LA TRADIZIONE BALBIANA SULL’"INORIENTAMENTO" DELL’AUSTRIA di Gian Biagio Furiozzi

Nel classico volume su Cavour e i Balcani il Tamborra ha osservato che, quando nel 1844, a Capolago, Cesare Balbo dava alle stampe le sue Speranze d’Italia, "certamente non immaginava che le idee in esso espresse avrebbero avuto una vita ben lunga"(1).

Effettivamente, come ebbero a mettere in rilievo tra i primi Gaetano Salvemini(2), Carlo Morandi(3) e Federico Chabod(4), alla tradizione mazziniana auspicante uno smembramento dell’impero austro-ungarico, oltre che di quello turco, al fine di restituire l’indipendenza a tutte le nazionalità da essi oppresse , e che sarà ripresa allo scoppio della grande guerra soprattutto da Leonida Bissolati, si contrappose una tradizione balbiana, più moderata, che ispirò vari momenti della politica estera italiana postunitaria, e anch’essa ripresa durante la grande guerra soprattutto da Sidney Sonnino.

Tutto questo è ovviamente ormai ben conosciuto e documentato.

Vi è tuttavia spazio per precisare ancora qualcosa, e cioé che i riferimenti, diretti o indiretti, alla teoria di Balbo sono stati più numerosi di quelli generalmente ricordati, che essa fu ripresa - in qualche caso - anche da esponenti democratici dello schieramento politico e che, infine, un’eco di essa può essere rinvenuto perfino negli anni del primo dopoguerra, a crollo dell’Austria-Ungheria ormai avvenuto.

Dunque, Mazzini era avversario dichiarato della diplomazia, che voleva un equilibrio europeo puramente dinastico ed esteriore, fondato sulla forza, mentre ormai la rivoluzione, sosteneva, voleva un equilibrio fondato sulle nazionalità indipendenti. Sulle orme di Mazzini, un altro grande italiano sosteneva queste stesse idee, Carlo Cattaneo. Anche per lui vi era la necessità di una rivoluzione generale in Europa diretta a riscattare le nazionalità oppresse. I principali ostacoli erano, anche per lui, l’Austria e la Turchia. I due imperi non erano suscettibili di riforma; bisognava, per la libertà dell’Europa, abbatterli entrambi.

Alla rivoluzione generale delle nazionalità predicata da Mazzini e da Cattaneo si contrappose l’idea del Balbo. Niente rivoluzione generale. L’Austria è necessaria all’Europa, costituisce un punto fermo, è l’avamposto della civiltà cristiana; la sua funzione non è terminata, è destinata anzi ad accrescersi e deve svolgersi nella valle del Danubio, nei Balcani. Per fare questo, l’Austria abbandoni i suoi possessi italiani, che sono un peso morto, un vincolo alla sua azione, e riversi verso Oriente l’eccedenza delle sue energie. Era il concetto, diventato presto celebre (e spesso oggetto di commenti sarcastici da parte dei democratici) dell’"inorientamento" dell’Austria(5).

Questa teoria fu definita da Giuseppe Ferrari una "utopia diplomatica"(6), ma la storiografia più recente tende in qualche modo a rivalutarla, o almeno a giudicarla con maggiore equilibrio rispetto al passato. È il caso, ad esempio, di Alfonso Scirocco, il quale ha osservato recentemente che, scartate le possibilità di un’azione concorde dei sovrani italiani, di una sollevazione popolare nazionale, e dell’intervento di un’altra potenza straniera, Balbo si soffermava sulle prospettive offerte dal disfacimento dell’impero turco, che egli riteneva imminente, facendo presente l’interesse dell’Europa ad impedire che la Russia si impadronisse delle vie di accesso al Mediterraneo e a far sì che gran parte dei possedimenti turchi nei Balcani passasse agli Asburgo. In questo caso, "si poteva ragionevolmente supporre che, in ossequio al principio dell’equilibrio tra le grandi potenze, l’Austria fosse costretta a lasciare le province italiane"(7).

Anche secondo il Marcelli, l’idea del baratto dei territori "si manifesta meno puerile di quanto può essere apparsa, perché in sostanza s’identifica coll’idea di fare del problema italiano un problema di politica europea, ed offre qualche aspetto di praticità, sia pure più in un’atmosfera di diplomazia settecentesca che del XIX secolo, e d’altra parte anche il secolo XIX non rifuggì affatto da simili mercanteggiamenti"(8).

È stato d’altra parte precisato più volte che questa idea dell’inorientamento non era del tutto nuova. Lo stesso Balbo cita come suo precedente in proposito il suggerimento dato dal Telleyrand a Napoleone dopo Ulm e Austerlitz, di compensare l’Austria della spoliazione delle province italiane con la Moldavia, la Valacchia, la Bessarabia e parte della Bulgaria, al fine di distoglierla dall’Italia e di contrapporla alla Russia(9). Altri precedenti sono quelli del Sismondi, che Balbo tuttavia non conobbe e del Marocchetti(10); secondo il Mastellone, poi, Balbo riprese anche alcune suggestioni espresse da Santorre di Santarosa in un saggio dal titolo Le speranze degli Italiani(11).

È stato infine Gioacchino Volpe, tra i primi, a notare come a possibili vantaggi da una eventualità del genere avevano cominciato a sperare, già nella seconda metà del ‘700, i Savoia, "sempre fissi con gli occhi sul Milanese, sempre vigilanti e in attesa". E, dopo di allora, queste speranze guidarono spesso l’azione dei diplomatici sabaudi, specialmente nei rapporti con la Russia. In caso di una spartizione austro-russa della Turchia, si diceva ad esempio nelle istruzioni all’inviato a Pietroburgo nel 1817, le Potenze potranno ingrandire lo Stato sabaudo in modo proporzionato al compito assegnatogli di mantenere l’equilibrio europeo(12).

Una prima e poco nota eco del concetto balbiano la troviamo in due lettere del marchigiano Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti. Nella prima, del 31 ottobre 1853, Pantaleoni fece un primo accenno ad un eventuale aumento territoriale per l’Austria nei Balcani, giudicandolo "un saggio freno imposto alla Russia"(13). In essa non era contenuto il riferimento ad un corrispettivo abbandono di provincie italiane, riferimento che troviamo invece nella seconda lettera, del 25 marzo 1854, nella quale scriveva: "Sono convinto che l’impero turco in Europa è alla fine né vi ha mezzo di formare altro sulle sue rovine. È una mescolanza di elementi eterogenei che se ne andrà in mille parti. Io non vedo a quell’ardua questione che una sola soluzione europea e ragionevole: Dare i principati all’Austria [...] spingerla sopra la sua vera base, il Danubio, facendole lasciare l’altra del Po che non potrà mantenere"(14).

Secondo il Salvemini, furono anche gli insuccessi mazziniani (in particolare l’insurrezione di Milano del 6 febbraio 1853) e i successi della politica liberale e costituzionale piemontese a far "rivivere la vecchia idea di Cesare Balbo"(15). Fatto sta che gli italiani non erano i soli a considerare la questione italiana come legata alle vicende orientali. Ad esempio, il 12 maggio 1854 Carlo Marx, in uno dei suoi lucidi articoli sulla New York Tribune a proposito della questione d’Oriente, mise bene in chiaro come le nazionalità più immediatamente interessate alle complicazioni orientali fossero, accanto ai tedeschi, i magiari e gli italiani(16). Dello stesso avviso si mostrò la francese Revue des Deux Mondes, condividendo l’impostazione del Crepuscolo di Carlo Tenea(17) e della Rivista contemporanea(18).

La prima concreta applicazione della teoria dei compensi fu tentata, come si sa, da Cavour, amico di Balbo, del quale, aveva non letto ma "divorato" le Speranze d’Italia, come gli scrisse nell’aprile 1844, esprimendogli "simpatia e ammirazione"(19). Al Congresso di Parigi del 1856, seguito alla guerra di Crimea, appena gli fu possibile, Cavour, con il famoso Memorandum del 21 gennaio, propose lo scambio di territori alla diplomazia inglese e francese. Ma va detto che fin dal dicembre 1854, in alcune istruzioni diplomatiche agli ambasciatori a Parigi e a Londra D’Azeglio e Villamarina, aveva fatto riferimento alla possibilità di una riduzione d’influenza austriaca in Italia in cambio di un suo rafforzamento a oriente(20). Pur lasciata cadere al Congresso di Parigi, la proposta cavouriana raggiunse tuttavia lo scopo di porre sul tappeto la questione italiana, da risolvere nel senso di alleggerire il peso e la presenza dell’Austria nella Penisola.

Nel 1859 fu il bulgaro Cibacev, in un saggio pubblicato a Parigi, a proporre la cessione dei Principati danubiani all’Austria, previa rinuncia da parte di quest’ultima ai suoi possedimenti italiani(21).

Tra il 1863 e il 1866 l’idea fu ripresa dalla politica ufficiale italiana, allorquando la soluzione veneta venne cercata, dapprima, per via di accordi con l’Austria alla quale avrebbero dovuto andare per l’appunto i Principati danubiani(22).

D’altra parte, come è stato osservato, l’impero asburgico continuava a detenere le chiavi dei massimi problemi italiani: il completamento dell’unità era una questione che non poteva risolversi se non con Vienna. Si era creata quindi nei suoi confronti una condizione di interdipendenza, che aveva fatto nascere un’attrazione-ripulsa, una tensione che non voleva dire necessariamente conflitto e che poteva voler dire accordo, ma che non era mai indifferenza, e che conferì alle relazioni fra i due paesi un tono di bivalenza che sarebbe durato sino al loro epilogo nel 1915(23).

Se ne rendeva eloquente interprete Minghetti quando dichiarava alla Camera nel 1872 che i sentimenti di avversione per l’Austria egli non li sapeva più comprendere, non avendo essi più alcuna ragione di esistere. "Deposti gli antichi rancori - affermò - bisogna vedere nell’Austria soltanto una nazione sorella, guardare ad essa, ormai nostra amica, con benevolenza ed affetto"(24). E, nonostante le ripetute smentite dei fatti, costantemente alla base della politica italiana di accordo e poi di alleanza con l’Austria, fu la speranza che questa avrebbe acconsentito alla cessione di tutte o parte delle terre italiane in cambio di un qualche accordo italiano per gli ingrandimenti austriaci nella penisola balcanica.

Gli eventi dovevano purtroppo dimostrare che questa aspettativa sarebbe stata altrettanto vana quanto la speranza dei democratici di risolvere il problema delle terre irredente mediante la forza.

In nessun momento dopo il 1870 Vienna pensò mai realmente alla possibilità di cedere alcuna parte dei territori dell’impero all’Italia, poiché ciò avrebbe significato accettare un principio di cui poi avrebbe potuto essere invocata l’applicazione anche a beneficio di altre popolazioni sottomesse. Lo aveva scritto già il Metternich nel 1854 nelle sue Memorie, osservando che spingere l’Austria verso oriente avrebbe coinciso "con l’eliminazione dell’Austria dall’occidente"(25).

In ogni caso, i governanti moderati italiani continuarono a ritenere che l’Austria difendesse, a oriente, l’interesse generale della cristianità.

Alle paure della Russia si aggiunsero, dopo il 1870-71, e cioé dopo la creazione dell’impero germanico, anche i timori per un eccessivo dilatarsi della Germania: l’impero asburgico era visto come necessario anche per fermare l’espansione tedesca, per evitare che l’Italia si trovasse sulle Alpi e nell’Adriatico ad immediato contatto con quello che veniva considerato uno Stato assai più vigoroso e potenzialmente pericoloso. Lo disse chiaramente il conte di Robilant, per il quale l’interesse dell’Italia era di conservare in vita la vecchia monarchia "onde mantenga lontano da noi il pangermanesimo ed il panslavismo, la cui contiguità ci sarebbe ben altrimenti pericolosa"(26).

Nel luglio 1874 il Robilant auspicava "l’annessione" della Bosnia e dell’Erzegovina da parte dell’Austria, poiché si sarebbe così presentata "la propizia ed anzi la sola desiderabile occasione di ottenere alla nostra volta l’annessione all’Italia di quelle terre la cui popolazione è della nostra stessa famiglia, e che nessuna soluzione di continuità da noi divide"(27).

Anche il Visconti Venosta, fin dall’inizio della crisi balcanica del 1875-76, espresse la previsione che l’Austria-Ungheria avrebbe potuto un giorno essere indotta ad occupare la Bosnia e l’Erzegovina piuttosto che lasciar costituire un forte Stato slavo alla sua frontiera meridionale. In una simile eventualità, egli era convinto che l’Italia non avrebbe dovuto restare inerte, ma bensì cercare di raggiungere un’intesa con Vienna: il Trentino in cambio della Bosnia. Sempre il vecchio pensiero, dunque, di Cesare Balbo. Per Visconti Venosta questo discorso con Vienna avrebbe dovuto essere aperto però al momento favorevole e senza forzature, in un quadro di amicizia e fiducia reciproca.

Più esplicita fu la presa di posizione del quotidiano l’Opinione, che in un articolo del 3 ottobre 1876 parlò di interessi italiani minacciati dall’eventuale occupazione austriaca della Bosnia Erzegovina; così come abbastanza esplicito era il tono delle istruzioni segrete del Depretis al Crispi (che si accingeva al suo viaggio nelle capitali europee) dell’agosto 1877, nelle quali si accennava agli interessi italiani "offesi" non solo dal partito ultramontano in Francia ma anche dall’ingrandimento dell’Austria con l’annessione di alcune province ottomane(28). Ed era proprio questo l’appiglio a cui si afferravano gli irredentisti per chiedere i compensi nel Trentino e sull’Isonzo, rispolverando i vecchi pensieri del Balbo.

L’idea che l’Italia, divenuta una potenza europea, avesse diritto a dei "compensi" in relazione all’espansione delle altre nazioni era insomma, come ha osservato Alfredo Capone, "comunemente accettata e faceva parte del concetto stesso di equilibrio europeo che l’imperialismo incipiente non era ancora riuscito a stravolgere"(29). Era spiegabile, pertanto, che Crispi, in giro per l’Europa - a Parigi, Berlino, Londra e Vienna - ne facesse oggetto dei suoi colloqui con i vari responsabili della politica estera. Meno spiegabile è come Crispi intendesse conciliare tale principio con quello di nazionalità in un’Europa dominata dall’accordo austro-tedesco e con quella fiaccola mazziniana che anche nel 1871 era stata tenuta accesa da un giornale a lui vicino come La Riforma(30).

In realtà, vi era un’intima contraddizione tra la politica dei compensi e quella del principio di nazionalità(31).

Questa contraddizione emerse clamorosamente nel discorso alla Camera di Felice Cavallotti del 9 aprile 1878. Un discorso tanto singolare e clamoroso in quanto Cavallotti, combattivo leader radicale, era considerato da tutti un irredentista ostile all’Austria, tanto che l’anno precedente aveva tenuto una accesa commemorazione dell’insurrezione mazziniana del 6 febbraio 1853. Ebbene, in quel discorso dell’aprile ‘78 Cavallotti, parlando della minaccia russa nei Balcani, disse che il posto dell’Italia doveva essere "a fianco dell’Austria e dell’Inghilterra". E fece capire che, come compenso di questo appoggio, l’Austria avrebbe potuto cedere le provincie di lingua italiana, e precisò: "Solo in un accordo cordiale, intero, espansivo coll’Italia, l’Austria può trovare la soddisfazione di quegli interessi, che per lei sono oggi questione di nuova vita. Buon amico, io per conto mio, terrei anche il diavolo, purché il diavolo fosse galantuomo e mi rendesse il fatto mio [...] . Sì, siamo amici coll’Austria; e per esserlo e restarlo, cerchiamo il suggello dell’amicizia nella soddisfazione dei legittimi reciproci interessi"(32). Era una piena adesione alle tesi del Balbo, che i suoi maestri Mazzini e Cattaneo non avrebbero certamente approvato.

Come non l’approvò il giornalista triestino Eugenio Popovich, fervente irredentista, che gli scrisse una dura lettera, riportata dal Galante Garrone, nella quale gli faceva presente che l’Austria non avrebbe mai acconsentito a cedere qualche suo territorio se non con la forza, oppure dopo una qualche "colossale sconfitta"(33). E probabilmente furono reazioni come questa a ricondurre Cavallotti sulla strada di un irredentismo più vicino alle idee di Mazzini che a quelle di Balbo(34).

Non fece invece marcia indietro Crispi, il quale - anzi - accentuò il suo convincimento circa la necessità dell’esistenza dell’Austria. Il 15 marzo 1880 pronunciò infatti le famose parole che tutti i testi riportano: "L’impero austro-ungarico è una necessità per noi. Quell’impero e la Confederazione elvetica ci tengono a giusta distanza da altre nazioni che noi vogliamo amiche, che devono essere nostre amiche come furono altre volte nostre alleate, ma il di cui territorio è bene non si trovi in immediato contatto con l’Italia"(35). Concetto che ripete, da presidente del Consiglio, il 4 maggio 1894(36).

Ancora più vicina alla teoria di Balbo è però la lettera, poco ricordata, da lui scritta al re il 16 agosto 1887, nella quale, parlando delle sorti della Bulgaria, manifestò l’opinione che occorreva "favorire l’influenza dell’Austria a preferenza di quella di ogni altra potenza", la qualcosa equivaleva ad "aiutare lo spostamento verso Oriente del centro dei suoi interessi".

L’impostazione balbiana era riemersa anche durante il Congresso di Berlino del 1878, allorquando i governanti italiani, con in testa il ministro degli Esteri Luigi Corti, videro con favore i vantaggi conseguiti dall’Austria verso Oriente, nella convinzione che essi aumentassero le possibilità di compensi nelle terre irredente. Riemerse soprattutto nella clausola, aggiunta nel 1887 al Trattato della Triplice Alleanza firmato la prima volta nel 1882, e che nel 1891 sarebbe divenuto il famoso art.7, con cui si prevedevano espressamente dei compensi all’Italia a seguito di un eventuale ingrandimento austriaco. Secondo Federico Chabod, questo articolo costituiva "l’applicazione diplomatica della dottrina di Cesare Balbo"(37).

Nei primi anni del Novecento, allorquando l’"Intesa cordiale" con la Francia sembrava preludere ad una modifica della politica estera italiana, da parte di alcuni esponenti sonniniani venne ribadito il concetto che, nelle regioni balcaniche, non si potesse procedere che d’accordo con l’Austria. È il caso del deputato Guicciardini, futuro ministro degli Esteri di Sonnino, che, nel maggio 1904, riprendendo pari pari l’idea di Balbo, affermò alla Camera: "Un ulteriore inorientamento dell’Austria, qualora avvenisse rispettando l’Albania e desse luogo ai compensi territoriali pattuiti, non solo avverrebbe senza danno dei nostri interessi specifici, ma potrebbe essere forse l’occasione in cui trovassero soddisfazione voti ardenti del nostro cuore"(38).

Idee non dissimili espresse, pochi giorni dopo, un altro deputato conservatore, Bruno Chimirri(39).

Ma, di fronte ad ogni proposta italiana di rettifica delle frontiere, il rifiuto austriaco resta sempre incrollabile.

Questo rifiuto intransigente di qualunque concessione, ha osservato a suo tempo il Salvemini, "condanna ad un perenne fallimento la politica di compromesso preconizzata da Cesare Balbo e tentata continuamente da tutti i governi italiani" ed è necessario "che l’impero degli Asburgo si sfasci, secondo le aspettazioni di Mazzini, perchè le frontiere del 1866 possano essere riassestate non più col metodo balbiano dei compromessi, ma con quello mazziniano delle soluzioni radicali rivoluzionarie"(40).

Resta comunque il fatto che, anche al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, l’impostazione balbiana fu ripresa in pieno dai ministri degli Esteri Salandra e Sonnino che, al contrario di Bissolati, e dello stesso Salvemini, non si mostrarono affatto interessati al crollo dell’Austria, né alla liberazione di tutte le nazionalità da essa oppresse.

Ma, se il binomio Salandra-Sonnino è ritenuto il più fedele interprete di una politica lontana dall’impostazione democratico-mazziniana, troppo spesso si dimentica che altrettanto lontano da questa impostazione è da ritenersi l’atteggiamento di Giolitti. Infatti, tanto lo statista piemontese quanto i due ministri attuano nei primi mesi del 1915 una politica che, per quanto apparentemente opposta, risponde ad una stessa visione, in quanto l’uno e gli altri sostengono la neutralità o l’intervento in base all’ampiezza delle concessioni territoriali che le parti belligeranti sono disposte a compiere.

L’unico a farlo notare, che io sappia, è stato il Monticone, che ha osservato giustamente che "intavolare o proporre di intavolare trattative sulla base di un articolo del trattato della Triplice Alleanza per ottenere compensi quale corrispettivo di eventuali ampliamenti austriaci nei Balcani significava restare ancorati ad un sistema ormai vecchio e, sul piano morale, avallare la politica aggressiva dell’Austria-Ungheria"(41).

Per quanto riguarda i due ambasciatori italiani a Vienna e a Berlino, Avarna e Bollati, che vengono generalmente inseriti nel gruppo liberal-moderato erede della tradizione balbiana, va precisato che questo è vero solo in parte, in quanto essi erano sì favorevoli alla conservazione dell’Austria - Ungheria, la cui liquidazione - come scrisse il Bollati nell’aprile del 1915 - poteva essere desiderata solo dai "politicanti da caffé di Belgrado, di Cettigne e di Milano"(42), ma non furono mai convinti sostenitori della teoria dei compensi per liberare le terre irredenti. Erano, insomma, molto più moderati dello stesso Balbo.

Un’ultima, lontana eco della dottrina balbiana la si può rinvenire addirittura, come detto all’inizio dopo la fine della prima guerra mondiale, quando l’impero austro-ungarico era ormai scomparso. Mi riferisco al gruppo nazionalista raccolto attorno alla rivista Politica, fondata alla fine del 1918 da Francesco Coppola e Alfredo Rocco.

Per la verità, nei primi numeri di questo periodico, tra il 1918 e il 1920, si trovano articoli che plaudono alla scomparsa dell’Austria(43), che reclamano all’Italia perfino la Carinzia(44), o che definiscono ormai l’Austria un "superstite e inutile staterello che non ha mezzi né libertà di vita"(45). Ma nella primavera del 1921 l’atteggiamento della rivista cambia radicalmente e, dopo aver versato fiumi d’inchiostro sulla Casa d’Asburgo, si dichiarò favorevole ad una restaurazione asburgica, anche se non ad una restaurazione integrale dell’ex impero austro-ungarico che avrebbe cancellato i frutti della vittoria italiana. Fu in particolare Coppola a farsi portavoce di questa posizione, con una serie di articoli pubblicati a breve distanza di tempo su "Politica" e sull’"Idea nazionale".

Il clamoroso mutamento di opinione fu determinato da vari fattori: la politica a suo avviso "slavofila" del conte Sforza, il pericolo dell’espandersi del bolscevismo nell’Europa centrale e meridionale e soprattutto la formulazione di due progetti diplomatici ritenuti entrambi dannosi per gli interessi italiani, quello di una annessione dell’Austria alla Germania e l’altro di una Confederazione danubiana caldeggiata dalla Francia e forse anche dal Vaticano. "La soluzione italiana - del problema austriaco - scrisse Coppola nell’aprile 1921 - potrebbe essere, invece, un’altra: quella di una rinnovata unione della piccola Ungheria. La quale, a sua volta, non sembra concepibile che sotto la forma di una limitata restaurazione asburgica"(46).

Nel settembre dell’anno successivo, Coppola tornò a proporre una "unione, sia pure asburgica, della piccola Austria con la piccola Ungheria", rafforzata da una "forma di unione economica e di alleanza politica italo-austriaca", dal momento che "una catastrofe economica, e quindi politica, dell’Austria non sarebbe stata senza gravi pericoli economici e soprattutto politici per la pace europea"(47).

I pericoli da fronteggiare restavano principalmente quello di una annessione alla Germania o quello di una "convulsione dissoluzione bolscevica". All’Italia non restava altro da fare, secondo il leader nazionalista, che aiutare l’Austria, anche per ottenere questi altri vantaggi, da lui puntigliosamente elencati: "Restituire a Trieste la sua funzione, non solo economica, ma politica, di massimo porto dell’Europa centro-orientale [...] tagliare definitivamente gli slavi del nord da quelli del sud; annullare per sempre ogni disegno di Confederazione danubiana; obbligare gli Stati della Piccola Intesa a gravitare nella nostra orbita politica; assicurarci una prevalenza indiscutibile ed irresistibile sull’Europa centro-occidentale; accrescere di gran lunga il peso dell’Italia nell’equilibrio europeo; e specialmente, assicurarci solidamente le spalle, dedicarci con pienezza di mezzi e di libertà al nostro necessario avvenire mediterraneo"(48).

Anche Leonardo Vitetti, in un articolo di alcuni mesi dopo, definì la restaurazione asburgica a Vienna utile per l’Italia, in quanto essa avrebbe contribuito ad allontanare l’Austria dalla Germania(49).

Con il che si conferma che la concezione di Cesare Balbo, variamente ripresa o parzialmente adattata alle circostanze, e comunque la si possa giudicare, ha avuto una vita assai più lunga di quanto alcuni suoi scettici contemporanei avevano profetizzato