza del Sagen è forse indifferente che si cominci con l’uno o con l’altro; certo è però che se il linguaggio della metafisica è pensato da Heidegger come ambito storico della dimenticanza dell’essere mentre il linguaggio della poesia rimane campo sovratemporale della rammemorazione, converrà cominciare con lo studio del linguaggio della metafisica e continuare con lo studio del linguaggio della poesia per il semplice fatto che può esservi rammemorazione solo di Ciò che originariamente si era dimenticato.

Il linguaggio della metafisica

La metafisica, come storia dell’essere, è nel pensiero di Heidegger la storia della dimenticanza dell’essere intesa come oblio della differenza fra essere e ente.(16) Il procedere del pensiero occidentale, da Anassimandro a Nietzsche, non è che il progressivo sottrarsi dell’essere al pensiero, corrispondente ad un cammino nel quale il linguaggio dell’uomo ha via via tranasciato la propria origine differenziandosi da essa per giungere al misconoscimento infine totale del senso dell’essere. Questo cammino ha scandito i suoi passi nell’avvicendarsi delle f_losof_e dei pensatori essenziali. La metaf_sica, come storia del progressivo abbandono del pensiero(17), è in tal modo l’epoca dell’essere, il momento nel quale le progressive sospensioni e ritrazioni dell’essere dal pensiero corrispondono ai punti nodali, agli autori fondamentali cioè della storia del pensiero occidentale. Dall’alba di questo percorso, intrapreso con quell’anassimandreo tò cre¢wn, che è considerato da Heidegger la prima parola dell’essere(18), sino al suo tramonto nichilistico nel pensiero nietzscheano - rispetto al quale ci si domanda ormai "che ne è dell’essere?"(19) - l’elemento in cui si è storicamente consumata questa dimenticanza è stato il linguaggio:

l’oblio della differenza con cui inizia il destino dell’essere per compiersi in esso, non è però una mancanza ma l’evento più ricco e più ampio in cui ha luogo e si decide la storia occidentale del mondo. E l’evento della metafisica.[...] La differenza fra essere ed ente può essere riconosciuta come obliata solo se si è già svelata con l’esser-presente - dell’essente-presente ed ha così lasciato una traccia che resta salvaguardata nel linguaggio a cui l’essere giunge(20).

Se il linguaggio della metaf_sica è l’ambito specif_co della dimenticanza dell’essere, se l’espressione "mettersi in ascolto dell’essere" implica necessariamente che l’essere è linguaggio, all’oblio dell’essere, in una sorta di rimando che ha a che fare con la differenza, dovrà corrispondere un oblio del linguaggio. E così è:

- la decadenza del linguaggio, di cui da qualche tempo si parla molto, anche se tardivamente, non è pero il fondamento, ma già una conseguenza di quel processo per cui il linguaggio, sotto il dominio della moderna metafisica della soggettività, cade in modo quasi inarrestabile fuori dal suo elemento(21).

Se la metafisica è dimenticanza progressiva dell’essere, se in questo destino di oblio è coinvolto un linguaggio umano che essendosi fatto linguaggio tecnico porta ormai a compimento la decadenza dell’occidente, sarà opportuno tentare un recupero della dimensione originaria del dire seguendo un cammino che Heidegger indica come via che porta alla possibilità di fare esperienza del linguaggio. Tutto ciò che importa è appunto percorrere questa via. Avvicinarsi al senso dell’espressione "fare esperienza del linguaggio", cercato dal pensatore nel gioco etimologico fra il verbo Erfahren (esperire) e il verbo Fahren (andare), costituisce infatti uno degli obbiettivi principali delle conferenze raccolte in Unterwegs zur Sprache:

Le tre conferenze che seguono portano il titolo: l’essenza del linguaggio. Esse vorrebbero portarci alla possibilità di fare esperienza del linguaggio. Fare esperienza di qualcosa - si tratti di una cosa, di un uomo, di un Dio - significa che quel qualche cosa per noi accade, che ci incontra ci sopraggiunge, ci sconvolge e trasforma.[...] Fare esperienza del linguaggio significa quindi: lasciarsi prendere dall’appello del linguaggio, assentendo ad esso, conformandosi ad esso.(22)

Questo tentativo di ritrovare la via che porta ad esperire il linguaggio corrisponde idealmente al tentativo di recupero del senso dell’essere prospettato in Sein und Zeit e fallito proprio a causa dell’insufficienza del linguaggio della metafisica ad esprimere tale senso:

[...] finchè non è pensata la verità dell’essere, ogni ontologia resta senza il suo fondamento. Per questo il pensiero che con Sein und Zeit tentava di pensare in direzione della verità dell’essere si qualificava come ontologia fondamentale. [...] Il pensiero che tenta di pensare in direzione della verità dell’essere, nella difficoltà di aprire il primo varco, porta al linguaggio solo ben poco di questa dimensione assolutamente diversa.(23)

La corruzione progressiva del linguaggio, parallela nel senso esposto alla Seinsvergessenheit, necessita di una cura perché la decadenza del linguaggio è, come minaccia all’uomo, un tenersi distante e un rifiutarsi del linguaggio, in quanto Dire originario, all’essenza dell’uomo:

La devastazione del linguaggio, che rapidamente si estende ovunque, non consuma solo la responsabilità estetica e morale che si ha in ogni uso del linguaggio. Essa proviene da una minaccia dell’essenza dell’uomo [...] Il linguaggio ci rifuta ancora la sua essenza, che consiste nell’essere la casa della verità dell’essere.(24)

La radicale cura proposta dal pensatore auspica il ritorno ad una dimensione assolutamente originaria del linguaggio e dell’essenza dell’uomo: vivere il linguaggio dovrà significare rinunciare al linguaggio come strumento di dominio sull’ente per farne il fine autentico dell’esistenza. Quando si tornerà, nell’assenza di nomi, a questa povertà e a questa semplicità il linguaggio sarà nuovamente dell’essere con la stessa innmediatezza con la quale le nuvole sono del cielo(25):

[...] se l’uomo deve ancora una volta ritrovare la vicinanza all’essere, deve prima imparare a esistere nell’assenza di nomi[...] prima di parlare, I’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’essere, col pericolo che, sotto questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire. Solo cosi viene ridonata alla parola la ricchezza preziosa della sua essenza, e all’uomo la dimora per abitare nella verità dell’essere.(26)

Nella storia (Geschichte) dell’essere, pensata da Heidegger come dispiegamento temporale di un destino (Schicksal) già tutto scritto da sempre nel suo avvio (Schickung) iniziale e compiuto per sempre in una conclusione che esaurisce del tutto le sue possibilità, è possibile - oltre che utile - distinguere l’intero svolgimento dai momenti dell’inizio e della fine. Nella circolarità dell’essere, detta ultimamente da Nietzsche - conclusore della metafisica - tramite la dottrina dell’Eterno Ritorno e anticipata da Anassimandro nella parola più antica del pensiero occidentale, avvio e conclusione si ritrovano infatti in una vicinanza essenziale che, facendosi coincidenza si differenzia nella storia dell’essere mantenendosi tuttavia in essa:

Al culmine del compimento della filosofia occidentale incontriamo queste parole: "Imprimere al divenire il carattere dell’essere, questa è la suprema volontà di potenza. [...] "L’essere" di cui parla Nietzsche qui è "l’eterno ritorno dell’eguale". [...] Il primo detto del pensiero iniziale e l’ultimo detto del pensiero finale conducono a farsi parola il Medesimo, ma non dicono l’Eguale. Quando nel diseguale è possibile parlare del Medesimo è soddisfatta da se stessa la condizione fondamentale per un colloquio fra inizio e fine.(27)

Questa terza differenza fiorisce dalla seconda con lo stesso impulso col quale la seconda era nata in seno alla prima: lo studio della differenza fra essere e linguaggio accennava in sé alla distinzione fra pensiero poetico e pensiero filosofico; la vicinanza di inizio e fine pone ora la necessità di distinguere avvio e conclusione della metafisica dal suo svolgimento. Individuata quest’ultima differenza fra i termini estremi e il corpo essenziale del pensiero occidentale, rimane chiaro che il cammino dell’essere verso il linguaggio è, come metafisica, un cammino di dimenticanza nel quale il Medesimo, dispiegandosi, non fa che ritrarsi, nel quale il duplice movimento di rivelazione e nascondimento avviene nel linguaggio e verso il linguaggio.

Il linguaggio della poesia

Se il cammino dell’essere verso il linguaggio, dunque, nel senso che intendiamo dare a questo cammino, la differenza fra l’essere e il linguaggio s’identifica dal punto di vista della metafisica, con l’oblio, questa stessa differenza, dal punto di vista della poesia, non è che rammemorazione. Il linguaggio della poesia è a parere di Heidegger l’ambito proprio dell’infinito manifestarsi dell’essere, l’elemento nel quale l’essere si fa parola. Non può esservi, come nel caso della metafisica, una storia(28) del pensiero poetico perché ciascun poeta si è scelto nella storia la propria vicinanza all’essere in modo; indipendente da ogni altro, e non si verifica, come invece è nel pensiero flosofico, quel declino progressivo per cui ciascun pensatore essenziale risente del grado di dimenticanza che caratterizza la sua epoca. La differenza fra un poeta e l’altro non risiede perciò, come accade per i filosofi, nell’avvicendarsi di passi consecutivi appartenenti ad un cammino unitario e sovraindividuale bensì nella scelta che ciascun poeta ha fatto da sempre di lasciarsi reclamare più o meno autenticamente dall’origine:

Come destino che destina la verità, l’essere rimane velato. Ma il destino del mondo si annuncia nella poesia senza esser già manifesto come storia dell’essere. Il pensiero di Hölderlin, di portata storica universale, che nella poesia Andenken si fa parola, è perciò essenzialmente più iniziale e di conseguenza più carico d’avvenire di quanto non lo sia il semplice cosmopolitismo di Goethe.(29)

Il pensiero esistente di Hölderlin si fa parola nella poesia Andenken perché il pensiero poetico, in senso contrario rispetto al dimenticare del pensiero metafisico, è un rammemorare. In questo nesso si stabilisce l’unità e quindi la differenza fra poesia e filosofia; non può esservi infatti rammemorazione se non di ciò che era caduto nell’oblio, si persegue anzi l’oblio al fine di rammemorare. In tal modo, se lo spirito poetante è talmente valoroso da abbracciare l’esilio pur di sentire il richiamo della patria il suo oblio sarà un valoroso dimenticare perché il rammemorare, l’Andenken, come Heidegger fa notare, è un Denken an, un pensare che si rivolge a qualcosa di smarrito, a qualcosa che di lontano chiama la memoria:

Il valoroso dimenticare è il coraggio sapiente, pronto all’esperienza dell’estraneo in vista di un’appropriazione ventura del proprio. Nel frattempo il valore dello spirito poetante ha fatto esperienza della lunga escursione in terra straniera. Lo spirito è arrivato a casa perché ha amato la colonia.(30)

Solo in terra straniera, solo nella distanza e nella differenza fra la terra straniera e la patria il poeta può sentire la voce della patria come qualcosa che chiama di lontano. In questo modo il pensiero andrà indietro e, volgendosi indietro, giungerà all’origine. Il pensiero del poeta è infatti quella stessa corrente del fiume che, nominato da nome straniero, è capace a tratti di volgersi verso la propria sorgente:

Nel suo corso superiore, vicino alla sorgente, il Danubio scorre, tra le rocce, esitando. Le sue acque scure talvolta ristagnano e, formando dei vortici, si spingono addirittura all’indietro.[...] Quasi come se il fiume che, col nome di Istro, appartiene all’Oriente straniero, fosse presente nel Danubio superiore. [...] Il fiume di casa viene chiamato con un nome che non è di casa. Questo nasconde l’enigma dell’origine della sua essenza fluviale che deve essere poetata(31).

L’enigma dell’origine è così l’aprirsi di qualcosa che per dare origine a qualcos’altro si chiude:

[...] L’origine si mostra innanzi tutto nel suo originarsi. Ma ciò che vi è di più vicino all’originarsi è ciò che da esso si origina. L’origine lo ha lasciato andare da sé, ma in modo da non mostrarsi essa stessa in ciò che si è originato, bensì nascondendosi e ritraendosi dietro al suo apparire.(32)

Nella distanza provocata dall’oscurità fiorisce il rammemorare come bisogno di luce. Per questo si nomina il fuoco celeste:

Una delle condizioni per divenire di casa nel proprio, l’escursione in terra straniera è adempiuta. Ma l’adempimento è adempimento solo finché ciò di cui è stata fatta esperienza (il chiarore e l’ardore del fuoco celeste) viene conservato affinchè il poeta, rappresentandolo, impari a servirsi liberamente di ciò che gli è proprio.(33)

Nella lontananza dalla patria il pensiero rammemorante è un salutare che riporta alla patria, un saluto affidato al vento di casa che, giungendo dal paese d’origine, si fa carico di stabilire la vicinanza fra il poeta e l’origine. Tutto il Denken nella poesia è così dedicato all’essere inteso come origine perché

Salutando, chi saluta nomina, sì, se stesso, ma solo per dire che non vuole niente per sé, ma che rivolge invece al salutato tutto ciò che gli spetta.(34)

Così quando il pensiero esistente si esprime nel linguaggio della poesia, il suo dire è pienamente dell’essere, e lo è in un rapporto di appartenenza reciproca fra essere e pensiero. Nel linguaggio della poesia 1’essere giunge nella propria dimora e la differenza fra essere e linguaggio, perfettamente dispiegata si compie. Il fuoco celeste ossia la luce dell’essere riluce pienamente nel saluto col quale l’origine ricambia il saluto di chi ritorna in patria. In questo saluto fra il poeta e l’origine il perfetto rilucere dell’essere nel linguaggio della poesia:

Il sereno si trattiene nel suo inappariscente apparire radioso. [...] E già nel gioioso che per primo viene incontro al poeta si dispiega il saluto di ciò che rasserena. Ma coloro ai quali e commesso il saluto del sereno sono i messaggeri, [...], gli "angeli". È per questo che il poeta, dando un saluto di benvenuto al gioioso della patria che gli si fa incontro, chiama, nell’Arrivo a casa, gli "angeli della casa" e gli "angeli dell’anno".(35)

La perfezione della lingua dice l’essere in un’intimità di casa infine pienamente raggiunta e l’essere, come origine, coincide, perfettamente con la lingua delle poesie del poeta, come ciò che pur offrendosi viene sottratto. È "il tedesco" che attende ancora chi ritorna e che, non potendo appartenere ai conterranei immersi nelle loro cure, viene tenuto in serbo per il poeta:

Quanto la patria ha di più proprio si è preparato da lungo tempo e già destinato a coloro che abitano nel paese natio. Quanto la patria ha di più proprio e già il destino (Geschick) di una destinazione (Schickung) ossia è, come noi diciamo adesso, storia (Geschichte). Ma nella destinazione, tuttavia, il proprio non è ancora traspropriato. Viene ancora ritenuto.[...]. Ma di ciò che è già stato donato e tuttavia viene al tempo stesso ancora negato si dice che è in serbo(36)