Pubblicazioni ISSPE anno 2012

 

Tommaso Romano, Contro la rivoluzione la fedeltà. Il marchese Vincenzo Mortillarocattolico etradizionalista intransigente (1806-1888).Con un’introduzione di Paolo Pastori.

Il libro contiene anche una “antologia degli scritti” di Vincenzo Mortillaro con profonde riflessione sui primi decenni dell’unità d’Italia.

Detta antologia “è il recupero di un ciclo dentro il grande ciclo della nostra storia, a partire dalla crisi dello Stato unitario, da quella Belle époque nelle cui pieghe dietro feste, cortei, celebrazioni e monumenti si ignorava la questione sociale, il crescere di un o scontento di massa, sintomo peraltro di un’anteriore e pregressa perdita di contatto con i valori fondanti della politica. C’è una diseducazione di massa - che Mortillaro già riconosceva nello Stato unitario - oggi divenuta planetaria. Una diseducazione camuffata da cultura avanzata, un tremendo insieme di démi-lumières arroccato dietro e muraglie  di carta, di diplomi di vario livello, di ‘eccellenze culturali’ Tanto più scadenti di significato e valore quanto più altisonante è il titolo che si pretende di legittimare”

(dall’introduzione di Paolo Pastori).

 

Gaetano Compagno, Umberto Balistreri, Francesco Compagno,Fari e fanali di Sicilia;

AA.VV.I Fondi europei per una politica di sviluppo, in collaborazione con l’Associazione Ex Parlamentari ;

AA.VV.Autonomia e Unità d’Italia, in collaborazione con l’Associazione Ex Parlamentari

Fedele Bucalo, L’attività dei C.N.L. nei documenti degli archivi siciliani;

Umberto Balistreri, Vincenzo Fardella e la storia postale siciliana;

Vincenzo Fardella de Quernfort  è uno degli Autori più prolifici e significativi della storia postale siciliana, storia  che ha contribuito a diffondere  e a consegnare ad un notevole pubblico di lettori ed estimatori  con la sua più che sessantennale  instancabile attività , concretizzatasi con un numero ragguardevole di iniziative espositive e promo educative dalla grande valenza culturale e sociale.

Scorrendo le pagine del libro viene fuori un appassionato ed appassionante vissuto culturale  che si è sempre imposto, per rigore scientifico e dedizione , all’attenzione dei più e che ha saputo  e voluto , soprattutto, costruire , per dirla con Enzo Diena “una nuova immagine della Filatelia come spunto, stimolo e supporto a ricerche storiche di incontestabile contenuto scientifico”. Avevamo già , per la sua monumentale “Storia Postale del Regno di Sicilia”, evidenziato la grande competenza, la passione del  Nostro per la filatelia  ed il rigore storico della ricerca  “filtrato” – quest’ultima “ da una non comune sensibilità e da una vigorosa sintesi” , caratteri che contraddistinguono l’intera produzione fardelliana.

Dall’introduzione di Umberto Balistreri

 

Tommaso Romano, Mosaicographia siciliana;

 

Aristide Mettler, La Conciliazione;

 

Fabrizio Giuffré,Cruillas. Storie e  memorie di un’antica borgata;

 

Antonio Contino, Aquae Himerae;

 

AA.VV.Il San Rocco restaurato;

 

Pippo Lo Cascio,Scale, Neviere, Trazzere;

 

Tommaso Romano,Antimoderni e critici della modernità;

 

Antonino Pisciotta, La prima Leonforte;

 

Antonino Russo, L’Inipoesia;

 

Antonino Palazzolo, La presa di Mahdia nel 1550;

 

AA.VV. ,Ricerca Scientifica e progettualità nelle Riserve Naturali Grotta della Molara e Grotta dei Puntali;

 

Catalogo Mostra Grotta dei Puntali;

 

Grotta della Molara ;

 

Grotta dei Puntali

 

 

T, Romano, U. Balistreri, V. MauroCentodestre. Dizionario biografico

 

 

 

 

Fedeli all'indeclinabile dottrina di Voltaire, i narratori della leggenda nera, obbediscono al comandamento che esige la sistematica diffamazione degli avversari: "Dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose, dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa".

Ad opera della premiata perseveranza dei credenti nella rivoluzione mutante e pagante, le leggende nere, canonizzate dalla salottiera furbizia dei perpetui Voltaire, sono in aggiornato, continuo e imperioso circolo tra salotto, mass media e palazzo.

Nel salotto abita tuttora la volontà generale: non la volontà della maggioranza ignara ma - Voltaire dixit - "la voce profonda della Coscienza umana, quale dovrebbe parlare in ciascuno di noi e quale si esprime per bocca dei cittadini più virtuosi e più illuminati".

Capitale della cultura anticonformista, la città di Palermo ospita alcuni ardimentosi e irriducibili centri studi, fortini attivi nella sagace ricerca di una via d'uscita dai poteri conferiti dalle leggende nere, che narrano una destra incapsulata nella violenza belluina e nell'analfabetismo totale.

Ora la prima fila delle associazioni insorgenti a Palermo contro i sacri testi dettati dalla volontà generale (la volontà dei puri, come precisò Saint-Just) è costituita dalla Fondazione Thule e dall'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici (ISSPE).

Thule e ISSPE sono gli infaticabili laboratori, che in questi giorni, hanno consegnato ai torchi dello stampatore il voluminoso testo del Dizionario delle cento destre.

L'opera, curata da Tommaso Romano, Vito Mauro e Umberto Balistreri, geniali organizzatori culturali, che si sono avvalsi della collaborazione di alcuni autorevoli scrittori quali Giano Accame, Primo Siena, Marcello Staglieno, Gabriele Fergola, Patrizia Allotta, Luciano Garibaldi, Francesco Cianciarelli, Guido Vignelli, Mario Bozzi Sentieri, e di giovani esordienti quali Paolo Rizza, Federico Gatti ecc., consiste nella schedatura dell'ingente numero degli autori (molti dei quali d'alto profilo) che rappresentano la pluralità degli orientamenti culturali attivi a destra nella seconda metà del xx secolo.

Tommaso Romano afferma che un sottotitolo del dizionario avrebbe potuto indicare alcune identità di riferimento, quali conservatori, liberali, monarchici, presidenzialisti, cattolici, neopagani, agnostici, individualisti, comunitaristi, socializzatori e innovatori, anticapitalisti, neofascisti, neoborbonici, federalisti, totalitaristi.

La faticosa raccolta delle biografie, invece, intendono rappresentare "un necessario approccio e invito alla conoscenza di singoli personaggi di oggettiva e diversa caratura, per andare oltre gli stereotipi e le definizioni di comodo, frutto a volte di mancanza di organici punti di riferimento di storia delle idee di frange minoritarie e sequestrate, quasi esoteriche, e di materiale bibliografico e storico-documentario riepilogativo".

Gli autori sospendono il giudizio sui princìpi che definiscono la vera destra (la destra tradizionale, giusta la classica definizione di Clemente Solaro della Margarita) per offrire un esauriente catalogo dei numerosi studiosi attivi nella destra dalle molteplici identità e dalle divergenti intenzioni.

Una fatica, quella dei tre autori, finalizzata anzi tutto, alla testimonianza sulla varietà e sulla serietà-profondità delle posizioni culturali che si sono confrontate nell'area intitolata alla destra italiana. Il risultato del loro impegno è un testo controcorrente, indispensabile a chiunque voglia conoscere seriamente la complessa realtà delladestra pensante.

Accertato che la destra italiana ha ultimamente risolto i problemi spinosi posti dal pensiero multiplo in agitazione al suo interno convertendosi al non pensiero puro - preambolo al decesso politico ultimamente certificato dal successore di Luciano Gaucci - il Dizionario è offerto, quale documento indispensabile, agli eventuali protagonisti di una strategia culturale e politica atta ad evitare i conflitti e le umiliazioni collezionate nel recente passato.

L'auspicato superamento dalla cultura multilingue (propriamente detta babelica) è infatti impossibile senza che sia prima riconosciuta l'identità dei pensieri che potrebbero vivere pacificamente in un partito politico d'indirizzo unitario, ossia capace di affrontare senza tentennamenti e ambiguità i problemi drammatici che sono posti dall'emergenza in Europa del trinomio radicalismo-nichilismo-immoralismo.

Un'attenta lettura del Dizionario delle cento destre, costituisce il preambolo indispensabile alla fondazione di una vera, coerente alternativa alla perfetta sovversione della società. Superare le contraddizioni del passato è, infatti, la premessa indispensabile all'efficace presenza di una cultura di destra liberata dalle illusioni generate dal pensiero multiplo e ondivago.

Quante volte nel dibattito culturale ed in quello più attinente al pensiero filosofico, politico e letterario, si è sostenuta la mancanza di una chiara posizione dottrinale ed elaborativa di destra riconducibile a posizioni che vanno oltre i confini del quotidiano dibattito sociopolitico e alla vita di partiti che, più o meno propriamente, si sono riferiti e si riferiscono a tale area connotativa, magari aggiungendo semplicemente l' aggettivazione di centro da premettere a quella di destra.

Infatti, i riferimenti quasi monocordi a Giovanni Gentile e a Julius Evola, qualche volta a D'Annunzio e Prezzolini, non danno certamente la misura di una presenza umana, né di una produzione intellettuale, né, tantomeno, la qualità delle singole personalità e dei contesti in cui le cento destre si manifestano.

In virtù di quanto detto, per questo Atlante Biografico essenziale, abbiamo voluto allora scegliere il titolo Centodestre proprio perché vogliamo partire dall' analisi delle pluralità di scelte, orientamenti e prospettive presenti in gran numero fra i moltissimi autori esaminati in questo primo volume e facendo nostra l'affermazione di Prezzolini secondo il quale non vi è una sola destra (come sosteneva ad esempio Clemente Solaro della Margarita), ma tante destre.

Potevamo inserire utilmente un sottotitolo per questa ricerca- a prima vista quasi esclusivamente compilativa - indicando alcune identità e/o paternità di riferimento come le oggettivazioni di conservatori, liberali, scettici, monarchici, presidenzialisti, tradizionalisti e futuristi, cattolici, neopagani, agnostici, individualisti, comunitaristi, socializzatori e innovatori, anticapitalisti, insieme a neofascisti, neoborbonici, federalisti, totalitaristi, di nuova destra e di sintesi, ma abbiamo preferito non farlo.

In realtà l' arcipelago assai variegato delle posizioni (che sono pure egualmente presenti, in verità, nelle aree del pensiero progressista, liberale, cattolico-sociale, laico e azionista, radicale, socialista, comunista e anarchico, grosso modo identificanti l'area del centro e della sinistra) corrisponde, in effetti, alla inveterata aspirazione all”individualismo diffuso e spiccato che ha storicamente determinato una scarsa vocazione degli intellettuali delle centodestre (in gran parte e con qualche eccezione) al movimento e/o gruppo più o meno organico, tranne forse in Italia per la corrente del Neoidealismo, specie gentiliano e per l'evolismo e i suoi derivati plurali (anche cattolici) e, più in generale, per la partecipazione alla vita di giornali e riviste culturali d'area e/o di movimenti socio-culturali.

Le biografie essenziali che presentiamo sono, quindi, un semplice ma crediamo necessario approccio e invito alla conoscenza di singoli personaggi di oggettiva e diversa caratura, per andare oltre gli stereotipi e le definizioni di comodo, frutto a volte di mancanza di organici punti di riferimento di storia delle idee di frange minoritarie e “sequestrate”, quasi esoteriche, e di materiale biobibliografico e storico-documentario riepilogativo.

Abbiamo differenziato il lavoro redazionale grazie anche alla collaborazione di singoli eminenti studiosi curatori di alcune schede, le quali devono essere considerate senza parametri ragionieristici in quanto a estensione. Le singole voci, infatti, rispondono alla necessità informativa e non certo all' esaustività non sia pertanto giudizio di valore una stesura più o meno ampia di singole biografie, in tutte però sono presenti gli elementi almeno fondamentali di cui crediamo aver fornito almeno traccia di riconoscibilità.

In questo primo, dei tre volumi previsti per l'intera opera, i curatori e i redattori hanno così liberamente inserito i singoli profili, senza per questo volerli “ingabbiare” in una strettoia definitoria che è tanto ampia quanto oggettivamente limitante.

La gran parte delle schede biografiche inserite riguardano Autori italiani operanti soprattutto nel secondo dopoguerra, con qualche eccezione. É nostro intendimento nei prossimi volumi programmati arrivare, pertanto, ad una più ampia mappatura biografica anche di pensatori di altre nazioni, (già presenti peraltro, in numero ridotto, in questa prima compilazione), lasciando alla fine del terzo volume la pubblicazione di saggi specifici che possano inquadrare organicamente e ricondurre a una sintesi organica, quanto singolarmente segnalato per ogni Autore, contestualizzando e ponendo con ampia Bibliografia conclusiva, un quadro di riferimento che risponda quindi più eminentemente alla dottrina, al pensiero, alla dimensione politologica e più largamente all'ambito culturale e metapolitico di ogni singolo biografato.

La tentazione di iscrivere a destra ogni e qualunque fenomeno di alternatività alla sinistra, è uno schema semplificatorio che lasciamo al dibattito quotidiano più che all'essenza e alla varietà della legittima e meditata posizione della vita culturale. Non basta peraltro - noi crediamo - il solo contrapporsi riducendo all'una o all”altra parte la disputa sul bene comune.

Le categorie di destra, centro e sinistra sono comunque figlie della Rivoluzione Francese e di quel che ne è seguito – nel bene e nel male - in questi successivi secoli.

Senza demonizzare e senza obliare, questo potrebbe essere il motivo e la ragione dominante delle presenti ricerche biografiche che, continuiamo a sottolineare, non hanno pretese di esaustività e che metodologicamente si rifanno all'’ideatività propria della Scienza della Biografla e ad opere collettanee nate da una tale impostazione teorica e applicativa: Personaggi di Provincia, edizioni Provincia Regionale di Palermo, (2001); Luce del Pensiero, Filosofi, Scienziati, Musicisti e Letterati siciliani di tutti i tempi, voll. 5, Istituto “Regina Margherita”, Palermo, (2005-2012); Archivio Biograflco Comunale della Città di Palermo (2006); AA.VV., Scrivere di sé e degli altri, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo (2011); tutte opere vocate al formarsi di una inclusiva cosmographia.

Del resto, la fortuna delle biografie anche nel nostro tempo (a cominciare dal fenomeno planetario Wikipedia) fa certo riflettere sulla utilità di queste, convinti come siamo, ancora,che il dato della complessità marchia le singole esperienze senza i vincoli e le strettoie che sono insite nelle definizioni di appartenenze che si attribuiscono o si autoattribuiscono ai singoli personaggi.

È da sottolineare, comunque, che gli Autori inseriti si possono porre, anche radicalmente a volte, in aperto dissenso nei confronti delle dominanti aree di schieramento politico-ideologico ed anche di governi a cui un'area (la destra) nominalmente si ascrive.

In ciò mostrando quanto plurale e vasto sia l'ambito di pensiero e di elaborazioni a cui ci riferiamo partendo dalle singole esperienze e dalle elaborazioni già definite.

Va segnalata, infine, la difficoltà di reperire alcuni dati anagrafici ed altri bibliografici. Abbiamo compiuto un lavoro di squadra che riteniamo positivo, anche se, ovviamente, non immune da errori od omissioni che non mancheremo di segnalare alla fine del lavoro svolto, in modo da potere avere una visione quanto più precisa possibile, che apra ad ulteriori e più circostanziate ricerche di questa natura, con l'auspicabile concorso di ricercatori e lettori che vorranno suggerirci integrazioni e proposte.

Senza voler entrare nel merito di questioni che non attengono a queste note introduttive riteniamo, conclusivamente, che alla registrata positività del crollo degli ideologismi che ha toccato il suo apice nella simbolica caduta del Muro di Berlino,  non sia corrisposta un  aprioristiche), ponendo troppi limiti sul terreno delle occasioni e della pragmaticità, a volte aleatoria, populista e demagogica senza reali approfondimenti, in nome dell”apparire e coinvolgendo così - senza eccezioni - le scuole di riferimento contrapposte, specie nell”ambito del quotidiano politico, e del nuovo leviatano che ha nome di dittatura finanziaria planetaria, nel contesto di una controversia continua dettata dall'assenza di un disegno e progetto identitario, strategico e realistico, rinnovatore e riformistico, con le eccezioni libere e doverose a cui le presenti considerazioni di larga massima si riferiscono e che investono la stessa variegata ideazione e sul piano politico-partitico e su quello ben più articolato dei principii e delle elaborazioni dottrinali, patrimoni e valori che, comunque, di diritto appartengono alle tante destre presenti nel nostro Paese e non solo.

Tommaso Romano, Vito Mauro, Umberto Balistreri

 

 

DOMENICO LO IACONO,Il Fascismo clandestino in Sicilia.                  

L’invasione americana, le stragi in Sicilia, il Fascismo Clandestino  nelle  nove  province, il  movimento  dei “Non  si  Parte”, con prefazione di Giuseppe Parlato,docente di Storia contemporanea dell’Università degli Studi per l’innovazione e le Organizzazioni di Roma, di cui è stato Rettore, Presidente della Fondazione Ugo Spirito, Componente del Comitato Scientifico dell’Archivio Centrale dello Stato.

 

 

Ludovico Gippetto( a cura di) , Noli me tangere. La memoria storica: il sonno degli innocenti

 

Fin quando ho retto il prestigioso incarico di Comandante dei Carabinieri

addetti alla tutela del Patrimonio Culturale ho sempre sostenuto le iniziative

di Extroart, in quanto finalizzate alla formazione di una maggiore coscienza

culturale.

Grazie all’impegno, senza soluzione di continuità, del suo presidente

Ludovico Gippetto, il pregevole “cofanetto: Wanted….presi per il verso giusto“

sta assumendo una cadenza annuale, provocando vivo interesse ed unanimi consensi

a livello nazionale ed internazionale.

Con la sua veste, semplice ma densa di contenuti, sviluppa una meritevole

opera di sensibilizzazione perla salvaguardia dell’irrepetibile millenario patrimonio

culturale, che connota l’Italia, sottoponendo alla nostra attenzione le fotografie

di quei “gioielli di famiglia“ che sono stati sottratti al contesto per il quale

erano stati realizzati.

“Extroart” sollecita una nostra riflessione sulle conseguenze del fenomeno

delinquenziale più invasivo e devastante, quale è il saccheggio delle aree archeologiche

terrestri e marine, dove vere e proprie bande di tombaroli imperversano

per alimentare il mercato clandestino nazionale e, soprattutto, estero. Tutto ciò

che proviene dall’Italia muove gli interessi di agguerriti sodalizi criminosi, che,

nel tempo, hanno asportato dai nostri inesauribili giacimenti preziose testimonianze,

oggi in esposizione presso collezioni private o musei esteri. Purtroppo,

malgrado il lodevole impegno delle istituzioni ed i notevoli risultati conseguiti

dalle forze dell’ordine, mirabilmente coordinate dalla magistratura, non si riesce

a far comprendere a larghi strati dell’opinione pubblica che la ricerca compete

esclusivamente all’archeologo, unico capace di studiare l’entità materiale della

civiltà del passato, non per quello che rappresenta in sé e per sé, ma in quanto

documento di vita degli uomini che l’hanno prodotta. L’archeologo non tira

fuori scrigni d’oro ma cerca di rintracciare ciò che è utile per la ricostruzione del

passato, ascoltando quanto può dire un minimo coccio oppure esaminando le

impronte disciolte nel tempo.

 

Gen. CC (r) Roberto Conforti

Presidente S.I.P.B.C.

 

 

 

“Creare un piccolo, prezioso schedario fotografico di beni artistici di cui si è

perduta traccia, non chiuderlo nei cassetti di un ufficio di commissariato o di

dogana, ma metterlo a disposizione di un pubblico sufficientemente ampio

attraverso la realizzazione di diecimila copie, non è solo un atto che esprime

buoni sentimenti, ma è soprattutto un’operazione intelligente, utile a sensibilizzare

un’opinione pubblica sempre più vasta nelle questioni della tutela del patrimonio

storico-artistico, a coinvolgerla nel compito, perché il patrimonio storico-

artistico non è un’entità astratta, ma un tesoro materiale e ideale che ognuno

di noi deve sentire proprio. Se si fanno gli identikit del capomafia Bernardo

Provenzano, invitando la popolazione a collaborare alla sua cattura, non si vede

perché una nazione culturalmente progredita non debba fare altrettanto anche

con i capolavori dell’arte dispersi. Direi, anzi, che bisognerebbe fare in modo di

diffondere maggiormente WANTED ... presi per il verso giusto, moltiplicarne le

copie, farle arrivare nelle scuole, nelle università, nei luoghi pubblici. Il furto di

opere d’arte è certamente una piaga italiana, ma non un’esclusiva, come dimostra

il caso della Norvegia e dei famosissimi capolavori di Munch trafugati a Oslo

(L’urlo, Madonna). C’è forse una nuova componente in gioco, non più il solo

valore economico delle opere, ma anche il fanatismo: L’urlo e la Madonna sono

senza possibilità di commercio, solo qualcuno potrebbe averle rubate per avere

la soddisfazione di averlo fatto, oppure per il privilegio di vederle solo lui, nascoste

al resto del mondo.

Chissà se un fanatico sta dietro al furto dell’opera d’arte che rimane in cima

alla lista di Wanted: la Natività fra i SS. Francesco e Lorenzo (1609), straordinario

capolavoro dell’ultimo Caravaggio, realizzato per Compagnia dei Bardigli e

collocato nell’altare maggiore dell’Oratorio palermitano di S. Lorenzo, dove si

trovava fino al momento del furto (1969). Secondo il “pentito” mafioso

Mannoia l’opera sarebbe stata rubata per autonoma iniziativa di suoi “compari”,

senza alcuna commissione. La tela venne asportata con una certa facilità, visto

che in quel tempo l’Oratorio di S. Lorenzo era in condizioni di quasi totale

abbandono, e dimenticata in un nascondiglio sotterraneo dopo infruttuosi tentativi

di vendita, rovinata in modo irreparabile da un maldestro arrotolamento.

 

Prof. Vittorio Sgarbi

 

 

Carlo Puleo, Villa Palagonia. Un fantastico sogno barocco.

 

L’immaginario di Ferdinando Francesco di Gravina.Le figure dell’eccezione: come bestiario, come teatro.

Può considerarsi uno scenario del tardo barocco mediterraneo, il teatro di pietra innalzato nella ‘casena’ vera e

immaginaria di Ferdinando Francesco Gravina?

Spiegandone le ragioni, possiamo riusarlo nella pratica del nostro vivere?

Certo, per capire il significato complessivo di Villa Palagonia bisogna collocarla, come altra volta ho fatto, tra

norma ed eccezione. Tra le ultime derivazioni della parte eterodossa del Rinascimento che alla norma oppone l’antiregola, per costituirsi e farsi conoscere come eccezione, essa non poteva non aver negazione. Così s’intende pure l’“immago espressa” della Villa in uno dei suoi luoghi emblematici, il salone degli specchi, dove si afferma il gioco barocco della presenza e dell’assenza, della vita e della morte, dell’essere delle forme e del venire meno di esse:

Specchiati in quei cristalli, e nell’istessa / magnificenza singolar, contempla / di fralezza mortal l’immago espressa.

Nel pieno degli specchi e nel vuoto delle cesure di essi, la ‘magnificenza’ della immagine si accompagna alla sua

transitorietà. Tuttavia si possono qui e ora considerare solo le figure dell’eccezione che si innalzano nello spazio scenico del giardino. La cinta delle mura che lo chiudono è popolata di statue che si propongono come un bestiario.

Di esso si possono offrire due letture: una che lo addita come una congerie di exempla per conseguire la rappresentazione figurale dei vizi dei contemporanei dell’amaro ironico committente; l’altra che lo considera come una proiezione concatenata degli stati d’animo dello stesso.

Letture che possono unificarsi per interpretare la multiforme proliferazione di animali, di creature abnormi (a specchio delle poche figure regolari di dame, gentiluomini, soldati, presenti a guisa di sentinelle dell’ordine e della normalità), come la proposta di un teatro di pietra in cui sì immobilizza la vita. Un piccolo teatro personale che riduce grottescamente il gran teatro del mondo, allegoria minima ma esemplare di una ilare tristezza individuale.

Nel giardino che ospita questo teatro di figure silenziose, manca l’acqua, la linfa vitale che dalla stagione araba al

Quattrocento cristiano aveva fatto verdi i giardini palermitani, cioè vengono a mancare i segni, anche i rumori veri della natura e della vita, ma dove con i sogni dell’inesistente, e pure le epifanie dell’inconscio, cominciano, nel silenzio fisico, a brulicare i tumulti interiori. Il teatro di pietra che si apre a sud-ovest, alla sinistra di un meditabondo cavaliere, che non è tanto il primo attore, quanto il regista dello spettacolo, è un’estroversione bloccata e contraddetta, uno spettacolo interdetto pur nella molteplicità delle pose. Nella multiformità è evidente una ritualità ripetitiva del proposito originario; cioè si attua una coazione a ripetere nella diversità inesausta e pur limitata. Perciò non possiamo meravigliarci del fatto, attestato dai contemporanei, che fin nell’ultimo periodo il Principe non pose fine alla creazione di nuove statue, ma molte ne andava affastellando fra le erbacce del giardino incolto, anche questo, dunque, aspetto saliente della villa siciliana, quando non è circondata da una coltivazione ad agrumi.

Il definito del singolo oggetto pietroso accompagna con l’incompletezza volontaria dell’insieme. Anche per questa ragione le statue sono come un bosco di segni indecifrabili, come dei filari d’alberi che ti chiudono e ti proteggono, ti atterriscono e ti divertono. Solo due contemporanei afferrarono almeno alcuni aspetti del fenomeno Palagonia: il marchese di Villabianca e Giovanni Meli. Il poeta dedicò alla villa un’ottava facile ed acuta insieme:

Giovi guardu da la sua regia immensa / la bella villa di la Bagaria; / Unni l’arti impietrisci, eterna e addensa / L’abborti di bizzarra fantasia; / Viju, dissi, la mia insufficienza, / Mostri n’escogitai, quantu putia; / Ma duvi terminau la mia putensa, / Dda stissu incominciau Palagonia.

 

Collocando il fenomeno in una dimensione mitologica, in concorrenza non certo con l’onnipotenza del Dio cristiano, ma con il pensiero immaginoso del massimo degli dei pagani, Meli capta l’incompiutezza più che l’imperfezione del progetto deformante, ma anche la qualità del lavoro sulla pietra che lo realizza e rende eterno, “Folle”, oltre che bizzarra, ritenne questa fantasia il marchese di Villabianca; tuttavia avvertendo che a riderne, si riderebbe di noi stessi: “Il tutto in sostanza è sogno di un febbricitante; il tutto è favola, il tutto è oggetto di sganasciar dalle risa. Qui rides? De te fabula narratur. In tutto però per tali malori ha bisogno di medico la magnificenza”. Ma il medico che veniva invocato dal marchese al soccorso della pazzia dilapidatrice avrebbe dovuto essere un dottore dell’anima per capire e spiegare i cosiddetti mostri quali proiezioni dello stato d’animo del principe, che fu di condanna del mondo contemporaneo,

di esecrazione dei suoi pari, di cui fa un bestiario all’uso medioevale. E la prima cosa da capire era ed è, il

modo ilare d’esprimersi della sua tetraggine: una ‘pazzia’ quasi ridente, certo irridente. I mostri, cioè i prodigi dell’immaginario, ancestrale e quotidiano, non guardano fuori della villa per allontanare le influenze maligne che stanno all’esterno. Implacabile intanto e in primo luogo verso se stesso, il principe contempla l’assurdo che si concretizza per sua volontà e poi si gode lo spettacolo che giunge a darne. Per far quietare i suoi tremori, per sedare i suoi “malori”, egli doveva porli come altro da sé, suo tormento e sua salvezza.

Questo teatro pietrificato, appunto nello sguardo in primo luogo, e poi nel materiale adoperato, aveva insicuri

modelli iconografici nella congerie di stampe, di statuine, moderne o antiche, che la straripante passione del principe raccoglieva senza alcuna determinazione o catalogazione. E qui il barocco, già penetrato dal rococò, si ripresenta con l’uso di materiali eterogenei, ‘bassi’ ed effimeri. Però si può forse ben dire che ad un antico patrimonio culturale isolano - si pensi alle metope di Selinunte, allo stesso simbolo della Trinacria - si potrebbero al contrario far risalire le motivazione più profonde di tale modellizzazione artigianale.

Isolano, intanto, nel recupero e nella riproposta di patrimoni non siciliani, che in Sicilia si acclimatavano e trasformavano a volte assai originalmente. Mi riferisco, per esempio, alle pitturette su tavola del soffitto della Sala Magna dello Steri di Palermo con particolare riguardo alle driolerîes, anglicizzanti e ispano moresche. Potrebbe forse il repertorio di stranezze, di bizzarrie, di queste, far parte delle molteplici suggestioni che vennero al Principe di Palagonia da ogni dove, ma, con questo di più significativo, cioè con la considerazione che tale repertorio figurativo era maturato in un ambito feudale e nobiliare assai prossimo, pur nella diversità dei tempi, delle situazioni storiche e politiche, alla mentalità di casta aristocratica, dei Chiaramonte come dei Gravina.

Che il Palagonia ne abbia avuto informazione diretta o indiretta, attraverso il solito Villabianca o per mezzo di qualche ‘tavoletta erratica’ del soffitto, può essere stato possibile, se non documentabile. Rimane il fatto che la congerie di materiali, del passato come del presente, cui egli si rifaceva e indicava ai suoi artigiani, rivela l’accoglimento in concreto del carattere composito, originalmente eclettico, di tanta parte della cultura figurativa siciliana, con una predilezione in questo caso, come in casi consimili, per la deformazione. Rimane ancora il fatto che l’essersi il Principe servito di un “qualsiasi tagliapietre” e l’aver adoperato del “volgarissimo tufo”, come scrisse il Goethe, non indicano degli elementi di per se stessi negativi. Intanto, osservazioni simili dimostrano l’incomprensione per l’arte applicata e un’idea, appunto, dell’arte, fatta solo da geni invasi dal dio o dal demone, e realizzata nel marmo o nel bronzo. In realtà, solo servendosi di artigiani completamente immedesimati negli intenti di così speciale committenza, il Palagonia poteva ottenere un’obbedienza quasi completa al suo proposito d’illustrare la sua reinvenzione iconografica.

Ovviamente, lo stare alla lettera dell’indicazione principesca, senza intenderne completamente il senso riposto, il

significato concettuale, fruttò loro delle involontarie libertà esecutorie.

Anche la pietra porosa, tratta dalle cave arabe d’Aspra, a parte il relativo suo poco costo, contribuisce con la sua

qualità a pervenire a quel risultato formale di tipo surrealistico ed insieme espressionistico della statuaria palagonese.

Peraltro, gli artigiani che lavorarono al palazzo, dal tufo furono aiutati a ricondurre alla loro dimensione culturale, alla loro sensibilità e affettività, i modelli colti offerti alla trasposizione dialettale a loro più congeniale.

Gli esiti di deformazione che oggi chiamiamo espressionistica, ma prima ancora è da dirsi barocca, cui giungono

le statue più originali di Villa Palagonia, i cosiddetti mostri della spettacolare ricreazione fantastica del Principe, confermano una propensione costante dell’atteggiarsi formale della cultura siciliana. Il palazzo dei Gravina di Palagonia è una meta obbligata del Gran tour settecentesco. E si devono registrare due infortuni: quello dell’ideatore dell’ornamentazione e del decoro della costruzione che ebbe rifiutata la sua creatura dal gusto classicistico e razionalistico dei suoi contemporanei, e quello dei viaggiatori che mostrarono più o meno tutti una carenza di sensibilità, un’incapacità ad aprirsi ad una concezione estetica a loro estranea, coinvolgendo nel loro rifiuto altri esemplari dell’arte barocca, dell’arte

non classicistica nel suo insieme. Al solito è Patrick Brydone che se la cava meglio degli altri, per la sua disposizione fantastica, per cui la villa gli appare tuttavia un “castello incantato”, egli, pur incerto “se rimanere più stupito per l’assurdità dell’immaginazione che ne è stata la creatrice, o per la sua prodigiosa fertilità”, ha la sensazione “di essere capitato nel paese dell’illusione e dell’incantesimo”. Su questo innovativo piano si muoveranno le riflessioni del russo Andrej Belyj che possono anche suonare come una confutazione a distanza delle pagine di viaggio di Wolfgang Goethe.

Il Belyj nei suoi Taccuini di Sicilia del 1922, tradotti e resi noti da Giacoma Strano, individua con acume nella “terribile duplicità” di riso e pianto, di irridenza e gravità l’essenza ossimorica delle deformità palagonesi ed al tempo stesso le ragioni di una scelta architettonica: “statue di pietra porosa guardavano fisso le bocche spalancate, mugghianti nel riso, nell’aria leggera, tra farfalle variopinte: e quell’urlo è come un pianto. I ruggiti antidiluviani dei mostri dilaniavano tutt’intorno; fra le palme occhieggiava l’ottusa smorfia d’un capro; non posso dire tuttavia che quella congerie rivelasse cattivo gusto... qui il cattivo gusto rappresenta l’affinamento di un gusto peculiare”.

A rincalzo, più tardi, il tedesco K. Lohmeyer non soltanto coglie la matrice del “sublime grottesco palagonico” nel

“consapevole scherno dell’antichità” ma ne ridimensiona, altresì, l’eccentricità rispetto ad analoghe “dimore del capriccio” europee che “oltrepassano di molto, e purtroppo in certe mancanze di gusto nei costumi e nelle frivolezze, la Villa Palagonia” non possedendo di essa quella “coerenza nell’insensatezza” che è il suo tratto distintivo.

In buona parte dell’arte figurativa siciliana, c’è il senso della superficie, dell’esteriore, ma il protendersi delle forme è una disposizione materialistica a portare fuori in turgori e tortuosità gli interni coscienziali; in ultima analisi, un modo comportamentale di rendere pubblico se non sociale il privato. Nell’esteriore il privato può essere spettacolarizzato,

l’interno della coscienza esposto; la pubblicizzazione non vuol dire socializzazione.

L’occhio del visitatore guarda il teatro statuario del Principe, ma può provarsi a possederlo solo a certe condizioni.

Come il potere, la tetraggine, la morte e la bellezza, anche l’immaginario palagonese è esibito, ma non totalmente partecipato.

Con le sue opere Ferdinando Francesco Gravina si offriva senza concedersi del tutto, come il suo palazzo, tra l’altro, aperto con le sue mirabili terrazze, la leggendaria loggia e gli splendidi scaloni barocchi, chiuso con i suoi massicci bastioni tardo-rinascimentali di ascendenza militare.

Da tutto quel gran figurare, lo spettatore può essere respinto o attratto, atterrito, indifferente o divertito, ma per

non rimanerne estraneo egli deve avere consapevolezza che dell’immagine del mondo esso trasmette una particolare memoria, sia pure stravolta in una modellizzazione inusitata. Lo spettacolo visivo che fu fermato nel tempo come possibile reale, effettuale immaginario del Gravina, può tornare a proporsi come uno scenario agibile solo riconoscendolo come forma ‘altra’, pur precaria però non transeunte, del nostro vissuto. Nelle clausole del sognare a occhi aperti, la finzione del Principe, quale rinvio ad un’altra realtà, da tipico scenario del barocco mediterraneo si ripresenta come condizione permanente dell’apparenza teatrale.

Noi, oggi, che meglio stiamo scoprendo l’altra faccia del Rinascimento, il suo aspetto eversore e anticlassico, e che

nel barocco siciliano cogliamo una condizione primaria dell’isola, persistente ben al di là dell’ambito in cui si realizzò la sua cifra storica vera e propria, possiamo forse comprendere meglio l’inquietudine del principe, al di fuori dello schema abitudinario di reazione e di progresso.

I viaggiatori aristocratici del tardo Settecento inseguivano a ritroso l’antico, il passato, il certo; noi andiamo con

diversa sofferenza e consapevolezza verso il futuro, l’incerto, l’ignoto. Forse, possiamo cominciare a capire l’irrequietudine del principe di Palagonia.

 Natale Tedesco