Pubblicazioni ISSPE anno 2011

Le poesie non futuriste inedite di Giacomo Giardina, a cura di Antonino Russo, introduzione di Tommaso Romano

La raccolta di testi, che Russo ha rintracciato di Giacomo Giardina e presenti in questo volume che l’ISSPE ancora dedica al Futurismo di Sicilia, dimostra la versatilità e direi l’apparente “ingenuità bucolica” del poeta godranese. Dico apparente perché Giardina era, malgrado le poche classi elementari frequentate, nitidamente poeta sì, ma anche attento divoratore di testi e fine “antenna” della vita artistica e culturale.

dall’introduzione di Tommaso Romano

 

Angelo Nicosia e la Sicilia, a cura di Francesco Virga, con testi diFrancesco Virga, Lorenzo Purpari,Vittorio Lo Bianco,Filippo Parisi,Francesco Mesi, Giovanni Ciancimino (con vasta appendice fotografica).

La pubblicazione offre ai lettori un quadro sintetico, ma, riteniamo, esemplificativo dell’attività politica e parlamentare di un vero ed autentico Siciliano, che alla causa isolana e alla liberazione dalla delinquenza mafiosa dedicò le migliori energie. Angelo Nicosia, fin da giovane grande e tenace organizzatore, riuscì a conquistare l’attenzione e il rispetto delle classi giovanili del Msi e, poi, espressione delle stesse con l’elezione al Parlamento nazionale…Attraverso la sua azione quotidiana, con uno studio profondo che rassegnò alla Commissione Antimafia, fu stilata la cosiddetta relazione di minoranza sottoscritta dall’onorevole Niccolai che ha rappresentato, e rappresenta,un grande elemento di attenzione, di studio, di profonda analisi del fenomeno mafioso”.

dalla prefazione di Francesco Virga

 

Autonomia e rappresentanza, Atti del Convegno. Palermo, Palazzo dei Normanni 12 maggio 2011, organizzato dall’Associazione Ex Parlamentari dell’ARS.

“E’ normale che l’eletto di una maggioranza o di una squadra di governo diventi rappresentante dell’opposizione? E, parimenti,è normale che chi è stato collocato dal voto popolare all’opposizione assuma le sembianze e il ruolo di componente della maggioranza e di forza di governo? Questi quesiti sono stati declinati,nell’incontro svoltosi nella Sala Rossa di Palazzo dei Normanni, avendo sempre a riferimento il rapporto tra autonomia e rappresentanza mantenendo nello sfondo il grave deficit di credibilità della classe dirigente, le difficoltà di vita delle istituzioni democratiche e la crisi dei valori del nostro tempo.”

dalla presentazione di Rino La Placa

 

Domenico Lo Iacono, Economia in Sicilia. Dai Borbone al fascismo. 

Il volume amplia lo sguardo della vicenda economica a tutta l’ Isola, dai Borbone – Due Sicilie a tutto il ventennio fascista, con notevoli e nuovi apporti documentari, ampi riferimenti bibliografici, sorretti da una libera lucidità interpretativa, che non si rifugia nelle formule ideologiche aprioristiche o appartenenti al “politicamente corretto”. A cominciare dal luogo comune da sfatare” della “inesistenza di imprese industriali in Sicilia al tempo dei Borbone” ed evidenziandone le eccellenze, come la Fonderia Oretea.”           dall’Introduzione di Tommaso Romano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vito Mauro, Thule l’Isola dei libri.Le Edizioni Thule e la Fondazione Thule Cultura: 1971-2011

 

 

Conversazione con Tommaso Romano, un testo di Salvo Ferlito e testimonianze critiche di Nino Aquila, Ignazio E. Buttitta, Davide Camarrone, Manlio Corselli, Salvatore Di Marco,Mario G. Giacomarra, Dino Grammatico, Mario Bernardi Guardi, Francesco Mercadante,Vincenzo Monforte. Bent Parodi di Belsito, Antonio Saccà, Giovanni Tarantino, Piero Vassallo, Marcello Veneziani.

 

Il gabbiano di Rocca Busambra Premio di poesia “Giacomo Giardina”. Antologia del decennale, Prefazione di Giuseppe Bagnasco, con un testo di Tommaso Romano, a cura di Giovanni Mannino e Paolo Galioto Grisanti.

L’antologia del decennale del Premio Giacomo Giardina - premio che si differenzia notevolmente dalla premiopoli inconcludente e senza valore di troppi concorsi nati e sviluppatisi esclusivamente per una sorta di autogratificazione che poco ha a che vedere con l’indicazione del merito costituisce un sigillo di libertà, il modo stesso di affrontare la manifestazione conclusiva come una sorta di rito comunitario in onore della poesia e dimostra che con la volontà e con la capacità di intrapresa e soprattutto con ‘amore verso la letteratura e l’arte, si possono realizzare anche in un centro come Bagheria, tanto caro al poeta pecoraio Giacomo Giardina, eventi di qualità.

 

 

 

L’antologia del decennale del Premio Giacomo Giardina - premio che si differenzia notevolmente dalla premiopoli inconcludente e senza valore di troppi concorsi nati e sviluppatisi esclusivamente per una sorta di autogratificazione che poco ha a che vedere con l’indicazione del merito costituisce un sigillo di libertà, il modo stesso di affrontare la manifestazione conclusiva come una sorta di rito comunitario in onore della poesia e dimostra che con la volontà e con la capacità di intrapresa e soprattutto con ‘amore verso la letteratura e l’arte, si possono realizzare anche in un centro come Bagheria, tanto caro al poeta pecoraio Giacomo Giardina, eventi di qualità.

Dalla presentazione di Tommaso Romano

 

 

Tommaso Romano, Sicilia 1860-1870. Una storia da riscrivere

 

Il Risorgimento in Sicilia fu vera gloria? Chi legge l’ultimo saggio di Tommaso Romano, “Sicilia 1860-1870, una storia da riscrivere”, se sposa le tesi dell’autore, non ha che una risposta: negativa. Il libro di Romano, edito dall’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici, offre infatti una visione del Risorgimento lontana da quella propria della storiografia ufficiale, demolisce miti, ridisegna figure avvolte nell’alone di idealismi ed eroismi qui messi in discussione, passa in rassegna fatti taciuti nei manuali che circolano nelle scuole

 

Sicché, ad esempio, nel testo di Romano l’impresa garibaldina dei mille viene ridimensionata, anche attraverso testimonianze di rilievo, quale quella di Ippolito Nievo, che così scriveva alla cugina Bice Melzi Gobio: “A Marsala squallore e paura; la rivoluzione era sedata dappertutto o per meglio dire non era mai esistita: solo qualche banda di briganti, che qui chiamano squadre”. Allo stesso modo la rivolta di Bronte soffocata nel sangue viene descritta non come un evento isolato ed eccezionale, ma come l’emblema della disillusione popolare dinanzi alle promesse mancate dell’abolizione della tassa del macinato e di altre imposte e della spartizione delle terre. Scrive Romano: “In quella torrida estate del 1860 non pochi furono i tumulti in vari paesi poveri della Sicilia” Il Risorgimento, secondo Romano, condusse piuttosto che a un’ unificazione delle terre italiane, a una “piemontesizzazione” delle stesse. Se esistevano, nel progetto del nuovo “Regno d’Italia”, idee regionaliste che avrebbero rispettato le tradizioni e le identità locali, queste (si pensi ad esempio ai disegni di legge presentati da Marco Minghetti, ministro dell’Interno del neonato Regno) furono accantonate a favore di un modello accentratore di tipo francese a cui si accompagnò un sistema fiscale iniquo tale da contribuire all’impoverimento del Sud e al sorgere della questione meridionale. Visto sotto questo profilo il brigantaggio, seppure non idealizzato e ammantato di “romanticismo”, assume una connotazione diversa da quella tradizionale: è anche espressione del malcontento popolare e del moto di ribellione che quel malcontento cova. Ma ciò che Romano, cattolico fervente, più condanna nei fatti del Risorgimento sono, con le azioni contro il clero, l’affermazione di un’ideologia priva di richiami religiosi che, a suo parere, segna l’inizio di un degrado spirituale e di costumi foriero di decadenza e debolezza etica

L’analisi di Romano può piacere o non piacere, ed è, come l’autore stesso ammette, di parte. “Sicilia 1860-1870, una storia da riscrivere”, come il suo precedente pamphlet “Dal Regno delle due Sicilie al declino del Sud”, è un libro destinato a suscitare molte polemiche. Senza volere entrare nel merito delle questioni sollevate, preme però sottolineare che il testo, seppure non scritto da uno storico di professione (l’eclettico Romano, nella sua sterminata produzione, privilegia più le ricerche filosofiche e letterarie), trae spunto da una ricca documentazione ed è corredato di una vasta bibliografia. Anche questo è un segno dell’onestà del lavoro di Romano: vi è l’invito ai lettori, quale che sia la loro inclinazione ideologica, a ricercare nelle fonti, di diversa estrazione, gli spunti per l’approfondimento di un periodo cruciale per la nostra storia. Da Italiainformazioni del 7 novembre 2011 Antonino Cangemi Libri. Il Risorgimento visto da Tommaso Romano.

 

 

Il libro ripercorre come una drammatica narrazione i fatti assai reali che sconvolsero la Sicilia dopo l'impresa "garibaldina" e la conquista piemontese apertamente sostenuta dal' Inghilterra. In successione le stragi di Bronte il naufragio e la morte di Ippolito Nievo, l'ultima resistenza borbonica della Real Cittadella di Messina, i plebisciti farsa, la leva obbligatoria, il brigantaggio, le rivolte di Castellammare del Golfo, Alcamo, Fantina, nel girgentano e i primi delitti di Stato, la repressione e gli stati di assedio, la Sicilia in rivolta nel 1866 e l'insorgenza palermitana del "Sette e mezzo", la repressione, l'azione anticlericale, le leggi eversive contro la chiesa, la reazione cattolica e legittimista, la povertà, l'immigrazione tutti documentati con molte fonti inedite, moltissimi documenti di archivio riprodotti per la prima volta i manifesti del "Sette e mezzo", lettere, documenti, fotografie, incisioni d'epoca, anche a colori, oltre 250 pagine di un libro che fa già discutere e che segna la naturale continuazione del fortunato volume (4 edizioni) "Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud".

 

 

 

Fabrizio Fonte, La “Grande “ Erice : una governance per l’agro ericino, con prefazione diTommaso Romano

Fabrizio Fonte è un giovane ricercatore valoroso, un cultore attento di storia siciliana già distintosi con una organica trattazione storiografica sul tema del Separatismo e dell’Autonomia Siciliana (in prima edizione con l’I.S.S.P.E. e poi con la prestigiosa Rubbettino di Soveria Mannelli), e come brillante operatore della buona politica forgiata nel «natio borgo». Fonte è, non secondariamente, allievo ideale di un politico e uomo di cultura di razza, quale certamente è stato Dino Grammatico, che ha dedicato nel 2000 per l’I.S.S.P.E. un bel volume proprio al tema «Erice dal dopoguerra al duemila. La nascita dei Comuni di Custonaci, Buseto Palizzolo, San Vito Lo Capo e Valderice. Il tramonto di una città mito», con prefazione di Gabriella Portalone Gentile. Rigore e passione, onestà intellettuale e concretezza, sono dati che l’indimenticabile Dino D’Erice (nom de plum letterario di Grammatico) ha come trasmesso a Fabrizio. Oggi suo primo biografo (con i Tipi del nostro Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici, altra creatura assai amata da Dino).

La nuova ricerca-proposta di Fonte si rivolge adesso a Erice, l’antico Monte San Giuliano, al suo Agro, ora largamente resosi autonomo dall’antico capoluogo nelle numerose Municipalità, e ai tanti problemi reali, che vedono la celebrata vetta carica di storia e immersa ancora nel Mito e nella Bellezza, che la connotano, a dispetto di uno spopolamento di residenti, come punto di riferimento nella stagione del tepore da amanti del genius loci, che Erice certamente continua a rappresentare. Dalla cittadella della scienza, che ha nel grande Antonino Zichichi il suo speciale araldo capace di proiettarla nel mondo, nonché anche in una pletora di turisti e viandanti, assetati più di inconsueto e di esotico, che di autentica conoscenza e sapienza estetica.

Fabrizio Fonte, come nelle Opere di cui è già autore, mostra con acribia una splendida dote, che difetta a tanti storici togati, la capacità di sintesi, senza per questo dimenticare l’essenziale, ciò che permane, rispetto al superfluo e al proprio particolare. È così che si dipana un tessuto di notizie storiche che, dai primordi fondativi che affondano nel Medio Evo isolano, giunge al Novecento e al Secondo dopoguerra delle “conquiste” municipali di antichi borghi e frazioni, che hanno come “compimento” quasi di toccare i cieli più di prima, in una condizione quasi di limite estremo sulle nebbie del surreale (fenomeno meteorologico che accompagna la memoria stessa di Erice e il suo incomparabile fascino, in terra di Sicilia, ove raro è il manifestarsi di un tale elemento).

L’intento di Fabrizio Fonte è insieme identitario e civile, senza remore incapacitanti e senza alcuna visione passatista del territorio. Ferma la diminuzione identitaria che è legata all’antropologia profonda, allo Spirito di popoli, piuttosto che a confini e paletti disegnati a volte o da interessi reali o da velleità. Fonte non sfugge al problema concreto della parcellizzazione di un territorio, alla cui valle si staglia il profilo - forse incompiuto - di una città ampia com’è Trapani, sciaguratamente e senza riscontri obbiettivi, confinata in «coda italica» di una presunta “qualità della vita”, da statistiche che somigliano tanto alle classificazioni tecnocratiche interessate delle moderne agenzie di raiting, che nulla presumono di civiltà mediterranea e di pensiero meridiano.

Attraverso il riformismo borbonico e la risoluzione unitaria fino al Fascismo, Fonte ripercorre a volo d’aquila (come d’uso nei cieli di Erice) la storia autentica di controversie, che hanno prodotto lo stato attuale, e, senza piagnistei e impossibili retromarce, indica proposte e soluzioni, riprendendo e attualizzando anche le sollecitazioni del sacerdote ericino Vito Castronovo, opportunamente riportate in naturale appendice al lavoro. Il quale già indicava strade diverse rispetto al declino annunciato di Erice, senza per questo dimenticare il «lavoro dei secoli» maturato nel cuore della vetta e tra colonie e contrade.

È così che Fabrizio Fonte riflette sull’ora presente e non si sottrae al confronto, senza peraltro obliare un lucente lascito della tradizione ericina e più ampiamente siciliana. Con estremo realismo e prospettiva alta, il nostro Autore trova, il bandolo della intricata matassa, nella prospettiva che indica come quella denominata «Grande Erice», vale a dire nel prospettare una integrazione e semplificazione di burocrazie e servizi da rendere organicamente beni comuni, per governare non tanto le differenze, quanto piuttosto le esigenze indifferibili. E tutto ciò puntualizza - anche amministrativamente, con una competenza che qui deriva non solo dalle teorie, ma dalla concretezza dell’agire nella polis - con una ideazione che non può che trovare il consenso di chi sostiene, intanto, che l’innovazione non è il contrario della Tradizione e che, anzi, l’una non può sussistere senza l’altra.

La soluzione di un «libero consorzio» fra Comuni, che veramente superi la parcellizzazione e accompagni le reali esigenze delle comunità, le loro economie da integrare, l’ambiente da proteggere, in un nuovo patto di solidarietà fra simili, che non potrà che essere foriero di un rinnovato e più incisivo modo di ideare, senza snaturare, anche in termini politico-amministrativi e senza, non ci stanchiamo di ripeterlo, annullare le peculiarità, le differenze, l’humus profondo di singoli parti di un territorio che, in un più capiente alveo, potrebbe meglio e più efficacemente determinarsi oltre le contingenze e le strettoie, anche gravi, di bilanci asfittici che pesano il più delle volte sulle spalle delle popolazioni.

Agire con coraggio e determinazione, come con chiarezza di intenti e ragionate proposizioni, fa Fabrizio Fonte nel suo testo, è compito di autentiche e lungimiranti classi dirigenti, la cui presenza qualitativa non è certo da determinarsi col “nuovo” a tutti i costi, quanto con l’esperienza coniugata con l’ardire ragionato delle scelte. Programma e fini, che Fabrizio Fonte, con sagacia e passione civile, persegue con chiarezza d’intenti, anche nelle sue notazioni, che siamo stati ben lieti presentare.

Dalla prefazione di Tommaso Romano

 

 

Federalismo fiscale, l’Autonomia al bivio. Atti del Convegno, Forza d’Agrò (ME), 15 e 16 ottobre, Associazione Ex Parlamentari ARS, a cura di Rino La Placa con testi di Rino La Placa, già Deputato regionale,Tonino Gullotta,Assessore al Turismo del Comune di Forza d’Agrò, Francesco Cascio,Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana,Raffaele Lombardo, Presidente Regione Siciliana, Salvatore Sammartino, ordinario di Diritto Tributario Università di Palermo, e componente Commissione Paritetica Stato-Regione, Giancarlo Sciuto, Dirigente del Servizio Studi e Politiche Fiscali dell’Assessorato Regionale dell’ Economia, Salvatore Di Gregorio,Vice Segretario Generale dell’Assemblea Regionale Siciliana, Angelo Rosano, Salvatore Curreri, Matteo Graziano, Lillo Pumilia, Andrea Piraino,Assessore Regionale alla famiglia, alle politiche sociali Giuseppe Lo Curzio, Paolo Piccione, Francesco Virga, Mario Mazzaglia, Saverio di Bella, Ino Vizzini, Mario D’Acquisto

“…di federalismo si è parlato e si parla anche se a molti risulta sempre più incerta la sua vicina e completa realizzazione ed altri nutrono ragionevoli dubbi sui benefici per la Sicilia. L’attuazione del federalismo fiscale è ormai una prospettiva, che attende di diventare realtà sulla quale si deve costruire il necessario e auspicato sviluppo, mala critica situazione economica,che viviamo, spinge ad esaltare le difficoltà legate alle innovazioni da attuare. Occorre prudenza e coraggio e il punto di vista della Sicilia deve trasformarsi in unn impegno generale e fattivo per non soccombere o risultare perdenti.

dalla presentazione di Rino La Placa

 

 

Antonino Palazzolo, Le torri militari del Regno di Sicilia in età moderna (fonti documentarie sulle torri di Deputazione nei secc. XVI-XIX)

Antonino Palazzolo compie un’operazione culturale di notevole rilevanza, atteso che pubblica finalmente le “fonti documentarie” sulle torri di Deputazione nei secoli XVI-XIX; con questo offrendo un significativo strumento di “corretta lettura” ed interpretazione del sistema torriero, con particolare riferimento alla progettualità avviata ed attivata sin dal viceregno spagnolo in Sicilia. Viene finalmente proposta un’esatta, esaustiva individuazione di atti d’archivio che ci aiutano a districarci tra la miriade di relazioni, che caratterizzarono il nostro sistema difensivo e le esatte distribuzioni dei compiti e dei ruoli svolti da ufficiali regi, ingegneri militari, capomastri. Ci si trova di fronte ad un’attenta ricognizione della nostra storia – grazie all’Autore , il quale ha consultato sull’ argomento una vastissima mole di documenti e di collezioni cartografiche, conservati negli Archivi di Stato e Comunale di Palermo – e ad uno strumento di ricerca al servizio degli studi storici,che hanno sull’argomento trascurato o scarsamente attenzionato, ad esempio, le “ricognizioni territoriali effettuate nel corso del XV secolo”

dalla prefazione di Umberto Balistreri

 

 

Pippo Lo Cascio , Scale, neviere trazzere. Le vie storiche di comunicazione, commerci ed economie della provincia palermitana, tra i secoli XIV-XIX. Prefazione Tommaso Romano.

Dovremmo essere grati a tutti gli studiosi e ricercatori militanti sul campo, quali cultori autentici della libera conoscenza sorretta dal rigore delle fonti e dell’approccio pluridisciplinare. E’ giusto riconoscere molto a questa schiera laboriosa anche per gli apporti che fondano la microstoria che, solo apparentemente, appare ancilla della più codificata storia maggiore. In realtà l’apporto alla storia profonda della Sicilia, intesa come popolo, dato da studiosi e personaggi, quali Lionardo Vico, Giuseppe Pitrè, Salvatore Salamone Marino, Antonino Uccello, Santi Correnti, Antonino Buttitta e Aurelio Rigoli, è molto importante per definire i contorni, il sottofondo che spesso sfuggono ad uno sguardo storico generale, magari venato in non pochi casi da una pur legittima ideologia di fondo.

Pippo Lo Cascio fa parte di quei ricercatori di qualità non accademici ma che intendono il sapere e la conoscenza come una inesausta scoperta, come un banco di prova costellato di ipotesi e rovelli da scovare nelle viscere della terra, nelle impolverate e miracolose carte d’archivio, nelle pieghe delle cronache non diventate storie per imperizia o sottovalutazione e, ancora, nelle dimensioni immateriche, spirituali che, connotando l’esistenza umana, segna la narrazione biografica di ognuno e ne determina atti e passioni, realizzazioni e costumi. Anche nello studio pregevole che Lo Cascio ci presenta col titolo fascinoso ed evocante Scale Neviere e Trazzere e che ci consegna un quadro esaustivo, tra i secoli XIV e XIX della provincia palermitana, con alcune incursioni nella Sicilia Orientale, riguardante le vie di comunicazione ed i loro riflessi nell’economia, i motivi fondanti la sua ricerca si snodano attraverso l’approccio ampio e complesso prima indicato, con il fondamentale apporto del documento inedito e di testi rari, che ne sostengono in modo organico l’architettura ideativa ed esplicativa, che si snoda fra scale, portelle, posti daziari, trazzere, montagne del nostro inconfondibile paesaggio prima degli scempi ecologici che l’hanno certamente ferito.

Dalla prefazione di Tommaso Romano

 

 

 

 

 

Riserva Naturale Grotta dei Puntali (dvd)

Il dvd è estremamente significativo poiché si inserisce in un ampio progetto di diffusione, nell’ambito del processo di educazione ambientale che l’Associazione ambientalista Gruppi Ricerca Ecologica, Ente gestore della Riserva Naturale Grotta dei Puntali, ha attivato con parecchie scuole di Palermo e provincia e non solo.

Grotta dei Puntali, a cura di Umberto Balistreri e Bartolo Corallo

La Riserva Naturale Integrale "Grotta dei Puntali" rappresenta una delle emergenze naturalistiche più interessanti della Sicilia occidentale, in quanto racchiude in sé testimonianze di alta valenza scientifica e storica legate a molteplici aspetti.Un vero e proprio scrigno contenente testimonianze paleontologiche ed archeologiche oltre a numerose peculiarità faunistiche (invertebrati cavernicoli e chirotteri) altrove raramente riscontrabili.Questo patrimonio di grande valenza naturalistico - scientifica e culturale è, dunque, indubbiamente da salvaguardare ma anche da valorizzare, divulgare e rendere fruibile.I reperti raccolti fin dall'800 sono oggi custoditi presso il Museo Archeologico "A. Salinas" ed il Museo di Geologia "Gaetano Giorgio Gemmellaro" dell'Università di Palermo. Inoltre Palazzo d'Aumale, sede del Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini, conserva,tra i beni acquisiti al suo patrimonio, anche quelli relativi alla collezione geo-paleontologica del naturalista Teodosio De Stefani (1909-1978); questi contengono numerosi reperti di vertebrati fossili continentali e preistorici raccolti dall'eclettico naturalista nella cavità.E dal punto di vista più strettamente naturalistico, il sito rappresenta un importante stazione per la sopravvivenza di una colonia polispecifica di chirotteri, annoverata nella direttiva 92/43 della CEE delle specie di interesse comunitario (in pericolo di estinzione), oggi minacciata dalla mancanza di un'adeguata salvaguardia dell'ambiente. In più, la cavità ipogea ospita una fauna cavernicola costituita da specie troglofile e troglossone e può rappresentare rifugio per diverse specie di micro e macro mammiferi e di uccelli.La Riserva Naturale Integrale Grotta dei Puntali è stata istituita con Decreto dell'Assessore Regionale al      Territorio ed Ambiente n. 795/44 del 9 novembre 2001 pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana n. 8 del 15 febbraio 2002.

"Grotta dei Puntali" è iscritta nell'Elenco Ufficiale delle aree protette al n. EUAP0876 in virtù del IV Aggiornamento approvato dalla Commissione Permanente tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano, il 25 luglio 2002; l'indice sommario della pressione umana sull'area protetta (IA) è 1377,52. i confini della Riserva, ubicata nel territorio comunale di Carini, in località Villagrazia sono compresi all'interno delle linee di delimitazione segnate sulla carta topografica IGMI 249 III N.E. in scala 1:25.000. La superficie complessiva è di ha 15,3 (la parte interna della grotta ricade in zona A; in zona B, all'esterno e per un tratto dal raggio di 5 metri dalla grotta, si trovano ha 15,3).La Grotta dei Puntali si apre nella roccia calcarea mesozoica delle falde di Monte Pecoraio, in territorio di Carini a circa 90 metri s.l.m. (Long. E.O°42'13"; lat. N. 38°09'04") e a meno di un chilometro di distanza dal mare.
Si tratta di una cavità a sviluppo prevalentemente orizzontale, di circa 110 metri di lunghezza e 15 metri di larghezza, impostata su due livelli differenti collegati da pozzi non molto profondi. All'esterno della cavità sono ben visibili due solchi di battente, che testimoniano un'antica presenza del mare, mentre all'interno i segni delle ingressioni marine sono meno evidenti e prendono, invece, campo quelli dovuti ad un'intensa attività carsica.
Il piano di calpestio della grotta è costituito da un deposito grigio brunastro interessato, in alcuni punti, da fessurazioni di disseccamento contornate da efflorescenze biancastre. Le pareti e le volte sono ricoperte da una fitta rete di vermiculazioni argillose note come "pelle di leopardo". A circa 30m dall'ingresso la cavità presenta un deposito di colore bruno giallastro, contenente frammenti di zanne di elefante. Essa rappresenta quanto resta dell'originario orizzonte ossifero dopo gli scavi, rimasti inediti, effettuati dal Prof. Gaetano Giorgio Gemellaro fra il 1868 ed il 1870.
Verso l'interno la grotta si restringe, diventa più tortuosa, adorna di concrezioni carbonatiche e presenta varie forme di erosione, quali incisioni subcircolari (scallops) ed un reticolo di cunicoli raccordati da pozzetti poco profondi, a testimonianza di un antico regime freatico di notevole entità.La grotta nota come si è detto per aver restituito numerosi resti fossili appartenenti ad una fauna continentale pleistocenica è ancora oggi di grande interesse per la ricerca scientifica; inoltre la cavità è stata oggetto di studio per il contenuto paleontologico, documentato da rinvenimenti che vanno dal paleolitico superiore all'età del bronzo.

 

 

Tommaso Romano, Vincenzo Mortillaro

“Il Barone Vincenzo Mortillaro, Marchese di Villarena (1806-1888), fu uno dei più versatili ingegni siciliani dell'Ottocento. Uomo di sterminata erudizione e apprezzabile passione civile, finì per imporsi fra le personalità più in vista ed in quanto tale si mantenne in stretto contatto epistolare con una gran quantità di dotti ed eruditi di ogni paese d'Europa. Quando l'insigne storico Ferdinand Gregorovius, di passaggio a Palermo, volle nel 1886 fargli visita,  nel prendere da lui congedo confidò a un amico quale fosse la sua tristezza per aver dovuto assistere al tramonto di un simile ingegno.  Si trovò  insieme al coetaneo e compagno di studi Michele Amari nel Parlamento Siciliano del 1848, ma in seguito le loro strade si divisero: e divennero acerrimi rivali. Laureatosi in giurisprudenza, prima ancora del diploma di laurea in quella disciplina gli giunse l'incarico di insegnare l'arabo all'Università di Palermo, succedendo al defunto Abate Morso. Dal '32 intraprese pure la carriera di giornalista, fondando e dirigendo una serie di fogli di intervento di politica economia e costume, oltre a collaborare a una lunga serie di pubblicazioni erudite e accademiche. Presto le sue molteplici competenze attrassero l'attenzione della fatiscente amministrazione borbonica, entro la quale Mortillaro accettò di spendere le proprie energie nello sforzo di ottenere, in diversi campi, una certa modernizzazione. Una svolta nella sua vita venne, com'è naturale, con il '48. Prese (dopo qualche esitazione) le parti degli insorti, entrò nel nuovo Parlamento; solo per assumervi, tuttavia, posizioni estremamente moderate. Tanto che, a Restaurazione avvenuta, il luogotenente napoletano di Re Ferdinando II, Carlo Filangeri, lo nominò Intendente della Provincia di Palermo: posto che il Mortillaro mantenne per undici anni; nell'ultimo, turbolento periodo del regno di Ferdinando, e in quello breve e disastroso di Francesco II, i suoi incarichi anzi si moltiplicarono (in particolare venne chiamato all'impopolarissima Direzione del Macino). Ma la prova che Mortillaro fosse davvero uomo per tutte le stagioni, grazie alla vastità (e all'eminenza) della sua rete di conoscenze e rapporti, si ebbe nel '60: quando il nuovo padrone dell'isola, il Dittatore Garibaldi, neppure si peritò di rimuoverlo ufficialmente dagli incarichi, i quali pure non avevano più alcuna funzione ufficiale, che il Mortillaro aveva ricoperto in epoca borbonica (non stupisce scoprire, allora, che stretto fosse il suo legame con il Segretario di Stato del Dittatore, Francesco Crispi...). Nel '61 tuttavia, in séguito a uno scandalo, il Mortillaro decise di ritirarsi per sempre dalla vita pubblica, rinchiudendosi nuovamente nei suoi studi. Prese a redigere una copiosissima serie di memorie personali e storiche dei propri decenni di vita pubblica. Nel '62 fondò e diresse il giornale "Il Presente", presto caratterizzatosi come una spina nel fianco per il nuovo governo unitario (venne chiuso d'autorità due anni dopo; e nel '65-66 i rapporti con il governo italiano si fecero tesi al punto che il Mortillaro dovette a due riprese addirittura conoscere il carcere). Ma ancora una volta il prestigio personale e la rete di conoscenze del personaggio gli valsero un nuovo, più che appagante agreement con i potenti di turno, che gli offrirono addirittura di riprendere il vecchio impiego alla Direzione del Macino. Più che le sue vicende personali (quelle narrate nei volumi memorialistici che occupano gran parte dei sedici volumi della sua raccolta di Opere, Palermo 1843-1888, qui compresa: come pure, del resto, l'accurata biografia Vincenzo Mortillaro Marchese di Villarena. La vita-Le Opere, opera di suo nipote Luigi Maria Majorca Mortillaro, Palermo 1906; e il curioso, ampio fascicolo I Mortillaro di Villarena MCCL-MDCCCXCVI. Cenni storici ed albero genealogico, opera dello stesso, Conte di Francavilla, Palermo 1896), tuttavia, attrae l'attenzione lo sterminato archivio espistolare (circa duemila missive autografe firmate, tutte provenienti da importanti personaggi della vita pubblica siciliana, da un alto, della comunità scientifica ed erudita internazionale, dall'altro) ammassato in tanti decenni di solerte attività dal nostro erudito Barone.” Sin qui una biografia “ufficiale”. Tommaso Romano, invece, con un’appassionante ricerca, riporta alcuni dati inediti e ci tratteggia un Mortillaro particolarmente singolare.

 

 

Centodestre Dizionario biografico I volume, a cura di Tommaso Romano, Umberto Balistreri e Vito Mauro

I Volume biografico "Atlante delle centro Destre - La cultura, le idee e le biografie di Conservatori, Cattolici, Rivoluzionari, Riformisti, Laici, Liberali, Legittimisti" italiani operanti a partire dal 1943., con particolare riferimento alla Sicilia. La ricerca si è avvalsa di un comitato scientifico di consulenza di qualificato livello. Da Giano Accame a Ellemire Zolla ,costituisce la prima e più ampia mappatura scientifica e senza settarismi corredata da una vasta bibliografia. 

 

 

Cromatismi. Vitale il Marinese

 

 

Mimmo Vitale , nato a Marineo il 3 gennaio 1939. , scompare nel settembre 2010. La sua vocazione artistica maturata nel contesto culturale marinese degli anni ‘60 ,si è alimentata di esperienze diverse, a partire dall’incontro con il poeta Ignazio Buttitta. Quello di Vitale è stato un percorso artistico sempre in crescendo, che lo ha visto protagonista nelle più importanti gallerie italiane ed estere. I suoi ultimi quadri sono una autentica esplosione di colori e di forme, frutto della costante ricerca di un artista ben affermato nel panorama espressivo italiano, ma pronto a percorrere sempre meno itinerari conosciuti per entrare nello spessore intricato della interiorità, dell’ignoto, dell’inconsueto. Per tutta la sua vita artistica Vitale ha rifiutato certezze, regole, prassi. Anche quando il tema delle sue tele era manifesto, l’artista amava immergersi in invenzioni cromatiche stilistiche materiche che scatenavano sensazioni ed emozioni sempre nuove, sempre fresche ed esaltanti. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia, U.S.A., Turchia, Città del Vaticano, Francia, Austria, Russia, Polonia, Germania, Danimarca, Spagna.

 

 

Castrense Civello, poeta per vocazione, futurista d’elezione (con poesie inedite futuriste e non),a cura di Antonino Russo

In questo libro Antonino Russo aggiunge altri elementi critici sulla produzione di Castrense Civello e completa la raccolta delle poesie inedite del poeta. Si tratta di otto componimenti: sette poemi (sei scritti tra il 1927 e il 1932 e un o nel 1954) e un sonetto del 1956. Tra i poemi , “La ballata dell’aeroporto”, che consta di centosessanta versi e il sonetto dedicato a Bendetta Marinetti.

 

 

Antonino Pisciotta La prima Leonforte. Nascita e sviluppo di una città del Seicento

Anche in questo caso, come nel pregevole “ I Branciforti dalle remote origini a Nicolò Placido. Storia, miti e leggende”.Antonino Pisciotta sul doppio binario dell'historia di Sicilia, e della storia "mediterranea",dà vita, con efficacia narrativa, capitolo dopo capitolo, ad un esauriente, validissimo progetto storiografico su Leonforte , con particolare attenzione ai Branciforti. E nel 1610 con “licentia populandi”, Nicolò Placido Branciforti pensò di sfruttare al massimo le potenzialità del fertile territorio, ricco di acque e di mulini, fondandovi una città che chiamò Leonforte in omaggio al blasone della sua casata (leone rampante che regge lo stendardo con i moncherini delle zampe ed il motto «in fortitudine bracchii tui») ed elevando il possedimento al rango di principato nel 1622  Ed il principe Nicolò Placido Branciforti apparteneva ad una delle più importanti famiglie nobiliari di Palermo. Fu uomo di molto valore e di virtù, quinto Conte di Raccuia, secondo Signore di Cassibile, settimo Barone di Tavi, Cavaliere dell'ordine di S. Giacomo sotto il re Filippo III e primo Duca di Mascalucia